Ciao sono sasso67
Vedi il mio profilo


Co-autori

Ciao sono

Agosto 2004

DLMMGVS
1 2 3 4 5 6 7
8 9 10 11 12 13 14
15 16 17 18 19 20 21
22 23 24 25 26 27 28
29 30 31

Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us
Archivio Agosto 2004

Due immagini indelebili

by sasso67 (31/08/2004 - 20:13)

1. Michael Moore (ammazza che popò di faccia a culo!) s'imbuca non si sa come alla convention dei Repubblicani e viene sonoramente fischiato dai convenuti, mentre il pachidermico regista saluta sorridente e papale dal suo palchetto.

2. La faccia di Bianca Berlinguer, conduttrice del TG3 delle 19,00 dopo avere assistito al servizio sulla presentazione dell'ultimo libro di Massimo D'Alema sul cruciale anno 1984, in cui parla soprattutto dei rapporti tra Bettino Craxi ed Enrico Berlinguer, padre della suddetta giornalista.

P.S. Prima che me lo dimentichi... «Fortuna e fatica. Dio toglie, Dio dà. "Leggete la Bibbia". Strilla di gioia Stefano Baldini. Bello, biondo, primo. Pragmatico e coraggioso. Dalla Via Emilia ad Atene. Tutta di corsa. In salita.» (da Repubblica del 30 agosto 2004: Emanuela Audisio - Stefano Baldini 1 a 0).

Tag:

Azzo di Moggi

by sasso67 (31/08/2004 - 19:48)

Saputo che la Juve dovrà giocare in Champions League contro l'Ajax, Moggi ha comprato l'attaccante più pericoloso degli olandesi, lo svedese Zlatan Ibrahimovic, quello che ci segnò il gol di tacco negli ultimi campionati europei (a proposito: spero che una volta deportato a Torino, lo svedese venga interrogato e indotto sotto tortura a confessare la combine del 2 a 2 tra Danimarca e Svezia). Certo che Moggi si doveva decidere un po' prima e magari comprare Ballack, il centrocampista più forte del Bayern Monaco, altra avversaria della Juve in Champions League. IbrahimovicSulla carta l'acquisto di Ibrahimovic sembra un bel colpo, anche se non mi sembra di ricordare sfracelli fatti da calciatori svedesi nel nostro campionato, a parte il grande Stromberg dell'Atalanta e, in parte, il lungagnone Kenneth Andersson del Bologna.

Altrettanto importante l'acquisto di Cannavaro, difensore che la Juve seguiva ormai da un decennio e per l'acquisto del quale ha atteso che compiesse i suoi trentuno anni e che si presentasse ai nastri di partenza del nuovo campionato con un ginocchio in disordine. È probabile, anzi incontestabile - e questo sarà stato il ragionamento di Moggi e soci - che un calciatore zoppo costi meno di uno con due gambe; poi resta da vedere come si muoverà in campo (probabilmente sempre meglio di uno Iuliano o di un Legrottaglie a due gambe).

Nel frattempo Del Piero, che probabilmente grazie al CEPU avrà fatto l'esame di ragioneria all'università, avanza un dubbio: "Ma dove abbiamo preso i soldi per comprare Ibrahimovic?". Miccoli, infine, sta rifiutando il trasferimento alla Fiorentina (non ho capito perché la Juve abbia deciso di rinforzare una sua acerrima rivale con le cessioni di Maresca, Chiellini e adesso Miccoli) e secondo me fa bene, perché è giusto che la Juve gli dia finalmente un'opportunità che negli ultimi anni si è ampiamente meritato. Sbarazzarsi di Zalayeta invece no, eh?

P.S. Ottimo secondo me l'acquisto, da parte della Roma (a proposito: ma dove li hanno presi i soldi anche loro?) dell'attaccante egiziano Mido del Marsiglia. È un giocatore tecnico e potente che, salvo sfortuna, potrà fare bene nel nostro campionato.

(Canzone del giorno: Il rovescio della medaglia, La creazione)

Tag:

L'ultima tentazione di Budda

by (31/08/2004 - 03:05)

Samsara (di Pan Nalin, FR/GER 2001)

Neelesha BavoraL’assunto è semplice: meglio la perfezione dell’ascesi assoluta oltre ogni dolore e preoccupazione oppure la vita normale con tutti i suoi desideri, gioie sessuali e sofferenze? La risposta chiaramente non è semplice e, tutto sommato, Nalin neanche la dà e questo è uno dei pregi del film. Ed il dubbio resta, a prescindere dall’estrema difficoltà del percorso ascetico riservato a pochi eletti o sfigati impenitenti (dipende da che versante si guarda la questione).
Ma poi il raggiungimento del Nirvana è (come dice Schopenhauer) la conquista di un punto di vista altro, certamente superiore, posto al di là di tutte le bramosie ed i sentimenti (sia di dolore che di gioia) che culmina con l’annullamento della volontà (di vivere) e la comprensione che il reale è questo stato mentale (del nulla assoluto, in verità) e non la vita dei normali, oppure nient’altro che un tentativo al limite tra il cinico e l’egoistico per scappare da un mondo di sofferenze e gioie illusorio-fugaci? Il discorso sarebbe semplicissimo (a prescindere dalla difficoltà del percorso - ripeto) perché è ovvio che la vita è cosparsa di dolore, di malattia e di morte (Naked); sarebbe, perché c’è un particolare importante: il sesso. Qualcuno forse direbbe l’amore, ma Nalin non sembra essere tanto d’accordo se il protagonista si smonaca per trombare (e poi sposare) una ragazza (
Christy Chung, bella) e dopo addirittura gli mette le corna con un’altra (Neelesha Bavora, una topa da infarto con due puppe enormi e due zampe infinite e pure fantasiosa in quanto a posizioni sessuali).
Neelesha BavoraViene quasi da pensare che questi monaci (buddisti in questo caso, ma un po’ tutte le religioni [don Vallesi permettendo: noi preti non facciamo mica il voto di castità] comprendono il voto di castità) siano dei mezzo impotenti o sfigati che non se li caga nessuno e quindi rinunciano al sesso quasi volentieri, tanto anche volendolo sarebbe uguale… Ovviamente questo è un pensiero un po’ cattivello, ma è innegabile l’importanza fondamentale del sesso nella vita delle persone e pure degli aspiranti asceti. Nalin ce lo mostra anche troppo chiaramente (le scene di sesso sono, come sempre nei film non porno, inutili), ma ha il merito di farlo. Ed in questo il buddismo è più furbo del cattolicesimo, perché la carriera del monaco inizia a 5 anni (bella carognata da fare ai bambini eh! [in una scena un padre porta il figlio al monastero e questo lo insegue piangendo, mentre alcuni monaci guardano col loro sorrisetto ebete]) così non arrivano neanche a sapere cosa si stanno perdendo. Il protagonista del film invece si accorge che gli manca qualcosa e manda affanculo Budda e l’ascesi per la topa. Questa è la verità del film; lasciate perdere la confezione e lo stile laccati, patinati, lenti (il tutto si poteva dire e far vedere in molto meno delle oltre due ore di durata della pellicola) e new age-i love oriental philosophies iniziati da quell’inutile di Bernardo Bertolucci.
Neelesha BavoraComunque il concetto suesposto, tutto sommato piuttosto brutale, anche se sacrosanto ed innegabile (il sesso è fondamentale), alla fine subisce una specie di rivolgimento circolare ed il protagonista, per colpa delle parole del testamento della sua guida spirituale (che un ex amico monaco gli recapita, da buon rovinafamiglie, perché oltre che una moglie c’è pure un bimbo di mezzo) - è più importante inseguire mille desideri o conquistarne uno solo? - si dirige nuovamente al monastero. E qui, come nell’Ultima tentazione di Cristo (il miglior film di contenuto religioso di tutti i tempi) gli appare la moglie che gli fa notare che sta facendo lo stronzo (come fece Siddharta) ad abbandonare la povera congiunta ed il povero bimbo.

Dubbioso

[i fotogrammi inseriti fanno parte di una sequenza di 3 minuti, quindi sono un'inezia nelle oltre 2 ore del film, ma mi pare che il soggetto valga la pena]

Tag:

I magliari (F. Rosi)

by sasso67 (30/08/2004 - 20:53)

I magliari (Italia, 1959) di Francesco Rosi. Con Alberto Sordi (Totonno), Renato Salvatori (Balducci Mario), Belinda Lee (Paula Mayer), Nino Vingelli (Vincenzo), Aldo Giuffrè (Armando), Aldo Bufi Landi (Rodolfo Valentino), Nino Di Napoli (Ciro il corto), Linda Vandal (Frida), Josef Dahmen (Herr Mayer), Carmine Ippolito (Don Raffaele), Pasquale Cennamo (Don Gennaro).

I magliariIl giovane operaio Balducci Mario da Grosseto emigrato ad Hannover, in Germania, progetta di tornare a casa dopo essere stato licenziato dalla fabbrica per cui lavorava, ma incontra l'imbroglione Totonno (romano), a capo di un gruppo di napoletani che lavorano lana e stoffa. Totonno progetta di mettersi in proprio abbandonando la protezione del boss Don Raffaele per trasferirsi ad Amburgo e mettersi con Herr Mayer, anche grazie all'aiuto di Mario che se la fa con la signora Mayer.

Alberto Sordi s'impossessa subito del secondo film di Rosi e non poteva essere altrimenti, data la strabordante personalità dell'attore romano. E non è un bene per il film, perché il gigionismo di Sordi appare davvero fuori luogo in un film che non sa decidersi tra commedia all'italiana e film di denuncia sulla falsariga di Fronte del porto (e non sa nemmeno essere un film sullo spaesamente dell'emigrante come sarà Rocco e i suoi fratelli, con il quale ha in comune uno dei protagonisti, Renato Salvatori). Certo che la scena di Sordi con la prostituta del gatto a nove code rimarrà un pezzo di bravura fine a sé stesso ma memorabile.

I magliari è la storia di una serie di perdenti, tutti i personaggi del film: Herr Mayer è un becco, la moglie (Belinda Lee, bellissima e fredda come Amburgo, morta solo ventiseienne due anni dopo questo film) una donna che ha accettato troppi compromessi, Totonno un amorale truffatore di mezza tacca, il clan dei napoletani un'accolita di vigliacchi pronti a piegare il capo davanti al più forte, Don Raffaele un boss consapevole di essere per i suoi uomini, più che un capo, una banca, e Mario un ingenuo pieno di dignità e buoni sentimenti, destinato a restare solo nella squallida realtà di Amburgo.

(Canzone del giorno: The Clash, Lost In The Supermarket)

Tag:

La mamma degli imbecilli...

by sasso67 (29/08/2004 - 23:24)

Carmelo Crisafulli: Eccomi qui, io Crisafulli CArmelo, nato a Roccalumera, provincia di Messina, Sicilia/Italia. - Sasso, Dove ti trovi in questo momento?

Carmelo Crisafulli: ??

