Piombo rosso
PIOMBO ROSSO (2004) di Giorgio Galli, Baldini Castoldi Dalai editore, € 16,80.
Prima di tutto bisogna dire che è un libro che si deve leggere, se si vuole capire qualcosa di più del nostro paese (un "paese anormale", per parafrasare una celebre definizione di D'Alema).
L'interrogativo principale cui tenta di rispondere il libro di Giorgio Galli è perché in Italia il fenomeno della lotta armata sia durato fino all'inizio del nuovo millennio, quando in paesi come la Francia e la Germania, che hanno avuto un terrorismo simile al nostro, si è esaurito ormai da molti anni. Per dare una risposta a questo interrogativo Galli fa un excursus storico documentatissimo su trenta e più anni di lotta armata in Italia. Al centro vi sono le Brigate Rosse, la formazione terroristica più importante nell'universo di gruppi marxisti che hanno imbracciato le armi. Per Galli quel movimento fu spontaneo e autonomo, non fu cioè, come non lo fu la sua impresa più tristemente clamorosa - il rapimento e l'assassinio di Aldo Moro - "eterodiretta", come qualcuno nel corso degli anni ha tentato di suggerire. Altri elementi importanti dell'analisi del professor Galli sono precipuamente a) il ruolo dei servizi segreti nel nostro paese quanto meno da metà anni sessanta fino ad oggi; b) la presenza in Italia di un forte partito comunista che è stato per anni, in Italia come all'estero (si parla soprattutto degli USA), considerato "antisistema" e quindi non legittimato a governare.
Secondo il professor Galli, in questo contesto, le forze italiane d'intelligence hanno sempre più o meno tenuto sotto controllo questi movimenti terroristici, grazie a infiltrati, pentiti, confidenti eccetera. Quando questi hanno agito in maniera violenta contro apparati di vertice o di base dello stato, lo hanno fatto sotto gli occhi dei servizi segreti, i quali hanno allentato e stretto le briglie a seconda di cosa conveniva al fine di tenere l'Italia in una condizione di tensione e il PCI ai margini del potere politico. Si spiegano così le strette seguite alle "imprese" più famigerate dei terroristi rossi, come le ondate di arresti successivi al sequestro del giudice Sossi, al rapimento/omicidio di Moro, al rapimento del generale americano Dozier (episodio che segnò, di fatto, la fine delle BR, almeno intese come banda armata organizzata sul territorio nazionale).
Se secondo Galli, senza dietrologie, le BR furono un fenomeno autonomo, è certo comunque che permangono numerosissimi interrogativi, particolarmente riguardo al sequestro Moro. Un paio di esempi: che fine hanno fatto le carte del "processo del popolo" cui fu sottoposto il presidente DC? Dove veramente fu tenuto prigioniero durante i 55 giorni del sequestro? Come e da dove fu portato il cadavere di Moro in Via Caetani? La versione ufficiale emersa dai processi e sostenuta soprattutto da Mario Moretti e Francesco Cossiga (Ministro degli Interni all'epoca dei fatti) non ha mai convinto nessuno, salvo coloro che hanno interesse a farla passare. Un altro interrogativo riguarda gli ultimi omicidi commessi dalle BR, risorte come araba fenice dalle proprie ceneri: perché non è stato fatto niente dopo l'omicidio D'Antona, finché non è stato assassinato anche quel "rompicoglioni" (parole di un altro ottimo Ministro degli Interni, Claudio Scajola) di Marco Biagi? E perché si è lasciato quest'ultimo senza scorta nonostante che fosse stato più volte minacciato? E da chi è stata imbastita la campagna denigratoria contro Cofferati, quando l'ex segretario generale della CGIL sembrava destinato a diventare i leader della sinistra antiberlusconiana?
Queste domande lasciano numerose ombre su quella verità che, qualunque cosa ne dicano i protagonisti di quegli anni (i vari Cossiga & Moretti, come già detto), rimane per molti aspetti ancora oscura.
Un'ultima osservazione personale: mi ha fatto una certa impressione rileggere tutti questi nomi che ricordo di avere sentito nei telegiornali e giornali radio all'epoca, negli anni settanta, quando con indifferenza sentivo pronunciare con terrore questi nomi dai cronisti che raccontavano quelle vicende. Mi ha impressionato risentire i nomi di Renato Curcio, Alberto Franceschini, Margherita "Mara" Cagol, Mario Rossi, Walter Alasia, Prospero Gallinari, Mario Moretti, Adriana Faranda, Corrado Alunni, Marco Barbone, Silvano Girotto ("Frate Mitra"), Roberto Sandalo ("Roby il Pazzo"), Barbara Balzerani. Così come mi hanno impressionato le storie drammatiche di Marco Donat Cattin (il cui padre era un potente esponente democristiano), detto "il comandante Alberto", e della sua tragica fine, e quella della parlamentare radicale Adelaide Aglietta che, a Torino, quando i giudici popolari per paura rifiutavano di prendere parte al processo alle BR, rischiando di farlo saltare, e lei invece, pur con paura, essendo stata sorteggiata, accettò pubblicamente di far parte della giuria popolare.
Camillo
Un paio di settimane fa alla stazione di Cecina, intorno alle 6,40, c'era il mitico Camillo, attuale o ex fidanzato (non sono sicuro, non leggo Novella 2000) della Lutana, che tutto contento cantava a squarciagola "Noi siamo piccoli ma cresceremo e allora virgola ce la vedremo chiusa parentesi riporto sei, noi siamo piccoli ma dateci del lei!".
Uno spettacolo impagabile!
Ho portato il Livorno in serie A!
E insomma il Livorno ce l'ha fatta a tornare in serie A, 55 anni dopo l'ultima volta, come hanno detto in tv. Secondo me è solo un caso che questo sia accaduto proprio mentre un livornese è al Quirinale (mentre invece non è stato un caso che il periodo più glorioso il Livorno l'abbia vissuto durante il periodo fascista, quando la famiglia Ciano, livornese, era una delle più potenti d'Italia).
Io credo di avere portato fortuna al Livorno: quando ho cominciato a lavorare in quella città ho trovato la squadra in C2 e le ho visto fare il triplo salto nel giro di sette anni: dalla C2 alla C1, dalla C1 alla B e ora dalla B alla A.
A parte gli scherzi, uno dei fattori principali di questa promozione è stato l'arrivo di Spinelli, già presidente del Genoa negli anni d'oro di Osvaldo Bagnoli e Pato Aguilera (che poi finì in carcere per un giro di prostituzione e che i sampdoriani rinominarono Agalera
). Spinelli fu accolto a Livorno con grande entusiasmo dai tifosi, ma con scetticismo dagli appassionati più anziani e disincantati, dopo la tragicomica presidenza Achilli. Il timore era che Spinelli avesse preso la squadra per assicurarsi un posto di favore nel porto, dove si svolge la sua attività privata di petroliere o armatore (di preciso non lo so nemmeno), e che poi, dopo un paio di fuochi artificiali, lasciasse la squadra più o meno come l'aveva trovata. Invece con allenatori molto diversi tra loro, ma tutti affamati di successo, Jaconi (quello che portò in serie B il Castel di Sangro), Donadoni (il grande centrocampista del Milan di Sacchi e della nazionale) e infine Mazzarri, è riuscito in questo storico triplo salto (non mortale). Proprio Walter Mazzarri, di San Vincenzo, in provincia di Livorno, ha condotto gli amaranto in serie A, soprattutto grazie alle caterve di gol segnati dall'eccezionale coppia d'attacco composta da Igor Protti e Cristiano Lucarelli. Ma tutta la squadra si è dimostrata valida, a cominciare da un'intelaiatura imperniata in difesa sul giovane Chiellini e a centrocampo su calciatori quali Vigiani, Melara e Ruotolo e soprattutto solida nel finale di campionato, temuto da molti tifosi, quando ha affrontato e battuto molte delle dirette concorrenti (vittoria per 2 a 0 con la Fiorentina, blitz vittoriosi a Catania per 3 a 0 e a Piacenza per 3 a 1). È ovvio che la presenza di Protti ha funzionato da catalizzatore per l'entusiasmo sia della squadra sia della tifoseria. L'unico calciatore italiano capace di vincere la classifica dei cannonieri in serie A, B e C1 ha letteralmente trascinato i labronici alla massima serie, coadiuvato quest'anno da un calciatore livornese DOC, che, se avesse avuto un po' più di cervello, avrebbe potuto tranquillamente giocare in nazionale (Lucarelli: mi ricordo un'espulsione rimediata l'anno scorso a Torino contro il Milan quando il risultato era di 6 a 0 per i rossoneri).
