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Dov’è la casa del mio amico?

by sasso67 (26/09/2009 - 13:28)

Dov’è la casa del mio amico? (Iran, 1987) di Abbas Kiarostami. Con Babak Ahmadpoor (Ahmad), Ahmad Ahmadpoor (Nematzadeh). Fin dalle prime scene, ambientate in una classe elementare dell’Iran khomeiniana, si comprende come Kiarostami sia riuscito nel miracolo di costruire un grande film con mezzi minimi. Con l’inquadratura alternata dei visi dei due compagni di banco (Ahmad e Nemtzadeh), uno dei quali, rimproverato dal maestro, piange, mentre l’altro lo guarda imbarazzatissimo, siamo già in un cinema di alta poesia, come quello che riusciva un tempo ai maestri del nostro neorealismo. Forse ha ragione Mereghetti, quando sostiene che non bisogna aggrapparsi ai modelli conosciuti ogni volta che siamo di fronte a qualche miracolo ignoto, ma di fronte a “Dov’è la casa del mio amico?” non si può non pensare a Rossellini, al De Sica di “I bambini ci guardano” o anche di “Ladri di biciclette” e perfino al Truffaut dei “Quattrocento colpi” e degli “Anni in tasca”. Attraverso l’ostinata onestà di Ahmad, che si scontra con l’ottusa disciplina materna, attraverso le sue corse instancabili per i sentieri polverosi ed i vicoli sassosi dei villaggi lontani chilometri e secoli dalle metropoli (perfino Teheran appare lontanissima), Kiarostami ci mette in contatto, in questo film di breve durata ma di un’intensità che a tratti rischia di sopraffare lo spettatore, con una società dove vecchi e bambini sembrano poli lontanissimi (solo occasionalmente, come nell’incontro con il vecchio che dona al protagonista un fiorellino, avvicinabili), dove il peso della tradizione è ancora più che ingombrante, dove il principio d’autorità soffoca la creatività infantile, con i bambini costretti a lavori pesantissimi (il ragazzino che trasporta la finestra di ferro, quello che trasporta i bidoni di latte) e spesso sottoposti alle violenze degli adulti, come testimonia il ragazzino che a scuola sta sempre scomposto perché ha dolore alla schiena ed al sedere. Ma lo sguardo di Kiarostami sul suo paese non è completamente negativo, perché la speranza si chiama Ahmad, tenace custode di un sentimento d’amicizia che sfocia nell’alta etica - vuole evitare al suo compagno di banco un’ingiusta punizione di cui si sente un po’ colpevole, per essersi portato a casa, per sbaglio, il quaderno dell’amico – che è simbolicamente rappresentata dal fiorellino che gli affida l’anziano un po’ rimbambito che lo guida verso la casa di Nematzadeh. La speranza sono i giovanissimi, ma qualche vecchio, anche se non riesce a tenere il passo dei ragazzini, può fornire buoni insegnamenti. Nella notevole filmografia di un Grande Autore dei nostri tempi, “Dov’è la casa del mio amico?” mi sembra la sua punta di diamante. Un capolavoro assoluto.

Storia della Rivoluzione francese

by sasso67 (26/09/2009 - 13:26)

Albert Soboul, Storia della Rivoluzione francese, BUR, 2001, pp. 518.

“La rivoluzione è la guerra della libertà contro i suoi nemici”

Soboul, più che raccontare la Rivoluzione francese, la spiega. E fornisce delucidazioni tutt’altro che scontate, su concetti che, negli ultimi anni, sono stati messi più volte in discussione. Punto primo: fu vera rivoluzione, come intuì, il 14 luglio 1789, un cameriere di Luigi XVI, che svegliò allarmato il sovrano e, al suo dubbio – “è una ribellione?” – rispose “di più: è una rivoluzione, maestà”. Punto secondo: fu una rivoluzione essenzialmente borghese, come testimoniano i principi che, al di là delle enunciazioni (libertà, uguaglianza, fratellanza), furono tradotte in concreto, quale quello, consacrato dalle varie Costituzioni, della proprietà privata (ma il carattere borghese è dato anche dall’aver posto fine ai lasciti del feudalesimo ed avere edificato le basi di uno stato moderno). Punto terzo: il movimento rivoluzionario fu possibile perché si saldarono le idee dei Philosophes con la fame delle masse parigine e francesi. Un movimento che fu libertà come fu pane, perché la libertà è pane e viceversa. Questo ci spiega  Soboul, dicendoci qualcosa di più su cosa fu la Rivoluzione francese e su cosa siamo noi oggi.

Un’ultima stagione da esordienti

by sasso67 (04/09/2009 - 20:59)

Cristiano Cavina, Un’ultima stagione da esordienti, Marcos y Marcos, 2006, pp. 219, € 14,00.

Non si può mettere in discussione l’abilità di scrittore di Cristiano Cavina, che si nota soprattutto nelle ultime pagine, dove l’autore cerca di riassumere in un bel finale il senso delle vicende narrate. Che hanno un andamento scandito dalle eroicomiche partite di calcio del quattordicenne protagonista e dai suoi compagni di squadra e di scuola. Il modello è indubbiamente quello del Benni di “Bar Sport”, con qualche spruzzata della “Compagnia dei Celestini”, ma anche, per la punteggiatura cronologica delle vicende, del Nick Hornby di “Febbre a 90°” e dell’irlandese Michael Curtin della “Rivincita”. L’insieme ha, purtroppo, lo stile dei ricordi di gioventù, degli episodi e dei personaggi di paese, che fanno divertire soprattutto chi li ha conosciuti, dei racconti del servizio militare, che perdono il loro fascino quando chi li ascolta il militare non l’ha fatto.

I ragazzi della Via Pál

by sasso67 (30/08/2009 - 17:54)

Ferenc 

Molnár, I ragazzi della Via Pál, Einaudi, 2007, pp. 170, € 9,50.

Perché continuiamo a soffrire per il triste destino del piccolo Nemecsek, mentre, per esempio, non ci emozionano più le morti di Renato Cestiè in Ultima neve di primavera e negli altri film strappalacrime? Probabilmente perché nei film degli anni settanta tutto era teso a quella scena madre: alla morte, su un lettino d’ospedale, del giovanissimo protagonista, al cui capezzale i genitori, già sull’orlo del divorzio, trovavano un accordo per far piacere all’infante morituro. È diverso per il romanzo di Molnár, che racconta una vicenda essenzialmente autobiografica, con intenti tutt’altro che edificanti. Il finale doppiamente amaro è la degna conclusione di una storia, raccontata benissimo, sulla fine dell’adolescenza. I ragazzini della Via Pál, così come quelli dell’Orto botanico, si comportano secondo schemi da adulti, ma in una sorta di vuoto pneumatico, dove gli adulti non sono contemplati: al campo attiguo alla segheria c’è solo la presenza del guardiano ceco (non è un caso che si tratti di un povero immigrato straniero), mentre gli ingressi della cameriera e del padre di Geréb sono trattati alla stregua di vere e proprie intrusioni. Il risvolto di copertina dell’edizione Einaudi afferma che si tratta di “un capolavoro della letteratura per l’infanzia”: e questo è vero, ma non è abbastanza. È indubbiamente un capolavoro, ma non è soltanto per l’infanzia. A mio modestissimo parere, con la descrizione dei sistemi iperdemocratici della Società dello stucco (le prolungate discussioni sulla designazione del capo delegazione fanno arrivare il gruppo al capezzale di Nemecsek quando il biondino ha già perso conoscenza) e con quelli militareschi dell’esercito di Via Pál, Molnár non è da meno di scrittori come Kafka, Musil e Joseph Roth nella descrizione satirica dell’imminente caduta dell’Impero Asburgico (e del satellite Regno d’Ungheria).

(La pagina di Wikipedia dedicata al romanzo)

Tag: romanzo

Caretti, "Ariosto e Tasso"

by sasso67 (19/07/2009 - 18:34)

Lanfranco Caretti, Ariosto e Tasso, Einaudi, 2001, p. 217, € 16,50
Caretti, ferrarese, è stato uno dei più grandi esperti italiani sia dell'Ariosto che del Tasso. A questi due autori ha dedicato una gran parte della sua prestigiosa carriera accademica. In questo saggio sono raccolti una serie di suoi interventi sui due grandi poeti del nostro Cinquecento. Non si tratta di un confronto tra due Autori fondamentali della nostra Letteratura, ma i contributi sono separati in due diverse sezione del libro, anche se qualche rimando a due modi diversi di avvicinarsi alla poesia - ed al poema cavalleresco in particolare - sono inevitabili. Una lettura molto interessante, anche per chi abbia una conoscenza superficiale dei due poeti, con l'esclusione dell'ultima Appendice della sezione tassiana, che è invece indirizzata specificamente agli studiosi.

Tag: libro,saggio

Il più grande uomo scimmia del Pleistocene

by sasso67 (19/07/2009 - 18:26)

Roy Lewis, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene, Adelphi, 2001, p. 178, € 8,00.

Per far capire in poche parole di cosa si tratti, a chi non abbia letto il libro, si può dire di fare riferimento ad un cartone animato di Hanna & Barbera, il celeberrimo Gli antenati, i Flintstones, per intenderci. I protagonisti sono gli ominidi nostri progenitori, vissuti appunto in Africa nel Pleistocene, inferiore o superiore non è dato saperlo, neanche a loro. Questi subumani – come orgogliosamente si autodefiniscono – non possiedono tutti gli utensili e i gadget moderni della famiglia yankee-paleolitica Flintstone, ma si servono di schemi mentali moderni. O, almeno, ne è dotato Edward (i nomi sono inequivocabilmente anglosassoni), il capofamiglia, nemico giurato della specializzazione, tipica delle bestie, caratteristica nella quale individua una premessa per l’estinzione di alcune specie animali. Lui vuole che i suoi figli – i maschi, ovviamente, mica era così moderno! – abbiano una cultura, per così dire, enciclopedica, e che conoscano e sappiano fare un po’ di tutto. I giovani, però, un po’ specialisti, purtroppo, lo sono. Il primogenito Oswald è portato per la caccia e le attività militaresche, il secondo figlio, Ernest, narratore della storia, si dà arie da filosofo, un altro è esperto nello scheggiare le selci (attività fondamentale, a quell’epoca), uno sa disegnare pitture rupestri e l’ultimo ha talento per addomesticare gli animali.

Con un narratore leibniziano, che già nel Pleistocene è convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili, io mi trovo in difficoltà. Nel triennio liceale, la mia classe cambiò cinque insegnanti di filosofia (tre solo il secondo anno), solo l’ultimo dei quali era veramente in gamba. Ma a me, oramai, mancavano le basi. L’insegnante del primo anno era una ex suora, che per esemplificare qualsiasi cosa, impugnava l’astuccio dei suoi occhiali, pronunciando invariabilmente la fatidica frase “questa custodia è marrone”. Con quella locuzione intese spiegarci in sequenza l’àpeiron, il panta rei di Eraclito, la sofistica, la maieutica, il demiurgo platonico e tutto il razionalismo aristotelico. Passare da questo metodo a quello del supplente romano che, sulla scorta del sacro principio “voi nun rompete er cazzo a me, e io nun rompo er cazzo a voi”, ci fece studiare Leibniz e saltare poi ad un professore con le palle quadrate che ci immerse nella filosofia positiva di Comte e nel razionalismo Hegeliano fu un’esperienza traumatica.

Per tornare al Più grande uomo scimmia del Pleistocene, bisogna dire che l’idea era veramente interessante, perché Roy Lewis è interessato al rapporto tra uomo e scienza, con una certa preoccupazione, probabilmente di derivazione post atomica, per gli utilizzi eventualmente pericolosi che il genere umano può fare di quella. Bisogna anche dire che, come in tutti i romanzi che si rispettano, vi entrano in gioco i sentimenti umani (o subumani) universali a qualunque essere vivente che risulti da un miracoloso intruglio di carne, sangue, mente e di quel soffio vitale che molti definiscono anima, tanto è vero che in alcuni punti il libro di Lewis è perfino emozionante, richiamando alla mente l’album capolavoro del gruppo musicale italiano Banco del Mutuo Soccorso, quel Darwin! che contiene canzoni come 750.000 anni fa… l’amore. E tuttavia non trovo questo romanzo così geniale e divertente come molti hanno ritenuto.

Tag: libro,romanzo

Il secondo tragico libro di Fantozzi

by sasso67 (07/07/2009 - 19:30)

Paolo Villaggio, Il secondo tragico libro di Fantozzi, BUR, 2003, pp. 150, € 6,50.

«Al Kyoto parlavano solo giapponese e bisognava farsi capire solo mimando le ordinazioni. C’erano quattro geometri di Cuneo che avevano fatto un gruppo laocoontico per mimare un piatto di spaghetti, erano seminudi, sudati come orsi e la disperazione negli occhi, forse lacrime.» (Il secondo tragico libro di Fantozzi, Al ristorante giapponese, p. 28)

Con Il secondo tragico libro di Fantozzi, Villaggio continua la narrazione dell’impiegato ormai più famoso d’Italia, già protagonista di una raccolta precedente, intitolata, appunto, Fantozzi. Che non è il supermnegasfigato che ci ha tramandato la saga cinematografica, ma un servile travet che ha modo di rifarsi delle umiliazioni subite nel contesto impiegatizio (non solo in ufficio, ma anche durante viaggi di lavoro e gite con i colleghi) con la moglie Pina e la figlia Mariangela. In questo libro, Fantozzi non è ancora il perseguitato dalla scalogna cosmica, ma è caso mai avventato nelle scelte, troppo ligio agli obblighi imposti dall’etichetta, troppo attaccato alle usanze ed ai pregiudizi: se deve andare in un posto che si presume freddo si veste con mutandoni di lana, maglia di lana, maglione di lana sotto la camicia, maglione di lana sopra la camicia, per concludere con un bello spigato siberiano e un cappottone modello Amundsen. Alcuni degli episodi raccontati da Villaggio sono ormai entrati nel mito (“La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!”), altri sono un po’ così, invecchiati, ed altri francamente divertenti, con quello spirito innovativo che, nella prima metà degli anni Settanta, fecero apprezzare Paolo Villaggio come scrittore (da alcuni è considerato un nostro epigono di Gogol e Cecov) prima ancora che come attore.

Orlando furioso

by sasso67 (30/06/2009 - 23:02)

Ludovico Ariosto, Orlando furioso, Einaudi, 1992, 2 voll., pp. LX-1490 € 25,00.
Ludovico Ariosto non scrisse soltanto l'Orlando furioso, però è certo che questa sia stata l'opera della sua vita. Come scrive Lanfranco Caretti (1915-1995), ferrarese come l'Ariosto (che pure era nato a Reggio Emilia), uno dei maggiori esegeti del poeta, «le opere minori e la vita stessa dell'Ariosto si collocano, dunque, nella loro giusta luce e acquistano valore quando siano considerate non per sé sole, ma in funzione del Furioso, che è veramente il libro in cui il poeta ha int6eso riassumere tutte le sue esperienze umane e letterarie ponendo la propria coscienza a specchio dei suoi contemporanei e interpretando, con la maggiore latitudine possibile, lo spirito multiforme della sua epoca».
Non posso, nel mio piccolo, dire molto altro sul poema, se non ripetere quanto scrisse Borges a proposito della Divina Commedia, cioè che l'Orlando furioso «è un piacere di cui nessuno dovrebbe privarsi».
In effetti, i paladini e i guerrieri saraceni sono dei veri supereroi: di un coraggio e di una forza smisurati, disposti a dare la vita per preservare il loro onore. L'eroe eponimo Orlando, l'onestissimo Ruggiero, Rodomonte e Gradasso passati in Cavalcando l'ippogrifo (ill. G. Doré)proverbio sono i superuomini capaci di capovolgere le sorti di una guerra con la loro sola presenza. Ma il cavaliere che meglio mi sembra riassumere in sé lo spirito del poema è il paladino Astolfo, figlio del re d'Inghilterra: non è il più coraggioso né il più forte di tutti, ma ha sete d'avventura e una grande fortuna. A un certo punto, infatti, si trova tra le mani un'armatura fatata, l'ippogrifo, l'anello magico e il corno incantato. E' lui che sbroglia molte matasse intricate dal poeta, non ultime la guerra per l'assedio di Parigi (collocata in un passato astorico) e il recupero del senno d'Orlando, finito sulla Luna.
L'importanza del poema ariostesco fu chiara a tutti fin dal tempo della sua pubblicazione, tanto che, quando seppe di essere stato tralasciato, mentre tantissimi intellettuali italiani erano stati citati dall'Ariosto a conclusione del Furioso, l'iroso Niccolò Machiavelli così commentò in una lettera all'Alamanni del 1517: «...veramente el poema è bello tutto, e in di molti luoghi è mirabile. Se si truova costì, raccomandantemi a lui, e ditegli che io mi dolgo solo che, avendo ricordato tanti poeti, che m'abbi lasciato indreto come un cazzo».

Tag: libro,poesia

Le guerre d'Italia 1494-1530

by sasso67 (25/05/2009 - 20:09)

Marco Pellegrini, Le guerre d'Italia 1494-1530, Il Mulino, 2009, pp. 212, € 12,00.
Le coordinate cronologiche di questo saggio sono costituite dalla calata di Carlo VIII in Italia (per andare a prendere possesso del Regno di Napoli) e dall'incoronazione di Carlo V, come Imperatore del Sacro Romano Impero, avvenuta a Bologna nel 1530. Un'opera divulgativa e documentatissima, che il professor Marco Pellegrini, ordinario di Storia all'Università di Bergamo, ci fa sapientemente leggere d'un fiato come un romanzo, senza peraltro lesinare su interessanti analisi storiche, ma anche accennando e contestualizzando episodi più famosi che significativi, come, solo ad esempio, la disfida di Barletta o la battaglia di Gavinana (quella di "Vile Maramaldo, tu uccidi un uomo morto!"). Una lettura piacevolissima, che potrebbe benissimo essere anche un testo di studio, e che può contribuire a comprendere meglio un periodo nel quale furono anche composte alcune tra le opere più importanti della letteratura italiana, come l'Orlando furioso dell'Ariosto.

Tag: libro,saggio,storia

The Wrestler

by sasso67 (13/05/2009 - 20:17)

The Wrestler (USA, 2009) di Darren Aronofsky. Con Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Judah Friedlander, Ajay Naidu. Non direi che The Wrestler ci racconti una storia nuova, però Aronofsky ha il coraggio di rigirare, una volta di più, il coltello nella piaga già aperta del cosiddetto sogno americano. E lo fa con due armi che a molti dei film recenti di argomento analogo (ivi compresi quelli del vecchio leone Clint) sono mancati: un approccio da Autore, più che da semplice direttore, e l'interpretazione di un attore che nel personaggio ci mette qualcosa di più che la propria faccia. In effetti, la partecipazione (in tutti i sensi) diMickey Rourke, anche al di là delle sue forse limitate doti d'attore, è un valore aggiunto alla riuscita del film, come raramente s'è visto al cinema. Il fatto che il protagonista sia interpretato da un personaggio che ha lo stesso bagaglio di vita ci fa guardare questa storia, e l'intero film, con occhi diversi e forse più partecipi. Anche in questo sta l'intelligenza di un Autore che sa inquadrare la faccia triste dell'America, senza dover andare a girare in Messico: negli ex opulenti Stati Uniti ci sono decine di migliaia di storie come quella di Randy "The Ram" Robinson, una sorta di tramontato e triste Hulk Hogan dei suburbi. Così come quella della rassegnata spogliarellista Cassidy, interpretata da un'altrettanto intensa Marisa Tomei. Quella di Reggie è, probabilmente, la storia di un disadattato, che sa ritrovare sé stesso quando sente l'odore del sangue, quando si trova a combattere sul ring che, lui presente, assume davvero le sembianze di un campo di battaglia, quando può esibire, di fronte al mondo, i suoi capelli leonini e il proprio corpo rabberciato, che sembra un cimitero bombardato. Ottima la colonna sonora, con citazione particolare per alcuni storici pezzi hard rock, come Sweet Child O' Mine dei Guns 'n' Roses, Balls To The Walls degli Accept ed Animal Magnetism degli Scorpions.

Tag: cinema

Il volo dei corvi

by sasso67 (06/04/2009 - 20:46)

Sergej Nosov, Il volo dei corvi, Voland, 2005, pp. 265, € 14,00
Tre amici di San Pietroburgo, un giorno, hanno fatto insieme la pipì da un ponte nel fiume Neva. Questo gesto, osannato da una critica d'arte come l'espressione di un gruppo di artisti "concettuali", li ha condannati a sentirsi artisti per sempre e ad interrogarsi su cosa significhi e comporti questo status.
Tra le chiacchiere dei tre protagonisti, se ne va questo romanzo, presentato come l'opera diun nuovo talentuoso scrittore umorista russo, ma che è in realtà infarcito di discorsi concettosi (come quello, pur interessante, sul "Quadrato nero") destinati ad un pubblico di iniziati. Fino ad arrivare ad una conclusione poco plausibile sulle montagne della Germania. Insomma, Gogol e Cechov sono assai lontani. Forse 75 anni di regime sovietico hanno lasciato i loro effetti anche sulla capacità dei giovani autori russi di far ridere con le proprie disgrazie. O forse è soltanto la mia modestissima opinione.

Tag: libro,romanzo

Meseta

by sasso67 (06/04/2009 - 19:56)

Vittorio Cotronei, Meseta, Edizioni Clandestine, 2009, pp. 168, € 11,00.
Quando Zidane decise di lasciare la Juventus, la scusa fu che sua moglie voleva vivere in una città sul mare. Infatti, il calciatore si trasferì al Real Madrid. E Madrid, come si sa, è una città quale Parigi, Praga, Mosca... tutte bellissime capitali, ma il mare, semplicemente, non c'è. Salvatore, invece, si sente il mare dentro, ed è questo uno dei fattori principali della sua irrequietezza di giovane che vive nel calderone multietnico che è la Madrid dei nostri giorni. Una capitale spagnola che troviamo, all'inizio del romanzo di Vittorio Cotronei, sconvolta dagli attentati dell'11 marzo 2004, quelli che decretarono, nello spazio di un giorno, la fine dell'era Aznar e il sorgere dell'astro Zapatero. I tormenti di Salvatore sono quelli di uno dei nostri giovani, di chi appartiene ad una generazione che ha avuto grandi opportunità, grandissime speranze e, talvolta, delusioni di grandezza direttamente proporzionale. Si tratta di giovani quasi tutti laureati e quasi tutti, più o meno provvisoriamente, emigrati all'estero, chi a Madrid chi a Barcellona, Parigi o Edimburgo. Grazie al programma Erasmus e alle opportunità fornite dall'Interrail o dai viaggi aerei low cost, hanno già conosciuto l'Europa ed il mondo, ed hanno avuto modo di giudicarli migliori della nostra Italietta d'oggi. Altri tempi, quando a Montescudaio si parlava di Dandolo, quasi come se fosse un esploratore planetario del calibro del professor Livingstone o di Amundsen.
Vittorio non ha ancora la malizia dello scrittore di professione e scrive da giovane innamorato, oltre che della vita, di questo potentissimo mezzo che è la scrittura, padroneggiata con notevole abilità, tale da rendere la lettura scorrevole e mai noiosa. Per di più, Vittorio dimostra di essere anche un lettore attento, che sa far tesoro degli autori assimilati e reinterpretati in un suo modo del tutto personale: inMeseta vi sono omaggi espliciti, come quello all'amato Arturo Perez-Reverte, ed altri che risultano da suggestioni e richiami, come potrebbero essere quello aBukowski (come lo scrittore nato in Germania demistificò il sogno americano, così Vittorio, nel suo piccolo, erode un po' del mito della Madrid orfana della movida anni Ottanta) e al Kerouac di Sulla strada e dei Sotterranei. Ma laMeseta, in quanto paesaggio anche interiore del protagonista, fa venire in mente anche il Sertao descritto da Guimaraes Rosa: si tratta di paesaggi dell'anima, più che di espressioni geografiche. E se il Sertao è quando meno te lo aspetti, anche la Meseta ti aggredisce nei momenti meno opportuni e sembra ritornare in eterno a ricordarti che, dovunque tu sia, lei è sempre là a circondarti con la sua solitudine.
E poi, però, esistono i luoghi della memoria, e Vittorio ce lo ricorda in alcuni passaggi - come quando il protagonista torna a casa per la prima volta - che fanno comprendere come, per quanto belle siano Madrid, la Spagna, Siviglia, i tramonti sull'Oceano, la mamma (e non è un richiamo retorico), la casa, il tuo paese continuano a rappresentare i valori primari che ti richiamano sempre a sé. Rappresentano i luoghi fisici e della mente che, per usare il linguaggio caro a Vittorio, sono i più grandi di tutti. Anche per i giovani "erasmiani".

Tag: libro,romanzo

Storia del Giappone

by sasso67 (27/03/2009 - 19:32)

Kenneth G. Henshall, Storia del Giappone, Mondadori, 2005, pp. 321, € 10,40.
Avendo visto, negli ultimi anni, una serie notevole di film giapponesi, soprattutto di Kurosawa e diMizoguchi, era logico che mi informassi un po' meglio sulla storia del paese che ha prodotto quei geni cinematografici. Ed in effetti ne sapevo molto poco. A colmare, molto parzialmente, la mia lacuna, è servito questo libro di storia del Giappone del neozelandeseHenshall, che compie un excursus veloce ma documentato sul paese del cosiddetto sol levante, dalla preistoria ai giorni nostri. E' un libro assai documentato, che si sofferma molto sui dati economici del Giappone, anche in considerazione del fatto che i nipponici hanno sempre considerato il lavoro, e di conseguenza la produzione, come un metodo per affermare la loro identità nazionale, quando non addirittura una loro superiorità sugli altri popoli. In questo modo, tra altri, si spiega il perché questo nazione che fa base su poche isole ai margini dell'Oceano Pacifico abbia assunto un così elevato potere economico nel mondo e sia diventato, negli ultimi cento anni, anche una potenza politica, crollata fragorosamente dopo la disastrosa Seconda Guerra Mondiale. Un paese peraltro che, pur essendo l'unico nella storia mondiale ad avere subito l'attacco atomico, ha saputo risollevarsi con quello che Henshall preferisce non chiamare miracolo economico, in quanto il grande sviluppo del dopoguerra è il frutto di un consapevole, durissimo, lavoro. L'autore di questa Storia del Giappone non si sofferma su dati secondari, come la descrizione delle eventuali manie o malattie degli imperatori, il cui ruolo negli ultimi centocinquanta anni ha riassunto una posizione centrale, a seguito dell'abolizione della carica dello shogun, ma segue gli eventi fondamentali della storia nipponica, senza trascurare gli aspetti che, ad un primo sguardo, potrebbero sembrare secondari, come la valenza socio-politica del calcio e degli sport in genere, fino a rivelarci un aspetto inedito e curioso di certe zone del paese, dove vengono praticate con passione le gare di scorregge.

Tag: libro,saggio,storia

Cumulativo film 27

by sasso67 (14/03/2009 - 14:30)

Il faraone (Polonia, 1966) di Jerzy Kawalerowicz. Con Jerzy Selnik, Barbara Brylska, Krystina Mikolajewska. Kolossal polacco anni Sessanta che fa le scarpe a tanti "Il faraone" di Kawalerowiczprodotti consimili di provenienza hollywoodiana, per non parlare dei nostri sandaloni. Le ragioni di questa riuscita superiore alla media sono da ricercarsi nella maestria di un regista abbastanza sottovalutato dalle nostre parti, nonché di un discorso che non si limita all'avventura pura e semplice né al banale raccontino degli intrighi del potere. "Il faraone"di Kawalerowicz, adottando un'ottica abbastanza pessimista, parla di tematiche attualissime anche oggi, come la difficoltà, evidentemente sempiterna, di affermare la laicità dello stato (tematica preannunciata fin dalla magistrale sequenza iniziale della lotta tra gli scarabei), il contrasto tra moralità e ragion di stato, tra l'amore e i doveri del sovrano. Con i colori abbacinanti del deserto ed una libertà espressiva che non ci si immaginerebbe in un film polacco dell'epoca, un grande maestro comeKawalerowicz ci trasporta in un'epoca apparentemente lontanissima, nella quale si vivono i drammi di sempre, e nel finale ci mostra persino un ingannevole "miracolo egiziano".

