La balia (M. Bellocchio)
La balia (Italia, 1999) di Marco Bellocchio. Con Fabrizio Bentivoglio (Prof. Mori), Maya Sansa (Annetta), Valeria Bruni Tedeschi (Vittoria Mori), Pier Giorgio Bellocchio (dott. Nardi), Jacqueline Lustig (Maddalena), Gisella Burinato, Michele Placido (Belli), Elda Alvigini (Lena).
Ai primi del Novecento, a Roma, la moglie (Bruni Tedeschi) dello psichiatra Ennio Mori (Bentivoglio) partorisce, ma non riesce ad allattare, per cui la famiglia deve prendere una balia. Viene scelta la campagnola Annetta (Sansa), ragazza madre, con il fidanzato incarcerato per idee sovversive.
Non è facile giudicare il film di Bellocchio, film con alcuni pregi e moltissimi difetti. L'apologo è tutto teso a dimostrare come la balia analfabeta possa insegnare ai borghesi "padroni" l'amore per la libertà di scelta (contenuto nelle lettere che il fidanzato le invia dal carcere) e la propria dignità di donna e di madre: il medico vorrebbe che ella, per accudire suo figlio, rinunciasse al proprio bambino, ma la balia gli dimostra di poter prendersi cura di questo e di quello. Gli attori sono bravissimi, specialmente Bentivoglio e la Sansa, anche se quella di Placido, più che una "amichevole partecipazione" (cosa si deve intendere? che non ha voluto compensi oppure che aveva di meglio di fare e per amicizia ha perso un po' del proprio tempo per Bellocchio?) è veramente una comparsata, confinata all'inizio del film. I difetti del film sono numerosissimi e alcuni risiedono già nella sceneggiatura, come l'inutile storia collaterale del giovane psichiatra (Bellocchio, figlio del regista) che fugge insieme a un'agitatrice politica (Lustig), o come l'inserzione puramente titillatoria della scelta della balia, dove una serie di candidate devono tirare fuori le tette di fronte al futuro padre (ma funzionava davvero così?). Il problema peggiore, però, per un regista come Bellocchio, peraltro uno dei nostri migliori e più dignitosi registi, è che non ha più molto da dire (resto comunque in attesa di vedere Buongiorno, notte), avendo già detto quasi tutto quel che c'era da dire sull'istituzione famiglia con il suo film d'esordio, I pugni in tasca (1965).
Giornata della smemoria
Ieri sera, dopo mesi che qui in paese nemmeno uscivo più, tanto che alcuni, ma non tutti, mi hanno anche riconosciuto, anziché pensare che fossi un turista, dopo la cena per festeggiare (?) il compleanno di Faele e mio, il suddetto maledetto & traditore mi ha portato invece che a letto, al bar del Lupo. Abbiamo bevuto un paio di carlossini e un paio di birrette (i diminutivi li fanno sembrare meno alcolici?), dopo di che lui se n'è andato a casa e mi ha lasciato a distruggermi completamente.
Bevendo e scherzando ho tirato tardi al bar, parlando prima con il Lupo, poi anche con i giovani del paese, con i quali ho discusso di musica punk, in particolare con Giacomo Pumilia, Giampaolo Sarti e perfino il figliolo della Marcella e del Bianchirossi al quale, tra i fumi dell'alcol, mi ricordo di avere detto che se si tingesse i capelli di biondo sarebbe uguale a Fat Mike dei NOFX. Pumilia, in un delirio d'onnipotenza, a un certo punto, visto che studia a Bologna, ha sostenuto di conoscere Guccini, suscitando l'ironia caustica del Lupo. Poi mi ha consigliato un gruppo, i Fantomas, formati dall'ex cantante dei Faith No More Mike Patton, dall'ex chitarrista dei Melvins, dall'ex batterista degli Slayer (Dave Lombardo) e dall'ex bassista dei Mr. Bungle. Li ha praticamente esaltati, tanto che io, spinto da innata curiosità, ho scaricato qualcosa di loro (dal live New Year's Eve) e sono rimasto esterrefatto: all'inizio non capivo se avevo scaricato le canzoni al contrario, scatenando qualche messaggio satanico insito in quei pezzi, oppure se si tratta di quattro pazzi scatenati. Il cantante (?) emette dei suoni da galletto spennato (e non è una metafora), ma la peculiarità principale di questo gruppo è che praticamente non fa musica; fa qualcosa di completamente diverso. E' perfino difficile da descrivere. In pratica anziché suonare tutti insieme, come fanno i gruppi normali, gli strumentisti suonano uno alla volta, prima il batterista, poi il bassista e poi il chitarrista, con alcuni interventi (dei chicchirichì) del cantante (?), che probabilmente usa dei filtri al microfono, altrimenti è un castrato. Se non altro, poche delle loro canzoni (?) durano più di un minuto.
Dopo essere tornato a casa, ieri notte, mi sono collegato a internet e sono entrato nella chat giochi di Yahoo!, gioco Piramide, dove sono entrato in un assurdo alterco, per ignote ragioni, con due ragazze, forse per difendere un certo mario con il quale se la stavano prendendo. Poi sono andato a letto. Oggi, nella stessa chat, ho reincontrato quel mario al quale ho domandato con chi mi fossi litigato e perché. Lui mi ha detto con una certa athena e con un'altra che non mi ricordo il nick (fiordiloto?) e il motivo non se lo ricordava nemmeno lui. Mentre mi diceva così è comparsa nella chat una certa givra (virologa veterinaria di Palermo) che mi ha chiesto se io fossi quell'ossian (questo è il mio nick su Yahoo!
) con cui usava chattare qualche anno fa. Io ho risposto che non me lo ricordavo assolutamente, che non mi ricordavo assolutamente di lei, ma che non ho mai visto altri ossian aggirarsi su Yahoo!. Le ho chiesto di guardare la mia foto e lei, dopo averlo fatto, mi ha confermato che sono io. Ma a quel punto l'intera chat room mi stava già prendendo per il culo per la mia memoria.
Lo straniero senza nome (C. Eastwood)
Lo straniero senza nome (USA, 1973) di Clint Eastwood. Con Clint Eastwood, Verna Bloom, Marianna Hill, Mitchell Ryan, Jack Ging, Geoffrey Lewis.
Lo straniero senza nome arriva in un villaggio del West e fa fuori tre malintenzionati che lo avevano preso di mira. Gli abitanti lo assoldano per difendersi da tre criminali incarcerati per l'omicidio dello sceriffo, i quali stanno per uscire di prigione. Lo straniero nomina sceriffo un nano e organizza la difesa del villaggio. Fatta giustizia sia dei criminali sia degli ipocriti cittadini, se ne andrà verso il deserto da cui era venuto.
Protagonista del film è il rimorso degli abitanti del villaggio per avere lasciato massacrare lo sceriffo dai tre criminali imprigionati: in realtà anche loro avevano interesse a liberarsi dell'uomo della legge che aveva scoperto scottanti segreti. Lo straniero, animato da sete di vendetta (mascherata da avidità di denaro), non sorride mai: dedicherà appena un mezzo sorriso al nano che gli salva la vita. È importante insistere sul desiderio di vendetta che anima lo straniero: non è vero infatti, come dice Mereghetti, che è "libero lo spettatore, alla fine, di stabilire chi fosse veramente", perché invece, alla fine, lo straniero ce lo dice eccome chi fosse (è probabile che Mereghetti sia troppo superiore per vedersi il film fino alla fine; probabilmente a metà film ha abbandonato la sala con una risatina alla Tuto e la fatidica frase "ma io mi meraviglio di voi che continuate a guardarlo...") ed è lì la chiave del suo arrivo nella cittadina che ribattezza Hell.
Alla sua terza regia dopo Brivido nella notte (1971) e Breezy (1973), Clint Eastwood (pron. Piero: Clinèsvudde) firma la regia con piglio alla Don Siegel e confeziona un western di buona fattura, memore anche della lezione dello spaghetti western di ascendenza leoniana. Sicuramente uno dei migliori prodotti del genere.
Compleanno

La prima volta spengesti la candelina con le dita. Auguri Fele.
Rudy
Io credo che sia di Donoratico. La prima volta che me lo ricordo risale a tanti anni fa in piazza dei pullman a Cecina. Davanti all'edicola stava inveendo contro gli abitanti della provincia di Livorno, sostenendo che "Nessuno compra mai La Repubblica: il sabato che c'è il supplemento non si trova una Repubblica da Livorno a Piombino!".
Con il passare degli anni l'impeto polemico non gli è venuto meno: l'ho sentito spesso, sul treno, inveire contro i più diversi obiettivi. Sul treno è una presenza fissa: viaggia di preferenza sui regionali, poiché questi fermano a Donoratico, ma non disdegna gli interregionali che fermano a Cecina o San Vincenzo. Non si capisce bene cosa faccia, qualcuno sostiene che lavori in qualche non meglio precisato archivio storico, non si sa di quale città. Secondo me girella parecchio sui treni. Nel nostro gruppetto di pendolari l'abbiamo ribattezzato URP (ufficio relazioni al pubblico), in quanto sa tutto di qualunque ufficio pubblico esista in Italia, orari competenze, prassi, nome del capufficio eccetera.