Grande merito va al pubblico del Livorno, uno dei più appassionati dell'intero panorama calcistico italiano e che, al di là di qualche coro offensivo, ma soprattutto folcloristico, contro Berlusconi e San Gennaro (curiosamente la multa più alta, per la società di Spinelli, è arrivata per gli insulti al primo, in qualità si presidente di altra società calcistica, mentre San Gennaro, sembra, riveste nel Napoli soltanto una carica simbolica).
Già quest'anno a Livorno si sono avute le visite di tifoserie per niente tranquille come quelle del Napoli e della Fiorentina: pensando a quello che potrà accadere l'anno prossimo, soprattutto con le visite dei tifosi della Juve, del Milan, della Roma e della Lazio, non vorrei abitare all'Ardenza, nella zona dello stadio.
Grande Cunego, bravo Simoni
Sembra finalmente che l'Italia abbia ritrovato un grande campione nel ciclismo. Damiano Cunego ha vinto il Giro d'Italia a 22 anni e questo non accadeva, credo, da moltissimi anni. Questa vittoria fa presumere che il giovane ciclista veronese possa vincere molto nei prossimi anni. Il Giro d'Italia è una corsa importante, ma negli ultimi anni sembra che sia snobbata da molti tra i ciclisti più importanti del mondo. Pare che attualmente le corse principali dell'anno siano fondamentalmente due: il Tour de France per le gare a tappe e il campionato del mondo per le corse di un solo giorno.
In ogni caso Cunego, partito da gregario del vincitore dell'anno scorso (e del 2001) Simoni, si è fatto largo fragorosamente vincendo il giro e quattro tappe. Un vero campioncino. Oggi ha vinto Garzelli, battendo in volata Simoni. I due avevano attaccato a una settantacinquina di chilometri dal traguardo e sono giunti all'arrivo insieme. Molti, durante la telecronaca, hanno criticato Simoni per avere attaccato nonostante che un compagno di squadra, Cunego, appunto, indossasse la maglia rosa. Non sono d'accordo: secondo me Simoni aveva tutto il diritto di attaccare per tentare di vincere la tappa ed anche per vincere il Giro. Simoni era partito da capitano e adun certo punto si è trovato scavalcato dal più giovane compagno di squadra, con i gregari al servizio di quest'ultimo. Perché non avrebbe dovuto attaccare? Con lo stesso metro di giudizio si dovrebbe dire che Cunego avrebbe dovuto evitare di prendere la maglia rosa, essendo Simoni il suo capitano. Cunego è un grande ciclista, va fortissimo in salita ed è in una condizione di forma superlativa: ha corso al massimo, ha vinto e ha fatto bene. Simoni ha tentato, senza peraltro danneggiare il gioco di squadra (Mazzoleni è rimasto per tutta la corsa, finché ha potuto, al fianco di Cunego), a riprendersi la maglia rosa. Non ce l'ha fatta, ma è un corridore di grande personalità e bene ha fatto a provarci.
E' stato comunque, quello delle ultime due tappe del Giro, un grande spettacolo.
Amico tra i nemici
Amico tra i nemici, nemico tra gli amici (1974) di Nikita Michalkov. Con Iurij Bogatyrëv, Anatolij Solonitsyn, Sergej Šakurov, Nikita Michalkov, Aleksandr Kajdanovskij.
Durante la guerra civile russa seguita alla Rivoluzione d'ottobre, un soldato rosso (Bogatyrëv) è accusato di avere permesso a una banda di ladri di impadronirsi di un treno carico d'oro che serviva per acquistare grano dai paesi occidentali. Per salvarsi la vita, si impegnerà in una caccia all'uomo per recuperare il tesoro.
Si tratta di un western d'ambientazione russa (le steppe invece della Monument Valley) di buon livello, anche se realizzato con mezzi piuttosto scarsi. I buchi nel montaggio sono notevoli, ma il film è dignitosissimo, soprattutto se si pensa a come doveva essere ridotta la libertà cinematografica nel periodo brezneviano. Nel film si snodano discussioni anche politiche, ma, nonostante questo, non si nota che il film possa essere stato realizzato sotto il giogo della censura, attenta al rispetto dei canoni del realismo socialista. Questo è uno dei meriti di Michalkov, qui alle prime armi da regista. Altri meriti sono il fatto che la storia regge, la trama è robusta benché piuttosto ingarbugliata e la recitazione degli attori (tra essi lo stesso regista, ma soprattutto il bravissimo Bogatyrëv) notevolissima.
This Is Spinal Tap (1984)
This Is Spinal Tap (1984) di Rob Reiner. Con Christopher Guest (Nigel Tufnel), Michael McKean (David St. Hubbins), Harry Shearer (Derek Smalls), Tony Hendra (Ian Faith), June Chadwick (Jeanine Pettibone), Rob Reiner (Marty, l'intervistatore).
Si tratta di un documentario, lungo le strade di un improbabile tour americano, sulla band hard rock inglese Spinal Tap, sempre in bilico tra successo e crisi, show oceanici e liti intestine. Il film si svolge lungo un servizio giornalistico filmato che un giornalista svolge sul gruppo, sempre accompagnato da una videocamera.
In realtà il gruppo Spinal Tap non è mai esistito, e la loro vicenda, costruita da un copione scritto dagli stessi protagonisti Guest, McKean e Shearer, si modella sulla storia di molte band nate negli anni sessanta, consacratesi negli anni settanta ed arrivate stancamente agli ottanta, attraverso scissioni e disgrazie (la band conta una trentina di batteristi deceduti nelle circostanze più strane). Le vicende degli Spinal Tap si modellano su quelle di band famose come i Led Zeppelin (si veda la scena della chitarra suonata con un violino), dei Deep Purple (i concerti in Giappone), dei Saxon (il bassista che suona con una mano sola), i Whitesnake (le polemiche sulla copertina del disco) e così via.
Il "filmetto" di Reiner, successivamente autore di Harry, ti presento Sally, non è da sottovalutare, perché vi si respira aria di verità, con le liti tra i componenti, le ingerenze della fidanzata del cantante (un riferimento all'influenza di Yoko Ono sui Beatles?), i backstage ridicoli, gli incidenti sul palco (molto comica la scena della Stonehenge in miniatura) e nella scena finale in cui Nigel si riunisce alla band sul palco ci si emoziona davvero.
Ma non si fa mica così...
Ma che si fa così?
Tempista come un colpo di testa di Bettega dei bei tempi (che sono passati), la dirigenza della Juve, nel giorno della scomparsa di Umberto Agnelli, annuncia l'ingaggio di Fabio Capello, già allenatore di Milan e Roma, per i prossimi tre anni.
Capello, da calciatore, aveva giocato nella Juve, per poi essere ceduto al Milan in cambio di Romeo Benetti, scambio quanto mai vantaggioso proprio per la Juve. Da allenatore, invece, Capello aveva fatto di tutto per assurgere al ruolo di antijuve: prima da allenatore del Milan, poi ricoprendo lo stesso ruolo nella Roma.
Un paio di domande (retoriche, ovviamente): valeva davvero la pena lasciar andare Lippi per prendere Capello? Moggi, Giraudo, Bettega non si vergognano nemmeno un po' per il trattamento riservato a Prandelli e Deschamps? Prandelli è stato lasciato a bagnomaria per mesi, con l'incombente presenza di un Descamps vincente ad ostacolarne il passaggio in bianconero, mentre il francese veniva presentato come il nuovo che avanza: ancora stamattina La Gazzetta dello Sport lo presentava come il 15° (o il 16°, non me lo ricordo) allenatore straniero della Juve. Lo presentavano, con tanto di dettagli, come un altro dei calciatori che avevano vestito i colori bianconeri ad approdare sulla panchina dei torinesi; da allenatore avrebbe fra l'altro avuto alle sue dipendenze un calciatore più vecchio di lui (Ciro Ferrara è del 1967, mentre Deschamps del 1968). Perché la Juve, defecando a pieni pitali sull'ormai putrefatto "stile Juve", usa questo trattamento nei confronti di due allenatori che hanno dimostrato di meritare ampiamente la panchina bianconera, dopo essere stati, oltre tutto, giocatori della stessa società? Prandelli, si diceva, aveva il difetto di essere "troppo bonipertiano". E cosa vuol dire? E' forse un'onta? E non si potrebbe dire che Capello è troppo berlusconiano, o sensiano? E Deschamps cos'è? troppo chiracchiano?
