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Portami con te, pollastra!

by sasso67 (29/12/2004 - 17:43)

Galline in fuga (USA/GB, 2000) di Peter Lord e Nick Park.

Galline in fugaNon è che ci sia molto da dire: Galline in fuga è un film d'animazione ed è anche uno dei migliori film che io ho visto in questo 2004. La sceneggiatura, pur non innovativa, basandosi sul canovaccio di film più volte citati come Stalag 17 e La grande fuga, è azzeccata e superazzeccata è la caratterizzazione dei personaggi, con una mia personale predilezione per il vecchio Cedrone (eccezionali comunque anche i due topastri ladri e contrabbandieri). Il film dei due registi inglesi fa ridere e commuove come ormai una sparuta minoranza di film con attori di ciccia riesce fare. A dispetto dei pupazzetti di plastilina, si tratta di un vero film. E un grande film.

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Jesus Splatter Superstar

by sasso67 (28/12/2004 - 16:12)

La passione di Cristo (USA, 2004) di Mel Gibson. Con Jim Caviezel (Gesù), Maia Morgenstern (Maria), Monica Bellucci (Maddalena), Hristo Jivkov (Giovanni), Sergio Rubini (ladrone buono), Rosalinda Celentano (Satana), Mattia Sbragia (Caifa), Hristo Shopov (Ponzio Pilato), Claudia Gerini (Claudia, moglie di Pilato).

Gibson insegna come si fa GesùA parte quanto giustamente disse Fele a suo tempo (calcando forse anche un po' troppo la mano sulla religione in sé), a parte anche le polemiche sul presunto antisemitismo (che io non ho trovato) e a parte infine il fatto che film come questo niente aggiungono alla fede di chi ci crede e allo scetticismo di chi non ci crede, La passione di Gibson è un film brutto e, per certi versi, ridicolo. È brutto soprattutto in relazione alle aspettative che chiunque si fa davanti a simile materia, affrontata per l'ennesima volta, con la speranza che l'autore abbia qualcosa di nuovo da dirci. È ridicolo se confrontato con le ambizioni filologiche (la rispondenza delle immagini alla realtà del tempo, testimoniata dall'uso dell'aramaico e del latino come lingue del film), e se è pregevole la scena in cui Maria e la Maddalena raccolgono il sangue di Gesù sul luogo della fustigazione, poiché nella civiltà ebraica il sangue era qualcosa di prezioso e doveva essere raccolto anziché lasciato seccare sul selciato, allora Gibson e il suo sceneggiatore Benedict Fitzgerald (ma sarà un nome vero o uno pseudonimo?) ci dovrebbero spiegare, per esempio, la scena del corvo che sulla croce becca gli occhi al cattivo ladrone. Il senso del ridicolo avrebbe dovuto fermare i due complici per tempo. Del resto, l'insistenza sul sadismo dei soldati romani aveva sdubbiato lo spettatore avveduto già un po' prima dell'arrivo al Golgota. E chissà se Gibson si è reso conto che le parti più emozionanti del film non sono quelle in cui Gesù perde litri di sangue, ma quelle in cui proclama il suo messaggio rivoluzionario ("Amate i vostri nemici"), quello che era stato intuito ed aveva spaventato sia gli ebrei ortodossi che i romani. Noi restiamo in attesa del nuovo Pasolini.

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Giapponesi si nasce!

by sasso67 (27/12/2004 - 13:39)

Zatôichi (Giappone, 2003) di Takeshi Kitano. Con Beat Takeshi (Zatoichi/Ichi), Tadanobu Asano (Hattori Genosuke, la guardia del corpo), Michiyo Ookusu (zia O-Ume), Gadarukanaru Taka (Shinkichi), Daigorô Tachibana (geisha O-Sei), Yuuko Daike (geisha O-Kinu), Yui Natsukawa (O-Shino, moglie di Hattori), Ittoku Kishibe (Ginzo), Saburo Ishikura (Ogi), Akira Emoto (oste).

ZatoichiIl cinema non è né una partita di calcio né una gara di lotta. Fortuna per Quentin Tarantino, che va a rubare in casa dei ladri e finisce derubato. In pratica il Tarantino di Kill Bill: Vol. 1 "vòle fa' o' giapponese" e un giapponese vero gli ammolla due sonori schiaffoni.

Nel Giappone del XIX secolo (almeno credo, dal momento che compare una pistola a tamburo) si aggira un massaggiatore/spadaccino cieco e biondo come Nakata, con il passo malfermo come Nakata. Nessuno sa chi sia, da dove venga e dove vada, ma lui sa chi sono le persone da difendere con la sua katana, di cui è maestro, e quelle da combattere.