Sasso67: vattene

Carmelo Crisafulli: Sasso, ha buone novelle per te, puoi legere?Eccomi qui, io Crisafulli CArmelo, nato a Roccalumera, provincia di Messina, Sicilia/Italia. Il messaggio: "Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati, e io vi darò riposo. Prendete su voi il mio giogo ed imparate da me, perch'io son mansueto ed umile di cuore; e voi trovarete riposo alle anime vostre." (Matteo 11: 18-29)

Messaggi inviati stasera in Paltalk. Non contento, dopo questi messaggi, mi ha anche domandato se avessi letto, alla mia risposta "no" m'ha chiesto perché. Gli ho risposto che se voglio leggere il Vangelo lo faccio di mia spontanea volontà e lui mi ha ringraziato per la mia sincerità.

Tag:

Tarantella salentina

by (29/08/2004 - 20:03)

Pino ZimbaSangue Vivo (IT 2000, di Edoardo Winspeare)

Sorprendentemente questo film arriva dall’Italia (anzi più che dall’Italia dalla Puglia e più che dalla Puglia dal Salento, vista la locazione ultra-particolare), sorprendentemente questo film ha ricevuto contributi pubblici e sorprendentemente è recitato molto bene (la sorpresa dipende dal fatto che gli attori sono non professionisti e parlano quasi interamente in dialetto stretto, cosa che ha richiesto la sottotitolatura di quasi tutti i dialoghi). Diverse sorprese quindi, perché il film è bello e fatto bene. Ha un andamento abbastanza fluido con solo qualche incertezza lenta (la Madonnina portata in processione s’è già vista centinaia di volte, ma il regista deve avere una devozione particolare, se nei titoli di coda la ringrazia esplicitamente), ma si lascia apprezzare discretamente, con le sue fascinose musiche (tradizionali) e l’atmosfera sogneggiante del tipico paesaggio salentino; un ambiente non certo da visione idilliaca (con i campi di sassi ed i deserti bianchi - il bianco, il colore dominante della zona) ma che ti prende veramente.

Le vicende non felicissime della famiglia di Pino (Pino Zimba, ottimo) e Donato (Lamberto Probo, il più bravo di tutti, con una faccia un po’ strana, a metà strada tra Edoardo Bennato e Luigi Lo Cascio) fanno intravedere il tanfo opprimente dei Malavoglia, con tutta un’aura di pessimismo risolto - in parte - solo nel finale, grazie alla musica che scalda i cuori irrigiditi dalle disgrazie private e dalle mafiosità pubbliche. Perché questo è anche un film di mafia (pugliese ed albanese), di contrabbandi, immigrazioni clandestine, droga e figli di papà; questi temi sono Lamberto Probo(fortunatamente) solo sfiorati, ma servono comunque al regista per sottolineare come certe zone potrebbero essere migliori, se solo non conoscessero queste schifezze (ed in effetti è così: ho visto personalmente abusi edilizi assurdi e discariche immonde, quando sono stato da quelle parti… ma tutto il mondo è paese con più o meno eccessi). Ma la musica vince pure questo, anche se certi destini votati all’autodistruzione rimangono veramente immutati.

Alla fine deve essere rimarcata l’estrema bravura degli attori, dovuta forse al fatto che sono a casa propria o che parlano nel loro dialetto: comunque sono così veri e così sinceri da spazzare via decenni di Actor’s Studio e metodi preconfezionati.

Pino Zimba (leader del gruppo Zoe’) è un perfetto soggetto da cinema, ma il personaggio più interessante è quello impersonato da Probo: un perdente volontario, consapevole e quasi compiaciuto, autolesionista ma sempre lucido ed estremamente dignitoso, anche nella sua manifesta impotenza o mancanza di volontà nell’accettare l’ex amore, mai perdonata per un tradimento passato, nonostante nutra del sentimento. Ben tratteggiato e ben approfondito.

Finalmente un film italiano recente che vale la pena vedere.

Tag:

California Poker (R. Altman)

by sasso67 (29/08/2004 - 13:48)

California Poker (USA, 1974) di Robert Altman. Con George Segal (Bill Denny), Elliott Gould (Charlie Waters), Ann Prentiss (Barbara Miller), Gwen Welles (Susan Peters), Edward Walsh (Lew), Joseph Walsh (Sparkie), Bert Remsen («Helen Brown»), Barbara London (donna sull'autobus), Barbara Ruick (barista di Reno), Barbara Colby (telefonista), Vince Palmieri (primo barista), Alyce Passman (ragazza go-go), Sierra Bandit (donna al bar), John Considine (uomo al bar), Jeff Goldblum (Lloyd Harris).

California pokerIl taciturno giornalista in crisi Bill conosce al tavolo da gioco l'estroverso e logorroico mantenuto Charlie che, dopo una comune disavventura, lo porta nella casa in cui vive, ospite di due scanzonate prostitute. Tra i due uomini nasce una complicità basata proprio sul fascino del gioco che è però vissuto dai due in maniera opposta. Charlie gioca per divertirsi e per esibire (e poi sperperare) il frutto della vittoria; Bill interpreta il gioco come una prova di concentrazione e la vincita non è che il frutto di questa abilità. Dopo varie disavventure tra sale da gioco e ippodromi (non è importante quale gioco, l'importante è che di gioco si tratti), i due decidono di andare a giocare a Reno, città famosa per il gioco seconda soltanto a Las Vegas.

Il film è molto originale e non ha niente a che vedere con gli altri film basati sul gioco: qui non si vedono i giocatori che stillano le carte, che sudano in attesa di vedere il punto, non ci sono polli da spennare né professionisti che ti mandano a casa in mutande. Il rischio c'è, senza dubbio: Bill si vende anche la macchina per giocare a Reno, ma il rischio principale è quello di accorgersi, alla fine, dopo una favolosa vittoria, che niente ha senso, alla fine dei giochi, nemmeno i soldi vinti. In fondo si trattava soltanto di un giro di dadi, di una botta di fortuna, di un gioco, così come era un gioco per gli eroi della mitologia, per i cavalieri della tavola rotonda, per i politici di oggi, come dice Charlie. E alla fine resta un senso di vuoto, o forse di caos, testimoniato da vari particolari disseminati lungo il film: la folla degli ippodromi, le cartacce, gli scambi di posto sull'autobus, personaggi disseminati e poi perduti (la spogliarellista del go-go club, la donna dell'autobus, quella del bar), le numerose donne il cui nome è Barbara eccetera. E proprio "a Barbara" è dedicato, in chiusura, il film, che è una riflessione amara di Altman, un saggio di pessimismo e forse uno dei suoi migliori lavori (quanto meno di quelli che ho visto).

Ovviamente al buon esito di California poker contribuiscono in maniera decisiva anche le ottime performance dei due protagonisti: a un vitalissimo Elliott Gould (già con Altman per M.A.S.H.) si oppone un George Segal (attore forse un po' sottovalutato, relegato troppo speso in parti inutilmente brillanti) bravissimo nell'impersonare uno spleen quasi baudeleriano, messo in scena con una faccia da mal di testa da dopo sbronza o da noia post coitale. California poker è una pietra miliare del cinema americano degli anni settanta.

(Canzone del giorno: Grand Funk Railroad, Heartbreaker)

Tag:

I cosiddetti guerriglieri irakeni

by sasso67 (29/08/2004 - 13:18)

Ormai l'hanno capito tutti, anche coloro che verso di loro provavano una certa insana simpatia: i cosiddetti guerriglieri irakeni, siano essi sunniti o sciiti, poco importa (sarebbe come chiedersi se Pacciani votava DC o PCI), sono soltanto dei volgari e miserabili assassini. Non solo: sono anche cretini. Prima hanno rapito e ucciso un reporter italiano di sinistra, pacifista e impegnato con la Croce Rossa, chiedendo, entro 48 ore il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq al nostro governo di destra. Poi hanno rapito due giornalisti francesi, il cui governo si è sempre rifiutato di fiancheggiare gli americani in Iraq, chiedendo, in cambio della loro liberazione, l'abolizione, sempre entro 48 ore, della legge che vieta il velo islamico nelle scuole francesi.

Questi sapevano bene che il governo italiano non avrebbe accettato il ricatto, così come sanno che non lo accetterà il governo francese. Ciò dimostra che sono soltanto dei miserabili assassini assetati di sangue nascosti dietro a dei cappucci.

Tag:

Lo spione (J.-P. Melville)

by sasso67 (28/08/2004 - 14:40)

Lo spione (Francia, 1962) di Jean-Pierre Melville. Con Jean-Paul Belmondo (Silien), Serge Reggiani (Maurice Faugel), Jean Desailly (soprintendente Clain), René Lefèvre (Gilbert Varnovre), Marcel Cuvelier (ispettore di polizia), Philippe March (Jean), Fabienne Dali (Fabienne), Monique Hennessy (Therese), Christian Lude (il dottore), Paulette Breil (Anita), Philippe Nahon (Remy), Michel Piccoli (Nuttheccio), Daniel Crohem (ispettore Salignari).

La trama di Lo spione è complicatissima: proviamo a dire che Maurice, uscito di galera regola il conto con alcuni ex complici, poi prepara un colpo con l'aiuto del giovane Silien. Il colpo fallisce per una spiata; nella sparatoria che segue Maurice uccide il poliziotto di cui Silien è confidente e, credendosi tradito proprio dal giovane amico, incarica un killer di ucciderlo. Quando si accorge dell'errore è troppo tardi: il killer uccide Maurice per errore, dopo di che Silien e l'assassino prezzolato si uccidono a vicenda.

Melville (uno dei miti del critico Claudio G. Fava, insieme a Frankenheimer) gira un film "alla maniera di", come dice Tullio Kezich, in questo caso alla maniera dei noir americani degli anni quaranta, creando una buona storia, ma mai convincendo appieno lo spettatore esigente. La trama è troppo aggrovigliata e, nonostante la bravura impressionante di due mostri sacri come Serge Reggiani e Michel Piccoli (straordinaria la sequenza nella quale quest'ultimo viene ucciso da Silien), l'allora astro nascente del cinema francese Belmondo è poco credibile infagottato com'è dentro un impermeabile alla Bogart di tre misure troppo grande. Il finale ha l'andatura di una tragedia elisabettiana, con il personaggio di Reggiani che, accortosi dell'errore commesso nel dubitare dell'amico (l'agnizione finale?), cerca di evitarne la morte, non riuscendovi e provocando la propria.

Intendiamoci: Lo spione non è un brutto film, ma pecca d'originalità, inserendosi in un "genere" di cui rispetta le convenzioni (anche troppo, colonna sonora jazzata compresa) e segnando al proprio attivo un paio d'interpretazioni magistrali e un sentito elogio dell'amicizia virile.

Alla fine, mi viene in mente quale contributo abbiano dato al cinema francese gli attori transalpini d'origine italiana: si pensi a Michel Piccoli, Serge Reggiani, Yves Montand (Ivo Livi da Monsummano), Jean-Paul Belmondo ed altri che in questo momento mi sfuggono. Sembra proprio che i geni italiani, coltivati nell'humus parigino, o comunque francese (si pensi, nello sport, a Michel Platini), diano dei frutti grandiosi.