Lo stile Juve è ormai diventato quello di dare calci nel culo alle bandiere (a quando la pedata a Del Piero?) e trovare il modo più spiccio per inimicarsi le altre società professionistiche: non è un caso che l'unica società alleata della Juventus sia il Milan di Berlusconi & Galliani.
ROMA - Incredulità, rabbia, voglia di non arrendersi. Sulle radio romane va in scena la fuga di Fabio Capello, l'allenatore dello scudetto. Mario Corsi, detto Marione, che su Rete Sport conduce una delle trasmissioni più seguite dal popolo giallorosso, riassume il pensiero di molti: "Non ci posso credere, è fuggito come un verme". [...] Marione chiosa a modo suo: "E' un infame fracico". La frustrazione si indirizza contro la Juventus. Presso il centro sportivo di Trigoria, una mano anonima ha affisso un significativo striscione: "Juve m....".
Da Repubblica online
Identificazione di una donna (1982)
Identificazione di una donna (Italia, 1982) di Michelangelo Antonioni. Con Tomas Milian, Daniela Silverio, Christine Boisson, Marcel Bozzuffi.
Stasera sono stanco e non ho voglia di scrivere molto, perciò sarò diretto e brutale.
Generalmente e con poche eccezioni, i film di Antonioni hanno la peculiare caratteristica di durare circa due ore, che però sembrano almeno tre. Identificazione di una donna è uno di questi.
In questo film la cosa che salta agli occhi è che i personaggi non fanno una mazza, nel senso che non lavorano dalla mattina alla sera. Probabilmente se impegnassero le loro giornate in qualche sano lavoro manuale (un'idea: zappare la terra) si ritroverebbero meno tempo per farsi tutte quelle seghe mentali
. Antonioni, al tempo in cui girò questo film, aveva già settant'anni: troppi per lavorare seriamente. Sarebbe già stato in pensione anche per questo governo.
In tranche
Non che ci sia da aspettarsi mirabilie dal Tirreno, quotidiano di Livorno, che Giobbe Covatta, nella sua "edicola" di Mai dire domenica, faceva assurgere alla quintessenza del dubbio, con tutti gli interrogativi che il giornale poneva («Attila era di Follonica?»).
Sul Tirreno di lunedì 24 maggio, parlando di un'intervista fatta al portiere del Livorno Gian Matteo Mareggini, viene descritto l'atleta in uno stato emozionale molto intenso, con le lacrime agli occhi per la gioia di una vittoria (3 a 1 sul Torino) che avvicina la squadra toscana alla serie A dopo innumerevoli anni di purgatorio tra serie C e B. Ebbene l'ineffabile cronista ci dice che il portiere labronico sembra «in tranche». E magari se lo ritrovano al mercato ittico...
Due filmetti
Tra i film che ho visto ultimamente, particolarmente poco degni di nota mi sono sembrati Taking Off (Usa, 1971, di Milos Forman, con Lynn Carlin e Buck Henry) e Era mio padre (Usa, 2002, di Sam Mendes, con Tom Hanks e Paul Newman). Taking Off, che aspettavo di vedere da anni, il primo film girato da Forman dopo la sua fuoruscita dalla Cecoslovacchia è una commedia, che racconta delle peripezie di una coppia di genitori che cercano la figlia ragazzina andatasene di casa.
La ragazza sta solo vivendo la propria vita nel modo tipico dell'inizio degli anni settanta del secolo scorso, ma i genitori non sono pronti ad accettare quel modo di vivere libero e si trovano spiazzati. Anch'essi vogliono provare, per comprendere meglio la figlia, esperienze di sesso libero, di droghe, di musica eccetera. Non si può negare la validità di un film che all'epoca destò molto interesse, soprattutto perché, anche da noi molti genitori poterono riconoscersi nei dubbi e negli imbarazzi della coppia interpretata dalla Carlin e da Buck Henry. Bisogna però riconoscere che il film di Forman è invecchiato piuttosto male, ed esaurita la carica di novità sociologica, rimane abbastanza poco.
Era mio padre, secondo film di Sam Mendes, rivelazione con American Beauty, è l'illustrazione di un fumetto che narra di un padre, scagnozzo di un boss del contrabbando di alcolici negli anni del Proibizionismo, che fugge per salvare la vita al figlio novenne e a sé stesso e per compiere una vendetta nei confronti del figlio del capo, che gli ha ucciso la moglie e il figlio più piccolo. Tom Hanks è bravo, Paul Newman è abbastanza bravo, ma il film non è altro che l'illustrazione di un fumetto con pretese di romanzo di formazione. Un film convenzionale per un regista che con American Beauty aveva fatto intravedere capacità molto maggiori.
Redarre Piombo rosso
Sto leggendo l'ottimo saggio del professor Giorgio Galli Piombo Rosso, sottotitolo: La storia completa della lotta armata in Italia dal 1970 ad oggi. Ottimo libro, documentato, puntuale, intelligente. Ma ne riparlerò in un prossimo futuro.
Capita di leggere a pagina 288: «Egli aveva contribuito a redarre per la Commissione stragi la citata relazione su Senzani, con i suoi rapporti con il generale Musumeci e l'affare Cirillo, emblematico dell'intrico tra servizi, malavita e potere politico».
No, dico io, "redarre"??? Ma, santo diavolone, direbbe qualche personaggio del Verga, e dove se l'è inventata questa parola il professor Galli? Ma davvero secondo lui la parola redarre esiste? O piuttosto non voleva dire "redigere"?
Avevo già stigmatizzato l'uso errato di questa fantomatica parola in un mio precedente post, ma ancora devo esprimere il mio scandalo, soprattutto per avere l'errore in un libro tanto interessante e fatto bene, edito da una grande casa editrice, la Baldini Castoldi Dalai, scritto da un ottimo saggista, che peraltro, poco più avanti, a pag. 294, non si esime dallo scrivere, a proposito del generale Carlo Jean: «laureato in Scenze politiche a Torino, ha insegnato studi strategici...». Be', anche "scenze" è un errore grave, ma è niente rispetto al fantasmagorico "redarre". Professor Galli, glielo dico da persona che ha comprato il suo libro e lo ha apprezzato tantissimo: non lo faccia più, per favore.
Anagrammi: miracolo italiano
A CANILI ROTOLIAMO
A INTRALCIO OLIAMO
A LAICO INOLTRIAMO
ROTOLINO I CALAMAI
RIANIMATA COL OLIO
ANOMALIA CITI LORO
MALATA RICINO OLIO
LANCIAI ALITO MORO
LANCIAI ATOMI LORO
ANCORA OLIAMO LITI
MAIALI, TORNO LAICO
CONTAI LORO MAIALI
Svegliare i caduti
Avenged Sevenfold - Waking The Fallen (2003)
Stupendo album di harcore metal, suonato con una tecnica mostruosa, specialmente da parte dei chitarristi. Il cantante fa miracoli tra urla mostruose e pezzi melodici cantati con una dolcezza che ammalia. Gli Avenged Sevenfold, che vengono da quel pozzo senza fondo che è il panorama musicale (in questo caso: genere punk e suoi derivati) americano, e mi ricordano da una parte i System Of A Down (nelle accelerazioni e nei rallentamenti improvvisi del ritmo e del cantato) e dall'altra gli Iron Maiden dei tempi d'oro, soprattutto per quanto riguarda certi assolo e certi stacchi di chitarra. Unholy Confessions è già una dichiarazione d'intenti, ribadita da quel grandissimo pezzo (forse il più maideniano) che è Chapter Four. Non c'è un solo pezzo indegno di un grande album, ma indicherei come memorabili, oltre alle due canzoni citate, anche Remenissions (che si apre con un urlo disumano), I Won't See You Tonight part 1 e I Won't See You Tonight part 2, stupende ballate, queste ultime, con inserti veloci da brivido.