Abbronzatissimi 2 – Un anno dopo (Italia, 1993) di Bruno Gaburro. Con Jerry Calà, Vanessa Gravina, Valeria Marini, Eva Grimaldi, Brando Giorgi.Rispetto al capostipite, qui si annovera un'attrice mediocre (Vanessa Gravina) e una serie inenarrabile di attori infimi, tra i quali primeggia l'ineffabile Valeria Marini. Il cast, da solo, già dice abbastanza sul livello del film di Gaburro, che non fa ridere mai, nemmeno per sbaglio. Ma qui, già parlare di cinema è fare un regalo a questa spazzatura sotto forma di fotogrammi in celluloide.

Il tango della gelosia (Italia, 1981) di Steno. Con Monica Vitti, Philippe Leroy, Diego Abatantuono, Tito Leduc, Jenny Tamburi. Commediola che nasce vecchia e insiste su una miriade di luoghi comuni - con particolare insistenza su quello delle corna - che già all'inizio degli anni ottanta sembravano provenire da un altro mondo. L'insieme risulta ancor meno credibile, in quanto ambientato nel mondo dell'alta borghesia (i protagonisti sono niente meno che un principe e una principessa) tanto che il personaggio più credibile risulta, alla fine, la figurina della fidanzatina pugliese di Abatantuono, interpretato da Jenny Tamburi. La Vitti mette in campo la stra-abusata serie di vezzi che ne caratterizzano la recitazione nevrotica e lagnosa. L'unico motivo di interesse sono i monologhi surreali di un Abatantuono in piena ascesa (si rivolge al maestro di ballo della protagonista chiamandolo "Don Lurido"), anche se il suo personaggio c'entra, con il contesto del film, come i cavoli a merenda.

L’innocente Casimiro (Italia, 1945) di Carlo Campogalliani. Con Erminio Macario, Lea Padovani, Enzo Biliotti, Alberto Sordi. Il torto maggiore di questo film è di sembrare, con il neorealismo alle porte, di un'altra epoca, quella dei telefoni bianchi, delle contessine e dei principini. Però l'umorismo surreale e non sempre bonario di Macario (che purtroppo al cinema non ha mai saputo ripetere i successi ottenuti nella rivista) colpisce nel segno più d'una volta, sia quando pronuncia battute che sembrano provenire dalle sacrestie e dagli oratori ("professore, ha una ruota a terra" "oh bella, e dove dovrebbe stare, per aria?") sia quando sembrano anticipare l'irresistibile ed irrefrenabile maniera di Totò ("Signor preside, sia buono..." "Non sono il tuo preside, sono il tuo giustiziere!" "Signor giustiziere, sia buono...").

Fantozzi – Il ritorno (Italia, 1996) di Neri Parenti. Con Paolo Villaggio, Gigi Reder, Anna Mazzamauro, Milena Vukotic. Con "Fantozzi - il ritorno" è come essere bambini, perché ci si diverte (nel nostro caso: entro certi limiti) a vedere per l'ennesima volta lo stesso cartone animato o lo stesso cascatone del povero Ollio. Nell'immaginario collettivo di oggi, Fantozzi ha ormai soppiantato gli eroi delle vecchie comiche ed è diventato un po' una parte della nostra vita; molti di noi avranno fatto o almeno visto una caduta "alla Fantozzi" o saranno stati perseguitati, nel fine settimana, dalla "nuvoletta di Fantozzi". Ecco, i film di Fantozzi, anche quelli meno riusciti costituiscono ormai una rimpatriata. Qualche episodio di quest'ultimo film è comunque azzeccata, come l'inchiesta e il processo simil Mani Pulite, al termine dei quali il povero ragioniere finisce in prigione al posto del delinquentissimo megadirettore Balabam.

Fantozzi 2000 – La clonazione (Italia, 1999) di Domenico Saverni. Con Paolo Villaggio, Milena Vukotic, Anna Mazzamauro, Paolo Paoloni. Anche qui, si ride "in memoriam"... rivedendo le stesse gag dei film precedenti. Villaggio, almeno, ci prova e riesce a strappare un paio di risate, spalleggiato dalle brave Milena Vukotic e Anna Mazzamauro. Non ci sono più il fido (?) Filini (Gigi Reder è morto nell'ottobre del 1998) né Mariangela e francamente i continui riferimenti scimmieschi in relazione alla figlia prima ed alla nipote Uga ora hanno davvero stancato. Il film è poco o niente riuscito e la colpa è senza dubbio del regista Saverni che, al contrario dei suoi predecessori, non sa dare il benché minimo guizzo ad una materia peraltro ampiamente sfruttata. Se questi sono gli effetti della clonazione, verrebbe da dare ragione al Vaticano che vi si oppone.

Il lupo e l’agnello (Italia/Francia, 1980) di Francesco Massaro. Con Michel Serrault, Tomas Milian, Ombretta Colli, Daniele Vargas. Tentativo, abbastanza malriuscito, di unire il filone monnezzaro con quello del "Vizietto". Funziona piuttosto bene il cast di contorno, con Bonanni nella parte di "er Trippa" e Antonelli in quella di "Capoccione", ma non è abbastanza.

Teste rasate (Italia, 1992) di Claudio Fragasso. Con Gianmarco Tognazzi, Giulio Base, Flavio Bucci, Fabienne Gueye, Franca Bettoja. Un film coraggioso, perché spiega la fascinazione dei ragazzi delle periferie cittadine per l'ideologia, ma ancora di più l'iconografia e la credenza in qualcosa di granitico (benché aberrante), nel vuoto generale. Il film di Fragasso, rischia, però di essere già vecchio, a poco più di quindici anni di distanza, perché ormai la destra estremista ha sostituito l'ebreo, come nemico, con l'extracomunitario e/o il barbone. Ormai la razza inferiore è l'arabo musulmano e il nero, che le squadracce, oggi riciclatesi in ronde legalizzate, si incaricano di punire con metodi spesso medievali (allo spacciatore di colore viene tagliata la lingua). Nel protagonista del film (un discreto Gianmarco Tognazzi) il fascino per i naziskin si mischia all'orrore per le loro gesta sanguinarie, così come l'odio provato per gli extracomunitari di qualsiasi etnia fa a pugni con l'attrazione fisica (ma anche qualcosa di più) per una ragazza somala. Un film riuscito solo a metà, ma che rappresenta un valido documento sui nostri anni a cavallo di due secoli.

Doppio delitto (Italia, 1977) di Steno. Con Marcello Mastroianni, Agostina Belli, Peter Ustinov, Mario Scaccia, Jean-Claude Brialy, Ursula Andress.Il film sembra essere stato realizzato per tentare di ripetere l'operazione riuscita a Comencini, un paio d'anni prima, con "La donna della domenica", che aveva per protagonista il medesimo Mastroianni. Ma Ugo Moretti (autore delromanzo originario) non è Fruttero e Lucentini, Steno non è Comencini ed Age e Scarpelli, che sono ancora i medesimi Age e Scarpelli, hanno qui lavorato svogliatamente. Del resto, la Roma che fa da sfondo a questa storiella giallorosa è molto più sfruttata ed abusata della Torino di Fruttero e Lucentini. Qualche macchietta, qua e là, funziona, anche grazie ad interpreti di vaglia, tra i quali spicca l'ottimo Mario Scaccia, che fa da controcanto ad un Mastroianni piuttosto scialbo. Tutto l'insieme, però, costituisce un divertimento abbastanza trascurabile.

Tag: cinema

La terra desolata

by sasso67 (09/03/2009 - 20:47)


"Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine". CosìThomas Stearns Eliot conclude il suo poemetto La terra desolata, una delle sue opere più importanti. Qui il poeta angloamericano giunge ad una delle conclusioni più pessimiste che sia stato dato di leggere: per l'Autore, la vita è la morte, e la vita è ridotta al trinomio, ontologicamente inutile, nascita/copula/morte. E forse con quest'opera, magistralmente tradotta ed introdotta (ed annotata a margine) dal grande Mario Praz, Eliot, che attraversa l'inferno dantesco con l'ironia di un dandy decadente e la consapevolezza che prima di lui ci sono passati anche i poeti maledetti come Rimbaud o Lautréamont, comunica che la poesia - forse meglio o forse ad un altro livello rispetto alla fede - può fungere da pagliuzza da afferrare prima che affondi questa malridotta nave fenicia sulla quale ci è capitato di navigare.

Tag: poesia,libro

Cumulativo film 26

by sasso67 (23/02/2009 - 20:09)

Il Portaborse (Italia, 1991) di Daniele Luchetti. Con Silvio Orlando, Nanni Moretti, Giulio Brogi, Angela Finocchiaro. Anne Roussel. Rivisto a diciotto anni di distanza dalla sua uscita al cinema, "Il portaborse" di Luchetti continua a convincermi e resta, secondo me, uno dei migliori film italiani di sempre. E resta tra i migliori film perché, più che bello, è un film importante. Certo, già all'epoca non disse cose di una novità sconvolgente: le accuse al rampantismo politico del P.S.I. di allora erano già oggetto di articoli giornalistici, spettacoli di cabaret e barzellette. Al cinema, però, le accuse di corruzione si erano sempre indirizzate verso la D.C., e la vecchia balena bianca aveva ogni volta incassato qualsiasi illazione facendola assorbire dal suo ventre molle, senza lasciarsi andare ad isterismi. Con "Il portaborse", invece, si assiste ad un vero e proprio "caso" nazionale: i colonnelli craxiani presentano denunce penali e interpellanze parlamentari, mentre Bernini ePasquini, i due autori del soggetto originale, ritirano la firma dal film, che rimane sulle spalle di Nanni Moretti (produttore ed interprete),Daniele Luchetti (regista), Stefano Rulli eSandro Petraglia (sceneggiatori). "Il portaborse"stupisce per la lucidità della sua denuncia: le malefatte attribuite al cinico ministro Botero si riveleranno straordinariamente realistiche, con l’esplosione, dopo meno di un anno, dello scandalo di Tangentopoli. L’efficacia della requisitoria del film di Luchetti è anche dovuta alla bravura di tutti gli interpreti, in particolare dei due protagonisti Nanni Moretti e Silvio Orlando. Ma agli occhi di chi lo vede oggi, “Il portaborse” ha assunto anche il valore di documento, e non soltanto di documento storico, bensì di testimonianza sull’apparenza dei cambiamenti intervenuti in questi ultimi vent’anni: la persistenza della stessa terminologia politica, degli stessi metodi propagandistici e di spartizione del potere sono i segnali – anzi i monumenti, e verrebbe da dire gli archi di trionfo – che nel nostro paese, come sempre, è cambiato tutto affinché non cambiasse niente.

Sballato, gasato, completamente fuso (Italia, 1982) di Steno. Con Edwige Fenech, Enrico Maria Salerno, Diego Abatantuono, Liù Bosisio. Probabilmente il peggior film con Abatantuono terrunciello: la sua logorrea è di una noia esiziale, per lo spettatore e per il film. Assolutamente pretestuoso abbinare penose tirate pseudofemministe e i nudi della Fenech. Da inserire nell'antologia del peggio del peggio degli anni Ottanta.

Scusa se è poco (Italia, 1982) di Marco Vicario. Con Monica Vitti, Ugo Tognazzi, Diego Abatantuono, Mauro Di Francesco, Mario Carotenuto, Orazio Orlando.Due episodi scialbissimi, che costituiscono l'insulso cascame dell'ormai defunta commedia all'italiana. Bolsissimi Tognazzi e la Vitti. Per fortuna qualche sproloquio di Abatantuono riesce a strappare la risata, salvando il film dal disastro completo.

Braveheart (USA, 1995) di Mel Gibson. Con Mel Gibson, Sophie Marceau, Catherine McCormack, Patrick MacGoohan. Non si può negare che il film annoveri alcune scene emozionanti ed altre addirittura commoventi. Gibson ha saputo indubbiamente trovare la chiave giusta per uno spettacolone che coinvolge un po' tutti ed arriva dritto persino al duro cuore dei militanti della Lega Nord. Del resto, ce li vedo quelli delle ronde padane a gridare "libertààà!" mentre marzagrano (livornesismo per "massacrano") di botte l'invasore angloextracomunitario di turno. Peraltro, tutte le cose che Mel Gibson ci racconta potevano essere dette in molto minor tempo che non nelle due ore e tre quarti di durata del film. In più, direi che il regista poteva risparmiarci l'idillio tra l'eroe e la principessa di Galles (che poi era francese). "Braveheart" è comunque, secondo me, il miglior film di Gibson.

Chato (USA, 1972) di Michael Winner. Con Charles Bronson, Jack Palance, Jill Ireland, James Whitmore, Richard Baseheart. Mediocre tardo-western, dove l'uomo della steppa Charles Buchinsky recita un indiano giustiziere del deserto, braccato da una banda di scalcagnati aspiranti ed avventizi (a loro volta) giustizieri, che da cacciatori diventano prede dell'astuto pellerossa. Il protagonista, in realtà, non sembra neanche l'indiano, ma il gruppetto di razzistelli di villaggio, capeggiati da un ex ufficiale sudista (Jack Palance), per il quale questo safari con l'apache rappresenta la prosecuzione della Guerra Civile con altri mezzi. Ma da buon ufficiale possiede anche una sua etica, che si scontrerà contro l'odio feroce covato da un terzetto di fratelli, fanatici persecutori di indiani ed anche un po' disturbati nella mente. Il registaWinner, dotato di buona tecnica, va, come sempre, alla ricerca dell'effettaccio e del particolare sorprendente e raccapricciante, che colpisca lo spettatore nelle viscere più che al cuore.

Quando eravamo re (USA, 1996) di Leon Gast. Con Muhammad Alì, George Foreman, Don King, Spike Lee, Norman Mailer. L'incontro tra Alì e Foreman fu un evento epocale per tanti motivi: per la prima volta il match per il titolo mondiale dei pesi massimi si svolgeva in un paese africano, la borsa, colossale, di dieci milioni di dollari era offerta da un sanguinario dittatore a fini propagandistici, il musulmanoAlì, risolti i suoi problemi con la giustizia americana per la renitenza alla chiamata alle armi, si presentava come il campione dei neri contro l'altrettanto nero Foreman, che era considerato però un gigante al servizio dei capitalisti yankee. In più, Gast sa mettere in luce il ruolo dell'organizzatore Don King, un uomo privo di scrupoli, ma affascinante e dotato di un'ottima cultura. L'evento fu notevole, anche perché la maggioranza dei critici riteneva che Foreman avrebbe prevalso dall'alto della sua potenza contro il più anziano Alì, anche se quest'ultimo, appoggiato dal tifo degli zairesi (che lo accolsero al grido "Alì boma yé", cioè "Alì uccidilo"), sfoggiava un'inusitata sicurezza. E fu così che il predicatore ballerino sconfisse il Golia dal pugno dirompente. Un ottimo film documentario.

Tano da morire (Italia, 1997) di Roberta Torre. Con Ciccio Guarino, Enzo Paglino, Mimma De Rosalia, Maria Aliotta. Film divertente ed intelligente che sa coniugare il musical con l'inchiesta sulla mafia, fenomeno verso il quale rappresenta un modo di guardare sicuramente nuovo. Il divertimento, per gli appassionati di cinema, consiste anche nel cercare di riconoscere i numerosissimi riferimenti cuiRoberta Torre rimanda nella sua coloratissima sarabanda: da Fassbinder allaWertmuller, da Almodovar a Ciprì e Maresco, dal John Travolta della "Febbre del sabato sera" a John Waters e chi più ne ha più ne metta. Paradossalmente, un modo semiserio per prendere sul serio un problema serissimo.

Abbronzatissimi (Italia, 1991) di Bruno Gaburro. Con Jerry Calà, Alba Parietti, Teo Teocoli, Mauro Di Francesco, Eva Grimaldi, Salvatore Marino. Spazzatura allo stato puro. Un concentrato del peggio del cinema (?) comico (?) italiano. Micidiale la somma di Alba Parietti pre-gonfiamento labiale, assolutamente incapace di recitare, di uno degli attori più antipatici della storia come Jerry Calà e di uno dei comici meno comici del cinema mondiale, ovverosia Maurino Di Francesco.

Tag: cinema

Cumulativo film 25

by sasso67 (23/02/2009 - 20:06)

Klimt (Austria/Francia/Germania/GB, 2006) di Raul Ruiz. Con John Malkovich, Saffron Burrows, Veronica Ferres. Quando la fantasia diventa confusione e la biografia cinematografica si fa noia. L'intenzione di realizzare un film veramente kafkiano naufraga, scontrandosi con l'incapacità diRuiz di seguire un filo logico oppure di abbandonarsi al delirio, come sapeva fare, per esempio, il Ken Russell dei tempi d'oro.

Caccia spietata (USA, 2006) di David Von Ancken. Con Liam Neeson, Pierce Brosnan, Michael Wincott, Anjelica Huston, Ed Lauter. La prima parte del film prometteva bene, con un inizio anticonvenzionale di western tutto ambientato nella neve. Purtroppo, dalla metà in avanti, il film si perde in una sorta di racconto filosofico e di apologo dalla morale scontata e con l'apparizione di improbabili personaggi nel deserto, a mezza strada tra l'apparizione soprannaturale e il miraggio. L'impressione è che il regista, arrivato allo scontro finale, abbia dovuto allungare il brodo per arrivare ad una conclusione conciliante che appare piuttosto incongrua. Peccato.

Il nemico alle porte (USA/Germania/GB, 2000) di Jean-Jacques Annaud. Con Jude Law, Ed Harris, Joseph Fiennes, Rachel Weisz. Annaud ci mostra con chiarezza come si può fare un film idiota sulla Seconda Guerra Mondiale. Il regista francese riduce una delle battaglie decisive della guerra (se i Tedeschi avessero sfondato a Stalingrado avrebbero potuto impadronirsi del petrolio del Caucaso, con conseguenze immaginabili) ad uno scontro tra superuomini, come se fosse possibile far rivivere su pellicola i duelli tra Ettore ed Achille, che nei poemi epici potevano decidere le sorti di una guerra. Purtroppo Annaud non possiede un briciolo della poesia omerica e neppure sa dare alla propria creatura un po' dell'ironia che anche i polpettoni hollywoodiani come "Via col vento" possiedono. In più, si trova nel film un anticomunismo stupido, oserei dire berlusconiano, affidato addirittura alle parole di un ufficiale sovietico, impersonato dal glorioso Salvatore del "Nome della rosa". Le parentesi romantico-erotiche fanno sembrare "Il nemico alle porte" una versione della Seconda Guerra Mondiale raccontata a dispense su Playboy.

La signora di Musashino (Giappone, 1951) di Kenji Mizoguchi. Con Kinuyo Tanaka, Yukiko Todoroki, Akihiko Katayama, So Yamamura. Pur non essendo uno dei film più riusciti di Mizoguchi, "La signora di Musashino" prelude già ai suoi capolavori del periodo della maturità. Il film, inoltre, nel riproporre una figura emblematica di uomo indeciso a fronte di due donne che incarnano rispettivamente la tradizione e l'innovazione sociale e del costume, contiene alcune sequenze struggenti di corteggiamento timido e impacciato, frutto di un amore destinato a non compiersi, come di un Paolo e Francesca frenati dalla tradizione, anziché incoraggiati dall'amor cortese. Lirico e poetico.

Alì (USA, 2001) di Michael Mann. Con Will Smith, Jamie Foxx, Mario Van Peebles, Jada Pinkett Smith, Jon Voight, Ron Silver.Muhammad Ali è forse il simbolo della boxe moderna e sicuramente un grand'uomo - per le sue battaglie per i diritti civili - e meritava il miglior film diMann, che, nonostante un certo qual abuso di musiche d'epoca e di immagini ad effetto, riesce ad essere meno retorico e trombone che nel resto della sua filmografia. Sull'interpretazione di Will Smith. La sua faccina è fin troppo buona per impersonare la grinta di Alì, ma è bravo e riesce nell'intento di essere credibile.

 

Madre Giovanna degli Angeli (Polonia, 1961) di Jerzy Kawalerowicz. Con Lucyna Winnicka, Myeczislaw Voit, Anna Ciepielewska, Zygmunt Zintel. La missione è compiuta e lMadre Giovanna degli Angeli (Lucyna Winnicka)a firma è quella di Satana. Non so perché il film non goda, presso la critica, di una gran fama, eppure quiKawalerowicz dimostra una grande padronanza di stile, ispirandosi (forse la pecca contestata è proprio una carenza di originalità?) ai maestri più grandi, come Dreyer,Bergman, Bresson ed il Buñuel di "Nazarin". Le sequenze sono potenti e al tempo stesso la loro drammaticità è mitigata dal ricorso all'ironia, come in un racconto di fantasmi alla maniera del "Manoscritto trovato a Saragozza". Qui si tratta di diavoli e non di fantasmi, di quei diavoli che successivamente saranno raccontati, in maniera più politicizzata, da Ken Russell, che li rappresenterà sotto forma orgiastica, mentre questa diKawalerowicz somiglia molto di più ad una sacra rappresentazione. Il regista polacco ci dice che spesso il misticismo sconfina nell'estasi dei sensi e vi sono pochi paragoni ai mostri che possono essere generati dall'apposizione di tabù, dalla deprivazione sessuale e dall'allontanamento dal mondo. A mio modestissimo parere, un grande film.

 

Borsalino (Francia/Italia, 1970) di Jacques Deray. Con Alian Delon, Jean-Paul Belmondo, Arnoldo Foà, Michel Bouquet, Catherine Rouvel. Qualche buon momento, dovuto più al bravo direttore della fotografia che non al regista, riscatta parzialmente un prodotto abbastanza mediocre, di livello non superiore alle commedie nostrane con Bud Spencer e Terence Hill. Gli interpreti non prendono l'operazione "Borsalino" sul serio neanche per un secondo e le morti di molti personaggi sembrano più da fumetto che da film. La durata è eccessiva, ma per passare una serata il filmetto può andare.

 

E tutto in biglietti di piccolo taglio (USA, 1972) di Richard A. Colla. Con Burt Reynolds, Jack Weston, Rachel Welch, Tom Skerritt, Yul Brynner. Satira della polizia di Boston, e in particolare del suo 87° Distretto, conosciuto per la sua particolare inefficienza: quando gli agenti domandano al ricattatore come mai abbia telefonato proprio a loro, quello risponde "perché siete inetti". Il racconto corale, tratto da un romanzo di Ed McBain, stenta ad approfondire tutte le singole situazioni (tra le quali poteva avere sviluppi interessanti quella di Burt Reynolds, poliziotto sposato con una donna sordomuta), ma l'insieme funziona abbastanza, con quel suo mix di azione ed ironia. Lo stile è quello dell'Aldrich dei "Ragazzi del coro", ma, nonostante la differenza di nome dei registi, questo di Colla mi sembra meglio riuscito.

 

La domenica della buona gente (Italia, 1954) di Anton Giulio Majano. Con Maria Fiore, Sophia Loren, Renato Salvatori, Carlo Romano, Ave Ninchi, Nino Manfredi, Fiorenzo Fiorentini, Riccardo Cucciolla. Vero e proprio cinema popolare - della "buona gente", così come, all'epoca, il calcio era il passatempo delle classi medio-basse - questo di Majano, l'inventore del teleromanzo (a partire dal suo esordio con "Piccole donne"), è un film corale di medio valore, che, senza approfondire troppo i suoi personaggi, fornisce un interessante e godibile quadretto d'insieme, che s'inserisce tutto sommato in quel filone che fu denominato "neorealismo rosa". Emergono alcuni attori sugli altri, come la giovane Maria Fiore e l'esperto Carletto Romano, nella gustosa figurina di uno scrivano che spera nel tredici al Totocalcio e, una volta azzeccati i risultati, alle sue modeste pretese di prima ("mi bastano trecentomila lire, cinquecentomila al massimo") comincia a sostituire pretese planetarie: la macchina, la villa, addirittura un circo equestre!

Tag: cinema

Cumulativo film 24

by sasso67 (16/02/2009 - 19:08)

Frank Costello faccia d’angelo (Francia/Italia, 1967) di Jean-Pierre Melville. Con Alain Delon, François Périer, Nathalie Delon, Cathy Rosier. Non penso certo di poter dire qualcosa di nuovo su questo film che, fin dal titolo, non lascia troppo spazio a fantasiose interpretazioni. Il protagonista è un samurai, con un'etica ferrea ed un proprio rituale da rispettare scrupolosamente. Il freddo professionista del film vacilla soltanto un attimo, quando, compiuto l'omicidio per il quale è stato pagato (almeno in parte), viene riconosciuto da una pianista di un night club, la quale, però, rifiuta di dire alla polizia che ha visto Costello sul luogo del delitto. Sarà il fascino dell'arte? Fatto sta che il samurai porta a termine i lavori che gli vengono affidati, oppure paga con la vita per l'inadempimento. Così si spiega il gesto finale, che corrisponde alla lettera con il rituale seppuku dei samurai giapponesi. Anche lo stile filmico di Melville si adegua alla materia di derivazione nipponica: la prima parola del film è pronunciata dopo circa nove minuti e mezzo; scorrono sullo schermo lunghe sequenze senza che i protagonisti dicano una parola, non essendovi un dialogo più del necessario (e molto spesso, invece, la verbosità è un difetto che affligge il cinema francese); i personaggi - in particolare il protagonista - si muovono a scatto come nel teatro kabuki; la macchina da presa segue i personaggi con molti movimenti, sulla scia di Mizoguchi. Un buon film. Voto: 7.

American History X (USA, 1998) di Tony Kaye. Con Edward Norton, Edward Furlong, Fairuza Balk, Beverly D’Angelo, Stacy Keach, Elliott Gould. Il mare apre e chiude questa favola nera (ma purtroppo anche bianca), in cui, se, soprattutto nel finale, un po' di retorica si poteva evitare, il racconto è abbastanza serrato ed avvincente, sebbene il messaggio sia (inattaccabile, per l'amor del cielo) alquanto scontato. Il regista dimostra comunque di saperci fare e di non essere, come purtroppo l'80% dei registi hollywoodiani, un semplice illustratore dei copioni sfornati in serie dalle major del cinema. L'interpretazione contribuisce alla riuscita complessiva dell'operazione "American History X", con la rivelazione (nel 1998) di due ottimi attori come Norton eFurlong. Voto: 6½.

L’harem (Francia/Italia/RFT, 1967) di Marco Ferreri. Con Carroll Baker, Gastone Moschin, Renato Salvatori, William Berger, Michel Le Royer, Clotilde Sakaroff. Raccontava Benigni, prima di rimanere folgorato sulla via dell'Alighieri, che, durante la proiezione di un film porno che la mandava un po' per le lunghe prima di arrivare al momento clou, qualcuno dal fondo della sala esclamò "troppa trama!". Si potrebbe dire la stessa cosa di questo film di Ferreri, che ci sfinisce di chiacchiere su chiacchiere, prima di arrivare ai quindici minuti finali, veramente notevoli. "L'harem" è probabilmente un film cerniera tra la prima maniera ferreriana e i film successivi, tutti tesi a mettere in scena lo svuotamento delle istituzioni che erano ritenute i pilastri della società. Certo, non mi capacito di come si possa sostenere che questo sia o intendesse essere un film misogino: nonostante che la protagonista femminile non sia certo descritta come un'eroina senza macchia, è mai possibile immaginare tre uomini più stronzi di Gianni, Mike e Gaetano? Personalmente, non credo proprio, così come non reputo questo uno dei film migliori di Ferreri: tutt'altro. A parte il finale, salverei soltanto alcuni scorci di Dubrovnik, location scelta peraltro più per ragioni di budget che per vera necessità drammaturgica. Venuto dopo il brutto esperimento ad episodi di "Marcia nuziale", rappresenta una sorta di momento in cui cercare nuove coordinate e nuovi mezzi espressivi, una sorta di riepilogo di raggiungimento della consapevolezza dei propri mezzi espressivi da parte del regista. Fortunatamente si trattò di una riflessione fruttuosa, dato che il passo successivo fu quello che resta probabilmente come il capolavoro di Ferreri, cioè "Dillinger è morto".

Un angelo è caduto (USA, 1945) di Otto Preminger. Con Dana Andrews, Alice Faye, Linda Darnell, Charles Bickford. Lo straniero che arriva, sconosciuto, in una città dell'Ovest e porta scompiglio nella piccola comunità è un tòpos cinematografico, tipico del genere noir, che Preminger si gioca piuttosto bene. La soluzione finale del giallo interessa fino ad un certo punto: quello che più desta curiosità è capire da dove proviene lo sconosciuto, a cosa miri veramente, come si inserisca nella comunità che lo ospita, come si rapporti con le donne che incontra e così via. Buon noir d'atmosfera con una figura inusuale di femme fatale.

