Bar Sport
Bar Sport (1976) di Stefano Benni (Feltrinelli)
Questo di Benni è uno dei migliori libri di puro umorismo nella letteratura italiana. Sembra perfino incredibile che sia stato scritto 28 anni fa, tanto ci si può ancora trovare spunti irresistibili. «Al bar Sport non si mangia quasi mai. C'è una bacheca con delle paste, ma è puramente coreografica». È la bacheca della Luisona, la decana delle paste del bar Sport. Non è che ci sia da raccontare una trama: Bar Sport è una specie di romanzetto a episodi, uno più divertente dell'altro. Anzi, le perle migliori Benni se le gioca all'inizio, specialmente con le Attrazioni del bar (in particolare La pesca del boero e Il biliardo) e Il tecnico (o meglio, il "tennico"). Ma il tono del libro è tutto molto divertente, condito dall'umorismo surreale del miglior Benni (quello delle prime 50 pagine di Saltatempo, ad esempio). Molto divertente anche l'episodio Viva Piva, storia iperbolica di un calciatore dal tiro portentoso, un misto tra Gigi Riva e Levratto, che pur non essendo un'aquila (richiesto dall'allenatore di rimettere in campo dopo l'uscita del pallone in fallo, si porta a centrocampo e vomita), sfonda nel grande Milan del '53.
Insomma, nel Bar Sport non si mangia quasi mai, ma si ride moltissimo.
Campagna antivolantinaggio
Hanno veramente rotto i coglioni: ma possibile che ogni santo giorno, quando riprendo la macchina a Cecina debba preoccuparmi di togliere i volantini da sotto i tergicristalli davanti e di dietro, che quando piove si appiccicano ai parabrise? E perché il comune tollera questa barbara usanza? Quali rimedi? Io ho provato ad approfittarne per riciclare carta, ma rompe andare fino al contenitore della carta ogni giorno per uno o due foglietti. Ho provato ad appallottolare il volantino e buttarlo in terra, per fare in modo che, vedendo le cartacce, il comune vietasse il volantinaggio. Non ho ottenuto niente. Per questo ho voluto lanciare questa bellissima CAMPAGNA ANTIVOLANTINAGGIO, che si articolerà in tre fasi.
Fase 1: raccolta dati. Schedatura degli esecutori materiali e dei mandanti. Tra questi ultimi i più pericolosi sono in particolare il ristorante La buca del gatto della Mazzanta, La casa del materasso e Strabilia, che, dopo avere ammorbato Cecina di volantini, libretti & brochures, ha chiuso bottega.
Fase 2: controvolantinaggio. Diffusione di volantini per additare alla pubblica esecrazione i perfidi volantinatori. È in tutto e per tutto uguale a un volantinaggio normale, ma è "contro".
Fase 3: tappezzatura. Le automobili dei colpevoli saranno completamente rivestite di volantini verdolini di carta riciclata, tratta dai manifestini della palestra Tae Won-Chi ("scherzo di natura"), con contorno di carta gialla da cartocci per le bruciate (caldarroste).
Zulu Dawn
Zulu Dawn (USA/Olanda, 1979) di Douglas Hickox. Con Peter O'Toole (Lord Chelmsford), Burt Lancaster (Col. Durnford), Simon Ward (Ten. William Vereker), Denholm Elliott (Ten. Col. Pulleine), Peter Vaughan (furiere Bloomfield), Christopher Cazenove (Ten. Coghill), Bob Hoskins (C.S.M. Williams), Nicholas Clay (Ten. Raw), Nigel Davenport (Col. Hamilton-Brown), Ronald Pickup (Ten. Harford), Simon Sabela (Cetewayo), Freddie Jones (Bishop Colenso), John Mills (Sir Henry Bartle Frere).
Il film narra dell'episodio in cui gli inglesi incapparono in una disfatta in terra africana ad opera degli Zulu del re Cetewayo: la sconfitta di Isandhlwana del 22 gennaio 1879. Appena due anni e mezzo prima oltre oceano si era verificato il massacro di Little Big Horn nel quale trovò la morte un incosciente di nome George Armstrong Custer. Si vede che proprio la storia non insegna niente, visto che contro gli Zulu i soldati di sua maestà commisero gli stessi errori del Colonnello Custer e quelli commessi 25 anni prima, nella battaglia di Balaclava, durante la Guerra di Crimea. Il massacro di cui fu vittima il contingente britannico fu dovuto a numerosissimi errori tattici dei responsabili militari, in particolare dello spocchioso e borioso Lord Chelmsford, interpretato nel film da Peter O'Toole, il quale sottovaluta gravemente sia il numero sia il valore sia l'acume tattico degli Zulu. Ma le responsabilità vanno ricercate anche nei minuziosi regolamenti dell'esercito inglese, che burocratici furieri facevano rispettare senza un minimo di buon senso: si veda in Zulu Dawn l'episodio di cui è protagonista il furiere Bloomfield (Peter Vaughan), che si rifiuta di fornire proiettili al reparto dell'esercito che sta respingendo a scariche di fucileria il primo assalto degli Zulu. In termini numerici, la strage di Isandhlwana surclassò il massacro di Little Big Horn, anche se l'anno successivo i Britannici compirono una spietata vendetta.
Il film è d'impianto tradizionale, anzi vecchiotto, ma le scene di battaglia sono dirette filologicamente e con maestria («piglio napoleonico», lo definisce Tullio Kezich); e lo sguardo di Peter O'Toole nel finale è davvero scespiriano: è lo sguardo d'un uomo che intuisce a quale tragedia abbia condotto il suo modo errato di condurre le cose. E chissà se il vero Lord Chelmsford, «un uomo che riusciva a vedere soltanto quanto rientrava nel campo visivo del suo binocolo», come fu definito, fu capace di uno sguardo cotale, che pare preludere ad un'autocritica.
La più bella del mese (Farinotti)
«Io sono il più grande esperto di cinema del mondo»
(Pino Farinotti, senza ridere)
da http://www.report.rai.it/2liv.asp?s=188
Il suddetto Farinotto (come
suona meglio), con grave spregio della grammatica e della sintassi, a domanda risponde testualmente:
AUTORE
Nella commissione nominata da Urbani c'è anche il professor Farinotti. Urbani ha scelto i suoi commissari in base alle indicazioni dei partiti. Lei di che partito è?
PINO FARINOTTI - Commissione Cinema, Min. Beni Culturali
Io non mi sento di, è chiaro che sono configurato in forza a Forza Italia, però il lavoro che faccio lo faccio davvero indipendentemente da questo tipo di definizione che per me non contano nulla. Però siccome devono contare in questo tipo di configurazione, che faccio? Accetto di venire configurato in questo modo.
Davo per scontato che se lei veniva qua e mi considerasse incompetente. Mi sembra assurdo che devo rispondere a queste cose.
Detto in tutta semplicità io sono il più grande esperto di cinema del mondo.
Fuori dalla telecamera, questo lo dico a te. Poi credo che la gente un po' mi conosce visto che sono il critico di Rai Uno. Poi sono consulente per la fiction del consiglio d'amministrazione della Rai, riferisci ad Alberoni e a Cattaneo, credo che dopo tanti anni la competenza sia stata riconosciuta.
Annunziata/Cattaneo/Vespa
Dalla lettera della Presidente della RAI Lucia Annunziata al Direttore Generale Cattaneo:
"Caro direttore, sono le 14.12 e prendo atto della tua telefonata, che è durata un minuto e nella quale, a proposito della mia lettera odierna sulla vicenda Bonolis-Bilancia mi hai detto 'tu non mi hai ancora visto incazzato', 'ti faccio vedere i sorci verdi' e 'ti caccio a calci in culo'. Prima di sbattermi il telefono in faccia".
Ci voleva un supermanager molto gradito a questo polo delle libertà fatto di veri e pseudo cattolici per usare, credo per la prima volta nella storia della RAI, simile linguaggio, oltretutto rivolto alla Presidente dell'azienda. Ma Cattaneo, non contento, continua, in una sua lettera, con un inno all'ipocrisia:
"Sono pronto a un chiarimento, alla presenza del Cda e del Collegio Sindacale, sui comportamenti che dobbiamo tenere, almeno pubblicamente, discutendo anche fino a che grado devo sopportare critiche al di fuori delle sedi competenti".
http://www.repubblica.it/2004/d/sezioni/politica/assettorai/cattane/cattane.html
Prima ancora c'era stato Vespa, che si era rivolto all'Annunziata con frasi sibilline e incomprensibili, a meno che non fossero volutamente indecifrabili, del tipo:
"Trovo inaccettabile essere messo alla gogna per le famose trenta lire che a quanto leggo tanto ti hanno colpito quando non si parla dei miliardi versati per comprare il silenzio di un illustre professionista che in campagna elettorale ha fatto quel che ha fatto. Se mi comportassi come lui,avrei la tua solidarietà?"
oppure:
"La mia pazienza è arrivata al limite. Non ho raccolto stasera la tua provocazione circa 'Vespa venuto finalmente fuori con una affiliazione che non capisco'. (Ansa, ore 17.46). [...] La vita mi ha insegnato che chiunque mi abbia fatto del male, alla fine non ne ha tratto benefici. So di avere dalla mia parte la correttezza del direttore generale. Mi piacerebbe ascoltare diversamente anche la tua voce".
http://www.repubblica.it/2004/d/sezioni/politica/assettorai/lettvspa/lettvspa.html
Difficile aggiungere qualcosa a questi temi che non arriviamo a comprendere nella loro interezza. A comprenderli ci aiuta però quello che sta accadendo in Italia - e lo può capire chiunque visto che colpiscono qualcosa che tutti usiamo: la televisione - dall'ormai arcinota proscrizione di Biagi, Santoro e Luttazzi (ormai diventata una trimurti della censura di governo) al recente imbavagliamento di Blob, alla cancellazione per Lucarelli, alla censura per la Gialappa's Band, fino alle cariche della polizia contro gli operai di Melfi in sciopero. Tutto ciò si chiama regime.
