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Sciopero

by sasso67 (30/11/2004 - 21:57)

Chissà se la Questura avrà un'opinione diversa in merito, ma ho sentito al TG3 che a Livorno i manifestanti erano quindicimila. Una cosa veramente eccezionale, cifre da stadio. Probabilmente, come al solito, lo sciopero non sarà servito a granché, ma è stata comunque una prova di forza nei confronti di questo governo e della sua finanziaria sbagliata, ingiusta e immorale. Il discorso più idiota l'ho sentito fare - ma non è una novità - dal ministro Gasparri che ha testualmente detto (con un sorrisino sulla faccia, ma forse è la sua espressione abituale) che chi oggi ha scioperato dovrebbe restituire il beneficio fiscale che ottiene dalla riforma del governo. Visto che da un rapido calcolo io ci rimetto, che ne direbbe l'astuto ministro di darmi la differenza di tasca sua?

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Ombre rosse (e un po' nere)

by sasso67 (30/11/2004 - 11:15)

Un garibaldino al convento (Italia, 1942) di Vittorio De Sica. Con Carla Del Poggio (Caterinetta Bellelli), Maria Mercader (Mariella Dominiani), Leonardo Cortese (Conte Franco Amidei), Fausto Guerzoni (Tiepolo, il giardiniere), Elvira Betrone (madre superiora), Clara Auteri Pepe (Geltrude Corbetti), Dina Romano (suor Ignazia), Olga Vittoria Gentili (Marchesa Dominiani), Lamberto Picasso (Giovanni Bellelli), Vittorio De Sica (Nino Bixio), Achille Majeroni (il governatore), Adele Mosco (Caterinetta anziana), Evelina Paoli (Mariella anziana).

Un garibaldino al convento, girato da De Sica prima dei capolavori neorealisti, è un buon film. E contiene anche insospettabili spunti di critica sociale e politica, tanto che qualcuno all'epoca si chiese come avesse potuto passare la censura fascista: nel '42 la guerra era già cominciata e stava andando male per l'Italia, ma il regime fascista era ancora ben saldo al potere. Senza voler accentuare questi elementi di critica sociale (in fondo il conte garibaldino è destinato Carla Del Poggioalla marchesina, anziché alla borghese Caterinetta), rappresentati soprattutto dal governatore borbonico, pronto ad applaudire le imprese dei garibaldini, secondo un vecchio costume di trasformismo e gattopardismo congeniti alla classe dirigente della penisola (e nel caso specifico anche un po' d'arteriosclerosi), si deve apprezzare, nel terzo film di De Sica, l'ottimo mestiere dimostrato, condito da una dose d'ironia che non permette alla vicenda di scivolare nel patetico. E oltre a questo non devono essere trascurate le influenze - probabilmente non dichirate - del cinema americano e in particolare, si potrebbe dire, di John Ford, rappresentate da quel finale in cui il Conte Amidei e il garibaldino in pectore Tiepolo combattono contro i soldati borbonici asserragliati dentro la baracca del giardiniere (cantando l'inno di Mameli come fosse Star Spangled Banner) e da quell'arrivano i nostri a cavallo mandati di gran carriera da Bixio.

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Il gran simpatico

by (27/11/2004 - 15:33)

BrunettaAmmettiamo per assurdo che Berluskoni sia la persona più simpatica e intelligente del mondo... Seguendo il vecchio detto "dimmi con chi stai e ti dirò chi sei", si dia un'occhiata alle persone delle quali si è circondato: Da Bondi a Elio Vito, da Schifani a Brunetta. A proposito di quest'ultimo, va detto che, chi abbia a cuore una sconfitta elettorale di Berluskoni alle prossime elezioni, dovrebbe augurarsi che il Cavaliere mandi il suddetto economista Brunetta molto spesso in televisione: dopo la sua apparizione a Ballarò di martedì scorso non ho incontrato nessuno che, richiesto specificamente da me se avesse visto il programma di Floris, non mi abbia testualmente risposto "madonna, come mi rimane sui coglioni quel Brunetta!"

"Quello che ne seguì fu un periodo sanguinoso, brutale e violento. Il quindicennio più buio del Cile. Ma le premesse per la parentesi antidemocratica di uno dei Paesi dell'America Latina di più lunga tradizione costituzionale furono poste dal tentativo avventurista di realizzare il comunismo in Cile e dalla cecità di un'opposizione democratica che si svegliò quando ormai era fuori gioco. Naturalmente gli Stati Uniti e la Cia fecero la loro parte, ma come disse Henry Kissinger, «non c'é nessuna ragione di stare a guardare che un Paese diventi comunista per l'irresponsabilità del suo popolo»." (Renato Brunetta, da Il Giornale del 13 settembre 2003) 

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Doping bianconero?

by sasso67 (27/11/2004 - 15:09)

A ventiquattr'ore dalla sentenza con la quale a Torino è stato assolto l'amministratore delegato della Juve Antonio Giraudo ed è stato condannato il medico sociale Riccardo Agricola per somministrazione di sostanze dopanti ai calciatori, non ho ancora capito se la Juve è stata condannata o assolta. Secondo Marco Travaglio su Repubblica si tratta grosso modo di una sentenza di condanna nei confronti della società ("Aveva ragione Zeman...", titola). A me Travaglio ispira simpatia anche per il lavoro svolto nell'ambito delle indagini su Mani Pulite, ma penso che si debba fare la tara su quanto sostiene, avendo fin dall'inizio sostenuto le accuse dei p.m. e, diciamolo francamente, un po' cavalcato la notizia. Del resto dovrei fare la tara anche sul fatto che della Juve sono tifoso, onde per cui mi sento al quanto spaesato. Non è nemmeno vero, inoltre, che, come scrive Travaglio, Giraudo e Agricola abbiano fatto perdere le loro tracce subito sopo la sentenza: semplicemente si erano recati alla sede juventina per fare una conferenza stampa: il sito della Juve ne dà notizia alle 19,15 di ieri sera.

Una considerazione mi nasce dal fatto che Giraudo, che nel processo rappresentava la Juve nel suo complesso di società sportiva, sia stato assolto da tutti i capi d'accusa, da alcuni con formula piena da altri con la formula che oggi sostituisce la vecchia "insufficienza di prove". Allo stesso tempo, Agricola è stato condannato (anche si tratta pur sempre di un primo grado di giudizio) per i capi d'accusa più gravi, e soprattutto per frode sportiva messa in atto mediante l'uso di Epo. L'altra accusa, quella di avere somministrato ai giocatori medicinali di cui non avrebbero avuto bisogno, mi pare francamente ridicola. Un esempio: se l'aspirina™ non è vietata, perché non posso prenderla anche quando magari non presento i sintomi che è diretta a curare? E chi può impedirmi di prenderne due, tre, quattro, quando non vada contro la mia salute?

Vabbe', a parte questo, direi che mai, quando un dipendente di una società calcistica è stato condannato per l'uso di sostanze dopanti - sempre che la condanna venga confermata in appello - ci si è rivalsi sulla società: né quando Maradona fu beccato positivo al test della coca (né il Napoli né la nazionale argentina ne risentirono), né quando Peruzzi e Carnevale della Roma furono trovati positivi per altri farmaci vietati, né, infine, e mi sembra il caso più simile a questo, quando il medico dell'Empoli fu condannato per avere fatto uso di sostanze proibite all'insaputa della società (anche se in quel caso il medico confessò e si assunse tutte le responsabilità; qui Agricola si proclama innocente).

L'importante è che si accettino le sentenze, sia penali che sportive, senza strepitare al complotto come fa Berlusconi (a proposito: ma non si potrebbe eleggere un presidente del consiglio juventino in modo che depenalizzi anche l'acquisto degli arbitri?).

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Sonatina con vomito e sangue

by sasso67 (27/11/2004 - 12:55)

La pianista (Francia/Austria, 2001) di Michael Haneke. Con Isabelle Huppert (Erika Kohut), Benoît Magimel (Walter Klemmer), Annie Girardot (madre di Erika), Susanne Lothar (signora Schober), Anna Sigalevitch (Anna Schober), Thomas Weinhappel (baritono).

«Lo sai perché te tu sei una troia?» apostrofa Francesco Nuti l'assistente sociale Laura Betti nell'unica scena divertente del film diretto dal comico toscano Tutta colpa del paradiso (1985) «Perché te 'un tu sei mai stata una troia!». Questa battuta m'è tornata in mente guardando il film di Haneke, in relazione al personaggio sgradevole interpretato da Isabelle Huppert: un'insegnate di pianoforte sulla quarantina, zitella, frigida, ma agitata da segrete perversioni erotiche che sconfinano nel feticismo e nel sadomasochismo.

La pianista (una scena)La pianista è, secondo me, brutto, malsano, freddo, inconsistente, noioso. A giudicare da questo film non si riesce davvero a comprendere da cosa derivi la grande fama che sta arridendo al regista bavarese, che lascia i gesti dei propri personaggi senza una spiegazione logica. Se ha voluto illustrare un caso clinico (anzi due, perché anche il giovane Walter non mi sembra troppo per la quale), lo ha fatto in una maniera orripilante, sul piano delle scene mostrate sullo schermo e sul piano dei risultati ottenuti. Chiamo a testimonianza la faccia devastata di Annie Girardot che interpreta l'anziana madre della protagonista: pur testimoniando il punto di vista borghese, è possibile che non si fosse mai accorta delle manie perverse della figlia?