Tag:

In culo a' greci

by sasso67 (28/08/2004 - 14:12)

Però, questi giocatori di basket... Grandissima la partita con la Lituania intravista al Take Away e poi rivista stamani su Raisportsat (con il commentatore incattivito contro i lituani e contro il pubblico greco e piuttosto duro anche con il povero Chiacig). Tascinata soprattutto da Basile e Pozzecco in regia (bravo anche il cecinese Bulleri, più ragioniere degli altri due) e da Galanda e Chiacig in difesa (bravi comunque anche Soragna, che il commentatore di Raisportsat chiamava "Soranga", e Radulovic), la nazionale italiana ha battuto una Lituania che ha avuto due fiammate, una all'inizio della partita e una nei primi minuti dell'ultimo quarto, guidata soprattutto da Macjauskas (il sosia di Nedved, ma più brutto) e da Stombergas (alla fine della partita l'ineffabile speaker di Raisportsat ne ha detto "adesso il provocatore lituano ha finito di ridere"), ammutolendo l'antisportivo pubblico greco che fischiava i canestri degli azzurri. Tiè.

(Canzone del giorno: NOFX, The Decline)

Tag:

Corsa alla papera

by sasso67 (27/08/2004 - 16:38)

Dal NG it.eventi.atene2004 (post di Tafazzista Imbavagliato dal Regime):

> > LA CORSA ALLA PAPERA SARA' LA NUOVA DISCIPLINA OLIMPICA DEL 2008.
> > con commento di Galeazzi

"Ci siamo. La papera italiana in acqua 2, vicino alla stasunitsesnse (sic), alla papera tedesca Graubenstslalner [le ultime lettere vanno pronunciate nel modo più incomprensibile possibile, NdR], campionessa del mondo. Partite! La papera italiana spinge, spinge, 32 zampate al minuto, è
perfetta, è lì, penna a penna, porta a porta con la francese in acqua 6, è il momento di spingere, andiamo! affondiamo i colpi, potente, proderoso (sic), le zampe dell'italiana davanti al becco della francese, e c'è luce, c'è luce tra il culo dell'Italia e il becco della Francia [subitaneo aumento del volume della voce di 8 decibel] ultimi cento metri, dobbiamo resistere, forza Italia, stringiamo i remi, stringiamo i denti, le penne, per le ultime zampate verso la gloria, la Francia non molla in acqua 6, è lì, anche la Polacca torna fuori prpeprotente (sic) in acqua 5, ma la nostra papera è lì, non cede, non molla, con la grande classe dello spirito combattente che non cede, non cede mai, dello spirito che non va in soffitta, non si mette in soffitta, eccola, ma bisogna stare attenti, ultimi metri, torna la polacca, la francese è lì ma la prpapera (sic) italiana è prima, è prima, prima Italia con l'orgoglio del campione, della campionessa, la papera italiana, la francese è seconda, al fotosfinishs (cic) la polacca con la papera australiana in acqua quattro, ma la nostra papera è in finale, una finale storica"

Tag:

Pornolimpiadi

by sasso67 (27/08/2004 - 15:52)

sollevamento pesiSiamo in tema. Le pornolimpiadi (il sito contiene anche dei brevi filmati delle imprese più importanti) si sono svolte a Bucarest nel 2003, sponsorizzate dalla nota marca di preservativi Trojan.

Come si può vedere, nel medagliere l'Italia si è fatta onore, giungendo settima alle spalle degli USA, della Russia, della Cina, dell'Australia, della Germania e della Francia (in realtà mi sa che quello sia il medagliere di Sydney 2000).

Da segnalare (nella foto) gli "atleti" ucraini del sollevamento pesi...

(Canzone del giorno: Bandabardò, L'estate paziente)

Tag:

Pallanuoto d'oro

by sasso67 (26/08/2004 - 20:11)

Formiconi abbraccia la BosurgiQueste ragazze ci hanno dato una soddisfazione grandissima, battendo le padrone di casa della Grecia con una partita sofferta (anche troppo!), conclusa con il punteggio di 10 a 9 dopo due tempi supplementari. Bisogna dire che gli arbitri non hanno favorito più di tanto le greche: soltanto un quattro metri (rigore) grosso come una casa negato alle azzurre per un fallo sulla Malato a un passo (una bracciata?) dalla porta avversaria. L'Italia, da anni magistralmente guidata dal tecnico Formiconi, è sempre stata in svantaggio e addirittura di due gol nel primo tempo supplementare, con la parità recuperata a nove secondi dalla fine. L'emozione è seconda soltanto a quella della finale Spagna - Italia di pallanuoto maschile di Barcellona 1992, che vedemmo al circolino in gruppo, con Pelo che si identificò talmente con Franco Porzio da presentarsi con la mia cuffia da piscina in testa (per la cronaca, non si sa come, era anche macchiata di gelato).

Le azzurre della pallanuoto sono grandissime e purtroppo chissà quando avremo di nuovo una squadra così; molte delle nostre atlete infatti sono giunte alla fine di un ciclo che le ha portate a vincere tutto: 4 campionati europei, 2 mondiali, una olimpiade. Probabilmente questa è stata l'ultima partita per Cristiana Conti (il miglior portiere donna del mondo, forse la più grande della storia della pallanuoto femminile), Lilly Allucci, Giusy Malato. Grazie a loro e alle nuove come la Di Mario, la Bosurgi, la Ragusa. GRANDI!!!

(Canzone del giorno: Serge Reggiani, L'Italien)

Tag:

Casco d'oro (J. Becker)

by sasso67 (26/08/2004 - 13:26)

Casco d'oro (Francia, 1952) di Jacques Becker. Con Simone Signoret (Marie "Casco d'oro"), Serge Reggiani (Georges Manda), Claude Dauphin (Felix Leca), Raymond Bussières (Raymond), Gaston Modot (Danard), Paul Barge (Ispettore Giuliani), Dominique Davray (Julie).

Casco d'oro (una scena)Parigi, quartiere di Belleville (lo stesso dei romanzi di Pennac), 1898. La bionda e bella prostituta Marie, detta Casco d'oro per il colore e l'acconciatura dei capelli, conosce il falegname (ma pregiudicato) Georges Manda e se ne innamora, ricambiata. Il giovane operaio, provocato, prima uccide il suo protettore Roland, poi, per vendetta, il capobanda Leca che aveva denunciato il suo amico Raymond per l'omicidio di Roland. Il finale tragico vedrà Marie alloggiata in una squallida pensione ad assistere all'esecuzione capitale di Manda.

Il film comincia come un dejeneur sur l'herbe e finisce come un romanzo d'appendice alla Eugene Sue, ma nel mezzo si svolge un dramma che, grazie all'abilità di Becker, non si trasforma mai in melodramma. Eppure il rischio c'era, così come tutti gli elementi del genere: l'amore contrastato, l'omicidio, la delazione, l'amicizia forte fino alla morte, la gelosia, la vendetta. Invece il film si muove con una secchezza inusuale per il cinema francese dell'epoca e se alla fine degli anni Cinquanta i registi della Nouvelle Vague si scagliarono contro il "cinema di papà", certo non ce l'avevano con Becker che, anzi, può essere visto come un loro precursore. Le scene di violenza non sono mai enfatizzate, quelle d'amore mai caricate fino a diventare stucchevoli. Becker mantiene un tono ellittico che non dice ma fa capire, anche grazie ad un cast di attori davvero eccellente: la giovane Simone Signoret, bella e brava come forse mai più nella sua carriera, scanzonata al punto giusto, ma anche determinata nel suo amore disperato fino a scarificare quel poco che rimaneva della sua "onorabilità" (non si dimentichi che ci si trova comunque nel periodo della cosiddetta belle epoque); un eccezionale Serge Reggiani, deciso e scattante come un gatto da marciapiede; un sobrio Raymond Bussières, che interpreta un poco di buono simpatico e leale che ha fatto scuola.

Mediocre, come sempre, il doppiaggio italiano, che uniforma i personaggi, soprattutto quelli femminili. La doppiatrice della Signoret, in particolare, ha doppiato centinaia di attrici dell'epoca, uniformandone l'immagine ed appiattendone la recitazione. Questo è uno dei casi in cui una versione originale sottotitolata avrebbe grandemente giovato al film.

Tag:

Cempsion Lig

by sasso67 (25/08/2004 - 23:32)

Abbiamo spezzato le reni al Djurgarden. Trascinata da un mitico Olivera la Juve batte la squadra svedese per 4 a 1 in trasferta, qualificandosi per il primo turno della Champions League. I redivivi (nell'ordine) Del Piero, Trezeguet (doppietta) e Nedved hanno segnato i gol bianconeri. La notizia principale è che né MonteroBlasi sono stati ammoniti, anche se va ricordato che l'arbitro era l'inglese Poll e notoriamente gli arbitri inglesi sono molto più tolleranti verso il gioco duro. Una cosa che fa molto piacere è avere eliminato la squadra che ha vinto il campionato nella nazione delle merde gialle (gli svedesi), questa sera in maglia azzurra. Ormai anche gli scandinavi, giocatori e tifosi, dimostrano una sportività pari alla nostra (cioè zero): i giocatori svedesi facevano scene pietose, mettevano le mani in faccia agli avversari (Olivera), tiravano calcetti, mentre i tifosi gettavano oggetti a chi batteva i corner.

Non ci si faccia illusioni: in realtà il Djurgarden è una squadra mediocre di giocatori mediocri (come può il giovane Hysen, velocissimo, essere figlio del vecchio Hysen, poco più veloce di una quercia secolare? sarà un corno?) e né la Juve né l'Inter, vittoriosa per 4 a 1 con il Basilea, troveranno nel nostro campionato difese tanto compiacenti: Adriano e Trezeguet non avranno vita facile contro Nesta e Stam.

Tag:

Pallavolo: Italia - Argentina 3 a 1

by sasso67 (25/08/2004 - 17:52)

Gli argentini non sono una grandissima squadra di pallavolo, ma sono, come in tutti gli sport che praticano, dei grandissimi lottatori. La squadra sudamericana è formata (come del resto quella di basket) quasi esclusivamente da italoargentini (Giani, Meana, Patti, Porporatto, Peralta, Ferraro), con un paio di oriundi slavi (il fortissimo opposto Marcos Milinkovic e Spajic) e un Valerio Vermigliosolo vero ispanico (il grezzo ma grintoso Elgueta). L'Italia è più forte: presi uno per uno forse il solo Milinkovic prevale sugli azzurri. Per il resto, Vermiglio è probabilmente il miglior palleggiatore del mondo e Fei e Mastrangelo costituiscono una coppia centrale spesso insuperabile. Papi e Sartoretti opposti fanno paura, anche se il secondo (giocatore che a me non piace) deve trovare le cadenze giuste. L'altro opposto Cernic è stato molte volte decisivo in queste partite dell'olimpiade, anche se oggi non era in giornata e Montali l'ha sostituito con Andrea Giani (36 anni). Molto bravo, anche se poco appariscente, è anche il libero Damiano Pippi, uno dei migliori ricettori al mondo.