Sondaggio sulla nazionale per gli Europei
http://www.repubblica.it/speciale/2003/calcio/sondaggioRosaEuropei/index.html
Io mi sono discostato abbastanza dalla media, soprattutto per quanto riguarda gli attaccanti. Proprio per il reparto d'attacco raccomanderei maggiore serietà: a parte l'ammirazione per il calciatore e per l'uomo, non votiamo Baggio, che tre partite in otto giorni non le regge più.
XIII Comandamento
"E tu non avrai furia di tornare a casa dopo tredici ore di lavoro, perché sulla via del ritorno il treno sarà in ritardo imprecisato, la Coop sarà piena di tedeschi con numerosa prole, sulla strada ti troverai imbottigliato da un pachidermico camion betoniera-mietitrebbia che, procedendo completamente contromano, ti impedirà il sorpasso e causerà un incidente stradale grave. E quando scenderai per vedere se qualcuno si è fatto male, comincerà a piovere (a vento)."
Il monaco di Monza
Il monaco di Monza (Italia, 1962) di Sergio Corbucci. Con Totò, Nino Taranto, Erminio Macario, Lisa Gastoni, Giacomo Furia, Fiorenzo Fiorentini, Adriano Celentano, Don Backy, Carlo Delle Piane, Moira Orfei, Mario Castellani.
Nel Seicento, il ciabattino Pasquale (Totò) si rifugia in un palazzotto di proprietà del perfido Don Egidio (Taranto), che vuole costringerlo a celebrare le nozze tra lui e la riottosa Fiorenza (Gastoni), innamorata (e incinta) di un nobile spagnolo.
A proposito del film Mereghetti dice che si tratta di una «parodia non di prim'ordine e con troppi numeri da avanspettacolo», e io dico ha ha ha. Ha ha ha perché Mereghetti pare voler giudicare un film come questo come giudicherebbe un film di Kubrick o La passione di Mel Gibson. Questo è uno dei classici film in cui la sceneggiatura era un canovaccio, valido soprattutto per i comprimari, ma Totò (e anche Macario, ma anche Nino Taranto) recitavano a soggetto su questo canovaccio. E direi ha ha ha anche perché, effettivamente ed (in alcuni casi) intelligentemente, il film fa veramente ridere. Grandissimo Totò nell'anatema lanciato sui clienti della locanda condotta da Delle Piane, anatema che piano piano si trasforma praticamente in un messaggio d'auguri.
Notizie semivere
Notizia vera:
"Pedofilia. Pene fino a 12 anni."
Notizia vera:
"Svaligiato negozio di valigie."
Cartello in una chiesa: "Questo è un luogo di preghiera.
Siete pregati di pregare".
Domenica Melalavo
Tra i nomi da leggenda metropolitana c'è questa fantomatica Domenica Melalavo, che un tizio di Montescudaio (il defunto Tronca) sosteneva di avere conosciuto come vicina di casa di una sua cugina di Genova. Addirittura sosteneva, il suddetto Tronca, che la tizia in parola aveva sposato tale Piazza, onde per cui il nome completo della signora suonava Domenica Melalavo in Piazza. Era ovvio che si trattasse di una leggenda metropolitana, ma il tizio me lo diceva con tale convinzione che io, forse per bontà d'animo, non ho mai osato metterne in dubbio le parole. Qui se ne trovano, di leggende metropolitane, a bizzeffe: http://www.bastardidentro.com/node/view/1849?from=45.
Ma tornando a Domenica, va detto che altri nomi leggendari circolano indisturbati, soprattutto per uffici comunali e banche. Ad esempio mio cugino (è vero, lo giuro!) che lavora all'ufficio tributi inserì nella banca dati dei contribuenti tale Bellato Pina, nonché l'immigrato turco Kemal Dicul. Così mi ha raccontato lui, sostenuto da un anziano e semilavorante collega.
Campionato: a caldo
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Il Milan pareggia a Udine e la Roma vince con l'Empoli: da otto punti di vantaggio si passa a sei. Il Milan a Udine avrebbe anche potuto vincere, ma l'Udinese è sicuramente una squadra ostica (complimenti a Spalletti per il lavoro fatto). Secondo me comunque la situazione non cambia di molto: si tratta soltanto di vedere a quale giornata sarà sancita la vittoria del Milan. I rossoneri hanno sempre il vantaggio di avere due risultati utili a disposizione nello scontro diretto di domenica prossima, il che consentirà loro di giocare con tranquillità interiore, anche se poi sul campo dovranno dare tutto per non consentire alla Roma di rialzare la testa. In ogni caso, anche in caso di sconfitta, al Milan basterà fare 4 punti nelle ultime due giornate per aggiudicarsi matematicamente lo scudetto. L'unica incognita è sui crolli ancelottiani in dirittura d'arrivo, ma anche la Roma (c'era un rigore per l'Empoli, assurda l'espulsione di Vargas, giusta quella di Carew) dovrà stare attenta a non commettere passi falsi, prima di tutto domenica prossima a Milano.
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La Juve crolla e poi rialza la testa in casa contro il Lecce, fino ad arrivare ad una dignitosa sconfitta, almeno nello scarto numerico, anche se la sua difesa (???) incassa altri 4 gol. In realtà è azzardato dire che la Juve abbia una difesa, intesa in senso calcistico: si dovrebbe più correttamente asserire che ha un certo numero di difensori che girellano senza meta tra l'area di rigore e la metà campo, guardando gli avversari che calciano palloni verso la porta di Buffon e ogni tanto fanno qualche allegra scivolata nell'erba. Per la verità anche il portiere della nazionale ci ha messo del suo: i primi due gol del Lecce sono in gran parte "merito" suo. Analizzando le prestazioni di Buffon e Toldo in questo campionato c'è da mettersi le mani nei capelli a pensare a ciò che potrebbero combinare in Portogallo: almeno come terzo portiere, mi dà più affidamento di Pelizzoli e Abbiati (omioddio) il portiere udinese De Sanctis. Il quale fra l'altro era di proprietà della Juve: pensate cosa avrebbe potuto fare Moggi (che porta la Juve in ritiro punitivo: attacco di gauccite tardiva?) con De Sanctis in porta e i miliardi spesi per Buffon a disposizione...
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A Brescia il Perugia gioca e pareggia per 1 a 1. I due gol sono di Ravanelli e Baggio: evviva il nuovo che avanza.
P.S. Un suggerimento per gli autori di 90° minuto: perché non sottotitolare Fabrizio Failla? Io non capisco un'acca di quello che dice.
Les Amants
Les amants (Francia, 1958) di Louis Malle. Con Jeanne Moreau (Jeanne Tournier), Alain Cuny (Henri Tournier), Jean-Marc Bory (Bernard Dubois-Lambert), Josè-Louis de Villalonga (Raoul Flores), Gaston Modot (Coudray), Judith Maigre (Maggy Thibaut-Leroy).
La trama in tre parole: una ricca signora borghese (Moreau), moglie di un proprietario di un giornale della Borgogna (Cuny), annoiata della vita di provincia e attratta da un campione parigino di croquet (Villalonga), incontra casualmente un giovanotto (Bory) e, travolta dalla passione, (forse) abbandona per lui la famiglia.
Raoul dice a Jeanne: «Vi amo perché siete diversa», ma è lui a dimostrarsi uguale, troppo uguale al marito di Jeanne, come si vede durante la cena, quando l'affascinante sportivo accetta le regole imposte da Henri. È invece il giovane Bernard a dimostrarsi diverso, imponendo un gioco diverso, fregandosene delle regole ed avvolgendo Jeanne con una corte insistente e indiscreta. Sarà poi da vedere se quello che vuole Jeanne (che dentro le mura domestiche sussurra all'amante «Staremo insieme tutta la vita») sia la stessa cosa che vuole Bernard, come pare di capire durante la sosta alla locanda della colazione, quando la donna si guarda ripetutamente allo specchio e probabilmente pensa alla figlia lasciata a casa.
Quello di Malle, che sottofonda la vicenda con le stupende musiche di Brahms, è indubbiamente un bel film, a metà strada tra il cinema di papà e la nouvelle vague (di un anno successivo è I Quattrocento colpi di Truffaut e del 1960 Fino all'ultimo respiro di Godard). Al cinema di papà lo riporta una certa derivazione renoiriana (viene in mente La regola del gioco proprio del grande Jean Renoir) e un espediente piuttosto datato come la voce fuori campo, usata con intenti didascalici. Lo stile è già quello della nouvelle vague, mentre alcuni simboli abbastanza evidenti fanno pensare a un certo Buñuel: la mosca che ronza nella stanza in cui si trova Jeanne, il pipistrello che si introduce in casa durante la cena, Bernard che libera i pesci dalle nasse piazzate da Henri.