Per quanto riguarda i treni, poi, è un superesperto: praticamente è un orario ambulante. Se poi il treno parte da Livorno, prima della partenza lo ispezionerà minuziosamente, meglio del capotreno, e poi immancabilmente si siederà vicino alla più bella topa viaggiante.
Gli avvoltoi hanno fame (D. Siegel)
Gli avvoltoi hanno fame (USA, 1970) di Don Siegel. Con Clint Eastwood (Hogan), Shirley MacLaine (Sara), Manolo Fàbregas (col. Beltran), Alberto Morin (gen. LaClaire), Armando Silvestre (bandito), John Kelly (bandito), Enrique Lucero (bandito).
Un mercenario solitario, vagando per il deserto, salva una suora da tre stupratori. La strana coppia compirà insieme il viaggio che la conduce in Messico verso un contingente di ribelli juaristi che intende impossessarsi di una piazzaforte tenuta da soldati francesi.
È uno strano Eastwood quello di Two Mules For Sister Sara (titolo originale del film), tutto giocato sui mezzi toni, ed infatti pare che Eastwood volesse questo tipo di film per dimostrare ai detrattori che sapeva recitare. E se l'attore convince, il personaggio convince di meno: il duro mercenario Hogan, tutto teso alla conquista del denaro, non è credibile quando palpita per la suorina, né lo è quando continua a spasimare per lei una volta scoperta la verità sul suo conto.
Le parti migliori sono, come è logico per un film di Siegel, le scene d'azione e comunque quelle in cui Eastwood impugna una pistola. L'assalto al fortino francese è una scena d'azione da antologia, anche se con un paio d'incongruenze: perché, ad esempio i francesi inastano la baionetta e poi attaccano con il fucile piegato verso un lato? Nel bailamme scoppiato, Eastwood si muove con la consueta flemma, distribuendo dinamite a destra e a manca, accendendo le micce con il cigarillo d'ordinanza. E mentre i juaristi cantano vittoria per la conquista del fortino, egli esce dal comando francese con la cassaforte su una carretta. Si può dire che Gli avvoltoi hanno fame non è all'altezza di altri film di Siegel né di altri film con Eastwood, ma è un western atipico (per fare un paragone ci si rivolga a La notte brava del soldato Jonathan, che comunque resta un paio di gradini più in alto) che si può guardare con piacere anche per spiritosa caratterizzazione di Shirley MacLaine, un'attrice la cui presenza, devo ammetterlo, non mi invoglia mai a vedere un film.
Keep Cool (Z. Yimou)
Keep Cool (Cina, 1997) di Zhang Yimou. Con Jiang Wien (libraio), Qu Ying (An Hong), Li Baotian (Zhang), Ge You (poliziotto), Tian Tian (cameriera).
Zhang Yimou, il regista di Lanterne rosse, ripudia, almeno per un attimo, lo stile calligrafico che lo ha reso celebre ed ha annoiato mezzo mondo, e gira un film che adotta piuttosto la maniera di Quentin Tarantino, John Woo e Takeshi Kitano.
La trama è abbastanza semplice: trovatosi a passare mentre è in corso una rissa di strada tra il venditore di libri balbuziente Xiao e il proprietario di un night club, al tranquillo ricercatore Zhang viene distrutto il computer portatile, con il quale l'aggredito ha cercato di difendersi. Il ricercatore vorrebbe essere risarcito da una delle due parti e si propone come mediatore, mentre il balbuziente, che è stato pestato a sangue, desidera solo vendetta. Alla fine il ricercatore si trasformerà in uno psicopatico vendicatore.
Al di là di qualche incongruenza, il film si fa guardare ed è tutt'altro che noioso, anche se, forse per riscattare quindici anni di piani sequenza chilometrici, Yimou eccede con la camera a mano. In contrasto con la lentezza tipica dei suoi lavori precedenti, il regista cinese gira un film tutto dialoghi e azione, ambientato in una Cina moderna anche se combattuta tra razionalismo tradizionalista (quello di Zhang) e faida medievale (quella di Xiao, che vuole mozzare un braccio al rivale). Le due ideologie sono contrappuntate dai predicozzi di stile maoista del poliziotto che invita i due protagonisti, entrambi finiti in prigione, ad attenersi all'ortodossia del partito. Proprio le autorità (ovvero la censura) pare che abbiano imposto ad Yimou quel finalino edificante (che il regista ha però voluto separare dal resto del film con alcuni momenti di schermo nero) in cui il ricercatore, rinsavito, ottiene l'agognato computer in risarcimento.
Alla maniera di...
...Punkster (recensione)
Finding All Very Asleep - "Finding All Very Asleep" (Eyespit; 2004)
Da quella fucina di talenti che risponde al nome dell'etichetta Eyespit di Newark, New Jersey, arriva questo combo, capeggiato dal folletto italocanadese Gavin "Pudding" Puddu, polistrumentista (è diplomato in ocarina al conservatorio di Windsor, Ontario) che suona la chitarra, il tamburello, canta, balla e all'occasione dà il cencio, con una miscela esplosiva di streetnoisemometalcore che vi distruggerà le budella come e meglio di una lattina di Coca-Cola. Con questo loro album d'esordio, Finding All Very Asleep, i Finding All Very Asleep che sono originari di Milwaukee, Wisconsin, prima di approdare a San Diego, California,
da dove si sono trasferiti a Portland, Oregon, dove hanno conosciuto Jim Zuma della Eyespit, con questo album dicevo, i F.A.V.A. si pongono di diritto nell'Olimpo del neurometalhardpippocore, sulla scia di band di fama ben maggiore come gli Stick it 'n Goppa 'o Cammell' e i Minkya. Tra i pezzi di questo stupendo F.A.V.A. si segnalano la title track (F.A.V.A.), la tiratissima Pull The Sciacquon e quel vero e proprio anthem che è Go To Bed (Or I Will Send You There Very Hot)¹. Davvero un ottimo lavoro per questi quattro ragazzi americani di origine armeno-alsaziana: bravi ragazzi continuate così! Un plauso deve anche tributarsi alla loro etichetta, paladina dell'hardcore, sia in campo musicale che cinematografico (i produttori infatti non si perdono un film di Rocco Siffredi).
Marco "Marketta" Tornello
¹ Letteralmente: "Vai a letto (sennò ti ci mando io bello caldo).
N.B. Ogni riferimento a persone e band musicali realmente esistenti è puramente casuale.
Anton Diffring
Anton Diffring era nato a Coblenza, Germania, il 20 ottobre 1918 ed è morto in Francia il 20 maggio 1989, a poco più di settant'anni. Mi è tornato alla mente questo validissimo attore tedesco (un "caratterista", per quanto attiene alle produzioni cinematografiche maggiori) vedendo nuovamente Fahrenheit 451 di Tuffaut, nel quale interpreta il pompiere Fabian, collega del protagonista Montag.
Diffring l'abbiamo visto decine di volte nei panni dell'ufficiale tedesco, talvolta dell'ufficiale nazista, sia che incarnasse il cattivo di turno oppure quello un po' più umano. Dell'ufficiale tedesco aveva lo sguardo: era perfetto per rappresentare il militare della Wehrmacht di ascendenza Juncker. Con quei capelli biondi, quegli occhi azzurri e quel naso affilato e vagamente aquilino sapeva essere l'incarnazione del fanatismo militarista. È probabile che nella vita reale fosse tutt'altro che questo, magari era un compagnone (tanto è vero che non è morto a Düsseldorff ma in Provenza) e forse anche appassionato di giardinaggio e cucina indiana, ma tanta è la potenza del cinema che ci resta difficile immaginarlo in panni diversi da quelli grigi dell'ufficiale tedesco. Del resto è più semplice immaginarsi Bombolo (anch'egli morto ormai da qualche anno) sudaticcio in canottiera a combinare guai e prendere qualche sganassone che seduto davanti al caminetto a leggersi Selezione dal Reader's Digest o le opere di Oscar Wilde.
Fahrenheit 451 è un bel film che, nonostante sia basato su un romanzo "forte" (nel senso che il libro di Bradbury è ormai diventato un tale classico, che difficilmente si piega alle esigenze di un regista qualsiasi), risulta personale, poiché Truffaut è riuscito a trasmettervi qualcosa di sé stesso, del suo modo di fare cinema, non ultima la sua ironia. C'è una scena, quando Montag (Oskar Werner) accompagna Clarissa (Julie Christie) alla scuola, nella quale si intravede fugacemente un'anziana impiegata della scuola stessa che spia da dietro una porta : ebbene quella è niente meno che Anton Diffring truccato da donna, con tanto di parrucca e occhiali da zitella. Ecco un modo, per un caratterista come Diffring, per dirci "io non sono solo quell'ufficiale nazista". Grazie a Truffaut per averglielo concesso e gloria imperitura all'attore tedesco.
