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Il viaggio di chi?

by sasso67 (31/10/2004 - 13:56)

Il viaggio di Felicia (GB/Canada, 1998) di Atom Egoyan. Con Bob Hoskins (Hilditch), Elaine Cassidy (Felicia), Arsinée Kanjian (Gala), Sheila Reid (Iris), Peter McDonald (Johnny), Gerard McSorley (padre di Felicia), Brid Brennan (signora Lysaght), Danny Turner (Hilditch bambino).

Hilditch è un (apparentemente) tranquillo cinquantenne di Birmingham, direttore di uno stabilimento industriale del quale cura personalmente la mensa. Felicia è una ragazzina dell'Ulster cacciata di casa per essere rimasta incinta di un giovanotto inglese e quando va in Inghilterra per cercarlo s'imbatte casualmente in Hilditch, che di simili incontri occasionali ha fatto macabra collezione...

Il viaggio di FeliciaPiù che il viaggio (di formazione) di Felicia è interessante quello dentro i meandri della mente di Hilditch, attempato signore rimasto dentro il bambino ciccione e ladruncolo che fu un tempo, succube di una madre esperta di culinaria. Il film di Egoyan è interessante soprattutto su questo versante, più che su quello del se, come, quando, il serial killer ucciderà la sua preda. L'operazione del regista armeno/egizio/canadese è insolita e apparentemente fuori dalle sue corde, ambientata com'è nella squallida periferia della seconda città inglese (fotografata in maniera a dir poco eccezionale), ma si risolve in un film perfettamente riuscito, forse meno toccante del Dolce domani, ma altrettanto snetito. Si tratta comunque di un viaggio che coinvolge lo spettatore che assiste alle peripezie di Felicia, prigioniera e poi fuggita dell'antro della strega come Hansel e Gretel (per lei un vero bildungsroman) e all'agnizione da parte di Hilditch (stupendo Hoskins) della propria inadeguatezza al mondo (è rimasto quel bambino grasso e pasticcione attaccato alle sottane di mamma) che finge un ordine dato dall'inesistente matrimonio con Ada, una moglie malata, e dall'ossessiva passione per la cucina francese, che assume i connotati di un rituale sempre uguale a sé stesso e infine - ma sembra quasi un particolare minore - nella videoregistrazione dei colloqui con le donne che ucciderà. In tutto questo s'inserisce il rapporto con la religione, che, se da un lato spinge Hilditch a confessare la propria colpa (in realtà solo il furto dei soldi di Felicia) dall'altro fugge inorridita dimostrandosi incapace di aiutare chicchessia nonché di credere che il ladro e bugiardo sia il bravo borghese Hilditch anziché la proletaria Felicia. Impossibile, nel finale, non parteggiare per il serial killer anziché per le due beghine.

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Proprio niente di nuovo

by sasso67 (31/10/2004 - 12:34)

Niente di nuovo sul fronte occidentale (USA, 1979) di Delbert Mann. Con Richard Thomas (Paul Baumer), Ernest Borgnine (Kaczinsky), Donald Pleasance (prof. Kantorek), Ian Holm (serg. Himmelstoss), Patricia Neal (madre di Paul), Paul Mark Elliott (Behm), David Bradley (Kropp), Matthew Evans (Muller), George Winter (Kemmerich).

Da una parte va riconosciuto al film e ai suoi autori il merito di avere riportato sullo schermo uno dei capisaldi del pacifismo mondiale, dall'altro non si può che rimpiangere l'occasione sprecata nel mettere in scena il medesimo. Del resto il compito di Delbert Mann e soci era improbo, chiamati com'erano a confrontarsi con due giganti quali il romanzo di Remarque e il film che ne trasse Lewis Milestone nel 1930. E il confronto è impietoso: nel film di Mann non c'è la passione che era l'essenza del film di Milestone, soprattutto manca quel sentimento di pietas che è la cifra di ogni grande opera ispirata dal massacro della Grande Guerra. Richard Thomas non ha il carisma né la faccia pulita da recluta di Lew Ayres e nemmeno i pur bravi caratteristi (Ernest Borgnine, Ian Holm, troppo caricaturale) salvano questo film da un'irrimediabile mediocrità. Se ne guadagna il doppiaggio - nel film di Milestone i nomi tedeschi dei protagonisti venivano italianizzati in improbabili Paolo, Francesco, ecc. - le scene di battaglia, pur girate a distanza di cinquant'anni, non coinvolgono né convincono e, come dice Tullio Kezich, Mann è perfino peggiore come stratega che come regista.

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Quando le coppie avevano la coda

by sasso67 (30/10/2004 - 13:13)

I fuorilegge del matrimonio (Italia, 1963) di Valentino Orsini, Paolo e Vittorio Taviani. Con Ugo Tognazzi (Vasco), Annie Girardot (Margherita), Romolo Valli (Francesco), Scilla Gabel (Wilma), Marina Malfatti (Rosanna), Enzo Robutti (un cardinale), Didi Perego (Caterina), Isa Crescenzi (Giulia), Gabriella Giorgelli (fidanzata di Vasco).

I fratelli TavianiUno di quei film che più datati non si può, basato com'è su una proposta di legge del 1954 intesa a far passare alcune norme relative al divorzio in casi limite, ben illustrati dai cinque episodi che compongono il lungometraggio dei tre registi pisani. L'unica frase che ci rimanda all'oggi è quella pronunciata dal personaggio interpretato da Tognazzi nell'ultimo episodio (il più macchiettistico), quando rivolgendosi al vescovo dice «le autorità civili non vogliono interferire nella vita ecclesiastica, così come voi non influite mai sulla nostra», calcando l'accento su quel "mai" in maniera sarcastica. L'episodio più riuscito è unanimemente considerato quello ambientato in Toscana, interpretato dalla bella Scilla Gabel, nelle vesti (anzi priva delle vesti) di una moglie il cui marito è in prigione da dieci anni e lo tradisce con diversi uomini, finché il cognato la sorprende con l'ennesimo amante sopra un tetto e ve laScilla Gabel rinchiude nuda per un giorno intero, esponendola alle intemprerie e al pubblico ludibrio. Il film si muove in un terreno scomodo tra Brecht (l'episodio di Valli e della Girardot), Bergman e Ferreri ed ha cadute di gusto ed impennate satiriche. Lodevole l'intento dei registi (nel 1963 il divorzio era ancora illegale, mentre l'annullamento davanti alla Sacra Rota era, come oggi, una strada percorribile soltanto dalle coppie blasonate), ma il film già all'epoca non fece scandalo come avrebbe voluto ed oggi appare irrimediabilmente invecchiato. Va detto però che sembra davvero fuori luogo l'accusa di Tullio Kezich che all'uscita del film (1964) scrisse che «il film non dice, per esempio, che la nostra legislazione matrimoniale in tutta Europa trova riscontro solo in tre paesi: Spagna, Portogallo e Andorra». La condanna dell'arretratezza italiana in campo matrimoniale da parte dei Taviani e di Orsini era lampante.

(Canzone del giorno: La locanda delle fate, Homo homini lupus)

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Una previsione

by sasso67 (28/10/2004 - 19:38)

Ho la vaga impressione, anche se spero di sbagliarmi, che Bush vincerà le presidenziali americane.

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Nella mente di un filosofo

by sasso67 (27/10/2004 - 21:12)

Wittgenstein (GB, 1993) di Derek Jarman. Con Karl Johnson (Ludwig Wittgenstein), Clancy Chassay (Wittgenstein giovane), Michael Gough (Bertrand Russell), John Quentin (John Maynard Keynes), Tilda Swinton (Lady Ottoline Morrell).

Il piccolo Ludwig Wittgenstein, bambino prodigio viennese, diventa un filosofo di fama, docente a Cambridge, amico di Betrand Russell e John Maynard Keynes, ma non riesce a condurre una vita serena, tormentato da una logica che fatica ad incastrarsi nella realtà e dalla ricerca di una condizione ideale come uomo (il rapporto con un giovane studente) e come individuo inserito nella società (la curiosità per il sistema sovietico, la volontà di fare un lavoro manuale).

Jarman sceglie una messinscena brechtiana nella recitazione degli attori e nella scenografia spoglia dello studio, un po' come nel più recente Dogville di Lars Von Trier. Il film è tutto un viaggio nel cervello del filosofo (come Cronenberg entra nel cervello del suo Spider) che si vede un po adulto e un po' bambino, guidato da una specie di nano extraterrestre che funge da coscienza (non a caso lo accompagna sul letto di morte). Il tormento del filosofo che non si accontenta delle verità rivelate (notoria è la frase di Wittgenstein "su ciò che non si può conoscere si deve tacere") e che propone una nuova filosofia - davvero nuova perché contrappone all'individualismo dei filosofi di tradizione cartesiana una filosofia sociologica che a me sembra apparentarsi al marxismo, ed ecco l'interesse, con annessa delusione, per la società sovietica - sono raccontate da Jarman con la stessa sofferenza che deve aver provato lui come artista: ed è per questo che, nonostante si tratti di un tipo di cinema che non mi convince appieno, il film lo sento sincero e sofferto come poche altre operazioni del genere.