Kitano si getta nel magico mondo dei samurai come molti registi americani (e non) si buttarono a fare film western. Tanto che, se qualcuno non ci avesse già pensato - o avesse usato altri termini - non esiterei a definire Zatôichi un eastern, cioè un western dell'estremo oriente.

Kitano è un grande, ormai non ci sono più dubbi: costruisce un film in costume credibile e per niente noioso, ci rende sopportabili perfino le danze kabuki (o cosa diavolo sono), imbastisce siparietti irresistibilmente comici contando soprattutto sul personaggio di Shinkichi e sugli avventori della bettola in funzione di coro comico. Kitano non rinuncia ai suoi temi preferiti, in particolare alla violenza (il sangue è più palesemente computerizzato di quello di Kill Bill, per stemperare l'effetto gore, ma i duelli sono più brevi e incisivi), al mare (che si vede soltanto in una sequenza, quella della morte della guardia del corpo) e al gioco (qui sono i dadi); quest'ultimo tema è funzionale al messaggio che Kitano sembra volerci lanciare: chi non vede sente meglio di chi vede e comunque non tutto è ciò che sembra: le geishe sono veramente due ragazze? l'oste è un oste? lo sguattero dell'osteria è davvero uno sguattero? e il cieco...

Zatôichi è uno spettacolo notevole che ci arriva da parte di un grande artista dei nostri tempi, eccellente come attore (credibile perfino truccato da Polentina), eccezionale come regista.

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Il motore di un mondaccio

by sasso67 (25/12/2004 - 19:46)

L'argent (Francia, 1983) di Robert Bresson. Con Christian Patey (Yvon Targe), Vincent Risterucci (Lucien), Caroline Lang (Elise), Sylvie Van den Elsen (la pensionata), Béatrice Tabourin (la fotografa), Didier Baussy (il fotografo), Marc Ernest Fourneau (Norbert), Bruno Lapeyre (Martial), Jeanne Aptekman (Yvette).

Un ragazzino spaccia una banconota falsa da cinquecento franchi. Il commerciante imbrogliato la rifila a un ignaro autotrasportatore di gasolio che per averla spacciata finisce in galera. Per il giovane inizia una caduta precipitosa: perde il lavoro, partecipa ad una rapina, finisce di nuovo in carcere, la moglie lo lascia, gli muore la figlioletta. Una volta uscito, spaesato, compirà una strage.

L'argent è l'ultimo film girato da Bresson (morto nel 1999 a 98 anni), artista solitario, altero nella sua ricerca morale attraverso il cinema, escluso dalla grande distribuzione, ma capace di colpire gli spettatori al cuore scarnificando l'azione e l'ambientazione. Nei suoi film niente è superfluo, c'è solo il necessario, sia nelle scenografie che nei dialoghi. Eppure riesce a coinvolgere e al tempo stesso a creare uno spettacolo: in L'argent non si ride né si sorride, annichiliti dal pessimismo bressoniano, non più temperato dalla grazia della fede che s'intravedeva (seppur velatissima) in Diario di un curato di campagna e in Pickpocket.

Bresson era un personaggio che ormai nel cinema degli anni ottanta stava strettissimo, lui che sembrava appena uscito da un incontro con Pascal o con i teologi di Port-Royal, o da una serata passata in compagnia di Tolstoy (a un suo racconto s'ispira la sceneggiatura) o di Bernanos. Però i film che ci ha lasciato in eredità sono il testamento di un cineasta di un rigore morale unico, che serva da esempio a molti dei suoi colleghi più giovani.

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E.T. l'extramerdaccia

by sasso67 (25/12/2004 - 18:29)

Mars Attacks! (USA, 1996) di Tim Burton. Con Jack Nicholson (Presidente James Dale; Art Land), Glenn Close (la first lady Marsha Dale), Annette Bening (Barbara Land), Pierce Brosnan (prof. Donald Kessler), Danny De Vito (giocatore d'azzardo), Martin Short (Jerry Ross, l'addetto stampa), Sarah Jessica Parker (Nathalie Lake), Michael J. Fox (Jason Stone), Rod Steiger (gen. Decker), Tom Jones (sé stesso), Jim Brown (Byron Williams), Lukas Haas (Richie Norris), Natalie Portman (Taffy Dale), Pam Grier (Louise Williams), Lisa Marie (ragazza marziana), Sylvia Sydney (nonna Florence Norris), Paul Winfield (gen. Casey), Joe Don Baker (padre di Richie), Janice Rivera (Cindy), Barbet Schroeder (presidente francese).

