Risatine
Hollywood Party (USA, 1968) di Blake Edwards. Con Peter Sellers (Hrundi V. Bakshi), Claudine Longet (Michele Monet), Natalia Borisova (ballerina), Jean Carson (istitutrice), Steve Franken (Levinson), Herbert Ellis (regista), Denny Miller ("Wyoming Bill" Kelso).
La scena più famosa, resa celebre anche da una pubblicità degli orologi, è quella in cui l'attore indostano indossa un moderno cronografo sul set di un film ambientato a fine Ottocento. Un'altra scena arcinota è quella nella quale Bakshi (Sellers) posa il piede sul congegno che fa saltare una fortezza con la dinamite: una scena che si poteva girare una volta sola e che il regista non aveva dato ancora il segnale di filmare. A parte queste, c'è una scena che strappa una franca risata, ed è quella in cui l'attore indostano, invitato per sbaglio al party di un magnate di Hollywood, sta cercando disperatamente di non combinare guai, ma è finito su un tetto e sta annaspando per non cadere giù, ma alla fine piomba fragorosamente in piscina.
Per il resto il film è invecchiato malissimo, checché ne dica Mereghetti ("Proprio questa «lentezza» può sembrare datata a qualche spettatore troppo giovane e troppo debitore verso il ritmo sincopato della Mtv, ma se si riesce a farsi coinvolgere dalla logica inarrestabilmente catastrofica del film, non si smette più di ridere"), che probabilmente, quando ha scritto queste righe stava ancora pisciandosi addosso dalle risate. A parte il fatto che condizionare il ridere al "riuscire a farsi coinvolgere" non è un buon giudizio su un film comico, non è la lentezza ad essere datata (anzi, quella può essere anche un pregio del film), sono proprio le gag ad essere stantìe, e probabilmente lo erano già all'epoca: se la scena di Peter Sellers (bravissimo) in bagno alle prese con w.c. impazziti e con rotoli di carta igienica prepotenti è vecchia come il cucco, il numerino della Longet che canta la canzoncina di prammatica e l'elefantino dipinto del finale sono francamente irritanti.
In conclusione direi che Hollywood Party soffre dei difetti di quasi tutti i film di Blake Edwards: geniali in alcuni spunti, soporiferi nell'insieme.
Elogio della follia
Francesco, giullare di Dio (Italia, 1950) di Roberto Rossellini. Con Fra' Nazario Gerardi (Francesco), Aldo Fabrizi (tiranno Nicolaio), Arabella Lemaitre (Chiara), interpreti non professionisti.
Al contrario di quanto dice Mereghetti nel suo Dizionario (che definirei uno "sdizionario del cinema"), il film di Rossellini non ripercorre la vita di San Francesco, ma mette in scena alcuni episodi tratti dai Fioretti e dalla Vita di Frate Ginepro (uno dei discepoli del santo di Assisi). Sono episodi slegati tra loro, se non che i frati fanno capo alla Porziuncola di Santa Maria degli Angeli.
Rossellini, senza preoccuparsi troppo della verisimiglianza storica della messinscena (nel primo episodio gira una bufera di pioggia sotto il sole: si vedono chiaramente le ombre dei frati), filma dei veri frati - forse la cosa ancora più vicina al medio evo nella nostra società - negli episodi tradizionalmente narrati a proposito della vita di San Francesco e dei suoi discepoli. Si potrebbe anzi dire che Francesco non è nemmeno il protagonista del "suo" film, soverchiato com'è dalla presenza dell'ingenuo Frate Ginepro che, con l'anziano Giovanni il Semplice, forma una coppia alla Gianni e Pinotto che non stona con l'assunto del film. Il messaggio di Rossellini è infatti l'elogio della santità, una santità tutt'altro che ieratica, ma basata sulla follia di chi si comporta come un bambino, come un elemento della natura, finendo per scandalizzare i portatori della morale comune. Frate Ginepro dona a un povero il proprio saio e torna nudo al convento e quando Francesco gli vieta di donare il saio questi, per non disobbedire, suggerisce al successivo povero (questi, nel mondo, non sono mai mancati) di rubarglielo. Nell'episodio del tiranno Nicolaio (un eccezionale Aldo Fabrizi versione Mangiafuoco) il fraticello si fa martoriare dalla soldataglia e quando il capitano di ventura gli domanda cosa vogliano i seguaci di Francesco ed egli parla di umiltà e di povertà, un consigliere del soldato afferma "Io questo linguaggio non lo capisco".
Con questo film Rossellini continua il suo discorso rivoluzionario, ma che non riguarda la rivoluzione proletaria di stampo leninista: si tratta di una rivoluzione morale e interiore, perfettamente incarnata da Francesco e dai suoi fraticelli.
Il vino fa sangue (amaro)
"Non è che ci sono molti astemi ma il consumo di vino va molto al di fuori della casa, bisogna creare bevitori, bisogna diffondere questa cultura del vino rendendola quanto più immediata e naturalistica possibile." (LUCA MARONI - analista sensoriale)
Chiunque abbia visto la puntata di Report di ieri sera non potrà che farsi schifo ogni volta che berrà un bicchiere di vino. C'è da domandarsi, come sempre, se credere o meno alla TV. Bastava mettere a confronto il Report di ieri sera e una puntata di Porta a porta che il viscido insetto pungiglionato aveva dedicato al vino. A Porta a porta venivano decantate le virtù quasi taumaturgiche del vino, ma la cosa più grave era che Al Bano, uno degli ospiti, diceva che momentaneamente non poteva bere vino essendo sotto antibiotici; al che l'insetto domandava a un luminare della nutrizione (Giorgio Calabrese) presente in studio se il vino fosse incompatibile con gli antibiotici. Il suddetto luminare, dal quale inviterei chiunque a guardarsi bene (anche se non mi ricordo il nome) rispondeva "Assolutamente no", scatenando l'astuto Al Bano che cominciava a correre per lo studio per procuarrsi una bottiglia di vino che stappava seduta stante ingollandosi un bel bicchierozzo di rosso.
A Report un altro medico dichiarava che il vino, contenendo la molecola dell'alcol (molecola psictropa), non può mai fare bene ed è assolutamente vietato durante le terapie antibiotiche. Inoltre affermava che la tanto decantata sostanza (il resveratrolo) che farebbe bene alla circolazione e preverrebbe tumori e addirittura il morbo di Alzheimer (a me basta pensare a nonna Rina, per valutare gli effetti preventivi del vino sull'Alzheimer e magari allo zio Mengo per l'azione preventiva sui tumori) è contenuta nel vino in quantità di circa un milligrammo per litro, mentre le compresse in commercio nelle farmacie ne contengono 300 milligrammi e la posologia prevede l'assunzione di due compresse al giorno: in pratica per ottenere gli effetti delle compresse si dovrebbero bere 1200 litri di vino al giorno.
Non dico altro, anche se a Report hanno fatto vedere molto altro: dalle truffe che stanno dietro alla produzione del vino agli assurdi gonfiamenti del prezzo, dai vini D.O.C. che non si sa da dove vengano alle collusioni tra enologi e aziende di produzione, dall'uso indiscriminato di coloranti all'incompetenza o addirittura alla corruzione a livello di Camere di Commercio, dalle etichette mendaci o incomprensibili ai giudizi falsati delle riviste cosiddette specializzate (l'unica che è sembrata più indipendente è Il mio vino, ma si prenda anche questa informazione con le molle): direi solo di segnarsi questo nome, Luca Maroni ("analista sensoriale"), e di evitare i vini prodotti dalle aziende che lo hanno come consulente: in un'intervista faceva discorsi incomprensibilmente new ageggianti, concludendo che "è necessario creare dei bevitori". Si vergogni. Così come si dovrebbe vergognare l'onorevole Teresio Delfino, sottosegretario alle politiche agricole con delega al vino, che non solo è totalmente incompetente sulla materia, ma non è stato nemmeno in grado di dire un effetto negativo dell'assunzione di vino.
Io alla fine, per tirare un sospiro di sollievo, mi sono bevuto un bel bicchiere di Coca-Cola.
Maccaroni insipidi
Maccheroni (Italia, 1985) di Ettore Scola. Con Jack Lemmon (Robert Traven), Marcello Mastroianni (Antonio Jasiello), Daria Nicolodi (Laura Di Falco), Isa Danieli (Carmelina Jasiello), Patrizia Sacchi (Virginia), Bruno Esposito (Giulio Jasiello), Giovanna Sanfilippo (Maria), Fabio Tenore (Pasqualino il monaciello).
Il "top manager" americano Robert Traven, in viaggio d'affari a Napoli, è avvicinato dall'impiegato Antonio che l'aveva conosciuto quarant'anni prima ai tempi della guerra. Robert aveva avuto una storia d'amore con Maria, la sorella di Antonio, ma nel tempo trascorso si era completamente dimenticato della vicenda. Non così Antonio, che invece ha continuato a scrivere lettere a nome di Bob da ogni parte del mondo, con l'amico americano in veste di coraggiosissimo eroe. Questi all'inizio è infastidito dalle attenzioni del napoletano, ma inevitabilmente rimane affascinato dalla famiglia di Antonio e dalla magia di Napoli.
C'è una scena, che faceva parte del trailer originario, che mi è sempre rimasta in mente: Mastroianni sta raccogliendo una lattina da terra e Lemmon, con lancio da baseball, la colpisce con una sassata e dice «Ubriaco? Sono ubriaco eh?» e Mastroianni risponde «No, si' strunzo!». In sottofinale Lemmon inventa una lettera nello stile con il quale Mastroianni ha scritto le finte missive sulle presunte gesta eroiche dell'americano. Nel finale avviene la terza risurrezione di Antonio che si compie grazie ai maccheroni: una bella trovata per chiudere il film. Direi che queste tre scene sono le uniche valide in un film poco riuscito e deludente, nonostante un insieme di fattori che potevano far pensare il contrario: Scola alla regia, due interpreti come Lemmon e Mastroianni (sono bravi anche qui, per carità) e una Napoli invernale e tutto sommato poco turistica. Si vede però una Napoli diversa da quella reale, quella mostrata in chiave grottesca dal film coevo di Nanni Loy Mi manda Picone (1983), una Napoli animata da buoni sentimenti, dove anche i camorristi sono dei patetici personaggi che un sessantenne americano riesce a mettere in fuga. E non bastano certo le pernacchie del piccolo monaciello (che strappano un fugace sorriso) o le miserie dell'archivista del Banco di Napoli (all'amico che fa una colletta per salvare il figlio dalla camorra riesce a dare appena 3.500 lire) per salvare un film che giustamente fu rifiutato dal pubblico sia in Italia che all'estero.