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Supermoccoli

by sasso67 (27/10/2004 - 12:48)

tregenda tre|gèn|da
s.f.
1 CO secondo leggende popolari di origine nordica, convegno notturno di diavoli, streghe e altri spiriti che si riuniscono per compiere malefici | fig., atmosfera, ambiente da t., allucinante, spaventoso
2 BU fig., confusione, pandemonio

(http://www.demauroparavia.it/122794)

Ieri sera era appunto una serata da tregenda. Nemmeno la nuvoletta di Fantozzi avrebbe potuto perseguitarlo come è successo a me, e non è nemmeno la prima volta. Uscito dal lavoro a Livorno, veniva giù un'acqua che non sembrava cadere a gocce, ma a secchiate. La strada era invasa dall'acqua, tanto che quando ho attraversato Via Grande mi è entrata dentro la scarpa sinistra. Il fondo dei pantaloni, benché fossi munito di impermeabile e ombrello, era completamente bagnato. Alla stazione i treni erano tutti fermi, tanto che alle 18,45 quando vi sono arrivato, il 18,04 non era ancora arrivato da Pisa, il 18,24 era ancora fermo lì con sopra anche Simona, Dino, il Guiggi e Cesare che erano usciti dal lavoro chi un'ora chi mezz'ora prima di me, e del 19,03 non si avevano notizie. I treni erano tutti fermi, almeno in direzione sud. In direzione nord andavano anche se pare che il guasto fosse al Calambrone dove un fulmine aveva colpito un traliccio. Il problema era che il macchinista del nostro treno doveva arrivare con il treno da Pisa che però era bloccato. La gente entrava e usciva dal treno indispettita e rassegnata, mentre il personale della stazione chiudeva il sottopassaggio per i binari 6 e 7 (dove eravamo noi) che si era allagato, e si consideri che questi ultimi due binari sono stati inaugurati all'inizio di quest'anno e sono pertanto nuovissimi: complimenti al progettista. L'altoparlante, con quella voce femminile registrata, andava a getto continuo riversando informazioni spesso inutili e sempre allarmanti, considerato che i ritardi continuavano a gonfiarsi (c'era un treno con un ritardo addirittura epico: dieci ore e dieci minuti); a un certo punto è sembrato che quella voce registrata fosse affetta da balbuzie, o probabilmente il disco si era surriscaldato. Per giustificare i ritadi si parlava di "avverse condizioni atmosferiche" e "cause non dipendenti da Trenitalia" (stamattina Il Tirreno parlava addirittura di un suicidio sulla linea, il che, viste le condizioni del servizio e la disperazione che causano nei passeggeri, non è improbabile). Comunque, con circa un'ora e mezza di ritardo, siamo partiti. A Cecina non pioveva, sembrava tutto finito. Una mazza. Sulla strada per Montescudaio veniva giù acqua a refascio, si sentivano tuoni fortissimi, mentre fulmini squarciavano il cielo, i fanali non scalfivano il muro di pioggia, mentre il vetro internamente si appannava e non era possibile ripulirlo né con getti d'aria calda né con getti d'aria fredda: sembrava funzionare soltanto l'apertura del finestrino, ma a costo di riempire d'acqua la macchina. Comunque bisognava procedere lentamente e con i fari abbaglianti accesi, sperando che non venisse in senso contrario un'altra macchina con i fari alti. Sono arrivato davanti casa che pioveva fortissimo e mi sono fermato davanti alla porta per avvertire i nonni, parcheggiando l'auto a mezzo metro dal portone di casa: nello scendere e aprire la porta ho fatto in tempo inzupparmi nuovamente. In casa i nonni erano al buio perché l'elettricità era andata via. Poi sono andato a parcheggiare e sono tornato a casa a piedi. Al ritorno mi sono bagnato completamente, nonostante in casa avessi presso un ombrello di quelli grandi, il mio ombrellino pieghevole s'era rotto e quando sono arrivato su in casa, con la luce che andava e veniva, mettendo a repentaglio anche la cena, mi sono lasciato andare ad una sfilza di moccoli da tregenda. Così siamo pari.

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Fiocco rosa in casa Bondi

by sasso67 (25/10/2004 - 17:18)

O meglio si dovrebbe dire fiocco rosa in casa di Bondi, che non è il coordinatore nazionale di Forza Italia, ma Bondino, aka Ghioghia, quello che faceva il motorino con la bocca. Congratulazioni alla puerpera e soprattutto alla Miglia, che è diventata nonna, un fatto, questo, sul quale penso che nessuno avrebbe mai potuto scommettere un cinquino bucato.

Credo che si tratti del primo fantolino nato a Montescudaio da trent'anni a questa parte: pare infatti che dopo il 1974 i bimbi di Montescudaio siano tutti nati in ospedale, a Cecina oppure a Pisa o a Livorno (negli ultimi anni va molto di moda Pontedera). E anche se questa è nata in un cesso, benvenuta al mondo!

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Guardie e guardie

by sasso67 (23/10/2004 - 20:16)

Narc - Analisi di un delitto (USA, 2002) di Joe Carnahan. Con Jason Patric (Nick Tellis), Ray Liotta (Henry Oak), Alan Van Sprang (Michael Calvess), Krista Bridges (Audrey Tellis), Dan Leis (Elvin Dowd), Anne Openshaw (Kathryn Calvess), Busta Rhymes (Darnell "Big D Love" Beery), Tony De Santis (medico legale).

NarcUn poliziotto di Detroit durante un inseguimento uccide avventatamente uno spacciatore, causando anche l'aborto di una passante e viene sospeso dal servizio. Richiamato per indagare sull'omicidio di un collega, si trova a collaborare con l'ambiguo tenente Oak e scoprirà le schifezze che si celano all'interno dello stesso Dipartimento di Polizia.

Jason Patric, attore molto sottovalutato, dall'aspetto maledetto e dall'attitudine da perdente, ma che non ha niente da invidiare a fighetti come Keanu Reeves e Brad Pitt (per non parlare di Leonardo Di Caprio), è un nuovo Serpico che si trova, suo malgrado, a scontrarsi con il marciume della polizia di Detroit (una parte non dissimile da quella già interpretata, molto bene, nel misconosciuto Effetto allucinante del 1991), città nella quale non si riesce più a capire da che parte sta il "bene" e da quale sta il "male", incarnati ormai nelle stesse persone. Accanto a Patric si muove, come un rullo compressore, un Ray Liotta che con gli anni ha acquisito chili ed espressività, un altro attore che non ha avuto una carriera all'altezza delle attese suscitate dalla sua straordinaria prestazione in Quei bravi ragazzi (1990) di Scorsese. La trama per niente scontata, che si basa sul "canovaccio Rashomon" - intendendo con questo lo stesso episodio raccontato da diversi punti di vista - adottato in parte anche nei Soliti sospetti si regge su un montaggio serrato e su immagini che a momenti sembrano uscite da un videoclip (si vedono anche split screen e quattro riquadri contemporaneamente) e in altri frangenti sembrano girate da un Tarantino infreddolito (Detroit è più a nord di Toronto e molto più a nord della Los Angeles tarantiniana). Il film è solido, asciutto, ben interpretato, serrato, non annoia e non infastidiscono certe svolte narrative fin troppo programmatiche (il rapporto tra Liotta e la moglie del poliziotto ucciso).

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Il pifferaio dei ghiacci

by sasso67 (23/10/2004 - 18:53)

Il dolce domani (Canada, 1997) di Atom Egoyan. Con Ian Holm (Mitchell Stevens), Sarah Polley (Nicole), Maury Chaykin (Wendell), Bruce Greenwood (Billy), Alberta Watson (Risa), Caerthan Banks (Zoe), Tom McCamus (Sam), Gabrielle Rose (Dolores), Stephanie Morgenstern (Allison), Arsinée Kanjian (Wanda).

Sulla falsariga della fiaba del Pifferaio di Hamelin un film algido e toccante ambientato tra i ghiacci di un villaggio di motagna canadese nel quale si è verificata una tragedia: un incidente dello scuolabus ha causato la morte dei bambini in età scolare del posto. Le uniche sopravvissute sono l'autista, una donna di mezz'età che vive con il marito paralitico, e una ragazzina che accompagnava i piccoli, rimasta paralizzata in seguito all'incidente. Un avvocato (Holm) di città si reca nel villaggio per convincere i genitori a fare causa per ottenere un risarcimento, ma soprattutto per evitare che simili tragedie, causate dall'incuria di chi dovrebbe vigilare, possano ripetersi.