C'è poco da dire: quest'album è un capolavoro e resterà nella memoria per molto tempo.
"Va bene, la perfezione in assoluto nn esiste, ma questo album ci va veramente vicino; a molti di voi il nome Avenged Sevenfold non dirà pressoché nulla, ma chi ama veramente la musica non può non restare totalmente estasiato da questa band..." (continua)
Il giorno del Mereghetto
Il giorno dello sciacallo (GB/Francia, 1975) di Fred Zinnemann. Con Edward Fox (lo Sciacallo), Michael Lonsdale (Lebel), Alan Badel (Ministro), Tony Britton (ispettore Thomas), Cyril Cusack (armaiolo), Delphine Seyrig (Colette), Michel Auclair (colonnello Rolland), Philippe Léotard (gendarme).
Il film non mi è piaciuto: è invecchiato male e comunque in molti passaggi è poco credibile ed anche la tensione non raggiunge mai il livello di guardia. Il giorno dello sciacallo è ben girato, ma troppi particolari, visti oggi, appaiono ridicoli; eccone alcuni: a) lo Sciacallo va in Italia e per le scale di un palazzo si sente Nel blu dipinto di blu di Modugno, canzone che gli italiani fischiettano anche per strada; b) lo Sciacallo a Genova rischia di perdere il treno per Parigi (lo prende di rincorsa): ma come, dopo avere pianificato tutto al centesimo di secondo, rischia di perdere il treno?; c) a Parigi lo Sciacallo si compra il baschetto francese: se andava in Vaticano si vestiva da guardia svizzera?; d) conosce una donna di alto lignaggio (Delphine Seyrig) in albergo e ci finisce subito a letto insieme; e) lo Sciacallo ha un incidente automobilistico con un'altra macchina, il cui guidatore muore, mentre lui non si fa niente, ma ne riemerge con la camicia strappata (chissà poi perché); f) la signora conosciuta in albergo, anche dopo avere parlato con la polizia ed avere quindi capito la pericolosità del soggetto, si fa di nuovo sedurre dal bello ed enigmatico straniero; g) per controbilanciare il Volare italiano, si mostra la tv francese che trasmette il Can-can dall'Orfeo all'inferno di Offenbach.
Il meglio di sé, riguardo a questo film, lo dà, ovviamente Mereghetti, che gli dà tre stelline (lo stesso voto di, per esempio, Cinque pezzi facili di Rafelson o Mariti di Cassavetes), nel descrivere la trama dice «Gran finale tra le strade di Parigi affollate per il 14 luglio». E invece no: il finale non si svolge durante la parata del 14 luglio, ma durante le cerimonie del 25 agosto, festa della liberazione della Francia dai nazisti. Questo viene detto chiaramente in sottofinale, e più volte durante il film si vede il calendario: 2 agosto, 13 agosto... Ma per Mereghetti il tempo scorre all'indietro? Piuttosto, il particolare mi fa nuovamente sorgere il dubbio che il film non lo abbia proprio visto.
Una curiosità: nel film viene detto che per fare schermo al presidente De Gaulle i servizi di sicurezza gli hanno messo intorno un certo numero di poliziotti di altezza superiore alla media. Certo che con un presidente come Berlusconi sarebbe bastato molto meno.![]()
Grossi registi e registi grossi.
Finalmente anche il Festival del cinema di Cannes si riscatta e con un colpo di reni fa piazza pulita di decenni di premi distribuiti a film astrusi che mai si sono visti sugli schermi cinematografici del normale circuito (e spesso perché erano semplicemente brutti). Onestamente da Tarantino non me l'aspettavo, ma mi fa piacere che proprio una giuria da lui presieduta abbia dato la Palma d'oro al film di Michael Moore Fahrenheit 9/11. Complimenti.
Un saggio di una pagina
Stupefacente saggio di una pagina di giornale di Eugenio Scalfari, un ottantenne con la lucidità mentale di uno studente, sulla guerra e sui comportamenti delle componenti politiche italiane al riguardo (da Repubblica di oggi).
http://www.repubblica.it/2004/e/sezioni/politica/iraqita6/scal/scal.html
Heat - La sfida (1995)
Heat - La sfida (1995) di Michael Mann. Con Al Pacino (Vincent Hanna), Robert De Niro (Neil McCauley), Val Kilmer (Chris Shiherlis), Diane Venora (Justine Hanna), Amy Brennenman (Eady), Ashley Judd (Charlene Shiherlis), Tom Sizemore (Michael Cheritto), Jon Voight (Nate), Kevin Gage (Waingro), Wes Studi (detective Casals), Natalie Portman (Lauren Gustafson), Mykelti Williamson (sergente Drucker), Henry Rollins (Hugh Benny).
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La trama non è credibile. Non sono credibili i rapporti dei protagonisti con le loro donne,
soprattutto quello di De Niro con la sua ragazza: ci finisce a letto al primo appuntamento e poi i due divengono talmente intimi che la donna non lo molla nemmeno quando capisce che razza di criminale sia il suo uomo. Mano a mano che il film procede, i due protagonisti si dimostrano sempre più ligi alla rispettiva "etica professionale" - Pacino a quella di poliziotto, De Niro a quella di criminale - anche a scapito della loro vita privata: nel caso di De Niro addirittura a scapito della propria salvezza. Anche Mann si dimostra ligio alla propria etica, quella di regista, ma purtroppo lui lo fa a scapito della verosimiglianza e della credibilità del film. A proposito (mia distrazione?): che fine fa il personaggio interpretato da Val Kilmer? -
I pregi del film. La scena della sparatoria centrale è girata molto bene, così come quella della rapina iniziale: il problema è che non si capisce come faccia De Niro, in mezzo a tutto quello spiegamento di polizia, a fuggire. La recitazione dei due protagonisti è fuori discussione, con una preferenza, del tutto personale, per De Niro, meno propenso di Al Pacino a gigioneggiare. Come Jack Nicholson recita da anni Jack Torrance (il personaggio principale di Shining), così Al Pacino recita da anni il boss mafioso, sia nelle vesti di Mike Corleone sia in quelle di Tony Montana (Scarface). E in questo film ha scatti da padrino anche nelle vesti (griffate, troppo griffate) di poliziotto.
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Il finale. Dal momento in cui De Niro vira lo sterzo della macchina per andare a punire il traditore (anziché recarsi all'aeroporto) inizia un finalone inverosimile con prevedibile epilogo scespiriano. I due protagonisti, più che cinquantenni all'epoca delle riprese (Pacino è classe 1940, De Niro del 1943), corrono come lepri e Pacino, con un fisico ormai più simile a quello di un impiegato del catasto, sembra avere la vista a raggi infrarossi: nella confusione dell'albergo in allarme incendio, individua in un attimo la macchina di De Niro, e poi si muove come un gatto nel buio dell'aeroporto.
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Altri particolari che non mi hanno convinto. È realistica l'ammirazione reciproca tra il poliziotto e il criminale, che con le sue imprese causa la morte di decine di persone innocenti? È credibile che De Niro, reduce da un colpo cruento come quello d'inizio film, s'imbarchi in un nuovo e più grosso colpo dopo essere stato avvertito dal poliziotto? È verosimile che De Niro e Al Pacino si muovano, nel finale, sulle piste dell'aeroporto slalomando tra gli aerei che rullano? Cosa dire infine dell'ultima scena, nella quale De Niro muore con Al Pacino che gli tiene la mano? Buona per la storia del cinema, ma di certo non giova alla credibilità del film di Mann.
Anagrammi: Brigate Rosse
bare sorgesti
registro base
giro tre basse
birra est sego
sgarbi estero (un invito all'esilio dell'uomo politico?)
orse sbrigate
sbrigare oste
ti sego sbarre (riferimento all'evasione di Prospero Gallinari?)
serbasti orge
Sua Maestà i Decabristi
The Decemberists - Her Majesty The Decemberists (2003)
Non conoscevo questa formazione americana (sono cinque, tre maschi e due femmine) e non so nemmeno perché mi abbia incuriosito, non appartenendo ad alcuno dei generi musicali che generalmente mi interessano (grosso modo direi hard rock, blues, progressive, folk rock, punk, hardcore e varie loro derivazioni).