Maccheroni, del resto, sembra uscito da una costola di Che cosa è successo tra mio padre e tua madre? di Billy Wilder, del quale ha non solo lo stesso attore protagonista (Lemmon), ma anche lo stesso messaggio in favore del potere della fantasia e del calore umano (rappresentato in questo caso da un piatto di maccheroni fumanti) tipici dei napoletani, contrapposti all'ansia tutta americana per il denaro e il successo (quando Antonio getta via le carte di credito di Bob, questi esclama «Le mie carte di credito! Sono un uomo finito!». Purtroppo Scola non riesce a dare a Maccheroni quella carica di ironica cattiveria che era propria del film di Wilder. E se l'elogio dell'amicizia è sicuramente un tema lodevole, l'obiettivo è raggiunto in maniera opaca, affidandosi troppo agli estri dei due protagonisti, entrambi bravi anche se indugiano un po' troppo nei vezzi e nelle smorfie che li hanno resi celebri in tutto il mondo.
Paura di tuffarsi
L'effrontée (Francia, 1985) di Claude Miller. Con Charlotte Gainsbourg (Charlotte), Bernadette Lafont (Léone), Jean-Claude Brialy (Sam), Raul Billerey (Antoine), Clothilde Baudon (Sara Bauman), Jean-Philippe Ecoffey (Jean), Julie Glenn (Lulù).
Il film inizia con l'ora di ginnastica quando la tredicenne Charlotte ha paura di tuffarsi dalla piattaforma. Nello spogliatoio vede una ragazza più grande tutta nuda e ne invidia le forme. Il fratello più grande sta partendo per le vacanze con gli amici e la fidanzata. Charlotte non ha la mamma, ma vive con il babbo e il fratello. La sua migliore amica è Lulù, di sette anni (figlia di Léone che fa le faccende a casa di Charlotte), sempre malata, logorroica e attaccatissima a Charlotte. Un giorno la ragazzina incontra la coetanea Sara Baumann, pianista prodigio e le si attacca a rimorchio, approfittando di un momento in cui la piccola musicista le chiede bambinescamente di diventare il suo impresario. Nel frattempo Charlotte ha conosciuto Jean, operaio e marinaio, che vuole fare l'amore con lei, poiché la ragazzina, per destare il suo interesse, le ha detto di avere quindici anni.
Forse Claude Miller non è l'erede di Truffaut, ma di certo Charlotte Gainsbourg (questa Charlotte Gainsbourg) è la cosa più vicina ad Antoine Doinel vista dopo I quattrocento colpi. E di certo questo filmetto francese sulle tribolazioni di un'adolescente che non si accetta è meglio di quel che lo si voleva far sembrare: in Italia fu lanciato all'epoca con il titolo Sarà perché ti amo, sulle note del successo dei Ricchi e Poveri (la canzone fu scritta, fra gli altri, da Enzo Ghinazzi, in arte Pupo) che accompagna le immagini. Non è, insomma, come anche qualche critico avveduto ritenne (ad esempio Giovanni Grazzini annunciò all'epoca un L'effrontée 2), un clone del Tempo delle mele: L'effrontée è un film più serio, con tutti i suoi difetti più intelligente, insomma più truffautiano. Nonostante il "vola vola" della canzone dei Ricchi e Poveri, se si pesassero sulla bilancia, a volare sarebbero proprio le mele...
Un film con John Wayne
Quella sera io e Gabriele entrammo nella saletta della televisione del Bar Lupo. Quella saletta non c'è più da tanti anni ed anche gli ultimi tempi sembrava un residuo storico uscito dalle pagine di Bar Sport di Stefano Benni.
Quella sera c'era una serie di personaggi che ormai non si vedono più o che sono addirittura morti. Quella sera guardavano un western con John Wayne (pron.: Giòn Vàine). Non ricordo quale fosse, ma di sicuro Wayne recitava la parte di un ufficiale dell'esercito americano, probabilmente dei nordisti, in uniforme blu.
In una delle prime file c'era l'Arrotino, che era anziano e piccolo. Cecco della Flora, entrando, vide quella testa bianca in prima fila e mettendoci una mano sopra disse "Guarda che bella testina a lòdola!" e l'Arrotino, voltandosi sorpreso, esclamò "O chi è quel brutto?". I due furono messi a tacere da John Wayne che, a cavallo, con l'intenzione di ordinare un attacco, chiamò "Tromba!". Tutti si girarono verso Maurino¹, il quale scuoteva la testa borbottando "Siete uno più stùpito dell'altro". John Wayne continuò "Suona la carica!" e Tilolne guardandolo ammirato disse "Che eroe... Ma lo vedete? È il mi' sosia!".
Tutti tacquero per un pezzo fino al finale del film, quando John Wayne bacia la protagonista femminile, la prende in braccio e la conduce in una baracca. Cecco della Flora decise di svelare prosaicamente quello che il regista voleva che si intuisse soltanto "Ora la ficca!". THE END.
¹ Detto il Tromba.
La rivoluzione di Liala
Schiava d'amore (URSS, 1976) di Nikita Michalkov. Con Elena Solovej (Olga Nikolayevna Voznesenskaya), Rodion Nachapetov (Victor Pototsky), Aleksandr Kalyagin (Kalyagin), Oleg Basilashvili (Yuzhakov), Konstantin Grigoryev (Fedotov), Nikita Mikhalkov (ristoratore).
Pur essendo un ammiratore di Turné di Salvatores (dove una troupe di attori mette in scena Il giardino dei ciliegi), devo dire che non mi piace il cinema di stampo cecoviano: Vanya sulla 42sima strada di Malle è un buon film, così come lo sono questo Schiava d'amore e Partitura incompleta per pianola meccanica di Mikhalkov. Sono buoni film, ma non mi coinvolgono.
Schiava d'amore parla di una troupe che, in piena Rivoluzione d'Ottobre, si trova nel clima mite del Caucaso, dove sta girando un film puramente sentimentale, sceneggiato da un intellettuale pronto a piegarsi a qualunque esigenza dei committenti ("la riscriverò, sarà un capolavoro!") e diretto da un regista superignavo. Durante le riprese, messe sempre a repentaglio dalla scarsezza di pellicola, la diva Olga si innamora dell'operatore alla macchina Victor, che segretamente ha aderito alla lotta contro le Guardie Bianche, delle quali documenta cinematograficamente le atrocità (ecco perché manca la pellicola?). Sul set si susseguono le visite di un ufficiale delle guardie bianche, prima mellifluo, poi sempre più pressante e aggressivo, che causerà la tragedia finale.
Nel film di Mikhalkov si può intravedere anche una critica al regime comunista (i bianchi del 1918 uguali ai rossi del 1976?), ma quel che più conta è che a un certo punto non si distingue più tra cinema e realtà: i soldati controllano gli artisti, ma l'operatore riprende i soldati che compiono delle esecuzioni sommarie (il personaggio alla fine verrà tradito per trenta denari e rinnegato da un compagno come San Pietro rinnegò Gesù) e alla fine anche l'attrice sdegnosa finisce come un personaggio dei suoi film, e in fondo come la Russia rivoluzionaria: montata su un vagone ferroviario senza conducente e inseguita da soldati a cavallo.
Ripeto: il film è molto cecoviano, nei dialoghi e nelle ambientazioni, e non mi convince; ma come film sul cinema dà centinaia di punti all'americano Vecchia America, più o meno coevo, che al confronto è una macchietta corriva e irritante.
(Canzone del giorno: Divididos, Cielito lindo)
Il fascista
Io sono tra quelli che si rifiutano di continuare a chiamare fascisti quelli di Alleanza Nazionale e comunisti quelli dei DS (se i DS fossero comunisti aderirebbero ai Comunisti Italiani o a Rifondazione, è tanto semplice). Sentendo però Fini che paragonava i pacifisti a Ponzio Pilato nei confronti del terrorismo, mi è ritornata alla mente una definizione che, in un'intervista, Pasolini dette del fascista. "Pasolini, che cos'è un fascista?". "Un fascista" rispose Pasolini "è un groviglio di sentimenti..." Non mi ricordo come andò avanti, ma la risposta mi colpì, perché io avevo sempre pensato che un fascista fosse un violento, un picchiatore, un razzista, un bruto... qualcuno che si manifestava all'esterno con rozza violenza, insomma. Ma Pasolini vedeva più lontano. Probabilmente ci sono i picchiatori, gli skinheads, la manovalanza, ma verosimilmente costoro sono, ancora prima, fascisti dentro.
Le parole di Fini sono state stigmatizzate da più parti e lui, per chiarire il concetto, ha parlato di "imbelle pacifismo", parlando da vero figlio della Repubblica di Salò. Ora, Fini non è nuovo a simili aberranti prese di posizione, basti pensare a quando fece la sparata sugli "insegnanti omosessuali", dimostrando una totale ignoranza sull'argomento (ma sono sicuro che se ne fa un vanto, di essere totalmente ignorante sull'omosessualità). Il problema è che Fini, con la sua immagine di politico furbetto e navigato, ha un credito di maggiore, massì, rigore morale nonché accortezza politica e istituzionale rispetto a quel bambagiotto di Berlusconi. Quando Berlusconi tira le bischerate che siamo abituati a sentirgli dire indigna, ma muove anche al riso. Quando le stesse boiate le dice Fini, non si può fare a meno di pensare: è proprio un fascista.
(Canzone del giorno: The Eagles Of Death Metal, Midnight Creeper)
Sul campionato di calcio
1. Brava la Juve, soprattutto se si considera la metamorfosi della difesa che in due partite non ha ancora subito un gol. Vero è anche che nelle due giornate di campionato ha incontrato due tra le più scarse formazioni della serie A, e gli attaccanti che si è trovata davanti si chiamano Caracciolo (bravo, ma a Brescia si fece male subito), Sculli (un vero mangiagol), Del Nero (una mezzapunta), Pazzini (bravissimo, ma ancora un po' inesperto) e Gautieri (esperto, ma non è mai stato una vera punta).
2. Il Milan resta la favorita per lo scudetto, pur trascinandosi dietro palle al piede del calibro di Pirlo e Rui Costa. Se Shevchenko non mi sembra ancora al meglio, Inzaghi redivivo mi è sembrato molto in palla e molto incisivo (coglionissimo per altro il difensore bolognese che si è fatto soffiare la palla sul secondo gol).