Il mondo di Utamaro (Giappone, 1977) di Akio Jissoji. Con Shin Kishida, Mikijiro Hira, Mako Midori, Kyoko Kishida. Interminabile e noiosa versione sulla vita artistica del pittore Utamaro. Lo sfondo erotico non rende giustizia ad un argomento che richiederebbe maggior approfondimento, senza riuscire a rendere bene l'eterno rapporto, spesso difficilmente conciliabile, tra arte e vita. La necessità di sforbiciare, almeno nella versione italiana (che resta, comunque, abbastanza osé, per un film non pornografico), alcune sequenze più spinte rende ancora meno comprensibile l'intera vicenda, che poteva anche avere interessanti agganci storici.

Un eroe borghese (Italia, 1995) di Michele Placido. Con Fabrizio Bentivoglio, Omero Antonutti, Michele Placido, Laura Betti, Ricky Tognazzi. Michele Placido è autore di un cinema solido e d'impegno civile: non è un grande Autore, ma questo "Un eroe borghese" è uno dei suoi lavori migliori, forse quello complessivamente più riuscito. Sono azzeccati gli attori protagonisti -Bentivoglio nel ruolo di Ambrosoli, Antonutti per Sindona e lo stesso Placidoper il maresciallo Novembre - ed anche la fotografia livida della Milano plumbea di fine anni Settanta. Oltre al racconto di un'esperienza di altissimo valore civile, il film di Placido riesce ad offrire, caso abbastanza raro per film del genere, momenti di sobria ma intensa emozione, soprattutto nel rapporto di rispetto, stima ed amicizia che lega l'avvocato e il sottufficiale della Guardia di Finanza, ma anche quello tra il protagonista e la sua famiglia. E sia Ambrosoli che Novembre sono spesso descritti nei rapporti con le rispettive famiglie, con le mogli e con i figli, mentre Sindona si muoveva in un contesto freddo di tanti infidi leccaculo, assassini a pagamento ed avvelenatori di caffè.

Utamaro e le sue cinque mogli (Giappone, 1946) di Kenji Mizoguchi. Con Minosuke Bandō, Kinuyo Tanaka, Kōtarō Bandō, Toshiko Iizuka, Eiko Ohara. E' uno dei film di Mizoguchi più legati alla maniera del regista, quella delle sequenze lunghe, dei piani sequenza e del "montaggio interno". Questo particolare rende interessante il film più della sua stessa materia, intessuta di riferimenti al rapporto tra arte e vita, sotto forma di scontro tra due scuole di pittura, quella classica e quella nuova, influenzata dalla vita vera, rappresentata da Utamaro. Sono fondamentali, in questo film, le figure femminili che ruotano intorno al protagonista, senza una vera e propria trama. La figura centrale è, a mio parere, quella di Okita, una donna che, al contrario di uomini meschini e insignificanti (fa eccezione, naturalmente, lo stesso Utamaro), va dove la porta il cuore, anche se questa scelta dovesse rivelarsi fatale per lei. Come appare evidente, in questo suo modo di affrontare la vita e l'amore, la giovane donna è uguale all'artista, che si ribella alle convenzioni dell'arte contemporanea. Continuo a preferire altre opere del Maestro, ma "Utamaro" è comunque un'ottima prova, considerando soprattutto che Mizoguchi dovette realizzarla sotto lo stretto controllo della censura degli Americani che allora occupavano il Giappone e che si opponevano alla realizzazione di qualsiasi film che parlasse della tradizione nipponica. P.S. Le cinque donne intorno ad Utamaro non sono le sue mogli.

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Cumulativo film 23

by sasso67 (16/02/2009 - 18:26)

Sentieri selvaggi (USA, 1956) di John Ford. Con John Wayne, Jeffrey Hunter, Vera Miles, Natalie Wood. Per qualcuno si tratta del miglior western di Ford; per qualcun altro del miglior film di Ford; per altri ancora (come il mitico Cesare di Piombino) addirittura del miglior film d'ogni tempo. Io continuo a preferire, nella stessa filmografia di Ford, le opere nelle quali ha messo le mani il genietto della sceneggiatura Dudley Nichols: "La pattuglia sperduta" (1934), "Il traditore" (1935) e "Ombre rosse" (1939). "Sentieri selvaggi", grande film al tempo stesso epico e tragico, sarebbe un capolavoro assoluto, a mio parere, se non indulgesse ad ingenui siparietti comici e alle incruente scazzottate che magicamente risolvono tutti i problemi... e più amici di prima. Le immagini della prateria, della Monument Valley, fotografate in VistaVision, con gli improvvisi agguati dei Comanche e gli studiati contrattacchi dei "cercatori", mozzano il fiato. Ed è inconsueto il ruolo di John Wayne, lui probabilmente alla sua prova più matura e riuscita, cui è affidato un personaggio finalmente non tutto positivo. Uscito sconfitto dalla Guerra di Secessione, il suo Ethan Edwards sembra un personaggio della Bibbia, con tanti saldi principi morali, ma con poca pietà per chi non è (o non più) come lui. Senza peraltro capire che il capo indiano Scar (o Scout, com'è tradotto in italiano) non è che il suo alter ego con la pelle rossa: ed infatti il vecchio soldato, alla fine, si ripaga di quello che ritiene irrimediabilmente un selvaggio, con un terribile occhio per occhio, scalpo per scalpo.

Gatto nero, gatto bianco (Jugoslavia/Francia/Germania, 1998) di Emir Kusturica. Con Srdjan Todorovic, Florijan Ajdini, Bajram Severdzan, Sabri Sulejman, Predrag Miki Manojlovic. l secondo tempo dei gitani non è giocato da Kusturica così bene come il primo. Del resto, quello veniva in un periodo fecondo per il regista di Sarajevo, dopo l'interessantissimo esordio "Ti ricordi di Dolly Bell?" ed il gioiellino "Papà è in viaggio d'affari". Anche per un regista che tende alla saturazione dell'inquadratura, così come per il suo popolo caciarone, non è facile riprendersi dopo il periodo underground della guerra fratricida. Anche i gitani, pur provandoci, non sono più gli stessi, il loro sole non scalda più e la fuga dei due giovani Romeo e Giulietta non sembra fatta, al contrario dei viaggi degli zingari, per tornare nella terra natale. Troppo "gitano formato esportazione", il cinema di Kusturica somiglia molto ai dentoni d'oro dei suoi personaggi e troppo anche alla Jugoslavia sfaldata degli anni Novanta: come se mancasse un bersaglio forte (il regime titoista con i suoi ridicoli funzionari e la sua retorica) da satireggiare. Pantagruelico, fantasioso, colorato, tragico e divertente, Kusturica in alcuni momenti traballa come un pugile suonato sul punto di andare al tappeto.

L’uomo che uccise Liberty Valance (USA, 1961) di John Ford. Con John Wayne, James Stewart, Lee Marvin, Vera Miles, Edmond O’Brien, Lee Van Cleef. Pur non essendo l'ultimo western di John Ford, è opera crepuscolare e riepilogativa dei temi cari al regista. In questo senso si spiega anche la tanto criticata (Tullio Kezich parlò di "spettacolo penoso") scelta di due attori anzianotti per i personaggi dei protagonisti. L'approccio di Ford è sottolineato anche dalla bella fotografia di William M. Clothier) e dal punto di vista un po' eccentrico - si fa per dire - con il quale viene conclusa la sparatoria decisiva. La leggenda sta per prendere il sopravvento e finisce l'epoca dell'epica: l'unico personaggio, il giornalista Peabody, che tenta di usare il linguaggio omerico - apostrofando il bandito con un "ecco Liberty Valance e i suoi Mirmidoni" - viene sonoramente malmenato. E' ben costruito, comunque, questo film che racconta di una parte degli Stati Uniti che si trasforma da prateria in ferrovia, da deserto in giardino, dove il fiore di cactus cede il posto ai fiori più belli e dove i codici della legge riescono (ma quanto faticosamente!) a prendere il posto delle pistole.

Shriek – Hai impegni per venerdì 17? (USA, 2000) di John Blanchard. Con Tiffani-Amber Thiessen, Julie Benz, Harley Cross, Simon Rex, Coolio. Scarsa parodia di film horror, che presuppone la conoscenza degli originali. Un paio di volte strappa anche la risata, ma esclusivamente grazie alla legge dei grandi numeri: del resto, nella sua carriera, vuoi che un paio di risate, magari casualmente, non le abbia strappate anche Gianni Ciardo?

La Zona (Messico, 2007) di Rodrigo Plá. Con Maribel Verdù, Carlos Bardem, Marina de Tavira, Mario Zaragoza, Andrés Montiel, Daniel Tovar. La Zona siamo noi. E' una metafora del nostro mondo occidentale, che si chiude o tenta di farlo a qualsiasi penetrazione dall'esterno. E' un quartiere di Città del Messico, come fosse una Lampedusa in mezzo al Mediterraneo, ma circondata dal filo spinato. Nella prima parte del film, lo stile di Plá tende un po' troppo a quello di Shyamalan, ed il film ne risulta un po' misterioso e un po' confuso. Mano a mano, però, che la storia procede, la tensione sale e crescono anche l'interesse e l'attenzione dello spettatore. Fino ad un finale tra i più terribili, nel quale verrebbe da sentenziare che pietà l'è morta, se non fosse per il barlume rappresentato dall'inefficace ma non inutile gesto di un giovane abitante della zona (Daniel Tovar), che somiglia incredibilmente alla Trota, cioè al figlio di Bossi.

Serafino (Italia, 1968) di Pietro Germi. Con Adriano Celentano, Ottavia Piccolo, Saro Urzì, Francesca Romana Coluzzi, Nazzareno natale, Gino Santercole, Luciana Turina, Nerina Montagnani. La stessa scelta di affidare la parte del protagonista a Celentano lascia pensare che Germi avesse in mente un'operazione un po' surreale, un po' a metà tra la favola boccaccesca (intesa alla Calandrino, ma anche con il vitalismo sensuale di molte novelle del "Decameron") ed il cartone animato. L'uso del colore in funzione espressiva, nonché di un linguaggio dialettale affidato ad interpreti provenienti da regioni diverse da quella (dovrebbe essere l'Abbruzzo di johnnypalombiana citazione) in cui è ambientata la vicenda. Germi affronta i temi che gli sono cari, ma anche quelli portati dai temi - non dimentichiamo che il film è del '68 - alla sua maniera e senza gli intellettualismi tipici, all'epoca, di molti suoi colleghi: è più viva che mai la polemica contro il matrimonio, il luogo di ritrovo e di socializzazione per eccellenza è l'osteria, dove, come nel "Ferroviere", la fanno da padroni il vino e il canto. "Serafino" non è un prodotto dei migliori nella cinematografia germiana, ma è, a mio parere, l'ultima opera del regista con una sua logica.

Sotto le bombe (Francia/Libano/GB/Belgio, 2007) di Philippe Aractingi. Con Nada Abou Farhat, Georges Khabbaz, Rawia Elchab, Bshara Atallah. Uno dei finali più sconvolgenti mai visti (almeno a mia memoria) conclude degnamente un film molto bello, ma che non è un capolavoro come ha incautamente proclamato Cristina Borsatti sulle pagine di Film TV. Alcuni scorci del Libano martoriato ricordano i capolavori del neorealismo (si pensa in particolare a "Roma città aperta" e "Paisà"), così come alcune carrellate sulla figura della brava Nada Abou Farhat fanno venire alla mente analoghe camminate disperate diAnna Magnani. Qualche altro momento del film, invece - e si pensa in particolare ad alcuni vicoli ciechi incontrati durante la ricerca -, rimandano agli scassati viaggi dei film di Kiarostami. E tuttavia qualche eccesso sentimentale ed una scena di sesso che grida vendetta di fronte ad Allah, per quanto è gratuita ed inusitata, inficiano parzialmente la riuscita di un film che va comunque visto e che oggi è, purtroppo, più che mai attuale.

South Park – Il film (USA, 2000) di Trey Parker. La potenza del turpiloquio. Anziché al pascoliano fanciullino, il film di Parker si rivolge alla piccola carogna che alberga dentro ciascuno di noi. E tocca le corde giuste, strappando spesso la risata e riuscendo, nel finale, perfino a commuovere. Se i simpatici responsabili della versione italiana si fossero scomodati a sottotitolare i numeri musicali - che sono piuttosto numerosi - si sarebbe potuto sfiorare il piccolo capolavoro; ma anche così, nonostante l'ignavia dei suddetti signori, "South Park" è davvero un filmetto intelligente e divertente, sebbene riservato agli adulti.

Tag: cinema

Cumulativo film 22

by sasso67 (31/01/2009 - 13:40)

La vendetta dei 47 ronin (Giappone, 1941) di Kenji Mizoguchi. Sceneggiatura di Ken’ichirō Hara e Yoshikata Yoda. Con Chōyurō Kawarazaki (Kuranosuke Oishi), Yoshizaburō Arashi (Asano), Manpoyo Mimasu (Kozunosuke Kira), Kanemon Nakamura (Sukemon Tomimori), Utaemon Ichikawa (Tsunatoio Tokugawa), Mitsuko Miura (Yosenin, la moglie di Asano), Mieko Takamine (Omino). La diligenza che correlungo la prateria, inseguita dagli indiani, è una delle sequenze più famose della storia delcinema e si trova in "Ombre rosse" di John Ford. Essa è l'apice e la sorgente di tanto cinema americano, tutto basato su scene di pura "azione". L'opposto di questo modo d'intendere il cinema è rappresentato da Mizoguchi, differentemente dal suo connazionaleKurosawa, grandissimo ammiratore di Ford. Basta confrontare "La vendetta dei 47 ronin" con "I sette samurai", per rendersi conto delle immense diversità tra le due filosofie cinematografiche. Il cinema diMizoguchi si fa, specialmente in "La vendetta dei 47 ronin", cerimonia: il rifiuto per le scene d'azione o di combattimento, ma anche per le scene ad effetto (non sono mai mostrati neppure i numerosi seppuku che hanno luogo durante tutto lo svolgimento del film), a vantaggio delle sequenze nelle quali i personaggi discutono della necessità o meno di determinati comportamenti, trasporta il cinema di Mizoguchi sul piano, appunto, della cerimonia, che non significa certo celebrazione od esaltazione della filosofia che sta alla base dell'agire dei protagonisti. Anzi, quello di Mizoguchi è un sottile modo di criticare la rigida applicazione del "bushido", il codice del samurai, che sacrifica al senso del dovere verso il daimyo (il signore al cui servizio operano i samurai) la vita, l'affetto, gli amori dei personaggi che vi si vanno a scontrare. Va tenuto conto, peraltro, del fatto che le due parti in cui il film di Mizoguchi è suddiviso furono girate ed uscirono nei cinema nipponici proprio a ridosso dell'aggressione di Pearl Harbor e quindi del fragoroso ingresso del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale: pertanto Mizoguchi dovette cantare e suonare la musica che gli era permesso in quei tempi bui. Ed infatti il film piacque molto alle autorità giapponesi - proprio per questa presunta esaltazione del senso del dovere manifestato dai samurai - ma poco agli spettatori (a causa della mancanza assoluta d'azione). E tuttavia, l'adesione del metodo cinematografico mizoguchiano (sequenze lunghe, piani-sequenza, movimenti di macchina, profondità di campo) all'essenza della materia narrata, ai sentimenti dei personaggi, fanno di "La vendetta dei 47 ronin" un grande, fluviale, capolavoro. Dove niente, o molto poco, è come sembra, perché dietro le sembianze di un giovane samurai può nascondersi una ragazza che vuole stare vicino fino all'ultimo al promesso sposo, perché dietro al comportamento dissoluto di un anziano guerriero può nascondersi un'astuta strategia tesa alla vendetta del suo signore, perché l'aggressore può essere il "buono" e l'aggredito il "cattivo", perché dietro al gesto di una moglie che abbandona il marito nel momento in cui questo decide di compiere il proprio dovere può nascondersi uno smisurato gesto d'amore e sacrificio (Dario Tomasi, nel suo "Castoro" su Mizoguchi, sintetizza così la scena dell'addio tra Oishi e la moglie: «il semplice "abbi cura di te" pronunciato da Oishi e la sua mano allungata, in tensione e stretta ai bordi del braciere che separa l'uomo dalla donna, valgono più di mille "I love you"»).

W. (USA, 2008) di Oliver Stone. Con Josh Brolin, Elizabeth Banks, Richard Dreyfuss, Ellen Burstyn, Stacy Keach, Scott Glenn, James Cromwell. George Walker Poldo Sbaffini Bush, divoratore di panini ed essiccatore di Jack Daniels era un paninaro, pecora nera della famiglia, senza molto cervello ma con una memoria elefantina. La memoria che l'ha portato, insieme a una notevole tenacia e a un culo che non finisce mai, alla presidenza americana. Credo che gli americani, guardando questo film di Stone, abbiano visto sé stessi allo specchio, loro che hanno eletto quell'uomo per ben due volte: e non dev'essere stato un bel vedere. Il regista mette in scena, con stile volutamente paratelevisivo (la presidenza di Bush Jr. è stata una delle più televisive della storia), la resistibile ascesa e la tragicomica epopea di un uomo che è arrivato sul gradino più alto del mondo senza sapere perché e cosa farci. Consigliato da uomini avidi e miopi, George W. ha pensato di comprendere meglio di loro l'umore della gente e si è assunto la responsabilità di assurdità politico-militari senza precedenti nella storia degli USA. Il risultato non è perfettamente riuscito; si nota qualche incongruenza di troppo (ma come fa Laura, così sensibile, intelligente e democratica, ad innamorarsi di botto di questo scimmione?), ma grazie a Dio ed alla Democrazia, in America si possono ancora girare film come questo (canto un Requiem preventivo per un regista che osasse la medesima operazione sullo Zar Putin). Ed anche eleggere un Presidente come Obama dopo uno come "Dubya" Bush.

Il sole (Russia/Francia/Italia/Svizzera, 2005) di Aleksandr Sokurov. Con Issey Ogata, Robert Dawson, Kaori Momoi, Shiro Sano, Shinmeji Tsuji.  L'imperatore Hirohito sembra vivere e pensare in una terra di mezzo. Una terra di mezzo che separa le divinità dai comuni esseri mortali, una terra di mezzo dove abita chi non sa scegliere tra l'amata passione per la biologia animale e gli affari di stato, dove si dibatte chi non sa scegliere tra la pace, subito e per sempre, e una guerra fino all'ultimo uomo. Emblematica la sequenza del consiglio di guerra, che si svolge nel bunker, insieme a ministri e generali, dove il discendente della dea del sole non sa far di meglio che raccontare la parabola del pescegatto. Questo diSokurov è un film eccezionale, perché nel breve spazio in cui si svolge la sua "azione" (se così si può chiamare) ci spiega, di questo enigmatico personaggio, più di cento trattati. A costo, purtroppo, di rendercelo quasi simpatico: non ci scordiamo che proprio il Tenno aveva mandato un'intera nazione al massacro, al fianco di Hitler e Mussolini, senza un vero perché. Hirohito, in realtà non sembra rendersene neanche conto, vissuto com'è, da sempre, in una realtà irreale, nella quale il suo cameriere, chiedendogli ogni volta il permesso, gli abbottonava perfino i bottoni della camicia. E si vede il suo spaesamento quando viene portato ad incontrare il generale MacArthur, che lo accoglie con il disprezzo che si deve ad un criminale di guerra sconfitto e poi lo congeda quasi con compassione. E quell'omino con la tuba, davvero molto simile al Charlie Chaplin delle comiche, è talmente smarrito da non capire neppure come si gira la maniglia per aprire la porta d'uscita. In tutto questo, Sokurov non fa mancare tocchi d'ironia (si veda la scena finale dell'imperatore con il vecchio cameriere), per un film che ci consegna un regista non solo esperto e geniale, ma anche maturo e sicuro di sé. Issey Ogata è un attore che non conoscevo, ma che qui offre una prestazione superlativa.

La strada della vergogna (Giappone, 1956) di Kenji Mizoguchi. Con Machiko Kyo, Ayako Wakai, Aiko Mimasu, Michiyo Kogure, Yumeko Urabe, Eitaro Shindo. Questo non doveva essere l'ultimo film di Mizoguchi, che infatti La strada della vergogna (Mikki)stava lavorando, con i suoi sceneggiatori, ad un nuovo progetto. Purtroppo, la leucemia non gli consentì di realizzare nuovi film, per una carriera che, già così, è fittissima ed intessuta di una serie che alterna grandi film a capolavori assoluti. "La strada della vergogna" è, secondo me, un grande film. Parla di problemi sociali, cui la prostituzione, tematica superficiale della storia narrata, è solo uno, forse il più degradante per le donne che vi approdano, dei possibili sbocchi. Nessuna delle cinque protagoniste del film è orgogliosa del proprio mestiere, accettato per assoluta necessità: quella di far crescere un figlio, di mantenere un marito malato, di accumulare i soldi per iniziare un'attività "onesta", ma anche quella di ribellarsi e far ricadere la vergogna su un padre che, con i suoi continui tradimenti, ha fatto morire la moglie di crepacuore e distrutto la famiglia. Mizoguchi, però, qui mette in evidenza tutte le contraddizioni di un paese che, alla metà degli anni Cinquanta, cessata ormai l'occupazione americana, sta correndo come un pazzo verso l'industrializzazione, lasciando indietro però molti dei suoi figli più deboli, e mantenendo, per di più, alcuni schemi mentali appartenenti ad una tradizione dura a morire. Così, per esempio, mentre contro le donne che esercitano il mestiere di prostitute si scagliano gli strali di tutti coloro che si ritengono moralmente onesti, gli uomini che frequentano il bordello sono semplicemente dei "clienti". In questo senso, Mizoguchi rifiuta di dare un giudizio negativo su Yasumi, la prostituta che carpisce il denaro ai clienti, abbindolandoli con la promessa di fuggire con loro, e, per di più, presta soldi a strozzo anche alle colleghe. Il giudizio morale di Mizoguchi sul problema della prostituzione, tuttavia, è chiaro, e si capisce da quale parte stia nel dibattito sulla messa al bando dei bordelli, quando mostra, nella scena che chiude, sfortunatamente, la sua filmografia, la faccia disperata della "novizia" che tenta di imitare le colleghe più scafate nell'adescamento.

Giovani, belle… probabilmente ricche (Italia, 1982) di Michele Massimo Tarantini. Con Carmen Russo, Nadia Cassini, Olivia Link, Gianfranco D’Angelo, Michele Gammino, Lucio Montanaro. Tarantini, autore di una serie lunghissima di commediacce notevolmente mediocri, prova qui diverse strade, dalla satira germiana sull'ipocrisia delle cittadine di provincia alla commedia sofisticata basata sulla necessità di adempiere le condizioni per ottenere un'eredità, dalla pochade alla maniera diFeydeau fino alla commedia erotica. E fallisce su tutti i fronti che apre. Insomma il film non coinvolge, non eccita e non fa mai ridere. Nemmeno per sbaglio.

Rosetta (Belgio, 1999) di Jean-Pierre Dardenne e Luc Dardenne. Con Emilie Dequenne, Fabrizio Rongione, Anne Yernaux, Olivier Gourmet. La camera a spalla sta talmente addosso ai personaggi - specialmente a Rosetta - da andarci spesso, volutamente, a sbattere contro. E' il cinema deiDardenne: la loro intenzione è, appunto, quella di farci sbattere il muso contro situazioni che vogliamo rimuovere dalla nostra vita quotidiana, contro personaggi, come Rosetta, che hanno il terrore di essere espulsi ed emarginati dalla società. Rosetta, in questo senso, è tutti noi, perché mira ad essere una tessera del mosaico umano che sono le nostre città d'oggi: non le interessa neppure il denaro, non vuole lucrare, come fa Riquet, sulle cialde vendute nel chiosco: vuole un lavoro come tutti noi (fortunato chi ce l'ha, verrebbe da dire con il senno di oggi), vuole essere come tutti noi. Ma Rosetta ragiona poco, agisce con l'istinto, probabilmente quello ereditato dalla madre, che si prostituisce per pochi spiccioli, da investire in alcol nel quale annegare la propria miseria materiale e morale. E l'istinto spinge Rosetta a tradire Riquet per ottenere il suo posto di lavoro. Con un inizio di presa di coscienza, però, la ragazza si pentirà del proprio gesto ed avrà, forse, la possibilità di iniziare una nuova vita. In questo senso è eccezionale la sequenza finale, nella quale Rosetta, tormentata dal rumore fastidiosissimo del motorino di Riquet (il tarlo della coscienza macchiata?), cade tre volte con la bombola del gas in braccio, proprio come Gesù Cristo, oberato dalla croce, sulla via del Golgota. Con questo grandioso finale, che sta alla pari con qualche rogo di Giovanna d'Arco messo in scena da grandi maestri del cinema, i fratelli Dardenne riscattano anche qualche momento di stanca e qualche forzatura drammaturgica, che continuano a farmi preferire "Il figlio" a questo film.Sulla regia di Jean-Pierre Dardenne. Due anni fa Montescudaio gli ha conferito la cittadinanza onoraria. Da venticinque anni passa le vacanze nel mio paese e per la maggior parte di questo periodo nessuno ha saputo chi fosse. Chi lo conosce lo descrive come una persona schiva ma educatissima, insomma come un uomo squisito. Sulla regia di Luc Dardenne. Lui s'è visto un po' meno :)

Roma drogata: la polizia non può intervenire (Italia, 1975) di Lucio Marcaccini. Con Bud Cort, Marcel Bozzuffi, Eva Czemerys, Guido Alberti, Leopoldo Trieste, Maurizio Arena, Umberto Raho. Film irrisolto e confuso di tal Marcaccinida Rimini. La costola principale di "Roma drogata" sembra voler trasporre in territorio italico un paio di modelli che avevano segnato la cinematografia americana d'inizio anni Settanta, come "Easy Rider" (le corse in moto, i deliri lisergici) e "Fragole e sangue" (le contestazioni studentesche, le reazioni della polizia, la presenza diBud Cort), mentre la parte prettamente poliziesca, preannunciata dalla seconda metà del titolo - "la polizia non può intervenire" -, sembra pensata, girata e appiccicata in un secondo momento. L'intenzione del regista era probabilmente quella di uscire dai cliché del genere, ma l'impressione è che il film abbia deragliato completamente, come testimoniano anche alcune scelte di cast davvero discutibili, come Maurizio Arena in veste di siciliano eLeopoldo Trieste, killer con gabbia avicola, oltre tutto doppiato.

Moloch (Russia/Germania, 1999) di Aleksandr Sokurov.Con Leonid Mozgovoj, Elena Rufanova, Leonid Sokol, Yelena Spiridonova. Non mi è piaciuto molto. Del resto, i lati di follia del carattere di Hitler erano più che noti da tempo. L'aspetto migliore del film, affrontato con grande serietà da Sokurov, mi sembra la creazione del personaggio di Eva Braun, l'unica che, fra tanti lacchè del fuhrer, aveva il coraggio di gridargli in faccia che il re è nudo. Nonostante questo, anche la donna, rinchiusa nella sua fortezza sui monti nebbiosi, non è meno colpevole, per la sua connivenza, rispetto ad un complessato scrittore mancato come Goebbels o ad un ignorante patentato e clownesco come Bormann. Eppure, tutto l'insieme non mi convince fino in fondo, forse perché Sokurov dà per scontate troppe cose. Certo, ascoltare i deliri infantili di Hitler spinge a riflettere sull'immaturità dei popoli che mandano al potere certi soggetti assurdamente dannosi.

Zora la vampira (Italia, 2000) dei Manetti Bros. Con Toni Bertorelli, Micaela Ramazzotti, Carlo Verdone, Ivo Garrani, Alessia Barela, Valerio Mastandrea, Chef Ragoo, Raffaele Vannoli. Il primo horror cattocomunista? Boh, fatto sta che l'unione tra la Chiesa stradaiola di Don Ivo Garrani e i centri sociali produce le bottiglie Molotov all'acqua santa, pronte ad essere lanciate contro il vampiro venuto a Roma dalla Transilvania. E produce poco d'altro, quasi niente. Il film non è divertente, risolvendosi in una serie di macchiette risapute che lascia interdetti, compresa una inutile caratterizzazione strillata di Carlo Verdone, anche produttore del film. A me sembra che, goliardia da rimpatriata liceale a parte, ifratelli Manetti abbiano solo una vaghissima idea di cosa significhi fare un film. Tra insulse figurine (i due tossici che punteggiano la storia sono penosi, ma anche Toni Bertorelli c'entra come il cavolo a merenda) e arbitarai sviluppi della sceneggiatura, il film arriva alla fine a pezzi e bocconi, vantando al suo attivo soltanto l'agente Cuccureddu (il bravo caratterista Sandro Ghiani), infiltrato tra i politicanti del centro sociale. Troppo poco, cari fratellini.