I Decemberists propongono una musica molto particolare, che mi fa pensare, in alcuni episodi, ad una specie di Beatles, passati per la lezione dei Coldplay e per l'inevitabile bastonatura degli Oasis (si ascolti Billy Liar, omaggio al pop britannico e non solo al britpop), con alcune
spruzzate di musica folk di derivazione est europea (si sentano le fisarmoniche di Jenny Conlee in Shanty For The Arethusa e The Chimbley Sweep, i miei due pezzi preferiti). Song For Myla Goldberg ha un attacco che ricorda la mitica I Am The Resurrection degli Stone Roses e poi si trasforma invece in qualcosa che ricorda gli Smiths o gli ultimi Pet Shop Boys (soprattutto nelle parti vocali del front man Colin Meloy, che in questa canzone canta "funiculì funiculà, funiculì funiculà..."). The Soldiering Life ritorna ad uno stile simil beatlesiano (siamo dalle parti di Eleanor Rigby, ma anche di A Day In The Life), confermato dalla conclusiva As I Rise.
(I Decabristi su Ondarock)
Pickpocket (1959)
Pickpocket (Francia, 1959) di Robert Bresson. Con Martin Lassalle (Michel), Pierre Leymarie (Jacques), Pierre Étaix (secondo complice), Jean Pélegri (Ispettore principale), Marika Green (Jeanne), Kassagi (primo complice), Dolly Scal (madre di Michel).
Un giovane è irresistibilmente attratto, per natura e per una filosofia che elabora in collaborazione con un borsaiolo professionista, dall'arte del borseggio e del furto con destrezza. Alla fine incontrerà sia la giustizia sia l'amore.
La trama di questo film può non dire granché, ma la messinscena di Bresson è, come al solito, scarna e potentissima, con alti momenti di tensione: tensione che è sia nervosa, soprattutto nelle sequenze dei primi borseggi, sia morale, ricalcando in parte il tormento di Raskolnikov in Delitto e castigo. Gli attori di questo film sono tutti eccezionali, tenuto conto che si tratta di non professionisti: resta impressa la faccia attonita e colpevole di Martin Lassalle, che non sa resistere all'arte del borseggio, che non sa esprimere il proprio amore alla madre, che si arrende forse solo davanti alla faccia innocente della ragazza sedotta e abbandonata dal "bravo ragazzo" Jacques.
Bresson in stato di grazia, dal punto di vista etico (ma questa è una componente che nel suo cinema non viene mai meno), da quello narrativo e da quello della tecnica cinematografica (magistrale la sequenza girata alla Gare de Lyon).
Socrate (1970)
Socrate (Ita/Fra/Spa, 1970) di Roberto Rossellini. Con Jean Sylvère (Socrate), Anne Caprile (Santippe), Ricardo Palacios, Bepy Mannaiuolo.
Gli ultimi anni della vita di Socrate raccontati per la tv dal regista di Roma città aperta. È il peggiore dei film sui filosofi del passato realizzati da Rossellini, prigioniero di una lettura scolastica e banalizzata della lezione socratica. Tratta dai Dialoghi di Platone, la sceneggiatura sembra ricalcare la leggenda tramandata dagli storici pettegoli sul filosofo ateniese: la Santippe lagnosa e chiacchierona, il so di non sapere da Bignami liceale ecc. Niente a che vedere con i film di Rossellini su Pascal e Sant'Agostino. Il messaggio socratico sulla dignità e la libertà di conoscere e la sua lezione etica, sul dovere come dovere fino alle estreme conseguenze, rimane offuscato in questo scontato e mediocre temino.
La notte brava del soldato Mereghetti
La notte brava del soldato Jonathan (1971) di Don Siegel. Con Clint Eastwood (Caporale John McBurney), Geraldine Page (Martha Farnsworth), Elizabeth Hartman (Edwina Dabney), Jo Ann Harris (Carol), Pamelyn Ferdin (Amelia), Darleen Carr (Doris), Mae Mercer (Hallie), Melody Thomas (Abigail).
Stupendo film di un altro autore americano sottovalutato, a torto, sia dalle majors che dal pubblico e spesso anche dalla critica, anche se oggi è oggetto di doverosa rivalutazione: Don Siegel, già autore dell'Invasione degli ultracorpi negli anni cinquanta e successivamente di Fuga da Alcatraz (1979).
Le ragazze e la direttrice di una scuola femminile in territorio conteso ma di fede sudista raccolgono il caporale nordista McBurney e non lo consegnano, nonostante che le leggi di guerra glielo impongano, all'esercito confederato. L'intruso fungerà da pomo della discordia e la scuola si trasformerà in un nido di vipere la cui lotta si placherà soltanto grazie alla tragedia finale.
Il film di Siegel crea una tensione e una suspense sempre crescenti, sfruttando il carisma già affermato di Eastwood (ha torto Kezich quando dice che «il film rischia di spegnersi sul volto inespressivo di Clint Eastwood»), che recita benissimo una parte da ambiguo e tenebroso personaggio, convinto di poter tenere in pugno quel possibile harem giovandosi dell'elemento sessuale e quindi salvarsi la vita.
Un piccolo capolavoro, sostenuto dall'ottima fotografia e dalla profonda partecipazione degli attori e soprattutto delle attrici: da Geraldine Page a Elizabeth Hartman fino all'ambigua Jo Ann Harris alla piccola Pamelyn Ferdin.
Mereghetti, nel suo Dizionario, dà al film tre stelline e mezza (io sarei arrivato a quattro, il massimo), riconoscendo il valore del film, ma come al solito infarcisce la sua scheda di una perla di superficialità e scarsa attenzione per quanto sta descrivendo. Così infatti banalizza la trama: «Durante la guerra di secessione un caporale nordista ferito trova rifugio in un collegio femminile: si illude di fare il gallo nel pollaio, ma le gelosie che ispira gli saranno fatali», come se tutto il film si basasse sugli appetiti sessuali del soldato (che non si chiama Jonathan). Mereghetti, ancora una volta, in ginocchio sul granturco!
Quer pasticciaccio brutto de Via Bessico
Comici spaventati guerrieri (1987) di Stefano Benni
Nei libri di Benni c'è spesso una netta separazione, quasi manichea, tra buoni e cattivi e Comici spaventati guerrieri non fa eccezione, anzi, se possibile accentua questa caratteristica. Leggendo il libro mi sono reso conto di una certa affinità con il Pasticciaccio di Gadda, ma gironzolando in rete mi sono accorto che il paragone è già stato fatto e quindi non mette conto parlarne.
Mi pare che questo romanzetto non sia dei meglio riusciti dell'autore bolognese, e comunque è uno di quelli che ha retto peggio all'urto degli anni¹, nonostante sia ambientato in un futuro (o in un altrove) possibile, dove un'umanità zoomorfa è suddivisa tra i quartieri bene dove vive un'annoiata e indifferente borghesia e i casermoni che ospitano i poveri ma belli cui va la simpatia di Benni.
In Comici spaventati guerrieri non difetta l'ironia e l'umorismo, ma se c'è metafora, come sempre c'è nei libri di Benni, questa volta non si capisce dove vada a parare, e comunque io non l'ho capito.
Nel 1989 Benni ha tratto da questo libro un film, Musica per vecchi animali (una frase che ricorre un apio di volte nel romanzo), dirigendolo insieme a Umberto Angelucci, con Dario Fo come protagonista e con Francesco Guccini in una parte che non esiste nel libro.
¹ Si veda, al confronto, la sorprendente modernità di un altro "libretto" (tale solo per numero di pagine, ma non per valore intrinseco) di Benni, Bar Sport (1976).
Sui libri della Fallaci
«Più la situazione si incrudisce più i toni della polemica, soprattutto in Italia, si avvelenano. [...] Allo stesso modo non fanno eccezione certi giornali e la pubblicistica più agitata nella quale comprendo l'ultimo libro di Oriana Fallaci, furibondo e inutile come i precedenti.»