3. L'Inter mi sembra sempre la solita: Adriano segna e la difesa dorme. L'unica novità di sabato è che Materazzi anziché picchiare come suo solito, ne ha buscate. Incredibile Mancini: intrevistato, dice che l'Inter ha realizzato troppo poco rispetto a quanto ha creato. Stai a vedere che la colpa è di Adriano.
4. Vergognoso il calcio di rigore concesso alla Lazio. Il giovane Inzaghi, come simulatore, è cento volte meglio del fratello: sembra davvero uscito dall'Actor Studio di Strasberg. Sul rigore di ieri è caduto come fosse stato colpito da un fulmine o da un ictus, un vero sacco di ballotte fradicie. Ovviamente Trefoloni ha pensato bene di abboccare. Gianni Mura su Repubblica definisce "diseducativo" l'intero episodio, per il premio dato alla smaccata simulazione.
5. Ieri sera alla Domenica Sportiva ho sentito Silvio Baldini, allenatore del Parma, dire che l'Udinese di Spalletti ha infierito, dimostrandosi poco sportiva nei confronti della sua squadra e che il tecnico dei friulani "ha fatto il furbo". Cosa può essere successo per provocare una reazione simile da parte di Baldini? In fondo l'Udinese ha vinto 4 a 0, giocando in undici contro dieci, come è avvenuto in centinaia di altre occasioni. Cosa ci sarebbe di nuovo?
Apocalisse fluviale
Apocalypse Now Redux (USA, 2001) di Francis Ford Coppola. Con Martin Sheen (cap. Willard), Marlon Brando (col. Kurtz), Robert Duvall (col. Kilgore), Frederic Forrest (Chef), Albert Hall (Chief), Sam Bottoms (Lance), Larry Fishburne (Clean), Dennis Hopper (fotoreporter), G.D. Spradlin (generale), Cinthya Wood, Colleen Camp e Linda Carpenter (playmates), Christian Marquand (Marais), Aurore Clement (vedova francese).
Perché gli americani hanno perso la guerra in Viet Nam? Mah... Secondo me perché non sapevano nemmeno dove fossero, e non solo geograficamente: ufficiali che pensano a fare il surf mentre infuria la battaglia, soldatini di diciassette anni che ballano sulla barca al ritmo di Satisfaction, bulletti californiani capitati per caso in Indocina, a sfarsi d'acidi e a praticare sci d'acqua sul fiume Mekong. E come la potevano vincere, quella guerra? E poi perché non hanno imparato niente dagli errori dei francesi, come dice un personaggio nel film? E perché non hanno imparato niente nemmeno dai propri errori, visto che si sono ficcati in un nuovo Viet Nam mediorientale?
Ci sono film, la storia del cinema ne è piena, che hanno subito orribili mutilazioni da parte dei produttori, tanto che in alcuni casi il regista ha perfino ritirato la firma dai titoli. Questo non è il caso di Apocalypse Now, che Coppola produsse in proprio e quindi ogni taglio al montaggio fu opera sua. Che cosa aggiunge questo Redux, portato sugli schermi a ventidue anni di distanza dalla prima uscita, con una cinquantina di minuti in più? Direi niente, salvo il piacere di vedere qualcosa in più di quanto girato da Coppola: ma le scene aggiunte sono veramente superflue nell'economia del racconto e rendono il ritmo ancora più lento (o "ancora più fluviale" come si esprime Mereghetti). Le scene aggiunte riguardano un incontro in privato dei soldati di Willard con le conigliette di Playboy (per i ragazzi sono delle icone, delle pagine di giornale, non provano nemmeno a trombarle) e il breve soggiorno presso la piccola comunità francese, dove Willard fa in tempo ad avere un flirt con Aurore Clement. In sostanza, per me, Coppola aveva fatto bene a tagliare quelle scene. Anche senza di esse Apocalypse Now rimane un grande film, grande in tutti i sensi.
Lontano da Ipanema
Central do Brasil (Brasile, 1998) di Walter Salles. Con Fernanda Montenegro (Isadora), Vinicius De Oliveira (Josué), Marilia Pêra (Irene), Sôia Lira (Ana), Othon Bastos (Cesar), Otávio Augusto (Pedrão), Stela Freitas (Yolanda), Matheus Nachtergaele (Isaías), Caio Junqueira (Moisés).
Lontano dalle spiagge di Ipanema con le ragazze vestite solo di tanga invisibili a occhio nudo, lontano dal Carnevale di Rio (o di Bahia o di qualunque altra città), lontano dal samba e dalla lambada, lontano dalle folle festanti per i successi di Didì, Vavà, Pelé, Kakà, Ronaldo e Romario, lontano insomma dal Brasile da cartolina, dal Gesù che sovrasta Rio e dal Pan di Zucchero, lontano perfino dall'Amazzonia che fa tanto new age e perfino dalle favelas e solo di striscio vicino ai meninhos de rua. Lontano da quanto fa notizia o folklore locale, Walter Salles, classe 1956, racconta un viaggio che riscatta un'esistenza grama e gretta, quella della maestra in pensione Isadora, zitella, che arrotonda il modesto sussidio statale scrivendo lettere (che non spedisce) per gli analfabeti che transitano per la stazione principale di Rio de Janeiro, la Central do Brasil, appunto. Un viaggio iniziatico sia per il bambino Josué (fantastici i nomi biblici brasiliani: i fratelli si chiamano Isaìas e Moisés), rimasto orfano della mamma, sia per l'anziana maestra, alla ricerca del fantomatico padre del bambino.
I rimandi cinematografici e gli apparentamenti per questo validissmo film possono essere innumerevoli: il Brasile che ci mostra Salles ricorda l'Italia del Ladro di bambini (1992), il Giappone dell'Estate di Kikujiro (1999), tra case popolari e strade perse nel deserto, camion decorati con orpelli religiosi e pullman su cui viaggiano anche le galline, fino a un paesino che ricorda la San Giovanni Rotondo devota a Padre Pio. Il tema dell'adulto e del bambino che viaggiano insieme per scelta forzata, oltre ai due film sopra citati, richiama obbligatoriamente anche Gloria. Una notte d'estate (1980) di John Cassavetes, mentre il Vinicius De Oliveira che interpreta il piccolo protagonista maschile non può non ricordare lo Stajola di Ladri di biciclette (1948) o i giovani protagonisti di Sciuscià (1946), - De Oliveira, scelto da Salles tra oltre 1500 candidati, faceva proprio il lustrascarpe alla stazione di Rio - mentre la Fernanda Torres regina della TV brasiliana, che dà qui una grandissima prova d'attrice, somiglia a Giulietta Masina anziana, con un sorriso da Antonio Ghirelli e nella recitazione ricorda vagamente la Carmen Maura di Che ho fatto io per meritare questo? (1984) di Almodóvar: fra l'altro a un certo punto la protagonista pronuncia proprio questa frase.
Central do Brasil fa riflettere su numerosi temi, alcuni trattati en passant (il ragazzo che ruba un oggetto da una bancarella ed è inseguito dai vigilantes che lo ammazzano come un cane, l'analfabetismo che imperversa in Brasile, il traffico di organi e di esseri umani) ed altri più direttamente, come la disgregazione sociale e i numerosi drammi dovuti alla povertà: la protagonista vende Josué a dei trafficanti di bambini per comprarsi un televisore con il telecomando, che non sa nemmeno usare. Alla fine, comunque non manca un messaggio di speranza, incarnato dai due fratelli di Josué (che in un primo momento danno l'impressione di essere due truffatori e invece sono persone per bene) e perfino dal disgraziato loro padre, che non era poi quel cattivo soggetto per il quale era stato fatto passare per tutto il film. Ed anche Isadora torna a casa con la consapevolezza, o almeno con la speranza, che il bene che ha compiuto non sarà stato inutile e che qualcuno non la dimenticherà (come dimostra la fotografia davanti al Santo che i due protagonisti guardano nel finale). E Salles riesce a fare tutto questo senza indulgere alla lacrima facile e allo stereotipo (unici cedimenti: le lacrime eccessive nel finale, quando addirittura le lacrime grondano giù dal mento a Josué e i riferimenti alla trottolina di legno).
Alla riuscita del film contribuisce ovviamente la visione di questo Brasile lontano dai centri urbani più famosi e cattivi ("qui siamo ai confini del mondo" dice un personaggio) e una musica per niente stereotipata che ben si adatta alle immagini che scorrono sullo schermo.
Johnny Ramone (R.I.P.)

È morto Johnny Ramone (vero nome John Cummings), il terzo Ramones a lasciarci, quello con la frangetta, che suonava i suoi ripetitivi ma travolgenti riff cantati dalla voce ipnotica di Joey Ramone, anche lui andatosene prematuramente. Johnny non era un rocker raffinato, ma onesto sicuramente sì: non gli interessava la correttezza politica e si è sempre professato orgogliosamente repubblicano. I Ramones non erano fratelli carnali, ma fratelli nella musica e in quella scelta di vita che per loro è stata il punk come forma mentis. Il giubbotto di pelle i blue jeans strappati rimarranno un altro loro marchio di fabbrica, al pari delle loro canzoni introdotte dal fatidico "Gabba gabba hey!". Lunga vita a Marky, ultimo superstite della band.
(Colonna sonora: Ramones, Surfin' Bird)
Il sapore della ciliegia (A. Kiarostami)
Il sapore della ciliegia (Iran, 1997) di Abbas Kiarostami. Con Homayon Ershadi (signor Badii), Abdolrahman Bagheri (Bagheri), Safar Ali Moradi (il soldato), Mir Hossein Noori (studente di teologia).
Cosa vuole quest'uomo ben vestito con un fuoristrada che gira per la campagna intorno a Teheran avvicinando giovani uomini offrendo loro del denaro? Che sia una checca in cerca di avventure?