Niente, nel villaggio, è come appare: illuminante il primo incontro con la coppia composta da Wendell e Risa (anch'essi colpiti dalla tragedia), che litigano sul come descrivere le famiglie del posto, fino a scoprire che anche la brava mogliettina ha la sua relazione extraconiugale. E nemmeno il rapporto tra la povera Nicole e l'affettuoso (fin troppo) padre è idilliaco come sembra. Il fatto è che anche l'avvocato ha un rapporto molto conflittuale con la figlia, che è ricercata, si droga, fa film porno e chi più ne ha più ne metta, e certo la sua situazione non può che portare jella anche ai genitori che gli si affidano. E alla fine i figli preferiscono ascoltare il pifferaio che li trascina via dai genitori, piuttosto che rimanere con loro.

Per una volta Egoyan, che spesso ha esagerato con trame arzigogolate e inconcludenti, colpisce nel segno con una storia sentita e coinvolgente, che intrappola i cuori nella morsa di ghiaccio e dolore che avvolge il villaggio canadese. Collaborano con lui, a parte una trama interessante derivata da un romanzo dello scrittore Russell Banks, una serie di attori eccellenti, sui quali risalta uno Ian Holm eccezionale per come riesce ad esprimere, con la consueta sobrietà, un dolore che lo lacera nel profondo.

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Altri calendari.

by sasso67 (23/10/2004 - 13:01)

Uscendo dall'edicola della stazione di Cecina, ieri, ho notato appeso al collettore di giornali, appeso per la vendita, un calendario con l'inconfondibile chiorbone di Mussolini, con tanto di elmetto dell'esercito, per lui ovviamente inutile, visto che mai si è sognato di recarsi vicino alle operazioni belliche. Vedendo quel calendario mi sono domandato se fosse legale esporlo al pubblico o se non si configurasse il reato di apologia del regime fascista, avendo quel calendario un chiaro intento celebrativo, con la sua dicitura, accanto all'anno cristiano 2005 di "Anno LXXXIII dell'era fascista". Ingenuo! Non avevo ancora letto il pezzo di Curzio Maltese su Repubblica, sempre di ieri, sulla squallida esibizione di Bruno Vespa a Porta a porta relativa al Mussolini privato, del quale peraltro avevo visto un paio di brani a Blob. Vista quella celebrazione telenovelesca del buon paterfamilias Mussolini che, sempre secondo Maltese, non ha nemmeno la dignità scientifica del revisionismo storico e neppure la brutale onestà dell'apologia del fascismo, mi scuso pubblicamente con gli editori del calendario mussoliniano, da accogliere probabilmente come una variante folkloristica del calendario di Barbanera o di Frate Indovino.L'utile calendario ottobre 2004

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Italiani nel mondo

by sasso67 (22/10/2004 - 19:53)

Costa Jorge Luis, Battaglini Juan Carlos, Ferrazzi Marcelo Ramon... Sono alcuni nomi che dicono molto: si tratta dei Tremagliacosiddetti "italiani nel mondo" con i quali il caro, simpatico nonnetto Mirko Tremaglia va facendo da tempo tanto puzzo in Italia. Dal mio punto d'osservazione "sprivilegiato" dell'ufficio casa, mi sono reso conto, in occasione dell'ultimo bando per le case popolari, che sono aumentati in maniera spropositata gli italiani nel momdo che sono tornati alla madre patria. Alla signora che mi presentava la domanda per la casa popolare a nome del marito ho domandato se il coniuge fosse discendente di italiani emigrati in Argentina. La signora mi ha risposto di sì, aggiungendo che hanno vissuto momenti terribili nel paese sudamericano, durante gli ultimi anni. Ed ha terminato dicendo "E vedesse quanti ce ne sono che non riescono a tornare in Italia".

Per loro è un ritorno. Molti di loro hanno persino conservato le vecchie case nei villaggi dai quali se n'erano andati cento, settanta, quaranta anni fa. Male per male, dicono molti, almeno torniamo alla nostra madrepatria. Sembra una specie di "Dagli Appennini alle Ande" a rovescio, praticamente ora si va dalle Ande agli Appennini, con un biglietto di andata e ritorno valido cent'anni. Si tranquillizzino i leghisti: non si tratta di extracomunitari, ma di italiani a pieno titolo, che tornano piano piano al paese d'origine. Chissà quanto durerà questo processo, spero per il ministro Tremaglia che gli italiani nel mondo non tornino tutti in Italia prima che egli sia morto, altrimenti dovrà giocoforza occuparsi a tempo pieno dei "culattoni" (il ministro dei culattoni?).

(Canzone del giorno: Dead Kennedys, Holiday in Cambodia)

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Dolce bella cara mammina

by sasso67 (22/10/2004 - 17:45)

Il clan dei Barker (USA, 1969) di Roger Corman. Con Shelley Winters (Kate Barker), Pat Hingle (Sam Adams Pendlebury), Don Stroud (Herman Barker), Robert De Niro (Lloyd Barker), Diane Varsi (Mona Gibson), Bruce Dern (Kevin Dirkman), Clint Kimbrough (Arthur Barker), Robert Walden (Fred Barker), Alex Nicol (George Barker), Pamela Dunlap (Rembrandt), Scatman Crothers (Moses); Lisa Jill (Kate bambina), Steve Mitchell (sceriffo).

Una scena vagamente bucolica prelude ad uno stupro di una ragazzina da parte del padre e dei fratelli. Quella ragazzina è Ma' Barker che, divenuta adulta, si sposa e mette al mondo quattro figli uno più pazzo dell'altro: Herman, il più grande è un sadico assassino, Fred oltre al vizietto di ammazzare ha anche quello di prenderlo nel didietro (scherzo: lo giuro su Tremaglia e Buttiglione), Lloyd si fa di eroina fino a rimanerci secco, Arthur, il più giovane, ha smanie intellettuali ma è completamente succube della madre. Al quintetto si uniscono la prostituta Mona, fidanzata di Herman che non disdegna di farsi sbattere da Arthur, e Kevin, un avanzo di galera che se la fa indifferentemente con la mammaccia e con Fred. Il clan capeggiato da Ma' Barker passa di rapina in rapina (per far uscire di prigione due figli la simpatica matrona organizza una rapina durante la quale prende in ostaggio quattro vecchiacce per pararsi la fuga e poi le lascia nude per evitare che diano l'allarme) fino al sequestro di persona contro un miliardario che con la sua personalità paterna - quella del padre è una figura che i quattro monelli Barker agognano - riesce a impietosirli e a metterli, anche se per un attimo, contro la mamma.

Uno dei film migliori di quella che fu chiamata "la nuova Hollywood" con attori di vecchia scuola (Shelley Winters) e volti nuovi di successo (Robert De Niro e Bruce Dern), che si apparenta a Gangster Story di Arthur Penn e figurativamente a numerosi esempi del periodo, non ultimo America 1929: sterminateli senza pietà di Martin Scorsese. Corman è stato forse il più grande artigiano del cinema americano, il miglior Autore di serie B (che raramente è stato promosso, per budget ed ambizioni, in serie A) che tuttavia ha spesso colto successi inaspettati al botteghino e al banco della critica. Corman è stato un regista che ha saputo fare grandi cose con mezzi limitati, uno insomma che nel rapporto qualità/prezzo non ha forse avuto eguali. Questo Clan dei Barker è un'elegia pop del banditismo americano degli anni trenta, quello che rese immortali personaggi del calibro (come dice Fele, le parole sono importanti) di Pretty Boy Floyd, John Dillinger, Bonnie & Clyde. Il film si snoda attraverso le straducole di un'America rurale come quella di Fratello, dove sei? dei fratelli Cohen, condotto dal genio malato di Ma' Barker, che si fa guidare da un'ideologia reazionaria mista di fascismo ("qualche sconsiderato ha perfino proposto di abolire i linciaggi"), tradizionalismo (la donna esecra l'attuale libertà delle donne) e fondamentalismo religioso: Ma' affoga una ragazza con le proprie mani, ma non tollera che i figli dicano parolacce. Il problema è che la sua rotta colliderà inevitabilmente con quella dei figli, stretti tra un complesso di Edipo soffocante (quando la donna si porta a letto Kevin senza tanti complimenti, non si capisce per chi dei due provi gelosia Fred) e un bisogno folle della figura paterna, evidenziata dall'ossessione dei quattro per gli occhi degli uomini vittime dei loro crimini. Ma sarà proprio questo complesso di Edipo (o di Giocasta?) a spingere la mammaccia ad uccidere la ragazza Rembrandt per la quale il debole Lloyd aveva avuto un breve trasporto: questo trauma spingerà il giovane ad una sempre più pesante tossicodipendenza che lo condurrà alla morte, fatto che prelude alla fine del clan dei Barker.

Questa versione psichiatrica dei Quattro figli di Katie Elder (dove però la mamma era assente ed era sostituita dalla figura al tempo stesso materna e paterna di John Wayne) è una delle prove migliori di Roger Corman, insieme al suo ciclo su Poe e all'Uomo con gli occhi a raggi X. Va visto.

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Un film della minchia

by sasso67 (21/10/2004 - 21:59)

«Nonna, che bocca grande che hai...»

«E perché non hai visto la minchia del nonno!»