(Corrado Augias, La Repubblica del 20 maggio 2004)
Berlusconi sta parlando
Berlusconi sta parlando in Senato in diretta TV della missione italiana in Iraq e sta menzionando i massimi sistemi, i più nobili ideali, per giustificare la nostra spedizione semicoloniale in Asia Minore. Ora me lo immagino invece
con cappellino conico a strisce o a pallini
e con la lingua della suocera in bocca a fare il trenino "A-E-I-O-U- YPSILON... Brigitte Bardot Bardot... il nostro amico Charlie...",
festeggiando lo scudetto del Milan, mentre le truppe italiane a Nassiryia erano sotto assedio e uno dei soldati ci lasciava la vita. Per me quest'uomo non è credibile.
Macbeth (1948)
Macbeth (USA, 1948) di Orson Welles. Con Orson Welles (Macbeth), Jeanette Nolan (Lady Macbeth), Dan O'Herlihy (Macduff), Edgar Barrier (Banquo), Roddy McDowall (Malcolm), Erskine Sanford (Duncan), Peggy Webber (Lady Macduff).
Trasposizione cupa e poderosa della tragedia shakespiriana, dove Welles fece di necessità virtù, girando il film in poche settimane e con un budget molto scarso. Il regista, all'epoca, era già praticamente un transfuga di Hollywood e avrebbe cominciato di lì a poco la sua carriera di attore prezzolato in giro per il mondo per pagarsi i film da regista.
La recitazione è magniloquente, ma senza diventare retorica, grazie anche ad un espediente quasi espressionista, mediante il quale il protagonista guarda in camera mentre una voce fuori campo spiega l'azione. Sembra che Welles si sia ispirato al cinema di Dreyer (soprattutto alla sua Giovanna d'Arco) nelle ambientazioni e nell'illuminazione delle scene. Welles è un Macbeth sui generis, tormentato e allo stesso tempo impassibile, degno contraltare del Macduff di Dan O'Herlihy, e molto diverso dal Macbeth di Roman Polanski, più recente di circa vent'anni. Molti critici hanno stigmatizzato l'inadeguatezza dell'attrice che interpreta Lady Macbeth e io sono d'accordo.
Assurda la scelta di doppiaggio di tradurre il nome di re Duncan con re Duncano.
Altro anagramma
il Guiggi
1: gigli giu
Ricerca di 250 anagrammi senza limite di parole.
Profondita' di ricerca normale, tempo di ricerca normale.
Tempo assegnato 120 secondi, priorita' di elaborazione normale.
Trovate 1 soluzioni in 0 secondi (0 secondi di CPU).
Ricerca terminata per raggiunto termine anagrammi.
The Anagrams Engine V.2.4 by Corrado Giustozzi, Copyright © 1996
Anagrammi del giorno
Alberto Gilardino
alberando gli orti
alberando gli tiro
ballando ergi irto
ballando ergi otri
ballando rigiro te
inoltre brodaglia
errabonda li togli
ribaltando glorie.
White Trash Two Heebs And A Bean
White Trash Two Heebs And A Bean (1992)
Qualcuno sostiene che questo sia il miglior album dei NOFX, e probabilmente è così. A me piace moltissimo anche Punk In Drublic (che non è, come dice qualcuno una corruzione di Drunk in Dublin, ma di Drunk in public, cioè ubriaco in pubblico), ma effettivamente White Trash è un lavoro grandissimo e geniale. In quest'album si esprime tutta l'energia, la voglia di suonare, l'intelligenza e l'ironia di Fat Mike e soci.
Il titolo è alquanto enigmatico, ma secondo una mia interpretazione potrebbe, grosso modo, significare: Un povero bianco (white trash = spazzatura bianca), due ebrei (two heebs) e un messicano (a bean, forse riferito a El Hefe), che poi sarebbero i quattro componenti della band.
White Trash contiene alcuni dei classici dei NOFX, come Sticking In My Eye, Bob, Johnny Appleseed, ma anche pezzi originalissimi come Straight Edge (un jazz cantato con voce alla Louis Armstrong), la favoletta Liza And Louise, sorta di parodia porno - lesbo - fisting di Thelma & Louise e poi quel capolavoro d'ironia, con ritmo basso/batteria trascinantissimo, che è Please Play This Song On The Radio: "We wrote this song, it's not too short, not too long/It's got back-up voc's in just the right places/It's got a few oohs and ahhs/It takes a little pause/Just before the second chorus/Please play this song on the radio/Almost every line is sung on time/Almost every verse ends in a rhyme" (Abbiamo scritto questa canzone, né troppo corta né troppo lunga/Ha voci di sottofondo proprio al posto giusto/C'è qualche oooh e aaah/Fa una breve pausa/Proprio prima del secondo coro/Mettete questa canzone alla radio/Quasi tutte le strofe sono cantate a tempo/Quasi tutti i versi finiscono in rima). Ovviamente i NOFX odiano le radio commerciali americane e il messaggio che lanciano è l'opposto di quello che sembrano dire.
Un grandissimo album e basta.
Consiglio la visione di...
Boiling Point (Giappone, 1990) di Takeshi Kitano. Con Masahiko Ono (Masaki), Yuriko Ishida (Sayaka), «Beat» Takeshi (Uehara), Minoru Iizuka (Kazuo).
Il giovane Masaki, ragazzo dallo sguardo tontolone, gioca, poco e male, a baseball e fa il benzinaio a una stazione di servizio, Un giorno riceve uno sgarbo da un membro di una banda yakuza e reagisce, scatenando una reazione a catena per sé e per i suoi amici. Prende le difese di Masaki il boss pazzoide e bisessuale Uehara (lo stesso Kitano, che come attore si firma Beat Takeshi).
Questo secondo film di Kitano s'inserisce nel genere film yakuza, ma si fa beffe delle regole del genere, evidenziando certi temi già tipici del regista giapponese: il gesto gratuito (illuminante la scena in cui Uehara spinge un complice a trombare la propria ragazza e poi se lo inchiappetta a tradimento oppure quella in cui fa mozzare un dito allo stesso personaggio, ma anche la reazione di Masaki alla provocazione ricevuta dal gangster) e la morte, che nella cultura giapponese assume un valore rituale. E qui Kitano è veramente giapponese.
Per una volta mi trovo d'accordo, nell'analisi del film, con l'odiato/amato Mereghetti, anche se nella sua pur breve recensione inserisce un ennesimo strafalcione: non è Uehara che passa il metal detector dell'aeroporto armato fino ai denti. Ma cazzo, Mereghetti, ti vuoi mettere in testa che i film vanno visti, anziché farseli raccontare da uno che ne ha sentito parlare da un altro che li ha visti?
Non dire gatto se Trapattoni ha la testa nel sacco
Premetto che spero che l'Italia vinca i prossimi Campionati Europei di calcio che si svolgeranno a giugno in Portogallo. Lo spero ma non ci credo.
Tra i 23 convocati di Trapattoni di punti fermi ce n'erano veramente pochi: i sicuri al 100% dovevano essere, per me, soltanto Totti, Nesta e Cannavaro. Vediamo gli altri: Buffon poteva essere un indiscutibile, ma molti dei 42 gol subiti dalla Juve quest'anno sono anche colpa del portiere bianconero, e delle sue problematiche respinte corte. Non c'erano grosse alternative: anche Toldo non ha certo avuto una stagione esaltante e Peruzzi ha troppo spesso infortuni alle sue coscione. Un'alternativa valida era secondo me De Sanctis dell'Udinese e Trapattoni ha sbagliato a non portarlo in Portogallo. De Sanctis è stato secondo me il miglior portiere italiano della stagione e meritava una possibilità, anche se non ha una grandissima esperienza internazionale.
La difesa può andare bene, del resto non è che il campionato abbia offerto di meglio: era in lizza Legrottaglie, ma certo il difensore della Juve non si può lamentare granché, vista la sua stagione. La figura di Ferrari o Materazzi poteva anche farla, e a questo punto Trapattoni ha usato la propria discrezionalità a favore di questi ultimi.
A centrocampo dispiace l'assenza di Ambrosini, che è stato molto sacrificato anche nel Milan, ma in una squadra che non ha Kakà e Seedorf poteva anche starci. Visto che Perrotta, Zanetti e Gattuso non potevano essere messi in discussione, che Camoranesi (stagione mediocerrima anche la sua) e Fiore (buono invece il suo campionato) coprono la fascia destra, Trapattoni ha cercato di avere dei piedi buoni in mezzo al campo: Pirlo, che, pur con qualche amnesia, sa dove mettere la palla. Un'alternativa valida per la fascia destra (ma gioca anche a sinistra, all'occorrenza) sarebbe stato Nervo, che però è molto discontinuo.