Mi ricordo un film di Aki Kaurismaki (le stesse iniziali di Kiarostami: una coincidenza?), Ho affittato un killer (1990), in cui Jean-Pierre Leaud, saputo di avere pochi mesi da vivere, ingaggiava un killer per farsi uccidere. Qui il signor Badii offre dei soldi a chi semplicemente accetterà di buttare venti palate di terra sul suo cadavere se la mattina successiva si sarà suicidato. L'esile trama è ovviamente un pretesto che Kiarostami sceglie per discutere dei massimi sistemi: della libertà di rinunciare alla vita (non sull'opportunità, nel caso specifico, del suicidio: Badii ha già deciso e non accetta prediche sull'argomento) e della bellezza di essa. I rifiuti che riceve alla propria proposta, con motivazioni diverse, da parte di un giovane soldato e di uno studente del Corano, non fanno che aumentare in lui la voglia di mettere in atto il suicidio, mentre alla fine, quando ha trovato una persona che collaborerà al suo piano, allora apprezzerà anche le cose semplici che la vita offre: dei bambini che corrono in un campo sportivo, delle cornacchie che beccano in un campo, un aereo che lascia la scia in cielo, perfino il rumore della frenata di un'automobile.
Nella cinematografia di Kiarostami potrebbe sembrare un film minore, ma l'insieme di essa fa apprezzare anche quest'opera che con pochi mezzi dice molto e molto fa riflettere. Sono bravi gli interpreti di questa specie di kammerspiel tutto ambientato nell'abitacolo di una macchina che percorre la campagna: Ershadi (il protagonista), Moradi (il soldatino) e Bagheri, l'uomo di scienza che accetta il compito di por fine a una vita umana, per aiutare il proprio figlio malato a conservare la propria.
(Canzone del giorno: Il rovescio della medaglia, La mia musica)
Il buon soldato Sc'vèik
Il buon soldato Sc'vèik di Jaroslav Hasek (Feltrinelli, 2 voll., pagg. 848, € 18)
«E nei volti di tutti si poté ammirare un'espressione soddisfatta, come se la guerra non ci fosse ed essi non si trovassero sul treno che li portava alle loro posizioni, verso grandi, sanguinose battaglie e massacri, ma stessero invece seduti in qualche caffè praghese davanti a tavoli da giuoco.» (Parte terza, cap. 1, pag. 513)
Jaroslav Hasek (1883-1923) morì ad appena quarant'anni, dopo un'esistenza breve ed intensa, segnata dalla dipendenza dall'alcol, che inseguì in maniera furiosa per le diverse bettole della Boemia e della Moravia fino al suo ultimo giorno. Lo scrittore praghese, si potrebbe dire, scriveva
per intervalla insaniae e la sua vita ricalcò un arco di tempo straordinariamente simile a quello del più celebre concittadino Franz Kafka (1883-1924), che morì di un anno più vecchio. La prematura morte di Hasek fece sì che Il buon soldato Sc'vèik rimanesse incompiuto, nonostante la mole considerevole. Il romanzo si interrompe infatti in maniera brusca con la compagnia del soldato Sc'vèik nei pressi del fronte, ma senza che abbia partecipato ad alcuna azione di guerra.
Il libro più famoso dello scrittore praghese è un capolavoro della letteratura e un caposaldo della letteratura pacifista che seguì all'orrendo massacro che fu la Prima Guerra Mondiale. Ed è un capolavoro della letteratura umoristica, con questo personaggio praghese fin nel midollo nella sua arguzia, prontezza, sfrontata sincerità, capacità affabulatoria ed inguaribile ottimismo che spesso lo mette nei guai e lo avvicina sempre più pericolosamente al fronte. Il romanzo comincia infatti con il Nostro in una taverna di Praga e finisce con Sc'vèik in divisa sul fronte orientale, con in spalla la sua incrollabile fede asburgica di cui intravede i radiosi destini
anche dopo una guerra che, prevede lui, durerà sicuramente almeno quindici anni.
La comicità a tratti è davvero irresistibile, come nell'episodio della moglie del mercante ungherese, quando a Sc'vèik viene affidata dal suo tenente una missione segreta che finisce in una rissa colossale scatenata dallo zappatore ceco che odia gli ungheresi, o quello in cui lo stesso Sc'vèik e un capotreno scemo frenano il treno militare, o ancora tutti gli episodi in cui compare l'idiota sottotenente Dub; questa stessa comicità riesce a dissimulare momentaneamente, ma non a nascondere, il sottofondo tragico nel quale si svolge la storia: l'inutile massacro della Prima Guerra Mondiale. Hasek scrive infatti non in diretta, ma a posteriori, quando già conosce la tragedia che si è consumata, che ha portato con sé intere generazioni di giovani europei nonché regni e governi, tra i quali, tristemente e inesorabilmente l'esausta monarchia asburgica, la cui fine è stata descritta, sul piano più propriamente drammatico, da un altro grande scrittore quale Joseph Roth.
Il buon soldato Sc'vèik è un libro da leggere al pari del Gargantua e Pantagruel e del Don Chisciotte: un classico.
Casual Conversations
Sasso67: stasera persona seria?
esedra: mi sto già annoiando
esedra: come tenera lasciva
esedra: non ho beccato nulla
Sasso67: meglio cesira?
esedra: meglio andare a dormire
Sasso67: secondo me il 99,5% degli utenti di isb non ha idea di cosa significhi lasciva
esedra: credo che tu possa sostituire il 5 .......con un 99 periodico
esedra: faticano persino con tenera
esedra: forse tenera bistecca
esedra: sarebbe più comprensibile
Sasso67: secondo me renderebbe meglio un "sosia di pamela anderson"
Sasso67: no, sosia è troppo difficile
esedra: a copia
Sasso67: magari penseranno a sosia loren
esedra: in romanesco
Sasso67: "pamela anderson spiaccicata"
esedra: oppure sputata a quella mammellona
esedra: no si ingrifano
Sasso67: sì poi pensano a totti
Sasso67: "sputata"
esedra: ci rinuncio
Sasso67: potevi telefonare all'arabo che mi si era attaccato al sedere ieri sera
esedra: che fine ha fatto ?
Sasso67: ti ho passato il numero apposta!
esedra: porello
esedra: voleva solo conforto
Sasso67: si sarà suicidato dal dispiacere
esedra: mica voleva me
esedra: voleva le tue tenere chiappotte
Sasso67: provo rimorso
esedra: come minimo
Sasso67: o magari mi diceva dove sono le ragazze rapite in irawq
Sasso67: avrei potuto dare il numero a frattini
Sasso67: così si trovava lui a 90°
esedra: così diceva che aveva grosse novità
esedra: per le mani
Sasso67: hehe
esedra: e non solo per le mani
Sasso67: e magari si portava a casa una cinquantina di cammelli
esedra: finti
esedra: come gli orologi che si è comprato in cina
esedra: facendo la solita figura da pezzente
Sasso67: frattini è un grande
Sasso67: è andato in kuwait e ha detto
Sasso67: "rilasciatele, facevano del bene"
Sasso67: o non lo poteva dire a roma?
esedra: si saranno scapicollati
esedra: a rilasciarle
Sasso67: sì le hanno messe su una ferrari
Sasso67: hai letto d'avanzo oggi?
esedra: se per questo ha anche detto
esedra: che l'italia è amica degli arabi
esedra: solo che berlusconi li considera
esedra: inferiori
Sasso67: come dicevano i fascisti
esedra: e li vuole assumere come sottovaso ad arcore
Sasso67: "i fedeli gregari di colore"
esedra: ho letto d'avanzo
Sasso67: gli ascari
esedra: appunto
esedra: gli acari
esedra: come li chiamerebbe calderoli
Sasso67: hehe
Sasso67: la lega è da mesi senza bossi
Sasso67: ma non è migliorata per niente
esedra: si ma sono idioti come prima
esedra: non ci facevano
esedra: ci erano
Sasso67: mah... cambiamo argomento
esedra: Gelido il commento di Pisanu: "Non ho tempo da perdere. Castelli in questo modo può forse ottenere titoli sui giornali, ma non la mia attenzione". "Castelli cerca di polemizzare con me sulla base di dati che sembrano il frutto delle sue perspicaci indagini personali", conclude.
Sasso67: parlavano della pettinatura di schifani?
esedra: quasi
Sasso67: ti si è ristretto il font
esedra: sono dei dementi
Sasso67: sì ma Castelli è valido
esedra: però mi si sono allargati i cogl
Sasso67: castelli si occupava di insonorizzazioni
Sasso67: un ingegnere fonico
Sasso67: o non potrebbe insonorizzare bondi?
esedra: con il cartone delle uova
esedra: lo faceva
Sasso67: sì, lui col cartone io lo farei volentieri con le uova direttamente
Sasso67: (marce)
Sasso67: l'altro giorno mi sono visto a culo nudo allo specchio
Sasso67: ma lo sai che somiglia incredibilmente a schifani?
Sasso67: mi faccio la plastica anale
esedra: hahahahaha
esedra: hai le chiappe col riporto ?
Sasso67: sei rimasta indietro... se l'è tagliato
Sasso67: sono rimaste delle setoline
esedra: certo che lo do
esedra: so
esedra: le conservo gelosamente
Sasso67: per un attimo avevo letto golosamente
esedra: si
esedra: come no
Sasso67: non si sa mai
Sasso67: c'è anche chi ha i peli sulla lingua
(Canzone del giorno: Supertramp, Casual Conversations)
A Ibrahimovic il leone d'oro
Mentre a Venezia svanivano le ultime immagini dei divi che facevano passerella, a Brescia la Juve faceva passerella al Rigamonti, contro un Brescia "schiacciato come un pidocchio", come diceva il Bioli quando batteva Luciano al giochino del calcio sul Commodore 64. Nonostante questo, il
presidente bresciano Corioni aveva il coraggio di lamentarsi per l'arbitraggio... Dai, su, Corioni, un po' di dignità, lamentati quando la Juve le partite le ruba per davvero, non quando la tua squadra fa pietà. Ma a proposito di Venezia direi che ultimamente le giurie dei festival danno i premi senza troppe considerazioni geopolitiche: dopo Michael Moore a Cannes, vince Mike Leigh a Venezia. Leigh è un regista che ormai da anni fa film intensissimi e toccanti senza perdere il sorriso e senza avere l'espressione del "come so' ganzo io, come siamo ganzi noi" di Lucarelli e di tutti i tifosi livornesi.
E invece a proposito della Juve, al contrario del Milan non mi sembra che abbia dato alcuna prova di forza (al di là del risultato, gonfiato da una bella azione di Ibrahimovic e da una papera clamorosa del portiere del Brescia), ma certo una qual maggiore compattezza, soprattutto in difesa, rispetto all'anno scorso: l'inserimento di Cannavaro ha certo giovato, così come quello di Zebina, particolarmente negli avanzamenti a sostegno dell'attacco (in difesa mi pare ancora troppo goffo, ai limiti dell'intervento pericoloso). Ovviamente ha pesato la presenza di Emerson a centrocampo, e se mercoledì mancherà ad Amsterdam saranno dolori. Da tenere presente: siamo alla prima giornata.