Storie (Francia, 2000) di Michael Haneke. Con Juliette Binoche, Thierry Neuvic, Josef Bierbichler, Luminita Gheorghiu. I film di Haneke sono generalmente interessanti, anche quando non sono riuscitissimi. Il regista austrotedesco è uno degli autori europei più da tenere d'occhio, nel panorama attuale. Questo "Storie" non mi ha esaltato, ma tutto sommato è un acuto sguardo sulla società d'oggi, puntato su Parigi, una delle realtà più emblematiche, dove l'integrazione va di pari passo con un sentimento strisciante di razzismo e di disagio sociale, che può sfociare, come è successo qualche anno fa, in rivolte delle periferie. Forse è soprattutto una grossa carenza affettiva, come sembra dimostrare l'episodio del giovane arabo sulla metropolitana.

Tag: cinema

Cumulativo film 21

by sasso67 (31/01/2009 - 12:36)

Fino all'ultimo respiro (Francia, 1960) di Jean-Luc Godard. Con Jean-Paul Belmondo, Jean Seberg, Van Doude, Henri-Jacques Huet. A volte sarebbe meglio non vederli nemmeno, film come questo, ultra esaltati dalla critica, ma ormai fruibili soprattutto come documento storico. Questo non è stato neppure il primo tentativo di vedere questo (come dice Mereghetti) "capolavoro della nouvelle vague", ma le altre volte avevo desistito per noia e fastidio: questa volta mi sono imposto di vedere il film (direi che fino a qui possiamo accordarci tutti: è un film) dall'inizio alla fine. E non nego la sua importanza nella storia della cinematografia mondiale: solo per dirne una, il rifiuto dell'uso del carrello in favore della macchina a mano è una chiara istanza di libertà del cinema, un po' come nel confronto tra il bufalo e la locomotiva in "Bufalo Bill" di De Gregori. E così pure i salti bruschi nel montaggio si schierano contro un' eccessiva levigatezza del linguaggio cinematografico, tipica dei prodotti della majors hollywoodiane. Però, trattandosi di un film, si dovrebbe chiedere qualcosa di più che i mascelloni di Belmondo o i suoi discorsi che sono di una banalità sconcertante. Qui, al cospetto di tanta tecnica e di cotanta riflessione filosofica sul cinema, manca l'anima, quella che si trova, a piene mani, nei "Quattrocento colpi" diTruffaut o anche in "Le signe du Lyon" di Rohmer.

I diamanti dell'ispettore Klute (USA, 1972) di Tom Gries. Con Donald Sutherland, Jennifer O'Neill, Robert Duvall, Patrick Magee. A un certo punto si ha addirittura un triplice inseguimento automobilistico multiplo: da una parte il poliziottoDuvall insegue un trafficante di diamanti, da un'altra una diversa pattuglia della polizia insegue un finto trafficante (uno specchietto per le allodole), mentre un terzo inseguimento coinvolge una bionda su una decappottabile, una Porsche verde e infineDonald Sutherland su una scassona arancione. Il che ha anche qualche effetto comico, poiché mentre le altre macchine saltano come grilli tra le cunette di Miami, la scassona di Sutherland-Klute perde i pezzi ad ogni sbalzo. Il divertimento finisce qui. Prima di tutto il personaggio interpretato da Donald Sutherland (una vera icona per il cinema americano dei primi anni Settanta) si chiama Klute soltanto nell'edizione italiana, per sfruttare il successo del film "Una squillo per l'ispettore Klute" con Jane Fonda e lo stesso baffetto canadese. Qui il personaggio, in originale, si chiamerebbe addirittura Andy Hammond e con il film di Pakula non c'è il minimo collegamento, anche perché qui il supposto Klute è sì ispettore, ma di una compagnia assicurativa. Per di più i nostri distributori hanno la bella pensata di inserire nei dialoghi italiani frasi del tipo "tutto sommato mi sembri un gran fregnacciaro". Complimenti a loro ed anche al regista Tom Gries che, con Sutherland e Robert Duvall nel cast, non trova di meglio che ammorbarci questa fregnacciata.

Ogni cosa è illuminata (USA, 2005) di Liev Schreiber. Con Elijah Wood, Eugene Hutz, Jonathan Safran Foer, Stephen Samudovsky, Zuzana Hodkova.Veramente bello. Un viaggio nella memoria, un invito ad essere pignoli, perché così si riesce a notare e a conservare il ricordo attraverso gli oggetti. Oggetti che dal passato ci illuminano attraverso l'attenzione che riserviamo ad essi. Ed anche un invito a ritrovare in sé stessi un pezzettino degli altri, anche di coloro che ci sembrano così diversi da noi. L'ottimo regista - già attore Liev Schreiber ci racconta tutto questo con un film che riesce a ricreare la natura dell'Ucraina con un occhio magico alla Tim Burton, ma con un'ironia che non fa scadere l'intensa emozionalità di certe scene nel patetico o nel mieloso. Merito, naturalmente, anche del testo che sta alla base del film, il romanzo diJonathan Safran Foer, nonché di un gruppetto di attori di poco nome (l'unico più che noto èElijah "Signore degli Anelli" Wood) e di grande resa, che sanno dare volto e faccia ai palpiti della sceneggiatura scritta dallo stesso regista. 
Sulla regia di Liev Schreiber

Un bellissimo esordio per un regista che rivendico con orgoglio mio coetaneo.


Sull'interpretazione di Eugene Hutz

Il leader e cantante del gruppo gypsy-punk Gogol Bordello si dimostra anche valido interprete cinematografico. Peccato non averlo potuto ancora apprezzare in "Filth And Wisdom".

 

Nel giorno del Signore (Italia, 1970) di Bruno Corbucci. Con Lando Buzzanca, Igli Villani, Fred Robsham, Erminio Macario, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Ira Furstenberg, Mario Carotenuto, Vittorio Caprioli, Franca Valeri.Qualcuno l'ha voluto far passare per un'imitazione di "Nell'anno del Signore" di Luigi Magni, cui rimanda soltanto con il titolo. Il film di Magni era in realtà ambientato nell'Ottocento, mentre questo si svolge nei primi anni del Cinquecento (Raffaello Sanzio morì nel 1520). Volendo sottilizzare, quanto a trama somiglia di più al Rugantino diGarinei e Giovannini, mentre se non si fosse trattato di un film bloccato per anni dalla censura sovietica, si potrebbe dire che si tratta di una parodia addirittura di "Andrej Rubliov" di Tarkovskij. Vabbe', ho bestemmiato, scherzavo. Purtroppo "Nel giorno del Signore" non fa ridere quasi mai: nonostante la buona volontà di tanti interpreti di valore, si salvano solo Caprioli e la Valeri (seppure confinati in parti che confermano, in macchietta, antichi pregiudizi sugli ebrei) e il terzetto composto da Franchi, Ingrassia e Carotenuto. Il resto è scialbissima commedia all'amatriciana.

La polizia interviene: ordine di uccidere! (Italia, 1975) di Giuseppe Rosati. Con Leonard Mann, James Mason, Enrico Maria Salerno, Antonella Murgia, Janet Agren. Sarebbe anche un poliziottesco niente male, se non fosse per il dominio assoluto, davvero eccessivo, dei soliti marchi di bevande: Fernet Branca, J&B, Punt e Mes, acqua Pejo. Il povero Mimmo Poli, nella parte di un ristoratore, è addirittura costretto a recitare la seguente battuta: "le porto un Fernet Branca, proprio come piace a lei: forte e vellutato". Per non parlare di una scena patetica - la morte della fidanzata, peraltro cornificata più volte, del capitano Murri - che farebbe rabbrividire la buonanima di Mario Merola. Il discorso, insomma, rimane meno che a metà, mentre non si capisce a che radice appartenga la malavita dipinta nel film. Un'occasione buttata.

Simpatici & antipatici (Italia, 1998) di Christian De Sica. Con Christian De Sica, Gianfranco Funari, Alessandro Haber, Andrea Roncato, Simona Izzo, Leo Gullotta, Marco Messeri, Paolo Conticini, Monica Scattini, Piero Natoli, Angelo Bernabucci. Il film di De Sica figlio (sempre meglio specificare di chi si tratta) saccheggia letteralmente il repertorio sordiano (dal "Conte Max" al "Seduttore"), ruba a piene mani anche da "Compagni di scuola" del cognato Carlo Verdone, compresa una buona fetta del cast (lui stesso, Natoli,Bernabucci) e ricalca una scena, affidandola al bravo Alessandro Haber, da "Io la conoscevo bene" di Pietrangeli. A parte il finale, nel quale lo stesso Haber trovafinalmente lavoro in televisione a fare le telepromozioni, l'unico personaggio davvero riuscito, modellato sul vero Cesare Previti, è quello di Gianfranco Funari, che strappa anche qualche franca risata. Ma il film non funziona e si risolve nell'ennesima ciofeca christiandesichiana. Firmato Badoglio!

Tag: cinema

Cumulativo film 20

by sasso67 (23/01/2009 - 20:50)

HANNO FATTO DI ME UN CRIMINALE (USA, 1939) di Busby Berkeley. Con John Garfield, Gloria Dickson, Claude Rains, Ann Sheridan. Le strane leggi di Hollywood spesso somigliano misteriosamente a quelle della vecchia leva dell'esercito italiano, per cui, se uno nella vita faceva il barista lo assegnavano alla guida di un camion, mentre se faceva il meccanico lo mandavano in cucina (solo idraulici e falegnami continuavano a fare il loro mestiere: naturalmente al servizio personale degli ufficiali e delle loro famiglie). Allo stesso modo, un grande coreografo come Busby Berkeley, che non dirigeva neanche le sequenze non ballate dei suoi musical, viene messo a dirigere questo noir d'ambiente pugilistico che, proprio per il disinteresse del regista, risulta inconcludente e scontato. Totò avrebbe forse detto: le ferrovie ai ferrovieri e i noir ai negrieri. Non risolleva di molto il film neppure la prova di un giovane John Garfield. Il lieto fine squalifica definitivamente l'intera operazione.

THE CLEANER (USA, 2007) di Renny Harlin. Con Samuel L. Jackson, Ed Harris, Eva Mendes. Poco comprensibile thriller, nel quale si lasciano coinvolgere alcuni valorosi attori, quali Samuel L. Jackson (che non è più riuscito a trovare un ruolo all'altezza del Jules di "Pulp Fiction" ed Ed Harris. La presenza di Eva Mendes, non brava per quanto è bella, rende tutto un po' troppo "Hollywood media". Però il filmetto può piacere a chi abbia del dinema un'idea abbastanza tradizionale (mia madre me ne aveva parlato in termini addirittura entusiastici).

NEMICO PUBBLICO (USA, 1931) di William Wellman. Con James Cagney, Jean Harlow, Edward Woods, Joan Blondell. Non si può negare che si tratti di un film importante, efficace e sostenuto da un buon ritmo, dato da una regia essenziale, con il gusto dell'ellissi quando serve (come dimostra l'inquadratura della mano del poliziotto ucciso durante il primo furto di Tom e compagnia). Così come, d'altra parte, non si può negare che gran parte della riuscita del film sia da attribuire alla modernissima e carismatica interpretazione di un grande, quasi istrionico, James Cagney.

ANIME IN DELIRIO (USA, 1947) di Curtis Bernhardt. Con Joan Crawford, Van Heflin, Raymond Massey, Geraldine Brooks.Nessuno è perfetto, tanto meno tra i personaggi di questo film. Che sia in delirio l'anima di Louise, la protagonista, lo si può capire fin dall'inizio, ma anche gli altri non stanno poi così bene. A meno che molte delle informazioni che ci vengono fornite non siano a loro volta filtrate dall'ottica distorta della stessa Louise. Più che un noir, "Anime in delirio" è un film psichiatrico, o quanto meno un noir psichiatrico, imparentato con certe prove hitchcockiane quali "Rebecca la prima moglie" e "La donna che visse due volte". Le atmosfere brumose, create sapientemente da Bernhardt, hanno una buona resa, così come l'ottima interpretazione di Joan Crawford e quella di Van Heflin, assai più brillante del mite contadino che interpreterà in "Quel treno per Yuma".

PORGI L'ALTRA GUANCIA (Italia, 1974) di Franco Rossi. Con Bud Spencer, Terence Hill, Jean-Pierre Aumont, Robert Loggia, Jacques Herlin. Bud Spencer e Terence Hill esportano in Sud America la teologia dello sganassone. Il film inanella alcune lunghe sequenze di scazzottate, durante le quali i due protagonisti rifiutano implicitamente - ma altrettanto chiaramente - il precetto cristiano del titolo. Eppure sono proprio i due frati - dei quali uno solo è veramente tale - a dare il miglior esempio evangelico, mettendosi dalla parte degli umili (un po' come i Gesuiti delle “riduzioni” ritratti in "Mission" di Joffé), contro gli sfruttatori e le gerarchie ecclesiastiche.

KUNG FU PANDA (USA. 2008) di Mark Osborne e John Stevenson. Questa volta la Dreamworks offre davvero un prodotto davvero incantevole, che riconcilia chiunque - grande o piccino che sia - con il mondo dei cartoni animati. Merito di Po, il panda gigante che fa l'apprendista cuoco nel ristorante del padre, ma sogna di essere un campione di kung fu. Con l'aiuto del maestro Shifu, Po saprà usare come arma, oltre alla forza dell'avversario, innanzitutto le proprie debolezze: il lardoso panzone, un appetito insopprimibile e la capacità di rimbalzare come un pallone da basket. Ma soprattutto la sua bontà ed intelligenza. Divertente.

GRAZIE NONNA (Italia, 1975) di Franco Martinelli. Con Edwige Fenech, Giusva Fioravanti, Enrico Simonetti, Valeria Fabrizi.Filmetto squallido ambientato nei dintorni di Pisa e che ha per protagonista, oltre al corpo della Fenech, il giovane Giusva Fioravanti, che tutti purtroppo conosciamo. Oltre a non far mai ridere, il film incorre nel gravissimo reato di confondere pericolosamente parlata e usanze pisane e livornesi, senza conoscerne il rischio. Ad esempio, entrare in un barrino di Piazza dei Miracoli a Pisa e ordinare spericolatamente "due poncini" può condurre il malcapitato a buscarsi, in contraccambio, "du' storci di 'ollo".

DIARIO SEGRETO DI UN CARCERE FEMMINILE (Italia, 1973) di Rino Di Silvestro. Con Jenny Tamburi, Anita Strindberg, Massimo Serato, Eva Czemerys, Gabriella Giorgelli, Cristina Gaioni, Bedy Moratti. Una ragazza, fidanzata con un trafficante di droga rimasto ucciso in un incidente, è arrestata come complice. Diventa così, in carcere, la preda di due clan mafiosi rivali che vogliono rispettivamente farla parlare e tacere per sempre. Una delle occasioni in cui il cinema italiano ha messo in mostra la quantità maggiore di tette e chiappe femminili. Per farlo, ha utilizzato il pretesto del film carcerario, inframmezzato da alcune scene ambientate fuori dalla prigione, allo scopo di arrivare alla durata canonica senza che gli spettatori, compresi i più incalliti pipparoli, avessero crisi di rigetto per la mercanzia così generosamente esposta (purtroppo è così: le donne del film sono messe in evidenza come quarti di bue). Il carcere del film somiglia molto da vicino ai lager nazisti, in mano com'è a una secondina lesbica e sadomasochista e a un direttore mafioso. Le donne sono belle, non c'è che dire (la mia preferita è Valeria Fabrizi), ma la credibilità sta a zero: e basti pensare all'improbabile accento siciliano cui è costretta la russo-tedesca (seppure italiana d'adozione ) Eva Czemerys.

BANDE A PART (Francia, 1964) di Jean-Luc Godard. Con Claude Brasseur, Sami Frey, Anna Karina. I tre strampalati rapinatori, pur somigliandovi, non sono "Jules e Jim" e nemmeno Bonnie & Clyde, non sono i disperati di "Rapina a mano armata", non sono "L'uomo di Rio", ma forse sono l'anello di congiunzione tra il Michel Poiccard di "Fino all'ultimo respiro" e il Pierrot le Fou del "Bandito delle undici". Un film altalenante e filosofeggiante, che ha momenti intelligenti ed altri di stanca, ma si rianima, astutamente, nel finale. Godard ci ricorda ancora una volta che stiamo guardando un film. La vita vera e il cinema su di essa abitano altrove.

IL MASCHIO E LA FEMMINA (Francia, 1966) di Jean-Luc Godard. Con Jean-Pierre Léaud, Chantal Goya, Michel Debord, Catherine-Isabelle Duport. Ai tempi delle medie, una mia compagna di scuola, la più carina della classe, mi raccontò una barzelletta, che era pressappoco così: «un gatto vede il sole e gli dice: "ciao sole!" hahaha!». Non si può avere tutto dalla vita: questa ragazzina, così come Godard, era completamente sprovvista di senso dell'umorismo. Oppure era troppo sottile, impercettibile. Nello stesso modo, Godard realizzò nel 1966 questo film senza qualità, verboso e inconcludente. Parafrasando i famosi versi di "Anarchy In The U.K." dei Sex Pistols, si potrebbe affermare che il regista francese non sa cosa dire ma sa benissimo come dirlo. Ma a me non interessa granché.

Tag: cinema

Cumulativo film 19

by sasso67 (23/01/2009 - 20:46)

Black Sheep (2006) di Jonathan King. Con Matthew Chamberlain, Daniel Mason, Peter Feeney.
Sul film in generale Dunque, finora s’erano visti cani, gatti, orsi, lupi, api, squali, piranha, barracuda, orche, piovre, alligatori, coccodrilli, rane, rospi, vermi e perfino conigli, a recitare la parte dei killer in decine di film horror. In un caso si erano visti addirittura dei pomodori assassini. Qui abbiamo agnellini genericamente modificati che si trasformano in pecore mannare. Altro che i docili animaletti che conciliano il sonno! Questo film, per farla breve, è uno splatteraccio come in America ne hanno fatti a centinaia negli ultimi venticinque anni. Il regista Jonathan King cerca di variare un po’ gli ingredienti (la pecora è uno dei pilastri dell’economia neozelandese), lanciandosi lungo la strada dalla quale era partito il Peter Jackson, pioniere dello splatter nel nuovissimo mondo, poi oscarizzato per "Il Signore degli Anelli". Che il film non sia una cosa seria si capisce dopo una decina di minuti, quando vediamo una pecora al volante di un pick-up. Prima di arrivare al finale, dove, per la prima volta sui migliori schermi, risolve tutto, incredibile a dirsi, la portentosa scorreggia di una pecora, si assiste ad ogni e qualsiasi luogo comune del genere, dai morsi contagiosi alle metamorfosi ovine, dalle fobie ancestrali all’antidoto miracoloso, fino all’inusitato (?)bacio tra il protagonista maschile e quello femminile.
Redacted (2007) di Brian De Palma.
Sul film in generale Rimessosi un po' dagli ultimi tonfi, soprattutto artistici, De Palma scopre finalmente il delitto perfetto: quello perpetrato alla luce del sole, davanti alle telecamere complici e orgogliosamente rivendicato come "esportazione della democrazia". Il cinema tutto cinereferenziale del regista americano stavolta scarta di lato e sposta l'occhio sulla televisione (la cronista araba, le immagini diffuse dalle TV degli sgozzamenti...) e sul fenomeno, ormai diffuso, dei reporter amatoriali con videocamere personali, nonché della diffusione di comunicati e immagini scioccanti, usata a scopi propagandistici sia dai terroristi che dalle "democrazie occidentali". E lo fa con una maestria che De Palma aveva abilmente nascosto, negli ultimi anni, dietro riprese inutilmente mirabolanti e sterili riferimenti al cinema del passato. Un atto coraggiosamente civile, oltre che cinematograficamente intelligente e riuscito.

Tag: cinema

"Kenji Mizoguchi"

by sasso67 (16/01/2009 - 17:54)

Dario Tomasi, Kenji Mizoguchi, Il Castoro, 1998, pp. 205, € 9,50
Dario Tomasi è il maggior esperto italiano vivente di cinema giapponese. E il suo "Castoro" costituisce la vera e propria Bibbia sul regista nipponico, purtroppo ancora poco conosciuto nel Mizoguchinostro paese. Il merito principale di Tomasi è quello di non focalizzare l'attenzione soltanto sui quattro grandi capolavori degli anni Cinquanta, piuttosto noti in Europa (almeno agli appassionati), ma di andare a scandagliare anche opere meno note degli anni Trenta e Quaranta, come "Le sorelle di Gion" o "La vendetta dei 47 Ronin". Sono film, anche questi, importanti e spesso all'altezza dei lavori più riusciti del regista di Tokyo. Certamente, Tomasi, da grande conoscitore di cinema, immerso nel mondo del cinema, talvolta si sofferma su elementi che potrebbero apparire quasi frutto esclusivo di pignoleria, fino a cronometrare la durata di alcuni piani-sequenza, ma ci rivela anche preziose informazioni sulla tecnica cinematografica (solo per fare un esempio, la differenza tra piano-sequenza e long take) e sul modus operandi di Mizoguchi. Viene sfatato, fra gli altri, il luogo comune secondo il quale il regista giapponese sarebbe stato una specie di maniaco del piano-sequenza, mentre invece egli ha saputo intelligentemente ed elasticamente variare, almeno a partire dai film degli anni Trenta, il montaggio classico, fatto di stacchi, con il cosiddetto "montaggio interno" all'inquadratura, costruito grazie alla profondità di campo, ai movimenti di macchina e agli spostamenti degli attori sulla scena. Tomasi si sofferma, poi, sui temi cari al regista e ricorrenti nel suo cinema, sviluppati anche grazie alla collaborazione con il prezioso sceneggiatore Yoshitaka Yoda, come la generosità di donne che si sacrificano, talvolta fino a perdere la vita o la dignità, per i loro uomini (mariti, fidanzati, figli o fratelli), molto spesso descritti come esseri gretti e formalisticamente aggrappati alle tradizioni, quasi sempre ingrati, oppure come l'ambientazione del film nel mondo ambiguo e difficile delle geisha. E Tomasi speiga la ricorrenza di queste tematiche con la biografia del regista, che da piccolo vide i genitori vendere la sorella maggiore ad una casa di geisha: e successivemante fu proprio la sorella, andata sposa ad un uomo ricco, ad aiutare molto il giovane Mizoguchi nell'avvio della propria carriera artistica.

Tag: libro,saggio,cinema

Cumulativo film 18

by sasso67 (14/01/2009 - 20:51)

Machan (2008)
Sul film in generale Basato su una storia vera, "Machan" è un filmetto simpatico ed abbastanza divertente, anche se non ha retrotesti culturali (il che potrebbe anche essere un pregio...) o messaggi da lanciare. In alcuni momenti fa ridere - presenta, tra l'altro, la più surreale partita di pallamano mai vista al cinema - ed in altri, semplicemente, ci fa conoscere un po' meglio quel mondo sconosciuto che è Colombo, la capitale dello Sri Lanka, le cui bidonville somigliano purtroppo a quelle di tutto il resto del mondo. E' stato sorprendente, almeno per me, leggere alla fine che il regista del film è un italiano. Vediamo se la prossima prova sarà all'altezza di questa.
Nella valle di Elah (2007)
Sul film in generale Speriamo che sia Obama colui che riesce a raddrizzare la bandiera di un'America che ha disperatamente bisogno d'aiuto. Non sarà facile ricominciare dopo otto anni di disastrosa amministrazione bushiana. Una volta iniziata una guerra, non si sa dove, quando e quante saranno le vittime. Questo vuol dirci il film di Haggis, che sfiora un paio di volte la retorica, ma sa evitarla grazie alla scelta intelligente del cast, dove spiccano i sobri Tommy Lee Jones e Charlize Theron (una delle migliori attrici del panorama attuale, altro che Scarlett Johansson!) nelle parti principali ed altri bravi attori, come Susan Sarandon e Jason Patric in ruoli di contorno.

Insanitarium (USA, 2008) di Jeff Buhler. Con Peter Stormare, Kiele Sanchez. Da qualche decennio non vedevo così tanto sangue al cinema (nella vita, per fortuna, non ne ho mai visto). Si tratta, in questo film, di una clinica psichiatrica dove il direttore Peter Stormare – che in "Fargo" si limitava a gramolare i complici – trasforma i matti, mediante un farmaco di sua invenzione, in cannibali assatanati di carne e sangue umani. Per la verità, ad un certo punto, uno di questi matti si pappa anche un gatto vivo, col pelo e tutto. Insomma, non si butta via niente. E vabbe’: una volta accettato che i matti sono uno più bello dell’altro, che vivono in promiscuità, che attaccano l’unica persona che può farle fuggire da quel lager (eh sì, sono proprio matti…), che una di loro è una psicopatica ninfomane con le puppe rifatte, che il personale sanitario è costituito dalle stesse tre persone in servizio 24 ore su 24, che la polizia è rappresentata da una sola stupidissima pattuglia, una volta accettato tutto questo, dicevo, allora si può allegramente assistere in maniera credula a questa folle notte dei matti viventi.

Tag: cinema

I migliori e i peggiori visti nel 2008

by sasso67 (14/01/2009 - 19:11)

I dieci migliori film che ho visto (per la prima volta) durante tutto il 2008. Ho dovuto escludere qualche bel film, ma, del resto, quando si fa una classifica è sempre così. Per quanto riguarda i peggiori, l'imbarazzo della scelta è stato ancora maggiore, poiché film orripilanti che ho visto sono un numero quasi incalcolabile. E giuro che li ho visti tutti, dall'inizio alla fine. E sono anche davvero brutti, anche se un paio sono considerati, dalla critica, quasi capolavori: forse anche per questo, mi ci sono accanito di più.

I migliori (in ordine casuale):
  1. L'intendente Sanshô (K. Mizoguchi);
  2. Che la festa cominci... (B. Tavernier);
  3. Il divo (P. Sorrentino);
  4. La città nuda (J. Dassin);
  5. Andrej Rublëv (A. Tarkovskij);
  6. Onibaba (K. Shindo);
  7. Aparajito (S. Ray);
  8. Inland Empire (D. Lynch);
  9. Falso movimento (W. Wenders).
  10. Le vite degli altri (F. Henckel von Donnersmarck).
I peggiori:

  1. I Viceré (R. Faenza);
  2. La carbonara (L. Magni);
  3. Quando le donne si chiamavano madonne (A. Grimaldi);
  4. Centochiodi (E. Olmi);
  5. Geppo il folle (A. Celentano);
  6. L'assassino è ancora tra noi (C. Teti);
  7. Due o tre cose che so di lei (J.-L. Godard);
  8. Vacanze di Natale '91 (E. Oldoini);
  9. Ti amo in tutte le lingue del mondo (L. Pieraccioni);
  10. Fuochi d'artificio (L. Pieraccioni).

Tag: cinema

Cumulativo film 17

by sasso67 (27/12/2008 - 20:35)

CALAMO (Italia, 1976) di Massimo Pirri. Con Lino Capolicchio, Paola Montenero, Valeria Moriconi, Aldo Reggiani, Paola Senatore. Un giovane borghese che studia in collegio è diviso tra l'attrazione per la disinibita sorellastra e la vocazione sacerdotale. Quando conosce un gruppo di hippie, abbraccia la causa della rivoluzione sociale e sessuale, innamorandosi di una delle ragazze del gruppo. Velleitarismo tipicamente anni Settanta, condito di dialoghi verbosi e, alla fin fine, poco interessanti. Pirri dichiarava che la fonte d'ispirazione di questo film era stato Buñuel, ma al tirar delle somme "Càlamo" ricorda il Godard più inconcludente. Buñuel era di un altro pianeta. Grande esibizione di nudismo di Paola Montenero, all'epoca compagna del regista, uno dei tanti cineasti di scarso valore che hanno affollato il cinema italiano negli anni Settanta, contribuendo alla decadenza del nostro cinema nella considerazione internazionale. Cosa ci faccia un'attrice di valore come Valeria Moriconi in un pastrocchio simile è del tutto incomprensibile.