Inno di battaglia (D. Sirk)
Inno di battaglia (USA, 1957) di Douglas Sirk. Con Rock Hudson (colonnello Dean Hess), Anna Kashfi (En Soon Yang), Dan Duryea (sergente Herman), Don DeFore (capitano Skidman), Marta Hyer (Mary Hess), Philip Ahn (Lun-Wa), Jung' Kyoo Pyo (Chu).
Le note dei titoli di testa accennano vagamente alla canzone di John Brown (Glory Glory Hallelujah!), e già si marca male. L'introduzione al film è fatta da un vero colonnello dell'aviazione americana, che presenta questo esempio di specchiato eroismo, incarnato dal colonnello Dean Hess, un reduce della seconda guerra mondiale, tornato in patria con il rimorso di avere bombardato un orfanatrofio di Berlino nel quale sono morti 37 bambini tedeschi. Per espiare questa colpa, negli States Hess si fa prete, ed essendo protestante prende moglie. Sente però che gli manca la vocazione e, quando scoppia la guerra di Corea, parte volontario. In Corea avrà modo di espiare la sua colpa prendendosi cura degli orfanelli del posto, per i quali una solerte volontaria (Kashfi, che per altro sembra ben poco coreana) vuole costruire un istituto. Il colonnello porterà a compimento la propria missione militare e riceverà in Corea l'omaggio festante dei locali (grandi e piccini) riconoscenti e la visita della moglie che gli annuncia la prossima nascita di un erede.
Inno di battaglia è uno dei film peggiori che io abbia mai visto. Gli è sottesa un'ideologia politicamente corretta ante litteram che suona falsa lontano un miglio (nessuno che nomini, mai, i musi gialli o i comunisti) e un buonismo filo yankee che farebbe indignare perfino Veltroni ("Grazie" dice Hess a En per avergli fatto da interprete, "Grazie a voi, che ci aiutate" risponde trepidante la coreana). In più, inanella una serie di luoghi comuni da far impallidire i peggiori mestieranti del cinema: gli americani sono tutti bonaccioni, non c'è nessuna mela marcia - se qualcuno disubbidisce agli ordini lo fa soltanto per un eccesso di zelo - al più c'è qualche brontolone o qualche furbone (ma le bravate resteranno senza conseguenze); c'è il coreano (quante volte abbiamo visto un orientale di tal fatta?) saggio e filosofeggiante, dotato di lunga barba bianca d'ordinanza; c'è l'attrazione di Hess per la bella coreana, ma l'ufficiale rimane fedele alla mogliettina lontana; c'è un aviatore di colore che piange per avere bombardato un villaggio di civili con tanto di piccole vittime che fanno rivivere il dramma del colonnello; lo stesso soldato di colore intona a un certo punto un gospel ("Swing low sweet chariots, come for to carry me home"); gli aviatori nordcoreani sono tanto crudeli e stupidi quanto i nazisti dei film sulla seconda guerra mondiale o i sovietici dei film di Rambo: a un certo punto colgono di sorpresa la colonna militare di cui fanno parte Hess e l'interprete coreana e anziché mitragliare i soldati, lanciano una breve raffica contro una bambina che era rimasta attardata, per salvare la quale ci rimette le penne proprio la giovane En. Si potrebbe continuare ancora per ore, ma è arrivato il momento del gran finale, quando il Glory Glory Hallelujah di prammatica viene cantato a squarciagola, con tanto di tamburi e fanfare.
Si tratta di un film d'altri tempi, è vero, ma per dirsela tutta si tratta di un puro e semplice film di propaganda, che parla della guerra di Corea, ma s'inserisce a pieno titolo nel periodo della guerra fredda. Quello che però infastidisce di più è il bieco patriottismo che fa da substrato al film e, unito al buonismo d'accatto degli americani, contribuisce a formare una miscela melassosa e vomitevole, dove Rock Hudson recita la parte dell'eroe all american di grande cuore e inflessibile senso di giustizia. Ovviamente se i produttori del film avessero saputo all'epoca che Hudson era omosessuale si sarebbero ben guardati dall'offrirgli la parte, e se il saggio coreano avesse protestato per l'ingiustizia, magari portando a sostegno qualche bella frase di Confucio, sono sicuro che avrebbero cacciato dagli studios "quel vecchio muso giallo a calci nel culo".
Auto Focus (P. Schrader)
Auto Focus (USA, 2002) di Paul Schrader. Con Greg Kinnear (Bob Crane), Willem Dafoe (John Carpenter), Rita Wilson (Anne Crane), Maria Bello (Patricia Olson), Ron Leibman (Lenny), Don McManus (prete).
Il film comincia in chiesa, prosegue con orge in stanze d'albergo e finisce in un'altra stanza d'albergo con l'omicidio del protagonista. Si tratta della storia vera dell'attore americano Bob Crane, protagonista, tra il 1965 e il 1971 della serie televisiva Gli eroi di Hogan. La sua parabola discendente corre in parallelo con quella ascendente dell'home video, portato avanti dal suo amico Carpenter, che lo inizia anche alle gioie del sesso extraconiugale. Il momento cruciale della sua carriera (e forse anche della sua vita) è proprio quando si lascia convincere da "Carpy" a tradire la moglie con una spogliarellista: da quel momento Crane si trasforma in un erotomane e la sua immagine non è più spendibile nel mondo dello spettacolo (il film è inframmezzato da alcune delle numerose conquiste di Crane: donne giovani e mature, belle e brutte, magre e grasse). Anche la sua vita privata va a rotoli; la prima moglie lo lascia dopo avere trovato le foto dei suoi amplessi, la seconda lo molla a causa delle difficoltà economiche.
Schrader racconta la storia di Crane come una parabola emblematica sul maschio americano che nel vizio del sesso trova la propria autodistruzione. Il tema non è nuovo per il regista, che già lo aveva affrontato nel 1978 con Hardcore: il problema del peccato è presente in tutta la sua filmografia (Schrader è anche lo sceneggiatore dell'Ultima tentazione di Cristo di Scorsese), ma qui lo padroneggia con una messinscena a momenti eccessiva e volutamente sgradevole (tanto più se si pensa che si tratta di una storia vera), ben supportato dai due protagonisti (Kinnear e Dafoe). Il machismo dei due personaggi centrali è intrecciato con una latente omosessualità di fondo, e l'unica scena ilare del film è proprio legata a questo tema (quando Crane si accorge solo da una videoregistrazione che "Carpy" gli aveva infilato le dita nel sedere).
Fleurs 3
Come si dice, "Arlecchino burlando si confessava". Così l'anno scorso, a commento del loro ultimo album (Serendipity), che conteneva la cover di Bandiera bianca di Battiato, Mussida e Di Cioccio della PFM (a proposito: stupendo il loro sito) dissero che visto che Battiato aveva rovinato la loro Impressioni di settembre, loro si sentivano in diritto di rovinargli Bandiera
bianca. Io non ho sentito la versione PFM del vecchio singolo di Battiato, ma ho sentito Impressioni di settembre cantata da Battiato su Fleurs 3 e non credo che Mussida e Di Cioccio scherzassero poi tanto: la bellissima canzone contenuta nello storico album Storia di un minuto (1972) è letteralmente massacrata dal cantautore catanese in questo suo secondo album di cover.
Quello che viene da chiedersi è a cosa serva l'uscita di album come Fleurs 3 (2002) di Battiato, se non a spillare quattrini ai fan più gonzi e magari nemmeno dotati di computer e connessione internet per scaricarsi qualche pezzo di prova e poi decidere di non farne di niente. Intendo dire di non acquistare album come questo, che sono un vero e proprio furto ai danni degli ascoltatori di musica. Il risultato finale è l'impressione di un Battiato che fa una sorta di piano bar, cantando canzoni più o meno note della sua gioventù. Quello che fa a Impressioni di settembre è da arresto per stupro, mentre le altre canzoni sono già brutte di loro (escludo ovviamente Il cielo in una stanza), per cui Battiato si limita a fare delle versioni brutte di canzoni brutte: un po' come fare uno sfregio su un quadro del Carotenuto.
Si salva soltanto Insieme a te non ci sto più, ma era molto migliore la versione originale cantata da Caterina Caselli (il che è tutto dire). Anche la cover di Ritornerai di Bruno Lauzi subisce un trattamento impietoso da parte di Battiato. Tra parentesi, entrambe queste due canzoni sono presenti nella colonna sonora di due film di Nanni Moretti, la prima in Bianca, la seconda in La messa è finita.
Giornata nera per l'ariete (L. Bazzoni)
Giornata nera per l'ariete (Ita, 1971) di Luigi Bazzoni. Con Franco Nero (Andrea Bild), Silvia Monti (Helene), Ira Fürstenberg (Isabella Lancia), Wolfgang Preiss (commissario), Rossella Falk (Sophia Bini), Pamela Tiffin (Lu Auer), Guido Alberti (giornalista), Corrado Gaipa (direttore), Renato Romano (dott. Bini), Edmund Purdom (Edouard Vermont), Maurizio Bonuglia (John Lubbock), Agostina Belli (Giulia).