Mars Attacks!Passati gli anni in cui i marziani si insinuavano nella nostra civiltà sotto le più diverse forme, talvolta addirittura prendendo sembianze umane, ma passati anche quelli degli Incontri ravvicinati del terzo tipo e di E.T. nei quali gli extraterrestri erano delle creature bonarie che volevano stabilire con gli umani relazioni di buon vicinato, eccoci con questi marziani piccoli, brutti, falsi e cattivi che arrivano sulla Terra con intenzioni tuttaltro che amichevoli.

Mars Attacks! è una parodia del genere "invasori spaziali" che si rifà a più generi e ricorda in particolare due film molto diversi tra loro, Il Dottor Stranamore di Kubrick e 1941 Allarme a Hollywood di Spielberg, ma che pullulano di politici incapaci, scienziati boriosi e militari pazzi (l'aggettivo nei due ultimi casi è intercambiabile), esplosioni vere o minacciate, catastrofi annunciate. Tim Burton non ha pietà per le star del cast: fa morire due volte Nicholson che interpreta un doppio ruolo, fa dissezionare dai marziani Pierce Brosnan, mette un corpo da chihuahua a Sarah Jessica Parker e riduce Michael J. Fox a uno scheletro. L'arma che salverà l'umanità (ma se lo merita davvero? sembra domandarsi Burton) è la musica country, che riduce in poltiglia i poveri cervelli verdi dei marziani. Tra i sopravvissuti dell'invasione ci sono due donne che orbitano nel mondo dei casino di Las Vegas, un ex pugile che sta per tornare dalla moglie separata e il cantante Tom Jones. Quest'ultima apparizione non ho ben capito se sia un'ennesima genialata di Tim Burton o una presenza imposta da qualche sponsor. Ma il film, comunque, funziona, con la sua presa di giro dei potenti della terra, dei militari fanatici, dei pacifisti, dei giornalisti arrivisti e degli scienziati boriosi: apparentandosi al Nightmare Before Christmas più che a ogni altro film di Burton, questo Mars Attacks! vuole dirci che solo gli animi puri (Richie, la nonna, la figlia del presidente) e le persone di buon senso (Byron, i suoi figli e la moglie, perfino la svampita Barbara Land) si possono salvare e possono costituire una speranza per l'umanità.

Eccellente tutto il cast, con una menzione speciale per Annette Bening, Sarah Jessica Parker, Pam Grier e Danny De Vito.

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Pulp fiction all'italiana

by sasso67 (24/12/2004 - 20:15)

La mala ordina (Italia/RFT, 1972) di Fernando Di Leo. Con Mario Adorf (Luca Canali), Adolfo Celi (Don Vito), Woody Strode (Frank), Henry Silva (Dave), Luciana Paluzzi (Eva Lalli), Franco Fabrizi (Enrico), Femi Benussi (Nana), Gianni Macchia (Nicolò), Peter Berling (Damiano), Francesca Romana Coluzzi (Trini), Cyril Cusack (Corso), Sylva Koscina (Lucia), Jessica Dublin (Miss Kenneth).

Celi in La mala ordinaUna gang siciliana di Milano fa credere alla mafia americana che a rubare una partita di droga del valore di tre miliardi di lire sia stato uno scalcinato pappone di nome Luca Canali. L'organizzazione manda in Italia due sicari con lo scopo di far fuori il pappa con un'esecuzione esemplare. Ma la vittima predestinata si rivelerà un osso più duro del previsto.

La mala ordina non è certo un capolavoro, ma è comunque un buon film, che fra l'altro è servito a Quentin Tarantino da schema base per Pulp Fiction, con Willis nella parte di Adorf, Ving Rhames in quella di Celi e Travolta e Jackson in quella di Silva e Strode. Sarà per questo che Mereghetti ha raddoppiato le stellette (da una e mezza a tre) dalla prima edizione del suo Dizionario a quella del 2004 (nel frattempo c'è infatti stata l'epocale uscita di Pulp Fiction).

Un film da vedere, nella trama e nelle sequenze d'azione per niente inferiore a molti prodotti d'oltreoceano.

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Un anno sull'altipiano

by sasso67 (24/12/2004 - 19:21)

UN ANNO SULL'ALTIPIANO di Emilio Lussu, Einaudi, pp. 250 € 8,50 (2000)

Quando arrivavano in trincea cioccolato e cognac significava che era il momento dell'assalto. E chi non ha vissuto i momenti che precedono l'assalto, con le borracce piene d'alcool che vanno automaticamente dalla cintura alle labbra e dalle labbra alla cintura, non può dire di avere fatto la guerra. Poi c'è l'assalto, ma il soldato lo vive con una sensazione d'incoscienza e stordimento, senza sapere cosa fare e dove andare, in mezzo al frastuono degli spari, al fango, al filo spinato, ai corpi dei commilitoni feriti ed uccisi.