A Cannes la Huppert e Magimel ottennero in coppia il premio come migliori attori e, se il premio al giovane attore francese apparve (e appare tuttoggi) completamente immeritato per la sua inespressività (ricorda un po' Julian Sands, attore già inespressivo di suo, ma ancora più inespressivo e spero di avere reso l'idea), quello a Isabelle Huppert lo si può comprendere soprattutto per il coraggio dimostrato dall'ormai grande attrice francese. Soprattutto il coraggio di accettare una parte in un film così brutto.

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...e se fosse solo musica?

by sasso67 (27/11/2004 - 09:50)

Ferve un dibattito, su riviste specializzate e anche meno specializzate (si vedano vari interventi recenti sul supplemento Musica! di Repubblica), sulla morte o meno del punk e, più in generale, sull'impegno "politico" dei musicisti. Premesso che provo maggiore simpatia per i musicisti che dichiarano a parole, e magari dimostrano nei fatti, simpatie pacifiste e antipatie bushane e berlusconiane, devo dire che quello che conta è la musica. Luca Frazzi dichiara che il punk è morto (v. Punkster #1); punkettari di tutti i livelli, da quelli della prim'ora agli ultimi adepti, dichiarano che il punk è un modo di pensare e un approccio alla vita prima che un genere musicale, cosa che, secondo loro, è un fatto secondario rispetto al cosiddetto "atteggiamento punk". Secondo me molti di coloro che la pensano in questo modo, soprattutto tra coloro che possono ricordarsi il '77 e dintorni con una qualche cognizione di causa (io avevo dieci anni e unca consapevolezza musicale e politica pari alle temperature invernali di Mosca) lo fanno per snobismo culturale: come dire "sì, sì, ascoltate pure i Green Day, i Rancid e compagnia bella, sono anche carini, ma non potrete mai vivere quella temperie culturale (eh sì, si compiacciono anche dei paroloni) che portò alla nascita del movimento punk con band epocali come i Ramones, i Sex Pistols, i Clash".

Tom Araya sul palcoA questo si aggiunge l'altro atteggiamento, rappresentato sempre sugli stessi fogli, di cui anch'io, almeno parzialmente sono stato vittima, di coloro che in generale giudicano i musicisti dal loro credo politico. Ne è esempio lampante il pezzo di Aldo Nove, valente giovane scrittore italiano, sull'ultimo numero di Musica!. Qui Nove, spedito ad intervistare il leader del gruppo thrash americano Slayer, Tom Araya (che fra l'altro è figlio di una coppia di dissidenti cileni rifugiati negli USA negli anni settanta), critica il cantante - bassista per il suo imborghesimento, testimoniato dall'elogio della famiglia e soprattutto dalle parole di apprezzamento pronunciate nei confronti del presidente americano Bush. Nove, pur riconoscendo il valore del musicista, vorrebbe andare sul palco e gridare ai ragazzini osannanti: «Ragazzi, questi signori che state per ascoltare sono dei bravi signori, tengono famiglia, sono come vostro papà ma invece di mantenervi vanno in giro per il mondo a suonare. Bene. Duro. Ma pensano le stesse cose di vostro papà». Probabilmente significando "se lo fate per ribellione lasciate perdere, rivolgetevi da altre parti, verso altri migliori maestri". Lo stesso errore l'ho fatto io un paio d'anni fa o anche tre quando lessi un'intervista a Ritchie Blackmore, l'ex grande chitarrista dei Deep Purple, che ormai s'è ritirato in America dove vive con la giovane compagna, Night, e fa una musica medievaleggiante (si chiamano Blackmore's Night) al servizio dei vocalizzi della ragazza. L'ex man in black si lanciò in un elogio sperticato di Bush e a me cascarono le braccia. Per un attimo pensai che fosse rincoglionito, ma, a parte il fatto che i Deep Purple non sono mai stati una band dalle scoperte prese di posizioni politiche - e quindi vi si poteva nascondere anche il fascistello di turno - che dire quando Blackmore mette le dita sulla sei corde, per suonare Lazy dei Deep Purple oppure Spanish Nights dei Blackmore's Night? Resta il grande chitarrista - uno dei migliori della storia del rock - che è sempre stato.

E comunque, in questi casi, la domanda sorge spontanea: e se si trattasse semplicemente di musica?

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Caccia all'errore

by sasso67 (26/11/2004 - 18:04)

Giorgio Bocca sul Venerdì di Repubblica di oggi:

«I carri armati Abrams avanzavano per le strade e sparavano cannonate sulle case, cinquantamila case distrutte dai carri e dagli aerei. Accompagnati da inni di guerra, pare anche La cavalcata delle Valchirie, usata dal regista Stanley Kubrick in Apocalypse Now

Ma non c'è un correttore di bozze che possa correggere errori così madornali?

Soluzione: Apocalypse Now è, naturalmente, di Francis Ford Coppola.

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amaranera

by sasso67 (24/11/2004 - 23:58)

La noire de... (Francia/Senegal, 1966) di Sembene Ousmane. Con Mbissine Thérèse Diop (Diouana), Anne-Marie Jelinek (Madame), Robert Fontaine (Messieur), Momar Nar Sene (fidanzato di Diouana), Ibrahima Boy (ragazzo con la maschera).

Mbissine Térèse DiopUna giovane senegalese giunge ad Antibes, sulla Costa Azzurra, per fare la bonne in una famiglia bianca che l'aveva assunta a Dakar. La ragazza, analfabeta, si sente sola, incompresa, prigioniera, addetta ad un lavoro che non le piace (doveva stare con i figli della coppia e invece diventa la sguattera di casa). L'unico legame con l'Africa è rappresentato da una maschera tradizionale appesa a una parete. Il finale, per lei, sarà tragico.

Il film, abbastanza breve (non arriva all'ora), è secco e toccante nel rappresentare il dramma di questa ragazza che quasi quarant'anni fa si trova spaesata in un mondo che non le appartiene e isolata dal resto del paese ("possibile che la Francia sia questo buco nero?"). Il primo lungometraggio di un regista dell'Africa nera - quel Sembene Ousmane di cui avevo finora visto soltanto Campo Thiaroye del 1989 - parla del dramma della solitudine e dello spaesamento di questa ragazza, Diouana (che in patria era libera, fiera e felice), e dell'aridità, dell'incomprensione dei suoi "padroni", l'intolleranza irosa della signora e l'apparente maggiore umanità del signore, che però pensa di poter risolvere tutto con un'offerta in denaro. Quel denaro che, in un moto di estrema dignità, la madre della ragazza, che abita in una miserevole baracca, rifiuterà.

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Come cane e gatto

by sasso67 (23/11/2004 - 22:30)

La Circe e MagoIn principio fu la Ilo che generò il Pitto e la sorellina che fu soppressa alla nascita. Poi arrivarono il Conte Mascetti (ho appena ribattezzato il gatto bianco e nero di razza persiana o affini) e la Chatty. Poi, in casa, ci fu l'irruzione devastante della Circe e poi la morte eutanasica del Pitto che giace sotto un albicocco nell'orto qui dietro casa mia. Alla fine giunse Mago che ne buscò prima dalla Ilo e poi dalla Chatty (il Conte Mascetti manteneva un austero riserbo nei confronti del nuovo venuto) e quindi chiese protezione alla Circe che maternamente (lei che mamma non potrà mai diventare, se non adottiva) gliela offerse (o offrì?). Poi si dice "sono come cane e gatto"...

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4cchi

by sasso67 (22/11/2004 - 22:18)

Il Vs. affezionatissimoRisolto o meno che abbiate il rebus di cui sopra, ecco un bel dagherrotipo del vostro affezionatissimo che, affetto da innumerevoli difetti oftalmologici è dovuto ricorrere, a distanza di otto anni dal completo abbandono di dispositivi adiuvanti la visione notturna e diurna, nonché a diciassette anni dall'avere smesso di utilizzare i suddetti dispositivi vitreo metallici se non per mandare la macchina o per studiare (con scarsi risultati nell'uno e nell'altro campo, come tutti ben sapete), è dovuto ricorrere, si diceva, di bel nuovo ai summenzionati dispositivi in materiale vitreo-plastico, stavolta. Insomma, mi sono rimesso gli occhiali (vedi foto).

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Il vecchio che credeva d'avere vent'anni

by sasso67 (22/11/2004 - 19:12)

Le notti della luna piena (Francia, 1984) di Eric Rohmer. Con Pascale Ogier (Louise), Tchécky Karyo (Remi), Fabrice Luchini (Octave), Christian Vadim (Bastien), Virginie Thévenet (Camille), Làszlò Szabò (pittore al caffè), Lisa Garneri (Tina, la babysitter), Anne-Séverine Liotard (Marianne).