Ultima notte a Warlock (USA, 1959) di Edward Dmytryk. Con Henry Fonda, Richard Widmark, Anthony Quinn, Dorothy Malone. Un western abbastanza classico, ma con qualche personaggio un po' fuori posto, rispetto alle caselle costruite dalla tradizione del genere. Henry Fonda, per esempio, esce dagli schemi dell'eroe senza macchia e senza paura, per abbracciare in Ultima notte a Warlock il personaggio di un uomo cinico ed attratto dal denaro, ma con un suo ideale di giustizia e profondamente legato al sentimento dell'amicizia. Così come Anthony Quinn, che di questo sentimento ha una concezione distorta e, per certi versi, morbosa. Richard Widmark è invece il "cattivo" che si converte al bene, anch'egli con un fondamento di giustizia e di umanità nell'animo. Un animo che spesso questi personaggi non riescono a leggere nel profondo: quando Clay (Fonda) salva dal linciaggio il fratello di Johnny (Widmark), chiuso in prigione, quest'ultimo non sa spiegarsene la ragione. Nell'andamento della trama e nel comportamento dei personaggi non si può non intravedere, in filigrana, un riferimento alle vicende che avevano coinvolto Dmytryk durante il periodo del Maccartismo (i tradimenti, i tentativi di linciaggio, i tranelli...), quando il regista d'origine ucraina era prima fuggito in Inghilterra, ma poi, per rientrare negli Stati Uniti, aveva dovuto accettare di denunciare alcuni colleghi del mondo del cinema. Buono.

Il diario di Bridget Jones (GB, 2001) di Sharon McGuire. Con Renée Zellweger, Hugh Grant, Colin Firth, Jim Broadbent. Che cazzata Bridget Jones! Interessante come se io mi mettessi a raccontare una mia giornata tipo, dalla rasatura della mattina all'ultima pisciatina della sera, girato con stile ruffiano e anonimo, condito da una collezione di canzoncine da festa di laurea e da cd confezionato come strenna natalizia, "Il diario di Bridget Jones" è un'improbabile trionfo dello spirito di patata. E non si può neanche dare la colpa alla Zellweger, che ce la mette tutta pur di farlo funzionare. Nonostante i soldi costati e la confezione extralusso, il patetico non commuove, il comico non fa ridere, la storia è improbabile, ed è davvero arduo palpitare per questa zitella senza qualità (a meno che non siano tali il fumare cinquanta sigarette al giorno o abusare di bevande alcoliche) che prima se la fa con il proprio capufficio e poi si fidanza con un affascinante avvocatone di grido. Se è vero che tutte le donne single del pianeta si sono identificate in Bridget Jones, allora tutti i maschi single possono tranquillamente prendere a loro modello Ciccio di Nonna Papera. Che Dio ce la mandi buona.

Criminali da strapazzo (USA, 2000) di Woody Allen. Con Woody Allen, Tracey Ullman, Hugh Grant, Elaine May. Provaci ancora, Woody. Allen sembra resuscitare il personaggio di "Prendi i soldi e scappa" che, anche se con più anni addosso, non ha perduto la volontà di provare ancora un ultimo colpo. Certo, l'aria di fallimento definitivo è più presente che in precedenza e a Ray Winkler non resta che ripiegare - e non è poco - sugli affetti familiari. Nella seconda parte di "Criminali da strapazzo", sulla colonna della trama principale si innesta una specie di satira dell'ignoranza dei nuovi ricchi, che utilizza meccanismi comici alla "Nata ieri" o "My Fair Lady", che, con qualche scenetta sapida, ribalta il personaggio di intellettuale proposto dal regista nei suoi film degli anni Settanta: qui Woody non filosofeggia di Marshall McLuhan, ma, al museo ammira le cornici anziché i dipinti e al teatro giapponese se la dorme della grossa. Comunque, che si tratti del Virgil Starkwell di "Prendi i soldi e scappa" invecchiato, oppure di un altro aspetto del Woody ritrattosi nei suoi film degli ultimi anni, quando Allen esplora il suo lato comico funziona assai meglio che negli esperimenti pseudo e post bergmaniani. Non ci si sbellica dalle risate, ma il filmetto ha momenti simpatici e divertenti.

Le donne della notte (Giappone, 1948) di Kenji Mizoguchi.Con Kinuyo Tanaka, Sanae Takasugi, Hiroshi Aoyama, Fusako Maki."Tutte le donne che saranno sorprese in questo quartiere a camminare di notte saranno considerate come prostitute ed arrestate" avverte il cartello posto all'ingresso del quartiere del cosiddetto "piacere" di Osaka. Le donne della notteQuesto sarà il destino delle tre protagoniste del film, donne nel Giappone del dopobomba, destinate ad essere schiacciate dalla modernizzazione. La loro sembra una pulsione all'autodistruzione, perché tutti sanno - loro per prime - che le donne del nuovo Giappone dovranno essere diverse: dovranno sapersi emancipare e lottare per il proprio futuro, anziché abbandonarsi alla protezione di un uomo più o meno ricco, o annullarsi e degradarsi in una vita di prostituzione che può condurre soltanto ad una vita di miserie, malattie ed aborti. Mizoguchi comincia a raccontarci questa storia moderna (i suoi capolavori più noti sono tutti film in costume) con stile neorealista, simile a quello dei coevi film di Kurosawa come "Cane randagio" e "L'angelo ubriaco", ma non disdegna mai di contaminarlo con elementi provenienti dall'espressionismo, accentuati da primi piani o costruzioni geometriche dell'inquadratura, che spesso riescono a descrivere bene l'impotenza dei personaggi rispetto al compito che si sentono affidato. In altri momenti il regista inserisce nel film elementi provenienti dal cinema americano, come un montaggio spesso serrato (nei film più famosi diMizoguchi c'è invece una prevalenza del piano sequenza, o comunque dell'inquadratura senza stacchi) o un linguaggio, nei dialoghi, talmente libero che sarebbe stato impensabile in un contemporaneo film italiano. Non mancano le scene di violenza più che accennato e talvolta sadica, come la fustigazione finale di Husako, anche se la scena di violenza sessuale subita dalla giovane Kumiko è stata pudicamente lasciata dietro a uno scaffale della squallida stanza di una bettola. Il regista, anche per le vicende personali (per difficoltà economiche, i genitori vendettero sua sorella a una casa di geisha) rivolge, con questo film, un appello alle donne giapponesi (suoi personaggi prediletti), perché rifiutino il ruolo subalterno che la società nipponica ha loro attribuito attraverso i secoli, ma dà anche un giudizio nettamente negativo sul mondo maschile, salvo poche eccezioni (come il medico del centro di recupero delle prostitute) meschino e vigliaccamente teso allo sfruttamento delle donne, rimaste abbandonate dalla carneficina di uomini che era stata la guerra iniziata con Pearl Harbor. La difficoltà di trovare un finale plausibile, che non fosse semplicemente edificante, influenza un po' il giudizio complessivo sul film, che è comunque riuscito, nonostante che Mizoguchi si trovi più a suo agio tra i kimono delle epoche passate.

L’ombra del passato (USA, 1945) di Edward Dmytryk. Con Dick Powell, Claire Trevor, Anne Shirley, Otto Kruger, Mike Mazurki.Trama intricatissima, per non dire scombiccherata, come in ogni noir chandleriano che si rispetti, il film di Dmytryk precede "Il grande sonno" diHawks e mi sembra realizzato con maggior cura. Mentre Hawks punta molto sul fascino di Bogart, Dmytryk prova la via più scanzonata di Dick Powell, che le prende senza fare troppe storie. I film da Chandler sono così: storie in cui le pistole passano vorticosamente di mano e le donne baciano un attimo prima di sparare. Prendere o lasciare.

Due o tre cose che so di lei (Francia, 1966) di Jean-Luc Godard. Con Marina Vlady, Annie Duperey, Roger Montsoret.Secondo me Godard è uno dei registi più sopravvalutati dalla critica, nonostante che abbia quasi sempre manifestato, con i suoi film, un totale disprezzo per il pubblico. I suoi film, compreso questo "Due o tre cose che so di lei" è un film di nicchia o, come direbbe Checco Zalone, "di micchia". E' assolutamente inguardabile ed insopportabile e se quarant'anni fa poteva avere un suo significato, oggi appare un oggetto indefinibile, che comunque ha poco a che vedere con il cinema.

La fiamma del peccato (USA, 1944) di Billy Wilder. Con Fred MacMurray, Barbara Stanwyck, Edward G. Robinson. La scrittura criptica di Chandler si ammorbidisce al contatto con quella di un regista proveniente dalla commedia (era stato assistente diLubitsch) come Billy Wilder, qui al suo primo capolavoro. "Double indemnity" è un noir da inserire nell'antologia del genere, con un inizio che, come successivamente "Viale del tramonto", mette lo spettatore subito al contatto con un delitto già avvenuto, che verrà narrato tutto in flashback. Una struttura con pochi personaggi, ma dalle mille possibilità narrative, sfrutta uno schema simile a quello del postino che suona sempre due volte (anche questo film, come quello diGarnett, deriva da un romanzo di James M. Cain). Messa a punto una sceneggiatura di ferro, Wilder e l'operatore John F. Seitz lavorano con campi e controcampi, per suggerire allo spettatore i possibili e probabili sviluppi della vicenda (il vecchio Dietrichson è da subito descritto come la vittima designata). Il regista galiziano si dimostra sapientissimo nello scegliere e nel dirigere gli attori, tra i quali si segnalano, più del perticone Fred MacMurray, l'ineguagliabile Edward G. Robinson e una dark lady archetipica comeBarbara Stanwyck.

Il bandito senza nome (USA, 1946) di Joseph L. Mankiewicz.Con John Hodiak, Nancy Guild, Richard Conte, Lloyd Nolan. Ferito alla testa nel Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale, George Taylor perde la memoria ed è come un uomo nuovo. Anzi, è proprio un uomo nuovo. Non sa quale fosse la sua vita prima dell'arruolamento nell'esercito, ma piano piano comincia a nutrire sospetti che quella non fosse propriamente casa e chiesa. Per capirci qualcosa, dovrà cominciare una specie di odissea tra locali notturni, cliniche psichiatriche e angiporti e dovrà guardarsi le spalle dal fantomatico criminale Larry Cravet. Ottimo noir diretto, alla sua esperienza registica, daMankiewicz, sfruttando un copione nel quale aveva messo le mani anche l'attoreLee Strasberg. Il film ha le atmosfere giuste, un inizio inquietante che sembra anticipare, all'inizio, la situazione tragica del soldato mutilato di "E Johnny prese il fucile", ma poi vira decisamente sul noir classico, con sullo sfondo lo spaesamento del reduce di guerra, e con intorno una corte dei miracoli, rappresentata dall'astrusa banda del cartomante Anzelmo. Non disprezzabile la prestazione di Hodiak, morto a soli 44 anni nel 1955

Fragola e cioccolato (Cuba, 1993) di Tomás Gutiérrez Alea e Juan Carlos Tabío. Con Jorge Perugorría, Vladimir Cruz, Mirta Ibarra, Francisco Gattorno. "La rivoluzione non passa per il buco del culo!" esclama a un certo punto uno dei personaggi, per stigmatizzare l'amicizia del protagonista, David, con un noto professore omosessuale. E' anche vero, però, che un altro personaggio del film afferma, forse a ragione, che Cuba è trattata dal resto mondo (o almeno dall'Occidente, visto che l'azione del film si svolge nel 1979) come nell'isola caraibica sono trattati gli omosessuali, nervo scoperto di quasi tutti i regimi moderni che non facciano della democrazia propriamente il loro cavallo di battaglia. E quindi, se come dice un murale che si vede nel film, la cui firma è la più autorevole che si possa avere a Cuba (quella di Fidel, naturalmente), "Patria es vivir", perché non lasciar vivere chi non aderisce all'ideale dominante di tutta l'America Latina, che non è né il marxismo né il cristianesimo, ma il machismo? Tutte queste cose il film di Alea e Tabío ce le dice con qualche ingenuità nel racconto, ma con l'idea di non nascondere la realtà cubana, nel bene e nel male: come ricorda il personaggio David (che rappresenta il punto di vista dello spettatore medio), i figli di contadini come lui non avrebbero mai potuto frequentare l'università, senza la rivoluzione. E se per gli ideali egualitari proclamati da Castro e i suoi barbudos c'è ancora tanto da fare, per comprendere bene cosa abbia significato la rivoluzione cubana di cinquant'anni fa, bisogna anche comprendere una realtà storica, politica ed anche geografica così diversa dalla nostra.

Tag: cinema

Controinsurrezioni

by sasso67 (27/12/2008 - 17:56)

Valerio Evangelisti e Antonio Moresco, Controinsurrezioni, Mondadori, 2008, pp. 121 € 8,40.
Come sappiamo, in campo artistico non sempre alle buone intenzioni si accompagnano buoni risultati. E questo libro a quattro mani, scritto da due dei più importanti scrittori del panorama italiano attuale, conferma, purtroppo, la regola. Si tratta di due "pezzi" di argomento risorgimentale, un racconto diValerio Evangelisti, ambientato alla fine dell'esperienza della Repubblica Romana, quando anche Garibaldi decide di abbandonare il campo. Il contributo diMoresco è invece una sorta di racconto cinematografico che ruota intorno alla spedizione di Carlo Pisacane a Ponza e Sapri, con il contorno della presenza di Giacomo Leopardi, che compone i Paralipomeni alla Batracomiomachia. Il risultato sono due testi di sconcertante banalità, che hanno l'unico merito, di partenza, di focalizzare l'attenzione del lettore su un periodo cruciale della storia italiana, una delle nostre rivoluzioni mancate o tradite. L'unità d'Italia è passata attraverso la monarchia sabauda, che in niente era diversa dalle altre monarchie europee dell'epoca, se non che era, interessatamente, antiasburgica, al contrario, ad esempio, dei Borboni del Regno delle Due Sicilie. E' comunque dal punto di vista prettamente letterario che l'operazione delude: l'Evangelisti della Controinsurrezione è lontanissimo parente del fantasioso autore di un piccolo gioiello come Cherudek, mentre il Moresco dell'Insurrezione non giustifica la stima di autore totale di cui gode attualmente. Nonostante il titolo collettivo che, rispecchiando l'assunto dell'operazione - le insurrezioni non funzionano mai, solo le controinsurrezioni riescono -, doveva essere di buon auspicio, il libercolo non vale, a mio parere, il prezzo della carta su cui è stampato. E me ne dispiaccio.

Tag: libro,racconti

Cumulativo film 16

by sasso67 (21/12/2008 - 19:30)

Luna rossa (Italia, 2001) di Antonio Capuano. Con Toni Servillo, Licia Maglietta, Italo Celoro, Antonino Iuorio, Domenico Balsamo, Carlo Cecchi, Angela Pagano. Appunti per un'Orestiade napoletana. Il film di Capuano ha momenti interessanti, ma nel complesso zoppica parecchio. Alcuni personaggi sono abbastanza credibili, anche se soprattutto grazie alle interpretazioni di attori come Toni Servillo, Carlo Cecchi, Antonino Iuorio e Italo Celoro (quest'ultimo un padrino viscido e infido). L'insieme, comunque, sta appiccicato con la Coccoina, e non convince per le inevitabili forzature che comportava comprimere la tragedia greca nelle odierne vicende di una famiglia camorristica. Forse le faide interne alla famiglia Cammarano dovevano alludere alle guerre di camorra che da decenni si susseguono in Campania per il controllo del territorio, ma anche qui l'intenzione di Capuano si scontra con forzature drammatiche ed eccessi di grottesco, come testimonia l'interpretazione, ai limiti del trash, di una Licia Maglietta costretta a cambiare parrucca ad ogni sequenza per accreditare l'immagine di leziosa e spietata maliarda del suo personaggio.

Mi ricordo, sì io mi ricordo… (Italia, 1997) di Anna Maria Tatò. Con Marcello Mastroianni. Sì, certo, Mastroianni dice anche qualche banalità, specialmente nella versione lunga di questo film che raccoglie gli ultimi momenti di un grandissimo attore. Che, pur non essendo truccato (anzi, mettendo in mostra anche i suoi acciacchi), recita, come al solito, da par suo. Il film, comunque, cattura, per la sincerità che Mastroianni mette in campo, parlando alla macchina da presa come a un confidente, al quale ormai non vale la pena di nascondere più niente. E si toccano vertici d'emozione quando l'argomento sono i genitori o il fratello (bellissimo l'episodio in cui, commentando Scipione detto anche l'Africano, nel quale Marcello e Ruggero Mastroiannirecitarono insieme, la mamma, rivolgendosi al primo disse "Tu sei stato bravissimo, come al solito... però il roscetto è stato più bravo di te"), oppure gli amici di una vita, da Fellini a Ferreri a Elio Petri. Un commovente addio ad un amico di tantissimi film vissuti insieme. Da preferire la versione breve: in quella lunga la Tatò indulge troppo a spezzoni tratti da troppi film più che noti.

La dea dell’amore (USA, 1995) di Woody Allen. Con Woody Allen, Mira Sorvino, Helena Bonham-Carter, F. Murray Abraham, Jack Warden. Sì, certo, qualche battuta divertente c'è sicuramente, oltre a qualche rimasticatura di vecchie battute (come quella del "chi comanda tu o la mamma?") già inserite in film e libri alleniani di alcuni anni fa. Ma questo film è roba vecchia, come un bambino che nasce con la pelle già grinzosa e incartapecorita. Da innamorato del Woody Allen che fu, ho la paura, il terrore, anzi la lucida consapevolezza che QUEL Woody Allen non tornerà mai più. Quello, dico, che va da Prendi i soldi e scappa fino a Manhattan, con l'ultimo lampo di genio di Zelig e una propaggine in Broadway Danny Rose. Quanto alla "trovata" del coro greco, mi sa molto di farsa liceale, con battute del genere: "E tu non fare la Cassandra!" "Ma io sono Cassandra!". Vabbe', qualche altra battuta funziona, come quella su Edipo che "ha ammazzato suo padre, ha copulato con sua madre e ha dato vita ad una professione che chiede 200 dollari a seduta", però l'insieme, con un personaggio irreale di prostituta pornoattrice, che parla con la voce di un cartone animato per bambini decerebrati, che alla fine trova un vero e proprio principe azzurro. Bravo davvero, Woody!

Ovoce stromu rajských jíme [= Frutto del Paradiso] (Cecoslovacchia, 1970) di Vera Chytilova. Con Karel Novak, Jitka Novákova, Jan Schmid. La LEGGENDA (nota bene il maiuscolo) di Adamo ed Eva nel giardino dell'Eden, rivisitato da una delle più importanti esponenti della nuova ondata cecoslovacca, con modi che rimandano a una miriade di modelli diversi, tanti da risultare, presi tutti assieme, in uno stile assolutamente personale. L'impronunciabileOvoce ecc. sembra contemporaneamente un film muto e sonoro, infantile e smaliziato, comico e tragico, pesante e leggerissimo. Sembra Buñuel incrociato agli innamorati diPeynet, messi in scena dallo scrittore Hrabal con l'aiuto dell'illustratore Ales Jiranek. Un'esperienza straniante che non ci è mai stato concesso di vedere in Italia.

L’ultimo re di Scozia (USA, 2006) di Kevin Madonald. Con Forest Whitaker, James McAvoy, Gillian Anderson, Simon McBurney. Quello dell'Ultimo re di Scozia era uno sfondo storico che poteva dare molto in un film. Mi sembra che, purtroppo, Macdonald e il suo cosceneggiatore non abbiano saputo sfruttare pienamente il potenziale del film, che tuttavia regge la tensione fino alla fine, ha qualche momento di forte tensione, qualche altro che spinge a distogliere lo sguardo (come nell'atroce citazione dell'Uomo chiamato cavallo) e talvolta sfrutta qualche stereotipo di troppo. Però mi pare che sia resa bene l'atmosfera delle giovani nazioni africane negli anni Settanta, quando sembrava che questi paesi, appena riacquistata la propria libertà dal dominio coloniale, avessero potenzialità grandissime, tutte puntualmente sperperate dai vari tirannelli messi là per curare grettamente gli interessi dei paesi degli altri continenti (capitalisti o comunisti che fossero). Il personaggio di Idi Amin mette bene a fuoco la natura di apprendisti stregoni di certi paesi colonialisti, tra i quali ha certamente primeggiato la Perfida Albione, che si è tirata su questi boiaccia assetati di sangue finché le hanno fatto comodo e poi li ha mollati ai primi accenni di una follia che era ben visibile fin dall'inizio di queste dittature (oltre ad Amin, basti pensare al folle Bokassa). Uno dei pregi del film è sicuramente costituito dalla fotografia di Anthony Dod Mantle; all'attivo stanno anche una colonna sonora ben giostrata (molto bella una versione live di "Me and Bobby McGee" che fu di Janis Joplin) e l'interpretazione di Forest Whitaker. Come i cavoli a merenda invece la presenza di Gillian Armstrong.

La neve nel bicchiere (Italia, 1984) di Florestano Vancini. Con Massimo Ghini, Anna Teresa Rossini, Ivano Marescotti, Antonia Piazza, Luigi Mezzanotte, Teresa Ricci. Il film di Vancini dimostra come il buonismo sia nato molto prima che Veltroni assumesse la leadership - per così dire - intellettuale della sinistra italiana. Lo stile del film è abbastanza piattamente televisivo e, pur ispirato a un cattolicesimo vagamente manzoniano (che risente dell'Albero degli zoccoli) e di un socialismo, derivato sì da "Novecento", ma più terragno e meno arrabbiato, offre pochi palpiti, la maggior parte dei quali nella scena, commovente, in cui la postina consegna il telegramma che annuncia la morte in guerra di Ligio, il fratello di Venanzio, il personaggio principale. Rimane, così, un po' annacquato, anche a causa della banalità della maggior parte dei dialoghi, il messaggio principale del film, che non è legato soltanto alle tematiche dello sfruttamento rurale o ai buoni sentimenti del tempo che fu, ma soprattutto alle possibilità di libertà che offriva la vita di campagna. I casolari della Bassa Padana si aprivano su scorci brulli ma pressoché sterminati: il comprensibile e inevitabile anelare dell'uomo ad una vita più comoda (quella degli scariolanti e dei braccianti era veramente insopportabile) l'ha portato, piano piano all'inurbamento, che ha comportato il rinchiudersi negli spazi, spesso angusti, delle città. Il finale amaro del film suggella questa morale da riflessione postindustriale, ma nonostante la bravura di un giovane Massimo Ghini, tutto il discorso rischia di restare offuscato nella mediocrità della messinscena.

Le vie del Signore sono finite (Italia, 1987) di Massimo Troisi. Con Massimo Troisi, Jo Champa, Massimo Bonetti, Marco Messeri, Enzo Cannavale, Clelia Rondinella. La fragilità della costruzione drammatica e la difficoltà di trovare un finale appena plausibile non possono condurre a concludere che il quarto film di Troisi (venuto dopo la collaborazione con Benigni per Non ci resta che piangere) sia poco riuscito. Secondo me Troisi era soprattutto uno scrittore e un recitatore di monologhi comici, per i quali aveva bisogno di una spalla che gli desse semplicemente il la. Ci voleva una semplice battuta che lo mettesse in imbarazzo o lo irritasse, perché il comico partisse per la tangente, con discorsi deliranti, una sorta di flusso di coscienza verbale che buttava fuori ogni ragionamento che gli passava per la testa, con una sorta di autodialogo napoletanamente teso a prevenire le possibili obiezioni di un interlocutore spesso muto e talvolta addirittura inesistente. Sì, forse questo è il film più debole della scarna filmografia di Troisi, ma non le definirei un film mediocre in assoluto. C'è l'idea di ricreare un mondo provinciale che sembra partire dalle idee freudiane filtrate attraverso La coscienza di Zeno: ed infatti quasi tutti i personaggi del film soffrono di turbe psichiche o complessi gravi. Complessato è sicuramente Camillo, che somatizza talmente la rottura con Vittoria da rimanere paralizzato alle gambe; ma non sta molto bene di testa neanche Leone, suo fratello, che legge avidamente "Il corrierino dei piccoli" ed è morbosamente legato a Camillo; per non dire di Orlando, paralitico vero e rassegnato ad una vita dasolitario a causa della sua menomazione, tanto da trovare una sorta di riscatto nell'adesione al Partito Fascista. Qui è poco sviluppato il personaggio femminile, nebuloso e confuso, drammaturgicamente immaturo (molto meglio Troisi saprà fare nel suo ultimo film con il personaggio di Francesca Neri), ma neanche ciò può offuscare quanto Troisi ha saputo fare, in questo film, con monologhi surreali e divertenti, solo per fare un paio d'esempi, sugli psicosomatici e sulla poesia ("...deve raccontare una storia, una guerra, una battaglia..."). Buono.

The Grudge (USA, 2004) di Takashi Shimizu. Con Sarah Michelle Gellar, Bill Pullman, Jason Behr, William Mapother, Clea DuVall, Rosa Blasi, Yuya Ozeki. Ho l'impressione che ci sia rimasto ben poco da inventare nel campo del cinema horror. E' una conclusione che viene spontanea dopo la visione di The Grudge di Shimizu, che saccheggia spudoratamente la storia del genere: chiunque può buttare lì titoli a caso, che tanto non sono sbagliati; a me sono venuti in mente "Profondo rosso" e tutta la filmografia argentiana, Shining, Suspense, Amityville Horror, La casa, ma c'è perfino il ricorso allo stereotipo ultra abusato del gatto nero che risale quanto meno a Edgar Allan Poe, per non parlare di altri luoghi comuni come corridoi vuoti di grandi strutture, scale e ascensori, la città deserta (Tokyo: ma figuriamoci!). Insomma, un post horror di questo genere, di produzione incongruamente nippoamericana, sembra fatto apposta per sancire definitivamente la morte del cinema del terrore come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi e per metterci sopra una bella pietra tombale. Un cast di inespressive mezze calzette completa degnamente l'opera di un regista preciso come un orologiaio svizzero nel confezionare il niente assoluto.

Tag: cinema

Cumulativo film 15

by sasso67 (21/12/2008 - 19:07)

Fico d’India (Italia, 1980) di Steno. Con Renato Pozzetto, Aldo Maccione, Gloria Guida, Diego Abatantuono.

Questa boiata strappa due risate di numero. E non è merito diMaccione.

La gorilla (Italia, 1982) di Romolo Guerrieri. Con Lory Del Santo, Tullio Solenghi, Gianfranco D’Angelo, Giorgio Bracardi.

Quando entra in scena Giorgio Bracardi, anche se i suoi personaggi non hanno niente a che vedere con la "trama" del "film", la situazione si risolleva di un pelino. Per il resto, parole come "sceneggiatura", "regia", "recitazione" sono arcani misteriosi per gli autori di questa grottesca parodia di film, che riesce a far sembrare capolavori incommensurabili tutte le opere di Tanio Boccia.

Le soldatesse (Italia, 1966) di Valerio Zurlini. Con Tomas Milian, Mario Adorf, Anna Karina, Marie Laforêt, Lea Massari, Valeria Moriconi.

Diciamocelo chiaro e tondo: gli italiani non sono (stati) brava gente. In Jugoslavia, in Albania, in Grecia, ne hanno combinate di tutti i colori. Forse non quante ne hanno fatte i tedeschi, ma è soprattutto una questione d'organizzazione. Qui Zurlini ce lo fa vedere, in un film ben girato sulle stradicciole di montagna dell'ex Jugoslavia, che simulano quelle analoghe dei monti greci. E nelle sequenze ambientate tra le montagne c'è la parte migliore del film, che sembra derivare direttamente da Ombre rosse di Ford, con la diligenza (un camion con a bordo alcune prostitute greche, due soldati del regio esercito e un ufficiale della milizia fascista) minacciata dai partigiani/pellerossa che potrebbero sbucare all'improvviso dalle creste rocciose. Per il resto, il film di Zurlini indulge un po' troppo al romanzesco e al patetico, con un gruppo di prostitute volontarie d'inaudita pudicizia e che parla con la lingua forbita di un Omero o di un Esiodo. E però, negli sguardi taglienti e freddi di Eftikia (Marie Laforêt) c'è tutto l'odio che un popolo schiavizzato e oltraggiato ha verso l'invasore, il quale ha pure l'ardire di definire "traditori" coloro che combattono eroicamente per la libertà della propria terra. Il maggior merito di Zurlini è proprio quello di avere sollevato, a distanza di vent'anni dai fatti, il velo dell'oblio da una delle pagine più vergognose della storia italiana.

Cattiva (Italia, 1991) di Carlo Lizzani. Con Giuliana De Sio, Julian Sands, Erland Josephson, Milena Vukotic.