L'assassino è John Lubbock, l'australiano.
Questo film è una minchiata: pieno di particolari incongruenti e non credibili, a cominciare dai nomi dei personaggi, oppure come l'amante del protagonista che gli fa anche da cameriera, mentre il fratello (di lei) è un corridore automobilista. Poi c'è un medico pornografo, marito di una delle vittime, che guardacaso è anche un finanziatore del quotidiano per il quale lavora Bild. E poi una serie di personaggi (la signora con il bambino) che non si capisce quale relazione abbiano con il protagonista, il quale, guarda caso, nota che tutte le vittime sono state uccise di martedì e cosa fa? Va a consultare un libro di astrologia, dove trova la soluzione del caso, perché uno (solo uno?) dei personaggi in scena è nato sotto il segno dell'ariete e il martedì è il giorno propizio dei nati sotto quel segno. Vi pare poco? No, perché c'è anche un sottofondo razzista: il colpevole è un pederasta che, non potendo avere l'amato, cerca di liberarsi della donna che lo trattiene tra le grinfie, e uccide altre quattro persone innocenti per confondere le acque e sviare i sospetti.
Come al solito i critici cinematografici (e vorrei sapere dove hanno studiato) fanno la figura peggiore, rivalutando un filmaccio che non lo merita. Mauro Gervasini di FilmTv lo definisce addiruttura un "thriller argentiano che nel corso degli anni è diventato un piccolo cult" e sostiene che "il risultato, parlando di forza evocativa e inquietante delle immagini, è perfino superiore a quello dei primi Argento zoologici". L'ineffabile Mereghetti fa di meglio: stravolgendo il giudizio dato al film nel suo primo Dizionario (*½, 11 righe), nel Dizionario 2004 (22 righe) gli dà due stelline. Nel 1994 così liquidava il film: "Un giornalista (Nero) scopre il mistero che si cela dietro a una catena di delitti irrisolti e apparentemente privi di denominatore comune. L'uccello dalle piume di cristallo aveva già fatto scuola: intrigo contorto, soluzione macchinosa, qualche effettaccio e - rigorosamente - un animale nel titolo. La formula, oggi, appare assai invecchiata". Nel 2004, più problematico, afferma: "Il giornalista Andrea Bild (Nero) indaga su una serie di persone di sua conoscenza, ritrovandosi tra i sospettati: intanto il maniaco incide su nastro i propri deliri. La soluzione - come suggerisce il titolo - sarà nell'astrologia. Il regista adatta con Mario Di Nardo e Mario Fenelli The Fifth Cord di D.M. Devine; tuttavia il modello dei primi due gialli di Dario Argento è evidente, tanto più che la fotrografia è di Vittorio Storaro e le musiche di Ennio Morricone. Bazzoni sa usare bene spazi freddi e vuoti giocando sullo spaesamento geografico, costruisce buone sequenze di suspense (il finale col bambino è abbastanza pauroso), ma il risultato è inferiore alla somma delle parti. Troppi personaggi, forse. O forse ha pesato l'incertezza tra ambizioni alte e regole del genere (e il colpevole, oggi, è fin troppo facile da scoprire)".
Effettivamente se il legame con i primi film di Dario Argento (personalmente mi ricorda di più certe prove di Lucio Fulci), cioè L'uccello dalle piume di cristallo, Il gatto a nove code, 4 mosche di velluto grigio, è costituito dalla fotografia di Storaro e dalle musiche di Morricone, va anche detto che il primo gira quasi sempre al buio e il secondo ha musicato il film usando distrattamente la mano sinistra. Sarà per questo che Dario Argento (pur con tutti i suoi difetti) è Dario Argento e Luigi Bazzoni è Luigi Bazzoni. Voglio fare il critico cinematografico anch'io.
Mungo!
Non mi era mai capitato prima di non vedere l'ora di leggere una rivista di musica più per leggere un recensore che per vedere le ultime uscite in campo musicale. La rivista è Punkster e il recensore è l'uomo con il nome da cattivo dei fumetti: Mungo. Domenico Mungo. Purtroppo sul #3 del bimestrale, le recensioni alle nuove uscite a firma Mungo sono poche, solo quattro, anche se quella dell' EP dei Lama tematica è in pefetto "stile Mungo": «Abomino EP dei torinesi Lama tematica mi provoca polluzioni tardoadolescenziali difficilmente contenibili anche e soprattutto perché il primo riferimento che l'accozzaglia di grida disidratate, concentriche rispetto ad un fulcro che non esiste in quanto in perenne rotazione attorno all'asse della follia sono i Lords of Umea, ovvero gli immensi Refused.» e continua su questo tono, fino ad affermare che «la sguaiatezza nel vomitare ipercinetiche dclamazioni di hc ultrasonico, un'attitudine a metà fra il cool intellectual il tamarrazzo di zona, l'ignoranza consapevole di distruggere prima che sia troppo tardi è quella di Shape of Punk To Come».
Ma l'asso nella manica Mungo, e i furbissimi capatàz di Punkster, lo giocano con la recensione di un evento importantissimo (parlo seriamente) come il concerto di Milano dei Bad Religion del 27 maggio scorso. L'incipit del pezzo è insieme epico, pirotecnico, necrofilo e chi più ne ha più ne metta: «Siccome sono poco avvezzo a trascinarmi dietro carcasse putrefatte nelle tasche e posizioni scomode non rivelate, taglio corto affermando che il concerto degli Shandon che si offriva come sacrificale apripista agli immortali prime movers del Cali punk, poteva anche essere esautorato. Non me ne vogliano Olly e le fedeli schiere adepte al culto di questa pantomima spaghettara dello ska-core - che per chi scrive si firma e si firmerà per sempre solo con Poison Idea, Fishbones, Skatalites, Rancid e pochissimo altro e assai datato ahimè - ma l'irruenza, il tiro e l'attitudine non si possono acquistare insieme ad un kilt». Sublime.
Il Nostro passa poi a magnificare, Dio gliene renda merito, la performance dei Bad Religion (e come dargli torto?) che lo hanno esaltato con uno show tutto melodia, pogo e sudore, con una scelta azzeccata di pezzi vecchi e nuovi, e conclude il pezzo dicendo «e se questo fosse l'ultimo concerto della mia vita potrei morire in pace». E io sento già di amarlo, questo Mungo.
Medioevo nordcoreano
Dal pezzo di Marco Ansaldo "Nord Corea il Paese dei fantasmi", su Repubblica del 19 luglio 2004:
«I nordcoreani non hanno mai sentito parlare di Elvis Presley, e men che meno di Elton John. Non sanno che l'uomo ha messo il piede sulla Luna: ammetterlo, per il regime che storce il naso a chi solo mostra di avere un visto d'ingresso Usa sul passaporto, significhrebbe ammirare l'America. I nordcoreani non hanno eroi. Né attori del cinema né artisti, scrittori o politici, personalità della tv o atleti. E nemmeno gente comune da additare a esempio, danzatrici o giornalisti, poliziotti o pompieri. Esiste solo lui: Kim Il Sung. Al cui culto è subentrato, dopo la morte, l'8 luglio di dieci anni fa, Kim Jong Il.»
Prima pagina (B. Wilder)
Prima pagina (USA, 1974) di Billy Wilder. Con Jack Lemmon (Hildy Johnson), Walter Matthau (Walter Burns), Susan Sarandon (Peggy Grant), Vincent Gardenia (Sceriffo Hartman), Austin Pendleton (Earl Williams), David Wayne (Roy Bensinger), Allen Garfield (Kruger), Harold Gould (il sindaco), Charles Durning (Murphy), Cliff Osmond (agente Jacobi), Carol Burnett (Molly Malloy), Paul Benedict (Plunkett), Jon Korkes (Rudy Keppler).
Il terz'ultimo film di Billy Wilder è tratto da una famosa commedia di Ben Hecht e Charles MacArthur sul mondo del giornalismo ed è sceneggiato dallo stesso regista con il fidato I.A.L. Diamond (sceneggiatore di origine romena; vero nome Itek Domnici). Di solito me ne sbatto altamente di chi scrive le sceneggiature, ma in questo caso meritano senz'altro una menzione gli sceneggiatori, come gli autori della commedia all'origine del soggetto. A questo film ha collaborato un sestetto (ai quattro citati vanno sicuramente aggiunti i due interpreti) che nel campo della commedia non ha mai avuto niente da imparare da nessuno. In Prima pagina, ambientato a Chicago nel 1929, si respira un'aria di vecchio soltanto nei costumi e nelle scenografie: per il resto, benché il soggetto fosse già all'epoca stato portato sugli schermi due volte (una anche dal grande Milestone), la comicità pervade una sceneggiatura che funziona come un oliato meccanismo ad orologeria.