Pascale Ogier e Fabrice LuchiniIn uno dei più gaudiosi misteri del cinema si contempla l'esaltazione di certi critici per le opere, soprattutto quelle tarde, di Eric Rohmer. In pratica a un certo momento Rohmer ha cominciato a fare gruppi di film (la serie Commedie e proverbi, i Racconti delle stagioni) con protagonisti i giovanissimi e alcuni critici, almeno quelli italiani, si sono messi in testa che i suoi dialoghi rispecchiassero fedelmente il linguaggio degli adolescenti. Mi spiego meglio: gente come Giovanni Grazzini (classe 1925, morto nel 2001) e Tullio Kezich (classe 1928) hanno ritenuto che Rohmer (classe 1920) scrivesse i dialoghi dei suoi film così come parlerebbero i giovani. Io, che all'uscita di Pauline alla spiaggia avevo sedici anni, a quella delle Notti della luna piena ne avevo diciassette e ai tempi del Raggio verde diciannove, non mi sono mai riconosciuto in questi dialoghi insulsi, noiosi e filosofeggianti pronunciati da fanciulle e garzoncelli scherzosi falsi come una banconota da sei euro e mezzo. Alcuni dei suoi film li ho trovati francamente fastidiosi, e se non schifo il cinema di Rohmer nella sua totalità è perché alcuni suoi film (un esempio: Perceval le Gallois) non li ho visti ed anche perché questo Le notti della luna piena non è dei peggiori: molto peggio Rohmer ha fatto, a livello di verbosità del tutto, con Pauline alla spiaggia (1983), Il raggio verde (1986), L'amico della mia amica (1987), Racconto di primavera (1Rohmer990) e gli altri film sulle stagioni. In Le notti della luna piena tutto ruota intorno a Louise, una ragazza insignificante (tanto che il regista, per renderla riconoscibile, ha dovuto agghindarla con una crocchia di capelli alla Luigi XIV o, per chi abbia sotto mano le vicende livornesi, alla Mamma Franca) che, dietro all'amore per il fidanzato e a una concomitante necessità di libertà cova la voglia di vivere altre storie, finché il destino non le si ritorcerà contro. Pur come ho detto nella sua insignificanza, la giovane Pascale Ogier, figlia della Bulle Ogier vista nel Fascino discreto della borghesia, morta a 26 anni pochi mesi dopo la fine del film, per il quale ricevette il premio a Venezia, è brava ed espressiva. Molto meglio secondo me sono però Tchécky Karyo e Fabrice Luchini. Per il resto è il solito Rohmer: avrà anche letto Marivaux e De Musset, ma resta un gran palloso.

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Ballerina del nulla

by sasso67 (21/11/2004 - 17:41)

Isadora (GB, 1968) di Karel Reisz. Con Vanessa Redgrave (Isadora Duncan), John Fraser (Roger), James Fox (Craig), Jason Robards (Paris Singer), Ivan Tchenko (Sergej Esenin), Vladimir Escovar (Bugatti), Cynthia Harris (Mary), Bessie Love (madre di Isadora).

IsadoraLa vita della ballerina Isadora Duncan, che si ispirò alla Grecia classica per le sue coreografie, i suoi dolori (perse due figli piccoli in un incidente automobilistico) i suoi amori, che la portarono tra le braccia di un coreografo, quindi tra quelle di uno degli uomini più ricchi del mondo, Paris Singer, "quello delle macchine per cucire" e infine tra quelle del poeta sovietico Esenin che sposò fino a prendere la cittadinanza dell'URSS. Divorziato da quest'ultimo, alcolizzato e violento, la Duncan si trasferì in Francia dove trovò la morte nel 1927 in un incidente assurdo: la sua sciarpa rimase impigliata in una ruota della Bugatti su cui si trovava e la strangolò.

Karel Reisz, uno dei registi più importanti del free cinema inglese degli anni sessanta (suoi due capisaldi del movimento: Sabato sera, domenica mattina del 1960 e Morgan, matto da legare del 1966), vede in Isadora Duncan una rivoluzionaria precorritrice dei movimenti che agitarono il mondo e in particolare i giovani alla fine degli anni sessanta e la rende protagonista di questo film vuoto, che non ci fa comprendere quale sia stata l'importanza della danzatrice nel mondo del balletto (i movimenti sul palco della pur brava Redgrave sono francamenti ridicoli) né rende credibile le scelte del personaggio se si esula dai canoni di una poco velata follia. E se il film regge alla bell'e meglio la prima ora, nella seconda parte diventa brutto e noioso fino alla parentesi irritante ambientata in Russia, al patetico ritorno in America accompagnata dal poeta sovietico in preda all'alcol e alla fine assurda a bordo di quella Bugatti che i tarocchi le avevano preannunciato più volte.

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Un gobbaccio

by sasso67 (20/11/2004 - 13:02)

Riccardo III (GB, 1995) di Richard Loncraine. Con Ian McKellen (Riccardo III), Annette Bening (Regina Elisabetta), Jim Broadbent (Duca di Buckingham), Robert Downey Jr. (Anthony, Conte di Rivers), Nigel Hawthorne (Clarence), Kristin Scott Thomas (Lady Anne), John Wood (Re Edoardo IV), Maggie Smith (Duchessa di York), Adrian Dunbar (James Tyrell), Tres Hanley (la hostess), Dominic West (Richmond), Roger Hammond (arcivescovo), Tim McInnerny (William Catesby).

McKellen e la Scott ThomasIl deforme Riccardo di Gloucester, terzo fratello di Edoardo IV, il re uscito vincitore dalla Guerra delle Due Rose proprio grazie alle vittorie militari di Riccardo, giunge al trono attraverso tradimenti ed omicidi dei parenti più stretti, fino al rendiconto finale.

Geniale, secondo me, l'idea di ambientare la vicenda dell'omonimo dramma scespiriano nell'Inghilterra degli anni trenta e di affibbiare al deforme usurpatore sembianze hitleriane. La sceneggiatura del regista e di McKellen regge con sufficiente solidità l'idea di partenza e la recitazione, soprattutto quella del protagonista, colpisce nel segno: particolarmente felice la trovata di fargli rivolgere ghigni satanici in macchina appena dopo avere ingannato le proprie vittime con un comportamento mellifluo e ammiccante. Loncraine e McKellen danno all'usurpatore quattrocentesco i caratteri tipici dei tiranni di ogni epoca e soprattutto gli attribuiscono comportamenti da dittatore novecentesco e in particolare la tecnica del bastone e della carota usata da Mussolini nei suoi primi anni di potere (quelli della conquista del consenso) e la sorda violenza di Hitler, associata ad una spietatezza che ricorda gli antichi miti greci (Crono che uccide i figli e Laio che decreta la morte di Edipo per non perdere il trono di Tebe) e la brama di potere di un Macbeth.

Questo Riccardo III ha dei difetti: le parole di Shakespeare stridono un po' al contatto dei tempi moderni in cui è ambientato il film; la parte della regina madre (Maggie Smith) è sbiadita e non ha la forza che aveva nel dramma originario; la celebre frase "il mio regno per un cavallo!" pronunciata da Riccardo a bordo di una jeep bloccata durante la battaglia di Bosworth ricreata all'interno di una fabbrica dismessa sa di posticcio. Ma la messinscena nel complesso funziona ed anche il doppiaggio italiano (con voci importanti come quelle di Giancarlo Giannini e Elio Pandolfi) è all'altezza dell'insieme.

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Faccia da schiaffi

by sasso67 (19/11/2004 - 20:13)

Week-end. Un uomo e una donna dal sabato alla domenica (Francia, 1967) di Jean-Luc Godard. Con Jean Yanne (Roland), Mireille Darc (Corinne), Jean-Pierre Kalfon (capo del FLSO), Valérie Lagrange (donna del capo), Yves Beneyton (membro del FLSO), Daniel Pommereulle (Cagliostro), Blandine Jeanson (Emily Bronte), Jean-Pierre Leaud (Saint-Just), Georges Stacquet (trattorista), Anne Wiazemsky (ragazza sull'aia).

Week-endRoland e Corinne, marito e moglie, partono in macchina per andare a casa di lei dove il vecchio padre sta morendo per mettere le grinfie sull'eredità. Rimasti coinvolti in un ingorgo, i due si accorgono che il blocco stradale è causato da un incidente colossale con morti e feriti. In realtà la strada è disseminata di cadaveri provocati dagli incidenti stradali. Proseguendo i due fanno gli incontri più strani: un sedicente Cagliostro con la Maddalena che li sequestra e dirotta il viaggio, Saint-Just che tenta di rubar loro la macchina, Emily Bronte cui i due coniugi appiccano il fuoco e infine un fantomatico Fronte di Liberazione del Dipartimento Seine et Oise che ammazzano Roland e lo danno in pasto a Corinne.

Godard è un regista molto spesso da prendere a schiaffi e questo film non fa eccezione. Dà, come la maggior parte dei film del regista transalpino (al contrario di Truffaut del quale, per estremo contrasto, Godard era grande amico) una sensazione di supponenza e intellettualismo che fa davvero rabbia, ma allo stesso tempo affascina. Al contrario del Bandito delle 11 (1965), un film insulso e sopravvalutato, questo Week-end ha un perverso fascino che fa sì che il film si guardi senza indulgere all'impulso di spingere il tasto del telecomando (o di fuggire a gambe levate per chi lo avesse visto al cinema). L'ironia di Godard in questo film riesce a colpire nel segno senza diventare spocchia, anche se certi incontri, come quello con Emily Bronte, sembrano mutuati dal finale di Fahrenheit 451 di Truffaut. Ci sono scene, in ogni caso, degne di un'antologia del cinema, come quella dell'incidente tra il guidatore di trattore e la coppia di giovani ricchi cittadini, e invenzioni, come quella del gruppo terroristico del Fronte di Liberazione del Diaprtimento di Seine et Oise, francamente geniali. E se Godard si guadagna comunque quelle sette o otto o anche dieci labbrate di prammatica è per quegli animali (un maiale e un'oca) sgozzati davanti alla macchina da presa.

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saturday night fever

by sasso67 (18/11/2004 - 22:34)

Per l'Ace...