Cattiva, in questo film, è indubbiamente la regia. E dispiace dirlo, trattandosi di un film dell'altrove valoroso Lizzani. Il difetto, come quasi sempre accade, è nel manico. Prima ancora che nella sceneggiatura, nell'idea stessa di trasporre in film un testo semiscientifico, come la narrazione di un caso clinico, capitato al giovane professor Gustav Jung a Zurigo. E' più che difficile trarre una storia narrativamente interessante da una materia simile, e questo nonostante la buona volontà di tutti coloro che hanno collaborato al progetto. Peraltro, scegliere per la parte di comprimario, nel ruolo del giovane psicanalista un attore gnocco come Julian Sands significa volersi fare davvero del male; mentre non è condivisiibile la critica secondo cui si sarebbe trattato di un "veicolo" per Giuliana De Sio: al contrario, mi sembra che l'attrice napoletana fosse forse l'unica, almeno all'epoca, in grado di sostenere con credibilità una parte così difficile. Un'occasione mancata.

Pensavo fosse amore invece era un calesse (Italia, 1991) di Massimo Troisi. Con Massimo Troisi, Francesca Neri, Angelo Orlando, Marco Messeri.

La prima volta che lo vidi non mi piacque, ma devo ammettere che a distanza di circa quindici anni, posso tranquillamente rivedere il mio giudizio al rialzo. Benché resti sempre difficile ingabbiare il talento comico del regista in una trama sentimentale, specialmente dopo che storie d'amore a fine poco lieto siano state proposte, negli ultimi trent'anni, nelle salse più svariate, Pensavo fosse amore... funziona soprattutto dal lato comico. E infatti, secondo me, Troisi resta soprattutto un grande comico che, come tutti i suoi colleghi di talento (basti pensare a Chaplin o a Benigni, per citare solta due tra i più dotati), confina spesso con il poeta. Anche il discorso sull'amore, tuttavia, funziona. Pur senza andare a cercare filosofie spicciole ("l'uomo e la donna sono le persone meno adatte a sposarsi"), Troisirende con questo film una sua idea di delusione amorosa, poiché si spera sempre in qualcosa di forte e duraturo, che però, spesso, si rivela fragile come una carrozzella, che una pietra o una buca della strada possono rompere in modo irrimediabile. Grazie a qualche accenno intelligente ed azzeccato (l'amico religioso, il riferimento alla chimica goethiana delle Affinità elettive, l'accenno all'inveterata scaramanzia napoletana), preferisco ricordare Troisi come l'autore/interprete di questo film, piuttosto che del sopravvalutatoPostino.

E venne il giorno dei limoni neri (Italia, 1970) di Camillo Bazzoni. Con Antonio Sabàto, Florinda Bolkan, Peter Carsten, Silvano Tranquilli, Don Backy.

Un film d'impianto realistico, anche se qualche scelta di sceneggiatura sembra trasportare questa storia di mafia nel campo del western: la sequenza finale sa un po' troppo di sfida all'O.K. Corral. Eppure, nonostante la legnosità del protagonista, di un Don Backy da Santa Croce sull'Arno che parla siciliano con la voce di Oreste Lionello, di iniziazioni mafiose da opera buffa, il film ha qualche pregio, primo fra tutti quello di presentare un'organizzazione in cui i picciotti armati non sono che l'ultima rotella dell'ingranaggio, mentre insospettabili imprenditori sono quelli che tirano le fila della situazione. Ma non ultimo pregio è anche quello di dimostrare l'abilità di bazzoni in certe scelte tecniche e nella capacità di non privilegiare soltanto l'azione a completo discapito delle psicologie dei personaggi. Se poi, al posto di Sabàto, ci fosse stato Ermete Zacconi sarebbe stato ancora meglio...

La polizia è al servizio del cittadino? (Italia, 1973) di Romolo Guerrieri. Con Enrico Maria Salerno, Daniel Gélin, Giuseppe Pambieri, John Steiner, Venantino Venantini, Enzo Liberti, Alessandro Momo.

Uno dei film più significativi del genere polizi(ott)esco, non foss'altro per la domanda contenuta nel titolo, indicativo di un clima che si respirava in Italia a metà degli anni Settanta. La serietà dell'operazione si vede già dal primo nome nel cast, quello di Enrico Maria Salerno. La sua figura di poliziotto problematico - separato dalla moglie, con un figlio antagonista della polizia, senza donne, completamente dedito al lavoro, sfiduciato del sistema giudiziario italiano - è già emblematica: e colpisce soprattutto il suo desiderio di paternità, sfogato soprattutto con il sottoposto fedifrago Pambieripiuttosto che con il figlio di sangue Momo, che rifiuta per assioma il principio d'autorità. L'ambientazione genovese è un punto di forza del film.

Tag: cinema

Cumulativo film 14

by sasso67 (14/12/2008 - 01:14)

Laissez-passer (Francia/Germania/Spagna, 2001) di Bertrand Tavernier. Con Jacques Gamblin (Jean Devaivre), Denis Podalydès (Jean Aurenche), Marie Desgranges (Simone Devaivre), Philippe Morier-Genoud (Maurice Tourneur).

Laissez passer significa lasciapassare, ma anche un invito far eduardianamente passare "'a nuttata" del nazismo. Nuttata che cadde, nel 1940, anche sul mondo del cinema francese, il quale reagì in mille maniere diverse, secondo le mille personalità diverse dei suoi esponenti. Tavernier ci racconta in quasi tre ore di film questi diversi modi, prendendone a paradigma due, quello del regista Devaivre che obtorto collo collaborò con la casa di produzione controllata dai Nazisti Continental, e quello dello sceneggiatore Jean Aurenche, che rifiuto sempre la collaborazione con gli occupanti, pur cercando di continuare a lavorare. Un po' troppo lungo, anche poco appassionante, il film di Tavernier si accende sul finale e, almeno in questa parte, riesce a coinvolgere lo spettatore.

La moglie del prete (Italia, 1971) di Dino Risi. Con Sophia Loren (Valeria Billi), Marcello Mastroianni (don Mario Carlesi), Venantino Venantini (Maurizio), Giuseppe Maffioli (Davide, lo spretato), Dana Ghia (Lucia), Miranda Campa (la madre di Valeria), Pippo Starnazza (il padre di Valeria), Gino Cavalieri (don Filippo), Jacques Stany (Jimmy Guitar).

Dino Risi era un regista furbissimo: qui trae un film da una materia che per altri sarebbe stata appena sufficiente per farci un episodio. Mentre per molti il film arranca dalla metà in avanti, secondo me è proprio la prima parte quella meno riuscita, con quell'inizio che non sta né in cielo né in terra dove la Loren si trasforma in Remi Julienne per inseguire l'amante fedifrago Venantino Venantini. Anche la parte del corteggiamento non è granché, ma il film mette a segno qualche unghiata e qualche battuta riuscita, ed in alcuni momenti è perfino commovente, almeno nella figura dello spretato, interpretato con partecipazione da Giuseppe Maffioli. Non ci si poteva certo aspettare un discorso serio sul celibato ecclesiastico da un film di Risi, ma il peggio è la presenza di una Lorenche pare appena uscita da una beauty farm californiana e c'entra come i cavoli a merenda. E la morale è sempre la stessa: i più furbissimi assai di tutti sono sempre i preti.

 

L'intendente Sansho (Giappone, 1954) di Kenji Mizoguchi.  Con Kinuyo Tanaka (Tamaki), Yoshiaki Hanayagi (Zushiô), Kyôko Kagava (Anju), Eitarô Shindô (l’intendente Sanshô), Akitake Kôno (Taro), Masao Shimizu (Masauji Taira), Ken Mitsuda (il Primo Ministro Fujiwara).

Nel medio evo giapponese, un governatore viene esiliato perché ha parteggiato per i contadini. Anche la sua famiglia dovrà tornarsene ai luoghi d'origine. Ma durante il viaggio la moglie e i figli sono rapiti e venduti come schiavi: lotteranno per tutta la vita per potersi ritrovare.

Perché un film intitolato all'intendente Sanshô, che non è certo il personaggio principale della storia che Mizoguchi ci viene a raccontare? Perché, secondo me, l'intendente Sanshô rappresenta il male che l'uomo deve affrontare nella vita, l'ostacolo al Bene, il lato oscuro da superare per raggiungere la beatitudine cui anela ogni seguace del Budda. L'intendente cerca di tenerci prigionieri, di educarci con le buone o con le cattive (più spesso con le cattive) a seguire il suo cattivo esempio, è quello che tenta di traviare suo figlio Taro o che sta per avere il sopravvento sul fragile animo di Zushio, o che tenta perfino di opporsi all'autorità imperiale. Eppure basta un semplice atto di volontà per uscire dai suoi recinti, magari con l'aiuto della fede (è proprio Taro, fuggito da casa e diventato monaco, ad aiutare Zushio nella sua fuga). A mio parere meno intenso, almeno all'inizio, rispetto agli altri capolavori di Mizoguchi ("Vita di O-Haru", "I racconti della luna pallida d'agosto", "Gli amanti crocifissi"), "L'intendente Sanshô", talvolta fin troppo "shinpa" (traducibile con "melodrammatico"), contiene pagine d'ineguagliabile emozione: impossibile non commuoversi di fronte all'incontro finale tra Shizuo e la madre ritrovata. Il film contiene tutti gli elementi tipici del cinema di Mizoguchi: a) la presenza di donne forti e sventurate (l'unico personaggio femminile negativo è la perfida vecchiaccia che tradisce Tamaki e la sua famiglia), spessissimo pronte a sacrificarsi per i loro uomini, come fa la povera Anju per favorire la fuga del fratello; b) il rapporto panico con la natura, anche nell'estremo sacrificio (sia la nutrice che Anju muoiono annegate); c) la necessità di tendere sempre al bene, dimostrando rigore morale nei confronti di sé stessi, ma misericordia nei confronti degli errori altrui (come recita la frase che il governatore esiliato lascia in eredità a Zushio prima di partire). In più, la sceneggiatura di Yoda Yoshikata è quasi proustiana nel richiamare un semplice gesto già accaduto in passato: quando Anju tenta di convincere Zushio a fuggire per andare a cercare la madre, la madeleinette è rappresentata dal ramo che i due fratelli spezzano insieme cadendo a terra, come era accaduto tanti anni prima, proprio la sera in cui furono rapiti. Mizoguchi, per parte sua, è geniale in alcuni movimenti di macchina, con i quali riesce a farci percepire i sentimenti provati dai suoi personaggi, come nella magistrale sequenza dell'invocazione di Zushio al Ministro, nel quale la tempesta interiore del ragazzo è testimoniata dal volteggio frenetico della macchina da presa. In conclusione,"L'intendente Sanshô" è uno dei capolavori che compongono la mirabile tetralogia sul passato del Giappone, realizzata dal Maestro negli ultimi anni della sua vita.

 

Batte il tamburo lentamente (USA, 1973) di John Hancock. Con Michael MOriarty (Henry Wiggen), Robert De Niro (Bruce Pearson), Vincent Gardenia (Dutch Schnell), Phil Foster (Joe Jaros), Danny Aiello (Horse), Ann Wedgeworth (Katie), Patrick McVey (il padre di Bruce), Heather MacRae (Holly Wiggen), Selma Diamond (Tootsie).

"Batte il tamburo lentamente" non è certo un capolavoro. Il titolo italiano, peraltro, è sbagliato, poiché dovrebbe piuttosto suonare come "Batti (o battete) il tamburo lentamente", frase tratta da una triste ballata country. Comunque, il film di Hancockdifficilmente sarebbe uscito in Italia, se non fosse che nel cast c'era un giovane attore di nome Robert De Niro, che proprio nel 1973 si era fatto notare con "Mean Streets" di Scorsese e un anno più tardi con "Il padrino - Parte II" di Coppola."Batte il tamburo lentamente" uscì infatti da noi nel 1977, più o meno in coincidenza con l'uscita di "New York New York", uno dei film che contribuì a consacrare definitivamente la fama dell'attore italoamericano. Che qui recita nella parte di un giovane giocatore di baseball, poco dotato da punto di vista intellettivo, che si ammala di un male incurabile e muore. La malattia del giovane rappresenta un momento di insolita unità d'intenti tra i rissosi membri dei New York Yankees, che riescono a vincere il campionato, anche grazie alle qualità nascoste del giovane ricevitore. La storia è raccontata dal campione della squadra (interpretato da Michael Moriarty), che è anche il migliore amico del giovane giocatore malato. L'intero film, nonostante qualche interessante caratterizzazione - come Vincent Gardenia nella parte del coach e Danny Aiello al suo esordio cinematografico - non offre troppi spunti d'interesse, salvo che per la parte di questo Bruce Pearson, di cui Bob De Niro s'impadronisce lentamente, fino a fagocitare l'intero film, lasciando la sua impronta sull'opera di un onesto documentarista sportivo.

Tag: cinema

Cumulativo film 13

by sasso67 (07/12/2008 - 23:36)

Il cavernicolo (USA, 1981) di Carl Gottlieb. Con Ringo Starr (Atouk), Barbara Bach (Lana), Dennis Quaid (Lar), Shelley Long (Tala), Jack Gilford (Gog).

Un film demenziale, che in alcuni punti prova persino la parodia di 2001: ODISSEA NELLO SPAZIO. Purtroppo Carl Gottlieb non è Mel Brooks Jim Abrahams o i fratelli Zucker, e il livello del film si abbassa spesso a quello di QUANDO LE DONNE AVEVANO LA CODA. Le gag davvero divertenti si contano sulle dita di una mano (e forse, di dita, ne avanzano un paio) e la morale, secondo la quale in natura prevalgono i più intelligenti e non i più forti fisicamente, è nota almeno dai tempi di Darwin. Altrimenti, a digitare questo commento al mio posto ci sarebbe un dinosauro.

La ragazza con la valigia (Italia, 1961) di Valerio Zurlini. Con Claudia Cardinale (Aida Zepponi), Jacques Perrin (Lorenzo Fainardi), Romolo Valli (Don Pietro Introna), Gian Maria Volonté (Piero), Corrado Pani (Marcello Fainardi), Riccardo Garrone (Romolo), Luciana Angiolillo (la zia), Renato Baldini (il Francia), Ciccio Barbi (il rag. Crosia), Enzo Garinei (Pino).

Nonostante qualche lungaggine, soprattutto nel finale, il terzo lungometraggio di Zurlini resta una pietra miliare del nostro cinema, per quello che sa dirci, in tono nettamente pessimistico, sull'irrimediabile divisione tra le classi sociali. Per di più, Zurlini sa descrivere molto bene i palpiti e le emozioni dei suoi personaggi, specialmente i più giovani e sensibili. Qui è aiutato dall'interpretazione fresca e immediata diPerrin e della Cardinale.

Ricomincia da oggi (Francia, 1998) di Bertrand Tavernier. Con Philippe Torreton (Daniel Lefebvre), Maria Pitarresi (Valeria), Nadia Kaci (Samia Damouni), Françoise Bette (la signora Delacourt), Didier Bezace (l’ispettore).

Ahi Ahi, ci tradisce anche Tavernier. Innovatore di temi e tecniche cinematografiche (basti pensare a Legge 627, del 1992), magistrale direttore d'attori, bravissimo a scegliere i collaboratori, qui tenta la strada del film immerso profondamente nella realtà, mescolando attori a persone "reali" e traendo la sceneggiatura dalla vera esperienza di suo genero, insegnante di scuola materna. Però, tra la carta e la pellicola c'è di mezzo il mare, e se molte delle situazioni descritte sembrano prese dal vero, non convince proprio la figura del protagonista, novello cavaliere senza macchia e senza paura dell'innovazione pedagogica, quasi fosse una rediviva Maria Montessori in blue jeans. Intorno a lui ruotano una maestra più brava dell'altra, bidelle e cuoche di infinita disponibilità, mentre i cattivi sono i servizi sociali (esclusa la bella Samia) e gli ispettori scolastici, capeggiati dal sindaco comunista. Per non parlare, poi, del fantomatico Ufficio Contenzioso, che assume i contorni di una vera e propria Spectre post litteram. Sia lode alle intenzioni, ma qui Tavernier, per eccesso di zelo, s'imbroda parecchio.

Prima che sia notte (USA, 2000) di Julian Schnabel. Con Javier Bardem (Reinaldo Arenas), Andrea Di Stefano (Pepe Malas), Olivier Martinez (Lazaro Gomez Carilles), Johnny Depp (Bon Bon; tenente Victor).

"La differenza tra il comunismo e il capitalismo è che se il comunismo ti prende a calci in culo devi applaudire, mentre se ti prende a calci in culo il capitalismo puoi protestare". Con questa filosofia, enunciata dal protagonista cubano del film, si può certamente essere d'accordo. Con tutto il resto del film, però, no. Schnabel dà un'ideaparzialissima di Cuba, punta sugli effetti più pacchiani dell'omosessualità (che tuttora resta reato a Cuba, se lo ricordino i filocastristi ed anche i filoratzingeriani), persegue a tutti i costi la Poesia, anche con una voce fuori campo che legge enfaticamente versi e ricordi d'infanzia. Ma spesso la Poesia nasce dalle cose semplici e forse Schanbel l'ha capito quando ha realizzato Lo scafandro e la farfalla, mentre se l'era dimenticato quando ha concepito questa robbaccia. Va anche detto che dietro al film non c'è l'unilaterale condanna del regime cubano: anche l'agognata America non è descritta molto meglio; se Reinaldo era stato chiuso, dalla polizia cubana, in celle buie ed angustissime, l'appartamento newyorkese in cui lo scrittore finisce i suoi giorni, dimenticato da tutti, non è molto più confortevole. Buono l'inizio, ma per il resto si ha uno spreco totale di mezzi e talenti.

Basquiat (USA, 1996) di Julian Schnabel. Con Jeffrey Wright (Jean-Michel Basquiat), David Bowie (Andy Warhol), Michael Wincott (Rene Ricard), Benicio DelBasquiatToro (Benny Dalmau), Claire Forlani (Gina Cardinale), Dennis Hopper (Bruno Bischofberger), Gary Oldman (Albert Milo), Christopher Walken (l’intervistatore), Elina Löwensohn  (Annina Nosei), Tatum O’Neal (Cynthia Kruger), Courtney Love (Big Pink), Willem Dafoe (l’elettricista).

Il fatto che il regista sia, come il suo protagonista, un pittore fa sì che si riesca a capire piuttosto bene come lavoravaJean-Michel Basquiat, quale sia stata la sua importanza nel mondo della pittura, specialmente nella New York degli anni Ottanta, e quali meccanismi regolino la critica e il mercato della pittura. E tra questi ultimi due aspetti non dev'esserci grande differenza, se, come dice Andy Warhol (un artista forse non eccelso ma un talent scout di enorme intelligenza), "un pittore vale quanto sa farsi pagare". Il fatto, poi, che il regista sia stato un amico del protagonista riesce a darci un quadro credibile della personalità, certamente disturbata, di Basquiat, tossicomane e forse colpito nella psiche dalla stessa malattia che ha condotto la madre alla reclusione in una clinica psichiatrica. E, in questo modo, Schnabel (il quale spesso indulge a vezzi registici degni di miglior causa, come testimonia il surfista che ogni tanto solca le onde immaginarie del cielo newyorkese) riesce, in alcuni momenti, a farci percepire l'emozione per la fine precoce di un artista di valore. E non va taciuto almeno un momento di grande valore: l'intervista che il protagonista concede al giornalista interpretato, per pochi intensi minuti, da Christopher Walken con la bravura che gli è consueta.

 

Il giustiziere di mezzogiorno (Italia, 1975) di Mario Amendola.Con Franco Franchi (Franco Gabbiani), Ombretta De Carlo (Agata), Aldo Puglisi (Fernando), Maria Antonietta Beluzzi (la signorina Barzuacchi), Gigi Ballista (il direttore Rossetti), Raf Luca (l’ing. Balloria), Franco Diogene (il vigile), Alberto Farnese (Lorenzi), Vincenzo Crocitti (Alvaro Trippa), Gino Pagnani ed Enzo Andronico (bombaroli).

Con baffetti alla Charles Bronson, il giustiziere di mezzogiorno colpisce alle ore più svariate, raddrizzando torti senza spargere una goccia di sangue, al massimo menando colpi su dei teppistelli con un calzino pieno di monete da cento lire. La prima parte è abbastanza riuscita, con alcuni momenti piuttosto divertenti, mentre il finale con la bomba è visto e rivisto decine altre volte nella filmografia diFranchi e Ingrassia. Tutto sommato, un film innocuo (al contrario dei giustizieri bronsoniani) e moderatamente divertente.

 

I giovani leoni (USA, 1958) di Edward Dmytryk. Con Marlon Brando (il ten. Christian Diestl), Montgomery Clift (Noah Ackerman), Dean Martin (Michael Whiteacre), Maximilian Schell (il capitano Hardenberg), Hope Lange (Hope Plowman), Barbara Rush (Margaret Freemantle), May Britt (Gretchen Hardenberg), Dora Doll (Simone), Liliane Montevecchi (Françoise), Lee Van Cleef (il serg. Rickett), Arthur Franz (il ten. Green), Richard Gardner (il soldato Crowley).

Un kolossalone, per durata e mezzi produttivi, con tutti i pregi e i difetti tipici del kolossal hollywoodiano. Il film è riuscito soprattutto nelle scene d'azione bellica, semplici ma molto efficaci e riuscite, mentre puzza irrimediabilmente di muffa nelle sequenze cosiddette intimiste. Naturalmente gli americani sono descritti come bravi ragazzi pieni di buone intenzioni, anche se un po' maneschi, a volte teste calde, qualcuno anche un po' vigliacco, ma sempre pronti a redimersi e a dare prove di coraggio (da giovane leone, appunto) al momento opportuno. E per fortuna non si era ancora agli anni del revisionismo sull'Olocausto: anzi, Dmytryk, un po' didascalicamente, ci fa elencare, in sottofinale, proprio da un ufficiale delle SS, dati e cifre dello sterminio (tanto che il buon tenente Marlon Brando se ne adonta parecchio). Dmytryk è bravo a dirigere l'enorme materia di questo filmone, anche se ormai, per le vicende che lo segnarono durante il periodo del maccartismo, non riesce più a dare ai suoi film un'impronta veramente personale.

Tag: cinema

Cumulativo film 12

by sasso67 (07/12/2008 - 23:27)

uno (USA, 2007) di Jason Reitman. Con Ellen Page (Juno MacGuff), Michael Cera (Paulie Bleeker), Jennifer Garner (Vanessa Loring), Jason Bateman (Mark Loring), Allison Janney (Bren MacGuff), J.K. Simpson (Mac MacGuff), Olivia Thirlby (Leah).

Pur nella mia ignoranza, l'ho riconosciuta subito: la voce e lo stile delle canzoncine della colonna sonora è quella di Kimya Dawson, l'ex voce deiMoldy Peaches, un gruppo americano di genere indefinibile, generalmente catalogati sotto il termine in negativo di anti-folk. Il film sembra una delle filastrocche della cantautrice: un po' ripetitivo, ma che dietro alla banalità del testo, che può sembrare scritto per sedicenni un po' squinternati come la protagonista, qualcosa ci dice, in filigrana, anche sulla società americana. Dove, ad esempio, ragazzine che della vita sanno quel che hanno sentito dalle canzoni restano giornate intere fuori dal controllo delle famiglie, guidano macchine in cui a malapena toccano i pedali, restano incinte e possono tranquillamente vendere (o regalare, come in questo caso) i propri figli alla prima coppia venuta, senza che nemmeno qualcuno controlli che i genitori adottivi davvero li vogliano. E' poco? Forse, ma il regista, che sembra cresciuto a pane e Tim Burton, lo sa dire con uno stile che provoca una sensazione di tenerezza per questi personaggi, adulti ed adolescenti, assolutamente squilibrati. Qualche forzatura c'è e si sente, come nel primo incontro tra Juno e gli adottanti, in cui si dovrebbe, forse, ridere per la differenza di registri usati dai presenti, oppure l'accennata attrazione tra la protagonista e Mark Loring, oppure, ancora, l'improvvisa dichiarazione d'amore di Juno per Bleeker. Ma insomma, si tratta pur sempre di un filmetto da Sundance, meritorio festival che di solito premia operine giovanili e leggere come JUNO.

Angela (Italia, 2002) di Roberta Torre. Con Donatella Finocchiaro (Angela), Andrea Di Stefano (Masino Santalucia), Mario Pupella (Saro), Toni Gambino (Santino).

La prima mezz'ora del film è davvero pregevole. La figura della protagonista è riuscita e credibile, in quel suo carattere di persona indurita dall'odioso mestiere di corriere della droga nonché di moglie intoccabile del boss. La bella interpretazione di Donatella Finocchiaro la fa sembrare una nuova Anna Bonaiuto della Vuccirìa. Sì, perché, tutto sommato, il personaggio è anche molto sofferto e fragile, non appena qualche folle infrange il diaframma di questa molto presunta intoccabilità. Ecco che emerge tutta l'inconsistenza da castello di carte di una vita basata su convenzioni tenute in vita dalla legge della pistola e dell'omertà: la polizia intercetta le telefonate tra gli amanti ed arresta la banda. Fine della prima vita di Angela. Potrebbe iniziarne un'altra. Ma qui la Torre, palermitana d'adozione e d'elezione, si perde e la sceneggiatura del film mostra diverse incongruenze. Segnalo le due che mi sono balzate agli occhi: 1) scompare quasi subito la figlia di Angela, ed è una scomparsa non da poco, poiché nella vita di una donna i figli sono l'ultimo bene da abbandonare; 2) Masino, scagnozzo da quattro soldi, tutto sensi e poco cervello, si trasforma d'incanto, come dice Saro in prigione, nel "principe azzurro". Una buona figura femminile, in ogni caso, di quelle rare nel cinema italiano, affidata ad un'attrice esordiente, ma già credibile e brava.

Malcolm X (USA, 1992) di Spike Lee. Con Denzel Washington (Malcolm X), Angela Bassett (Betty Shabazz), Albert Hall (Baines), Al Freeman Jr. (Elijah Muhammad), Delroy Lindo (West Indies Archie), Spike Lee (Shorty), Lonette McKee (Louise Little).

Malcolm X è una monumentale biografia filmata del famoso attivista afroamericano, assassinato a New York nel 1965. E non mi sembra affatto il miglior film di Spike Lee, il quale, al contrario, mi sembra molto più a suo agio nel raccontare i bassifondi delle odierne metropoli statunitensi (e penso a Fa' la cosa giusta e a Jungle Fever). Qui siamo nel campo di un cinema di vecchissimo stampo, che tuttavia sa evitare l'agiografia, anche grazie al fatto che lo stesso Malcolm nella propria autobiografia non aveva taciuto errori e malefatte del suo passato. Vi sono molti dei passaggi fondamentali della vita del leader nero: dall'infanzia funestata dagli assalti del Ku Klux Klan che gli uccide il padre, alle aspirazioni subito frustrate di poter studiare per diventare avvocato, all'adolescenza delinquenziale, alla gioventù dedicata alla gang delle scommesse clandestine, fino alla carcerazione, durante la quale incontra il verbo di Elijah Muhammad e poi il matrimonio, la rottura con il leader della Nation Of Islam e l'omicidio. Ma la scena che mi è rimasta più impressa è quella in cui una ragazza bianca, a Boston, domanda a Malcolm cosa possa fare una persona come lei, bianca ma senza pregiudizi razziali, per la causa dei neri. "Niente" risponde Malcolm sprezzante.

Codice: Swordfish (USA, 2001) di Dominic Sena. Con John Travolta (Gabriel Shear), Hugh Jackman (Stanley Jobson), Halle Berry (Ginger Knowles), Don Cheadle (l’agente Roberts), Sam Shepard (il Senatore James Reisman), Vinnie Jones (Marco), Drea de Matteo (Melissa).

Trent'anni fa, ai tempi della FEBBRE DEL SABATO SERA e di GREASE, John Travolta era considerato - almeno dalle ragazzine - uno degli uomini più belli del mondo. Dopo un periodo d'oblio, in gran parte meritato, durante il quale si era parlato di lui soprattutto per l'adesione alla discussa setta di Scientology, l'attore americano tornò in auge con l'ottima interpretazione del Vincent Vega di PULP FICTION. Dopo di che, per parecchi anni, ha vissuto di rendita, interpretando personaggi più o meno cattivi in film d'azione nei quali non erano comunque richieste grosse doti interpretative. CODICE: SWORDFISH è, a mio parere, un film totalmente sbagliato. Concepito come un frullato impazzito di PULP FICTION,MATRIX, THE NET e MISSION: IMPOSSIBLE, il thrilleraccio di Sena non coinvolge, ha premesse inconsistenti e sviluppi drammatici inverosimili. Anche i luoghi comuni, di cui il film abbonda, sembrano appiccicati con lo sputo e i colpi di scena - come la pseudomaliardetta, amante del boss, che si rivela una poliziotta in missione segreta - fanno cascare le braccia. I protagonisti, peraltro, non offrono alcuna attrattiva, anche perché John Travolta è troppo paciocco per sembrare un genio del male, Hugh Jackman è anonimo come un avatar di Second Life e Halle Berry (che mostra le puppe affrittellate) è la classica donna più sexy vestita che nuda. C'è qualche sparo di troppo, altrimenti sarebbe un perfetto film da dormire.