Il ritorno di Cagliostro (Italia, 2003) di Daniele Ciprì e Franco Maresco. Franco Scaldati (Salvatore La Marca), Luigi Maria Burruano (Carmelo La Marca), Robert Englund (Erroll Douglas), Pietro Giordano (Cardinale Sucato; Pino Grisanti), Mauro Spitaleri (Barone Cammarata), Davide Marotta (il nano), Margareth Woodhouse (moglie di Erroll Douglas), Franco Gaiezza (Vincent Cusumano), Tatti Sanguineti (sé stesso), Gregorio Napoli (sé stesso).

Il ritorno di CagliostroQuando uscì il (penultimo? terzultimo? scrive a getto continuo) libro di Camilleri, La presa di Macallè, un recensore scrisse che si trattava di "un romanzo della minchia", per l'argomento e il linguaggio trattato. Il ritorno di Cagliosotro è un film della minchia: inizia infatti con una statua del Cristo con una minchia enorme (e infatti il prete che l'aveva commissionata la riporta agli artigiani che l'hanno realizzata) e continua con una serie di minchie pronunciate da tutti i personagi, primo tra i quali il Cardinale Sucato. Il film di Ciprì e Maresco nel raccontare la storia dei fratelli La Marca che da fabbricanti di statuine votive diventano i boss della Trinacria Cinematografica a cavallo tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il 1950, sfornando minchiate di film una dopo l'altra, si rifà nello schema a un mix tra il falso documentario alla Zelig di Woody Allen e la ricostruzione affettuosa alla Ed Wood di Tim Burton, con Robert Englund in un ruolo simile a quello che fruttò un meritatissimo Oscar a Martin Landau.

Ma c'è molto di più: da scene felliniane survoltate (fino a sfiorare la parodia) come quelle dei preti che ballano a omaggi a Buñuel, con quel cardinale blasfemo e quegli straccioni talmente laidi da rasentare il sublime; e c'è un nanetto che a un certo punto prende le fila del racconto, e pare uscito da Freaks o da Anche i nani hanno cominciato da piccoli, ci sono scene che ricordano i film di David Lynch (Velluto blu e Twin Peaks) e la resa dei conti tra mafiosi che sembra uscita da una versione trash di Quei bravi ragazzi. No, probabilmente il film non ha alcun senso, ma è fatto bene sia dal punto di vista tecnico sia dal punto di vista artistico con attori (ed è la prima volta che il duo siciliano si affida anche a professionisti), come Robert Englund, eccezionale nel rappresentare un attore alcolista e decaduto ispirato a molti divi hollywoodiani che venivano a riscuotere in Italia gli ultimi spiccioli della loro carriera, Franco Scaldati e Luigi Maria Burruano nella parte dei due fratelli La Marca, e l'ineffabile Pietro Giordano, visto decine di volte (anche nei panni della merda, o della carogna) a Cinico TV, che interpreta addirittura due personaggi: il laidissmo Cardinale Sucato, con tanto di fetida mamma al seguito, e il regista Pino Grisanti, al cospetto del quale Ed Wood sarebbe stato un fortunato genio del cinema.

E su tutto domina l'estetica del laido di Ciprì e Maresco, fatta di personaggi troppo zozzi per le loro ambizioni (entrare nel mondo del cinema), con madonne brutte come scimmie tanto che i fedeli non entrano più in chiesa, sante rosalie che sembrano il ritratto del bruciaculo, attori che, letteralmente, danno i numeri, mafiosi che prima o poi passano all'incasso, e soprattutto i due autori si affidano ad una grande, potente, incommensurabile, minchia.

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Pugno chiuso

by sasso67 (20/10/2004 - 20:19)

M'è rimasta impressa l'immagine della Lioce che nella gabbia dell'aula di tribunale in cui è processata si è rivolta (a chi? ai fotografi? a qualche nostalgico della lotta armata?) salutando con le mani ai ferri chiuse a pugno, nel vecchio saluto comunista. A parte il fatto che avere partecipato agli omicidi di D'Antona, di Biagi nonché del poliziotto Petri e il rivendicarli la bolla in eterno con il marchio dell'assassina, ma oltre tutto, s'è vista? Riacquistato un look più o menoPaolo Sollier decente rispetto a quello delle foto post arresto, la Lioce si esibisce nel saluto a pugno chiuso che, nel bene o nel male, ha significato qualcosa. Ha significato, appunto, in passato, almeno qui da noi: pazienza se lo esibisce uno come il subcomandante Marcos, rappresentante ideale di tutte le minoranze emarginate e sfruttate del mondo, pazienza se lo sfoggia un vecchio dittatore sulla via del tramonto come Fidel Castro in quel fortino assediato che è Cuba, ma qui da noi per favore no. L'unico motivo per il quale la Lioce potrebbe validamente mostrare il pugno (fa quasi tenerezza ripensare a Paolo Sollier, il calciatore del Perugia che entrò in campo a pugno alzato: ma erano altri tempi, si guardi la maglia di lana) potrebbe essere per invocare l'infermità mentale, condizione che parrebbe avvalorata dai farneticanti comunicati che legge o tenta di leggere in aula.

A parte tutto, quello del pugno, oggi, mi sembra un gesto infantile, come mi sembrano infantili (benché pericolosi) coloro che in segreto si riuniscono a pianificare attentati, spostamenti di truppe, guerre. Pensando a me stesso e ad un gesto equivalente a quello della Lioce, mi immagino in un'aula di tribunale, con i giudici di fronte, gli avvocati a fianco, i parenti delle vittime da una parte, giornalisti, fotografi e teleoperatori da un'altra, e io che scavo una pista per farci correre le palline dei ciclisti, oppure magari che sparo un colpo con la bugittola.

(Canzone del giorno: Kooper, Bloomfield, Stills, Albert's Shuffle)

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Alla follia

by sasso67 (18/10/2004 - 22:24)

Repulsion (GB, 1965) di Roman Polanski. Con Catherine Deneuve (Carol), John Fraser (Colin), Patrick Wymark (padrone di casa), Yvonne Fourneaux (Helen), Ian Hendry (Michael), Valerie Taylor (madame Denise), Helen Fraser (Bridget), James Villiers (John), Hugh Furcher (Reggie).

Carol, giovane estetista di origine belga, vive a Londra con la sorella che ha una relazione con un uomo sposato. Corteggiata da un giovane borghese, lo respinge senza un motivo preciso, poi, durante un'assenza della sorella per le vacanze si chiude in casa senza più andare a lavorare, senza mangiare, senza lavarsi. Lo spasimante, preoccupato, la va a trovare e Carol lo aggredisce in preda a follia omicida: lo fa fuori e poi lo mette nella vasca, dopo di che analoga sorte tocca al proprietario della casa che tenda un goffo approccio sessuale con la ragazza.

Repulsion è il primo lungometraggio realizzato da Polanski fuori dalla Polonia e dimostra già che le qualità del giovane cineasta non erano rimaste in patria. Repulsion è però un film "che viene prima": prima di Cul de sac (1966) che completa, in meglio, il discorso iniziato con questo Repulsion; viene prima di Rosemary's Baby (1968) e dell'Inquilino del terzo piano (1976) che riproducono, uno a New York e l'altro a Parigi, la stessa ambigua atmosfera dei vecchi palazzi cittadini con i loro strani e inquietanti inquilini; e viene prima, ad esempio, di Shining (1980), con il quale condivide alcuni spunti, anche se quanto avviene a Carol è spiegabile in termini puramente psichiatrici, molto più degli eventi che si verificano all'Overlook Hotel, ma si guardi la scena finale con lo sguardo allucinato di Carol bambina in una vecchia foto familiare... Repulsion è tutto giocato all'insegna dell'ambiguità, e soprattutto nel rapporto ambiguo tra la realtà esterna e quella interiore (in maniera molto più fluida che nell'Angelo sterminatore di Buñuel, dove un gruppo di persone rimane inspiegabilmente chiuso dentro una casa), accentuato dall'insistenza sugli oggetti: come dice Stefano Rulli nel Castoro su Polanski "il dettaglio insignificante, osservato ripetutamente al microscopio del realismo senza mutarne il fuoco, appare stravolto e allucinante". Si spiegano così le pareti che sembrano muoversi e respirare, le crepe nel muro che sembrano partorire stupratori che abusano di Carol, il coniglio che imputridisce nel piatto, le patate con le infiorescenze, il ferro da stiro con la spina staccata, il rasoio di Michael e così via. Tutto questo non spiega la follia di Carol, ben interpretata da Catherine Deneuve, ma ne contestualizzano l'esplosione finale.

Continuo a preferire Cul de sac, ma anche Repulsion entra di diritto nel novero dei migliori film di Roman Polanski.