A tavola per cena, Tony Manero litiga con la sorellina e il padre, un italoamericano all'antica, gli ammolla un paio di scapaccioni di notevole forza. "Fermo!!!" esclama protestando Tony "mi spettini tutto!!!" (da La febbre del sabato sera, 1978, di John Badham; stasera su Studio Universal)

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Wishbone Ash - Gold Dates

by sasso67 (16/11/2004 - 20:12)

Wishbone AshCi sono gruppi musicali che, a dispetto della loro bravura, non hanno mai ottenuto il riconoscimento che avrebbero meritato. Se si parla di hard rock anni '70, già pensando agli Uriah Heep ci sembra di nominare una band minore rispetto a mostri sacri quali Led Zeppelin, Deep Purple e Black Sabbath: gli Uriah Heep sono stati indubbiamente una grandissima band e molto sottovalutata, ma un gruppo di cui addirittura molti non hanno nemmeno sentito parlare sono i Wishbone Ash. Il quartetto originario del Devonshire allineava, primo tra tutti dopo il poco riuscito esperimento degli Yardbirds (che avevano allineato niente meno che Jeff Beck, Jimmy Page e Eric Clapton), due chitarre soliste suonate magicamente da Ted Turner e Andy Powell, accanto a un bassista, Martin Turner, fratello di Ted e un batterista, Steve Upton. Gli album fondamentali dei Wishbone Ash sono i primi tre: Wishbone Ash (1970), Pilgrimage (1971) e Argus (1972), nonché qualunque loro uscita live. I WA erano infatti un gruppo che dava il meglio di sé sul palco, improvvisando duetti chitarristici favolosi sui loro pezzi che erano generalmente lunghi e variati come suite progressive. A parte un Live Dates che credo sia più o meno introvabile in Italia, mi è capitato di imbattermi in questo doppio cd Gold Dates che comprende registrazioni live che spaziano in un periodo che va dalGold Dates 1991 al 2002. I quattro Wishbone, ormai maturi, suonano con una perizia che ha la precisione del giovane Barnard, anche se dal punto di vista vocale qualche crepa traspare eccome: l'attacco di Warrior fa stare male per quanto manchi al vocalist (i due Turner e Powell si sono sempre alternati al microfono) la grinta necessaria al pezzo (ma del resto Ian Gillan ha smesso di cantare Child In Time nei live set dei Deep Purple). Il doppio cd in questione alterna i favolosi classici dell'epoca d'oro (dagli attacchi quasi epici) come la stessa Warrior, Throw Down The Sword, Phoenix, The King Will Come, Jailbait, Blowin' Free e Time Was e pezzi più nuovi, comunque validi come Helpless, Runaway, Why Don't We?

Gli assolo di chitarra sanno ancora essere aggressivi e sognanti come ai tempi delle schitarrate di Where Were You Tomorrow (un pezzo live messo a conclusione di Pilgrimage) e se a chi scrive sarebbe piaciuto sentire un paio di pezzi in più tratti proprio da Pilgrimage - l'album cui sono rimasto più affezionato - compresa la ballata romantica Valediction, bisogna dire che questo Gold Dates, lungi dall'avere le caratteristiche tipiche del prodotto da rifilare ai fan più stolidi, restituisce una band vitale, compatta, quasi stoica nel suo fare a meno di tanti ammennicoli (niente tastiere né organetti vari) che hanno appesantito il suono delle band più in voga.

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Brennero connection

by sasso67 (16/11/2004 - 19:23)

Brennero connection di Gianni Flamini. Editori Riuniti, 2003, pp. 190, € 14,00

Della questione altoatesina (1946-1992) si conoscono gli aspetti politico-diplomatici e di tutela delle minoranze, mentre è stato quasi completamente trascurato il lato militare clandestino. Con la guerra fredda il confine del Brennero divenne gradualmente un avamposto dell'occidente contro un'ipotetica invasione dall'Est. il governo italiano, con l'appoggio della Nato, finí per promuovere una lunga e segreta campagna di guerra cosiddetta non ortodossa. Le ragioni dell'irredentismo sudtirolese vennero zittite e strumentalizzate e la piccola «Heimat» al di qua del Brennero divenne un laboratorio di sperimentazioni politico-militari che servirono a collaudare un fenomeno mostruoso: il terrorismo italiano. (http://www.archivio900.it/bibliografia/default.asp?id=470)

Irredentisti altoatesini, neofascisti italiani, neonazisti tedeschi, golpisti italiani, ex nazisti austriaci e tedeschi, servizi segreti italiani, austriaci, tedeschi dell'est e dell'ovest, "gladiatori" di ogni nazionalità: tutti questi soggetti si agitano sullo sfondo della questione altoatesina o, come la chiamano le persone di lingua tedesca, sudtirolese. Attentati al di qua e al di là del Brennero, agguati a Carabinieri e finanzieri, misteriosi omicidi dei combattenti sudtirolesi: e per tutti i responsabili, al di qua e al di là del confine, un'impunità pressoché totale. E impunità soprattutto per i mandanti occulti, i manovratori, i funzionari dello Stato che hanno progettato ed eseguito attentati, omicidi, stragi. E se il tribunale di Roma negli anni ottanta e novanta era conosciuto come "il porto delle nebbie" cosa si dovrebbe dire del tribunale di Bolzano che ha sistematicamente chiuso le inchieste sui mandanti italiani di atti di terrorismo compiuti sul territorio nazionale al di fuori di esso? Flamini, giornalista esperto di terrorismo e criminalità in genere, compie un excursus spietato su una vicenda che nelle cronache, almeno negli ultimi anni, ha tenuto le pagine interne, ma che è stata per anni un focolaio di odi etnici e un campo di sperimentazione per il terrorismo italiano (non a caso il sottotitolo recita "Alle radici del terrorismo italiano"), di cui ha rappresentato un prototipo, e un brodo di coltura per la strategia della tensione.

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Il nazzareno in Messico

by sasso67 (16/11/2004 - 13:09)

Nazarin (Messico, 1958) di Luis Buñuel. Con Francisco Rabal (Nazarin), Marga Lopez (Beatriz), Rita Macedo (Andara), Jesús Fernández (Ujo, il nano), Ofelia Guilmain (Chanfa), Noé Nurayama (Pinto), Ignacio López Tarso (criminale sacrilego), Luis Aceves Castañeda (ladro che picchia Nazarin).

Il povero prete Don Nazario, detto Nazarin, vive in un villaggio del Messico dei primi del Novecento. Anche il villaggio è poverissimo, ma sta per essere raggiunto dall'elettricità, un bene certo non primario per gli abitanti. Una sera una prostituta ferita capita in casa del prete e gli chiede ospitalità. Nazarin la cura nonostante la prostituta gli confessi di avere ucciso a coltellate la cugina. Indagato dalla polizia e sospeso a divinis, il prete dovrà fuggire di casa. Sulla sua strada compirà un miracolo, reincontrerà la prostituta e una ragazza abbandonata dall'amante che si uniranno a lui in un cammino durante il quale Nazarin cercherà di mettere in pratica gli insegnamenti evangelici, ma tutte le sue opere susciteranno un rifiuto da parte delle persone che lo incontrano.

La vicenda raccontata da Buñuel, tratta da un romanzo dello scrittore spagnolo Benito Perez Galdòs, è una metafora cristologica, anzi una metafora nella metafora. Anche la stessa casa di Nazarin può essere vista come una "figura" del Cristo: svaligiata di tutto già all'inizio del film, mentre il prete parla con i tecnici dell'elettricità la signora Chanfa entra e porta via l'ultima pentola e quel po' di legna che vi era rimasta, dopo di che, prima della fuga, Andara dà fuoco a tutto. Nella storia di Nazarin, che rispecchia la vicenda terrena di Gesù, si inseriscono, come tipico di Buñuel, episodi e personaggi che non c'entrano niente, in puro stile surrealista: il delirio della prostituta che vede l'immagine dell'Ecce Homo ridere satanicamente, le crisi epilettiche di Beatriz che somigliano a furiosi amplessi, il bacio alla donna appestata. Nazarin è un idiota dostoevskiano, cocciuto come Don Chisciotte, che tenta di applicare alla lettera gli insegnamenti evangelici ma provoca disastri, come nell'episodio nel quale accetta di lavorare per un pezzo di pane e gli altri operai, sindacalizzati, lo cacciano, fino a provocare un conflitto con il sorvegliante che esplode un colpo di pistola. Nazarin è seguito nelle sue peregrinazioni dalla prostituta Andara e dalla "ragazza angelica" Beatriz (un nome che rimanda all'amore angelicato per eccellenza, quello di Dante), le quali avranno destini diversi, ma già preannunciati: la prima sarà instradata verso la prigione, l'altra tornerà con il proprio amante/padrone Pinto, cui Beatriz sogna di negarsi e concedersi al tempo stesso. Nazarin, abbandonato dalla Chiesa, perseguito dalla polizia, rifiutato dal popolo, rimarrà prigioniero, dopo essere passato dalla passione per mano dei due ladroni, quello cattivo, che lo malmena in cella e quello buono, un ladro sacrilego che lo salva dalle grinfie dell'altro.

Nazarin è un film impegnativo come tutte le opere di Buñuel, che non lascia inerte lo spettatore, perché lo spinge in Rabal in Nazarinogni momento a domandarsi quale sia il significato di ciò che vede sullo schermo, anche se spesso (per sadica volontà surrealista del regista) un significato preciso non c'è. Nazarin è comunque un film importante che può in un primo momento spiazzare lo spettatore (è tratto da un romanzo realista; sembra prefigurare un'adesione di Buñuel al cristianesimo), ma con un po' d'occhio si può riconoscere il Buñuel migliore, quello del "grazie a Dio sono ateo", che con il film successivo, Viridiana (1961) chiarirà meglio ciò che pensa della religione rivelata (ma si tengano d'occhio i preti che Nazarin incontra durante il film). Nazarin è un film notevole anche dal punto di vista figurativo, fotografato superbamente dal maestro Gabriel Figueroa, che tiene a mente le opere pittoriche di Velasquez, Murillo e Goya.