In attacco si arriva alle dolenti note: vorrei chiedere ai baggisti e baggiani della prima e dell'ultima ora se non si sentono scandalizzati dalla mancata convocazione di Gilardino. La soluzione più logica, visto il campionato di quest'anno, sarebbe stata giocare in attacco con la coppia Totti - Gilardino. Ma come si fa a rinunciare a un calciatore di 22 anni che segna 23 gol in campionato in una squadra come il Parma, che ha attraversato tutte le traversie possibili in questa stagione? Ma come si fa a lasciare a casa Gilardino e portare in Portogallo un Del Piero che fatica a tenere il ritmo del passerotto dell'Uliveto? Ma come si fa a lasciare a casa Gilardino e portare in Portogallo un attaccante a mezzo servizio come Di Vaio (e allora perché non Miccoli, ad esempio)? Come si fa a preferire Corradi, un buon attaccante al quale però non è mai servito il pallottoliere per contare i gol, a un bomber in forma come il parmigiano, che come tocca la palla la butta dentro? Dobbiamo sperare in Vieri, ma nel Vieri strepitoso dell'anno scorso oppure nell'attaccante bolso e litigioso di quest'anno? Ben venga Vieri, ma meglio se con Gilardino pronto a prenderne il posto in caso di malfunzionamento. Se davvero lo studente del CEPU desse gli esami in proporzione ai gol di Vieri, mi sa che quest'anno dovrebbe andare a fare il soldato. Dispiace per Inzaghi, uno che per la nazionale ha dato e darebbe il sedere, ma in questo momento è francamente impresentabile, non dissimilmente da Del Piero, che però ha avuto la fortuna di farsi male due settimane prima.
Speriamo che almeno Zambrotta corra un po' di più di quanto ha fatto nel campionato di quest'anno: spesso chi non va durante la stagione si trasforma in estate durante le manifestazioni continentali o intercontinentali. In questo senso scommetto su Nedved.
Ovviamente Trapattoni ha in questo momento due possibilità: vincere o andarsene (prima di essere cacciato a calci gilardiniani nel culo).
Heavy Metal (1981)
Heavy Metal (USA, 1981) di Gerald Potterton.
Film di animazione composto da varie storie vagamente fantascientifiche, con un unico filo conduttore costituito da una piccola sfera verde, il Loch-Nar, dai poteri malefici.
Si tratta di una bambocciata per quattordici-quindicenni di bocca buona, con frequenti disegni di ragazze formose e discinte inserite in scenari futuribili sottofondati da musica hard rock di seconda scelta (pezzi meno noti di Black Sabbath, Blue Oyster Cult e Devo, fra gli altri). L'ineffabile Mereghetti attribuisce due stelline al film, lo stesso voto, per dire di Le onde del destino di Von Trier (che Mereghetti odia) o dei Fiumi di porpora di Kassowitz. Heavy Metal merita di meno.
Small mirrors for larks
(ovvero: specchietti per le allodole)
Lettera che mi è giunta stamattina, spedita da Padova e con intestazione Domus Regis SRL:
"OGGETTO: RITIRO TELEFONO WIND
Gentile Famiglia,
la Domus Regis s.r.l. è lieta di comunicare che Vi è stato assegnato a scopo pubblicitario un Telefono WIND mod. T 88-50**.
L'omaggio non è legato ad alcun acquisto e Vi sarà consegnato personalmente.
L'invito è indirizzato alle sole famiglie (marito e moglie) che per ritirare l'omaggio si presenteranno, al completo presso:
HOTEL ATLANTICO
VIA D. MARTELLI 12
57012 CASTIGLIONCELLO Fraz. di ROSIGNANO MARIT. (LI)
nel giorno:
SABATO 15 MAGGIO 2004 DALLE ORE 16,00 ALLE ORE 19,30
DOMENICA 16 MAGGIO 2004 DALLE ORE 11,00 ALLE ORE 12,30
DALLE ORE 15,30 ALLE ORE 19,00
DOMUS REGIS SRL
Domus Regis srl
Via G. Rossa, 8 - 35020 Ponte San Nicolò (PD) - P.I. 03600800282 - Cap. Sociale 12.000 EURO
Ai sensi Art. 13 L. 675/96 "Tutela dei dati personali", potrà cancellare e modificare i suoi dati scrivendo a: Domus Regis Srl Via G. Rossa, 8 35020 Ponte San Nicolò (PD)
*l'omaggio è garantito e vi verrà consegnato personalmente senza alcun obbligo d'acquisto. qualora dovesse terminare il modello indicato vi verrà consegnato un altro telefono di pari caratteristiche.
**Trattasi di presentazione commerciale casalinghi"
Ora, grazie alle disfunzioni delle poste italiane, la lettera, imbucata a Padova il 7 maggio scorso, mi è pervenuta soltanto stamattina 17 maggio e quindi in ritardo di uno o due giorni. C'è un'altra ragione per cui non avrei potuto recarmi alla "consegna" dei telefoni: non sono sposato e quindi non avrei potuto portarci la moglie. Che sfortuna eh?
Con un tono piuttosto autoritario ( "vi è stato assegnato", "per ritirare l'omaggio si presenteranno al completo"), la tattica è quella di abbindolare magari un marito con un telefono e poi spingere la moglie a fare acquisti di casalinghi, dalla qualità aleatoria e dal costo imprevedibile.
Le parti in piccolo sono ovviamente le più importanti, e nella lettera di questa Domus Regis s.r.l. sono talmente scritte in piccolo da essere quasi illeggibili, anche a causa dei caratteri stampati con una stampante da quattro soldi. Cercherò di tenere a mente questa Domus Regis s.r.l., perché da telespettatore di "Mi manda Raitre" ho l'impressione che ne risentiremo parlare in quella sede.
Anzi, mando a Piero Marrazzo, e alla Wind, proprio questo post.
Tirate sul pianista
Tirate sul pianista (Francia, 1960) di François Truffaut. Con Charles Aznavour (Charlie Kohler/Edouard Saroyan), Marie Dubois (Léna), Nicole Berger (Thérèse), Albert Rémy (Chico Saroyan), Claude Mansard (Momo), Daniel Boulanger (Ernest), Michèle Mercier (Clarisse), Richard Kanayan (Fido Saroyan).
Charlie suona il piano in un fumoso bistrot parigino, ma alcuni anni prima è stato un talentuoso pianista, ridottosi nelle condizioni attuali a causa del suicidio della moglie, dovuto al tradimento perpetrato dalla donna con il manager di Charlie (il cui vero nome è Edouard Saroyan) per favorirne la carriera di concertista. Sempre meglio, comunque, dei fratelli, che si sono messi nei guai a causa di una rapina finita male. I loro problemi finiranno per trascinare anche Charlie nei guai e fargli perdere l'unica persona che gli vuole veramente bene.
Truffaut dimostrò con questo suo secondo film il proprio talento, esploso l'anno precedente con I quattrocento colpi. All'epoca Tirate sul pianista fu snobbato dalla critica, ma merita una rivalutazione. Il film ha i pregi di tanto cinema minore americano (la concisione, l'asciuttezza) ma anche l'attenzione alle psicologie tipica dei film europei. Il romanzo di David Goodis che sta alla base del film è trasposto da Truffaut nelle ambientazioni francesi con naturalezza impressionante per un cineasta allora ventottenne. Il merito va anche al cantante di origini armene Charles Aznavour, che conferisce credibilità al suo piccolo ma vitale pianista Charlie. Da segnalare ai maniaci come Mereghetti, che la vede nuda anche dove non lo è (si veda la recensione, sul suo Dizionario dei film, di Alta infedeltà, dove l'attrice francese compare nell'episodio Gente moderna con Tognazzi e Bernard Blier), che l'allora giovanissima Michèle Mercier, qui nel ruolo di una prostituta dal cuore d'oro, si mostra nuda dalla cintola in su ed è un bel vedere.