P.S. sul Milan: anche Tosatti a 90° minuto ha sottolineato come l'inserimento di Serginho al
posto di Pancaro sia stato un errore di Ancelotti: anche secondo il critico calcistico il laterale brasiliano non può più dare granché ai rossoneri (a me sa che Ancelotti abbia ancora una volta piegato la schiena davanti a Berlusconi, di cui Serginho è un pupillo).
E un P.S. anche su Venezia: e basta per favore (lo dico anche a Teresa Marchesi, che non è dei peggiori) con l'abitudine provinciale di voler far dire ai divi di Hollywood qualche parola in italiano... Non se ne può più di sentire Al Pacino che dice "arrivedorci" e Denzel Washington che chiede "quanti costa?". Molto meglio, allora, il duetto tra Quentin Tarantino e Lino Banfi che hanno parlato per un quarto d'ora, uno in italiano, l'altro in inglese, senza capirsi per niente.
The Dumb Girl
The Good Girl (USA, 2002) di Miguel Arteta. Con Jennifer Aniston (Justine "Teeny" Last), Jack Gyllenhaal (Holden), John C. Reilly (Phil Last), Zooey Deschanel (Cheryl), Tim Blake Nelson (Bubba), John Carroll Lynch (direttore del supermarket), Deborah Rush (Gwen), John Doe (padre di Holden), Roxanne Hart (madre di Holden), Mike White (Corny).
La più disturbata del film è secondo me proprio la protagonista: Justine detta Teeny (forse a significare l'eterna adolescenza del suo cervello, nonostante i trent'anni suonati), commessa in un supermercato, ha sposato un bruto che fa l'imbianchino e che passa il tempo libero a stonarsi con le canne insieme al collega Bubba, mentre la coppia non riesce ad avere figli. La ragazza rimane affascinata da Tom, un collega adolescente con problemi psichici e di tossicodipendenza, il quale si è ribattezzato Holden in onore del personaggio del romanzo di Salinger Il giovane Holden. Inizia una relazione con lui che avrà conseguenze tragiche: scoperta da Bubba, cederà al suo ricatto sessuale in cambio del suo silenzio nei confronti del marito, poi rimarrà incinta proprio quando al marito viene diagnosticata l'infertilità, infine si consumerà la tragedia con il suicidio di Holden e la scoperta del tradimento da parte del marito.
Proprio alla fine c'è la battuta più divertente (forse l'unica) e rivelatrice di tutto lo spirito che pervade il film: scoperta dal marito, Teeny confessa il tradimento e gli dice «Sei l'unico uomo vivente che ho davvero amato» (infatti il ganzo s'è appena ammazzato). Il senso del film sta tutto nella critica (vista e rivista, per la verità) dell'ipocrisia della provincia americana, ben incarnata da Corny, il guardiano del supermercato, fanatico propagandista religioso che però si guarda di nascosto gli incontri clandestini di Teeny con l'amante nel magazzino, registrati dalla videocamera a circuito chiuso. Ma se, come ho detto, il film affronta argomenti piuttosto risaputi e già più volte proposti dal cinema americano (soprattutto quello più coraggioso e indipendente), il regista Arteta
lo fa con un piglio che non dispiace, in parte memore di Da morire di Van Sant, con uno stile anch'esso "indipendentista", quello che tanto piace al pubblico del Sundance Festival e ai produttori come Robert Redford (a parte un happy ending un po' di maniera ma che in fondo in fondo ci può stare). E se il film tutto sommato è riuscito lo si deve anche agli interpreti, tutti misurati ed efficaci senza cadere nel grottesco, a cominciare dalla signora Pitt che riesce ad essere credibile in una parte complessa e per niente facile (e forse diversa dalle ragazzine senza cervello interpretate in precedenza). Del resto la Aniston (vero nome Jennifer Anastassakis) ha oggi 35 anni e questo film può rappresentare un valido lasciapassare per il cinema "più serio". Sono bravi anche il John C. Reilly che interpreta il marito coglionazzo e il Tim Blake Nelson, già visto in Fratello, dove sei? dei fratelli Cohen, infido "migliore amico". Da rivedere il giovane Gyllenhaal, piuttosto inespressivo, ma abbastanza in parte. The Good Girl è un film da cui non mi aspettavo niente e che invece mi ha fatto vedere qualcosa.
Una curiosità: una delle attrici (Zooey Deschanel) che interpreta la parte della giovane commessa frikkettona del supermarket ha il nome di un altro personaggio della letteratura salingeriana, che però nel libro cui dà il titolo, Franny e Zooey, è un maschio.
(Canzone del giorno: Avenged Sevenfold, Chapter Four)
Una Madunina diversamente abile
Chievo - Inter = 2-2 e Milan - Livorno = 2-2
Oggi si usa sostituire i termini, vuoi per scelta di regime (non pacifista ma disobbediente), vuoi per dinamiche culturali e di rispetto non sempre opportune (non disabile o handicappato ma diversamente abile). Così, all'esordio delle squadre di Milano nel nuovo campionato di calcio, si sono viste due squadre diversamente abili, in due sensi: cioè effettivamente mediocri (primo senso) ma in modo diverso (secondo senso).
L'Inter dà la solita impressione della solita squadra che, nonostante gli sforzi dello sfigatissimo Moratti (attorniato da una schiera di incompetenti), non vincerà un cazzo neanche quest'anno; cosicché Mancini appare come un inutile orpello, dalla presenza e dalle decisioni ininfluenti. A meno che non trovi il coraggio (?) di pensionare definitivamente Vieri (finito ormai da tempo, non solo inutile ma soprattutto dannoso), di togliersi di torno Veron (pure finito: quando un ex mezzo campione, mezzo fuoriclasse mai del tutto esploso, viene fatto scappare all'estero, il più delle volte non vale più nulla, ed il suo ritorno si rivela quasi sempre un fallimento) e di insegnare ad Adriano a tirare anche di destro (è una bella ruspa, un bel mucco da sfondamento e tiro, ma se al difensore gli assicuri che sempre e comunque tirerai di sinistro, gli dai diversi vantaggi). La difesa si è ulteriormente incattivita (a Macellazzi si è unito il vetusto, pachidermico e sempre più stempiato Mihailovic) pur restando estremamente debole (il brasiliano Cesar, che ieri ha giocato forse solo per sostituire Cordoba, è del tutto improponibile, causando una rete del Chievo e tentando di ripetersi almeno una volta [del resto i brasiliani forti difensori sono più rari dei capelli di Zio Fester Galliani]).
Il Milan nei primi 5 minuti (cioè fintanto che è rimasto in 11 cioè giudicabile, dopo è diventato solo intuibile) ha dato l'impressione di essere travolgente, anche se di fronte aveva un Livorno scarpone che nessuno sa ancora rendersi conto come abbia fatto a portare a casa 1 punto, anche giocando con l'uomo in vantaggio per tutta la partita. Ma, al contrario dell'Inter, nel Milan i giocatori per far cacare addosso tutti ci sono, è solo che Ancelotti (pur vincente ultimamente) resta uno che ci capisce poco, uno che sbaglia molto spesso la formazione iniziale. Il Livorno faceva pena, ma il Milan era troppo sbilanciato in avanti (Schevcenko, Tomasson, Kakà, Rui Costa [pur partendo pirlianamente da molto dietro - ma come si fa ad inventare una nuova posizione per un 32enne?], Seedorf proiettato in avanti ed Ambrosini sempre in area quando c'era da dare di testa). Il punto fondamentale è che non esiste non far giocare Gattuso, neanche se avesse fatto 3 partite i 3 giorni precedenti e l'avesse presa grossa (la sbornia) la sera prima.
Film d'amore e d'anarchia (L. Wertmuller)
Film d'amore e d'anarchia (Italia, 1973) di Lina Wertmüller. Con Giancarlo Giannini (Tunìn), Mariangela Melato (Salomè), Lina Polito (Tripolina), Eros Pagni (Spatoletti), Elena Fiore, Pina Cei, Giuliana Calandra, Enrica Bonaccorti, Isa Danieli, Isa Bellini, Anna Melato, Anna Bonaiuto, Roberto Herlitzka.
Nei primi anni Trenta del Novecento, il contadino lombardo Tunìn al quale i Carabinieri hanno ucciso l'amico Michele, va a Roma con l'intento di vendicarsi uccidendo Mussolini. Nella capitale lo ospita una prostituta di idee anarchiche che ha ottenuto da un gerarca fascista alcune confidenze utili all'attentato. Nel bordello Tunin conosce la giovane prostituta napoletana Tripolina: i due si innamorano e la ragazza impedirà a Tunin di portare a termine il proprio disegno.
Probabilmente sono di bocca buona, ma a me i primi film della Wertmüller sono piaciuti, da Mimì metallurgico ferito nell'onore a questo Film d'amore e d'anarchia, da Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto (mitico l'epiteto di "bottana industriale" dato da Giannini alla Melato) fino a Pasqualino Settebellezze. Ma al di là del valore del film (parlo di Film d'amore e d'anarchia), che ha alcuni momenti di stanca, e di un finale che per certi aspetti ricorda quello della Grande guerra (anche Tunìn se la fa addosso, al pari di Sordi e Gassman, ma poi muore da eroe, gridando "Viva l'anarchia!" in faccia ai Carabinieri e ai fascisti), la cosa migliore del film sono le interpretazioni degli attori. A parte la ben nota bravura di Giannini e della Melato, sorprende qui la strepitosa prestazione di Eros Pagni che, nella parte del gerarca toscano, fa faville, mettendo in mostra quel fondo di sbruffonaggine, volgarità, aggressività repressa, che furono propri del Fascismo (e che ancora oggi, sono sinonimo, in chi li esprime, di fascismo dell'animo). Memorabili i monologhi di Pagni, in particolare lo sproloquio pronunciato sul Campidoglio: "Che bella giornata s'è passato! S'è mangiato, s'è bevuto, s'è pisciato, s'è ruttato, s'è trombato, s'è cacato...".
Ottobre (S.M. Ejzenstejn)
Ottobre (URSS, 1927) di Sergej M. Ejzenstejn. Con Vasili Nikandrov (Lenin), Vladimir Popov (Kerenskij), Boris Livanov (Terescenko), Eduard Tissé (soldato tedesco), Layaschenko (Konovalov).