Do merito alla Sanpaolo audiovisivi che ha messo in commercio quasi tutte le opere di Buñuel in DVD, e in particolare questo doppio DVD con Nazarin e con quel capolavoro assoluto che è Simon del deserto (1965).

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by sasso67 (15/11/2004 - 16:15)

Bella la puntata di ieri sera di Blu notte su Raitre, incentrata sulla storia della banda della Magliana. Lucarelli non ha detto niente di nuovo per chi, come me, aveva già letto il libro (citato peraltro in trasmissione) Ragazzi di malavita di Giovanni Bianconi (Baldini & Castoldi, probabilmente ora Baldini Castoldi Dalai). Però la trasmissione è stata interessante - l'ho anche immortalata su VHS - anche se non era per niente semplice il compito di sintetizzare le vicende complesse e frenetiche di una delle organizzazioni criminali più spietate della storia italiana. Non è semplice ricordarsi tutti quei nomi e abbinarli ai loro soprannomi: Er Negro, Crispino, Operaietto, Accattone eccetera, ma Lucarelli ha tenuto desta l'attenzione su una delle vicende più oscure della nostra storia (la banda ebbe contatti con la Camorra, con Cosa Nostra, con i servizi segreti e con il terrorismo neofascista), tirando i fili di vicende spesso logicamente e cronologicamente intricatissime. Peccato soltanto che non abbia accennato alla "curiosa" vicenda della sepoltura di Enrico De Pedis detto Renatino, che probabilmente avrebbe alquanto imbarazzato le gerarchie religiose.

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A tre mani

by sasso67 (14/11/2004 - 11:37)

Dalla recensione (anzi, opinione) di tale emmepi8 sul sito http://www.film.tv.it/opinioni.php?film=27303&op=101234&p=1 sul film I fuorilegge del matrimonio diretto dai fratelli Taviani con Valentino Orsini nel 1963: "Un film fatto per appoggiare un progetto di legge di un parlamentare che toccava solo alcuni scottanti, e visti oggi ridicoli, problemi di indissolubilità del matrimonio, su cui la chiesa basava la sua dittatura. Un film che oggi risulta importante come fatto di costume, ben diretto a tre mani, e ben intepretato, fatto con coraggio, visto l'epoca e forse ha contribuito alla sua visibilità certi nomi del cast, che hanno aderito molto bene al progetto. Le sfumature polemiche non mancano, la scena della Sacra Rota, immaginata ..è agghiacciante, ma ci fa capire, che in un governo Democristiano e soggetto alla chiesa.. era possibile fare di questo cinema, con produttori che non guardavano in faccia nessuno.. oggi cosa faremo?? Davvero c'è più paura a guardare la nostra società italiana oggi che ieri, che almeno permetteva una certa libertà culturale."

Poi il Nostro dà anche un giudizio sui registi, e in particolare su Valentino Orsini scrive: "Un regista particolare nel panorama italiano, che non si è mai sbracciato, e che ha mantenuto con coeranza il suo cinema di autore, non appetibile al mercato ed al grande pubblico."

Be', a sentire la sua opinione sul film invece Orsini si sarebbe proprio "sbracciato", e così pure i fratelli Taviani, visto che in tre hanno diretto il film a tre mani (una ciascuno?).

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...e vedere di nascosto l'effetto che fa

by sasso67 (14/11/2004 - 11:18)

Facendo uno sforzo di memoria mi sembra di ricordare che l'ultima volta in cui ero stato in chiesa, per la messa, fu intorno al 20 giugno 2001 per il matrimonio di Francesco Cinotti. Non mi ricordo di esserci stato dopo. Ieri sera ci sono tornato per la celebrazione del sessantesimo anniversario di matrimonio dei miei nonni e un certo effetto me l'ha fatto. Io sono uno che in chiesa ci andava eccome, fino a una decina d'anni fa. Ci andavo, ci credevo e partecipavo. Ora non più.

L'effetto, ieri sera, è stato pertanto, prima di tutto, quello di sentirmi (sicuramente a torto) osservato. L'impostazione è ancora quella cattolica (e chi se la toglie "quell'acqua dalla testa", come disse una signora ebrea di Livorno a una ragazza di padre ebreo ma battezzata) e il sentirsi in colpa a prescindere è qualcosa che mi resta dentro. Poi c'è stato l'impatto del rito, sempre uguale a sé stesso, con invocazioni e risposte a tono... Eppure una volta ci credevo: tutto ciò che sono riuscito a fare ieri sera è stato il segno della croce all'entrata e all'uscita. Le parole delle letture sono spesso anche belle e il prete riesce a dire anche cose significative (anche se il dubbio che molte delle persone presenti non le ascoltassero o non le capissero m'è rimasto fino dai tempi delle mie frequentazioni assidue). Ma insomma, chi vivrà vedrà.

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Dickens gotico

by sasso67 (13/11/2004 - 13:51)

Grandi speranze (GB, 1946) di David Lean. Con John Mills (Pip), Anthony Wager (Pip da ragazzo), Valerie Hobson (Estella/Molly), Jean Simmons (Estella ragazzina), Bernard Miles (Joe Gargery), Francis L. Sullivan (avvocato Jaggers), Finlay Currie (Magwitch), Martita Hunt (signora Havisham), Alec Guinness (Herbert Pocket), Ivor Barnard (signor Wemmick), Freda Jackson (signora Gargery), Eileen Erskine (Biddy), John Forrest (Herbert Pocket ragazzo).

Grandi speranzeTratto dall'omonimo romanzo di Dickens, il film di David Lean coniuga gli aspetti gotici (favoloso l'ossianico inizio nel cimitero di campagna) e le esigenze morali del romanzo vittoriano con le "grandi speranze" dell'Inghilterra appena uscita da una guerra durissima quanto vittoriosa. La vicenda del giovane Pip, orfano, allevato dal cognato fabbro e poi beneficiato da un misterioso benefattore che vuole farne un gentiluomo, rispecchia molte trame analoghe del romanzo ottocentesco, dagli stessi lavori più famosi di Dickens (David Copperfield e Oliver Twist, che è un orfanello come Pip) alle vicende di successo e miseria di Jean Valjean dei Miserabili di Victor Hugo. Quello che con termine odierno chiameremmo il "buonismo" di certi personaggi a momenti infastidisce un po' (ammazza quanto sono buoni il fabbro Joe e la sua nuova mogliettina Biddy, tipici rappresentanti della buona gente della campagna inglese), e non parlo dell'iniziale e apparente bontà della signora Havisham, il cui umanitarismo paternalistico è rappresentativo di un sentimento molto diffuso in epoca vittoriana, ma soprattutto quello del forzato Magwitch che, pur essendo un criminale incallito, coltiva un animo buono e generoso verso chi gli si dimostra leale (e Dickens, altrettanto generosamente, gli risparmia l'onta del capestro). Magwitch è uno dei personaggi più innovativi del romanzo dickensiano, con quel suo aspetto ripugnante e il suo passato a dir poco burrascoso, ma con altrettanto nobile animo.

I meriti maggiori del film sono comunque quello di non indulgere mai al patetico, anche con un pizzico d'ironia (il pugilato tra i due giovani Pip e Herbert, l'incontro con il vecchio padre del signor Wemmick) e di saper governare gli aspetti gotici senza indulgere a un ingiustificato orrore. E, mentre si vede con piacere il giovane Alec Guinness in una parte di fianco (Mills appare troppo vecchio per la parte del protagonista), si deve apprezzare l'eccellente fotografia di Guy Green, che ricorda quella di due maestri quali l'ejzenstejniano Eduard Tissé e il buñueliano Gabriel Figueroa.

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Il servo padrone

by sasso67 (12/11/2004 - 19:53)

Il servo (GB, 1963) di Joseph Losey. Con Dirk Bogarde (Hugo Barrett), James Fox (Tony Mountset), Sarah Miles (Vera), Wendy Craig (Susan), Catherine Lacey (Lady Mountset), Richard Vernon (Lord Moutnset), Patrick Magee (vescovo), Brian Phelan (uomo nel pub).

Il servoIl rampollo di una nobile famiglia inglese, trasferitosi a Londra, inaugura la nuova casa assumendo un cameriere esperto e premuroso che, per la sua affabilità, non piace alla fidanzata del giovane lord. Il "servo" riesce pian piano a ribaltare i ruoli mediante la lusinga, il ricatto (anche sessuale) e perfino la violenza, fino a costringere il "padrone" a rinunciare alla fidanzata, al proprio ruolo, alla propria dignità.

Il servo, tratto da un romanzo di Robin Maugham, sceneggiato da un maestro quale Harold Pinter e diretto con mano ferma e occhio attento da Joseph Losey, è un capolavoro. Il film impressiona per la finezza della descrizione psicologica dei personaggi, per i dialoghi intelligenti e scoppiettanti (anche quando la conversazione verte sul nulla come nel caso della discussione sui "ponchos") e per l'interpretazione strepitosa, in particolare quella di Dirk Bogarde. L'attore londinese di origini olandesi (1921-1999) dà qui la migliore interpretazione di una carriera che l'ha visto fornire prestazioni tutte sopra il livello d'eccellenza ed è favoloso vederlo passare dalla compunta obbedienza dell'inizio al ghigno luciferino durante l'attuazione del suo piano diabolico, fino alla disperazione (ma quanto vera?) che lo porta alla supplica nei confronti del signorino, e poi di nuovo la mutria arrogante di chi sa di avere assunto un ruolo di preminenza all'interno della casa (e della coppia?).