Jeanne Moreau si conferma con questo film attrice di grandissimo valore, probabilmente la migliore che la Francia abbia mai avuto, ma il migliore di tutti è ancora una volta il monumentale (e sempre troppo poco valorizzato) Alain Cuny.
Della democraticità della masturbazione
da La famiglia Winshaw di Jonathan Coe (pagg. 296-297).
«Il fermo immagine, secondo Thomas, era la vera raison d'être del video: era convinto che avrebbe trasformato l'Inghilterra in una nazione di voyeur, e talora, mentre sedeva incantato nel buio con il televisore acceso, la cerniera dei pantaloni slacciata e la porta dell'ufficio chiusa a chiave, si immaginava che scene identiche avvenissero contemporaneamente su e giù per tutto il paese nel buio di chissà quante stanze, e avvertiva una strana solidarietà con la gran massa di uomini comuni dalla cui miseranda esistenza normalmente si preoccupava soltanto di tenere le distanze.»
23
1. Prendi il libro più vicino.
2. Aprilo alla pagina 23.
3. Trova la prima frase degna del benché minimo interesse.
4. Posta il testo della frase nel tuo blog insieme a queste istruzioni.
...Poi ci sono le cartoline. Sono quelle che i clienti del bar spediscono agli amici per dare la prova che il viaggio è realmente avvenuto. Senza la cartolina, infatti, non è consentito dare il via alla stura delle balle.
Top 50 UEFA
L'UEFA ha pubblicato una classifica dei 50 migliori calciatori europei degli ultimi 50 anni, proponendo una lista di 250 nomi. Questi sono i primi dieci:
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Zinedine Zidane;
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Franz Beckenbauer;
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Johan Cruyff;
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Marco Van Basten;
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Dino Zoff;
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Alfredo Di Stefano;
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Eusebio;
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Lev Yashin;
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Michel Platini;
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Paolo Maldini.
Gli italiani sono 10 su 50; gli altri presenti in classifica sono Paolo Rossi (12°), Franco Baresi (17°), Roberto Baggio (24°), Gianni Rivera (35°), Marco Tardelli (37°), Alessandro Nesta (47°), Alessandro Del Piero (49°) e Alessandro Costacurta (50°). Gli italiani in classifica hanno tutti giocato nel Milan o nella Juventus, un paio di loro (Paolo Rossi e Roberto Baggio) in entrambe.
Altri calciatori che hanno giocato in Italia: oltre a Zidane (Juve), Van Basten (Milan) e Platini (Juve), ci sono Gullit (Milan e Sampdoria, 13°), Matthaeus (Inter, 15°), Rummenigge (Inter, 16°), Rijkard (Milan, 21°), Michael Laudrup (Lazio e Juve, 25°), Hagi (Brescia, 28°).
Altre considerazioni. Tra gli italiani spiccano indubbiamente le assenze di Gigi Riva, probabilmente penalizzato dalla militanza in un club di secondo piano (a livello europeo) come il Cagliari e Sandro Mazzola, che con la sua Inter ha per anni dettato legge in Italia e in Europa. Al pari di Mazzola, di quella Inter mancano almeno Facchetti e lo spagnolo Suarez. C'è in classifica Alfredo Di Stefano, argentino dìorigini italiane e successivamente naturalizzato spagnolo: seguendo questo criterio, non vedo perché non possa esserci Omar Sivori, che nella nazionale italiana ha giocato, oppure Josè Altafini, al pari, naturalizzato italiano, magari al posto di un Peter Shilton o di un Ruud Van Nistelrooy, che deve ancora dimostrare il proprio valore fuori dalle mura dell'Old Trafford. Meglio allora premiare il giovane Michael Owen, pallone d'oro 2002, che ha già fatto vedere di che pasta sia fatto. Un altro nome che non mi dice assolutamente niente è quello di Valentin Ivanov, calciatore sovietico di non so quale epoca, ma lungi da me il voler criticare questa scelta, così come quella di difensori come Camacho (probabilmente votato dagli spagnoli, ma allora perché non Gentile o Cabrini o Scirea, che sicuramente hanno vinto più del roccioso mastino del Real?), Santamaria e Costacurta. Mancano anche diversi ungheresi, quelli della mitica Honved e della squadra d'oro (aranycsapad) di Puskas, come Nándor Hidegkuti, autore di una tripletta nello storico 6 a 3 di Londra all'Inghilterra, oppure Sandor Kocsis, capocannoniere del Mondiale 1954.
Be', almeno questa votazione, fatta tramite internet, è stata democratica.
Spalle nude
Spalle nude (Strapless, GB, 1989) di David Hare. Con Blair Brown (Lillian Hempel), Bruno Ganz (Raymond Forbes), Bridget Fonda (Amy Hempel), Alan Howard (Cooper), Hugh Laurie (Colin), Alexandra Pigg (Helen), Michael Gough (Douglas Brodie).
E fu così che finì il nuovo cinema britannico degli anni '80, un movimento che aveva prodotto opere di valore come Brazil (1983), Il giorno delle oche (1984), Pranzo reale (1985), per citarne solo alcuni. La vicenda è quella di una dottoressa ospedaliera americana trapiantata in Inghilterra, che fa una vita basata sul lavoro, mentre si preoccupa di tenere a bada l'esuberanza della spiantatissima sorella minore. A un certo punto s'innamora di un affascinante imbroglione e questo le sconvolge la vita, fino ad una presa di coscienza finale.
Se il sottofondo di critica sociale alla riforma thatcheriana del sistema sanitario britannico è apprezzabile, non altrettanto lo è lo sviluppo piuttosto convenzionale con il quale è trattato tutto il materiale (addirittura insopportabile la sfilata di moda in sottofinale), e sinceramente dall'autore del Mistero di Wetherby (1985) e di Paris By Night (1988) ci si sarebbe aspettati ben altro. Tanto è vero che Hare, dopo questo film, non ne dirigerà altri, eccetto l'ignorato The Designated Mourner (1997) e si limiterà a scrivere per il teatro.
Dalle ceneri di questo cinema inglese, di cui questo film, con quel suo assurdamente ottimistico finale in stile americaneggiante e forse imposto dalla produzione, pare significare il funerale, risorgerà il vecchio Ken Loach, che con ben altra forza porterà avanti il suo discorso di critica sociale, mentre rimarrà in piedi il solo Greenaway, essendosi Terry Gilliam ormai perso nella melassa di Hollywood.
Per quanto riguarda Spalle nude, dispiace oltre tutto vedervi sprecati attori di valore come Blair Brown, Bruno Ganz e Bridget Fonda.
W la tortura!
«Col nome di tortura non intendo una pena data a un reo per sentenza, ma bensì la pretesa ricerca della verità co' tormenti. Quaestio est veritatis indagatio per tormentum, seu per torturam; et potest tortura appellari quaestio a quaerendo, quod judex per tormenta inquirit veritatem [L'interrogatorio è l'indagine della verità per mezzo dei tormenti, ovvero della tortura; e la tortura si può chiamare interrogatorio, essendo questo un'inchiesta, poiché il giudice inquisisce la verità per mezzo dei tormenti]». (Pietro Verri, Osservazioni sulla tortura, VIII, 1777)
Evviva, il paese di Cesare Beccaria intende santificare con una legge del Parlamento l'uso della tortura, che non è reato, no, se non è reiterata. E quante volte ("Quante volte, figliolo?" chiederebbe Torquemada dando un tratto di corda) sono necessarie perché la tortura configuri un reato? E per quali scopi?
Un emendamento della Lega stravolge una legge, promossa da Amnesty International, che doveva recepire nell'ordinamento italiano il divieto della tortura. Certo che da quando abbiamo questa maggioranza non ci facciamo mancare proprio niente; Haider ci fa un baffo, per non dire di peggio.
Si dice che nei film americani se si vede una pistola nelle prime scene, si può stare sicuri che quella pistola sparerà, e magari ci scapperà il morto. Torna in mente a questo proposito il cappio sventolato nell'aula di Montecitorio dal deputato leghista Orsenigo ai tempi di Mani Pulite: niente accade per caso. E prima di consigliare a tutti la letture del Dei delitti e delle pene di Beccaria, le Osservazioni sulla tortura di Pietro Verri e la Storia della Colonna Infame di Alessandro Manzoni, mi viene in mente che la più grande soddisfazione sarebbe vedere Previti arrestato dalla polizia che a suon di sganassoni gli fa confessare le malefatte commesse in tandem con Berlusconi.
NOFX-Rancid Split (2002)
NOFX-Rancid, Split Series, vol. III (Byo-W'n'B, 2002).