Confesso che nella Rivoluzione Russa non ci ho mai capito moltissimo: in origine per me era successo che durante l'ottobre del 1917 i bolscevichi, guidati da Lenin e Trotskij, avevano preso il Palazzo d'Inverno, facendo fucilare lo Zar e tutta la sua famiglia. Meglio Palaia! Non era proprio così. In sostanza (ma molto, molto, a grandi linee) successe questo: la rivoluzione iniziò nel febbraio 1917, quando le forze progressiste russe, che già covavano da anni la risoluzione di farla finita col regime zarista, ma ora esasperate dalle sorti nefaste della guerra, estromisero lo Zar dal potere. Si formò così un governo provvisorio dominato dalla componente moderata del progressismo (già di per sé piuttosto conservatore e all'acqua di rose) russo: socialisti e menscevichi, guidati dalla figura carismatica del generale Kerenskij. Nel settembre Lenin rientrò in Russia dall'esilio svizzero (grazie all'aiuto dei servizi segreti tedeschi, che speravano di ottenere vantaggi bellici dal ritiro della Russia dalla guerra) ed infiammò le masse, le quali aderirono al programma dei massimalisti (bolscevichi), ingrossandone le file e permettendo a questi ultimi di prendere il sopravvento nel movimento rivoluzionario che, anche a causa della decisione del governo provvisorio di proseguire la guerra, stava vivendo un momento di fatale stallo (il generale Kornìlov, a capo delle forze bianche zariste, era ancora temibilissimo ed ambiva a rovesciare il governo di Kerenskij). I bolscevichi, in quell'ottobre del 1917 (che poi per noi occidentali era già novembre), dettero l'assalto decisivo al Palazzo d'Inverno di Pietroburgo, rovesciarono il governo provvisorio e presero definitivamente il potere (che tennero praticamente fino all'avvento di Eltsin).
Finita la lezioncina di storia, diciamo pure che Oktjabr' è un grande film, un vero kolossal, al contrario della Corazzata Potëmkin. Un film su commissione, per celebrare il decimo anniversario della rivoluzione, che Ejzenstejn nemmeno riuscì a completare in tempo: la prima proiezione pubblica dovette slittare ai primi mesi del 1928, anche perché la pellicola dovette subire certi aggiustamenti, tra i quali la cancellazione di ogni riferimento al ruolo di Trotskij, all'epoca già caduto in disgrazia. Ci si può immaginare
in quali condizioni abbia lavorato il regista russo, che poté godere di amplissimi mezzi da parte del regime, ma subì una pressione insopportabile, sia dal punto di vista dei tempi di lavorazione sia dal punto di vista ideologico. Il risultato va a tutto merito di Ejzenstejn e dei suoi collaboratori Grigorij Aleksandrov e Eduard Tissé (il mitico operatore e mago delle luci).
Ma insomma, il film. Oktjabr' ricostruisce gli eventi che portarono i bolscevichi alla presa del potere all'interno del movimento rivoluzionario russo di quel fatidico 1917, che non vide soltanto la rivoluzione russa e l'uscita del paese dalla Prima Guerra Mondiale, ma anche l'entrata in guerra degli USA (che per le sorti della guerra fu un po' come se durante una partita di calcio il Milan avesse sostituito Egidio Calloni con Van Basten). Ma il film non è un documentario, anzi è tutt'altro. Ejzenstejn rifuta "ideologicamente" il naturalismo e il realismo che invece troveranno esaltazione nel cinema di Pudovkin: Aldo Grasso nella sua monografia su Ejzenstejn per il Castoro contrappone i metodi di Pudovkin derivati da Stanislavskij (l'ispiratore ultimo del metodo dell'Actor's Studio di Lee Strasberg da cui sono usciti, solo per citarne un paio, Al Pacino e Robert De Niro) da quelli di Ejzenstejn, derivati da Mejerchol'd. Cinematograficamente, Oktjabr' è caratterizzato da due modi di procedere, entrambi realizzati grazie alla tecnica del montaggio ("il montaggio analogico!" esclamerei con la voce retorica e lo sguardo perso all'orizzonte del geometra Calboni): la tecnica delle contrapposizioni e la tecnica "dialettica", che Ejzenstejn sosteneva derivasse direttamente dal materialismo dialettico di matrice marxiana. Il primo metodo implica il contrapporre immagini molto diverse: dall'opposizione tra i palazzi del potere dove tutto è lusso alle condizioni miserevoli in cui versa il popolo russo, dalla pace del Palazzo d'Inverno all'inferno del fronte, dalle facce emaciate e quasi ascetiche dei menscevichi a quelle infervorate e convincenti dei bolscevichi. Il secondo metodo, una vera e propria invenzione rivoluzionaria di Ejzenstejn, consiste nell'accostamento di vari oggetti per esprimere un concetto: ad esempio accostando un cane ed una bocca si ottiene "abbaiare" e così via.
Credo che Oktjabr' vada letto con queste coordinate interpretative e ne risulterà forse la visione non di un capolavoro, ma di un vero film "rivoluzionario", un film non celebrativo (come volevano le gerarchie sovietiche), ma un eterno monumento alla rivoluzione permanente. Ci sono sequenze che rimangono impresse nella memoria, come quella di Kerenskij che sale la scalinata del palazzo, trasformandosi prima in Napoleone e poi subendo un processo di deificazione che lo accosta alle immagini di idoli cristiani, africani, buddisti; o quelle che vedono le donne bolsceviche (raffigurate come donne piuttosto rozze) fare toeletta sul biliardo dello zar; e quelle con il vecchietto barbuto (che secondo me Ejzenstejn intendeva come raffigurazione della Russia) che dorme durante l'assemblea allo Smol'nj, per poi risvegliarsi alla fine per applaudire l'intervento di Lenin. Anche il commento musicale, che non so se facesse parte della versione originale o se sia stato aggiunto successivamente, sottolinea in maniera mai enfatica e spesso anzi ironica quello che si sa essere un trionfo annunciato. Non credo comunque che si debba sopravvalutare l'importanza della musica, meno rilevante nelle intenzioni del regista rispetto alla funzione delle didascalie, le quali assumono alternativamente un ruolo "enfatico" (nel senso che evidenziano alcune immagini o alcuni concetti) oppure ironico: "Salvare il governo provvisorio!"; "Salvare il governo provvisorio?".
Oktjabr' è in ogni caso un film da vedere e da vedere non come comizio, ma come spettacolo cinematografico, ARTE nella quale Ejzenstejn era e resta un grande maestro.
(Canzone del giorno: Allman Brothers Band, The High Cost Of Low Living)
Milan - Livorno
Domani sera bisogna che vada a vederla (e lo preannuncio anche a Fele), su Sky. Se il risultato sportivo non è in discussione (un mio pronostico: in genere le squadre di Colomba giocano bene contro le grandi, poi beccano un gol e si squagliano), voglio soprattutto vedere i tifosi del Livorno con le bandane bianche (pare che negli ultimi giorni ne siano state vendute ottomila in città) in testa in "omaggio" a Berlusconi, e gli altri striscioni dedicati al presidente del consiglio: "Berlusconi pezzo di Pisa" e "Rifatti le puppe".
Nel nome del padre (J. Sheridan)
Nel nome del padre (GB, 1993) di Jim Sheridan. Con Daniel Day-Lewis (Gerry Conlon), Pete Postlethwaite (Giuseppe Conlon), Emma Thompson, John Lynch, Don Baker.
Ancora una volta bisogna citare la famosa battuta del film Che cosa è successo fra mio padre e tua madre? di Billy Wilder: «È così che funziona la giustizia in Italia?», risposta: «Vogliamo parlare di Sacco e Vanzetti?». Be', se un inglese dovesse mai avere il coraggio di dire «È così che funziona la giustizia in Italia?» gli potremmo sempre rispondere «Vogliamo parlare dei quattro di Guildford?»¹. Per la verità l'inglese avrebbe l'arma segreta e potrebbe citarci il ministro Castelli, ma noi si sta zitti e si fa finta di niente.
Intanto il film del ricomposto duo Sheridan/Day-Lewis del Mio piede sinistro è un bellissimo film, che racconta in maniera toccante, ma senza cadere nel patetico, la storia tragica del delinquentello Gerry di Belfast, ingiustamente accusato di avere piazzato una bomba che uccise cinque persone in un pub di Guildford a Londra. La vicenda è talmente grottesca che potrebbe quasi far ridere (insieme a Gerry vengono arrestati tre hippy suoi amici e, come fabbricanti di bombe, suo padre, sua zia e i suoi cugini di 16 e 14 anni). La parte più bella del film è proprio quella che comincia quando Giuseppe Conlon viene recluso nella cella con il figlio Gerry, che per il padre non ha mai avuto un gran rispetto. L'approccio cristianamente stoico con il quale Giuseppe affronta l'ingiusta carcerazione (la vicenda non può non ricordare certi episodi della Colonna infame manzoniana) segna profondamente Gerry che, anche grazie all'attività dell'avvocatessa interpretata da Emma Thompson (che riesce a rendere memorabile un personaggio confinato in pochi minuti), ritrova la voglia di lottare per far prevalere in tribunale la giustizia e la propria innocenza. E quella del padre, in nome del quale Conlon continuerà - e continua tuttora - a lottare per assicurare i veri colpevoli delle proprie sventure alla giustizia. I Conlon e gli altri ragazzi furono infatti scientemente incastrati dalla polizia inglese che nascose le prove della loro innocenza e fabbricò prove a carico attraverso tortur
e fisiche e psicologiche agli imputati. Nessuno dei poliziotti colpevoli di un simile misfatto è stato condannato né censurato. Nel frattempo Conlon si è fatto quindici anni di galera ingiusta, fino al 1989 quando è uscito e ha scritto il libro da cui è tratto il film di Sheridan.
Pete Postlethwaite dà, nella parte di Giuseppe Conlon, un'interpretazione eccezionale che avrebbe meritato l'Oscar (vergognosamente negato), e i suoi duetti con l'atrettanto bravo - ma in questo film un pochino meno del partner - Daniel Day-Lewis non fanno rimpiangere quelli tra il compianto Raul Julia e William Hurt nel Bacio della donna ragno.
¹ E già che ci siamo potremmo anche ricordare i "Birmingham Six", un caso analogo ai "Guildford Four".