Ripeto: Il servo è un capolavoro, sicuramente uno dei migliori film degli anni Sessanta, e non mi vengono in mente altre parole per descriverlo.

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Atellana hollywoodiana

by sasso67 (12/11/2004 - 19:22)

Dolci vizi al foro (GB/USA, 1966) di Richard Lester. Con Zero Mostel (Pseudolus), Phil Silvers (Marcus Lycus), Buster Keaton (Erronius), Michael Crawford (Hero), Jack Gilford (Hysterium), Annette Andre (Philia), Leon Greene (Centurione Miles Gloriosus), Roy Kinnear (istruttore dei gladiatori), Pamela Brown (Grande Sacerdotessa), Patricia Jessel (Domina), Beatrix Lehmann (madre di Domina).

Zero MostelIl giovane Hero, figlio del patrizio Senex, s'innamora della vergine Philia, promessa dal lenone Marcus Lycus alle voglie dell'irascibile centurione Miles Gloriosus. Per ottenere la libertà, lo schiavo Pseudolus s'impegna a far realizzare il sogno d'amore di Hero.

Il regista americano Lester, già autore dei film dei Beatles, s'ispira alle trame delle commedie plautine per imbastire una commedia-musical che è piuttosto buffa, ma denuncia oggi, a 38 anni dalla sua uscita tutti i limiti dell'operazione. La vita di Roma si direbbe che sia ben ricostruita, ed alcune battute sono francamente divertenti ("mio padre si rivolterà nella tomba per questo" dice il servo Hysterius costretto a fingersi donna; "ma se è ancora vivo!" ribatte Pseudolus; "questo lo ucciderà!" conclude il primo), ma l'insieme sa di commediola vecchio stampo e quello che non regge è il fatto che si tratti della parodia di una parodia e l'inevitabile corsa finale delle bighe pare davvero un pleonasmo. Cosa c'è di eccezionale in questo film è la prova di alcuni attori, specialmente dello straordinario Zero Mostel, un attore la cui faccia sembra di per sé una maschera della commedia plautina. Molto bravo anche il tenutario del bordello Phil Silvers, mentre Leon Greene interpreta il centurione Miles Gloriosus (che nell'omonima commedia di Plauto si chiamava Pirgopolinice) con idoneo spirito rodomontesco. Il vecchio Buster Keaton fa una semplice comparsata ed interpreta l'unico personaggio del film che non fa ridere per niente.

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Mamma, li turchi!

by sasso67 (10/11/2004 - 19:51)

Ararat (Canada/Francia, 2002) di Atom Egoyan. Con David Alpay (Raffi), Arsinée Khanjian (Ani), Christopher Plummer (Davis), Charles Aznavour (Edward Saroyan), Elias Koteas (Ali), Marie-Josée Croze (Celia), Eric Bogosian (Rouben), Brent Carver (Philip), Simon Abkarian (Arshile Gorky).

AraratIl giovane canadese di origine armena Raffi torna in Canada dopo un viaggio in Turchia dove ha girato alcuni sfondi per un film che il regista Saroyan sta girando sullo sterminio degli armeni da parte dei turchi durante la Prima Guerra Mondiale. All'aeroporto un doganiere lo interroga sospettandolo di traffico di droga e il ragazzo gli racconta del genocidio di tanti anni fa. Nel frattempo s'intrecciano le vicende della madre di Raffi, di Celia, la sua ragazza, nonché di Ali, attore nel film di Saroyan e del suo fidanzato, il figlio del doganiere.

Le sequenze migliori di Ararat sono secondo me quelle del film nel film, le scene di massa e di combattimento, cosa alquanto strana per un regista intimista come Egoyan. La storia del film sul genocidio e il legame delle due famiglie (quella del ragazzo e quella del doganiere) è molto labile e la presenza di Arsinée Khanjian, moglie di Egoyan, comincia a diventare davvero eccessiva nei suoi film, trattandosi di un'attrice non eccelsa che sembra una versione affilata di Cher (anch'ella di origini armene), mentre gli ossessivi interventi di Celia alle conferenze di Ani mi ha ricordato, con effetto involontariamente comico, quelli dell'animale da dibattiti Dario Cantarelli in Sogni d'oro di Nanni Moretti ("mi domando se il pastore abruzzese, il bracciante lucano, la casalinga di Treviso..."). Molto bravi, invece, sia il ragazzo Alpay (che credo sia, ironia della sorte, di origini turche) e il vecchio Aznavour, anch'egli di origini armene, il cui personaggio ha un nome che ricalca, in versione inglese, quello del protagonista (Edouard Saroyan) di Tirate sul pianista (1960) di Truffaut: gente, questa chicca non c'è nemmeno sul Mereghetti né sull'Internet Movie Database. Eccellente anche Koteas, nella duplice parte negativa dell'aguzzino turco del film nel film e dell'attore di origine turca che finge di ignorare il genocidio e mal dissimula il suo odio per le antiche vittime.

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La cognizione del dolore

by sasso67 (10/11/2004 - 11:19)

La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, Garzanti, pp. 222, € 9,50.

«Avrebbe voluto inginocchiarsi e dire: "perdonami, perdonami! Mamma, sono io!". Disse: "Se ti trovo ancora una volta nel braco dei maiali, scannerò te e loro...". Questa frase non aveva senso, ma la pronunziò realmente (così certe volte il battello, accostando, sorpassa il pontile).» La cognizione del dolore, p. 175.

La cognizione consiste, secondo Gadda, nel «procedimento di graduale avvicinamento di una nozione», che avviene, in questo libro, attraverso nove tappe di una via crucis interiore del protagonista Gonzalo Pirobutirro. Il protagonista è una chiara proiezione dell'autore stesso, solitario e sdegnoso spregiatore della società contemporanea, formata o da pidocchi arrivisti o da lerci peones o peggio da criminali passati alla protezione notturna delle ville borghesi, dentro le quali non c'è proprio niente da proteggere se non le grame vite degli occupanti. E se l'immaginario stato sudamericano del Maradagàl rappresenta con chiarezza la Brianza nativa, come Lukones sta a Longone, il Serruchòn al Resegone, le Ande alle Alpi e il formaggio croconsuelo al gorgonzola, il Nistituo provincial de vigliancia para la noche è una chiara proiezione del fascismo, verso il quale l'autore, così come il protagonista, manifesta un disprezzo non minore di quello tributato all'altra varia umanità che lo circonda.

La cognizione del dolore non è un libro (non a caso nemmeno sulla copertina campeggia la spesso ingannevole scritta "romanzo") facile. È un caso più unico che raro di libro passato attraverso almeno tre redazioni in epoche diverse - la prima risalente agli anni 1938/41, le successive rispettivamente al 1963 e al 1970, anno della morte dello scrittore - e rimasto incompiuto. È un libro che ho letto con la stessa fatica che se fosse scritto in una lingua straniera, ma che alla fine mi ha ripagato dello sforzo. Sì, perché Gadda è Proust e Joyce e Queneau nelle meno di 200 paginette di questo capolavoro del Novecento letterario, ed è padre di tanta letteratura "buona" dei nostri tempi, dalla macerante riflessione sull'impotenza della condizione umana alla letteratura umoristica dei vari Benni e soci. E La cognizione del dolore è un «quel ramo del lago di Como» ripetuto all'infinito, che ci sospinge ogni volta sui denti a sega del Serruchòn a contemplare, attraverso un linguaggio che ha risciacquato i propri panni nell'Arno come nel Po, come nel Sele come nel Rio della Plata, le miserie delle città e delle villette che giacciono ai piedi della montagna.

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Maghetto

by sasso67 (09/11/2004 - 22:57)

Stasera di ritorno dal lavoro, sono andato a casa dei miei e subito dopo avere respinto gli assalti della Circe (cane) nell'ingresso, sonoMago entrato in cucina dove il nuovo gattino (Mago) dormiva nella scatola sulla vecchia maglietta dell'U.S. Montescudaio e la Circe è entrata in tackle scivolato nel tinello e il maghetto s'è svegliato di soprassalto e s'è gonfiato inarcando la schiena e soffiando orribilmente alla Circe che non se n'è nemmeno accorta. Poi m'ha fatto le fusa mentre lo strusciavo un po' e m'ha morso e graffiato per quanto ha potuto e poi è entrato nella cassettina facendo una bella squanquanina.

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La prima guerra mondiale

by sasso67 (08/11/2004 - 17:13)

La Prima Guerra Mondiale. Una storia politico-militare. di John Keegan (Carocci), 2004, pp. 504, € 20,40.

«I generali erano come uomini privi di occhi, senza orecchie e senza voce, incapaci di vedere nel loro svolgersi le operazioni che avevano concepito, di ricevere rapporti sul loro sviluppo e di parlare a coloro ai quali avevano all'inizio impartito ordini quando l'azione si svolgeva. La guerra era diventata più grande di chi la combatteva.» John Keegan, La Prima Guerra Mondiale, pg. 364.

Ottimo libro, per sintesi e precisione, sulla Prima Guerra Mondiale, "prima grande tragedia europea del Novecento" (ma che coinvolse praticamente tutti i continenti) di cui spiega lo spiegabile, che è poco, ma fa il possibile e cioè inserisce gli eventi nel loro contesto, unico metodo plausibile per cercare di penetrare un evento epocale, alla cui comprensione non bastano gli storici, ma sarebbero necessari sociologi, antropologi e in qualche caso psicologi e psichiatri.