Split è una parola inglese che significa fessura, spacco, divisione. Per l'esattezza è una scissione di un qualsiasi oggetto in due parti: il banana split, ad esempio, è un dolce fatto con una banana divisa in due e riempita di cioccolato. Uno split album è invece un album a metà tra due gruppi. In questo caso si tratta di due delle più importanti band di punk melodico attualmente in circolazione. La Byo Records è riuscita a riunire diversi gruppi in split album di valore, ma questo terzo volume è, possiamo dire, il gioiello della collezione. La particolarità di questo split composto da dodici canzoni è che ogni gruppo suona pezzi dell'altro. Se si dovesse usare la terminologia da scontro sportivo usata da Flavio Brighenti (supplemento di Repubblica Musica! n. 328 del 16 maggio 2002), «Vincono secco i ragazzi di Fatty (i NOFX, n.d.r.) che maneggiano le sei canzoni altrui con leggerezza, restando fedeli alla propria attitudine, mentre la band di Oakland (i Rancid, n.d.r.) si fa stroncare sul piano del ritmo e della personalità». Ma siccome si tratta di un album di punk, si deve dire che è innanzitutto un ottima mezz'ora di musica suonata con passione e divertimento. È vero però che i NOFX fanno una figura migliore, suonando pezzi dei Rancid che alla fine risultano più credibili degli originali: l'I'm The One cantato da Fat Mike è più energico dell'originale, e molto buona è anche Olimpia, Wa., anche se continuo a preferire l'originale su ...And Out Come The Wolves. Grandiosa è la versione NOFX di Tenderloin, velocissima e melodica, probabilmente ancora più di quella, forse più elaborata sulle note di basso di Matt Freeman, originariamente suonata dai Rancid. La parte dei NOFX si conclude con una (grande) versiona reggata e mattoide di Radio cantata dal El Hefe. Fat Mike ha dichiarato di avere praticamente stravolto gran parte delle canzoni rifatte, sia per le parti di basso intrecciate da Freeman in maniera troppo complicata per lui (non a caso Matt è considerato uno dei migliori bassisti in circolazione) sia per le parti cantate, in quanto spesso si è dimenticato le parole originali, reinventandole. I Rancid si rifanno con sei cavalli di battaglia dei NOFX e se probabilmente Moron Bros., Stickin' In My Eye e Bob sono piuttosto convenzionali, molto belle sono le versioni di Don't Call Me White e The Brews. Si chiude con una versione molto melodica, nelle corde di Tim Armstrong, di Vanilla Sex.
Una curiosità: l'album è uscito in due versioni, una con copertina verde e una con copertina gialla, a seconda che fossero prima rappresentati i NOFX o i Rancid.
Vedi qui (http://www.rocknet.tv/s-nofx.php) per una biografia, su cui vorrei ritornare in seguito per le inesattezze e le sgrammaticature contenute, dei NOFX.
Tutta colpa di Cortés!
Se avesse lasciato che Montezuma morisse nel suo letto, non sarebbe successo. E invece quel figlio d'un conquistador causò la morte dell'ultimo imperatore degli Aztechi, che stanotte si è vendicato su di me.![]()
Della (lunga) serie...
... e chi se ne frega???
Queste sono le notizie che rischiano di non farci dormire la notte (da Repubblica del 20 aprile 2004):
«Sharon Stone ha ammesso che il divorzio dal marito, il giornalista Phil Bronstein, è stato provocato anche dai continui contrasti su vari aspetti della vita quotidiana, compreso il rapporto col figlio. "Lui voleva che nostro figlio Roan stesse a tavola in maniera educata, mentre io volevo invece che facesse chiasso e confusione... Era un continuo tira e molla", ha detto la Stone alla rivista tedesca Die Aktuelle.»
Questi sono i problemi della vita, cose normalissime, specialmente il fatto che una mamma voglia che il figlio faccia "chiasso e confusione" a tavola. E poi Roan che cazzo di nome è?
E pensare che tutto era cominciato con un accavallamento di gambe...
Una storia americana (2003)
Questo film non l'ho visto: mi limito a riportare quanto ne dice Emiliano Morreale su FilmTV (anno 12 - n. 17).
«Il titolo originale di questo documentario, Gran premio al Sundance e candidato all'Oscar, era Capturing the Friedmans. Il doppio senso è significativo. I Friedman erano una tranquilla famiglia di Long Island: il padre insegnante di informatica, pianista fallito e appassionato di super8, tre figli maschi e la madre. Un giorno la polizia intercetta del materiale pedofilo indirizzato a casa Friedman, ed è l'inizio di un viaggio in un inferno domestico, ma anche sociale, perché le accuse di pedofilia scateneranno un intreccio di colpe private e pubbliche, desiderio di espiazione e paranoia che sembra uscito dalla Lettera scarlatta. I poliziotti, gli avvocati e i familiari ci guidano in un viaggio allucinante ed esemplare, in cui le cose sono molto più complicate di quel che sembrano. Ma è bene non svelare troppo della vicenda: la forza di Una storia americana sta anche in una suspence che ormai il cinema di fiction statunitense si è scordato: una capacità di organizzare il materiale non per accalappiare lo spettatore, ma per spiazzarlo, per farlo ritornare continuamente su ciò che ha visto e udito. I Friedman continuano a riprendersi anche nei momenti più dolorosi e atroci della loro vicenda giudiziaria, mentre la famiglia si sfascia. I critici americani hanno parlato di tragedia greca, e non sbagliano: l'esordiente Jarecki ha firmato uno dei film americani più belli degli ultimi anni».
Una storia americana (Capturing the Friedmans), USA, 2003, di Andrew Jarecki. Cast: la famiglia Friedman. Musica: Andrea Morricone. Documentario, dur. 107'.
Voti del critico Morreale: 2 pallini di humour, 4 (il massimo) di ritmo, 4 d'impegno, 4 di tensione e 1 di erotismo.
Che fine ha fatto...? (2)
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Onofrio Pirrotta, già giornalista del TG2, poi "edicolista" del TG3, più volte bersaglio di
Blob (che lui stesso dichiarò di amare) e citato nel blog del 17 aprile scorso? -
Ombretta Fumagalli Carulli, già depuata della DC e poi del CCD (o comunque come si chiamava la prima formazione di Casini e D'Onofrio)?
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Demetrio Volcic, mitico corrispondente RAI da Mosca? Fu eletto al Senato per l'Ulivo, ma il suo mandato è scaduto nel 2001, e poi?
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Filippo Panseca, architetto craxiano, autore delle faraoniche scenografie dei congressi socialisti degli anni ottanta?
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Sabrina Salerno, cantante e bella xxx?
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Fanny Cadeo, bella xxx?
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Simona Tagli, bella xxx?
Repubblica di Firenze: vergogna!
Sulla Repubblica di oggi, pag. VI della Cronaca di Firenze, è stato pubblicato un articolo di Giuseppe Calabrese (scritto in collaborazione con www.terrelibere.it) sulla squadra di calcio del Messina, prossimo avversario della Fiorentina. In realtà si tratta di tutt'altro che di un pezzo sul calcio. Calabrese getta fango e sospetti sul Messina e sul suo presidente Pietro Franza (sul quale non mi pronuncio), ma, quel che è più grave, spara a zero su Messina città - e chiaramente lo fa per mettere in risalto il contrasto tra una città superdegradata e una squadra di calcio di successo - nonché, e pare perfino ovvio, trattandosi di un giornalista-tifoso della Fiorentina, sulla GEA e quindi su Moggi e quindi (e qui ti volevo) sulla Juventus.
Facciamo qualche esempio. Il pezzo comincia così: «Qualità della vita, zero. Il rapporto del Sole 24 ore è stato impietoso con Messina. Qui, pare, resiste solo il calcio». Trac! Prima botta. Messina città è bollata che neanche il Cile ai tempi del Mondiale del 1962. Calabrese potrebbe spiegare cosa c'entri questo incipit con una partita di calcio. Proseguiamo. Il giornalista parla di Franza, dicendo: «È lui che sta portando la squadra in Serie A dopo quarant'anni di agonia intrecciati con gestioni difficili e processi di mafia». E qui si coglie un pizzico d'invidia da parte di un tifoso di una squadra di una città bellissima, culla e museo d'arte per tutto il mondo, di una squadra presieduta da un multimiliardario illuminato, che nel corso del campionato ha cambiato praticamente due squadre di calcio, ha messo sulla panchina due allenatori veterani della Serie A (Cavasin e Mondonico) e ancora non riesce a ingranare la marcia per raggiungere la promozione. Ma il peggio è citare le «gestioni difficili» e i «processi di mafia». In altro contesto si sarebbe potuto dire che il nuovo presidente del Messina è una persona pulita, dopo tante gestioni torbide di questa società; e invece no, si preferisce usare il passato per lanciare dei sospetti anche sull'attuale presidente. Sarebbe come addossare i debiti di Cecchi Gori su Della Valle. Ma sono ragionamenti da giornalista serio?
Ed eccoci al clou dell'articolo, per restare solo al primo quarto di questo bel pezzo giornalistico ad uso e consumo (degli intellettuali) della Curva Fiesole. «I legami con la Gea sono noti da tempo. Più della metà dei giocatori del Messina fanno parte del club dei figli illustri (la Gea, appunto) che ne cura immagine e ingaggi. Così come tutti gli allenatori. [...] E Gea vuol dire Moggi, quindi Juventus, che sarebbe ben felice di parcheggiare qualche giocatore a Messina qualora arrivasse in serie A». Ecco citato il Belzebù del calcio, Moggi; ecco svelato l'inganno che spinge il Messina e frena ingiustamente la Fiorentina (forse anche la sconfitta di Genova si spiega così?). Con questo pericoloso personaggio (ma si può essere così ingenui da pensare che la Juve abbia bisogno del Messina per parcheggiare qualche giocatore?) ecco che si potrà spiegare e giustificare anche un'eventuale sconfitta (Dio non voglia) della Fiorentina contro il Messina.