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Alcuni altri film

by sasso67 (17/10/2004 - 22:12)

Altri film che ho visto di recente:

  1. Pizzicata (E. Winspeare). Giudizio: già visto e risaputo, il dialetto non riesce a riscattare un'operazione sbagliata. Voto 5.
  2. Il miracolo (E. Winspeare). Niente d'eccezionale, ma meglio di Pizzicata. L'ambientazione moderna si confà meglio alle corde di Winspeare, anche se tutta la vicenda ha un che di troppo programmatico per sembrare sincero. Voto 6.
  3. Sangue vivo (E. Winspeare). Il migliore dei film di Winspeare: sentito, sobrio, semplice, sofferto, popolano, vero, musicale. Con un Pino Zimba di grande effetto. Voto 7.
  4. Capricorn One (P. Hyams). La definirei una "Odissea nello studio". La missione su Marte non parte per problemi tecnici e di budget e la missione spaziale viene ricostruita in uno studio televisivo a beneficio del popolo americano e del suo presidente beota (attenzione: il film è del 1978, ma questo conferma la teoria vichiana dei corsi e ricorsi storici). Qualcuno dice che sia accaduto anche nel 1969 quando l'uomo ha messo piede sulla Luna. Qui c'è una complicazione in più: la sonda spedita nello spazio (senza gli astronauti) si incendia al ritorno, al contatto con l'atmosfera: che fare degli astronauti? La NASA si trasforma nella CIA e tenta di eliminare i malcapitati. Un buonissimo film, nella migliore tradizione del film d'inchiesta (qui semifantascientifica) sullo stile di Tutti gli uomini del presidente, con Elliott Gould che non gigioneggia troppo. Il finale è come al solito il punto debole del film, ma l'operazione nell'insieme funziona. Voto 7.
  5. Traffic (S. Soderbergh). Ottimo film corale (ricorda in parte le orchestrazioni altmaniane e un po'Tomas Milian in Traffic anche Tarantino), girato con almeno tre stili diversi, a seconda dei personaggi: giallo per l'ambientazione messicana, azzurrino freddo per la parte interpretata da Michael Douglas e stile naturalistico per quella interpretata dai due poliziotti rappresentanti di due minoranze razziali (il nero e il messicano). Un'ottima opera, quella di Soderbergh, dopo alcuni film davvero deludenti (specialmente Delitti e segreti). Molto bravi gli interpreti, da Benicio Del Toro a Michael Douglas (che riesce a non essere antipatico come al solito), da Catherine Zeta Jones a un eccezionale Tomas Milian, da Don Cheadle a Denis Guzmàn. Voto 7.
  6. Il tagliagole (C. Chabrol). Un film che fa stare male dall'inizio alla fine per quell'ambientazione squallida, per quelle vite squallide che non possono portare che alla tragedia. Un film che indaga, anche se molto da lontano, sul trauma dei francesi tornati dalla guerra d'Indocina, anni prima che gli americani ne abusassero e ne facessero pornografia (eccettuati alcuni capolavori come Taxi Driver e Il cacciatore). Voto 6½.
  7. Fermo posta Tinto Brass (T. Brass). Il solito erotismo triste e penoso di Tinto Brass. Anziché eccitare mette solo tristezza. Tinto Brass, come tutte le sue attrici e i suoi attori. recita da cane. Voto 0.
  8. Roberto Succo (C. Kahn). Un buon film su una storia vera di un italiano pazzo che fugge dal manicomio criminale e in Francia commette una serie di delitti. Un po' tirato per le lunghe nel finale. Voto 6½.
  9. The Addiction (A. Ferrara). Ammetto che non ho mai avuto alcuna predilezione per i film di vampiri, che contenessero metafore sociologiche o meno. E questo film, pur salutato dal vate Mereghetti come un capolavoro, non fa eccezione: mi sembra un inutile e noioso resoconto di una storia insulsa e risaputa. Se c'è la metafora non la capisco, se non c'è, allora Ferrara ci poteva risparmiare questo polpettone. Voto 4.

(Canzone del giorno: Paul Giovanni & Magnet, Search 2)

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Novantunesimo minuto

by sasso67 (17/10/2004 - 20:46)

Primo sicuramente il Chievo che in un ideale rapporto qualità prezzo surclassa tutte le altre squadre della Serie A. Bravissimo il tecnico Beretta che riesce a ripetere i miracoli di Del Neri: senza una perfetta organizzazione di gioco non si potrebbe riuscire a vincere "a Roma caaaaa Lazio" in dieci contro undici.

Secondo direi il Messina che nonostante la sconfitta con la Juve ha fatto una buonissima impressione, soprattutto con l'attaccante Zampagna (unico difetto: troppo nervoso) e con il centrocampista Coppola ha fatto la sua porca figura, senza mai realmente insidiare la vittoria della Juve, ma senza mai issare bandiera bianca, fino al novantatreesimo.

Terzo sicuramente Adriano, attualmente il miglior centravanti del mondo.

Quarto per una volta, Pirlo: molto bello il gol a Cagliari e più che dare le colpe ai difensori sardi direi che Cartavelina se l'è conquistato.

Quinto il Lecce di Zeman, che batte il forte Palermo di Guidolin, forse non proprio meritatamente (Guidolin ha detto che la sua squadra ha tirato in porta ventisette volte, e anche a 90° minuto è sembrata dominare), ma insomma, di solito Zeman perdeva anche quando giocava bene, se una volta vince giocando peggio dell'avversaria non sarà uno scandalo.

Menzionerei anche Capello, che mi resta sempre antipatico anche se allena la Juve, ma bisogna riconoscere che sta facendo un ottimo lavoro: Ibrahimovic non vale Shevchenko né tantomeno Zalayeta vale Adriano, ma i bianconeri segnano e subiscono poco (anche il gol di Zampagna, visto e rivisto, scagiona Thuram: non è uno scandalo se il Messina fa una bella azione d'attacco e segna). Probabilmente la forza della Juve è a centrocampo, dove nessuna delle avversarie ha due centrocampisti forti come Emerson e Nedved che recuperano e spingono come forsennati.

Fa piacere, per il bene del campionato che sia tornato al gol anche Vieri: se poi questo prelude a una sua resurrezione tanto meglio anche per la nazionale. Nel frattempo pare essersi sbloccato anche Gilardino, anche se il suo Parma fa concorrenza al Livorno nella classifica delle squadre che giocano peggio. A proposito del Livorno (che secondo me farà meglio ad assumere un tecnico più grintoso di Colomba), va detto che continua a segnare imperterrito Montella, che non so come si possa ancora tenere lontano dalla nazionale, nella quale non è stato convocato molto più scandalosamente del cretinetti Cassano.

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Chirurgia giapponese

by sasso67 (16/10/2004 - 14:02)

A Snake of June (Giappone, 2003) di Shinya Tsukamoto. Con Asuka Kurosawa (Rinko Tatsumi), Yuji Kohtari (Shigehiko), Shinya Tsukamoto (Iguchi).

La trentenne Rinko lavora come consulente presso un centro d'igiene mentale. E' sposata con un uomo molto più anziano di lei, maniaco della pulizia, con il quale non ha rapporti sessuali. Un giorno, all'uscita dal lavoro, si apparta a masturbarsi e un suo paziente la fotografa di nascosto in questa sua "esibizione". Comincia da questo momento un gioco a "gatto e topa" (mi si scusi il gioco di parole, ma visto il tema del film...) nel quale l'uomo costringe Rinko ad una serie di umiliazioni in pubblico, ricattandola proprio con le foto scattate. Da principio la donna subisce il ricatto con lacrime di umiliazione, poi ci prende gusto, fino a rischiare la vita per non interrompere le performances immortalate dalla macchina fotografica del suo paziente, anch'egli malato.

Tsukamoto, il regista dei cult Tetsuo e Tetsuo II, gira un film claustrofobico in un bianco e nero tutto virato in azzurro in una Tokyo battuta da una pioggia incessante e attraversata dalla malattia fisica e mentale dei personaggi. Il terzo incomodo Iguchi, non casualmente interpretato dal regista medesimo, interviene come un chirurgo nel rapporto ormai ammuffito tra Rinko e suo marito, riuscendo alla fine ad avere un effetto benefico sul rapporto di quella coppia: ed è proprio Iguchi, nella sua mania voyeuristica a scoprire il cancro che mina Rinko e a consigliarle di farsi operare. Ed è invece la donna a rifiutare l'intervento medico, per continuare quel gioco perverso fatto di esibizione e umiliazione del quale è ormai divenuta schiava consapevole.

Girato come un film della nouvelle vague, tutto addosso ai personaggi, A Snake of June è indubbiamente un filmA Snake of June sull'erotismo, anche se stenterei a chiamarlo erotico tout court, ma ovviamente risente anche delle esperienze precedenti del regista e presenta importanti inserti onirici (gli uomini con una specie di visore a forma di proboscide, Shigehiko che nuota sott'acqua come in un acquario) e ci parla delle nostre perversioni, della nostra malattia, del cancro che in fondo non vogliamo che ci sia estirpato. Probabilmente velleitario, perfino irritante in alcuni assunti, il film di Tsukamoto ha un indubbio fascino perverso che fa sì che il film si guardi senza annoiarsi; l'autorialismo che è presente conosce il senso della misura: il film dura 77 minuti e quindi riesce a non far girare le palle allo spettatore che si sorbisce questo incubo senza troppo fastidio.