Un anno sull'altipiano fu scritto da Lussu in Francia nel 1936, durante l'esilio seguito al confino cui l'aveva costretto il regime fascista. Pubblicato prima in Francia nel 1938 ed in Italia nel 1945, Un anno sull'altipiano viene definito dall'autore stesso come un libro di ricordi della Grande Guerra, ma ha la dignità della vera e propria opera letteraria, per la poesia che vi è dentro, legata alla sorte di chi è rimasto sul Carso o sull'Altipiano d'Asiago. Da questo libro venne tratto nel 1970 il film di Francesco Rosi Uomini contro, ma molto di quanto è nel Lussulibro nel film va perduto. In Un anno sull'altipiano c'è più ironia, anche se amara («la nostra artiglieria non si faceva vedere. Poi sparò per mezz'ora colpendo le nostre trincee, quindi tacque del tutto»), ed essendo narrato in prima persona sappiamo din dall'inizio che il protagonista non morirà. E sia nel libro che nel film giganteggia un personaggio, grande nel male, che è il generale Leone. Nel film fu interpretato - magistralmente, come sempre - da Alain Cuny, e la pagina scritta sembra avvalorare la bontà della scelta.

Un anno sull'altipiano è uno dei migliori libri di guerra che abbia letto e comunque un ottimo libro in assoluto, scritto da un autore che non fu un intellettuale puro, ma un politico integro che fondò il Partito Sardo d'Azione, si oppose al fascismo, partecipò all'Aventino, fu confinato a Lipari, fuggì in Francia e, dopo la guerra tornò in Italia e fu membro della Costituente. Direi che si tratta di uno dei cento migliori libri della letteratura italiana.

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Auguri

by sasso67 (24/12/2004 - 18:35)

AUGURI A TUTTI QUELLI CHE LEGGONO.

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Uma dai gran pie'

by sasso67 (22/12/2004 - 18:50)

Kill Bill: Vol 1 (USA, 2003) di Quentin Tarantino. Con Uma Thurman (la Sposa), Lucy Liu (O-Ren Ishii), Vivica A. Fox (Vernita Green), Daryl Hannah (Elle Driver), David Carradine (Bill), Chiaki Kuryiama (Gogo Yubari), Michael Madsen (Budd), Julie Dreyfus (Sofie Fatale).

Kill Bill: Vol. 1Pare proprio che ai cultori del tarantinismo questo film sia molto piaciuto (nella top 250 di www.imdb.com occupa il posto #58), probabilmente apprezzato in particolar modo dalle giovanissime generazioni per il ritmo indiavolato dei duelli alla katana e lo stile da videoclip musicale. Senza voler troppo infierire direi fantozzianamente che "Kill Bill: Vol. 1 è una cagata pazzesca": un cartone animato, un fumetto manga, un videogame, un giocattolone nelle mani del bambinone Quentin che si diverte a stabilire delle parti, dei nomi di serpenti (come nelle Iene erano i colori), a far parlare i personaggi in giapponese (e poi c'era chi si lamentava per il latino e l'aramaico sottotitolati della Passione di Mel Gibson), ad affettare i personaggi come fossero salami e a spruzzare le scenografie di sangue credibile come sarebbero i miei ottanta chiletti a rappresentare Gesù Bambino in un presepio vivente. E la domanda sorge spontanea: ma è ancora cinema, questo?

La scena migliore è probabilmente quella della morte di O-Ren, ma ciò non basta a riscattare un film pieno di incongruenze che farebbero cascare le braccia a un pubblico che non fosse, come quello d'oggi, disposto a farsi dare da bere che Cristo è morto dal sonno. Tarantino avrebbe potuto metterci un po' più d'impegno per trovare qualcosa di meglio che farci credere che la brava Uma (ma che cazzo di piedi ci ha???) ci mette tredici ore a riacquistare l'uso delle gambe - con un'agilità che farebbe invidia alla Nadia Comaneci dei tempi d'oro - dopo quattro anni di coma profondo. A proposito: e le braccia com'è che non le si erano anchilosate?

Direi che Kill Bill: Vol. 1 (ma molti mi hanno assicurato che il Vol. 2 riscatta ampiamente questa caduta vertiginosa) è uno spettacolo roboante per chi abbia voglia di roteare le pupille e parcheggiare in doppia fila il cervello.

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Torna a casa, Lurgia!

by sasso67 (20/12/2004 - 20:53)

L'asinello di Magdana (URSS, 1955) di Tengiz Abuladze e Rezo Chkeidze. Con Dudukhana Tserodze (Magdana), Mikho Borashvili (Mikho), Nani Chiqvinidze (Kato), L. Moistsrapishvili (Sopo), Akaki Kvantaliani (Mitua), Aleqsandre Omiadze (Gigo), Karlo Sakandelidze (Vano), Aleqsandre Takaishvili (giudice), Akaki Vasadze (capo villaggio).