I battitori italiani hanno costantemente cercato Elgueta che, fortissimo sotto rete, fa scacazzare in ricezione. Il primo set se l'è aggiudicato l'Argentina, dopo di che l'Italia ha cominciato a giocare come sa e ha vinto secondo, terzo e quarto set, anche se tutti i parziali sono stati molto combattuti. Migliori in campo, a mio parere, Vermiglio (numerosi anche i punti realizzati dall'alzatore in secondo tocco) e Fei: i due campioni della Sisley Treviso hanno spesso giocato in veloce sorprendendo i centrali argentini. Come ha sottolineato lo speaker Pancani, "fa piacere quando si sente lo shtun! della palla che tocca terra sulle schiacciate di Fei".

In semifinale ci tocca la Russia che ci ha battuti nel girone eleiminatorio appena due giorni fa (2 a 3). Noi speriamo che sia tutta un'altra storia: gli unici che fanno davvero paura sono i brasiliani.

(Canzone del giorno: I Califfi, Marshall Jim)

Tag:

Podio della vergogna

by sasso67 (25/08/2004 - 16:50)

La Grecia. Colossale figura di merda dei greci, prima con le stelle Kenteris e Thanou che simulano un incidente di motocicletta per sfuggire ai controlli antidoping e vengono squalificati, poi anche un sollevatore di pesi di buon nome. Non era mai accaduto che tre grossi atleti del paese ospitante venissero beccati in flagrante doping. Una vergogna nazionale, più della medaglia d'oro usurpata dall'anellista Tampakos: ogni salto, ogni lancio, ogni corsa, ogni sollevamento degli atleti greci puzzerà un po'.

Robert FazekasRobert Fazekas. Il discobolo ungherese ha superato ogni limite. Su Repubblica la sua trovata è stata paragonata a uno sketch di Totò. Dopo avere vinto l'oro nella gara di lancio del disco, in sede di antidoping si era addirittura applicato ai testicoli una protesi color carne per simulare la minzione ed inserire in provetta urina pulita. Purtroppo per lui, i giudici avevano avuto una soffiata in tal senso e l'hanno tenuto d'occhio finché non ha fatto pipì. E a Fazekas non veniva. Beveva, beveva, ma non pisciava. Finché il presidente dei giudici si è stufato e ha ordinato di perquisirlo. A quel punto il colosso magiaro è scappato lagnandosi che i giudici lo volevano umiliare. Gli è stata revocata la medaglia d'oro, che è stata attribuita al lituano Alekna, secondo classificato nella gara del peso.

La squadra italiana di baseball. Ha perso tutti gli incontri disputati e anche in maniera netta. E un suo giocatore (l'oriundo americano Francia) è stato trovato positivo all'antidoping. Almeno se le sostanze fossero servite a vincere... Invece no, becchi e bastonati.

Tag:

Discipline olimpiche e buffonate

by sasso67 (24/08/2004 - 21:27)

Tra le gare disputate oggi (bruttissima la sconfitta degli azzurri di Gentile guidati da un evanescente metronomo Pirlo e anche la sconfitta delle pallavoliste contro Cuba), esaltante la vittoria a due secondi dalla fine delle pallanuotiste (il cosiddetto setterosa che, al contrario del Tania Di Mariocosiddetto settebello, è ancora in gara) contro le americane: il gol all'ultimo tuffo della Zanchi rimarrà nella storia, ma nella memoria resta anche la faccia cattiva della nostra cannoniera Tania Di Mario, la quale, dopo aver segnato, prende sempre per il culo le avversarie, dimostrando scarso spirito olimpico (sempre un abisso sopra a Roch e agli altri francesi della scherma), ma distruggendo le avversarie sul piano psicologico.

Tutti gli sport decisi dai giudici sono pagliacciate (compresi certi incontri di boxe e certe esibizioni di ginnastica), e soprattutto: il completo d'ippica - in particolare il dressage, una disciplina che consiste nel far vedere quanto sia bravo un cavallo a muovere i piedi (si chiamano così?) e il nuoto sincronizzato, disciplina nella quale due ballerine classiche con una molletta al naso si tuffano in piscina con un sorriso idiota stampato in faccia.

«Non ha stretto i glutei al momento giusto e ha pagato dazio.» (Oscar Bertone commentando la gara di tuffi)

(Canzone del giorno: Biglietto per l'inferno, Il tempo della semina)

Tag:

Un'adorabile pezzettino di merda

by (24/08/2004 - 11:22)

Ghost World (USA, GB, GER 2000, di Terry Zwigoff)

 

Ghost WorldEnid (Thora Birch) è un’adorabile pezzettino di merda che, insieme all’amicissima Rebecca (Scarlett Johansson), si è appena diplomata. Le due fanno diverse stronzate nell’attesa di decidere il loro futuro; una di queste è giocare uno scherzo ad un imbranato e sfigatissimo collezionista di musica jazz e blues (un grande, come al solito, Steve Buscemi), di cui Enid finisce per invaghirsi.

Non si tratta della solita solfa post-adolescenziale americana, anche se le fregolette ci sono, ma il tono ed i dialoghi sono abbastanza divertenti ed irriverenti (Che cazzo starà facendo Josh? - Secondo me si fa una sega. - Boh io penso non si faccia neanche quelle). Ovviamente Enid è una ragazza piena di dubbi che non sa cosa ne sarà della sua vita, cambiando diverse volte stile di vita e progetti e qui non c’è niente di che, appare tutto quasi scontato; mentre l’amica, appena meno ribelle, alcune idee precise le ha. Più che altro il film è una favoletta un po’ cattivella sui dubbi, le indecisioni ed il carattere incerto della protagonista, che ogni tanto fa scappare la pazienza allo spettatore, ma non può non farsi volere bene. L’unico punto fermo della vita di Enid non è l’amorfissimo padre e neppure Seymour (Buscemi, troppo più grande di lei, ci saranno 20 anni di differenza, infatti resterà solo il suo eroe), ma un vecchio rincoglionito che aspetta l’autobus ad una fermata soppressa da 4 anni… qualunque cosa succeda so che tu ci sarai sempre. Invece alla fine il vecchio parte davvero e, poco dopo, anche Enid prende quell’autobus verso chissà cosa, verso chissà quale altra indecisione o dubbio esistenziale.

Tag:

Psicoanalisi iowaiana

by (24/08/2004 - 01:12)

Rain (USA, SP, GER 2001, di Katherine Lindberg)

RainBeh la trama merita una citazione: Paul e Patsy sono due amanti, il figliastro di lei (Richard) li becca quasi subito, Helen (la moglie di Paul) tira una fucilata al marito e lo stende (bella scena); Richard ed Helen sono pure amanti ed alla fine si scopre che sono madre e figlio (lei fino ad allora ignara, lui per sempre) ed il padre è quel cornuto di Tom (sceriffo aspirante sindaco), marito di Patsy, che nel frattempo Richard ha ammazzato a coltellate. Alla fine Helen brucia vivo l'amante-figlio, dopo avergli detto ti amo.

Detta così sembra una barzelletta ed in effetti a tratti fa capolino una sceneggiatura al limite del demenziale involontario. Però esce anche fuori una certa sincerità ed un fondo di sana, pura cattiveria o follia tout court che richiama (come anche l'ambientazione disperatamente rurale, anche se infinitamente meno assolata) alcune atmosfere dello stupendo Riflessi sulla pelle. Il film ha il pregio di essere lungo il giusto, però purtroppo i personaggi sono poco approfonditi per cui molti risultano poco più che macchiette (depresse, isteriche, infoiate o disilluse che siano).

Tag:

Audisio III: non ci posso credere!

by sasso67 (23/08/2004 - 20:20)

(Maledetti i dissuasori e chi li ha voluti)

Acirieccola (da Repubblica di oggi):

«A testa bassa, per sfondare il tempo. Poi faccia in alto, per urlare al destino. Poi in ginocchio a terra, per fermare il mondo che gira e il cuore che trema. Poi più niente. Basta, fine, sei padrone. Tu, ragazzo troppo eccitato. Incapace di concentrarti a scuola. Dai Justin, prendi la pillola, e vedrai che ti calmi. Justin, quello che in classe non capiva le domande, perché aveva sempre la testa altrove. Justin, quello che nel 2001 risultò positivo a quella medicina che aiuta a stare attenti a quello che dice la maestra¹. E che per questo era stato sospeso un anno. Justin Gatlin si è preso i cento metri in 9" 85. Li ha tenuti stretti tra le braccia fino alla fine. Lui, lo svogliato.»

Mi sembra incredibile che un giornale antiretorico come La Repubblica continui ad affidare i commenti delle imprese sportive ad una scribacchina retorica e involuta come l'Audisio: il trionfo della paratassi e dell'anacoluto (come questo: «Metti il programma sbagliato e dalla lavatrice delle tue emozioni i cento ti escono corti e rattrappiti. Te li misuri, non ti vanno più bene e li rifiuti: non sono miei»).

¹ Considerando che Justin Gatlin è nato nel 1982, se nel 2001 andava ancora alle elementari, e' ti dev'essere un sorbo di nulla.

(Canzone del giorno: Tri Yann, An Distro Euz A Vro Zaoz)

Tag:

La fortuna di Cookie (R. Altman)

by sasso67 (22/08/2004 - 14:56)

La fortuna di Cookie (USA, 1999) di Robert Altman. Con Glenn Close (Camille Dixon), Julianne Moore (Cora Duvall), Liv Tyler (Emma Duvall), Chris O'Donnell (Jason Brown), Charles Dutton (Willis Richland), Patricia Neal (Jewel Mae "Cookie" Orcutt), Ned Beatty (Lester Boyle), Courtney B. Vance (Otis Tucker), Donald Moffatt (Jack Palmer), Lyle Lovett (Manny Hood).

Requiem per un grande regista. Altman ha recitato il suo canto del cigno con America oggi (1993) e ai film successivi i critici e i fan più sfegatati hanno continuato a tributare stelline ed onori in maniera molto generosa. Con questo La fortuna di Cookie (il titolo originale, Cookie's Fortune, è un gioco di parole relativo ai fortune cookie, i biscotti della fortuna cinesi, quelli con il bigliettino) il regista di Kansas City (Missouri), classe 1925, torna nel suo Sud (qui siamo a Holly Springs, Mississippi) e realizza un frullataccio che ricorda The Hot Spot (1990) di Dennis Hopper incrociato con il Vanja sulla 42ª strada (1994) dell'ultimo Louis Malle (gli intermezzi teatrali, anche se qui siamo a livelli da filodrammatica), ibridato con A spasso con Daisy (1989) di Bruce Beresford. E quel che è peggio senza raggiungere il risultato di nessuno dei film citati. E Altman non riesce a dare un senso alla propria operazione nonostante un cast notevolissimo: Glenn Close, i fedelissimi Julianne Moore, Ned Beatty e Lyle Lovett, passando per l'ottima Patricia Neal e i giovani Liv Tyler e Chris O'Donnell.