La critica, peraltro affettuosa, al mondo del giornalismo (più che un mestiere, una missione) è esaltata soprattutto nell'assoluto cinismo di Walter Matthau ("E chi se frega se ci sono stati centomila morti nel terremoto del Nicaragua!") e nello smisurato orgoglio professionale di Jack Lemmon ("Quando dettai quel pezzo piangeva anche il telegrafista"), ma anche nell'autocritica degli autori della pièce: nelle parole di Matthau anche Hecht è uno dei giornalisti traditori che si sono venduti a Hollywood.
Forse non sarà un capolavoro, ma Prima pagina resta un grandissimo film comico, esaltato come sempre dalla "strana coppia" Lemmon - Matthau, che non rimpiangeremo mai abbastanza.
Californication (1999)
Red Hot Chili Peppers - Californication (1999)
I Red Hot Chili Peppers sono indubbiamente una grande band. Nel 1991 (o forse agli inizi del 1992) comprai il doppio Blood Sugar Sex Magik, l'album che li consacrò come fenomeno di livello mondiale. Mi piacque e non mi piacque: all'epoca non apprezzavo molto il substrato di funk che costituiva uno degli elementi portanti della musica dei RHCP. Il pensiero poi che un mediocre scrittore di successo avesse intitolato un libro a un membro della band (Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi) mi rese inviso il gruppo americano. Molte band in auge all'inizio degli anni 90 alla metà del decennio erano già agonizzanti se non decedute, e io detti i RHCP per morti. E invece nel 1999 tirarono fuori un piccolo capolavoro come Californication. Il titolo mi parve stupido e lo ignorai, ma quest'album è una vera gemma, che sa unire il sound funk (imperniato sul basso di Flea) con sonorità puramente rock e momenti addirittura punk come e forse meglio che ai tempi di Blood Sugar.
Non starò a descrivere pezzo per pezzo, ma soltanto a citare quelli che, personalmente, mi piacciono di più, lasciando a ognuno il piacere di ascoltare l'album e scegliere le proprie favorite, con l'avvertenza che anche le canzoni che iniziano con un riff che può sembrare meno ispirato possono riservare sorprese durante il loro svolgersi (Parallel Universe) nonché finali davvero trascinanti (Purple Stain). I picchi di Californication sono, secondo me, la title track, insieme a Otherside, Scar Tissue, Porcelain e Road Trippin'.
Magdalene (P. Mullan)
Magdalene (GB/Irlanda, 2002) di Peter Mullan. Con Geraldine McEwan (Suor Bridget), Anne-Marie Duff (Margaret), Nora-Jane Noone (Bernadette), Dorothy Duffy (Rose/Patricia), Eileen Walsh (Crispina/Harriet), Mary Murray (Una), Britta Smith (Katy), Frances Healy (Suor Jude), Eamonn Owens (Eamonn, il fratello di Margaret), Peter Mullan (il padre di Una).

Il magnifico attore di My Name Is Joe (1998) di Ken Loach dirige questo film duro e a tratti sgradevole che parla di un'usanza e di un'istituzione barbara della cattolica Irlanda che è stata in piedi, ci dicono le note di fine film, fino al 1996. Peter Mullan, scozzese, narra la vicenda di tre ragazze rinchiuse in un istituto "Magdalene", una lavanderia per operaie peccatrici, per "colpe" assurde: una per avere partorito un bambino senza essere sposata, una per avere semplicemente scambiato degli sguardi con dei ragazzini, una addirittura per essere stata violentata da un cugino.
L'istituto, gestito dalle suore, è un vero e proprio inferno: la direttrice è severissima ai limiti del sadismo, le altre suore si divertono ad umiliare le ragazze, i preti abusano sessualmente delle più deboli di cervello, ogni via di fuga è preclusa, soprattutto perché il mondo di fuori le rifiuta. E infatti la scena più terribile è quella in cui il padre di una delle recluse (interpretato dallo stesso Mullan) riporta la figlia che era fuggita dall'istituto, dicendole che lei non ha più una famiglia né una casa. Ed anche Margaret, la ragazza che ha subito violenza in apertura di film, la quale scopre che in fondo fuggire dall'istituto non è poi così difficile - basta aprire un cancelletto - torna dentro al primo contatto con il mondo esterno.
Le ragazze del Magdalene subiscono ogni tipo di abuso, sia fisico sia morale, fino a ridursi come le vecchiette che fanno da contorno alle giovani protagoniste, larve di donne che hanno trascorso la loro vita in quella specie di correzionali degni dell'Inquisizione, ma quel che è peggio le suore riescono a cancellare dentro di loro ogni senso d'umanità: perfino Margaret, che in fondo è la più fortunata, non riesce ad essere grata al fratello (l'unica figura maschile positiva di tutto il film) che la porta via dalla prigionia. Lo stesso il regista ci suggerisce questa riduzione delle ragazze ad uno stato quasi ferino con la scena fugace della reclusa che si appropria dell'arancia lasciata da Margaret sul letto all'atto di lasciare il Magdalene.
Certo, nel film ci sono alcune cadute di gusto e scivolate nel grottesco, come le ragazze mostrate nude nelle docce come in un Caged Heat qualsiasi o la scena in cui il prete porco si denuda di fronte a tutti durante una messa per uno sfogo pruriginoso. Talvolta la commozione dello spettatore è cercata con scene ad effetto di forte impatto emotivo. Questo però non giustifica le critiche rivolte al film da critici forse bacchettoni (poi pronti a cambiare i propri giudizi nel breve volgere di alcuni anni) come Mereghetti (due pallini, a fronte dei tre dati, per esempio, a Femmine in gabbia) né l'indignazione delle gerarchie cattoliche, che ancora una volta hanno perso l'occasione per fare ammenda di una delle tante vergogne che ammorbano la storia della Chiesa.
Di quando eravamo bimbi (6)
Al cinema del prete. 1) Al cinema del prete ci si andava il sabato sera o la domenica pomeriggio. Alle proiezioni del sabato sera assistevano anche gli adulti (ricordo di avere visto di sabato sera film come Totò diabolicus e Louis Defunès e il nonno surgelato), mentre le
proiezioni della domenica pomeriggio erano praticamente riservate ai bimbi.
2) Al cinema del prete ho visto la prima donna nuda in un film. Il film era Per grazia ricevuta di Nino Manfredi e la donna era la zia che fa il bagno in una tinozza, mentre il piccolo protagonista la spia da dentro un armadio socchiuso. Proprio per sfuggire il rimorso di questo "peccato" il piccolo Benedetto fugge precipitosamente e cade in un precipizio dove il miracoloso Sant'Eusebio lo salva da morte certa.
3) Al cinema del prete i proiezionisti erano dei ragazzi più grandi di me: si andava da quelli dell'età di Loris, Maurizio e Roberto fino ad Antonio, Umberto, Cristiano e Alessandro. In genere i film, che il prete noleggiava dalla San Paolo, erano divisi in tre tempi (forse per alleggerire la pressione su un pubblico che era previsto soprattutto di ragazzi e persone poco acculturate, ma anche per far vendere più seme e niccioline). Tragicamente Pomi d'ottone e manici di scopa era diviso in cinque tempi, che i proiezionisti (c'erano sicuramente Antonio e Cristiano) ci fecero vedere alla rinfusa: del tipo, all'inizio il terzo, poi il quinto, poi il primo, poi il quarto e infine il secondo. Terminato il film se ne accorsero anche loro (noi spettatori ce n'eravamo già accorti, dato che all'inizio di ogni bobina compariva la scritta con il numero del tempo, ma anche perché non ci avevamo capito niente) e ci chiesero se lo volessimo rivedere da capo. La risposta fu unanime e corale: "NOOOOOOOO!!!".
4) C'è un film western che ho visto al cinema del prete del quale non mi ricorderò mai il titolo. Ma la proiezione (una di quelle del sabato sera) fu caratterizzata dalla presenza, dietro di me, dell'allora cinquenne - e gran rompicoglioni - Andrea Regoli in compagnia della nonna, la Ida di Bambagia. Il suddetto passò quasi tutto il tempo del film, specie nelle scene in cui veniva inquadrato un particolare cavallo, a dire "Questo è il cavallo furiato dell'indiano pazzo" o, alternativamente, "Questo è il cavallo pazzo dell'indiano furiato". Quando mi voltai stizzito, la Ida mi disse "Quest'altranno va a scuola e sa tante cosine...".
5) Tra i protagonisti, al cinema del prete, c'erano i sacchetti di patatine e pop corn, fatti scoppiare durante la proiezione, sfidando le minacce dei ragazzi più grandi in piccionaia (la cabina di proiezione alla quale si accedeva mediante una scaletta di legno) che promettevano vergati a chi faceva casino. I sacchetti rimanevano assoluti padroni della sala, in compagnia dei gusci delle noccioline e dei semi (non i miei: io per pigrizia e incapacità ingoiavo anche i gusci delle seme). Uno dei maggiori divertimenti era fare le ombre cinesi, in particolare le corna, proiettandole sullo schermo illuminato dal proiettore durante gli intervalli dei film mentre i giovani proiezionisti cambiavano le bobine, consentendo agli spettatori di comprare le bibite e le seme.