Nella Russia zarista del 1896 il piccolo Mikho, bambino di un villaggio della campagna georgiana, trova un asinelloTengiz Abuladze moribondo sul bordo di una strada. Portatolo a casa e curato, l'animale, battezzato Lurgia, si dimostra di vitale utilità per il piccolo commercio della madre, una povera vedova che vende al mercatino del villaggio una bevanda di propria produzione. L'avido proprietario dell'asino si rifarà vivo, spalleggiato dalla "giustizia" zarista...

Il film fu girato dai due giovanissimi registi appena usciti dalla scuola di cinematografia, con un occhio al cinema sovietico degli anni venti e trenta (in particolare Ejzenstejn), con il messaggio relativo allo sfruttamento e alle umiliazioni inferte alla povera gente da parte del potere politico ed economico (il giudice dà inevitabilmente ragione al laido usuraio, nonostante tutte le testimonianze a lui contrarie) ed un altro occhio, mi sembra, al neorealismo italiano: alcune inquadrature di Magdana ricordano certe espressioni di Anna Magnani ed altri momenti del film sembrano apparentarsi a Ladri di biciclette. Di questo film mi sembrano essersi ricordati Almodovar per la scena finale del suo Che ho fatto io per meritare questo? e Kiarostami per alcuni dei suoi film, in particolare Dov'è la casa del mio amico?

Un film (premiato come miglior cortometraggio al Festival di Cannes del 1956) che sembra girato nel seicento, ma che non ha età.

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Fratello di un altro continente

by sasso67 (19/12/2004 - 17:58)

Brother (USA/GB/Giappone, 2000) di Takeshi Kitano. Con Beat Takeshi (Aniki Yamamoto), Omar Epps (Denny), Kuroudo Maki (Ken), Masaya Kato (Shirase), Susumu Terajima (Kato), Royale Watkins (Jay), Lombardo Moyar (Mo), Ren Osugi (Harada).

Condannato a morte dalla propria "famiglia", uno yakuza si rifugia in America, a Los Angeles, dove vive, a capo di una banda di spacciatori, il fratellastro Ken. Con a capo Aniki, la scalcinata banda di Ken e del complice nero Denny si conquisterà un proprio territorio, sgominando le bande rivali di giapponesi e messicani. Quando però entra in guerra con la mafia italiana, Aniki sa di andare incontro alla propria fine.

Il film di Kitano, secondo me, non è brutto come qualcuno ha detto: probabilmente il guaio maggiore è che non dice cose nuove, andando a comporre una summa ad usum delphini (leggasi: ad uso degli americani), del cinema kitaniano e delle sue tematiche. Ci sono sequenze che sembra di avere già visto nei film precedenti di Kitano: le sparatorie, il taglio del dito, le scene in riva al mare. Probabilmente c'era la volontà, all'origine dell'operazione Brother, di far conoscere Kitano agli americani, pubblico privilegiato per ogni cineasta di ambizioni internazionali, come onestamente ammettono il produttore Jeremy Thomas e il manager di Kitano Masayuki Mori.

La parola brother, fratello, è pregnante nel film: Aniki, il nome del protagonista, in giapponese significa appunto fratello, ed è il fratello che in Giappone salva la vita al personaggio interpretato da Kitano, consentendogli di fuggire in America dall'altro fratello (in realtà un fratellastro) Ken, dove conosce il giovane Denny che egli considera come un fratello (come ammette lo stesso Kitano nell'intervista posta a suggello del dvd del film). E "fratello" è giusto l'appellativo usato dai neri americani per riconoscersi l'un l'altro, come a riconoscersi membri di una "famiglia", che è poi un altro termine fondamentale del film, così come di tutta la cultura mafiosa (sia giapponese che italiana) che il film descrive nei suoi meccanismi. L'altro termine che si ripete in Brother è "guerra"; lo schema, infatti, è questo: se accetti di allearti con me, a certe condizioni, sei un fratello, altrimenti le nostre famiglie entrano in guerra. Puoi avere gli occhi a mandorla ed essere un nemico oppure avere la pelle nera ed essere un fratello. Si assiste, nel film, all'incontro/scontro (non a caso il primo approccio tra Aniki e Denny si estrinseca in un'aggressione) tra la tradizione mafiosa con tutti i suoi rituali e il gangsterismo di strada fatto di truffe, risse, spaccio. Non a caso il vecchio yakuza si acquista la stima del giovane gangster truffandolo ripetutamente al gioco, una regola che il ragazzo accetta senza discutere e che, nel finale del film, gli vale la salvezza della vita.