Come spesso accade, il difetto è già nella sceneggiatura (di Anne Rapp), che ricrea una cittadina del Sud programmaticamente lenta e sonnacchiosa, dominata dall'odore del pesce del grande fiume. La storia, infatti, gira intorno a sé stessa senza dire niente di nuovo e senza dirlo bene: l'ironia del grande regista di M.A.S.H. e Nashville è ormai spenta, mentre gli attori, pur bravissimi, ripeto, e soprattutto le donne, recitano personaggi caricati: da una cattivissima Glenn Close (strano, eh?), ad una Julianne Moore, svampita di maniera, a Liv Tyler, scontata ragazzina simpatica e scanzonata. Purtroppo tutto l'insieme è poco credibile, dalle manovre delle due sorelle Camille e Cora per simulare l'omicidio (quale sarebbe l'onta nell'avere una zia, fra l'altro poco amata, suicida?), alla pochezza della polizia locale che lascia le due nipoti entrare nella casa del delitto nonostante i sigilli e il piantone (un vero colabrodo), fino al finale con agnizioni varie che nemmeno le tragedie greche o le commedie di Terenzio. E se Altman deve ricorrere alle scene di sesso (non mostrate esplicitamente, per la verità) tra Liv Tyler (più bella che brava e molto, ma molto, sopravvalutata) e Chris O'Donnell, be', siamo proprio alla frutta.

Donald Moffatt, che interpreta l'anziano avvocato Jack, è doppiato da Enzo Garinei e non se ne può davvero più di questa vocetta da caricatura.

Tag:

Indice dei film

by sasso67 (21/08/2004 - 14:09)

(Maledetti i dissuasori e chi li ha voluti)

Indice dei film.

  1. El topo (23/02)
  2. La montagna sacra (28/02)
  3. Bad Taste (05/03) Fele
  4. Bowling a Columbine (16/03) Fele
  5. Nameless (18/03) Fele
  6. Ronin (19/03)
  7. Non toccare la donna bianca (24/03)
  8. Horror giapponesi in genere (26/03) Fele
  9. Animal Crackers (27/03)
  10. Ricordi della casa gialla (31/03)
  11. Blaise Pascal (31/03)
  12. Jesus Christ Superstar (08/04)
  13. Arizona Dream (10/04)
  14. Pastorale (12/04)
  15. Faccia di Picasso (13/04)
  16. Totò di notte n. 1 (16/04)
  17. Una storia americana (21/04)
  18. Spalle nude (24/04)
  19. Les Amants (25/04)
  20. Il monaco di Monza (25/04)
  21. Zulu Dawn (26/08)
  22. La terza generazione (05/05)
  23. A ciascuno il suo (08/05)
  24. Pickpocket (08/05)
  25. Uomini contro (09/05)
  26. My Name is Tanino (09/05)
  27. Agostino d'Ippona (12/05)
  28. Le lacrime amare di Petra Von Kant (14/05)
  29. Sur (15/05)
  30. L'assassinio di un allibratore cinese (16/05)
  31. Tirate sul pianista (16/05)
  32. Heavy Metal (18/05)
  33. Boiling Point (18/05)
  34. Macbeth (19/05)
  35. La notte brava del soldato Jonathan (21/05)
  36. Socrate (22/05)
  37. Pickpocket (22/05) II
  38. Heat - La sfida (23/05)
  39. Il giorno dello sciacallo (23/05)
  40. Taking Off (26/05)
  41. Era mio padre (26/05)
  42. Identificazione di una donna (27/05)
  43. This Is Spinal Tap (29/05)
  44. Amico tra i nemici, nemico tra gli amici (29/05)
  45. Revolution (05/06)
  46. El Alamein (11/06)
  47. Il settimo sigillo (13/06)
  48. All'ovest niente di nuovo (13/06)
  49. Matrix (16/06) Fele
  50. Femmine in gabbia (19/06)
  51. Cuori ribelli (20/06)
  52. Il tocco della medusa (27/06)
  53. Satansbraten (27/06)
  54. L'imbalsamatore (01/07)
  55. Il Marchese del Grillo (06/07)
  56. La ragazza di Tony (09/07)
  57. Ti ricordi di Dolly Bell? (10/07)
  58. Il ciclone (10/07)
  59. La corazzata Potëmkin (11/07)
  60. Magdalene (18/07)
  61. Prima pagina (18/07)
  62. Giornata nera per l'ariete (23/07)
  63. Auto Focus (25/07)
  64. Inno di battaglia (25/07)
  65. Keep Cool (27/07)
  66. Gli avvoltoi hanno fame (28/07)
  67. Lo straniero senza nome (30/07)
  68. La balia (31/07)
  69. Cambio marito (01/08)
  70. La sottile linea blu (01/08)
  71. Django (02/08)
  72. Arsenal (02/08)
  73. Spider (03/08)
  74. Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! (04/08)
  75. Ebbro di donne e di pittura (05/08)
  76. Il lungo giorno finisce (06/08)
  77. Sobborghi (07/08)
  78. 11 settembre 2001 (09/08)
  79. L'arpa birmana (10/08)
  80. Donna Flor e i suoi due mariti (12/08)
  81. Poliziotto privato: un mestiere difficile (13/08)
  82. The Wanderers - I nuovi guerrieri (14/08)
  83. Shaft (14/08)
  84. Mean Machine (15/08)
  85. Tutto o niente (17/08) Fele
  86. City Of God (18/08) Fele
  87. La calda amante (21/08)
  88. La fortuna di Cookie (22/08)
  89. Rain (24/08) Fele
  90. Ghost World (24/08) Fele

Tag:

La calda amante (F. Truffaut)

by sasso67 (21/08/2004 - 11:42)

(Maledetti i dissuasori e chi li ha voluti)

La calda amante (Francia, 1964) di François Truffaut. Con Jean Desailly (Pierre Lachenay), Françoise Dorleac (Nicole), Nelly Benedetti (Franca), Daniel Ceccaldi (Clément), Jean Larnier (Michel).

Secondo me Truffaut è stato (è) uno dei più grandi registi della storia: nella mia ipotetica top ten ci sarebbe. I quattrocento colpi è uno dei film più siceri e più belli mai realizzati, con un finale davvero da brividi, ma Truffaut amava le sue storie e i suoi personaggi, dai perdenti di Tirate sul pianista alle sue vedove nere (La sposa in nero) ai ragazzi selvaggi (Il ragazzo selvaggio), passando per il pompiere Montag (Fahrenheit 451), la sirena del Mississippi (La mia droga si chiama Julie) e il Claude Roc che amò due sorelle d'oltre manica (Le due inglesi).

La calda amante non mi è piaciuto per niente. C'è poco del Truffaut visto nei primi due film (I quattrocento colpi e Il pianista), c'è una freddezza nei riguardi dei suoi personaggi che non si ritrova in altri film del regista parigino, una freddezza sottolineata dalla figura anòdina del protagonista (interpretato da un insignificante Desailly) nonché dalla presenza algida della Dorléac. A proposito di quest'ultima va poi annotato come sia inopportuno il titolo italiano che traduce l'originale La peau douce, letteralmente "la pelle dolce". L'amante del titolo, infatti, una hostess di cui s'innamora il tranquillo studioso Pierre, sposato con una donna d'origine italiana, è tutt'altro che una donna calda, e non a caso la interpreta la compianta sorella di Catherine Deneuve, laLa Dorléac e Desailly quale, come la più famosa sorella, era una bellezza enigmatica, diafana, tutt'altro che calda, come dimostra anche il personaggio che interpreta nel film. La storia d'amore con Pierre la scivola addosso senza coinvolgerla più di tanto, e quando lui, che ha già chiesto il divorzio dalla moglie, le chiede di sposarlo, lo lascia. Il titolo del film avrebbe dovuto essere semmai "la calda moglie", tanto è vero che Franca, sentitasi umiliata dal ritrovamento delle fotografie del marito con la hostess, lo raggiunge in un ristorante e lo fulmina con una fucilata.

Ovviamente il problema del titolo italiano non è una colpa da imputare a Truffaut, ma l'ambiguità dell'intera operazione sta proprio nella scelta della storia - una prosaica avventura extraconiugale con conseguenze tragiche inimmaginabili - e dei personaggi: una scelta semplicemente sbagliata, tanto che l'unico personaggio degno di nota in questo film è proprio la moglie (Nelly Benedetti, secondo me molto più bella della presunta "calda" amante) del protagonista, purtroppo confinata in un personaggio secondario. Se l'ambiguità è volutamente il senso di questo film, be', complimenti a Truffaut (ma viene da pensare ad un altro film sempre con la Dorléac, Cul de sac, 1966, di Roman Polanski, nel quale l'attrice meglio s'intona all'assurda ambiguità dell'insieme), che analizza con il bisturi del chirurgo un triangolo amoroso che, comunque, era stato trattato con ben altri risultati in Jules e Jim (1961). Trattandosi comunque di cinema, da Truffaut ci si sarebbe aspettati un film più partecipe, affettuoso, spettacolare, e il mai troppo rimpianto regista francese aveva, e avrebbe, dimostrato di saper fare di meglio.

(Canzone del giorno: Motörhead, Orgasmatron)

Tag:

Emanuela colpisce ancora

by sasso67 (20/08/2004 - 16:24)

Repubblica insiste nell'affidare i commenti delle vittorie dello sport femminile ad Atene alle parole retoriche e agli anacoluti di Emanuela Audisio anche nel pezzo (Repubblica del 19 agosto 2004) sulla medaglia d'oro della Vezzali e a quella d'argento della Trillini. Ecco il mirabolante inizio, con il quale l'Audisio riesce a scrivere una colonna di giornale senza nemmeno una proposizione principale.

«Le duellanti. Quando la vita è un derby. Due donne, un mondo comune. L'altra come nemica. Sempre lei. Quella che dorme nella tua stessa stanza, che mangia al tuo stesso tavolo, che ha il tuo stesso incubo. Quando l'altra non ti lascia mai in pace, e ti stanca anche nei sogni. Quando apri gli occhi e scopri che lei ci sarà sempre: a colpirti, a studiarti, a rubarti la gloria. Giovanna e Valentina, quattro anni di differenza, per il resto tutto uguale: la città, lo sport, il primo maestro, la prima palestra, la tecnica, il cinema come hobby. Due cresciute insieme, a Jesi. Tutte e due sposate. Ma diverse, così tanto da dividersi il mondo. Io da una parte, tu dall'altra. Una nel Corpo forestale, l'altra nelle Fiamme oro¹. Una calma, intima, timida. Una che non balla facilmente, una che prepara l'affondo, che abbassa gli occhi. Giovanna, sì.»