6) Al cinema del prete ho visto dei film che non entreranno mai tra i capolavori del cinema mondiale, ma che sono entrati nella mia personale mitologia filmica. Vi ho visto western tipo Viva la muerte...tua con Franco Nero e I cannoni di San Sebastian con Anthony Quinn, oppure dei veri e propri classici del cinema parrocchiale, come ...Altrimenti ci arrabbiamo! con Bud Spencer e Terence Hill e Il Vangelo secondo Simone e Matteo con due sosia dei suddetti. Ma soprattutto vi ho visto dei veri e propri cult movies, almeno per mio fratello e me, come gli immortali Ringo e Gringo contro tutti con Lando Buzzanca e Raimondo Vianello e Cinque matti allo stadio con i francesi Les Charlots.
7) Dopo la proiezione della domenica pomeriggio, di solito si tornava a casa: a pallone non si poteva giocare, visto che quasi tutti indossavamo le scarpe della festa. Al più era consentito farci qualche vergato tra amici. Poi si rincasava con tristezza: la domenica era quasi finita.
Blob
Per una volta sono d'accordo con Sgarbi, quando dice che Blob è una delle più grandi espressioni artistiche italiane degli ultimi anni. Per me Blob è semplicemente la migliore trasmissione televisiva mai creata. E mi piange il cuore nel vedere che nei programmi televisivi della prossima settimana Blob non è inserito. Spero che siano le ferie, e che non sia stato cancellato dal palinsesto.
Io e le donne (di Woody Allen)
All'inizio di Io e Annie, Woody Allen, per descrivere il suo rapporto con le donne, cita una vecchia battuta di Groucho Marx che dice "Non accetterei mai di entrare in un club che accettasse tra i suoi membri uno come me".
Questo è anche, esattamente, il mio rapporto con l'altro sesso.
Bronenosec Potemkin (S. Ejzenstein)
La Corazzata Potëmkin (URSS, 1925) di Sergej M. Ejzenstein. Con A. Antonov (Vakulinciuk), Grigorij Alexandrov (comandante Giljarovskij), Vladimir Barskij (capitano Golikov), A. Levšin (guardiamarina), Michail Gomarov (un marinaio).
Nonostante tutto non riesco ad avercela con Fantozzi. Nonostante le tante stronzate che ha detto, e la fama negativa che le ha fatto guadagnare, riguardo alla Corazzata Potëmkin. La prima leggenda da smentire è che il film di Ejzenstein sia "una cagata pazzesca". La Corazzata Potëmkin è un capolavoro e su questo non ci piove. E per tanti motivi, che sarei stupido a voler elencare, visto che l'hanno già fatto in centinaia di critici ed esegeti cinematografici, ma piace la passione con la quale Ejzenstein racconta l'ammutinamento del Potëmkin nella rada di Odessa avvenuto nell'anno 1905, ricco di fermenti. Piace il montaggio veloce (analogico, sì, ma intelligente prima di tutto), la tecnica, la forza delle immagini che fecero guardare al cinema sovietico con ben altro interesse. Altra leggenda da sfatare riguardo al Potëmkin è quella relativa alla sua lunghezza: se il capufficio di Fantozzi aveva 18 bobine, queste erano di pochi metri ciascuna, perché il film dura esattamente 50 minuti. E sono minuti intensissimi, per niente noiosi, grazie all'interesse che destano i fatti narrati ed ovviamente anche (ci si ritorna) al montaggio. Il film ha un andamento, per così dire, più majakovskiano che tolstojano: nel senso che la struttura è veloce, modernista, quasi futurista, anziché lenta, maestosa e fluviale come la classica narrativa russa rappresentata al massimo livello da Tolstoj.
Ejzenstein realizzò un film di masse per le masse: non è un caso che le scene principali siano proprio quelle in cui si muovono e si agitano innumerevoli masse di persone, siano esse composte da marinai, da civili, uomini, donne, bambini, vecchi, invalidi o soldati in uniforme bianca. E non è un caso che i singoli attori abbiano un rilievo assolutamente secondario: mentre in America si affermavano stelle del muto come Mary Pickford, Buster Keaton, Fatty Arbuckle e Charlie Chaplin, degli attori di Ejzenstein si serba flebile memoria; di alcuni abbiamo solo l'iniziale del nome, di altri nemmeno quella. Era l'inizio del cinema sovietico e fu un grande inizio: poi le maglie della censura si strinsero, le voci si diradarono, rimasero solo i più malleabili e anche un genio come Ejzenstein fu ridotto al silenzio.
Il ciclone (L. Pieraccioni)
Il ciclone (Italia, 1996) di Leonardo Pieraccioni. Con Leonardo Pieraccioni (Levante Guarini), Lorena Forteza (Caterina), Barbara Enrichi (Selvaggia Guarini), Massimo Ceccherini (Libero Guarini), Sergio Forconi (Osvaldo Guarini), Alessandro Haber (Naldone), Paolo Hendel (Pippo), Tosca D'Aquino (Carlina), Natalia Estrada (Penelope), Bendetta Mazzini (Isabella), Giuliano Grande (Giulianone).
Per anni mi sono rifutato di leggere i libri di Daniel Pennac e di Stefano Benni (la scena del film Ovosodo di Virzì in cui il protagonista alla maturità dice di avere letto Benni e Pennac mi fa accapponare la pelle ancora oggi) perché troppo di moda, così come di vedere i film di Pieraccioni, sia perché troppo di moda anche quelli, sia perché Pieraccioni mi sta veramente, visceralmente, inspiegabilmente, sulle palle, benché più d'uno mi abbia detto che gli somiglio. Vinta la diffidenza per Benni e Pennac, li ho letti e devo dire che sono davvero bravi: non avranno scritto capolavori della letteratura (anche se Terra! di Benni è per me uno dei migliori romanzi italiani del Novecento), ma i loro libri sono davvero piacevoli da leggere e per niente stupidi.
Discorso diverso per il cinema (massì, sprechiamo un parolone) di Pieraccioni, devo dire che la mia diffidenza era ben riposta, ed anzi, perfino un po' ottimistica. Tempo fa avevo visto Il pesce innamorato e non avevo capito da dove potesse nascere tutta l'ammirazione che Pieraccioni si è guadagnato in questi ultimi anni. Pensai però che vabbe' forse era un film minore, che bisognava vedre i suoi "capolavori", tipo Il ciclone e Fuochi d'artificio. Ora Il ciclone l'ho visto ed il giudizio che me ne sono fatto è questo: è una stronzata. Ma una vera, grandissima, sonora stronzata. Ma aiutatemi a dire stronzata. UNA STRONZATA. È veramente un film brutto. Non so se mi sono spiegato: fa proprio cacare. Il fatto che abbia incassato sessanta miliardi solo in Italia non depone a favore dell'intelligenza del nostro popolo (ce ne sono altri indizi, comunque).
Mi rifiuto perfino di fare un elenco dei particolari insulsi, idioti, irritanti, di questo film, perché il solo parlarne e insieme pensare alla fama usurpata dell'autore (?) mi dà il voltastomaco. Direi che l'unico particolare che salverei in questo film è Ceccherini che balla il flamenco con la pompa del verderame sulle spalle. A proposito di Ceccherini: tempo fa dopo avere visto Faccia di Picasso, dissi che, con tutte le cautele del caso, quel film lo si poteva definire l'8 e mezzo di Ceccherini. Be', paragonato al Ciclone, quel film è Quarto potere.
Ti ricordi di Dolly Bell? (E. Kusturica)
Ti ricordi di Dolly Bell? (Jugoslavia, 1981) di Emir Kusturica. Con Slavko Štimac (Dino Zolja), Slobodan Aligrudic (il padre), Ljiliana Blagojevic (Dolly Bell), Mira Banjac (la madre), Pavle Vujisic (lo zio), Nada Pani (la zia).
È il primo film di Kusturica, con il quale il regista bosniaco vinse il leone d'oro alla Mostra di Venezia nel 1981. Meritatamente, direi, sia perché il film è valido ed avrebbe rappresentato l'esordio (ma questo lo si può dire con il senno di poi) di uno dei più importanti registi contemporanei, sia perché nel 1981 veniva da una cinematografia abbastanza sconosciuta come quella jugoslava, nota ormai per qualche stantìa pellicola sulla resistenza al nazismo.
La storia di Dino, sedicenne appassionato d'ipnosi, si svolge nella Bosnia dei primi anni Sessanta impregnata di cultura musulmana e di marxismo riveduto e corretto secondo l'esperienza di ciascuno (il padre di Dino, un patriarca bonaccione ma bevitore, si preoccupa che il comunismo venturo non consenta gli alcolici, mentre già l'Islam li proibisce). Il partito sta frattanto promuovendo un complessino di musica rock per prevenire la delinquenza giovanile: sulle note della 24.000 baci di Celentano, Dino, citando a memoria un mantra di un ipnotista che si adatta anche alla natura del socialismo jugoslavo ("Ogni giorno sotto ogni riguardo progredisco sempre di più"), ospita nella sua soffitta una giovane prostituta ribattezzata Dolly Bell (in onore di un personaggio del film Europa di notte di Blasetti) e "diventa uomo".