Direi quindi che Brother resta un film valido, anche se dà la sensazione di un "prodotto" epurato da certi elementi più personali che hanno fatto grande il cinema di Kitano (si pensi ai due sposi del successivo Dolls, derivati dalla tradizione giapponese, artificio poetico notevole ma che indubbiamente appesantisce la narrazione), e trova il suo punto di forza in questo confronto tra la cultura della yakuza con le sue regole ferree ("se il capo dice che il bianco è nero, l'iniziato deve vedere solo nero") e i suoi cerimoniali (le punizioni rituali di chi ha sbagliato o tradito, simili a harakiri e seppuku, l'assurda prova di coraggio di Kato) e la moderna criminalità che non guarda in faccia a nessuno e odia i tavoli delle trattative tra boss. Da questo confronto esce la figura di Aniki che, per non sapere né leggere né scrivere (parla a mala pena l'inglese) scarica il caricatore della propria pistola sui rivali. Ma alla fine, da vero yakuza, sa che deve pagare con la vita.

Kitano, che non ha paura di esagerare con la violenza (terribile la scena delle bacchette nel naso) e con il turpiloquio (la sfilza di parolacce di Denny nel finale è degna del Benigni di Berlinguer ti voglio bene) è uno dei pochi registi di oggi che vale la pena di seguire sempre, al pari probabilmente di Scorsese, Tarantino, Lynch e Cronenberg (in diversa misura Lars Von Trier, che alcuni detestano cordialmente).

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Regime

by sasso67 (18/12/2004 - 19:19)

Regime di Peter Gomez e Marco Travaglio. BUR, 2004, pp. 410 € 9,50.

«Assodato che io non ho corrotto alcun giudice¹, è il caso di spiegare che io non ho neanche ammesso alcuna evasione fiscale [...], perché se è vero che negli anni passati ho avuto delle disponibilità all'estero, è altrettanto vero che questa situazione l'ho regolarizzata e sanata attraverso un condono tombale, pagando quanto dovuto per legge.²» Cesare Previti, lettera al Corriere della Sera.

Regime è una mazzata tremenda. In realtà Gomez e Travaglio non hanno fatto granché d'eccezionale, limitandosi quasi esclusivamente a raccogliere materiale noto e stranoto delle vicende che hanno visto da una parte il governo della molto cosiddetta Casa delle Libertà e dall'altra, nella parte del soccombente (e soccombuto) il sistema informativo, culturale e mediatico italiano. Inutile qui stare a ripercorrere le ultranote vicende dei vari Biagi, Santoro, Luttazzi, Sabina Guzzanti e compagnia: le conosciamo tutti. Anzi, a chi non abbia voglia di leggersi l'intero libro consiglierei di leggere soltanto il primo capitolo, quello dedicato a Massimo Fini, protagonista di una vicenda meno conosciuta e strombazzata, perché privo di padrini politici, lui che fra l'altro, agli albori della "Seconda Repubblica" (molto peggiore della prima), aveva spalleggiato fiducioso ("ignaro!" gli esclamerebbe in faccia Totò) la Lega di Bossi.

Ma allora perché ho detto che Regime è una mazzata? Be' perché tutti i fatti narrati sono accaduti negli ultimi tre anni, ed ognuno di noi li ha vissuti in mezzo ai propri casi personali, alle altre notizie dall'Italia e dal mondo (il G8 di Genova, le Torri Gemelle, l'Afghanistan, l'Iraq), mentre leggerle tutte insieme una dopo l'altra una dopo l'altra ha l'effetto di lasciare storditi, ma anche quello di rendersi conto in che razza di regime viviamo. Non è un regime fascista di vecchio stampo, l'olio di ricino e il manganello sono stati rimpiazzati dal televisore, dalla radio e dalla carta stampata e per i più riottosi (il diabolico Santoro, il pericoloso Biagi, il temibile sovversivo De Bortoli) c'è il confino fuori dai teleschermi e dalle redazioni dei giornali.

Il sistema inaugurato con la "radiosa giornata" del 13 maggio 2001 somiglia da vicino agli schemi descritti nei due più famosi romanzi di Orwell, La fattoria degli animali e 1984: prima si fanno le leggi in favore dei cittadini "più uguali degli altri", poi se ne occultano le prove manipolando l'informazione passata, presente e futura. Del resto, come dice Beppe Grillo nella postfazione al libro «la censura riesce ad occultare anche la censura stessa». Teniamo gli occhi aperti.

¹ Infatti Previti ha racimolato due condanne per rispettivamente undici e cinque anni proprio per questa ragione.