Gli attori sono tutti funzionali alla messinscena: la Kurosawa (sarà parente del grande regista?) subisce un tour de force non indifferente e lo fa con la giusta maschera e intensità, anche se con qualche gridolino di troppo. Un appunto ai distributori del film: i sottotitoli bianchi su sfondo bianco non si leggono!!!

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Buongiorno, Bellocchio.

by sasso67 (15/10/2004 - 19:14)

Buongiorno, notte (Italia, 2003) di Marco Bellocchio. Con Maya Sansa (Chiara), Luigi Lo Cascio (Mariano), Roberto Herlitzka (Moro), Pier Giorgio Bellocchio (Ernesto), Giovanni Calcagno (Primo), Paolo Briguglia (Enzo), Giulio Bosetti (Paolo VI).

Buongiorno, notteDel gruppo di terroristi che tiene segregato Aldo Moro nel covo di Via Gradoli fa parte la ventitreenne Chiara, bibliotecaria romana, che vive sulla propria pelle la difficoltà di una vita duplice nella coerenza al suo credo politico e alla necessità di una vita "normale" fatta di sentimenti ed affetti "normali". Si potrebbe dire che alla fin fine le ragioni della tattica politica hanno la meglio sui sentimenti umani che affiorano in Chiara e in un paio di suoi compagni (Ernesto e Primo, mentre Mariano è il duro del gruppo): solo nel sogno Moro sarà libero di tornarsene, in vesti dimesse e senza clamore, alla propria famiglia, che ha bisogno di lui, come scrive il presidente della DC in una lettera che legge ai sequestratori, riuscendo a commuoverli.

Dare un giudizio su un film come questo è molto difficile, per la materia trattata (una ferita ancora aperta e sanguinante della nostra storia) e per il modo con cui vi si accosta il regista. In realtà è proprio difficile, almeno secondo me, dare un giudizio sui film di Bellocchio, anche se alcuni possono essere senz'altro catalaogati sotto la categoria critica della "minchiata". Non è il caso di Buongiorno, notte, un film che spiazza, fa riflettere ed in alcuni momenti sinceramente emoziona: è vincente, pur se forse un po' facile, la scelta di sottofondare le immagini di repertorio dei funerali di Moro con le note struggenti di Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd. E a questo punto va detto che se alcuni hanno a ragione accusato Bellocchio di avere troppo umanizzato i terroristi (del resto il soggetto è tratto da un libro della brigatista Anna Laura Braghetti, cha fa da modello a Chiara), di certo il regista non è stato tenero con la classe politica dell'epoca, in particolare con il gruppetto di potere facente capo ad Andreotti (con tutto il rispetto per l'uomo, suonano grottescamente ipocrite le parole pronunciate dall'allora vicesegretario della DC Galloni). L'unico che pare salvarsi è Luciano Lama, all'epoca leader della CGIL, che in un comizio sindacale prende nettamente le distanze da questi "professionisti del terrorismo", suscitando lo sconforto dei brigatisti che lo guardano in TV.

Alla fine dei conti si deve considerare che Buongiorno, notte è pur sempre un film, cioè uno spettacolo, e come tale deve essere giudicato, ed è per questo che dico che secondo me è uno spettacolo valido, uno dei film migliori dell'ultimo Bellocchio (non ho visto L'ora di religione, ma La balia è davvero poca cosa) e della nostra povera cinematografia nazionale. In sostanza ci dice che in una situazione esacerbata come quella del 1978 - e forse anche in quella attuale, pare suggerire il regista - l'unica soluzione positiva è possibile nel sogno, tema che ricorre nei film di Bellocchio.

Gli attori sono tutti discretamente bravi, giovani (Maya Sansa, Paolo Briguglia, Pier Giorgio Bellocchio), maturi (Lo Cascio ormai non è più un ragazzino) e vecchi (Herlitzka, come al solito sobrio e misurato). Una volta tanto Bellocchio non fa la sua lezioncina spocchiosa e convince, anche se non convincono le polemiche sorte dopo l'esclusione del film dalla lista dei premi dal Festival di Venezia dell'anno scorso: evidentemente e semplicemente c'era un film migliore.

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La Lattuagola

by sasso67 (13/10/2004 - 20:40)

La mandragola (Italia, 1965) di Alberto Lattuada. Con Philippe Leroy (Callimaco), Rosanna Schiaffino (Lucrezia), Romolo Valli (Messer Nicia), Jean-Claude Brialy (Ligurio), Nilla Pizzi (Sostrata), Totò (Fra' Timoteo), Armando Bandini (Siro), Jacques Herlin (Savonarola), Pia Fioretti (la francesina).

LocandinaIl ricordo va ovviamente agli anni del liceo e a quando dovevamo mettere in scena la commedia di Machiavelli, nella quale io dovevo interpretare Messer Nicia (la mia mamma mi disse addirittura che ero perfetto nella parte del marito cornuto), l'Ace doveva essere Callimaco, il Mazzo Ligurio, il Mengo Fra' Timoteo, la Beatrice Lucrezia, la Lessi Siro e la Natalina la dama di compagnia di Lucrezia. In corso d'opera un quartino di allora detto il Sodomita (?) subentrò nella parte di Fra' Timoteo quando il Mengo dette forfait per non rischiare la bocciatura da parte dei professori minimamente interessati al teatro machiavelliano. La regia era di Sandro Signorini, del quale ho già parlato nel post sul Marchese del Grillo e che ci lasciò tragicamente proprio nell'estate del 1985. Io mi ricordo ancora qualche battuta, tipo "e ti vo’ dire piú là: io sono stato a Pisa ed a Livorno, oh va’!" e anche "Io non credo che sia el più ferrigno ed il più rubizzo uomo in Firenze di me".

Il film di Lattuada, a mio modesto parere, non rende giustizia al capolavoro teatrale di Machiavelli, probabilmente la migliore commedia del teatro italiano, superiore alle opere di Goldoni e ai lavori, ovviamente molto diversi, del grande Dario Fo. Nello stesso tempo La mandragola di Lattuada non è nemmeno qualcosa di orginale, di a sé stante: è una via di mezzo, o forse più precisamente, come ebbe a dire Tullio Kezich all'epoca, "è una variazione sul tema". Manca completamente il fiorentino, quel linguaggio che è sicuramente il maggior punto di forza dell'originale machiavelliano. Lattuada insiste troppo sulle forme (pregevoli, del resto) di Rosanna Schiaffino e sulla prestanza atletica di Philippe Leroy, mettendo in scena una sorta di precursore del filone boccaccesco che avrebbe preso piede di lì a qualche anno. Il migliore della compagnia è ovviamente Romolo Valli che, nella parte di Messer Nicia, pare ispirarsi al Nerone di Peter Ustinov, ciccio e vanesio. Anche Jean-Claude Brialy è perfetto nella parte di Ligurio, l'astuto parassita di derivazione plautina, e infatti le parti migliori sono i dialoghi tra Messer Nicia e Ligurio (e mi ricordo che mi divertivo a dialogare con il Mazzo, che aveva il physique du role¹, mentre il Signorini lo rimproverava quando metteva il piedino in avanti tipo commedia dell'arte).

È molto bella l'ambientazione rinascimentale che ricostruisce l'antica Firenze a Urbino: ma l'intera operazione sa purtroppo di occasione mancata.

¹ Spero che si scriva così.

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La breve estate dell'anarchia

by sasso67 (11/10/2004 - 21:33)

La breve estate dell'anarchia. Vita e morte di Buenaventura Durruti di Hans Magnus Enzensberger, 1972, Feltrinelli, pagg. 295 € 8,00.

I funerali di DurrutiÈ dura giudicare questo libro di Enzensberger, uno dei massimi intellettuali a tutto tondo dell'Europa di oggi. Come dice il sottotitolo, il libro parla della figura di Buenaventura Durruti, uno dei capi anarchici durante la Guerra Civile Spagnola, ma parte da lontano, dall'infanzia e dalla formazione del giovane proletario Durruti, che vive sulla propria pelle, come milioni di altri compagni, lo sfruttamento della Spagna del Primo Novecento. Le prime cento pagine sono assolutamente noiose, e la tecnica scelta da Enzensberger non aiuta: si tratta di una specie di collage di testimonianze varie, tratte da libri, giornali dell'epoca e interviste originali. In questo modo molte cose rischiano di perdersi, mentre altre vengono ripetute all'infinito. Durruti insieme ai compagni della prim'ora, Francisco Ascaso e Garcia Oliver, scorrazza commettendo reati un po' in tutto il mondo, fino a guadagnarsi una condanna a morte in Argentina. Poi torna in Spagna, si stabilisce a Barcellona e comincia ad organizzare quella rivoluzione proletaria di stampo anarchico che porterà a realizzare il comunismo libertario in Catalogna. La traduzione italiana di Renato Pedio non aiuta il lavoro dello scittore (che astutamente non scioglie il dubbio se si tratti di un'opera storica o d'invenzione) e ci regala perle quali - solo per fare un esempio - "...la valigia doveva servire per mettervi dentro un buon paio di fucili, chiusi in due, ed altri indumenti del genere": cioè che genere di indumenti? del genere dei fucili? Sembra perfino impossibile che un libro Feltrinelli, ristampato più volte nel corso degli anni, contenga simili sciatterie (questa non è l'unica).