Ed ecco che, parlando delle attività finanziarie di Franza, si arriva al clou: «Tra gli azionisti della società di famiglia, la Tourist Ferry Boat, c'è il deputato della Margherita Francantonio Genovese, unico leader del centrosinistra nel messinese. Genovese è figlio di un ex senatore dc e della sorella del ministro Nino Gullotti, uno degli uomini politici più potenti in Sicilia a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta». E così si raggiunge il culmine di questa ballata macabra in cui un'oscena alleanza tra Democrazia Cristiana degli anni Settanta rediviva, mafia, Gea, Moggi, Juventus e arbitri corrotti (accostamento non casuale, e non casuale è il fatto che Lanese, presidente della CAN, sia di Messina, come nota Calabrese) sta tramando per impedire alla Fiorentina di arrivare alla Serie A.
Maradona non deve morire
A me Maradona è sempre rimasto antipatico: forse troppo bravo, forse troppo retorico, nel suo rivendicare per sé un ruolo di vendicatore degli oppressi del calcio e della vita (i napoletani prima, Cuba dopo). Maradona è il più classico esempio di un personaggio assurto agli altari e poi caduto nella polvere; ha riassunto in sé il ruolo del povero che grazie a un talento naturale diventa ricco, ricchissimo, sfoggiando in maniera volgare i propri soldi e l'influenza che bene o male si era conquistato. Però Maradona è stato un calciatore ed è stato un grandissimo calciatore. Del resto tutto il mondo ammira le opere di Caravaggio e se ne frega se il pittore nella vita fu un delinquente, e lo stesso dicasi per le sculture di Benvenuto Cellini e per le poesie di François Villon.
Io Maradona l'ho visto giocare, una volta sola ma l'ho visto. A vederlo sembrava impossibile che un simile scherzo della natura fosse un fenomeno e invece con la palla tra i piedi era veramente un fenomeno. Maradona, ai tempi del Napoli, era un barilotto con due gambette corte e tozze e una enorme testa, ma quando l'arbitro dava inizio al gioco lui diventava il sole, il centro dell'attenzione, il fulcro della partita. L'ho visto giocare contro il Pisa in Coppa Italia nel 1989 (Pisa - Napoli 0 a 2). Nel Pisa giocava un certo Mario Been che una volta in amichevole qui al mio paese sembrò un dio in terra per come toccava la palla. Quella sera a Pisa l'ho visto letteralmente ridicolizzato da Maradona. E veramente l'impressione era che Maradona non volesse ridicolizzare nessuno, sembrava che giocasse per fare felici i propri tifosi.
Secondo me, Maradona ha scontato la colpa di avere contribuito all'eliminazione dell'Italia dal Mondiale del 1990 (vedi anche le peripezie di Caniggia), mentre la colpa di quell'eliminazione andrebbe ricercata in un ristretto gruppetto che comprende Vicini, Zenga, Ferri, forse anche Vialli.
Per una volta lo dico anch'io, che ho sempre tifato contro, che non ho mai approvato un'iniziativa di maradona che fosse una: Forza Diego!
Gilardino
A questo punto, spero vivamente che l'anno prossimo Alberto Gilardino (nato a Biella il 05/07/1982) prenda il posto di Trezeguet nell'attacco della Juventus. Non si discute il fatto che all'età di Gilardino Trezeguet aveva già vinto un campionato mondiale e un europeo, ma ormai la testa del francese è da un'altra parte e gli errori che ha commesso ieri hanno del clamoroso. Del resto Trezeguet è un attaccante cui non si chiede di supportare la manovra della squadra, e infatti quando non segna il suo apporto alla squadra è pressoché nullo. Ma quando accade, come ieri, che non riesca a buttare dentro delle palle anche piuttosto facili, allora la sua presenza in campo non che inutile, diventa addirittura dannosa. Solo per curiosità, riporto, per fare un confronto, le pagelle di Maurizio Crosetti di Repubblica (uno che, va detto, non è mai tenero con la Juve) di Gilardino e di Trezeguet, relativamente alla partita Parma - Juve (2 a 2) di ieri.
«Gilardino 7: segna di classe, gioca di bravura. Diciotto gol in Serie A: impossibile non portarlo agli Europei.»
«Trezeguet 4: peggiore in campo, ammesso che in campo ci fosse. Magari era già a Barcellona, o a Londra. Fallisce tre occasioni gigantesche e giustifica i mugugni di Miccoli e Di Vaio.»
La famiglia Winshaw
La famiglia Winshaw di Jonathan Coe (Feltrinelli)
Bisognerebbe scrivere un trattato soltanto per quanto riguarda il titolo del libro. Il titolo originale del romanzo è What a Carve Up!, come il titolo di un film del 1961 con Sid James, Kenneth Connor e Shirley Eaton. Il titolo del film fu tradotto in Italia come Sette allegri cadaveri e onestamente un romanzo della portata di quello di Coe non ce lo vedevo tradotto con quel titolo. Sì, perché La famiglia Winshaw è tutto sommato un libro serio, incentrato sui membri di una famiglia, tutti singolarmente privi di scrupoli, moralmente schifosi, che fanno fortuna nell'Inghilterra del secondo dopoguerra attraverso viscidi trasformismi politico-economici, per celebrare il loro trionfo (un vero e proprio trionfo della morte) nell'Inghilterra thatcheriana degli anni '80. Il protagonista del libro, lo scrittore in crisi Michael Owen, viene incaricato da una vecchia componente della famiglia, da tutti ritenuta pazza, di scrivere una storia dei Winshaw, e fonde le proprie ossessioni di bambino (la visione del film che dà il titolo originale al romanzo e la bionda protagonista Shirley Eaton), di ragazzo (il difficile rapporto con la madre, la morte del padre per una malattia contratta sul lavoro e non coperta dall'assicurazione) e di uomo (un matrimonio fallito con una donna che, guarda caso, si chiama Verity) con la storia squallida ma di successo dei membri di questa famiglia.
Purtroppo il libro, da più parti osannato come uno dei capolavori dell'ultimo decennio del secolo appena trascorso (è uscito in patria nel 1994 e in Italia l'anno seguente), non convince fino in fondo, perdendosi spesso in mille rivoli i quali, è vero, alla fine si ricompongono, ma il lettore ha nel frattempo già rischiato di perdersi. E purtroppo la vicenda ricalca in troppi punti una certa cinematografia britannica di serie B - e già ce lo preannunciava il titolo - che da noi non ha mai riscosso grande successo. Tanto è vero che nomi come Sid James e Kenneth Connor al lettore medio italiano non dicono niente, mentre saranno popolarissimi al lettore britannico (sarebbe come basare un libro su un film di Totò e Peppino, cosa che fra l'altro i defunti Luther Blissett hanno fatto, e vedere che ne pensano in Inghilterra). Non voglio ridurre il tutto sommato buon libro di Coe semplicemente a questo, ma insomma, il finale ambientato in un antico maniero inglese (con tanto di vecchie armature che si animano), in una notte di tempesta in cui salta la luce elettrica, con un sinistro maggiordomo, sembra visto e rivisto cento volte al cinema in storie basate su tanta letteratura britannica più o meno da bancarella (e poi, a voler essere pedanti, non si capisce nemmeno dove finiscano un paio di cadaveri). Il finale mi ha addirittura ricordato un film italiano che è un capolavoro assoluto del cinema horror, ossia La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati. E comunque il finale non lo rivelo, per il remoto caso che si verifichino due ipotesi inverosimili e concomitanti: a) che qualcuno legga questa pseudorecensione; b) che quella stessa persona voglia poi leggere il romanzo di Coe.
La morale del libro è apprezzabile, con la critica all'Inghilterra thatcheriana ipocrita e spietata: che vende le armi a Saddam e poi partecipa alla spedizione contro il dittatore iracheno per la liberazione del Kuwait (salvo mantenerlo sul suo trono per gli "equilibri" decisi dai governi occidentali, come abbiamo visto recentemente). Mi sembra inoltre che l'autore si rispecchi, più che in Michael Owen, lo scrittore protagonista del romanzo, in una delle figure femminili che lo affiancano, come la pittrice Phoebe Barton, e proprio le figure femminili, almeno alcune (la stessa Phoebe, la povera Fiona, ma anche Joan) sono quelle più positive del romanzo.
Un'ultima osservazione: nel romanzo di Coe ci sono molti giochi di parole. Uno, piuttosto macabro, ma che si rischia di non comprendere a fondo, è quello che viene fatto quando uno dei personaggi viene ritrovato morto con le braccia mozzate e infilate nelle buche del biliardo, mentre sul muro c'è scritto "Addio alle armi". Ora, si capisce immediatamente il riferimento all'attività del personaggio, che è un trafficante d'armi (è lui che vende materiale bellico a Saddam), ma nella traduzione italiana si perde un riferimento: in inglese il titolo originale di Addio alle armi (di Hemingway) è A Farewell To Arms e arms in inglese significa anche "braccia", per cui si può leggere quel messaggio oltre che come addio alle armi, anche comne addio alle braccia, che infatti l'assassino stacca dal corpo della vittima.