Una volta questo stile di scrittura può anche essere accettabile, poi diventa maniera, un po' come Django e Sartana nei confronti di Per un pugno di dollari. Per fortuna ieri nessuna atleta italiana ha vinto medaglie di metallo prezioso. Cioè: mi dispiace, ma almeno ci siamo risparmiati l'overdose di punteggiatura dell'Audisio².

¹ Da come era cominciato il discorso sembrava che la Vezzali fosse una piromane conclamata.

² La giornalista di Repubblica notoriamente abboccò, l'anno scorso, alla megabufala della caccia alla "donna bambi".

Tag:

Ai lettori di Repubblica

by sasso67 (18/08/2004 - 17:17)

Chi abitualmente legge Repubblica lasci perdere le sbrodolate mielose e patriottarde di Emanuela Audisio sulle atlete italiane: "Testarde, brave e vincenti le donne del nostro sport". Si tratta di un pezzo al limite dello svacco nazionalpopolare, colmo di retorica enfatizzata da pause ad effetto e punti come se piovesse, per uno stile di scrittura sincopato al confine estremo dell'illeggibilità.

Un esempio, dall'inizio del pezzo: «Federica, ora. Un'esordiente, una minorenne. Quella alta e bionda che si mette alle spalle quasi tutto il mondo. Così, con un sorriso. Via, pussa via, tutte le altre. Le grandi. Federica Pellegrini, argento nei 200 stile libero. Una ragazza made in Italy. Finalmente l'Italia torna sul podio del nuoto femminile. Dopo trentadue anni. Federica, ora.»

E poi giù paragoni con Ondina Valla, Sara Simeoni, Antonella Ragno. Ma per favore, quelle erano grandissime campionesse che in un'Olimpiade vinsero l'oro. Passa un abisso tra chi vince un argento e chi vince un oro. La Simeoni è stata la più grande atleta donna italiana di tutti i tempi, con un oro olimpico e un record mondiale nel salto in alto. La Pellegrini, con tutto il rispetto, non è (ancora) a quei livelli. Ripassi magari tra quattro anni. E. (ma che voglio rimanere addietro nel mettere i punti e le virgole? "adbundandis adbundadis" direbbe Totò). Si porti dietro. Anche la Audisio. Tra quattro, anni.

All'estremo opposto citerei come esempio di scrittura leggere, ironica e intelligente, il pezzo di Michele Serra sulla bandana di Berlusconi, del quale riporto un minuscolo pezzettino (anche questo tratto da Repubblica di oggi 18 agosto 2004), quasi all'inizio.

«[...] A noi tocca, da qualche anno, soprattutto verificare e controllare, giorno dopo giorno, che gli elementi di commedia rimangano prevalenti, nella vicenda italiana contemporanea, rispetto a quelli potenzialmente tragici. Da questo punto di vista, il Bandana-Day è un segnale abbastanza controverso. Da un lato tranquillizza: è difficile immaginare un uomo con la bandana asserragliato a Palazzo per indire un golpe - al massimo starà covando un gavettone. [...]»

Tag:

Frullato carioca

by (18/08/2004 - 03:23)

City of God (Cidade de Deus, BRA/FR/USA 2002, di Fernando Meirelles).

Ingredienti del frullato: 40% di Tarantino, 10% di Scorsese, 10% di John Woo (quello acerbo, non quello avariato proveniente dagli USA), 10% di neorealismo, 30% di roba varia, cioè la scelta originale del regista e degli altri ideatori del film, ovvero l’ambientazione (la Città di Dio è una delle favelas di Rio de Janeiro) e poco altro. C’è anche un po’ di romanzo di formazione (il protagonista che cresce, i suoi tentativi con una ragazza, la perdita della verginità, trovare un lavoro vero ed onesto, magari un po’ voyeuristico e compiaciuto come quello del fotografo delle schifezze e delle violenze di un mondo degradato). Meirelles riesce a rompere anche uno dei tabù del cinema: l’uccisione dei bambini e le violenze su di essi (verbali, manesche ma soprattutto dei proiettili); in una sequenza ai limiti del disturbante (ma il film non dà quasi mai del tutto questa sensazione perché le vicende sono filtrate dall’occhio scansonato e fumettoso [alla Tarantino] o iperrealistico [alla Woo]) una banda di giovani cattura due ragazzini, il più grande viene ucciso ai margini dell’inquadratura, mentre il più piccolo (5-6 anni al massimo) si prende solo una pallottola in un piede.

Suggestive molte inquadrature sbilenche (niente di nuovo, intendiamoci) o certe sequenze, come quella dell’uccisione sbagliata in discoteca, con le luci intermittenti che ti fanno solo intravedere cosa sta accadendo.

Gli ingredienti dunque sono discreti ed il risultato è gustoso anche se forse troppo lungo ed a tratti ridondante. Tarantino comunque resta l’ispiratore principale (l’ironia della violenza, i tempi non lineari [di contro abbiamo quasi un’unità di luogo aristotelica], pur non arrivando all’incasinamento del grande Jackie Brown, di cui c’è pure una citazione palese) di un’opera a tratti anche originale ed interamente gustosa.

La tendenza morale del film è abbastanza netta: circa a metà il protagonista - uno buono e giusto - capisce che l’onestà non rende (e qui l’opera sembra sovversiva), ma i suoi tentativi di diventare un delinquente falliscono tragicomicamente ed in fondo, poi, forse è meglio assolvere tutti perché la violenza nasce dalla miseria e dall’ignoranza. Un po’ banale e risaputo, ma anche politico ed accusatorio. Insomma un cartone animato post-moderno.

Tag:

Seed'n'Feed 2

by sasso67 (17/08/2004 - 17:32)

E allora devo di nuovo ringraziare Giacomo Pumilia che, letto il mio commento su Modulo 25 del gruppo di Viareggio, contenente alcune perplessità sul cantato in italiano, mi ha fatto pervenire un album precedente in inglese. L'album si chiama Here We Are (1997) ed è molto più punk del successivo Modulo 25. Si tratta, direi, di un emocore melodico (vabbe', mi arrendo: tra tutte le definizioni del punk contemporaneo mi ci perdo), comunque nel solco di band (soprattutto) americane, quali Anti-Flag, Bouncing Souls, No Use For A Name. Si tratta di undici pezzi allo stesso tempo veloci e melodici suonati con ottima tecnica. Niente di nuovo sotto il sole, ma fatto bene e soprattutto, come richiede il genere punk (soprattutto nell'incarnazione emo), fatto con il cuore.

Alla luce di questo album si riesce anche ad apprezzare di più anche Modulo 25 e non perché Here We Are valga poco. Lo dico perché si apprezza lo sforzo dei giovani di casa nostra di proporre qualcosa di originale, nuovo, nostro; e del resto la storia insegna che quando i musicisti italiani hanno voluto produrre qualcosa di originale hanno sempre fatto grandi cose, basti pensare al progressive anni settanta di PFM, Banco, primi New Trolls, Orme, Balletto di Bronzo, Biglietto per l'inferno e così via, o all'hardcore italianissimo degli anni ottanta di Negazione e Kina (ma perché quando parlo di musica finisco sempre con questi due gruppi?).

Tag:

Le profondità dell’anima in una vita di merda

by (17/08/2004 - 14:20)

Tutto o niente (All or Nothing, GB/FR. 2002, di Mike Leigh con Timothy Spall, James Corden, Lasley Manville, Alison Garland).

Timothy SpallC’è più profondità nell’ultimo film di Mike Leigh che nell’ottanta percento (e passa) del cinema americano. Sentimenti veri, profondi, sofferti nelle vite disagiate dei personagi sudaticci, un po’ sporchi e malsani, ma quasi tutti totalmente dignitosi, come il vecchio paraplegico che rifiuta il passaggio gratis dal tassista Phil (Spall). Nel film c’è una Londra marginale delle periferie in cui si fatica ad arrivare alla fine del mese, ma probabilmente anche della giornata, se trovi chi non ti paga la corsa del taxi o un fidanzato che diventa violento perché sei rimasta incinta (di lui) o perché - già alcolizzata - bevi un bicchiere di troppo oppure perché ti prende un infarto in mezzo ad un cortile, a 18 anni.

Leigh ci sa fare, come nel capolavoro Naked che era esistenzialista, schopenhaueriano e disperato, con dei monologhi intensissimi da strappare le lacrime, dove esprimeva il male di vivere universale, più montaliano che leopardiano col protagonista (un irripetuto David Thewlis) dal cammino cosparso da cocci aguzzi di bottiglia. Ed in Tutto o niente (grazie di aver tradotto il titolo originale alla lettera) la parte principale è quella di Timothy Spall (la cui bravura, come quella di quasi tutti gli attori, mette i brividi) che in un paio di battute sostanzia tutto il film e forse tutta la verità del malessere di essere persone (si nasce, si muore, è tutto qui). E, cazzo, senza amore non si va da nessuna parte (come si vede in una delle scene finali, in verità troppo lunga e patetica [unico momento debole del film], dove Phil e la compagna arrivano - per così dire - alla resa dei conti sentimentale) in questo schifo di mondo, in queste vite di merda. Ed infatti chi ritrova l’amore forse ha una minima speranza di salvarsi, almeno di sopravvivere, mentre in Naked non c’era quasi via d'uscita ed il protagonista alla fine fuggiva verso il vuoto, il nulla semi-salvifico.

Di fronte ad un Leigh tanto ispirato, spiace un poco che in Italia nessuno sia in grado di concepire cose tanto banali nei concetti quanto sublimi nelle forme, come del resto salta alla mente tanta inutilità filmica britannica, a partire dal sopravvalutato, ripetitivo ed anoriginale Ken Loach (qualcuno mi spieghi a cosa serve Sweet Sixteen).

Sublime.

Tag:

Pòle la donna...

by sasso67 (16/08/2004 - 17:36)

Io lì per lì pensai che Fele fosse ubriaco o impazzito. Sabato sera, saranno state le dieci e mezza, mi squilla il telefono, rispondo e sento un casino di gente che parla, ma nessuno all'altro capo. Poi la fatidica frase «O, so' io». Era Fele, da Greve in Chianti o dintorni, che dice: «A un certo punto ho sentito uno che diceva "Pòle la donna permettisi di pareggiare con l'òmo?" Sono andato a vedere ed era proprio lui, quello del film con Benigni». Dico io «Ha fatto anche il babbo di Pieraccioni nel Ciclone». Dice lui «O come si chiama?». Avevo il Mereghetti a portata di mano «Sergio Forconi». «Porconi?». «No, Forconi, come forca!». «Eh?». «Forconi! Con la F!». «Ah, come forca!». «Sì».

Dopo mezz'ora mi ritelefona «Mi so' fatto fa' l'autografo hahaha». «È stato contento che tu l'abbia riconosciuto?». «M'è parso di sì». «Via, bòna». «Bòna».

Ed eccola qua, la preziosa reliquia.