Come tutti sappiamo, la rivoluzione anarchica in Spagna fallì e i partiti di sinistra al governo, democraticamente eletti, furono rovesciati dal colpo di stato del generale Franco. I fascisti vinsero quella guerra perché riuscirono a rimanere uniti, mentre all'interno del fronte popolare le divisioni erano madornali, soprattutto tra comunisti (spalleggiati dall'Unione Sovietica di Stalin) e gli anarchici. Durruti, però, quella sconfitta, che si materializzò nel 1939, non la vide, perché morì da eroe nella difesa, inutile, di Madrid. Ma morì da eroe? Probabilmente no: qualcuno disse che fuDurruti ucciso dai fascisti, qualcun altro ipotizzò che fosse stato colpito dai comunisti, qualcun altro addirittura ventilò che fosse stata la sua guardia del corpo anarchica. I testimoni oculari, a distanza di anni, hanno raccontato che fu un banale incidente, un fucile che sbatte il calcio in una portiera della macchina e Durruti si ammazza con le proprie mani. Una morte stupida per un eroe, una morte da nascondere. A questo punto la Storia ha già preso il sopravvento sul narrato e il libro si fa grande, forte, violento, oscuro.

Gli anarchici persero perché la loro rivoluzione si era infilata in un vivolo cieco: accettarono di combattere con le altre forze politiche, scendendo a troppi compromessi e rinunciando a quella immensa forza ideale che l'anarchismo spagnolo aveva avuto fino ad allora e che, solo, poteva condurre quei fanatici idealisti alla vittoria; e allo stesso tempo non potevano che allearsi con gli altri partiti della sinistra, poiché altrimenti sarebbero stati spazzati via dai fascisti o dai comunisti. Forse anche Durruti contribuì a questa fine del sogno: perché se c'è una cosa che questo libro dimostra, forse anche al di là delle sue intenzioni, è che l'anarchia non si realizza sulla terra e rimane pur sempre un'affascinantissima utopia. Un'utopia che è tanto più bella quando a proporla sono, anche con le armi in pugno, personaggi straordinari come Buenaventura Durruti, che quando morì non possedeva niente, nemmeno un vestito da indossare dentro la bara, più o meno come San Francesco.

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Povera Italia

by sasso67 (10/10/2004 - 19:34)

Slovenia - Italia 1 a 0

Buffon: più o meno inoperoso per quasi tutta la partita, fallisce l'unica occasione nella quale è seriamente chiamato in causa, benché ingannato dalla difesa. Secondo me non può essere considerato il miglior portiere del mondo chi non è sicuro nelle uscite sui cross, anche se questo non era laterale ma veniva da dietro.

Bonera: terzino diligente, non si spinge mai in avanti e quando lo fa sbaglia. La sua intesa con il compagno di fascia (prima Camoranesi poi Esposito) è pressoché nulla.

Cannavaro: atleticamente a posto, compie due errori imperdonabili: prima lascia girare il centravanti avversario a due passi dalla porta (fortuna che quello tira fuori) e poi non salta nell'azione del gol.

Nesta: quasi impeccabile in copertura, impreciso in appoggio, salta a vuoto (come gli capita anche nel Milan, ultimamente) sul gol sloveno.

Zambrotta: uno dei meno peggio, spinge e si rende pericoloso, anche se in un paio di occasioni indugia troppo nell'effettuare il cross o il tiro in porta.

Camoranesi: probabilmente il migliore tra gli azzurri, lotta, corre, recupera palloni, passa e si propone, senza commettere gli errori marchiani visti negli ultimi tempi in maglia bianconera.

De Rossi: un po' fermo ieri sera e spesso preso in mezzo dai centrocampisti sloveni; la scarsa condizione di Gattuso non lo aiuta.

Gattuso: è stanco e si vede. Avrebbe bisogno di un po' di riposo. In mezzo al campo si dà da fare come al solito, ma la scarsa lucidità lo porta in qualche caso ad entrare in ritardo e l'arbitro gli risparmia un'ammonizione.

Esposito: un corpo estraneo in questa nazionale. La testimonianza vivente che convocare e mettere in campo uno che gioca tre buone partite in Serie A è un errore.

Totti: il peggiore in campo, soprattutto in relazione a quanto ci si aspetta da lui. Non combina niente nemmeno sui calci piazzati. Raramente in nazionale ha fatto grandi partite (almeno dopo l'Europeo del 2000), ma ieri sera ha veramente fatto pena. Per fortuna non si è lasciato andare a gesti di nervosismo.

Gilardino: l'anno scorso come toccava la palla, anche per sbaglio, la metteva dentro, adesso proprio non gliene va bene una. Il guardalinee lo ferma un paio di volte per fuorigioco inesistente e una volta il portiere sloveno compie un mezzo miracolo (Toni: bocciato ieri sera... da quella posizione la palla si butta dentro, la traversa è un suo errore madornale).

Lippi: presuntuoso come sempre, si crede demiurgo e pensa di poter trasformare un ragazzotto di belle speranze (Esposito) in un match winner. La nazionale gioca male e il principale responsabile è lui, anche perché il valore dei giocatori non è minimamente paragonabile a quello degli sloveni.

Civoli & Mazzola: Civoli è di una nota più acuto del torpore carlonestiano e si riesce a non addormentarsi ascoltandolo. Mazzola ha la voce di un castrato (fioco per giunta) e la usa per sparare cazzate a vanvera, nonché per tessere un assurdo elogio di Totti: addirittura quando Gattuso si avvicina al pallone in occasione di una punizione esclama "E no, eh!" e poi, dopo che Totti l'ha calciata in maniera totalmente sballata (fuori di dieci metri) incolpa Esposito che non è riuscito ad intervenire. Aridatece Pecci!

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Carosello dublinese

by sasso67 (10/10/2004 - 16:23)

La storia di Agnes Browne (Irlanda, 1999) di Anjelica Huston. Con Anjelica Huston (Agnes Browne), Marion O'Dwyer (Marion Monks), Niall O'Shea (Mark Browne), Ciaran Owens (Frankie), Roxanna Williams (Cathy Browne), Carl Power (Simon Browne), Mark Power (Dermot Browne), Gareth O'Connor (Gareth Browne), James Lappin (Trevor Browne), Ray Winstone (Mr. Billy), Arno Chevrier (Pierre), June Rogers (Fat Annie), Tom Jones (sé stesso).

Non basta essere una star di Hollywood, né basta essere di origine irlandese e nemmeno basta essere la figlia di un grande regista per dirigere un buon film. Anjelica Huston gira ed interpreta una storiella in cui la protagonista è una donna di Dublino che, rimasta vedova con sette figli piccoli, gestisce un banco al mercato ortofrutticolo. La storia è esile, la poeticità (la generosità dei proletari dublinesi, la malattia e la morte della migliore amica) e il grottesco (il colloquio con l'impiegata della previdenza sociale, il funerale sbagliato - irriverente reminiscenza dell'Ulisse di Joyce) sono troppo programmatici per non destare sospetti, mentre il finale da favoletta alla Frank Capra, con Tom Jones (che chissà come mai nel 1967 era già bolso e gonfio come è oggi) che, come un salvatore della patria, interviene in favore della famiglia Browne, è davvero un insulto all'intelligenza degli spettatori. Credo che questo Agnes Browne sia il secondo film diretto da Anjelica Huston (nel 1996 aveva girato il giustamente inedito Bastard Out of Carolina) e spero vivamente che sia anche l'ultimo.

(Canzone del giorno: Wishbone Ash, The Way of The World)

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L'isola dalle finestre che ridono

by sasso67 (09/10/2004 - 13:16)

The Wicker Man (GB, 1973) di Robin Hardy. Con Edward Woodward (sergente Neil Howie), Christopher Lee (Lord Summerisle), Diane Cilento (Miss Rose), Britt Ekland (Willow), Ingrid Pitt (bibliotecaria), Lindsay Kemp (Alder McGregor), Russell Waters (Harbor Master), Aubrey Morris (becchino), Irene Sunters (May Morrison), Walter Carr (preside), Ian Campbell (Oak), Leslie Blackater (parrucchiera), Roy Boyd (Broome), Geraldine Cowper (Rowan Morrison).

LocandinaIl maggior rimpianto è che non sono riuscito a registrare questo film, che è, probabilmente, il migliore horror che io abbia mai visto. La trama è abbastanza semplice: un poliziotto irreprensibile e religiosissimo si reca su un'isoletta al largo della Scozia per indagare sulla misteriosa scomparsa di una ragazzina e vi scopre una strana comunità dai costumi sessuali disinibiti e dedita a misteriosi riti pagani; deciderà di indagare a fondo per scoprire cosa si nasconda dietro alla scomparsa della giovane.