(Canzone del giorno: Bad Religion, To Another Abyss)
Girotondo nel tunnel
Il cerchio (Iran, 2000) di Jafar Panahi. Con Fereshteh Sadri Orafai, Nargess Mamizadeh, Maryjam Palvin Almadi, Fatemeh Nalghavi, Ehlam Saboktakin, Monir Arab, Moigan Faramarzi.
Per una donna è difficile anche nascere, nell'Iran di oggi. Il suo destino è di stare sottomesssa all'uomo oppure di non poter viaggiare da sola, di essere ripudiata e perfino di non essere nemmeno libera di fumare una sigaretta in pubblico. Figuriamoci le protagoniste del Cerchio, che sono tutte detenute o ex detenute, una delle quali fugge di galera per cercare di abortire (ma non sarà facile), mentre un'altra abbandonerà la propria bambina, non essendo in grado di mantenerla.
Panahi racconta un tragico girotondo (il titolo si riferisce alla struttura, circolare appunto, del film) in cui le donne iraniane, pur vitali e con aspirazioni di modernità, restano una casta inferiore della società. Il Cerchio deve molto al neorealismo italiano, anche se gli manca l'ironia che cineasti come De Sica e Rossellini sapevano instillare nelle loro vicende (cosa che sa fare anche, ma è su un altro piano rispetto a Panahi, Kiarostami). Il film ci immerge in un'atmosfera cupa, che inizia con la nascita dell'inattesa bambina (la famiglia del padre voleva un maschio) e ci conduce attraverso un incubo che si chiama, per chi è donna, Iran.
Moldova - Italia
Risultato. Vittorina (ina ina) importante con la Moldova, una squadra di rozzissimi picchiatori che ridurrebbero in poltiglia la Nazionale Fabbri. E ci è pure andata bene, anzi benone, in un'occasione sullo zero a zero. La partita ha confermato la predilezione di Lippi per gli scarponi (nel primo tempo ne erano in campo almeno tre puri: Materazzi, Bonera e Diana e uno a mezzoservizio, Ambrosini). Il centrocampo targato Milan non mi ha convinto molto, eccettuato il solito notevolissimo Gattuso.
Del Piero. Con un gollettino ben fatto di Del Piero (ma quanto spazio gli hanno lasciato nell'occasione: non ci avevano pensato prima a massacrarlo di calci come hanno fatto nel secondo tempo?) si va avanti, ma a me è piaciuto anche Gilardino, che sicuramente uno di questi giorni si sbloccherà e comincerà a segnare a raffica. Ma a i migliori, secondo me, sono sempre i soliti noti: Buffon, Nesta, Gattuso e Zambrotta.
Pirlo. Tra i regali della prima comunione ricordo come uno dei più inutili le racchette da badminton (o da volano), quelle la cui pallina è una specie di tappo da spumante con una trina da sposa. Tra i tanti libri, invece ricordo con piacere il Manuale del calcio: su questo, tra i tanti gol ricostruiti dai disegni di Riva, ricordo un personaggio, un calciatore dell'Austria anni Venti e Trenta. Si chiamava Mathias Sindelar ed era soprannominato Cartavelina (Papierene, in tedesco). Pirlo mi fa venire in mente un foglio di cartavelina: inconsistente, inutile, vagolante in mezzo al campo. Stasera ha perso palloni su palloni, ha sbagliato 45 passaggi su 50, non ti recupera un pallone nemmeno a pagarlo... E meno male che stasera Del Piero non era in una delle sue serate peggiori, perché altrimenti, l'accoppiata con Pirlo sarebbe stata micidiale per la nostra nazionale. Niente a che vedere insomma con il centrocampo visto contro la Norvegia in cui erano presenti De Rossi e Fiore. Diana resta uno scarpone (s'è mangiato due gol uno meglio dell'altro) checché ne dica Mazzola, la cui autorevolezza è ormai paragonabile a quella di un nonnetto un po' rincoglionito.
Spielberg ci ha preso
Prova a prendermi (USA, 2002) di Steven Spielberg. Con Leonardo Di Caprio (frank W. Abagnale Jr.), Tom Hanks (Carl Hanratty), Christopher Walken (Frank Abagnale Sr.), Nathalie Baye (Paula Abagnale), Martin Sheen (Roger Strong), Amy Adams (Brenda Strong), James Brolin (Jack Barnes), Nancy Lenehan (Carol Strong).
Mi ricordo qualche anno fa una puntata di Un giorno in pretura, in cui un signore di mezz'età, distinto, sobrio, alto, magro, stava rispondendo con aria contrita davanti a un giudice di vari reati tra i quali truffa, false generalità e vari altri connessi per essersi spacciato, fra gli altri, per maresciallo dei Carabinieri e sacerdote. Ed effettivamente non si stentava a crederlo in abito talare (con il quale aveva confessato ed anche amministrato un'estrema unzione) o in divisa della Benemerita a fare il proprio dovere: non era infatti accusato di alcun atto che gli fosse valso qualche vantaggio economico, anzi, aveva aiutato, ascoltato, consigliato, risolto situazioni. Ma ovviamente non aveva l'autorità per farlo. Un caso analogo è quello del sedicenne Frank Abagnale Jr., fuggito di casa dopo avere saputo che i genitori si stavano separando. Il giovane Abagnale non sopporta di veder soffrire il padre, un reduce della seconda guerra mondiale con il mito tutto americano dell'uomo di successo (la storia dei due topolini caduti nella panna), né
vuole deluderlo, per cui comincia a dire una serie di bugie, per sostenere le quali deve ricorrere a qualsiasi mezzo: indossare la divisa di pilota della Pan Am (ah, il fascino della divisa, che gli frutta lo "scalpo" di varie hostess e aspiranti tali), esercitare la professione medica e quella avvocatesca, fino a diventare uno dei maggiori falsari degli Stati Uniti. E gli scopi della sua vita diventano due: continuare a non deludere il padre e sfuggire alla cattura da parte del F.B.I.
Non sono un fan di Spielberg, che secondo me ha fatto dei bei film e delle baracconate insopportabili, riuscendo talvolta ad inserire buone sequenze anche nelle peggiori cacchiate e sbrodolate mielose anche nei suoi film più sobri (si pensi all'idiota finale di Salvate il soldato Ryan). Tra i film migliori ci sono Duel, Sugarland Express, Lo squalo, Incontri ravvicinati del terzo tipo, Schindler's List, Salvate il soldato Ryan (eccezionali i primi venti minuti) e Prova a prendermi. Tra i peggiori, la saga di Indiana Jones, E.T., Hook - Capitan Uncino, Jurassic Park (un'ignobile operazione commerciale), A.I. (ovvero come riuscire a rovinare un soggetto di Kubrick), Minority Report.
Fortunatamente Prova a prendermi fa parte della prima categoria, e questo anche grazie a tre interpreti impagabili. Leonardo Di Caprio, pur antipatico, è indubitabilmente bravo; Tom Hanks è probabilmente l'attore più versatile al mondo (se gli dicono di interpretare una patata sarà credibile come patata e vi fisserà con il suo sguardo da patata come domandandosi perché non lo stiate ancora friggendo); Christopher Walken (un grande sempre) è ispirato ed è una vergogna che questa prova non gli abbia fruttato un Oscar come non protagonista.
La trama del film ricalca una storia vera (quella del vero Frank Abagnale Jr., che ci ha scritto un libro) ed è veramente "una storia americana", ma Spielberg questa volta se la gioca bene e riesce a "prendere" lo spettatore. Buona è l'idea di cominciare il film con la partecipazione del protagonista ad una trasmissione televisiva (riproposta qualche anno fa anche da noi, fortunatamente con scarso successo), dove non si capisce chi è il vero personaggio della storia, chi racconta la verità e chi mente meglio. Secondo me, però, quando il vero Frank dice che tutto iniziò perché aveva bisogno di soldi indica solo una parte delle ragioni che lo spinsero a fingersi qualunque cosa: la molla principale fu la volontà di non deludere gli altri, il padre prima di tutti, ma alla fine anche il poliziotto Carl che gli dà la caccia. Tanto è vero che quando Carl gli dice che non lo seguirà, Frank torna all'ovile come un agnellino. È una vera storia americana perché Frank si esercita a fare il medico guardando in tv il Dottor Kildare e a fare l'avvocato guardando Perry Mason. È una storia americana perché alla fine Frank uscirà di galera per collaborare proprio con il F.B.I. a smascherare i truffatori. È una storia americana ma stavolta Spielberg ha saputo raccontarla senza americaneggiare troppo, con la sobrietà e la credibilità che richiedeva questa storia quasi incredibile.
Tra la Via Emilia e l'Est
Lettere al vento (Italia/Albania, 2003) di Edmond Budina. Con Edmond Budina (Niko), Yllka Mujo, Bujar Asqeriu, Violeta Trebicka Banushi.
"Piccola città, bastardo posto..." cantava Guccini (Piccola città, in Radici) all'inizio degli anni '70. E cosa allora dovrebbe dire Niko, professore albanese di scuola, che ha perso il posto dopo la caduta del regime comunista? La famiglia (moglie e figlia) si regge sulle rimesse del figlio Keli, emigrato clandestinamente a Torino. Quando il denaro cessa di arrivare dall'Italia, Niko si adatta a vendere le banane al mercato e chiede aiuto a un vecchio compagno di partito, che nel frattempo si è trasformato in boss del contrabbando e dell'emigrazione clandestina, e che progetta il balzo in politica. Quando dall'Italia giungono voci che parlano di Keli come di un pericoloso criminale, Niko decide di andare a vedere.
A metà strada tra il Gianni Amelio di Lamerica e il Kusturica di Underground (i balli allo sfinimento, le colossali bevute, i soldi che volano), Budina, uomo di teatro in patria e poi operaio in Italia, confeziona un film piuttosto convenzionale ma ben fatto, senza sussulti né sorprese, con personaggi caratterizzati sommariamente (l'odissea di Niko per le strade di Torino fa un po' troppo Dagli Appennini alle Ande), ma ha il pregio di dirci qualcosa sull'Albania di oggi, di riflettere sulle intere generazioni emigrate verso l'occidente (e specialmente nel nostro paese) e su che cosa fanno - o sono costrette a fare - per sopravvivere in Italia e mandare qualche soldo a casa (che è oltre l'Adriatico). Il film, insomma, si può vedere senza annoiarsi, anche se alla fine non si resta estasiati dalla messinscena.