Il campionato
Ormai non vale nemmeno più la pena di parlare del vincitore dello scudetto. In proposito si può solo dire che il rigore per il Siena era nettissimo e male ha fatto Galliani (ma questa non è una novità) a demandare polemicamente il giudizio ai moviolisti, i quali, com'era ovvio, gli hanno dato tutti torto, trovandosi d'accordo sul fatto che il fallo di mano si Shevchenko fosse netto. Per fortuna di Galliani, comunque, le sue figure di merda e i punti del Milan vanno a braccetto e quindi il campionato si può considerare chiuso.
Bravo quindi Collina (6,5) a fischiare il rigore in favore del Siena e bravo ad espellere Vergassola per il fallo su Kakà (come fu bravo a vedere il fallo da espulsione di Montero su Martins due settimane fa), ma l'arbitro non è stato altrettanto bravo a vedere analoghi falli (due, non uno) di Ambrosini, uno dei quali proprio su Vergassola.
Per niente bravo invece l'arbitro Rodomonti (5) nella concessione di un rigore in favore del Brescia in Empoli - Brescia (1 a 1). Nell'occasione appare chiaro che non c'è fallo del portiere toscano Cassano sull'attaccante bresciano Maniero. Successivamente Rodomonti concede all'Empoli un rigore che c'è.
Addirittura clamorosi gli errori di Rosetti (4) in Lazio - Ancona (4 a 2), specialmente in occasione
del primo gol della Lazio, dove Inzaghi compie un netto fallo sul portiere avversario. Un bel 4 anche ad Inzaghi che si accaparra un rigore e lo tira con prepotenza e supponenza e lo sbaglia. Ben gli sta: a noi non resta che esserne contenti. E clamoroso anche l'errore di Dondarini di Bologna (4,5) in Lecce - Udinese (2 a 1), che convalida il secondo gol pugliese nato da un vistoso fallo sul portiere udinese De Sanctis.
Macroscopici i numerosi errori di Bolognino di Milano (3) in Sampdoria - Perugia (3 a 2), in particolare in occasione del calcio di punizione di Zè Maria sul quale gli umbri hanno reclamato il rigore. Prima concede al Perugia un calcio di punizione completamente inventato, poi nega il sacrosanto rigore per fallo di mano di Flachi (ancora più netto di quello di Shevchenko a Siena).
Un rigore dei tre reclamati dalla Juve mi pare che ci fosse proprio: il primo, quello su Maresca (che ha accentuato la caduta e l'arbitro invece non c'è cascato per niente), dopo il quale è nato fra l'altro il gol del vantaggio del Parma. Trefoloni di Siena (6) si è dimostrato un arbitro che non ha sudditanza psicologica nei confronti della Juve. Bravi tra i bianconeri, per una volta, Di Vaio e Miccoli, che in coppia hanno suonato la carica per il pareggio bianconero. 5 a Buffon che quest'anno non trattiene un pallone che sia uno.
Nota semipersonale: ho l'impressione che l'anno prossimo vedremo il Livorno in serie A; la squadra di Mazzarri continua a vincere e Protti e Lucarelli hanno segnato 41 gol in due.
Valentino Rossi
Valentino Rossi è il roadrunner Beep-Beep e Max Biaggi è Will Coyote. Rossi è bravissimo, inventivo, intelligente e simpatico, Max Biaggi, pur essendo bravo, è antipatico e sfortunato, non a caso lo vediamo spesso tutto rosso in volto, come se ce l'avesse sempre con qualcuno. Biaggi sa di essere bravo e si sente in credito con la vita per avergli messo davanti uno più bravo, più simpatico e più giovane di lui. Valentino Rossi è un vero personaggio. È inoltre un grandissimo campione: nel motociclismo forse il solo Giacomo Agostini gli è ancora superiore di un gradino, ma se quest'anno riuscisse a vincere il titolo con la Yamaha, non vedo chi potrebbe negare a Rossi un posto nell'Olimpo delle motociclette.
Valentino Rossi è ormai paragonabile, nel motociclismo, a quello che in altri sport sono Michael Schumacher (automobilismo), Cassius Clay (boxe), Eddy Merckx (ciclismo), Pelè (calcio), Carl Lewis (atletica leggera), Ingemar Stenmark (sci alpino).
Blob
Lunga vita a Blob! (Ghezzi & C. si tocchino pure)
Blob compie 15 anni e fa una trasmissione no stop con le immagini trasmesse in questi 15 anni,
divise anno per anno dal 1989 a oggi. Sembra un tuffo nel passato, e in un passato remoto, sia perché il tempo televisivo scorre più veloce sia perché in questi ultimi 15 anni sono cambiate più cose nel mondo (e in Italia) che nei 50 precedenti. In tv impazzavano personaggi come Mino D'Amato (che camminava sui carboni ardenti), Sandra Milo ("Oddio Ciro, Cirooo..."), Gianfranco Funari, Vanna Marchi cantava una canzone rap... Le immagini relative al 1989, il primo anno di Blob iniziano con un evento che anch'esso sembra lontanissimo: la scazzottata di Livorno tra giocatori e tifosi della Enichem Livorno e della Philips Milano di basket al termine della finale del campionato di pallacanestro (Premier contro tutti) e terminano con la visita di Gorbaciov in Italia e l'esecuzione di Ceausescu in Romania (due volti, molto diversi, del morente comunismo).
Ma, ironia della sorte, l'evento che fa sentire maggiormente lontano quel periodo (a parte l'imperversare di Craxi e Forlani) è lo scudetto dell'Inter.![]()
P.S. Figura di merda del similgiornalista Piero Vigorelli nel Blob 1990: dice ripetutamente che negli anni '30, dopo la crisi finanziaria del '29 in America un tizio con la barbetta, tale Vladimir Lenin, in Russia andava dicendo che il comunismo è la gioventù del mondo... Senonché Lenin è morto nel 1924. Ripassarsi un po' la storia prima di blaterare in televisione no?
P.P.S. La prima volta che mi sono accorto dell'importanza di Blob (trasmissione che mi è sempre piaciuta, fin dalle prime puntate) fu quando Onofrio Pirrotta, giornalista del craxiano TG2, querelò gli autori della trasmissione per un accostamento irriverente nei suoi confronti. Blob mostrava infatti - lo fece per più serate - Vittorio Gassman che declamava "Guarda che bella faccia di cazzo! Non ne ho mai vista una simile!" e poi si vedeva il faccione di Pirrotta semisorridente. Il giudice (forse dopo attento esame della faccia di Pirrotta) assolse Blob dall'accusa di diffamazione.
Hittin' The Note (2003)
Gli Allman Brothers sono veramente dei grandi. A distanza di più di 35 anni dagli esordi continuano a stupire con un grande blues, tecnicamente impeccabile e di forte impatto emotivo. I cambi di formazione, imposti per la maggior parte dal destino¹, non hanno mutato l'anima e l'essenza di questa grande band di rock blues sudista, che in questo album si libra miglia al di sopra degli epigoni del genere. In questo caso non si può nemmeno parlare di rock sudista, ma di lunghi brani blues ricchi di assoli "psichedelici" benissimo suonati dai due nuovi chitarristi Warren Haynes e Derek Trucks (nipote, quest'ultimo, del batterista Butch) che non fanno rimpiangere i mostri sacri Duane Allman e Dickey Betts.
Fin dalle prime note l'album fa capire di che pasta sia fatto: Firing Line è un grandissimo brano di blues aggressivo e ritmato, accompagnato dall'Hammond e dalla voce calda (qualcuno l'ha definita "da nero") di Gregg Allman. Più lenta invece High Cost Of Low Living, anch'essa coronata da alcuni assolo di chitarra strepitosi. Desdemona, la terza canzone, è un lungo pezzo blues, con un lunghissimo assolo centrale quasi jazzato di chitarra. Se nel titolo ricorda altri famosi pezzi degli Allman, come Jessica o Melissa, questa canzone non ne ha la leggerezza, nel senso che ha maggiore sostanza e altrettanta complessità melodica: una piccola gemma, insomma. Grandissimo pezzo anche Woman Across The River, molto simile alle prime cose della band, quelle contenute nei famosi concerti al Fillmore East, per intenderci. Più convenzionale Old Before My Time, mentre si riparte alla grandissima con Who To Believe, con assolo chitarristici di immensa bravura. L'album prosegue su altissimi livelli fino alla fine, con altri pezzi notevoli come Heart Of Stone e Instrumental Illness.
In conclusione, se non si tratta di un capolavoro, al livello dei primi dischi degli Allman (il Live At Fillmore East resta uno dei migliori dieci live di tutti i tempi), questo Hittin' The Note è un album che vale la pena di avere ed ascoltare spesso, specialmente se si ama il blues, e sicuramente è una delle migliori uscite in assoluto del 2003.
L'Allman Brothers Band oggi è: Gregg Allman (voce e organo), Butch Trucks (batteria), Jaimoe (vero nome Jay Johanson, batteria), Marc Quinones (batteria), Oteil Burbridge (basso), Derek Trucks (chitarra) & Warren Haynes (chitarra).
Allman Brothers Band - Hittin' The Note (2003)
¹ Nel 1971, a 24 anni, Duane Allman, fondatore e leader della band morì in un incidente di moto. Un anno dopo, più o meno nello stesso punto della strada, sempre in un incidente di moto, perì il bassista Berry Oakley.