² Ma se non aveva evaso il fisco, perché si è avvalso del condono? Con lo stesso ragionamento un qualsiasi omicida potrebbe affermare «è pur vero che in passato ho tolto la vita a qualcuno, ma considerato che ho scontato trent'anni di galera come previsto dalla legge, non sono un assassino». Ma ci faccia il piacere, ci faccia.

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I quattro figli di Rose Flynn

by sasso67 (18/12/2004 - 10:08)

Orphans (GB, 1997) di Peter Mullan. Con Douglas Henshall (Michael), Gary Lewis (Thomas), Rosemarie Stevenson (Sheila), Stephen McCole (John), Ann Swan (madre di famiglia), Gilbert Martin (Frank), Jan Wilson (Sandra, la donna nel bar), Lenny Mullan (Julian, il proprietario del bar), Malcolm Shields (Duncan), June Brogan (Mona), Paul Doonan (Leeny, fratello di Duncan).

OrphansC'è chi onora i vivi e chi onora i morti, trascurando i vivi. Tra questi ultimi c'è sicuramente Thomas, il maggiore dei quattro fratelli Flynn, che, nella notte che precede il funerale della mamma, trascorre, come promesso alla defunta, la notte in veglia accanto alla bara, mentre i tre fratelli si cacciano nei guai.

Diretto dall'eccellente attore di My Name Is Joe di Ken Loach, interpretato da uno degli attori (Gary Lewis) che gli Gary Lewis in Orphansfu accanto in quel film, Orphans è un buon film, che sembra un Fuori orario scozzese girato da Abel Ferrara anziché da Scorsese. Mullan (che dedica il film alla memoria della madre Patricia) frantuma in quattro la nottata degli orfani e trova accenti credibili, benché qualche sequenza sia volutamente (ed eccessivamente) virata in grottesco, come quando Michael (forse il più "normale" dei quattro) fuma e bestemmia in chiesa o come quando la chiesa viene scoperchiata da un uragano (con la statua della Madonna che va in pezzi per la seconda volta) e benché qualche psicologia sia tirata via, soprattutto quelle di John e del cugino criminale. È comunque eccellente la caratterizzazione di Thomas, un maniaco depressivo ben interpretato da Gary Lewis.

Con tutti i suoi difetti Orphans è un film ben girato e interessante e fa riflettere sulla vitalità del cinema britannico rispetto a quello nostrano. Ci manca un Ken Loach (Bellocchio non è che una sbiadita e malriuscita controfigura), ma ci manca probabilmente anche un Mullan.

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Non toccare la donna nera

by sasso67 (17/12/2004 - 21:24)

Scappa, scappa... poi ti prendo! (USA, 1988) di Keenan Ivory Wayans. Con Keenan Ivory Wayans (Jack Spade), Bernie Casey (John Slade), Antonio Fargas (Flyguy), Steve James (Kung Fu Joe), Isaac Hayes (Hammer), Jim Brown (Slammer), Ja'net DuBois (Ma Bell), Dawn Lewis (Cheryl), John Vernon (Mr. Big), Clu Gulager (ten. Baker), Kadeem Hardison (Willie), Damon Wayans (Leonard), Kim Wayans (cantante del night club), Clarence Williams III (Kalinga), Eve Plumb (moglie di Kalinga).

Il soldato Jack Spade, tornato a casa dopo la morte del fratello (vittima di un'overdose da oro), ingaggia un gruppo di eroi della blaxploitation anni settanta ormai in pensione per sgominare la banda del cattivo bianco Mr. Big, che insidia la bella cognata Cheryl.

Scappa, Scappa..., il cui titolo italiano non rende giustizia all'originale I'm Gonna Git You Sucka (lett.: "ti prenderò, bastardo"), è una parodia, realizzata a fine anni ottanta della blaxploitation anni settanta, cui prendono parte, oltre ad alcuni membri della famiglia Wayans, diversi protagonisti di quella stagione del cinema americano, come l'attore musicista Isaac Hayes, Jim Brown, Antonio Fargas. L'idea di partenza è buona, così come alcune situazioni (la mamma protettiva e possessiva del protagonista; i neri che si lasciano uccidere da overdose di catene e bracciali d'oro; gli eori che girano con un tema musicale personalizzato; le controfigure non dissimulate; il protagonista che cammina sulla pancia di un personaggio morto che lascia andare un peto, eccetera), ma l'insieme dimostra - nonostante si debba pensare che molte battute vadano perdute con il doppiaggio - che una buona idea di partenza non basta, come in questo caso, a fare un buon film. Probabilmente, le singole scenette avrebbero funzionato come sketch televisivi, un po' come le miniparodie dei film degli anni quaranta fatte da Ale e Franz. Le trovate non bastano invece a sostenere la durata di un lungometraggio. Una onesta parodia, ma niente di più.