La preziosa reliquia

Tag:

Jarmila Kratochvilova

by sasso67 (16/08/2004 - 17:17)

Jarmila KratochvilovaL'atleta cecoslovacca detiene il record più vecchio dell'atletica leggera, quello degli 800 metri, stabilito a Monaco di Baviera il 26 luglio 1983. La Kratochvilova, classe 1951, era un armadio a due ante con le gambe, nato per caso con il sesso femminile. Su di lei non c'era bisogno di intervenire con sostanze dopanti o anabolizzanti di alcun genere: era un deposito ambulante di testosterone. Ma anche una grande atleta.

Tag:

Mean Machine (B. Skolnick)

by sasso67 (15/08/2004 - 16:34)

Mean Machine (USA/GB, 2001) di Barry Skolnick. Con Vinnie Jones (Danny Meehan), David Hemmings (direttore), Jason Statham (il Monaco), Jason Flemyng (Bob LIkely), David Kelly (Doc), Ralph Brown (Burton), Sally Phillips (Tracey), Vas Blackwood (Massiccio), Robbie Gee (Troy), Geoff Bell (Ratchett), John Forgeham (Sykes), Danny Dyer (Billy la Piattola).

Jones in Mean MachineMean Machine è il remake di un vecchio film americano di Robert Aldrich, Quella sporca ultima meta (1974), un classico incrocio tra film carcerario e sportivo. Lì si trattava di football americano, qui di calcio: la squadra dei carcerati contro quella dei secondini. Un'ipotesi che, fra l'altro, si è realizzata proprio in Italia nel campionato scorso di terza categoria e chi abbia seguito al trasmissione di Raitre Sfide, ben lo sa (per la cronaca, la squadra dei galeotti, che per ovvi motivi giocava sempre in casa, pareggiò il primo derby e vinse il secondo per 4 a 0, riuscendo ad essere promossa in seconda categoria ai playoff). Qui la squadra è guidata da un ex calciatore della nazionale, già squalificato per slealtà sportiva (aveva venduto una partita contro la Germania), finito dentro per guida in stato di ebbreDavid Hemmings giovanezza e aggressione ai due agenti che l'avevano fermato.

Il film dello sconosciuto Skolnick affastella una serie di luoghi comuni impressionante, sia nel campo carcerario che in quello calcistico, ma, forse a causa della mia ultratrentennale passione calcistica (durante i Mondiali del '74 saltavo la cena per l'emozione), non riesco a bocciare questo Mean Machine (il titolo si riferisce al soprannome del protagonista). Si tratta come già detto di un remake, quindi niente di nuovo sotto il sole, ma i luoghi comuni e gli stereotipi sembrano davvero troppi anche per un film di genere come questo: il direttore disonesto, i secondini sadici (ma in fondo meno peggiori di quel che può apparire), il carcerato anziano e sentenzioso, il pazzo, il traditore, il boss eccetera, perfino una fugace parentesi di sesso, per il protagonista, con la segretaria del penitenziario. Nonostante tutto questo, che passa sopra al protagonista con la sua faccia da Franti cresciuto, se fossimo a scuola darei una striminzita sufficienza a questo allievo discolo che copia i compiti altrui (ma lo fa con un po' d'ironia e simpatia).

Proprio il protagonista è uno dei (pochi) punti di forza di Hemmings (1941-2003)quest'operina angloamericana. Vinnie Jones, faccia da bullo (un Cantona con gli occhi azzurri), una carriera a menare gli avversari, principalmente con la maglia del Wimbledon, considerato un cattivo del calcio (un Pasquale Bruno britannico), plurisqualificato (sulla sua minibiografia su www.imdb.com si legge che detiene il record per l'ammonizione più veloce della storia: esattamente tre secondi dopo aver messo piede in campo), non sfigura nei panni dell'attore. E infatti in pochi anni ha già partecipato a 17 film. Ha una faccia da schiaffi, può fare indifferentemente il buono e il cattivo e, sia detto senza offesa, in galera sembra esserci nato. Non c'è bisogno di dire che, alla fine, conduce la squadra alla vittoria, nonostante un pazzo furioso in porta (altro che Rinaglia!) e un attaccante conosciuto come Billy la Piattola, che ricorda il Trombino dei tempi d'oro. Enorme, dopo la partita, la delusione del direttore del carcere, un David Hemmings (scomparso nel dicembre 2003) irriconoscibile rispetto ai tempi di Blow Up e Profondo rosso: ma quanto aveva bevuto per ridursi in quelle condizioni?

Tag:

Shaft (J. Singleton)

by sasso67 (14/08/2004 - 16:06)

Shaft (USA, 2000) di John Singleton. Con Samuel L. Jackson (John Shaft), Christian Bale (Walter Wade jr.), Jeffrey Wright (Peoples Hernandez), Toni Collette (Diane Palmieri), Richard Roundtree (Zio Shaft), Vanessa Williams (Carmen Vasquez), Busta Rhymes (Rasaan), Dan Hedaya (detective Jack Roselli), Sonja John (Alice), Mekhi Phifer (Trey Howard), Isaac Hayes (Mr. H).

Il poliziotto di colore John Shaft, nipote del vecchio Shaft, ormai diventato investigatore privato, indagando sull'omicidio di un giovane di colore fuori da un bar, s'imbatte nel giovane figlio di papà bianco Walter Wade jr., figlio di un potente costruttore edile. Questi è fortemente sospettato di essere l'assassino, ma grazie alle conoscenze del padre, esce per ben due volte di prigione su cauzione. Shaft s'intestardisce contro il giovane, il quale si allea con un boss della droga portoricana, per avere la meglio sul poliziotto.

La chiamavano blaxploitation, termine che non piaceva ai neri, perché implicava il loro sfruttamento (la parola deriva da black + exploitation, cioè sfruttamento). E questa è nuovamente blaxploitation, benché i neri siano oggi ben vestiti (Jackson sfoggia nove diversi cappotti, disegnati da Giorgio Armani) e gli attori siano ormai dei divi di livello internazionale (si pensi allo stesso Jackson, a Vanessa Williams, al rapper Busta Rhymes, allo medesimo vecchio Richard Roundtree che interpretò lo Shaft originale). Le donne di colore si mordono le labbra al solo pensare di passare una notte con Shaft; lo Shaft zio, che ormai fa l'investigatore privato, esce dal bar con due stupende ragazze che potrebbero essero sue figlie, una bianca e una nera; i fratelli neri per la strada sono sempre gli stessi: dediti allo spaccio e alle liti per chi sia più macho.

La storia tutto sommato funziona, anche se sembra ricalcata più da un film dell'ispettore Callaghan che dello Shaft originale: Ci sono tutti gli stereotipi del genere, il che è anche comprensibile, trattandosi di una specie di remake - non remake. Sono alcuni personaggi e alcune svolte drammatiche che non convincono, come il portoricano interpretato da Wright, troppo di maniera per essere credibile, anche se parla di un dramma che può essere tipico del fuorilegge di successo: pur essendo potentissimo nel suo quartiere, non può entrare in un ristorante alla moda senza essere puntato a dito. E che dire della decisione del giovane rampollo Wade (Bale) di rivolgersi proprio al criminale ispanico per risolvere il proprio conto con Shaft? E' lo scrupolo morale di vedere l'amante del padre con indosso i gioielli della madre a convincerlo? E allora perché subito dopo prende gli altri gioielli che furono della mamma per andarli a impegnare?

Certo, rispetto ai vecchi Shaft, il nuovo ci guadagna in alcuni punti chiave: innanzitutto Samuel L. Jackson è un attore infinitamente più bravo di Richard Roundtree, e, al contrario dell'inespressivo predecessore, ha una gamma espressiva che guida il poliziotto attraverso le diverse fasi del film; lo stesso Jackson consente di dare al suo detective un'ironia che mancava allo zietto. Del resto, la lezione di Tarantino non è passata invano, e non si dimentichi che proprio Jackson (interprete di Pulp Fiction, ma anche del sottovalutato Jackie Brown) ne è stato un alfiere. Resta immutato lo score musicale, forse l'eredità più importante rispetto ai film diretti da Gordon Parks, dominato dalle note immortali di Isaac Hayes, che fruttarono al compositore un Oscar già nel 1971.

Un film più che sufficientemente godibile, direi, anche se non si tratta di niente d'eccezionale, nonostante la confezione lussuosa (si vedano i titoli di testa che riescono ad essere allo stesso tempo d'epoca ed ipertecnologici) ed il cast interessante.

Tag:

The Wanderers - I nuovi guerrieri (P. Kaufman)

by sasso67 (14/08/2004 - 13:58)

The Wanderers - I nuovi guerrieri (USA, 1979) di Philip Kaufman. Con Ken Wahl (Ritchie), Karen Allen (Nina), John Friedrich (Joey), Linda Manz (Pesciolino), Olympia Dukakis (madre di Joey), Toni Kalem (Despie Galasso), Tony Ganios (Perry), Alan Rosenberg (Turco), Jim Youngs (Buddy), William Andrews (Emilio), Erland Van Lindth (Terrore), Dolph Sweet (Chubby Galasso).

Generalmente su questo blog parlo soltanto di film che vedo per la prima volta, ma qualche eccezione la posso fare (già fatte in passato per Animal Crackers, Jesus Christ Superstar, A ciascuno il suo, Uomini contro, Il settimo sigillo, All'ovest niente di nuovo, Il Marchese del Grillo, e Prima pagina) e una la faccio per questo The Wanderers.

Il film, ambientato nel Bronx, New York, all'inizio degli anni sessanta (una pagina commovente è quella dell'annuncio televisivo dell'assassinio di Kennedy), racconta di una banda di italoamericani, i Wanderers, appunto, che si confrontano con altre bande a base etnica e non: i Pelati (che, con una delle battute più felici del film, vengono detti "cazzi con gli orecchi") capeggiati dall'enorme Terrore, i Wong (una ventina di cinesi tutti dal nome Wong), i neri Bomber (capeggiati da Morso di Vipera) e poi con una banda di assassini che prima uccidono il povero Turco, un Wanderer che aspira ad entrare nei Pelati, e poi sono protagonisti della rissa finale che unisce, come per miracolo, italiani, neri e cinesi. In mezzo ci sono le storie del bulletto Ritchie, che perde la testa per l'anticonformista Nina (che nel finale si reca a vedere un concerto del giovane Bob Dylan), ma viene incastrato dalla Despie, figlia del boss Chubby Galasso; del piccoletto Joey, dominato dalla figura del padre Emilio un rozzissimo italoamericano, sempre in canottiera, cultore della forza fiscia, donnaiolo, e indispettito da un figlio con velleità artistiche; di Perry, figlio di una donna alcolizzata, un Garrone che odia i soprusi basati sulla forza ("lascia stare il ragazzo" è il suo motto).

E va bene, questo potrebbe essere considerato un filmetto (Mereghetti gli dà due stelline), ma Philip Kaufman (autore della trasposizione cinematografica dell'Insostenibile leggerezza dell'essere dal romanzo di Kundera) sa il fatto suo: riesce ad ambientare una storia credibile e tutto sommato coinvolgente nel piccolo mondo degli italoamericani, praticamente senza italoamericani nel cast. Le sfide tra bande, le aspirazioni dei ragazzi (che si rendono conto di non avere reale autonomia sulle loro vite quando i "grandi" organizzano la partita di football), la liberazione sessuale sono temi affrontati da Kaufman con argutezza e partecipazione, il che gli vale a mettere in scena un romanzo popolare per niente scontato e più volte imitato, senza acuti, ma senza scadere nella parodia di sé stessa (vedi Porky's e simili) né nell'autorialismo di maniera (American Graffiti di George Lucas).