Totò di notte n. 1
Totò di notte n. 1 (1962) di Mario Amendola. Con Totò (Ninì Cantachiaro, il professore), Erminio Macario (Mimì Makò, il maestro), Gianni Agus (l'impresario di Parigi), Nando Bruno (il padrone della trattoria), Lando Buzzanca (signore sull'aereo), Mario Castellani (Felipe), Giulio Marchetti (Manuel), Alfredo Rizzo (l'uomo della penna), Carlo Rizzo (il turista fotografo), Linda Sini (la hostess), Nino Terzo (il siciliano a Hong Kong), Margaret Rose Keil (ragazza sul risciò), Mac Ronay (sé stesso), Mao Tahi (sé stesso).
La trama è un pretesto per portare Totò e Macario (ormai ridotto nei panni di spalla) in giro per il mondo con due ingombranti contrabbassi, attraverso i locali d'intrattenimento - a volte osé per l'epoca - in cerca di una scrittura come musicisti. Riusciranno a convincere solo un impresario parigino, ma non come musicisti, bensì come pagliacci. Torneranno a Roma dopo essere stati cacciati dagli studi RCA di new York dal maestro Zacharias (il quale domanda a Totò "Conoscete la Nona di Beethoven?" e lui "No, la nonna no, ma la sorella sì, anzi lui l'ha sposata!").
Va detto che i due comici riescono a strappare qualche risata, ma ci si domanda cosa spingesse Totò ad accettare film come questi: onestamente non crediamo che lo facesse per soldi, benché i suoi fossero film di cassetta. Più che la bruttura del film in sé - ne abbiamo visti di peggiori, anche di registi in fama d'intellettuali - sconcerta il fatto che né Totò né Macario (altro comico dignitosissimo della storia dello spettacolo italiano) c'entrano niente con il contesto in cui si muovono. O forse è tutto il resto che non c'entra niente con loro, e forse era proprio su questo che puntava chi ha diretto (Amendola) e prodotto questo film. Come Totò e Peppino facevano ridere nei night club o in Via Veneto con numeri come quelli del Moet Chandon ("Mo' esce Antonio? E da dove esce?") o puntando sulla tirchieria contadina di Peppino, qui si mettono i due comici, napoletano l'uno, torinese l'altro, a confronto con un mondo in velocissima evoluzione e decenni più avanti di quello in cui siamo abituati ad immaginarceli. A un certo punto, in America, Totò e Macario rammentano "il presidente Kennedy" e pure se l'immagine del presidente americano assassinato a Dallas ci appare ormai lontanissima nel tempo, i due ci appaiono fuori tempo, come proiettati in un futuro che non appartiene loro. Macario ci sembra di poterlo associare più a qualche monarca sabaudo, mentre Totò a fatica esce dal periodo fascista, per affacciarsi al primo dopoguerra fatto di guardie (per bisogno) e ladri (per fame).
All'epoca dell'uscita del film, in periodo di "pre-rivalutazione di Totò", il critico Giovanni Grazzini scrisse: "La cosa più allarmante, in Totò di notte n.1, è il titolo, che lascia prevedere una lunga serie di film come questo." ma riconosceva che "Nonostante tutto, quando due comici sono in scena il tempo passa: Totò ha sempre una tale carica di comicità e Macario è così tonto, che i loro numeri accendono talvolta una fiammelle di ilarità".
Che fine ha fatto...?
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Marcello Alessandri, già inviato del Telegiornale della Rete Uno, nonché conduttore in studio del medesimo telegiornale?
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Furio Focolari, già giornalista sportivo della RAI, esperto (


) di sci e tombiano di ferro? Pare che sia stato licenziato dalla RAI, dopo di che è diventato direttore delle relazioni esterne della Puma (sponsor tecnico della Lazio), nonché "prezzemolino", come lo d
efinisce il sito Dagospia, delle tv e radio locali romane. -
Duel, mensile di cinema diretto dal critico Gianni Canova? È forse diventato Duellanti?
Il gruppo di studio
Il gruppo di studio creato da FIGC e Lega Calcio per approfondire il problema arbitrale mi ha fatto ricordare la protesta studentesca alla Facoltà di Giurisprudenza di Pisa durante i primi mesi del 1990. Durante un'infuocatissima assemblea si scontrarono gli studenti politicamente più impegnati, favorevoli all'immediata occupazione della facoltà e quelli più moderati, contrari all'occupazione e al blocco delle attività didattiche. Alla fine dell'assemblea la questione fu posta ai voti e in alternativa all'occupazione alcuni studenti "moderati" (tra i quali un pelatazzo alto che aveva la mia età ma dimostrava 54 anni) proposero la creazione di un gruppo di studio sull'evolversi della situazione, sull'accoglimento delle nostre richieste da parte del Ministero e del Senato Accademico. Io votai per l'occupazione. Fatta la conta, prevalse l'ipotesi dei moderati (e mi ricordo un ragazzo bassetto, con un maglione bianco a collo alto che voleva ribellarsi all'esito del voto) e fu creato questo fantomatico "gruppo di studio".
Non so cosa avrebbe potuto risolvere l'occupazione della facoltà, ma di certo il gruppo di studio, ammesso che sia mai stato creato veramente, non risolse alcunché.
Di quando eravamo bimbi (4)
Cecco e la Leda. Erano due coniugi, mezzadri del Marchionneschi (credo) e a quanto mi ricordo erano anche bravini: le vigne erano tenute bene, i pagliai precisi, le stalle pulite, i campi curati. Certo, noi ragazzetti non facevamo niente per facilitare il loro lavoro: coglievamo l'uva, calpestavamo il grano, rubavamo i fichi e perfino le uova dei piccioni.
Cecco e la Leda avevano ormai assunto un alone leggendario, tanto che ne parlavano (con paura,
ma anche con scherno) perfino i ragazzini che abitavano da altre parti del paese e che nemmeno li conoscevano. Una cosa però va detta: non è assolutamente vero, almeno che io mi ricordi, che ci abbiano mai rincorso con la forca. Era un'immagine suggestiva, è vero, ma non è mai successo. Se non vado errato, questa mi sembra una delle leggende metropolitane ante litteram inventate all'uopo da un grande inventore quale si è rivelato e confermato nel corso del tempo Juri. Non che Cecco e la Leda non ci abbiano mai rincorso, anzi: perfino io che ero uno abbastanza tranquillo me ne ricordo un paio, di rincorse. Una volta ero con Gabriele in uno dei campi lavorati da Cecco davanti a casa nostra e giocavamo con i fucili; Gabriele ne aveva due e me ne aveva prestato uno. All'improvviso si materializzò Cecco che ci urlava di non calpestargli i campi: noi due impauriti scappammo saltando giù dall'argine, ma io lasciai il fucile nel campo, cosicché Gabriele mi costrinse a tornare a prenderlo. Io protestai che avremmo potuto recuperare il fucilino in un secondo momento, dopo lo scampato pericolo, ma Gabriele non volle intendere ragioni e mi toccò arrampicarmi per prendere l'arma. Fu a quel punto che Cecco mi si avvicinò pericolosamente. Io riuscii a scappare nel giardino di Gabriele, ma non fui veloce come lui che si rintanò in garage. Cecco mi fronteggiò a una distanza di circa sette - otto metri, divisi da un muretto: forse non mi avrebbe preso, ma io ero paralizzato dalla paura. Mi disse: "Ci monti più nel campo?" e io "No, no!". Detto questo, se ne andò.
Un'altra volta rincorse sempre me e Gabriele mentre tentavamo di rubargli le uova dei piccioni. Entrammo nella rimessa dove Cecco ricoverava gli aratri, il trattore e dove, appese alle pareti, c'erano delle gabbie. Io feci "scaletta" a Gabriele e lui mise le mani per prendere le uova, ma in quel momento arrivò Cecco urlando. Io scappai come un furetto e lasciai Gabriele appeso alle gabbie. A quel che mi risulta anche lui riuscì a mettersi in salvo, ma ci rimase male che l'avessi lasciato attaccato penzoloni alle gabbie.
La Leda non l'ho mai vista correre, se non quella volta che andò dalla Lory per farsi pagare la gallina che le avevamo ammazzato. Quella volta se ne buscò in diversi e fu tutta colpa del Boccino che, sostenendo di essere cugino di Cecco o del suo figliolo Nilo e passando gran parte della giornata di vedetta sul terrazzo, fece la spia.
Un dubbio su Vespa
Bruno Vespa, in una lettera a Repubblica pubblicata oggi, ribatte ad un artico
lo di Giovanni Valentini che stigmatizzava il comportamento del suddetto giornalista in occasione della sua intervista - spot a Berlusconi. Nella lettera, Vespa, probabilmente per giustificarsi, fra l'altro scrive: «L'ultima volta che il presidente del Consiglio ha accettato un contraddittore (Pierluigi Castagnetti) è stato nel maggio del 2002. Da allora l'ho sempre invitato con forte insistenza ad accettare un confronto. Ha rifiutato, la trasmissione è stata evidentemente più povera, ma chiedo in tutta onestà: se Prodi, D'Alema, Amato per qualunque ragione avessero chiesto quando erano a palazzo Chigi di poter parlare senza oppositori invocando la loro qualifica istituzionale, avrei potuto rifiutare? Avrei fatto esattamente quel che ho fatto con Berlusconi: garantire all'opposizione una trasmissione uguale e contraria per il rispetto delle pari opportunità. In ogni caso, con la decisione della Vigilanza sull'obbligo del contraddittorio, la questione è chiusa».