Strade Blu
Il nuovo ciclo di Strade Blu andrà in onda tutti i giovedì alle 23,40 su Rai 3, per sei settimane, a partire dal 27 maggio. Si tratta di sei film - documentari di cinquanta minuti ciascuno dedicati alla provincia americana e liberamente ispirati all'omonimo romanzo dello scrittore di origine pellerossa William Least Heat Moon. Si segnala in particolare la puntata del 10 giugno, parte della quale è dedicata al grande scrittore americano Joe R. Lansdale e alla cittadina del Texas in cui vive, Nacogdoches.
L'assassinio di un allibratore cinese (1976)
L'assassinio di un allibratore cinese (USA, 1976) di John Cassavetes. Con Ben Gazzara (Cosmo Vitelli), Timothy Carey (Flo), Seymour Cassel (Mort Weil), Azizi Johari (Rachel), Meade Roberts (Mr. Sophistication), Robert Phillips (Phil), Morgan Woodward (capo gangster), John Kullers (Eddie-Red), Al Ruban (Marty Reitz), Virginia Carrington (madre di Rachel).
Stupendo film che, pure, in Italia vediamo nella versione massacrata dalla distribuzione (e già il film, del 1976, arrivò nel nostro paese solo quattro anni più tardi). Questo è sicuramente uno dei migliori film (insieme a Mariti e Una moglie) di Cassavetes, un cineasta sottovalutato, ma che ha dato notevolissime prove del proprio valore di regista personale, antiretorico, indipendente, attento ad aspetti della psicologia e dei rapporti umani che nelle produzioni maggiori andavano perdute.
In questo film Cassavetes racconta una storia (l'assassinio di un allibratore cinese, appunto, che la cosca locale impone al protagonista in pagamento di un debito di gioco), ma poi divaga e la trama si perde in mille rivoli (le storie delle ballerine del locale gestito dal protagonista, i tradimenti sentimentali del suddetto ecc.), fino a far assumere al film un andamento ondeggiante, più che lineare. Un piccolo capolavoro misconosciuto della cinematografia americana.
Grandissimo, nella parte di Cosmo Vitelli, Ben Gazzara, un attore legatissimo a Cassavetes, e un attore che avrebbe potuto dare ancora di più, anziche perdersi nella caricatura di sé stesso (e di questo suo bellissimo personaggio) nei film di Bogdanovich quali Saint Jack (1979) e E tutti risero (1981).
Il declino della potenza marittima britannica
The Decline of British Sea Power (2003)
I British Sea Power sono un quartetto che viene da Brighton (Inghilterra) e propongono un album di classificazione davvero difficile. Non che questo sia importante, anzi. L'inizio di questo Decline è folgorante: dopo l'ormai intro di prammatica (qui chiamata Men Together Today) parte la nevrotica Apologies To Insect Life, che sembra muoversi tra il punk e il musical alla Kurt Weill, con una voce cattiva che sembra faticare a stare dietro agli strumenti. E la successiva Favours To The Beetrot Fields continua su questa falsariga, pur avvicinandosi, per ritmi e per durata (1' 16") al punk più puro. Poi ci sono alcuni episodi più convenzionali, assimilabili all'esperienza degli Smiths (Something Wicked è una buona canzone pop, ma non ha niente a che vedere con i primi tre pezzi). Il livello viene risollevato da pezzi quali Remember Me e Carrion, fino ad arrivare alla stupenda suite Lately. L'album si chiude con un pezzo (in totale sono undici), A Wooden Horse, a
ncora piuttosto convenzionale.
È possibile che i quattro ragazzi di Brighton siano stati condizionati, non si dimentichi che questo è il loro primo album, dalla produzione (l'etichetta è la Rough Trade), che magari aveva paura di proporre un prodotto troppo fuori dai canoni del brit pop. Ma si sente che nelle corde dei quattro, che per vezzo si fanno conoscere solo con i propri cognomi: Noble, Wood, Hamilton e Yan, c'è qualcosa di più e di meglio. C'è inventiva, c'è tecnica, c'è voglia di sperimentazione. Questo The Decline of British Sea Power è un buon album che poteva dare di più. Speriamo nella seconda prova che, per le capacità della band, potrebbe anche essere un capolavoro.
Apologies To Insect Life.
Oh Fyodor, you are the most attractive man
Oh Fyodor, you are the most attractive man I know
Your Russian heart is strong and has been bleeding for too long
Oh molasses, it's like bad acid
It's getting nasty, she knows
Gymnastic whores down on all fours with septic pores and fucked-up bores I would like to give you more molasses
Oh Molasses, its like bad acid
It's getting nasty, she knows
She knows
Apologies to insect life
What I did was not very nice
From them to her, to me to you,
Sometimes you know it goes right through, my love
Domande filosofiche
1. Ma Socrate era un pedofilo?
2. Critone si chiamava così perché è l'anagramma di cretino?
Sur
Sur (Francia/Argentina, 1988) di Fernando Ezequiel Solanas. Con Miguel Angel Sola (Floreal Echegoyen), Susu Pecoraro (Rosi Echegoyen), Philippe Léotard (Roberto), Lito Cruz (El Negro), Ulises Dumont (Emilio), Gabriela Toscano (Bondi), Antonio Ameijeiras (Peregrino).
Argentina, 1983: a seguito della guerra delle Falklands contro l'Inghilterra (1982) è finita la dittatura e un prigioniero politico, scontati cinque anni di carcere, torna a casa, in una città notturna popolata di figure e fantasmi del passato.
Sur è il film di Solanas successivo a Tangos, che parlava dell'esilio del maestro di tango Gardel. Questo è invece un film sul ritorno, una sorta di nostos sudamericano, con il quale Solanas parla, sotto mefaora, del difficile ritorno alla democrazia e invita, sommessamente, i propri connazionali a fare i conti con il passato in maniera ferma e tranquilla. Il viaggio notturno di Floreal, il protagonista, è una sorta di volontaria odissea inframmezzata dalle canzoni tangheggianti di Astor Piazzolla, dettata dalla titubanza a tornare a casa, dove sa che la sua Penelope (la moglie si chiama in realtà Rosi, interpretata magistralmente da Susu Pecoraro) non gli è stata fedele. È proprio questo che più è pesato a Floreal:
l'infedeltà della moglie, provata da anni di solitudine e di privazioni economiche e sessuali, più che i cinque anni di prigionia. Ma durante quella lunga notte farà i conti con le ombre del passato, di un passato suo e del paese, un paese che è cambiato, nel quale le lotte di cinque anni prima non avrebbero più senso. E consigliato a tornare a casa dal fantasma del Negro (che l'attore Lito Cruz interpreta in modo davvero memorabile), un amico gaudente ma morto, Floreal tornerà a casa pacificato, presentandosi davanti alla porta di casa, al cospetto della moglie che lo aspettava, dopo avere salutato l'amante (un avventuriero francese, anzi, còrso, interpretato da Léotard), anch'esso una parentesi nella vita dei due sposi, così come la dittatura, sembra dire Solanas, è stata una parentesi nella storia dell'Argentina.
Phone
Phone (Corea del Sud, 2002) di Ahn Byung-Ki. Con Ha Ji-Won, Yu Mi-Kim, Woo-Jae Choi, Eun Seo-Woo.
La trama. Un paese ultramoderno come la Corea del Sud, quella dei mondiali rubati e dei cani mangiati, è gettata nel terrore da un evento terribile e imprevisto: la Telecom Italia compra la compagnia telefonica coreana e comincia le gestione della telefonia fissa e mobile nel paese asiatico. Senza effettacci truculenti, ma con questo vero e proprio colpo basso, il regista riesce ad instillare il panico anche nello spettatore più distaccato e scafato, con una sorta di "potrebbe accadere anche a te". Immaginate un paese infestato da cabine a gettoni puzzolenti di piscio (umano, canino e felino) e call center idrofobi. Quasi insopportabile la scena in cui l'infelice protagonista si vede recapitare la nuova bolletta telefonica.
Giudizio critico. Appena uscito in patria, il cerimonioso popolo coreano ha organizzato veglie contro l'ipotesi paventata dal film, mentre due bonzi, per protesta, si sono dati fuoco sulla piazza principale di Pusan. Il film non è raccomandato ai minori di 17 anni, quattro mesi e tredici giorni né ai nuclei familiari monoreddito (salvo evasori fiscali).
P.S. I nomi degli attori sono in realtà pseudonimi onomatopeici, che rispecchiano le lamentazioni pronunciate al momento della lettura delle bollette telefoniche.






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