Il silenzio dopo lo sparo (Germania, 1999) di VolkerSchlöndorff. Con Bibiana Beglau (Rita Vogt), Martin Wuttke (Erwin Hull), Nadja Uhl (Tatjana), Harald Schrott (Andi Klein), Alexander Beyer (Jochen Pettka), Jenny Schilly (Friederike Adebach).

Ancora una volta, meritoriamente, il cinema tedesco fa i conti con il terrorismo e con il suo passato recente di paese diviso. Che cosa resta dopo la rapina, dopo l'attentato, dopo lo sparo? Vuoto e silenzio, paura e senso di precarietà. "Come si convive con quel passato?" domanda una collega, che ha riconosciuto nella protagonista la terrorista ricercata dalla polizia della Germania Ovest. Male, sarebbe la risposta: con la paura di essere riconosciuti e, soprattutto, il terrore di rivelare la verità alle persone che si amano, dopo avere abbandonato altre persone che si amano, alcune identità fa. Del resto, anche la Stasi era madre abile ed affabile, scaltra ed onnipresente, ma non eterna, e il crollo del Muro di Berlino ha lasciato tanti ex giovani orfani del proprio passato di rivoluzionari senza una precisa visione del futuro. Ed anche Rita alias Susanne alias Sabine non è che una delle tante vittime di una gioventù vissuta sulle ali fragili e plumbee di Mao e della P38. Nonostante la serietà del tema affrontato e della serietà dell'approccio,Schlöndorff è un ottimo illustratore, ma mi pare che non riesca ad entrare in profondità nelle cose e nell'animo delle persone: è un po' troppo americano per essere europeo e un po' troppo tedesco per essere americano. Su un tema analogo, mi era piaciuto molto di più il film di Lumet VIVERE IN FUGA, dove c'è una sequenza (il colloquio della protagonista femminile con il padre) degno di rimanere nelle pagine della storia del cinema mondiale.

Tag: cinema

Italia odia

by sasso67 (07/12/2008 - 23:23)

Roberto Curti, Italia odia. Il cinema poliziesco italiano, Lindau, 2006, pp. 420, € 24,00.

La mia insana passione per il cinema m fa comprare e leggere anche queste monografie sul cinema poliziesco - o poliziottesco, ché Curti li considera sinonimi - un genere che, come pochi altri, ha caratterizzato un periodo del cinema italiano abbastanza lungo. e quando i saggi sul cinema sono scritti in maniera avvincente come questo, bisogna dire che ciò fa buon pro. Curti, infatti, non ha soltanto un'ottima competenza cinematografica (tanto che è uno dei collaboratori del famigerato Dizionario di Paolo Mereghetti), ma sa anche collegare i vari filoni del genere con i fatti della politica e della cronaca italiana del periodo (in buona sostanza i nostri anni Settanta). Così, se i prodromi del poliziottesco si hanno con Un maledetto imbroglio di Germi, il tappo della bottiglia salta con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Petri. Con l'omicidio di Pinelli e il susseguente assassinio del commissario Calabresi prende vita il filone della polizia che, di volta in volta, odia, spara, s'incazza o ha le mani legate. Vi sono poi i filoni legati al massacro del Circeo e alla sua gioventù violenta, quello scerbanenchiano, quello legato alla mafia (figlio di film come Il giorno della civetta e soprattuttoConfessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica) e quello che scaturisce dalla sceneggiata napoletana. Curtiriesce a proporre al lettore, anche quello digiuno della "materia" un excursus interessante, che non trascura le figure più significative, come, per fare solo un paio d'esempi, quella di Maurizio Merli, poliziotto solitudine e rabbia dal capello biondo e l'occhio azzurro, o quella del delinquente parolacciaro, poi passata alla madama, Tomas Milian.

Tag: libro,saggio,cinema

Cumulativo film 11

by sasso67 (30/11/2008 - 12:28)

La merlettaia (Francia/Svizzera, 1977) di Claude Goretta. Con Isabelle Huppert (Béatrice), Yves Beneyton (François), Florence Giorgetti (Marylène), Anne-Marie Düringer (la madre di Béatrice), Renata Schroeter (Marianne), Michel De Ré (il ritrattista), Monique Chaumette (la madre di François), Jean Obé (il padre di François), Sabine Azéma (Corinne).

«L'amore non dura. Prima si beve dallo stesso bicchiere e poi ci si mette il cotone nelle orecchie per non sentire l'altro che russa» dice Marylène, l'amica e collega della protagonista. E per la povera Béatrice, detta Pomme (la Mela), è proprio così. Apprendista parrucchiera, conosce, durante una vacanza in Normandia, lo studente di lettere François, di famiglia borghese. Lei, che nei ritagli di tempo leggeMaupassant, ma non è istruita, vive sola con la madre, si è trasferita a Parigi dalla campagna, ed è ancora vergine, s'innamora perdutamente del bel giovane e gli si dà completamente. Ma la convivenza non sarà facile: circondato da amici intellettuali che, seppure educatissimi, egli sente diversi da lei, così come da una famiglia che ha grosse aspirazioni per il figlio, François lascia la ragazza, che rimane come schiantata dalla delusione. Colpita da esaurimento nervoso, finisce in clinica psichiatrica, dove s'inventa un mondo di fantasia, che impedirà a François di rimediare ai propri rimorsi. Girato daGoretta (del quale finora avevo visto soltanto L'INVITO e LA MORTE DI MARIO RICCI) con una sobrietà che ricorda l'ultimo Bresson, affidato alle tenere ma pugnaci spalle di una Isabelle Huppert che offre in spontaneità ciò che ancora non possiede in tecnica recitativa, LA MERLETTAIA è un piccolo straordinario film che cresce di minuto in minuto e merita molta più considerazione di quella che ha ottenuto finora. Proviamo a fare un confronto con le tanto celebrate commedie, proverbi e filastrocche rohmeriane, poi ne riparliamo.

KLEINHOFF HOTEL (Italia, 1977) di Carlo Lizzani. Con Corinne Cléry (Pascale Rota), Bruce Robinson (Karl), Katja Rupé (Petra), Michele Placido (Pedro).

Micidiale impasto di sesso e terrorismo, nel quale spadroneggia, incontrastata, la noia. Neppure Tinto Brass avrebbe potuto realizzare un pastrocchio simile, ma quello che dispiace di più è che la firma sia proprio di Lizzani, uno dei registi italiani più seri e preparati. Per questo motivo, il film si meriterebbe un bel pallino vuoto di mereghettiana invenzione.

Lo scafandro e la farfalla (Francia/USA, 2007) di Julian Schnabel. Con Mathieu Amalric (Jean-Dominique), Emmanuelle Seigner (Céline), Marie-Josée Croze (Henriette Roi), Niels Arestrup (Roussin), Jean-Pierre Cassel (Padre Lucien; il venditore di oggetti sacri), Max von Sydow (il padre di Jean-Do), Marina Hands (Joséphine).

Date le premesse ci si poteva attendere un film patetico o lacrimevole, oppure il veicolo per una prestazione attoriale di quelle "indimenticabili". Invece non è così: lo spirito è piuttosto scanzonato e di chi, seppur metaforicamente, è riuscito a rimboccarsi le maniche ed a creare qualcosa anche in una situazione di totale paralisi, nella quale non solo mangiarsi un piatto di verdure lesse è un "piacere" ormai proibito, ma anche esprimere semplicemente le proprie opinioni è un'impresa titanica. In alcuni momenti, con il suo sfrenato vitalismo (può apparire paradossale, ma è così) il film potrebbe addirittura sembrare uno spot del Movimento per la vita contro l'eutanasia, ma sono sicuro che il buon Giandomenico sarebbe assolutamente rispettoso di chi, nelle sue stesse condizioni, decidesse di chiedere di andarsene. Caso mai è una bella pubblicità per il sistema sanitario francese, così solerte a farsi carico di una malattia così totalizzante da lasciare al paziente soltanto la possibilità di sbattere una palpebra: cosa sarebbe successo in Italia? Ma anche: sarebbe accaduto lo stesso se il protagonista non fosse stato il caporedattore di "Elle"? A parte ciò, è da apprezzare l'impostazione di Schnabel che divide il film tra le inquadrature classiche, con la macchina da presa che inquadra il protagonista e le soggettive sghembe che partono dal suo occhio sinistro: bravo il regista, fra le altre cose, a suggerire il pianto di Jean-Dominique, semplicemente appannando l'obiettivo. Un elogio va fatto anche all'attore Amalric, bravo a stare al proprio posto senza esagerare: spesso nessuno sa essere gigione come un attore nella parte di un paralitico. Difetto: le donne del film sono tuttte troppo belle e troppo buone per essere vere. Anche per un caporedattore di "Elle".

I ragazzi del massacro (Italia, 1969) di Fernando di Leo. Con Pier Paolo Capponi (il commissario Marco Lamberti), Susan Scott (Livia Ussaro), Enzo Liberti (Carrua), Marzio Margine (Carolino Marassi), Renato Lupi (Mascaranti), Giuliano Manetti (Fiorello Grassi), Danika La Loggia (la signorina Romani).

Non c'entra niente il massacro del Circeo (1975): il film è del 1969. Ma è comunque molto attuale. Si parla dello stupro e dell'omicidio di una giovane insegnante da parte di una classe di ragazzi sottoproletari della scuola serale. Lo scioglimento della vicenda, che anticipa i gialli argentiani (dall'UCCELLO DALLE PIUME DI CRISTALLO in poi), può anche lasciare perplessi, però funziona l'atmosfera sonnacchiosa del commissariato, così come la squallida sfilata degli adolescenti che hanno preso parte al massacro. Di Leo gira lo stupro iniziale con la camera a mano, gettando lo spettatore in mezzo all'azione, in modo da farlo quasi sentire membro del branco. Ed ha mano felice, il regista, nello scegliere Pier Paolo Capponi quale protagonista, perfetta figura di antieroe meneghino, e la bellaSusan Scott per la parte di Livia Ussaro, qui nelle vesti di assistente sociale. Certo, chi abbia letto VENERE PRIVATA (1966), il primo romanzo diScerbanenco con la centro la figura di Duca Lamberti, qualche perplessità può legittimamente coltivarla: come abbia fatto il protagonista a trasformarsi da medico radiato dall'ordine a commissario di pièsse, lo sanno solo Dio e i meccanismi produttivi del poliziesco all'italiana. Ma, dettagli a parte, si intravedono già, in questo film, tutte le qualità del talento dell'autore che realizzerà, di lì a poco, la magica alchimia di MILANO CALIBRO 9.

Tag: cinema

Cumulativo film 10

by sasso67 (29/11/2008 - 17:43)

La stregoneria attraverso i secoli (Svezia1922) di Benjamin Christensen. Con Benjamin Christensen (Satana), Karen Winther (la moglie dell’ammalato), Emmy Schonfeldt (Maria, la mendicante).

La stregoneria attraverso i secoliSull'assurdità, l'immoralità, l'ingiustizia e la pericolosità della tortura hanno scritto pagine indelebili intellettuali come il Verri, il Beccaria e il Manzoni della Storia della colonna infame. Anche Christensen si scaglia, con questo film grottesco, contro l'assurdo metodo per estorcere confessioni e accuse, spesso usato anche dalla cara Santa Madre Chiesa o dal braccio secolare cui affidava gli accusati. Non è il caso delle (presunte) streghe, va detto, contro le quali si è sempre accanito di più il potere temporale che non quello ecclesiastico, spesso diffidente nei confronti delle sedicenti fattucchiere. Sia come sia, qui il regista ci presenta anche una conventicola di fratacchioni che non disdegna i piaceri della carne (salvo poi affidarsi al sacro lavacro dell'autofustigazione), ma punisce con i tormenti le persone accusate di stregoneria: in particolare, una vecchia mendicante cui è attribuito un talismano, ritrovato nella casa di un uomo moribondo, al quale è stato praticato uno strano rito da un viandante. La vecchia, sotto tortura, confessa di essere una strega, ma accusa le due donne che l'hanno denunciata di essere sue complici. Era tanto semplice finire nelle mani del carnefice... Con un salto temporale al presente (naturalmente del 1922), Christensen ci porta in un'epoca dove per fortuna si comincia a dare a certi fenomeni il nome più adeguato: isteria. Oggi una donna malata d'isteria può essere adeguatamente curata; sullo sfondo, comunque, continuano ad ardere, come monito per le nostre coscienze, i roghi medievali. Più che un documentario, il film di Christensen è un film surrealista ben documentato, che non disdegna di farci un'introduzione sulle origine della stregoneria fin dai tempi dell'antico Egitto, per arrivare ad una specie di veloce rassegna sugli strumenti di tortura più "gettonati" (con corde, catene e spunzoni in bella evidenza). Con i suoi sabba (ispirati in particolare alla pittura di Bosch e diGoya) e interrogatori nelle segrete dei conventi, LA STREGONERIA ATTRAVERSO I SECOLI sta bene in un'ideale antologia del cinema surrealista insieme a UN CHIEN ANDALOU e L'AGE D'OR di Buñuel, ma anche al GOLEM di Wegener e al CALIGARI di Wiene. Impossibile non pensare, infine, che a questo film non si sia ispirato il Dreyer del DIES IRAE e della GIOVANNA D'ARCO.

 

Geppo il folle (Italia, 1978) di Adriano Celentano. Con Adriano Celentano (Geppo il folle), Claudia Mori (Gilda), Miki Del Prete (l’impresario), Jennifer (Marcella), Pietro Brambilla (Gomma), Raf Di Sipio (Raf), Marco Columbro (il disc jockey).

Geppo il folle e Celentano in folle, anzi in retromarcia, per uno dei film più presuntuosi, inutili e cretini dei nostri anni Settanta. Il che è tutto dire.

 

Che la festa cominci… (Francia, 1975) di Bertrand Tavernier.Con Philippe Noiret (Filippo d’Orléans, il Reggente), Jean Rochefort (l’Abate Dupuis), Jean-Pierre Marielle (il Marchese di Pontcallec), Marina Vlady (Madame de Parabere), Christine Pascal (Emilie), Raymond Girard (il medico Chirac), Nicole Garcia (Fillon).

Negli anni Settanta, Tavernier era considerato in Francia l'anti-Truffaut, poiché aveva rispolverato sceneggiatori della vecchia scuola, come Jean Aurenche ePierre Bost, che erano stati tra i bersagli preferiti del Truffaut teorico della nouvelle vague. Nonostante ciò, proprio Tavernier eTruffaut sono i cineasti francesi che amo di più. E CHE LA FESTA COMINCI... resta il film, tra quelli girati dal regista lionese, che preferisco. Si tratta di un film in costume, a mio parere degno di affiancare BARRY LYNDON tra i più belli mai realizzati. La trama è abbastanza semplice: uno spiantatissimo nobilastro bretone si reca a Versailles per dare al Reggente un ultimatum circa l'indipendenza della molto futuribile Repubblica della Bretagna. Nella capitale francese, mentre il Re designato ha solo nove anni, comanda Filippo d'Orleans, spalleggiato da un tale Abate Dupuis (il cui unico merito è di avere salvato la vita al Reggente in battaglia), che aspira alla poprpora cardinalizia, pur essendovi molti dubbi sul fatto che sia almeno battezzato. Questa conventicola di nobili passa la vita a gozzovigliare, tra cene pantagrueliche ed orge gigantesche, mentre intorno il popolo muore letteralmente di fame. Fotografato magistralmente daPierre-William Glenn, recitato da almeno tre attori in stato di grazia, Noiret,Rochefort (indimenticabile) e Marielle, diretto da un regista che ha ogni titolo per essere definito Maestro, CHE LA FESTA COMINCI... è, secondo me, uno dei capolavori cinematografici degli anni Settanta.

 

Il sarto di Panama (GB, 2001) di John Boorman. Con Pierce Brosnan (Andy Osnard), Geoffrey Rush (Harry Pendel), Jamie Lee Curtis (Louisa Pendel), Leonor Varela (Marta), Brendan Gleeson (Mickie Abraxas), Harold Pinter (zio Benny), Catherine McCormack (Francesca).

bandóne [ban'done] s.m. 1 sm lamiera di ferro o d'altro metallo 2 sm saracinesca «Ce le abbiamo le mutande di bandone?» domanda al telefono il capo dei servizi segreti britannici a Pierce Brosnan. Le mutande di bandone! Questa è stata l'unica scena di tutto il film che mi ha fatto sussultare. Lode alle mutande di bandone, dunque. Ma su tutto il resto c'è solo da stendere un velo pietoso, a cominciare dalla regia di un Boorman ormai irriconoscibile, per arrivare ad unBrosnan un po' troppo zerozerobeppe, passando per una Jamie Lee Curtis di molto fuori parte. Anche quando si esce per andare al cinema, mi sa, bisognerebbe munirsi di mutande di bandone.

La leggenda di Narayama (Giappone, 1958) di Keisuke Kinoshita. Con Kinuyo Tanaka (Orin), Teiji Takahashi (Tatsuhei), Yuko Mochizuki (Tamayan), Danko Ichikawa (Kesakichi).

Nessuno parla tanto di soldi quanto i poveri. Così, gli affamati di questo film non fanno che parlare di cibo. In un'epoca (qualsiasi epoca) in cui da mangiare non c'era per tutti, nelle famiglie la cosa più pericolosa erano le bocche da sfamare. Specialmente se, poi, queste bocche appartenevano a persone non ancora o non più in grado di lavorare. E dunque l'anziana Orin ha già programmato, come prevede l'usanza, di allontanarsi da casa al compimento, ormai imminente, del settantesimo anno d'età. Per farsi sembrare più vecchia (ché non vuole pesare sull'economia domestica), ma anche per rendere la propria bocca meno temibile per la concorrenza allo scarso cibo familiare, si è addirittura spaccata i denti davanti. E poi il giorno fatidico, quando si avvicina la prima neve, arriva. Kinoshita ha diretto questo film con i mezzi del teatro kabuki, ed infatti, all'inizio il film risulta un po' lento, inframmezzato com'è di canzoni attinenti al tema della vicenda principale. Ma il regista ha anche saputo costruire il suo film come un'opera pittorica in divenire, con i colori vivaci dei fondali teatralmente dipinti, che si stemperano nei colori cupi dei giorni del viaggio alla montagna, fino ad imbiancarsi in un finale immerso nella neve. Da questo punto di vista LA LEGGENDA DI NARAYAMA è veramente magistrale, anche se mi pare che manchi, lungo tutta la sua durata, la poesia che permea le opere maggiori di unMizoguchi. Tuttavia, la scena dell'incontro con gli anziani del villaggio, che alla fine della riunione scompaiono silenziosamente nel buio l'uno dopo l'altro, e quella, struggente, della salita al monte, nella quale Tatsuhei chiama invano la madre che giace silenziosa sulla gerla che porta sulle spalle, sono da antologia della storia del cinema mondiale. Figurativamente bellissimo, il film ha un andamento in crescendo emozionale e culmina in una seconda parte molto più intensa della prima.

Abuso di potere (Italia/Francia/RFT, 1972) di Camillo Bazzoni. Con Frederick Stafford (il commissario Luca Miceli), Marilù Tolo (Simona), Reinhard Kolldehoff (il questore), Umberto Orsini (Enrico Gagliardi), Corrado Gaipa (Gunther Rosenthal), Raymond Péllegrin (il Sostituto Procuratore D’Alò), Elio Zamuto (Mottesi), Claudio Gora (il Procuratore), Guido Leontini (Turi De Loco), Ninetto Davoli (Yoyò).

Date retta: s'è visto di peggio. La trama è piuttosto "classica", per quanto riguarda il poliziesco di serie B, compresa l'incazzatura del commissario protagonista con i superiori e con il magistrato di turno troppo garantista e/o corrotto. A reggere la baracca contribuisce anche l'interpretazione del non disprezzabile attore praghese Frederick Stafford, il cui personaggio è chiaramente ricalcato sulla figura del commissario Calabresi, che in quel 1972 assurse, suo malgrado, agli onori delle cronache. Lo ricorda dalla sagoma, ai maglioni dolcevita, alla tragica fine.

Tag: cinema

Cumulativo film 9

by sasso67 (22/11/2008 - 14:01)

La prima notte di quiete (Italia, 1972) di Valerio Zurlini. Con Alain Delon (Daniele Dominici), Sonia Petrova (Vanina Abati), Lea Massari (Monica), Giancarlo Giannini (Spider), Renato Salvatori (Marcello), Adalberto Maria Merli (GerardoPavani), Alida Valli (Marcella, la madre di Vanina), Salvo Randone (il preside), Nicoletta Rizzi (Elvira).

Un film importante, all'epoca, anche valido, ma non completamente riuscito. Si avverte troppo l'eco delFellini dei VITELLONI, che fa da sfondo malinconico e baudlerianamente pieno di spleen a questa vicenda, che si annuncia funerea fino dalla visione dei banchi di scuola. E se Zurlini pecca un po' di fellinismo, questo è coniugato al cinemadiAntonioni, quello padano del GRIDO e quello, conDelon protagonista, dell'ECLISSE. Con Antonioni,Zurlini condivide, in buona parte un'idea di cinema, dal punto di vista del contenuto, così come da quello della tecnica, che li spinge a privilegiare le inquadrature fisse ed i piani sequenza. Ma Zurlini, nella sua (purtroppo breve) carriera, ha condiviso un paio di esperienze anche con un cineasta che sembra lontanissimo da lui: Tarkovskij. Nel 1962 Zurlini vinse il Leone d'oro con CRONACA FAMILIARE, a parimerito con L'INFANZIA DI IVAN del regista russo; in LA PRIMA NOTTE DI QUIETE, il protagonista e Vanina si recano a Monterchi, in Toscana, per vedere La Madonna del parto, uno degli affreschi più importanti di Piero della Francesca. Lo stesso fatto costituirà la sequenza iniziale del film girato da Tarkovskij in Italia, cioè NOSTALGHIA. Quanto a LA PRIMA NOTTE DI QUIETE, condivido molte delle ragioni esposte da chi ha commentato il film prima di me, anche se non ne comprendo le ragioni d'entusiasmo per questo film, che sarebbe certo piaciuto a parecchi degli autori del Decadentismo letterario.

 

Cronache di poveri amanti (Italia, 1953) di Carlo Lizzani. Con Gabriele Tinti (Mario), Anna Maria Ferrero (Gesuina), Marcello Mastroianni (Ugo), Antonella Lualdi (Milena), Giuliano Montaldo (Alfredo), Cosetta Greco (Elisa), Bruno Berellini (Carlino Bencini), Irene Cefaro (Clara), Adolfo Consolini (Maciste), Eva Vanicek (Bianca), Wanda Capodaglio (la signora), Garibaldo Lucii (Staderini).

Lizzani porta sullo schermo il romanzo di Pratolini, trovando la giusta "mescola" tra sottofondo politico (siamo nel 1925, dopo il delitto Matteotti e alla vigilia dell'affermazione del Fascismo come regime) e rapporti personali tra gli abitanti di una via popolare di Firenze. La storia intreccia le vicende sentimentali di Mario (Tinti), Bianca (Vanicek), Milena (Lualdi), Ugo (Mastroianni), Gesuina (Ferrero) ed altri con le azioni di resistenza degli antifascisti che si oppongono alle azioni notturne delle squadracce che si aggirano per la città armate di manganelli e pistole. In quel contesto, il Fascismo, a Roma, sta cercando di ripulirsi la faccia e quindi fa perseguire dalla polizia i suoi sicari più brutali, come il ragionier Bencini (Berellini). Poi, nel 1926, arriveranno le cosiddette leggi fascistissime, con l'istituzione del tribunale speciale, ed anche gli assassini saranno integrati nell'ingranaggio del regime. Anche Via del Corno sarà "normalizzata" e i suoi abitanti più pericolosi arrestati. E' commovente la scena della morte di Alfredo (Montaldo), così come sono divertenti altre sequenze ambientate per le vie o nei bordelli di Firenze.

 

Storie di vita e malavita (Italia, 1975) di Carlo Lizzani. Con Cinzia Mambretti (Rosina), Lidia Di Corato (laura), Annarita Grapputo (Daniela), Cristina Moranzoni (Gisella), Nicola De Buono (Velluto), Mimmo Craig (il proprietario dell'agenzia), Walter Valdi (un pappone).

Storie di ragazzine, quasi tutte minorenni, che finiscono nel giro della prostituzione, di alto o infimo bordo che sia. Tratto da storie vere, con al centro tanta miseria, morale, prima che materiale, il film mostra come all'origine della caduta di queste ragazze, diverse per estrazione sociale e geografica, vi sia una totale assenza di valori e un rapporto sbagliato e inesistente all'interno delle famiglie. Il film di Lizzani è cupo e senza speranza: non vi è un solo personaggio positivo in nessuna delle vicende narrate; gli uomini, in particolare, sono talmente biechi (sfruttatori, ruffiani, violenti, aguzzini, ipocriti e libidinosi) da rivalutare figure retoriche generalmente usate per paragoni negativi, come i vermi o i topi di fogna. Colpisce, in particolare, la scena finale del rogo della ragazzina che batte senza la protezione del clan e la conseguente, barbarissima, uccisione di uno dei piromani. I difetti di STORIE DI VITA E MALAVITA sono soprattutto un sospetto di compiacimento e voyeurismo (l'epoca in cui uscì il film era proprio quella delle zie sexy, delle cameriere, delle infermiere e via puttaneggiando) e l'inenarrabile dilettantismo di un'operazione portata a termine, visibilmente, con due spiccioli.

 

Mazzabubù... quante corna stanno quaggiù? (Italia, 1971) di Mariano Laurenti. Con Carlo Giuffrè (il narratore), Franco Franchi (Franco), Ciccio Ingrassia (Ciccio), Isabella Biagini (la moglie di Franco), Mariolina Cannuli (la moglie di Ciccio), Nadia Cassini (la donna allo stadio), Giancarlo Giannini (Lucio), Riccardo Garrone (Agilulfo), Lino Banfi (il pizzicagnolo), Luciano Salce (il critico d'arte), Lars Bloch (il pittore), Umberto D'Orsi (il commendator Bordiga), Fausto Tozzi (l'eschimese), Pippo Franco (l'ospite dell'eschimese).

Squallida sequela di episodi presi di peso dalla tradizione boccaccesca, o che tentano di attualizzare quest'ultima. Lo scopo è realizzato con risultati infimi, dai quali si salvano soltanto, ma per il rotto della cuffia, le cornificazioni reciproche diFranco e Ciccio, in versione stranamente "per adulti". Il titolo pecoreccio sintetizza da solo la bruttezza del film.

 

Dramma della gelosia: tutti i particolari in cronaca (Italia/Spagna, 1970) di Ettore Scola. Con Monica Vitti (Adelaide Ciafrocchi), Marcello Mastroianni (Oreste Nardi), Giancarlo Giannini (Nello Serafini), Manuel Zarzo (Ughetto), Josefina Serratosa (Antonia), Hercules Cortes (Amleto Di Meo), Corrado Gaipa (il giudice istruttore).

Un non giovanissimo manovale comunista, sposato con una donna più anziana di lui, conosce una giovane fioraia e se ne innamora. Questa, a sua volta, s'invaghisce di un pizzaiolo toscano suo coetaneo. Il ménage a tre avrà un esito tragico.