Ha risposto Valentini: «Se Prodi, D'Alema o Amato, quando erano a palazzo Chigi, avessero chiesto di parlare in tv senza oppositori, Vespa o qualsiasi altro giornalista del servizio pubblico avrebbe dovuto semplicemente rifiutare di fare una trasmissione a senso unico. Come ha stabilito adesso la Commissione parlamentare di Vigilanza, imponendo l'obbligo del contraddittorio. La questione, appunto, è chiusa».
Il dubbio resta: ma Vespa se n'è accorto di avere fatto una colossale figura di cacca oppure no?
Il "pentito" Marino
Ripremetto che Adriano Sofri non mi resta per niente simpatico, ma ripremetto anche che secondo me è stato "incastrato". Ripremesso questo, io vorrei sapere quanta galera s'è fatto il cosiddetto pentito Marino, che si dichiara contrario alla grazia per Sofri, per avere attivamente collaborato, come ha confessato lui stesso, all'omicidio di Calabresi.
Palloni d'oro
Meritoria l'opera di canali satellitari come Eurosport, che da tempo sta riproponendo le immagini delle vecchie e nuove competizioni europee, sia a livello continentale sia a livello nazionale. Mi è capitato così di vedere immagini dell'ultima giornata del campionato inglese, con la vittoria dell'Arsenal sul Liverpool per 4 a 2 (il secondo gol dell'Arsenal è stato di Pires), con tripletta di Tierry Henry. Sorvolando sul terzo gol personale del francese, che è stato di pura fortuna, bisogna dire che il secondo è stato un autentico capolavoro, come ormai, almeno nel nostro campionato, se ne vedono pochi. Henry ha preso palla sulla tre quarti avversaria e con un paio di dribbling ha fatto fuori praticamente tutta la difesa avversaria e poi ha segnato. Un giocatore così meriterebbe indubbiamente il pallone d'oro.
Un altro calciatore che secondo me meriterebbe il pallone d'oro (anzi, l'avrebbe già meritato negli anni scorsi) è Raul. Eurosport stava appunto riproponendo il cammino percorso dal Real Madrid in Champions League nella stagione 1999/2000, quello concluso con la finale vinta contro il Valencia. Raul ha segnato gol con una continuità mostruosa e ha anche fornito assist per i compagni. Non è un calciatore che mi resta particolarmente simpatico, ma va riconosciuto che ha una grande tecnica e un grande fiuto del gol. Ha peccato a volte di carattere, soprattutto in nazionale, ma spesso il pallone d'oro è stato dato a calciatori che con la nazionale non hanno mai vinto niente, né ci sono andati vicini, come ad esempio Papin (1991), Stoitchkov (1994), Weah (1995), Figo (2000), Owen (2001) e Nedved (2003).
Ecco, secondo me questi sono due calciatori che meriterebbero il Pallone d'oro molto più di Totti (a meno che quest'ultimo non conduca l'Italia a vincere i Campionati Europei nel giugno prossimo).
P.S. Nella Ch. L. 1999/2000 il Real beccò nettamente dal Bayern nel turno preliminare sia al Bernabeu (2 a 4) sia all'Olympiastadion (1 a 4 per i tedeschi), ma poi lo eliminarono in semifinale. Nei quarti il Real aveva fatto fuori il Manchester United, pareggiando 0 a 0 in casa e andando a vincere 3 a 2 all'Old Trafford, con un gol di Raul ispirato da un'azione di Redondo (nella miglior partita della sua vita) che rimarrà nella storia: saltato un difensore con un colpo di tacco, passaggio dal fondo a Raul, che dovette solo spingere la palla nella porta vuota.
Faccia di Picasso
Faccia di Picasso (2000) di Massimo Ceccherini, con Massimo Ceccherini (Ceccherini), Alessandro Paci (Paci), Marco Giallini (Federico, il produttore), Bianca Guaccero (Samantha, l'intervistatrice), Pietro Fornaciari (Fernando Capecchi), Chiara Conti (Stefania, l'ex fidanzata), Pier Francesco Aiello (lo sceneggiatore), Carmelo Ianni (Carmelo), Andrea Balestri (Andrea Balestri),Willow Gene Curry (moglie di Paci), Matteo Paci (figlio di Paci), Christian Vieri (Ivan Drago), Vincenzo Salemme (Vincenzo Salemme).
Massimo Ceccherini non è un genio. Però non è nemmeno un rozzo dementello come molti vogliono far credere. In realtà il discorso è uno solo: fa ridere o no? A tratti fa ridere, anche se questo film tradisce un po' la carenza d'ispirazione, e infatti Faccia di Picasso va avanti a forza di "omaggi", o meglio di parodie di scene madri di film celeberrimi. Se è consentito un paragone irriverente (ma è lo stesso Ceccherini a citare Fellini nel corso del film), questo lungometraggio del comico toscano è il suo Otto e mezzo felliniano o il suo Stardust Memories woodyalleniano.
Più che le singole parodie (in quella di Rocky compare anche il calciatore Bobo Vieri), fanno ridere alcune
situazioni del film, che al contrario delle previsioni, e forse grazie a tutte le persone che si raccomandano accoratamente al regista (la mamma gli telefona per dirgli di non metterci troppe parolacce perché quando va a fare la spesa tutti la guardano e lei si vergogna), il film non è per niente volgare. Fa ridere la sequenza della festa a casa Paci, quando gli ospiti si rivolgono all'attore di successo Ceccherini ("ma l'hai trombata la Estrada?"; "certo Ceccherini, prima facevi l'imbianchino, tutti ti pigliavano per il culo, ora ci hai un mucchio di soldi..."); fa ridere il rapporto con il padre imbianchino (lo saluta con il classico toscano "ohù!"); fa ridere il tormentone del produttore che ogni volta urla "graaaaande Paci!"; e fa ridere la battuta davanti al Muro di Berlino: "...è un pezzo di monumento... è l'unico monumento che ci hanno a Berlino: un pezzo di muro marcio".
Nei panni di sé stesso si rivede il Pinocchio televisivo Andrea Balestri ("son quindici anni che si fa Pinocchio e non s'è mai invitato" dice Ceccherini), con il vestitino che gli scoppia addosso, mentre Ceccherini fa anche in tempo ad essere vittima di Scherzi a parte (e ovviamente li manda tutti affanculo, con tanto di beep).
La recitazione? Be', il migliore di tutti è Matteo Paci, figlio treenne di Alessandro.
Faccia di Picasso
Faccia di Picasso (2000) di Massimo Ceccherini, con Massimo Ceccherini (Ceccherini), Alessandro Paci (Paci), Marco Giallini (Federico, il produttore), Bianca Guaccero (Samantha, l'intervistatrice), Pietro Fornaciari (Fernando Capecchi), Chiara Conti (Stefania, l'ex fidanzata), Pier Francesco Aiello (lo sceneggiatore), Carmelo Ianni (Carmelo), Andrea Balestri (Andrea Balestri),Willow Gene Curry (moglie di Paci), Matteo Paci (figlio di Paci), Christian Vieri (Ivan Drago), Vincenzo Salemme (Vincenzo Salemme).
Massimo Ceccherini non è un genio. Però non è nemmeno un rozzo dementello come molti vogliono far credere. In realtà il discorso è uno solo: fa ridere o no? A tratti fa ridere, anche se questo film tradisce un po' la carenza d'ispirazione, e infatti Faccia di Picasso va avanti a forza di "omaggi", o meglio di parodie di scene madri di film celeberrimi. Se è consentito un paragone irriverente (ma è lo stesso Ceccherini a citare Fellini nel corso del film), questo lungometraggio del comico toscano è il suo Otto e mezzo felliniano o il suo Stardust Memories woodyalleniano.
Più che le singole parodie (in quella di Rocky recita il calciatore Bobo Vieri), fanno ridere alcune
situazioni del film, che al contrario delle previsioni, e forse grazie a tutte le persone che si raccomandano accoratamente al regista (la mamma gli telefona per dirgli di non metterci troppe parolacce perché quando va a fare la spesa tutti la guardano e lei si vergogna), il film non è per niente volgare. Fa ridere la sequenza della festa a casa Paci, quando tutti si rivolgono all'attore di successo Ceccherini ("ma l'hai trombata la Estrada?"; "certo Ceccherini, prima facevi l'imbianchino, tutti ti pigliavano per il culo, ora ci hai un mucchio di soldi..."); fa ridere il rapporto con il padre imbianchino (lo saluta con il classico toscano "ohù!"); fa ridere il tormentone del produttore che ogni volta urla "graaaaande Paci!"; e fa ridere la battuta davanti al Muro di Berlino: "...è un pezzo di monumento... è l'unico monumento che ci hanno a Berlino: un pezzo di muro marcio".
Nei panni di sé stesso si rivede il Pinocchio televisivo Andrea Balestri ("son quindici anni che si fa Pinocchio e non s'è mai invitato" dice Ceccherini), con il vestitino che gli scoppia addosso, mentre Ceccherini fa anche in tempo ad essere vittima di Scherzi a parte (e ovviamente li manda tutti aafanculo, con tanto di beep).
La recitazione? Be', il migliore di tutti è Matteo Paci, figlio treenne di Alessandro.







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