Il titolo italiano strizza stupidamente l'occhio a I guerrieri della notte di Walter Hill, un film diverso, a suo modo un archetipo e un classico insieme, non rendendo un buon servizio al film di Kaufman, che può piacere ai ragazzi come agli adulti (un po' come i film della Disney, senza averne le sdolcinature) ed è sinceramente commovente, nel finale, quando, partiti i Pelati per il Vietnam, fuggiti Joey e Perry verso la California (ma chissà dove si fermeranno), Ritchie si rassegna al matrimonio con la figlia del boss Galasso, ed alla sua festa di addio al celibato i ragazzi intonano The Wanderer (ovviamente l'hit di Dion DiMucci la fa da padrone lungo tutto il film).

Tag:

Poliziotto privato: un mestiere difficile (R. Clouse)

by sasso67 (13/08/2004 - 20:35)

Poliziotto privato: un mestiere difficile (USA, 1977) di Robert Clouse. Con Robert Mitchum (Quinlan), Richard Egan (Ridgeway), Leslie Nielsen (Riley Knight), Bradford Dillman (Odums), Keye Luke (Chung Wei), George Cheung (aiutante di Quinlan).

Tullio Kezich, senza mezzi termini dice che Poliziotto privato: un mestiere difficile è ciò che, almeno per Mitchum, "in linguaggio postribolare si definirebbe una marchetta: una prestazione rapida, professionale e senza impegno". E come non essere d'accordo con il vecchio critico, che in questo caso si sbilancia, senza voler trovare giustificazioni per un guazzabuglio senza capo né coda che si sviluppa tra Hong Kong e Amsterdam attraverso una sceneggiatura ingarbugliata, il cui unico risultato è quello di dirci per l'ennesima volta che il poliziotto americano alcolizzato, espulso dal corpo per indegnità, è in fondo molto più onesto dei rispettabili superiori.

Purtroppo il messaggio arriva dopo una serie di eventi improbabili tra i quali il bolso Mitchum si muove come un pesce fuor d'acqua, spalleggiato da un aiutante cinoamericano (George Cheung), del quale si tentò con questo film il lancio che, internazionalmente parlando, fallì. Da comica (involontaria) il finale nel quale Mitchum s'impadronisce di una ruspa e demolisce una serra. Per il resto il solito repertorio di inseguimenti (unica novità: il volo dell'auto in un canale di Amsterdam), scazzottate (Mitchum aggredito da quattro piccoletti cinesi), i cattivi che non sparano mai quando dovrebbero, i buoni che alla fine trionfano. Penoso.

Tag:

Barzelletta

by sasso67 (13/08/2004 - 17:51)

(Sentita ieri a Livorno)

Un tizio incontra un amico e, tutto imbarazzato, gli dice «Ti devo dire che un negro tromba la tu' moglie». E questi risponde «Che ingiustizia, tutti i lavori più di merda li fanno fa' all'extracomunitari».

Tag:

Donna Flor e i suoi due mariti (B. Barreto)

by sasso67 (12/08/2004 - 20:33)

Donna Flor e i suoi due mariti (Brasile, 1976) di Bruno Barreto. Con Sonia Braga (Flor), Josè Wilker (Vadinho), Mauro Mendonca (Dr. Teodoro), Dinorah Brillanti (Rozilda), Nelson Xavier (Mirandão).

Una scenaQuando uscì il romanzo di Jorge Amado Donna Flor e i suoi due mariti, molti intellettuali di sinistra storsero la bocca, perché sembrò loro che lo scrittore, già Premio Stalin, abdicasse alla sua vocazione di intellettuale organico, per lasciarsi andare ad un tipo di letteratura completamente d'intrattenimento. Probabilmente il regista Bruno Barreto, poco più che ventenne all'epoca della realizzazione di questo film (è nato nel 1955), ha tratto dal romanzo di Amado gli aspetti più folkloristici e piccanti, fatto sta che ne ha tratto una storiella simpatica e ben raccontata, ben lontana dai drammi del cosiddetto cinema nôvo, in cui una gran parte ha quell'attitudine tutta brasiliana di guardare in maniera gioiosa a tutti gli aspetti della vita, compreso il sesso e non esclusa la morte.

La bella Flor sposa il debosciato Vadinho, marito irresponsabile e crapulone, donnaiolo e giocatore, che un bel giorno, quando la mogliettina, delusa, sta per lasciarlo, muore di una sincope mentre sta festeggiando il carnevale. Dopo mesi di lutto, la bella vedovella si risposa con il serio farmacista Teodoro, che caratterialmente è tutto l'opposto del defunto Vadinho: serio, educato, metodico, in una parola, come ben presto Flor si accorge, noioso. E insipido a letto, quanto invece Vadinho era pirotecnico. E Flor comincia a vedere il fantasma del primo marito che torna nudo per sedurla di nuovo: all'inizio ella resiste ma poi cede alla sua corte.

La storia, ripeto, è ben raccontata e funziona anche grazie a una stupenda Sonia Braga, bella e sensuale come mai, ma la politica (intesa anche come descrizione e critica di una certa situazione sociale) resta lontana dalla pellicola di Barreto - non so se il libro di Amado, che non ho letto, contenesse una maggiore dose di critica sociale - che si limita a giocare con gli aspetti più noti e stereotipati della cultura brasiliana: con le dovute proporzioni, ricorda un po' il Pane amore e fantasia che nel dopoguerra contribuì a rilanciare nel mondo quella visione un po' romantica, viveur, bonacciona, simpatica, del carattere italiano.

Tag:

Aridatece Tommaso!

by sasso67 (12/08/2004 - 16:39)

Quando l'ho visto non ci potevo credere: un dissuasore di velocità a Montescudaio. Anzi, gli operai ne stanno montando un altro proprio in questo momento, davanti alla farmacia. In realtà un paio c'erano già, in Via S. Antonio, ma quella è una via diritta, dove qualcuno corre, abitata densamente, con tanti bimbi ecc. ecc. In pieno paese per favore no.

Non avrei mai creduto, dopo nemmeno due mesi dall'insediamento dell'amministrazione Pellegrini-Sissio, di rimpiangere l'ignavia della precedente giunta di destra-sinistra guidata da Tommaso Cotronei. La nuova amministrazione, in soli due mesi, è riuscita nel miracolo di dare a Montescudaio, che non ha i servizi dei grandi centri urbani, un problema tipico di questi ultimi: il traffico. Dopo sensi unici cervellotici che ti costringono a lunghi giri per raggiungere la meta (era un modo di dire: "per andare a Guardistallo sei passato da Cecina!", ora è realtà), ecco il dissuasore di velocità più inutile del mondo. A Montescudaio non si ricorda un incidente di qualche rilevanza in paese da quando Ciuccia picchiò con il prete (inizio 1992). Ora vediamo quanto durerà questo record.

Il problema è che, messi questi divieti e queste trappolette varie, nessuno si preoccupa poi che gli automobilisti li rispettino: la mattina il Viale Vittorio Veneto è pieno di macchine in divieto di sosta, spesso anche contromano, che costringono chi esce da Montescudaio ad allargarsi verso il centro della carreggiata, rendendo molto più pericolosa una strada che, con i nuovi divieti, è divenuta molto più transitata. All'altezza del Forapaglia non manca mai la macchina parcheggiata fuori sagoma od oltre la striscia, proprio in corrispondenza della curva, ossia il punto più pericoloso. Non oso pensare cosa potrà succedere quando il pullman riprenderà a passare dal centro del paese.

Nel frattempo gli abitanti del nostro ex bel paesino si stanno domandando quale sarà la prossima mossa dell'amministrazione comunale (se Tremonti propugnava la finanza creativa, non si può non dire che questa nuova A.C. porti avanti la "mobilità urbana creativa"): qualcuno ha ipotizzato un semaforo all'incrocio tra Via del Borgo e Via Roma, per dirimere il traffico che si crea tra i temerari che ancora affrontano la "strettoia" e gli incoscienti che ancora scendono o, peggio, salgono lungo le mura del Castello. Altri propendono per una maxi rotatoria al Poggiarello o all'incrocio delle scuole e della palestra (una vera enclave cecinese a Montescudaio). I più pessimisti, infine, temono che Montescudaio sia trasformato in un'enorme zona pedonale per bande e gruppi folkloristici, con divieto assoluto di transito per le auto dei residenti nonché per i pedoni, se non scalzi o quanto meno muniti di babbucce o pantofole. Probabilmente la questione sarà decisa da un referendum. Pannella sta già raccogliendo le firme.

Tag:

37... è febbre?

by sasso67 (11/08/2004 - 17:20)

Il Vostro affezionatissimo37 anni e sentirli tutti... anche di più.

(11 agosto 1967 - 11 agosto 2004) <--- non è una data di morte

Tag:

Una grande Juve

by sasso67 (11/08/2004 - 00:08)

Trascinata da un guizzante Del Piero in attacco e da un granitico Legrottaglie in difesa, una grande Juve resiste al poderoso assalto dei mitici svedesi del Djurgarden e recupera stoicamente due gol ai suddetti, passati in vantaggio alla fine del primo tempo su un rigore inesistente (la scivolata di Tacchinardi era chiaramente iniziata nel cerchio di metà campo anche se poi il raffinato centrocampista bianconero ha tranciato le gambe dell'attaccante avversario in piena area). In apertura di secondo tempo il Djuragarden raddoppiava con il giovane Hysen, figlio del vecchio Hysen, nonostante la strenua opposizione del fulmineo Legrottaglie.

A questo punto si scatenava la reazione veemente della Juve, un vero e proprio sturm und drang che si abbatteva sul malcapitato Djurgarden: guidata da un funambolico Olivera (strano ma vero!), la Juve accorciava le distanze con il redivivo Trezeguet, della cui esistenza si accorgevano perfino i difensori svedesi, che fino ad allora lo avevano scambiato per un fastidioso vucumprà. Raggiunto un rassicurante pareggio per 2 a 2 (il risultato preferito dagli svedesi) la Juve lasciava spazio all'accademia: su un intelligente retropassaggio di Legrottaglie, sul quale la palla si incagliava tra uno scoglio e una secca in piena area di rigore, Buffon si esibiva in un carpiato con il quale metteva a sedere Hysen e se stesso, e poi da terra improvvisava il numero della biscia impazzita (imparato da bambino dal mitico Klinsmann) cercando di toccare la palla con tutte le estremità del proprio corpo esclusa la lingua. L'arbitro, impietosito, praticava la respirazione bocca a bocca al fischietto che stava annegando, e fischiava la fine.

Tag:
Archivio Agosto 2004