La scrittura di Keegan è chiarissima e scorrevole e l'autore sa come rendere avvincente la materia (interessantissima di per sé), che è narrata in maniera ordinata e scientifica ma ha l'andamento di un romanzo di cui è protagonista il mondo. Keegan ci parla del mistero che spinse milioni di uomini ad uccidersi e a morire sui campi fangosi o innevati delle Fiandre, della steppa russa, delle Alpi, facendo emergere dall'immane tragedia i soldatini con i loro sentimenti di paura e d'orgoglio e i potenti che quella guerra condussero da protagonisti. Tra questi si ergono le figure del generale russo Samsonov, che si suicida dopo la disfatta di Tannenberg; del generale inglese Douglas Haig, fanatico religioso e un po' paranoide; del generale Cadorna, il più inflessibile nel mandare i propri soldati al massacro; del tedesco Schlieffen che da capo di stato maggiore aveva maniacalmente preparato i piani di guerra ( e morì nel 1913, proprio alla vigilia del suo scoppio); dell'altro generale tedesco Ludendorff, eroe del fronte orientale e lucido pianificatore, colto da una crisi di nervi dopo il fallimento dell'ultima offensiva; il francese Joffre che, cascasse il mondo, doveva essere lasciato in pace mentre consumava i suoi lauti pasti.

La prima guerra mondiale di Keegan è un libro valido da tutti i punti di vista, alla cui comprensione mi ha certo giovato la recente lettura del Buon soldato Sc'vejk, trattandosi di due libri che si esplicano a vicenda (lo spirito con il quale i soldati si avvicinarono al macello della guerra è ben tratteggiato nel libro di Hašek).

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Non è andata malissimo, via...

by sasso67 (07/11/2004 - 23:08)

Il Milan pareggia con i bimbi della Roma, rosicchia un punto alla Juve, ma rimane a quattro punti. Per la prima volta ho visto Ancelotti veramente incazzato con i suoi, soprattutto con Pancaro (che ha anche levato) e Kakà. Però anche lui ha sbagliato a togliere Shevchenko nell'intervallo, meglio l'ucraino zoppo dell' ex (nel senso di ex calciatore) Crespo sano. Pirlo è stato inconsistente come quasi sempre negli ultimi tempi e anche in difesa hanno ballato parecchio di fronte a un attaccante pericoloso come Montella.

Oggi mi è piaciuta Fiorentina - Inter, soprattutto per la prova dei viola, che di sicuro sono un ossaccio, come direbbe Gneppo. Alcuni fiorentini hanno fatto un partitone, soprattutto Delli Carri in difesa, Obodo a centrocampo e Miccoli in avanti. Nell'Inter è rientrato Recoba e s'è visto: l'uruguayano è uno di quei giocatori (mi viene in mente Beckham nella stessa categoria) che nell'arco di una stagione ti fanno vincere anche due o tre partite e te ne fanno perdere dieci.

La partita più bella di oggi è però stata Lecce - Udinese. I friulani hanno vinto 4 a 3: finalmente Zeman comincia a beccare gol a volontà e a perdere. Ora lo riconosco.

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Impresa della Juve

by sasso67 (07/11/2004 - 13:32)

Alla fine è arrivata. La prima sconfitta della Juve in campionato è arrivata ieri sera con la Reggina, nella partita in cui forse la Juve meno meritava di perdere. L'impresa realizzata è stata infatti quella di subire due gol pur giocando a una porta sola, quella della Reggina. La Juve non è che abbia giocato benissimo, almeno nel secondo tempo, ma soprattutto nella ripresa si è giocato, per larghi tratti di gara, a una sola porta, almeno per i circa 75 minuti di partita in cui si è giocato: poi è iniziata la pantomima dei giocatori della Reggina che si buttavano a terra come tarantolati al minimo contatto (il numero della biscia impazzita di klinsmanniana memoria docet); la cosa incredibile è che Paparesta abboccava come un luccio.

La Juve è stata anche sfortunata (il palo di Zalayeta), ma ha giocato con poca lucidità né hanno giovato, ieri sera, le sostituzioni volute da Capello: Del Piero in particolare è stato una nullità per tutto il tempo in cui è stato in campo, muovendosi con la stessa mobilità di un omino del calciobalilla e calciando con la forza del passerotto Uliveto. Credo che in un finale dalle continue mischie in area Zalayeta avrebbe fatto molto più comodo.

Alla fine Paparesta: ora, non è che la Juve si debba lamentare degli arbitraggi, però di certo non si può dire che Paparesta abbia accusato alcuna sudditanza psicologica. Gli episodi nei quali più ha influito sulla partita sono secondo me quattro. 1) Il rigore non concesso alla Juve nel primo tempo era mastodontico: il fallo di mano del difensore reggino è stato lampante e risulta impossibile che né l'arbitro né un guardalinee ("io so' guardalinee, mica guardamani" avrà detto) l'abbiano visto, soprattutto tenuto conto che l'altro guardalinee avrebbe annullato il gol di Kapo per un fallo di mano che non c'era e che non avrebbe potuto vedere, essendo posizionato dietro al giocatore francese; 2) il gol annullato a Ibrahimovic, secondo il mio modesto parere, era buono: lo svedese ha stoppato la palla mentre con un braccio colpiva involontariamente un difensore avversario, un altro difensore è scivolato goffamente senza l'intervento di Ibrahimovic. Mi domando nel caso in cui quei "contatti" li avesse subiti l'attaccante se l'arbitro avrebbe dato rigore; 3) l'espulsione di Colucci ci stava: io continuo a ritenere assurdo che un calciatore venga ammonito per essersi tolto la maglia dopo un gol (soprattutto un gol di fava alla Juve), ma visto che la prima ammonizione se l'era beccata, la seconda era sacrosanta e la faccia piagnona di Colucci che, incredibilmente, urla all'arbitro "ma ho preso la palla!" fa parte di quella pantomima di cui i reggini si sono resi protagonisti nel finale della gara; 4) il gol di Kapo non era buono. Non c'era fallo di mano, ma il francese era in fuorigioco dopo il tocco di testa di Olivera (gliela taglierei, gliela).

A conferma della direzione negativa di Paparesta il non aver saputo fermare le pantomime dei calciatori della Reggina, unicamente tese (comprensibilmente) a perdere tempo. E vabbe', non sarà mica l'ultima sconfitta della Juve...

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Frammenti di Montreal

by sasso67 (06/11/2004 - 18:12)

Cosmos (Canada, 1996) di Marie-Julie Dallaire, Manon Briand, Denis Villeneuve, André Turpin, Jennifer Alleyn, Arto Paragamian. Con Igor Ovadis (Cosmos), Marc Jeanty (Janvier), Pascal Contamine (Joël), Gabriel Gascon (Crépuscule), Sarah-Jeanne Salvy (Aurore), Alexis Martin (Jules), Marie-Hélène Montpetit (Yannie).

I registi di CosmosUn film a episodi, legati insieme dalla giornata di un tassista di Montreal di orgine greca, Cosmos, che dà il titolo al film e all'ultimo episodio, Cosmos e l'agricoltura, il migliore dell'intera operazione.

Girato in un bianco e nero che ricorda il folgorante esordio di Kevin Smith, Clerks del 1994, un filmetto di sei esordienti canadesi francofoni che non hanno molto da dire, ma lo dicono bene. L'unico episodio che vale qualcosa è chiaramente l'ultimo, diretto da Arto Paramian e interpretato dall'oriundo greco Igor Ovadis e dal nero Marc Jeanty, rispettivamente nella parte di un tassista cui due ladri rubano l'auto e di un collega sentenzioso e logorroico secondo il quale tutti i mali del mondo hanno avuto origine dall'agricoltura. Un film senza molte pretese che può piacere agli amanti del cinema indipendente e che può far scrivere qualche nome sul taccuino (in particolare quello di Paramian).

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Bretagna for dummies

by sasso67 (06/11/2004 - 14:06)

Western... alla ricerca della donna ideale (Francia, 1997) di Manuel Poirier. Con Sergi Lopez (Paco Cazale), Sacha Bourdo (Nino), Élizabeth Vitali (Marinette), Marie Matheron (Nathalie), Bernard Mazzinghi (Roland), Basile Sieouka (Baptiste).

Una scenaA volte serve vedere anche di questi film, sia per prendersi una sana incazzatura sia per risollevarsi il morale pensando allo stato pietoso del cinema italiano e notando che anche il cinema francese non sta poi molto meglio. Western è un film brutto come raramente se ne vede, anzi, è un film totalmente idiota. Talmente idiota che viene spontaneo domandarsi come possa certa gente trovare i soldi per girare questa robaccia, con una sceneggiatura inconsistente e senza senso. I buchi nella sceneggiatura sono davvero mastodontici (un paio di esempi: che fine ha poi fatto la macchina di Paco? dove trovano i due i soldi per tirare avanti?), ma questo non è nemmeno il peggio di questo road movie ambientato tra piccoli villaggi della Bretagna. La sceneggiatura non dice proprio niente e gira su sé stessa in maniera talvolta noiosa talvolta francamente irritante. Gli attori sono pietosi e chiamarli cani sarebbe fare un torto al migliore amico dell'uomo; l'unica attenuante per loro è che probabilmente stavano recitando un copione che neppure essi riuscivano a capire e a tollerare. È davvero un peccato che un film ambientato in uno scenario così suggestivo sia stato sprecato i questa maniera miserevole, ma ancora peggio è pensare ai soldi sprecati per realizzare questa idiozia in technicolor, che è riuscita, per un attimo, nel miracolo di farmi pensare con soddisfazione ad alcuni filmacci italiani degli anni settanta e ottanta.