L'importanza del film risiede nella sua essenza di primo vagito di un regista che con i suoi film successivi si costruirà la fama di cineasta monumentale, anche se, per quanto mi riguarda - e credo che ognuno abbia diritto a decidere i suoi film preferiti all'interno di una filmografia - continuo a preferire i primi "filmetti", questo e Papà è in viaggio d'affari (1985), dove i pranzi gargantueschi, le pantagrueliane bevute e le epiche lotte che giungeranno al culmine con Underground (1995) sono ancora in embrione.
Probabilmente Kusturica, che nel prosieguo della sua carriera acquisirà certamente una maggiore padronanza dei propri mezzi oltre che una maggiore disponibilità in termini di budget, non potrà più contare su altrettanta sincerità e su un afflato onestamente proustiano come in queste sue prime opere, sostenute del resto da attori di una bravura esagerata, come i due interpreti delle parti del padre (Aligrudic) e dello zio (Vujisic).
La ragazza di Tony (L. Peerce)
La ragazza di Tony (USA, 1969) di Larry Peerce. Con Richard Benjamin (Tony), Ali McGraw (Polly), Jack Klugman (il padre), Nan Mattin (la madre), Michael Meyers (il fratello).
Purtroppo il titolo mi fa pensare alla mia zia Rosanna, e questo non depone a favore del film. La ragazza di Tony (in originale Goodbye Columbus) è tratto da un romanzo del grande scrittore ebreo americano Philip Roth e narra di un giovane ebreo di umile famiglia (Benjamin), con un modesto impiego, che s'innamora e si fidanza con una ragazza ebrea ricca (McGraw), i cui genitori non sono per niente contenti di questo fidanzato.
A parte il fatto che non si capisce come possa Ali McGraw, qui al suo primo ruolo importante, innamorarsi di un mollaccione, seppure intelligente e problematico, come Richard Benjamin, il difetto principale del film, oltre ad essere invecchiato male sia figurativamente sia narrativamente, è che, a non saperlo, mai si direbbe che dietro vi è un romanzo di Roth. E questo al di là dell'ambientazione in questo piccolo mondo ebraico americano che sembra perfettamente integrato nei riti wasp (le belle macchine, il club, i party). E al di là della bravura degli interpreti, tra i quali è da segnalare Jack Klugman (il padre della ragazza), l'indimenticabile Oscar Madison della Strana coppia televisiva, ma soprattutto lo sconosciuto attore Michael Meyers che interpreta con perfetta stolidità l'ottuso ottimismo del fratello della ragazza.
Un addio
Daniela ha ottenuto il trasferimento ad altro ufficio e dalla prossima settimana non sarà più con noi. La disposizione è stata firmata anche per la persona che la sostituirà, quindi tutto è compiuto. Ieri in pratica ci siamo salutati, anche se forse tornerà a farci visita. Con lei ho diviso la stanza negli ultimi cinque anni e mezzo e quindi mi dispiace che se ne vada. Chissà come sarà la nuova collega. Sì, l'ho già vista, ma non la conosco ancora (chissà quanto tempo ci vorrà).
La giornata di ieri, con quel clima cupo e caldo, forse era la più adatta per un addio estivo: nuvole nere senza pioggia, caldo afoso e vento impetuoso di phön. Alla stazione ho ascoltato la stupenda canzone In My Secret Life di Leonard Cohen, che bene ha riassunto la giornata.
Ciaooooooooooooooo
In paese è arrivato Luigino detto il Milanese, detto anche "Culo, cazzo", cui alcuni aggiungono un "figa" per soprammercato.
Ieri è riuscito a camminare (l'ho visto e sentito io) da Sant'Antonio fino in Piazzetta parlando tutto il tempo e dicendo due sole parole. In pratica è partito da Sant'Antonio con un chilometrico "Ciaoooooooooooooooooooo" ed è arrivato in Piazzetta con la seconda parola: "Graaaandeeeeeeeeeeeeeeeee".
Che battuta!
La mia collega di stanza, Daniela, ci lascia. Ha avuto il trasferimento all'Ufficio Cultura. Altra roba. Oggi è venuta a parlare con la responsabile la persona che dovrebbe sostituire Daniela. E' un'insegnante di scuola materna che deve venire a lavorare in un ufficio.
Io: - Dove lavori?
Lei: - Al "Satellite"¹.
Io: - Allora tu si' 'n astronauta!
¹ Asilo nido comunale di Livorno.
Il Marchese del Grillo (M. Monicelli)
Il Marchese del Grillo (Italia, 1981) di Mario Monicelli. Con Alberto Sordi (Marchese Onofrio del Grillo), Paolo Stoppa (Papa Pio VII), Giorgio Gobbi (Ricciotto), Flavio Bucci (fra' Bastiano), Marc Porel (Blanchard), Cochi Ponzoni (Rambaldo), Marina Confalone (Camilla), Leopoldo Trieste (padre Sabino), Caroline Berg (Olimpia), Angela Campanella (Faustina), Elena Fiore (Anita), Pietro Tordi (mons. Terenzio), Sandro Signorini (ufficiale francese).
Settembre 1982, Festa Nazionale dell'Amicizia a Viareggio: sul palco un gruppo di comici cabarettisti pressoché sconosciuti, probabilmente di area ciellina o simile. Il gruppo si lascia andare ad una battuta quasi lasciva: "Cosa ci fa una goccia di sangue su un filo d'erba? Il marchese del grillo!".
Il Marchese del Grillo lo vidi al cinema circa ventitre anni fa. È l'ultima, estrema, propaggine della commedia all'italiana, che unisce due mostri sacri come Alberto Sordi e Mario Monicelli i quali in coppia (e insieme a Gassmann) già furono artefici di quel capolavoro che è La grande guerra. Con tutti i suoi difetti, il film è riuscito, con tutte le sue macchiette che riescono a restituire, non si sa se nonostante o se proprio grazie agli scherzi del marchese, la Roma papalina del primo Ottocento. Resta comunque una monumentale interpretazione di Sordi, tornato a uno dei suoi personaggi cinici ("Mi dispiace" dice ai popolani coinvolti in una rissa e arrestati dai gendarmi "ma io so' io e voi nun siete un cazzo!"), infami, ma in fondo con un grandissimo senso di giustizia, come dimostra l'episodio dell'ebanista ebreo Aronne Piperno (Billi). Grandissima anche la prova di Paolo Stoppa, senza ombra di dubbio uno degli attori che hanno fatto grande il cinema italiano del secondo dopoguerra. Qui dà vita a un Pio VII curiale ma di grande umanità e ironia: quando i francesi entrano indisturbati nelle "sacre stanze" per rapirlo, dice "Chi era di guardia? Il Marchese del Grillo? Be' almeno nessuno si sarà fatto male..."
Due motivi mi legano in particolare a questo film. Il primo è la presenza, tra gli attori, di Sandro Signorini, attore teatrale di Rosignano (LI), che interpreta la parte dell'ufficiale francese che accompagna il marchese a teatro ad ammirare Olimpia (Berg). Durante l'anno scolastico 1984/85 ci fece da regista per la messa in scena della Mandragola di Machiavelli, rappresentazione che non si realizzò mai a causa dei problemi scolastici di alcuni attori: il Menico, che quell'anno bocciò, rinunciò subito all'impresa; il Mengo che faceva il frate e pronunciava l'immortale battuta "Se voi vi voleste confessare..." dette forfait a poche settimane dalla prima e dovemmo ripiegare, per la parte del frate, su uno di quarta ginnasio detto il Sodomita. La cosa andò a monte. Durante una delle ultime lezioni di ginnastica dell'anno scolastico alla piscina di Cecina, Sandro ci propose di ritentare l'anno successivo (anche perché, secondo me, non aveva rinunciato a provare a trombare la nostra professoressa d'italiano) e il Mazzo propose di mettere in scena, anziché la Mandragola, il Saul dell'Alfieri
. Durante quell'estate, mentre mangiavo un gelato da Andalù, mi capitò in mano una copia del Tirreno, che riportava con grande evidenza la notizia della morte di Sandro Signorini. Era banalmente caduto dal motorino sul quale viaggiava e aveva battuto la testa su un cordolo di cemento che fiancheggiava la strada. Uno dei primi soccorritori fu il Socci, altro mio compagno di scuola, che abitava a Castiglioncello, luogo dell'incidente. Sandro Signorini fu sepolto nel cimitero di Guardistallo (PI), paese di cui era originario, e qualche mese dopo vi andammo in pellegrinaggio.