Sfortunato Budina: almeno Guccini sognava l'America e gli eroi del West; a lui e ai ragazzi di Durazzo non resta che rischiare la vita per trovare un lavoro in nero nell'Italietta d'oggidì.
La passione dello spettatore
La passione di Cristo (The Passion of the Christ, di Mel Gibson - USA, 2004)
Chi leggesse il retro della confezione del DVD capirebbe subito quali sono i pregi ed intuirebbe quali potrebbero essere i difetti del film, anche senza vederlo; si tratta di 3 paragrafi: 1) Il primo è una citazione di Isaia (la stessa con cui si apre la pellicola) - egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità; per le sue piaghe noi siamo stati guariti; 2) Dal regista premio Oscar Mel Gibson, un’intensa storia di coraggio e sacrificio che illustra le ultime dodici ore della vita terrena di Gesù Cristo; 3) Grazie alla sensazionale fotografia e all’ispirata interpretazione di Jim Caviezel, La passione di Cristo raggiunge un superbo e rigoroso livello stilistico.
I pregi del film sono infatti la fotografia (effettivamente bellissima, giocata in gran parte sulle gradazioni dei rossi, soprattutto cupi) e… mah… e basta…
Gibson vinse l’Oscar per Bravehearth, in cui il protagonista verso la fine subiva una mezza passione e qui sembra quasi di vedere un Cristo cuore impavido. La storia è intensa, certamente, come potrebbe non esserlo? (un essere umano subisce qualsiasi tipo di violenza fisica e psicologica e poi viene pure crocifisso) e c’è anche il coraggio (Cristo cuore impavido, appunto) e tutto viene compiuto all’insegna del sacrificio, ma su questo tornerò in seguito. Caviezel è ispirato? può darsi, certo che è un po’ difficile giudicare l’interpretazione di un attore che per quasi tutto il film ha la faccia sfigurata, il corpo frustato ed insanguinato e quindi la parlata frammentata e sofferta; ma è indubbio che non gli si possa imputare alcunché di sbagliato.
Una delle domande più importanti che sorge durante e dopo la visione del film è: ha un senso, dopo tutti i film che ci sono stati sullo stesso argomento, riproporre una vicenda su cui si sa tutto quello che c’era da sapere (o comunque tutto quello che ci siamo convinti o ci hanno convinto fosse importante sapere), ripercorrendo fedelmente (rigoroso livello stilistico) le ultime ore della vita di Gesù? Ovviamente no, perché basterebbe leggere il Vangelo approvato dalla CEI e soprattutto perché il film non dice assolutamente nulla di nuovo o di originale. Anzi: non dice nulla. L’Ultima tentazione di Cristo era proprio di un altro mondo, con tutti i suoi dubbi e le visioni originali, anche se poi la base finiva per essere la stessa (la stessa fede di Scorsese e di Gibson), ma lo faceva in un modo così insolito che riusciva ad arrivare molto più nel profondo (ovvero nell’Altissimo) di quello che riesce a fare il grandguignol di questo film.
Tanti sono rimasti inorriditi e sconvolti dalla violenza delle scene: forse dovevano servire per rafforzare i concetti di coraggio e sacrirficio? Non lo so, ma chiaramente il problema del film non è lo splatter. È lento, a tratti esasperante nel suo scorrere al rallentatore ridondante (le cadute lungo la via crucis ricordano Peckinpah, infatti ci starebbe bene come sottofondo Knocking On Heaven’s Door, invece di quella musica sommamente mistica) e lo spettatore cade un po’ nella stessa trance passionale di Gesù e finisce per soffrire anche lui. Forse questo era uno degli intenti di Gibson, come dire che ci sta bene soffrire un po’ tutti perché Lui sta soffrendo (ha soffferto) per noi. Ma prima di fare una capatina (di più non si può in questa sede) in uno dei punti cruciali (le parole sono importanti…) dell’impalcatura fideistica cristiana, c’è da dire anche che la scelta di utilizzare per i dialoghi la lingua del tempo - aramaico (o quello che è) e latino - lascia qualche dubbio: era davvero necessario? viene aggiunto qualcosa in più all’eventuale messaggio del film? Ovviamente no. E se il latino della Gerini è accettabile (pur con la sua solita recitazione completamente da dimenticare) troppi personaggi parlano un latino anglofono o comunque scorretto, che fa quasi cadere nel ridicolo diversi dialoghi.
E veniamo infine a questo santo e benedetto sacrificio che Gesù Cristo ha compiuto per salvarci tutti. È una vita, sono millenni, che ci appestano con questa stupidaggine e francamente non se ne può proprio più. La sola nostra nascita, il semplice atto di venire al mondo, ci macchia già di una colpa, quindi siamo colpevoli di nascere (ve lo immaginate il bimbo appena nato, col peccato originale sputacchiato sulla testa, che il prete lava via prontamente tramite il battesimo? povero ragazzetto…) e peccatori incalliti predestinati. Ma Dio ha mandato suo figlio a soffrire ed a morire per noi e quindi siamo salvi (come se morendo sulla croce avesse fatto una specie di per me, libero tutti! di tombiana memoria). Ma poi in che modo, soffrendo e morendo, Gesù ci salverebbe dalle nostre (eventualissime e molto presunte) colpe? E non sto criticando la fede in Dio tout court, che del resto non può essere né rafforzata né indebolita né ritrovata dalla visione di un film cristofilo. Critico solo le bojate, le barzellette, le novelle da bimbi scemi del catechismo che impregnano senza soluzione di continuità tutta la Bibbia e di cui quest’opera è un esempio tipico.
Non vi pare che sia abbastanza? Ci voleva anche questo film per ribadirlo, per prenderci ulteriormente per il culo?
Inutile
Gangs Of New York (M. Scorsese)
Gangs Of New York (USA, 2002) di Martin Scorsese. Con Leonardo Di Caprio (Amsterdam Vallon), Daniel Day-Lewis (Bill, il Macellaio), Cameron Diaz (Jenny Everdeane), Liam Neeson (il Prete), David Hemmings (Mr. Schermerhorn), Jim Broadbent (William "Boss" Tweed), Henry Thomas (Johnny Sirocco).
Come legge del contrappasso, "recensione" breve per un film lunghissimo.
Trama: Daniel Day-Lewis uccide il padre di Leonardo Di Caprio e questi si vendica sedici anni dopo.
Il film di Scorsese (che secondo me è il miglior regista vivente) ha una bella sequenza iniziale - degna di Salvate il soldato Ryan - e una bella sequenza finale: due battaglie in cui non si risparmia sangue e violenza allo spettatore. Nel mezzo una lungagnata di scene alternativamente inutili, poco utili o addirittura noiose. Inutile è ad esempio il personaggio della ladruncola Cameron Diaz, probabilmente aggiunto per rendere più saporito un piatto insipido, con risultati pressoché nulli. La bella attrice è un soprammobile, una bambola infilatasi chissà come in una battaglia tra soldatini.
Se fossi Fele avrei intitolato questa recensione Via col sangue (con ovvio riferimento a Via col vento, ambientato nello stesso periodo della guerra civile americana) oppure Nascita di una metropoli (con riferimento al Nascita di una nazione di Griffith), e infatti Scorsese mira al kolossal capolavoro e lo manca, e non di poco. A un certo punto si vede un elefante correre per la strada, probabile citazione proprio di Nascita di una nazione: ecco Gangs Of New York, somiglia proprio a quell'elefante, che si muove sgraziatamente tra le stradine fangose di New York. I riferimenti alla città (al paese) costruita sul sangue sembrano troppi e troppo insistiti: il Macellaio, i pezzi di carne, le viscere degli animali, le bistecche, ecc. Il cinema americano ci aveva già detto questo, e meglio in molti casi, con l'epopea western e lo sterminio dei nativi americani (gli "indiani").
Detto in poche parole: bel mi' Casino, bel mi' Goodfellas, bel mi' Mean Streets!
P.S. Ecco la trama su www.film.tv.it: "New York, seconda metà del XIX secolo. Italiani e irlandesi si combattono per spartirsi il territorio e la gestione degli affari illeciti. In particolare la sfida è tra due bande rivali: i "Conigli Morti", guidati dal giovane Amsterdam Vallon e "I Nativi" capitanati dallo spietato Bill Poole detto "il Macellaio". Lo scontro si fa più feroce perché Amsterdam è spinto dal desiderio di vendicare la morte del padre, assassinato da Poole tempo prima. A sua volta Poole vuole uccidere il giovane Vallon per affermare definitivamente il suo predominio sulla città." Dove avranno visto gli italiani, lo sanno altro che loro.
P.P.S. Leggere questa specie di recensione, sempre sul sito di FilmTV: va bene essere ignoranti, ma scrivere che il film è di Spielberg mi sembra veramente troppo.
La nazionale di Lippi
Ora non è che improvvisamente si sia diventati belli e spettacolari come l'Ungheria di Puskas e Hidegkuti né come il Brasile di Pelè e Vavà, ma cacchio, almeno ieri sera abbiamo visto una squadra che ha giocato. Insomma, non siamo nemmeno il cencino sbiadito che si era visto in Islanda. Per la prima volta dopo qualche anno abbiamo visto una squadra che teneva in mano la partita, al di là del gol disgraziato subito così presto che non ho nemmeno fatto in tempo a vederlo. Pur con un centrocampo di onesti operai (Fiore, Gattuso, De Rossi, Zambrotta) e senza metronomi tra le scatole, l'Italia è riuscita, soprattutto nel primo tempo, ad imporre il proprio gioco ad una nazionale tradizionalmente ostica (anche se non mi è sembrata quel granché stavolta) come la Norvegia. Strano a dirsi, con Miccoli (uno dei più bravi, insieme a Nesta e De Rossi) e Gilardino non siamo riusciti a segnare quell'agognato secondo gol che è arrivato invece con Corradi e Toni in attacco.
Niente di eccezionale, ma se il buongiorno si vede dal mattimo, chi ben comincia è alla metà dell'opera, meglio un uovo oggi che una gallina domani eccetera eccetera.
(Canzone del giorno: P.F.M., Impressioni di settembre)
Grazie a Dio...
...e a Fele
, dopo alcuni giorni di astinenza e tribolazioni
, sono di nuovo qua, dopo una formattazione e una reinstallazione di Windows XP (che è una ca'ata
, absit iniuria verbis) a dire le solite cazzate e a sperare di leggere qualche commento ogni tanto. Fiuuu!!!![]()
(Canzone del giorno: Jethro Tull, With You There To Help Me)






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