Mereghetti tributa due stelline e mezza a questa boiata, lo stesso voto dato al Settimo sigillo di Bergman, e ciò la dice lunga sull'autorevolezza dell'arguto critico cinematografico.

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Cempsion Lìg

by sasso67 (04/11/2004 - 20:53)

La partita di ieri sera della Juve mi è piaciuta. L'inizio è stato, come al solito, terrificante per la Juve: come già il Chievo, anche il Bayern ieri sera ha iniziato con il piede sull'acceleratore mettendo la Juve alle corde. Pessotto da una parte e Zambrotta dall'altra non sapevano che persci prendere. Fra l'altro secondo me questo Bayern non è per niente una grande squadra, potendo contare soltanto su due calciatori di livello internazionale: il centravanti Makaay, una zecca (cui somiglia anche fisicamente) sempre pronta a beccarti sul vivo e il centrocampista Ballack, tenuto da Magath troppo indietro per essere incisivo. Però il Bayern ha la qualità di tutte le squadre tedesche, ossia si muove come un blocco di granito e attacca venendo avanti come un rullo compressore. E per tutto il primo tempo ha fatto il rullo davvero bene, schiacciando quello che è il perno della manovra juventina, cioè Emerson. Poi nel secondo tempo la spina dorsale della Juve formata da Buffon, Cannavaro, Emerson e Ibrahimovic (tutti nuovi tranne il portiere) ha innestato una marcia diversa: il numero uno ha dato sicurezza alla difesa dove Cannavaro ha compiuto recuperi prodigiosi (anche se una sbavatura nel finale rischiava di vanificare tutto), Emerson ha recuperato palloni senza perderli come al solito e Ibrahimovic ha fatto reparto da solo, stante la latitanza di Del Piero, che ha messo il piedino nel finale per il gol della vittoria. Ibrahimovic ha fatto una partita stupenda, tenendo palla per far salire la squadra e mettendo in costante soggezione la difesa del Bayern, che se l'è visto scappare sotto il naso nell'azione del gol. Il Barcellona (stupefacente l'accelerazione di Ronaldinho nell'azione del 2 a 1 al Milan) e il Chelsea di Mourinho sono le squadre che in Europa giocano meglio, ma la Juve, attualmente, è grazie alla sua solidità al loro livello. Poi comincerà il secondo turno e potrà essere tutta un'altra storia.

Nella serata di ieri sera da segnalare la quaterna di Van Nistelrooy (uno su rigore e uno in netto fuorigioco) allo Sparta Praga e il pareggio per 2 a 2 del Real Madrid a Kiev: con un po' di fortuna gli ex galattici hanno pareggiato prima della fine del primo tempo con la Dinamo, da 0 a 2 a 2 a 2, con gli ucraini che hanno avuto almeno due grosse possibilità di segnare il 3 a 0. Il Real è una squadra incredibile: pur senza il disutile Beckham, giocava con davanti Figo, Zidane, Raul, Ronaldo e Owen. Il povero Raul, che poi ha segnato il gol del momentaneo 1 a 2, si è ritrovato spesso, durante gli attacchi della Dinamo, a fare il terzino. E se non è da pallone d'oro lui¹...

Una nota di merito ai giovani e bravi cronisti di Sky, in particolare a Fabio Caressa (che ha raccontato l'episodio di Effenberg che se la faceva con la moglie di Strunz, con la coppia che si è fatta beccare più volte a fare sesso in autostrada con l'auto in corsa, che acrobati!!!) e Mino Taveri, juventino confeso, che forma un trio spettacoloso con Bagni e Paolo Rossi che, dopo anni di esilio dal mondo del calcio, dimostra una verve non indifferente: dopo che Taveri e Bagni avevano confessato di avere padellato i calcoli sulle possibilità di qualificazione della Roma, Pablito li ha canzonati dicendo "Avete perso dieci minuti a fare i conti; ho fatto meglio io a dire che la Roma era fuori e ad andare a prendere il caffè".

¹ Pallone che secondo me vincerà Deco (Porto e Barcellona).

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Alberto Sordi

by sasso67 (03/11/2004 - 19:55)

Alberto Sordi«Ve lo meritate Alberto Sordi, ve lo meritate!!!» (Nanni Moretti in Ecce Bombo)

 

 

 

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Il tempo della semina

by sasso67 (02/11/2004 - 23:31)

Biglietto per l'inferno - Il tempo della semina (1974)

La breve storia del Biglietto per l'Inferno inizia nel 1972 quando due gruppi lecchesi "The Gee" e "The Mako Sharks" si sciolgono per formare il gruppo del Biglietto. Lo "storico incontro" avviene il giorno .... quando i componenti delle due formazioni si riuniscono per fare una "serata" in un locale alla periferia di .... (continua)

Pare che il primo album, omonimo, dei Biglietto per l'inferno sia un capolavoro, ma io non ho avuto modo di ascoltarlo. Sicuramente anche questo Il tempo della semina è un grande album di progressive rock italiano anni '70. La band guidata dal cantanta e flautista Claudio Canali (una specie di Ian Anderson padano) e dal chitarrista Marco Mainetti, nonché dal tastierista "Baffo" Banfi, si lancia in una serie di canzoni e suite che a momenti risentono dell'influenza del Banco (L'arte sublime di un giusto regnare) in altri quella della PFM, mentre a tratti sembrano addirittura più tulliani dei Jethro Tull, periodo Thick As A Brick. I testi mai banali (E come lo specchio mostra agli uomini/le immagini slegate dell'apparenza/le tue risa profumate/i tuoi gesti che ci ritmano il passo/ci mostreranno quanto sarebbe duro/percorrere una strada senza fine,/perché ti dovremmo ancora sopportare) si accompagnano ad armonie interessantissime, mai facilmente orecchiabili né fini a sé stesse, ma talvolta dure talaltra ammalianti e sempre godibili. Un album davvero intelligente e ben fatto... Peccato che tutti i maggiori rappresentanti del progressive italiano anni '70 (un movimento che all'estero ci invidiano eccome) siano finiti troppo presto nel dimenticatoio.

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Exotica

by sasso67 (01/11/2004 - 20:24)

Exotica (Canada, 1994) di Atom Egoyan. Con Mia Kirshner (Christina), Elias Koteas (Eric), Bruce Greenwood (Francis Brown), Don McKellar (Thomas Pinto), Arsinée Kanjian (Zoe), Sarah Polley (Tracey Brown).

ExoticaTre idioti si aggirano per Toronto: uno è un ispettore delle tasse che ha perso una figlia per omicidio e una moglie in un incidente stradale; uno è un DJ squinternato di un locale notturno per uomini soli; il terzo è un contrabbandiere omosessuale di uova di pappagallo: le loro vite si incontrano all'Exotica, night club dove si esibisce Christina, spogliarellista che si veste da collegiale per eccitare i clienti.

Egoyan è un regista che, al contrario di molti suoi colleghi con velleità artistiche, sta dando il meglio con le sue ultime opere anziché con le prime. Black Comedy (1987) e questo Exotica (1994) sono opere verbose, supponenti, noiose che mascherano dietro alle suddette velleità autoriali un vuoto spinto di idee. Fortunantamente per lui, Egoyan nelle opere successive ha preso come base di partenza dei soggetti forti che gli hanno consentito di realizzare film molto validi, come Il dolce domani (1997) e Il viaggio di Felicia (1998).

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Panzate sulla Casa Bianca

by sasso67 (01/11/2004 - 13:40)

Fahrenheit 9/11 (USA, 2004) di Michael Moore.

«La sollecitudine con la quale molti generali in posti di responsabilità (ma ci sono nobili eccezioni) evitano di esporsi ai rischi è una delle novità discutibili della guerra nei tempi moderni» (David Lloyd George, primo ministro britannico ai tempi della Prima Guerra Mondiale)¹

Michael MooreUna scarica di legnate contro G.W. Bush (con lo scopo dichiarato di fargli propaganda elettorale contro) che si risolve in una scapaccionata per lo spettatore. Moore non si e ci risparmia niente per giungere alla meta: dalla barzelletta (e del resto Bush è un'autobarzelletta ambulante) fino al pugno nello stomaco datoci con le immagini dei bambini morti e dei soldati mutilati. Ma se c'è un modo per far capire cosa sia la guerra a chi non l'ha provata e blatera dicendo "bombardiamo... radiamo al suolo...", be' quello è il modo. E Moore ci mostra anche gli effetti della guerra sulle menti dei giovani soldati, da quelli che vanno all'attacco ascoltando la musica heavy metal per gasarsi a quelli che lucidamente riconoscono che "togliere una vita è come uccidere una parte di sé stessi".

E a tirare i fili di tutto questo c'è un uomo poco intelligente, incapace di affrontare seriamente qualsiasi situazione, vittima dei propri sporchi interessi e di quegli esseri abbietti che gli fanno da contorno. Fahrenheit 9/11 non è secondo me un documentario, almeno inteso nel senso tradizionale del documentario filmato alla Jacques Cousteau o alla Flaherty, ma un film a tema, fatto molto bene sia dal punto di vista tecnico che da quello artistico e che, soprattutto, raggiunge lo scopo. Don't vote for Bush.

¹ Questa frase mi è tornata in mente quando Michael Moore va a chiedere ai parlamentari americani che hanno votato per la guerra di mandrci i propri figli.

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Archivio Novembre 2004