L'altro motivo che mi lega al film di Monicelli è che nel gennaio del 1990, quando Amanda venne qui durante le vacanze di Capodanno e andai insieme a lei a Lucca, capitammo nel cortile di un palazzo che se non sbaglio si chiama Palazzo Spangher. Quel cortile mi ricordò qualcosa che avevo già visto e mi tornò alla mente il film Il Marchese del Grillo. Mentre stavo dicendo ad Amanda che probabilmente quel palazzo era stato la locatione di molte scene di un film che avevo visto anni prima, entrarono due signori distinti e uno disse ad alta voce che proprio lì avevano girato Il marchese del Grillo.
Di quando eravamo bimbi (5)
Le benedizioni pasquali. Andare a benedire le case con il prete era talvolta un onore e talaltra un onere. Durante una delle mie prime benedizioni ricordo che Don Vallesi mandò via Cristiano che voleva venire di legge a benedire. "Oggi non tocca a te!" gli disse il prete. E Sissio: "Sì che tocca a me!", e il prete: "Chi te l'ha detto che tocca a te?" e Sissio: "Ronny" e il prete: "E chi è il prete, io o Ronny?". E Sissio se ne andò matteggiando e buttando in terra la parte nera della cappa.
Durante le benedizioni nascevano le più disparate leggende metropolitane (anche se definire Montescudaio una metropoli è alquanto azzardato). Una di queste è, del resto mai smentita dagli interessati, l'episodio nel quale Pelo e Batone, incautamente accoppiati dal prete per una benedizione in Casagiustri, si intrufolarono in un castro (!) e ne fecero scappare il maiale. Anche di recente Pelo, che dei due è sempre stato il meno bugiardo, ha raccontato l'episodio com'è ormai noto da decenni, con il prete che corse a riprendere il suino in fuga. La versione è sempre rimasta la stessa, tant'è che mi ricordo di averla raccontata già all'epoca dei fatti in un mio temino delle elementari. Ricordo anche che corredai la narrazione con un disegno nel quale c'erano Pelo & Baty nascosti dietro il castro mentre il maiale scappava e Don Naldo lo rincorreva in tonaca, brandendo la stola a mo' di lazo per catturare la bestia.
Aggiunte: 1) una volta Frasca (successivamente rinominato Frengo), durante una benedizione in campagna in cui era mio partner, andò a cacare dietro un pagliaio; 2) una volta durante una benedizione a casa del Mori Novarino (sulle cui scale campeggiava una targa con la scritta "in questa casa è juventino anche il cane") il prete gettò di nascosto una bicchierata di liquore nel camino facendo una spaventosa fiammata; 3) la prima volta che andai a benedire fu con Pilo e Loriano in Casagiustri (mi ricordo la Maura Giovani, che era più grande di me ma andava ancora all'asilo).
D., K. & V. (Europei)
D come Dellas, difensore di riserva della Roma, dietro a Samuel (uno dei migliori difensori centrali del mondo), Chivu e perfino a Zebina (a Torino stanno già foderando di gommapiuma i cassonetti dell'immondizia), che si permette il lusso di segnare il gol decisivo al 15° minuto e un paio di secondi del primo tempo supplementare: un silver gol che somiglia molto a un golden gol. Ricordo che Dellas fu messo fuori squadra da Gaucci quando militava nel Perugia per avere già raggiunto un accordo con la Roma per la stagione successiva. Dellas è una delle colonne portanti di questa Grecia che rischia di diventare campione d'Europa, dopo avere eliminato la favorita Repubblica Ceca: a proposito, continua la maledizione di Nedved con le finali europee (ne giocò una nel 1996 contro la Germania, perdendola al golden gol di Bierhoff, saltò quella di Champions League l'anno scorso per un'ammonizione rimediata in semifinale e quest'anno si è fatto male proprio contro la Grecia, finendo anzitempo e in lacrime la partita) e continua la tradizione negativa dei cechi con Collina, anche se questa volta davvero l'arbitro italiano non è responsabile dell'eliminazione dei rossi di Bruckner. Se il lungagnone Koller o il furetto Baros avessero aggiustato un po' la mira, la partita poteva cambiare totalmente.
K come Karagounis, riserva nell'Inter, ma decisivo nella sua nazionale: ha segnato il primo gol dell'Europeo contro i padroni di casa del Portogallo, ponendo le basi per questo stupendo cammino degli ellenici. Karagounis è un motorino dai piedi buoni, abbastanza umile da non fare polemiche per esclusioni e sostituzioni, ma combattivo in campo. Purtroppo per lui, nella finale non ci sarà, avendo rimediato la seconda ammonizione nella semifinale. Un ulteriore vantaggio per i portoghesi, ma va detto che la Grecia proprio nelle situazioni difficili si è esaltata.
V come Vryzas, un attaccante che non segna col pallottoliere, che in Italia ha fatto buone cose a Perugia, per poi finire in serie B con la Fiorentina a fare la riserva di Riganò. In Portogallo non ha ancora segnato, ma ha fatto un ottimo lavoro nella prima linea ellenica che non ha certo avuto vita facile, nemmeno contro la Rep. Ceca. Ogni gol della Grecia è stato costruito, voluto, sudato e meritato, e Vryzas c'era.
Di quando eravamo bimbi (4)
Schizzapiscio. Schizzapiscio era il mitico segretario del Vescovo di Volterra Roberto Carniello ("il nostro vescovo Roberto"). In realtà quell'omino non si chiamava veramente Schizzapiscio (credo che tale nome gli avrebbe precluso la carriera da segretario del vescovo) e probabilmente non saprò mai come si chiamasse all'anagrafe. Schizzapiscio era un ometto basso e smilzo, indossava degli occhiali da vista con montatura argentata e deteneva qualche record nazionale per il numero di tic che lo affliggevano. Gli occhiali gli si muovevano sul naso con pericolose evoluzioni sussultorie e ondulatorie. La sua fissazione - ma a vederlo si sarebbe pensato che ne avesse più d'una - erano le cappine dei chierichetti.
Schizzapiscio preparava le messe in modo maniacale: accendeva i ceri sull'altare, controllava l'acqua benedetta nel secchiello e verificava che l'aspersorio aspergesse, si accertava che fossero al posto gli stoppini dei ceri dei chierichetti, metteva le offerte sul tavolo dell'offertorio e inseriva le ostie nella pisside. Quando lui si occupava delle cerimonie, al contrario di quanto capitava normalmente, al momento della comunione le ostie non mancavano mai. E poi controllava le cappine dei chierichetti: si trattava in realtà di un vero e proprio passaggio in rassegna, al quale le nostre povere cappine macchiate di cera e d'olio, di vino e di sangue, scucite (causa crescita del chierichetto che si portava una cappina nuova a sei anni e se la tirava avanti fino a quattordici anni), sdrucita, non riuscivano ad opporre alcuna resistenza.
Schizzapiscio, diciamolo francamente, era un grandissimo scassacazzi, specialmente quando, magari in primavera o in estate, ti tirava su fino alla gola la cerniera delle cappine nuove, quelle di un pezzo solo, bianche con le strisce rosse. Una volta fece incazzare perfino Antonio, che non era quel che si dice un rivoluzionario. Ma quella volta ebbe un gesto di ribellione e sbuffando si tirò giù la cerniera.
Tartana nano
L'imbalsamatore (Ita, 2002) di Matteo Garrone. Con Ernesto Mahieux (Peppino), Valerio Foglia Manzillo (Valerio), Elisabetta Rocchetti (Deborah), Lisa Bernardi, Pietro Bondi, Marcella Granito, Bernardino Terracciano.
Il montescudaino sa (o dovrebbe sapere) le due cose seguenti: a) Tartana è un valente imbalsamatore; b) dicesi tartanicchio persona di piccola statura e comunque ridotte dimensioni (specialmente un bambino che "non si rifà da niente"). Il protagonista del film di Garrone è appunto un tartanicchio, nel senso che è un nano che fa di mestiere l'imbalsamatore. Questi incontra un giovane cuoco (non importa se Mereghetti lo definisce un disoccupato: per me un disoccupato che cucina per un ristorante, stipendiato, è un cuoco) e lo convince a lavorare insieme a lui nel suo laboratorio. Tra i due si crea uno strano rapporto che sarà costante causa di pericolo per il giovane e per chi gli sta intorno.
Matteo Garrone gira a Caserta e dintorni il suo film migliore, che ricorda stranamente il bistrattato (da Nanni Moretti, in una delle sue più sonore cantonate della storia) Henry pioggia di sangue, anche se i due protagonisti non sono due killer psicopatici, ma due persone che tutto sommato hanno bisogno l'uno dell'altro (si veda il finale tragico e struggente al tempo stesso). L'imbalsamatore è un bel film, cosa insolita nell'asfittico panorama del cinema italiano di questi anni: un film girato in presa diretta, teso, antiretorico, pasoliniano in certi momenti e quasi espressionista in altri (geniale l'idea di suonare I'm Your Man di Leonard Cohen nel night club). Che Dio ci conservi Garrone in queste condizioni per il prosieguo della sua carriera. Bravissimi gli interpreti, in particolare Ernesto Mahieux (Peppino) e Valerio Foglia Manzillo (Valerio), una specie di Mastandrea in bella copia.








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