Dopo avere fornito a Dino Risi il copione per STRAZIAMI, MA DI BACI SAZIAMI, Age eScarpelli scrivono insieme a uno dei loro collaboratori storici, Scola, questo DRAMMA DELLA GELOSIA, utilizzando, grosso modo, gli stessi codici. I personaggi del film, infatti, parlano come fossero personaggi dei fotoromanzi ("abbiamo infranto le leggi dell'amore!" esclama la Vitti) imbevuti di testi da canzonetta sanremese. In più, costruendo la trama come un lungo interrogatorio del commissario di polizia intervenuto sul luogo dell'omicidio, molte parti sono narrate secondo lo stile di un verbale poliziesco, con effetti indubbiamente comici. L'ambientazione proletaria è piuttosto riuscita, anche se non è raggiunto pienamente l'obiettivo di mettere in parodia gli scenari che sottofondavano i film neorealisti (tutti quei manifesti che si vedono all'inizio sembrano rimandare a LADRI DI BICICLETTE). Scola comincia qui a girare scene a margine delle feste dell'Unità, come farà, con maggior fortuna in C'ERAVAMO TANTO AMATI, sebbene, e mi sembra un peccato, il retroterra politico, abbastanza forte all'inizio del film (quando la Vitti dice a Mastroianni "chiedimi qualunque cosa!", lui risponde "domani vota comunista!"), si perda con il procedere della vicenda. Mastroianni, recitativamente parlando, è la consueta sicurezza,Giannini funziona in un ruolo ineditamente comico, mentre la Vitti comincia ad abusare del suo personaggio perennemente fragile e destinato a fare, involontariamente, del male a sé stesso e agli altri.

 

I due figli di Trinità (Italia, 1972) di Osvaldo Civirani. Con Franco Franchi (Franco), Ciccio Ingrassia (Ciccio), Lucretia Love (Lola), Anny Degli Uberti (Calamity Jane), Goffredo Unger (il padre superiore), Franco Ressel (Armstrong), Fortunato Arena (Jack Carson), Salvatore Baccaro (scagnozzo), Andrea Scotti (lo sceriffo), Angelo Susani (Ching Chan Pa), Claudio Ruffini (Sabata).

L'umorismo è senza dubbio di grana grossa e spesso abbastanza infantile. Però, se ci si lascia andare per un po' alla comicità fracassona di Franco e Ciccio, si può trovare anche qualche spunto di divertimento. Questa parodia "trinitaria" diCivirani contiene una delle scazzottate più lunghe della cinematografia cicciofranchiana, in cui sono protagonisti dei fratacchioni, come in ...CONTINUAVANO A CHIAMARLO TRINITA', e che utilizza tutti gli stereotipi della situazione. Queste sequenze, in ogni caso, tra bastonate, capriole e schiaffoni multipli, sono girate piuttosto bene, con un professionismo che non ha molto da invidiare ai film di Bud Spencer e Terence Hill.

Tag: cinema

Cumulativo film 8

by sasso67 (16/11/2008 - 19:42)

Ritratto di borghesia in nero (Italia, 1978) di Tonino Cervi.Con Senta Berger (Carla Richter), Stefano Patrizi (Mattia Morandi), Ornella Muti (Elena Mazzarini), Christian Borromeo (Renato Richter), Capucine (Amalia Mazzarini), Paolo Bonacelli (Paolo Mazzarini), Mattia Sbragia (Edoardo Mazzarini), Giancarlo Sbragia (il gerarca Maffei), Maria Monti (Linda), Giuliana Calandra (l'insegnante di musica).

Gli elementi essenziali, veri e propri tòpoi cinematografici, sono tre: la borghesia, Venezia e l'epoca fascista. Se negli anni Settanta andava di moda sviscerare la corruzione della borghesia (oggi, invece, si piange sulla sua scomparsa), Tonino Cervi cerca di prendersi qualche vantaggio in più, ambientando la vicenda nella città che più poteva accentuare la sensazione di fradiciume, cioè Venezia; in aggiunta, ambienta la storia in epoca fascista, anzi, alla fine del Ventennio, quando già si sente parlare della concreta ipotesi della guerra. Più della metà dei film che ho visto, ambientati a Venezia, non mi è piaciuta: e questo di Cervi è uno di quelli. RITRATTO DI BORGHESIA IN NERO sembra una versione morbosa del GIARDINO DEI FINZI CONTINI, ma la materia non è altrettanto importante e su tutto domina l'atmosfera languida ed estenuata di Venezia, mentre nella scena finale, quella più riuscita di tutto il film, provvede la polizia fascista a mettere la sordina sull'intera, tragica, vicenda. Gli attori sembrano quasi tutti imbambolati, compresa Senta Berger, per non parlare di Ornella Muti, che a 23 anni recitava ancora la parte della ragazzina. Bonacelli e Patrizi, bravi, sono un po' sbiaditi, mentre convince Pagni nel ruolo del commissario di polizia, ma la sua parte è troppo breve.


La ragazza con la pistola (Italia, 1968) di Mario Monicelli. Con Monica Vitti (Assunta Patanè), Carlo Giuffrè (Vincenzo Macaluso), Stanley Baker (il dott. Osborne), Corin Redgrave (Frank Hogan), Anthony Booth (John), Aldo Puglisi e Tiberio Murgia (due emigrati siciliani), Stefano Satta Flores (il cameriere del ristorante Capri), Helen Downing (la signora McIntosh), Janet Brandes (l'infermiera), Ivan Giovanni Scratuglia (Salvatore), Nicolina Verrelli (la cugina Concetta).
Buona commedia, che, è vero, abusa dei luoghi comuni sulla Sicilia, ma, insomma, si parla pur sempre di quarant'anni fa e comunque di una commedia. Il tono è quello dell'ironia grottesca, un po' com'era successo con il Germi di DIVORZIO ALL'ITALIANA e SEDOTTA E ABBANDONATA (cui rimanda la presenza, seppure fugace, di Puglisi nel cast). La storia dell'italiana all'estero è gestita daMonicelli discretamente, molto meglio che le cento avventure di Sordi in Inghilterra, Svezia, America eccetera. Le sequenze ambientate in Sicilia - incluse le scene immaginarie, in cui una schiera di prefiche vestite di nero funge quasi da coro greco - sono le più riuscite di quello che resta, comunque, un buon prodotto medio. E' uno dei film in cui la Vitti riesce a non rimanermi antipatica e probabilmente uno dei due o tre ruoli migliori, al cinema, per Giuffrè, che resta in ogni caso un ottimo interprete teatrale, soltanto prestato al cinema.

Le ragazze di San Frediano (Italia, 1954) di Valerio Zurlini.Con Antonio Cifariello (Andrea Sernesi, detto Bob), Rossana Podestà (Tosca), Marcella Mariani (Gina), Giovanna Ralli (Mafalda), Corinne Calvet (Bice), Giulia Rubini (Silvana), Luciana Liberati (Loretta), Sergio Raimondi (Giancarlo), Adriano Micantoni (il fratello di Bob), Boris Cappelli (Boris), Gianni Minervini (Aldo), Peter Trent (il corteggiatore di Mafalda), Giovanni Nannini (l'usciere a teatro).
Ispirato al romanzo di Pratolini, l'esordio diZurlini si differenzia di parecchio dal libro in diversi snodi della trama ed anche nello spirito: è quasi del tutto assente il substrato sociale dei personaggi (non si fa il minimo accenno al lavoro delle ragazze, tutte fin troppo belle, modello pin up) nonché qualsivoglia accenno alla situazione politica. Tuttavia Zurlini sa valorizzare l'ambiente fiorentino, senza esagerare in localismi o macchiette. Il regista bolognese (ma lo sceneggiatore Benvenuti era fiorentino, mentre De Bernardi è pratese) utilizza una messinscena moderna, tanto che il suo film sembra una versione seria di POVERI MA BELLI (1956), cui l'apparenta la presenza di Cifariello, discretamente bravo in questa parte di personaggio che sta a metà tra Pinocchio e Accattone. Un film medio, di buona riuscita. Due dei protagonisti di questo film sono morti prematuramente, nello stesso modo, Marcella Mariani, che qui interpreta Gina, Miss Italia nel 1954, morì ad appena diciannove anni in un incidente aereo sul Terminillo nel 1955; lo stessoCifariello, che dopo avere lasciato l'attività d'attore si era dedicato alla realizzazione di documentari in Africa, perì in un incidente aereo in Zambia a 38 anni, nel 1968.

I padroni della città (Italia/RFT, 1976) di Fernando di Leo.Con Jack Palance (lo sfregiato), Harry Baer (Tony), Al Cliver (Rick), Vittorio Caprioli (Napoli), Gisela Hahn (Clara), Edmund Purdom (Luigi Cerchio), Enzo Pulcrano (Peppe), Roberto Reale (Luca), Rosario Borelli (l'attore).
Però. Si vede che quando aveva libertà d'azione e capitali appena sufficienti (qui si giova dei marchi della coproduzione tedesca) di Leo sapeva fare dei film di genere di ottima riuscita. Quale genere? E' chiaro che non si tratta di un poliziesco, perché se c'è un grande assente, in questo film, è proprio la polizia, che, tra tutti questi omicidi, estorsioni, pestaggi, non mette fuori la testa neanche una volta. L'unico rappresentante della legge che si vede nel film è un povero pizzardone che sta dirigendo il traffico e si trova in mezzo a un inseguimento del protagonista (fra l'altro una delle sequenze tecnicamente più pregevoli del film). Direi che si tratta di un gangster movie italiano di robusta fattura, che porta impresso il marchio di fabbrica dileiano, a partire di una fotografia come se ne vede di rado (di Erico Menczer) ed un incipit che non può non restare nella memoria. La cifra stilistica del film è il romanzo picaresco, ben rappresentato da questo protagonista (Baer) sbruffone, doppiato in romanesco, che sembra un nipotino ripulito, nella faccia e nel linguaggio, del trucido di Tomas Milian. Vi sono rimandi anche al western leoniano, in particolare a C'ERA UNA VOLTA IL WEST, cui rimanda la trama con l'antefatto che prelude ad una vendetta a lungo meditata. Su tutti giganteggiano la faccia violenta e tagliente del boss Jack Palance e l'ironia di un Vittorio Caprioli alle prese con una pistola che fa i capricci.

Il caso Katharina Blum (RFT, 1975) di Volker Schlöndorff.Con Angela Winkler (Katharina Blum), Mario Adorf (il commissario Beizmenne), Dieter Laser (Werner Tötges), Jürgen Prochnow (Ludwig Götten), Heinz Bennent (l'avv. Blorna), Hannelore Hoger (Trude Blorna), Karl Heinz Vosgerau (Alois Sträubleder), Regine Lutz (Else Woltersheim).
Katharina Blum, divorziata, di professione domestica, incontra una sera, ad una festa di Carnevale, un giovane ricercato e se lo porta a casa. La mattina dopo, dileguatosi il giovanotto, la polizia fa irruzione nella casa della ragazza e l'arresta. Con domande banali, ma sempre più stringenti, la polizia accusa la Katharina di essere complice del presunto terrorista anarchico. Nel frattempo, un quotidiano scandalistico monta una campagna di stampa contro di lei.
Schlöndorff è sempre stato un bravo illustratore di soggetti altrui piuttosto che un autore in proprio. In effetti il suo film più celebre (e celebrato, anche con un premio Oscar) è l'ottima riduzione del romanzo IL TAMBURO DI LATTA di Gunter Grass. Un po' meno gli riuscì - ed in effetti non era impresa facile, specialmente se come protagonista viene imposta Ornella Muti - la resa cinematografica del proustiano UN AMORE DI SWANN. Qui siamo sui livelli del TAMBURO, anche se chi ha letto il romanzo di Heinrich Böll sostiene che il film non è all'altezza dello stile sperimentale del testo originario. In ogni caso, questo atto d'accusa su un certo modo di fare stampa si giova di una messinscena asciutta (dovuta alla sceneggiatura del regista e di Margarethe Von Trotta, che all'epoca era sua moglie) e di una buona interpretazione di Angela Winkler e del sempre positivo Mario Adorf. Anche se qualche particolare risulta un po' forzoso, come, ad esempio, questa Francoforte, novella Viareggio, in cui sembra sempre Carnevale. Deve farci riflettere il finale, con l'orazione funebre dell'ipocrita editore della canagliesca "Zeitung", che fa passare l'uccisione del suo giornalista come un attentato alla libertà di stampa, anziché, com'era, il gesto disperato di vendetta di una donna cui l'infame pennivendolo (ovviamente vi sono giornalisti bravi e squallidi sciacalli) aveva rovinato l'esistenza.

Porca vacca (Italia, 1982) di Pasquale Festa Campanile. Con Renato Pozzetto (Primo Baffo), Laura Antonelli (Marianna), Aldo Maccione (Tomo Secondo), Raymond Bussières (lo zio), Raymond Péllegrin (il generale), Gino Pernice (commilitone toscano), Antonio Marsina (l'ufficiale austriaco), Adriana Russo (la ballerina), Enzo Robutti (il capitano).
Remake non dichiarato e stupidotto della GRANDE GUERRA, in cui nessun personaggio ha il ben che minimo spessore. Due o tre risatacce, però, le strappa.Tensione: * Laurantonellismo: * Grandeguerra: = Guerra: * Grande: no.

Ernesto (Italia/Spagna/RFT, 1979) di Salvatore Samperi. Con Martin Halm (Ernesto), Michele Placido (l'operaio), Virna Lisi (la madre di Ernesto), Turi Ferro (Wilder), Renato Salvatori (Cesco), Concita Velasco (zia Regina), Francisco Marsò (zioGiovanni), Lara Wendel (Ilio e Rachele), Miranda Nocelli (la prostituta), Gisela Hahn (la madre di Ilio e Rachele).
Trasposizione (chi ha letto il libro dice poco fedele) dell'omonimo romanzo autobiografico, per ovvie ragioni pubblicato postumo nel 1975 di Umberto Saba, il poeta triestino morto nel 1957. Samperiambienta la vicenda nella Trieste sveviana, cui rimanda la vita dell'ufficio commerciale, di proprietà dell'austriacante Wilder, uomo di una certa età e con velleità letterarie, poco supportate dal talento. Ernesto, invece, è un sedicenne di buona famiglia ebraica, cresciuto con la mamma e una coppia di zii senza figli, poiché suo padre, un goiym (cioè non ebreo), lasciò la madre incinta di tre mesi. Il ragazzo è intelligente e pieno di talento artistico, soprattutto per il violino, ma non gli piace il suo lavoro. Un giorno viene adocchiato da un aitante operaio che lo introduce all'amore omosessuale. Ernesto si abbandona a questa relazione, naturalmente segreta, ma in seguito, compiuti i diciotto anni, si fa iniziare anche al sesso con le donne da una giovane prostituta. Pare che nel romanzo di Saba, incompiuto, la vicenda si concluda con l'abbandono dell'operaio da parte di Ernesto, che ha conosciuto il giovane violinista Ilio, mentre qui Samperiintroduce una sorella gemella di Ilio, cui il protagonista finisce sposo. Insomma, mentre il romanzo di Saba narrava di un'iniziazione alla vita, la conclusione è un matrimonio borghese (ed ebraico), cui forse non sarebbe arrivato neanche qualche inetto sveviano. Forse Samperi non era il regista giusto per questa trasposizione cinematografica, o forse era proprio il testo di Saba che non si prestava a diventare un film, fatto sta che il risultato finale è un'estenuata prova stilistica, in alcuni tratti abbastanza riuscita, in altri molto scialba.

Il giustiziere sfida la città (Italia, 1975) di Umberto Lenzi. Con Tomas MIlian (Rambo), Joseph Cotten (il vecchio Paternò), Luciano Catenacci (Conti), Silvano Tranquilli (Marco Marsili), Evelyn Stewart [Ida Galli] (la signora Marsili), Alessandro Cocco (Giampiero Marsili), Guido Alberti (il barista), Maria Fiore (Maria Scalia), Femi Benussi (Flora), Mario Piave (Pino Scalia), Adolfo Lastretti (Ciccio Paternò), Tom Felleghi (Ferrari), Shirley Corrigan (la donna di Conti), Antonio Casale (Duval), Duilio Cruciani (Luigino Scalia), Mario Novelli (Franco), Luciano Pigozzi (scagnozzo di Conti), Rosario Borelli (scagnozzo di Paternò), Gianni Di Benedetto (il commissario).
Uno dei migliori film di Lenzi e del filone gangsteristico all'italiana (non definirei questo film poliziesco o poliottesco, perché la polizia vi compare appena). Dal punto di vista del racconto, il film sembra un incrocio traANATOMIA DI UN RAPIMENTO (1963) diKurosawa e PER UN PUGNO DI DOLLARI (1964): infatti, per salvare la vita ad un bambino rapito, un ex malvivente redento (cui hanno ucciso il migliore amico, divenuto agente di una polizia privata) mette l'un contro l'altro due clan malavitosi. Lenzi propone un montaggio serrato di questo copione che non presenta colpi di scena clamorosi, ma neanche inutili efferatezze, gestito piuttosto bene da un buon cast, nel quale, ancora una volta, la fa da padrone Tomas Milian, doppiato da Ferruccio Amendola, stavolta senza volgarità romanesche. Per il resto si assiste ad un'avvincente sfida tra marchi, per una sorta di supremazia pubblicitaria: qui si fa indubbiamente largo la Mondialpol, ma un posto preminente è occupato, al solito, dal J&B, che supera il Punt e Mes, il Fernet Branca e, in una breve apparizione, l'aranciata San Pellegrino. Ottimo, come al solito, lo score di Franco Micalizzi.
P.S. In una delle prime scene viene inquadrata la macchina dei banditi con dentro il boss Conti con due dei suoi scagnozzi: gli attori sono Luciano Catenacci,Luciano Pigozzi e Antonio Casale. Tre ceffi da galera come non se ne vedono spesso al cinema tutti assieme. In sostanza, se i greci erano spesso legati al mito del καλός κάι αγαθός, qui Lenzi si dimostra seguace del κακός κάι stronzolòs.
P.P.S. Sul MORANDINI 2006, compaiono nel cast anche Maria Rosaria Omaggio, Giampiero Albertini e Arthur Kennedy, ai quali non passò neanche per l'anticamera del cervello di partecipare a questo film.

Tag: cinema

Il divo

by sasso67 (16/11/2008 - 19:40)

Il divo (Italia, 2008) di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo (Giulio Andreotti), Anna Bonaiuto (Livia Andreotti), Flavio Bucci (Franco Evangelisti), Carlo Buccirosso (Paolo Cirino Pomicino), Massimo Popolizio (Vittorio Sbardella), Piera Degli Esposti (Vincenza Enea, la segretaria), Paolo Graziosi (Aldo Moro), Giorgio Colangeli (Salvo Lima), Gianfelice Imparato (Vincenzo Scotti), Aldo Ralli (Giuseppe Ciarrapico), Giulio Bosetti (Eugenio Scalfari), Lorenzo Gioielli (Mino Pecorelli).
«È una mascalzonata», sibilò Andreotti quando vide in anteprima il film, insieme alla stampa. In seguito il senatore a vita si è ricreduto ed ha attenuato il proprio giudizio. Ed anche a me il film di Sorrentino, dal punto di vista del contenuto, sembra tutt'altro che una mascalzonata, ed è anzi, a suo modo, un gesto quasi d'affetto. Tanto le colpe di Andreotti (non parlo di reati, non mi compete, ma di responsabilità politiche) le conosciamo tutti, e quindi? IL DIVO mi è piaciuto molto, era il tipo di film che aspettavo da anni da un regista italiano. La conferma di un grande talento di regista-sceneggiatore che sappia anche dirigere un film come Dio - che, sebbene non voti - comanda. Sorrentino si è scritto e diretto un film che potrebbe essere SALVATORE GIULIANO (e, come nel film di Rosi, fin dall'inizio è in scena un cadavere: quello dell'Italia) diretto con talento visionario e grottesco dal Martin Scorsese di CASINO: non c'è qui, la necessità di trovare un assassino, come poteva essere per il JFK di Oliver Stone, e quindi non interessa sapere se davvero Andreotti baciò Riina in una calda giornata d'estate (qui sembra, ironicamente, quasi una scena romantica). Il film è più filosofico: importa sapere se, come dice il senatore a vita, davvero l'Italia si è fatta prendere per il naso, per anni, dal referente della mafia, ma anche se, come dice ancora Andreotti, i delitti commessi in nome del potere sono giustificati dalla necessità di garantire al Paese l'ordine che l'ha, bene o male (più male che bene) governato per circa cinquant'anni. Sorrentino ci propone il ritratto di una Sfinge italiana e alla fine la domanda che mi sorge spontanea (come avrebbe detto Lubrano) è: abbiamo votato per cinquant'anni Andreotti e da quindici votiamo per Berlusconi. Ma perché? CAPOLAVORO.

Tag: cinema

Cumulativo film 7

by sasso67 (12/11/2008 - 20:14)

Il bandito (Italia, 1946) di Alberto Lattuada. Con Amedeo Nazzari (Ernesto Ferrero), Anna Magnani (Lydia), Carlo Campanini (Carlo), Carla Del Poggio (Maria), Mino Doro (Mirko), Eliana Banducci (Rosetta), Folco Lulli (Andrea), Thea Ajmaretti (Tecla), Amato Garbini (il tenutario), Gianni Appelius (Calligaris), Ruggero Madrigali (il negriero).
Un reduce della seconda guerra mondiale torna a casa. Si fa per dire, perché la sua casa è stata distrutta dai bombardamenti, sua madre è morta e la sorella si prostituisce in un bordello. Dopo avere ucciso il manutengolo e causato la morte proprio della sorella, l'uomo s'imbatte nella capa di una banda di criminali, a cui si unisce.
Un buon film, che stilisticamente spazia dal neorealismo all'espressionismo, con qualche influenza dell'Ejsenstein di IVAN IL TERRIBILE (com'è rilevabile nell'inquadratura di Amedeo Nazzari quando scopre la sorella nel bordello). Dal punto di vista contenutistico è evidente la derivazione dal noir americano; il finale mi ha ricordato la secchezza di UNA PALLOTTOLA PER ROY (1941) di Raoul Walsh. Buone prove degli attori, sia di Nazzari che della Magnani, ma anche di Campanini.

Il bandito dagli occhi azzurri (Italia, 1980) di Alfredo Giannetti. Con Franco Nero (Renzo Dominici), Dalila Di Lazzaro (Stella), Carlos De Carvalho (il commissario), Luigi Montini (lil brigadiere Mannella), Pier Francesco Poggi (l'amante di Stella), Sergio Tabor (
il gestore della mensa), Jole Fierro (la madre di Dominici), Fabrizio Bentivoglio (Riccardo), Franco Iavarone (la guardia giurata).
Il film è inverosimile dall'inizio alla fine: non c'è un solo elemento credibile, non uno snodo plausibile. Non è neanche il caso di elencare i momenti e gli episodi che lasciano lo spettatore esterrefatto per l'assurda incongruità della sceneggiatura. Una regia piatta e una recitazione sotto il livello di sopportabilità aggiungono al bianco lo splendore. L'unico motivo di curiosità è la presenza nel cast, in un ruolo secondario ma non trascurabile, di un giovane Fabrizio Bentivoglio. Volendo trovare un motivo d'interesse, si può dire che non è male la colonna sonora di Morricone. Pagella. Tensione, Ritmo, Umorismo ed Erotismo: * (cumulativo); Occhiazzurri: ***; Occhiverdi: **; Occhichiusi: meglio.

Segreti e bugie (GB, 1996) di Mike Leigh. Con Brenda Blethyn (Cynthia Rose Purley), Timothy Spall (Maurice Purley), Phyllis Logan (Monica Purley), Marianne Jean-Baptiste (Hortense Cumberbatch), Claire Rushbrook (Roxanne Purley), Elizabeth Berrington (Jane), Lee Ross (Paul).
Mike Leigh è, secondo me, uno dei tre o quattro maggiori registi viventi. Ancora meglio di Ken Loach sa coniugare l'approfondita analisi delle psicologie dei suoi personaggi con la descrizione degli sfondi urbani e degli ambienti, spesso semplici e cadenti, quando non degradati (come, per esempio, nello stupendo TUTTO O NIENTE). Qui, probabilmente, eccede nel melodramma, rappresentato dalla recitazione eccessivamente caricata di Brenda Blethyn, a mio parere sopravvalutata per questa prova. L'attrice inglese, forse non aiutata dal doppiaggio italiano, esagera con piantini e risolini, fornendo il sospetto di manierismo recitativo. Per il resto, però, bisogna dire che il cinema di Leigh sa emozionare anche quando mette in campo elementi volutamente patetici. In SEGRETI E BUGIE inserisce, per fortuna del contesto, alcuni fattori d'equilibrio che riescono a controbilanciare la spinta "negativa" degli altri. In particolare, la forza calma di Maurice e Hortense fa da contrappeso alla spinta negativa rappresentata soprattutto da Monica (incattivita dall'impossibilità di avere figli) e Roxanne (resa caratteriale dall'assenza di un padre e dalla convivenza forzata con una madre isterica e lagnosa). Ma anche la protagonista femminile rischia di fungere da elemento perturbante, con quella sua logorrea dovuta al bisogno di manifestare un affetto che sente di non avere mai ricevuto: anche le sue relazioni "amorose" si sono risolte in due gravidanze con altrettanti abbandoni da parte dei compagni occasionali. La scena in cui tutti i nodi vengono al pettine è forse un po' forzata, risolvendosi in una specie di tempestoso gioco al massacro, ma dà modo anche al paziente Maurice di tirare finalmente fuori il piccolo rospo che covava dentro e che lo rodeva: "Ecco fatto. L'ho detto. E dov'è il fulmine dal cielo?" esclama sollevato. Grandissimo l'apporto di Timothy Spall, uno dei miei attori preferiti, forse il miglior "attore grasso" in circolazione.

La mano spietata della legge (Italia, 1973) di Mario Gariazzo. Con Philippe Leroy (il commissario Gianni De Carmine), Klaus Kinski (Vito Quattroni), Tony Norton (il vicecommissario D'Amico), Silvia Monti (Linda), Cyril Cusack (il giudice), Sergio Fantoni (il questore Musante), Fausto Tozzi (Nicolò Patrovita), Guido Alberti (il prof. Palmieri), Pia Giancaro (Nadia Antonelli), Lincoln Tate (Venturi), Rosario Borelli (Salvatore Perrone), Marino Masè (Giuseppe Di Leo), Tom Felleghi (il maresciallo), Valentino Macchi (Genovesi).
Un film girato a bassissimo costo, anche se il cast è di tutto rispetto (Klaus Kinski, Philippe Leroy, Cyril Cusack, Sergio Fantoni, Guido Alberti, Fausto Tozzi) per un prodotto di Serie B. Gariazzo, comunque, è un valido esponente dell'italianissima arte d'arrangiarsi, e riesce a mascherare con bravura i set messi in piedi con un budget risicatissimo e, forse proprio grazie alla scarsezza di mezzi, non si perde in inutili sequenze d'inseguimento automobilistico: l'unica, su stradine di campagna, è breve e piuttosto efficace. La tematica del film è quella della "polizia con le mani legate", abbinata a quella del poliziotto che, durante gli interrogatori dei sospettati, ha le mani fin troppo "libere". Peraltro, il giro che il commissario De Carmine scopre con le sue maniere spicce è molto grosso, per cui viene destinato ad altra sede. Per concludere, la pagella alla maniera di FilmTV. Tensione: ** Sangueappiscio: *** Donnegnude: ** Procedurapenale: zero.

L'assassino è ancora tra noi (Italia, 1986) di Camillo Teti. Con Mariangela D'Abbraccio (Cristiana), Giovanni Visentin (Alex), Riccardo Parisio Perrotti, Luigi Mezzanotte, Yvonne D'Abbraccio.
Non era tanto semplice fare un film più brutto del MOSTRO DI FIRENZE di Cesare Ferrario, ma l'eroico Teti c'è riuscito. Se la recitazione di Leonard Mann nel film di Ferrario era catatonica, quella di Mariangela D'Abbraccio (forse era meglio inserire la sorella pornostar) e Giovanni Visentin (l'improbabile "dottor Alex", neanche fosse Del Piero) è addirittura soporifera. Qualche elemento preso dalla realtà degli omicidi del cosiddetto Mostro di Firenze - gli omicidi, le mutilazioni (un'asportazione pubica addirittura insopportabile), il bar dei guardoni -, è mischiato ad una serie impressionante di incredibili luoghi comuni. Teti cerca di disseminare qualche falsa pista e qualche sospetto, come nei peggiori film degli epigoni di Dario Argento: ma perché dovrebbe ruotare tutto intorno a questa ragazzotta che sta semplicemente tentando di scrivere la propria tesi di laurea sugli omicidi, senza peraltro capirci un granché? E poi dov'è ambientato questo film? No, perché per essere Firenze ci sono un po' troppe automobili targate Roma. Teti non ne azzecca una: perfino la fotografia è orripilante; al buio non si vede niente, mentre alla luce del giorno i maglioni rossi della protagonista fanno bruciare gli occhi. Insomma, questo L'ASSASSINO E' ANCORA TRA NOI è un film così brutto, ma così brutto, che se fossi il Mostro di Firenze farei causa al regista.

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