L'ambientazione misteriosa e claustrofobica della comunità chiusa ricorda in qualche modo esperienze contemporanee (benché di poco successive) come La casa dalle finestre che ridono (1976) di Pupi Avati o molto posteriori come I fiumi di porpora (2000) di Mathieu Kassowitz, ma l'atmosfera rimanda anche a classici del mistero come L'isola del Dottor Moreau o al Villaggio dei dannati e ad altre opere, sia letterarie sia cinematografiche, ambientate in comunità chiuse ed autosufficienti che creano di per sé un alone di mistero ed instillano inquietudine nel visitatore esterno. In quest'ultimo senso non si può non identificarsi nel ligissimo (alla legge come ai precetti del cristianesimo) sergente Howie che tenta, sempre più incredulo, di penetrare quella comunità che gli sembra voglia coprire l'omicidio di una ragazzina e che tenta di affrontare con gli strumenti che gli sono propri: la razionalità, l'autorità, la legge.

The Wicker Man¹, stranamente inedito in Italia (e meritoriamente presentato dal canale satellitare Studio Universal, che lo riproporrà domenica 17 ottobre alle ore 11,45, in versione originale sottotitolata ) affascina lo spettatore fin dall'inizio anche grazie ad una fotografia che esalta l'atmosfera celtica e quasi druidica, si fa seguire senza difficoltà nonostante i sottotitoli (e giuro che non è merito della mia discreta conoscenza dell'inglese, qui perfettamente recitato da un cast di attori tutti su livelli di eccellenza) ed avvince più e meglio di un giallo, incutendoci un sacro terrore, simile a quello che pare provare il "buon poliziotto Howie", ottenuto senza mostrare sangue o effettacci vari. E nonostante che il film si apparenti a certi lavori del primo Dario Argento e del miglior Lucio Fulci e che, almeno a un certo punto, il finale sia largamente prevedibile (trent'anni di frequentazioni cinematografiche, benché mi senta mille miglia lontano dalla supponenza del Tuto, non passano invano), il film del misconosciuto Robin Hardy, sceneggiato da Anthony Shaffer (1926 - 2001) che l'anno precedente aveva scritto Frenzy per Hitchcock, surclassa il 90% dei prodotti analoghi.

Non mi vergogno di dire che nel sito www.imdb.com ho dato 10 a The Wicker Man, che si giova di un cast davvero eccezionale: Edward Woodward forse non sarà stato bello o affascinante come suoi conterranei di maggior successo (Sean Connery, Roger Moore) ma si dimostra un attore di eccellenti qualità nell'interpretare questo grigio poliziotto - uno di quei personaggi che hanno fatto grande l'Impero Britannico - che si concede accenti da martire protocristiano e da eroe scespiriano nel grandioso finale che somiglia da vicino a un auto da fé pagano. Collaborano con il protagonista un Christopher Lee che, liberato dalle zanne draculesche, dà il meglio di sé nelle vesti di questo folle dandy e settecentesco earl trapiantato (come il suo avo trapiantò la vegetazione tropicale in quell'estremo lembo settentrionale d'Europa) nel ventesimo secolo. Nel cast meritano un cenno anche le donne, da Diane Cilento (allora signora Connery) a Britt Ekland (sostituita da una controfigura in alcune scene di nudo in quanto all'epoca era incinta) e agli interpreti di contorno quali il mimo Lindsay Kemp e l'Aubrey Morris che era stato il signor Deltoid in Arancia meccanica.

Stupenda infine la fotografia di Harry Waxman e le musiche celtiche, interpretate da Paul Giovanni, che contribuiscono a rendere ancora più misterioso l'insieme.

¹ Il titolo significa, letteralmente, "l'uomo di vimini" e alla fine si capisce perché.

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Aridatece li marziani!

by sasso67 (08/10/2004 - 16:29)

Ultracorpi - L'invasione continua (USA, 1993) di Abel Ferrara. Con Terry Kinney (Steve Malone), Meg Tilly (Carol Malone), Gabrielle Anwar (Marti Malone), Reilly Murphy (Andy Malone), Billy Wirth (Tim Young), Christine Elise (Jenn Platt), R Lee Ermey (gen. Platt).

Mi sembra impossibile che un regista come Abel Ferrara non avesse niente di meglio da fare che organizzare questa pagliacciata insipida e così fuori dalle sue corde da sembrare surreale. Sarebbe come se Asimov avesse scritto un romanzo sugli italoamericani di New York, e sicuramente lo avrebbe fatto meglio di come Ferrara ha concepito e diretto questo brutto film, che non lega le scarpe a Terrore dallo spazio profondo di Kaufman, primo remake dell'Invasione degli ultracorpi diretto da Don Siegel. Il film di Ferrara non coinvolge, non angoscia, non spaventa, non fa ridere, non fa piangere, non ha attori di grido né sconosciuti di valore: è insomma un polpettone senza sugo, condito con tutte i peggiori stereotipi del genere e di altri generi di minor valore, un film di serie Z realizzato con un budget da serie A: praticamente l'Inter della cinematografia americana.

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Sunday Bloody Sunday

by sasso67 (06/10/2004 - 23:59)

Michael Collins (GB/Irlanda/USA, 1996) di Neil Jordan. Con Liam Neeson (Michael Collins), Alan Rickman (Eamon de Valera), Aidan Quinn (Harry Boland), Ian Hart (Joe O'Reilly), Stephen Rea (Ned Broy), Charles Dance (Soames), Julia Roberts (Kitty Kiernan)

Ascesa e caduta di Michael Collins, terrorista/patriota (ormai queste due definizioni dipendono soltanto dall'ottica dalla quale si guarda alle persone e agli atti che compiono) irlandese, eroe dell'indipendenza dalla Gran Bretagna, primo presidente della nuova entità non ancora repubblica ma non più dominio britannico. E storia dell'amicizia e della rivalità di Collins con Eamon de Valera, il capo assoluto dell'indipendentismo irlandese, furbo e cinico quanto invece Collins è istintivo, coraggioso e irruente. E amiciczia e rivalità di Collins con Harry, con il quale divide l'amore per la bella (e inutile, ai fini del film) Kitty Kiernan. Il film si chiude con la morte di Collins in un agguato organizzato da de Valera.

Probabilmente gli autori del film (in sostanza Jordan, che l'ha scritto e diretto) volevano prefigurare in Michael Collins gli attuali dirigenti politici dell'Ulster, più propensi al dialogo che all'uso delle armi, mentre l'ambizioso e privo di scrupoli de Valera rappresenta l'ala dura e violenta dell'IRA.

Il film di Jordan ha molti difetti, primo tra tutti la scelta del protagonista che pare poco a proprio agio nei panni dell'eroe irlandese, ma ancora di più l'inserzione della storia d'amore di Collins e Boland per la Kitty interpretata con la solita insulsaggine da "cavolo a merenda" Julia Roberts. Ma Michael Collins film ha anche molti pregi, e in particolare l'orchestrazione delle scene di guerra e di guerriglia urbana e un inizio che sembra ispirarsi ai coevi film gangsteristici americani, anche se il personaggio del poliziotto spia interpretato da Stephen Rea ci mette un po' a carburare e quando lo fa è il momento del suo sacrificio. Ci si ricordi comunque che Michael Collins è pur sempre un film, e quindi uno spettacolo, ed intrattiene con sufficiente sapienza per circa due ore, talvolta appassionando e mai annoiando.

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Baol. Una tranquilla notte di regime.

by sasso67 (05/10/2004 - 00:01)

Baol. Una tranquilla notte di regime. di Stefano Benni, Feltrinelli, 1990, pagg. 160, € 6,50.

Benni deve avere le capacità divinatorie di Saltatempo, per aver descritto nel 1990 una situazione fantapolitica così vicina alla situazione attuale (e non solo con questo libro, si veda ad esempio La compagnia dei Celestini). Benni, come è noto a tutti, è anche un grande umorista e scrive, anche in questo romanzetto, pagine che muovono a un sincero riso. Il problema è che non si riesce a capire dove voglia andare a parare: sì, d'accordo la satira del Gran Gerarca (un misto di Andreotti, Craxi, Berlusconi, Mussolini e tanti altri gerarchetti, dittatorelli e politivcanti trasformisti della nostra epoca) e del suo mondo millenovecentottantaquattrizzato attraverso la "composizione" di filmati che stravolgono, o addirittura ricreano appositamente, la realtà, ma è proprio la struttura del racconto ad essere inconsistente. Insomma, secondo me manca una vera e propria trama. E mancando la trama, anche le due o tre rivelazioni finali (che non valgono il prezzo del biglietto) appaiono un po' fini a sé stesse. Ripeto: non mancano le pagine comiche - ad esempio l'elenco dei mostri dell'inferno - ma le trovate di Benni non reggono le nemmeno poi tante 160 pagine del libro.


Canzone del giorno: NOFX, Theme from a Nofx Album

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Archivio Ottobre 2004