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Bovisa tragica

by sasso67 (17/12/2004 - 20:03)

Bubù (Italia, 1971) di Mauro Bolognini. Con Ottavia Piccolo (Berta), Massimo Ranieri (Piero), Antonio Falsi (Bubu), Luigi Proietti (Giulio), Alain Naya, Anna Fadda, Gianna Serra.

Ispirato al romanzo ottocentesco del francese Charles L. Philippe Bubu di Montparnasse, il film racconta la storia della giovane lavandaia Berta che, nella Milano di fine ottocento, viene costretta dal fidanzato Bubu a prostituirsi per mantenerlo. La ragazza passa da un'umiliazione all'altra fino ad ammalarsi anche di sifilide e non potrà salvarla l'amore pulito del giovane impiegato Piero.

Bubù è un film non completamente riuscito, nonostante la regia di un ottimo professionista quale Bolognini (1922- 2001) e la sceneggiatura di un grande scrittore quale fu Giovanni Testori (1923 - 1993). La vicenda, traportata da Parigi a Milano, è narrata con discreto piglio sociologico, ispirato soprattutto dal narratore della Gilda del Mac Mahon e del Ponte della Ghisolfa ed è scenografato in maniera impeccabile dal regista pistoiese, maestro nel far rivivere scenari d'epoca. E forse proprio qui sta il problema: da qui nasce, come scrive Tullio Kezich «lo stridore che si avverte, nel film, fra il testo e le immagini. Vittima del proprio buon gusto, Bolognini non trova la forza di andare fino in fondo in una vicenda intrisa di miseria e di sifilide». Il finale del film, per niente consolatorio, narrato in prima persona da Berta, nel quale la ragazza accusa proprio colui che ha cercato di aiutarla in maniera disinteressata, ma non ha fatto abbastanza per salvarla dal suo misero destino («piangi, Piero, perché non hai mosso un dito per aiutarmi. Piangi e crepa!»), riscatta le parti non riuscite del film e gli conferisce un'aura di aspra denuncia sociale.

Tra gli attori eccellente soprattutto Proietti, in una parte secondaria ma non marginale nello sviluppo della vicenda.

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Pellaccia nera, cuore tenero

by sasso67 (13/12/2004 - 18:19)

È tempo di uccidere, detective Treck (USA, 1974) di Jonathan Kaplan. Con Isaac Hayes (Truck Turner), Yaphet Kotto (Harvard Blue), Alan Weeks (Jerry), Annazette Chase (Annie), NIchelle Nichols (Dorinda), Sam Laws (Nate), Paul Harris (Gator), Scatman Crothers (Duke), Dick Miller (Fogarty), Bob Harris (Snow), Jac Emil (Reno).

Truck TurnerPrima di tutto il protagonista non si chiama Treck, ma Truck ("camion") Turner, famoso ex giocatore di football americano. E poi non fa nemmeno il detective, ma lavora, a cottimo, per i bail bonds, coloro che prestano, contro interesse, i soldi della cauzione (come il personaggio di Robert Forster in Jackie Brown). Il suo lavoro consiste prevalentemente nell'andare a riprendere persone che, dopo avere ricevuto il prestito, se la danno a gambe senza restituirlo. Durante una missione ci scappa il morto e la donna dell'ucciso, una maitresse di un bordello di lusso, giura vendetta a Truck.

Il film ha numerosi buchi di sceneggiatura: perché mai Gator, pieno di soldi com'è avrebbe dovuto ricorrere a un bail bond? E perché mai la sua donna avrebbe dovuto prendersela così tanto, dato che quando è stato ucciso, Gator era in compagnia di una bionda? E perché Blue tenta di uccidere Truck prima attirandolo in una trappola dall'amico Nate, poi in ospedale, quando già prima è riuscito a penetrare impunemente in casa sua? Alcune scene fanno cascare le braccia, come la corriva sfilata delle prostitute al servizio di Dorinda, però il film è ben girato da Jonathan Kaplan, allievo di Roger Corman (un marchio di garanzia) e successivamente alla direzione di alcuni episodi del telefilm E.R., forse per scontare la colpa di avere ambientato una sparatoria in una sala operatoria (che fa anche rima). Isaac Hayes, ottimo musicista, premio Oscar 1972 per il tema musicale di Shaft, si fa valere anche come attore, ben supportato da alcuni buoni interpreti tra i quali primeggiano Yaphet Kotto (uno che, in qualità di ebreo di colore, se è arrivato a Hollywood vuole proprio dire che ci sapeva fare) e Alan Weeks.

C'è una scena che, secondo me, è eccezionale e da sola vale un intero film, ed è quella della morte di Blue (Kotto). E poi non si può non provare simpatia per un personaggio che per fare colpo sulla fidanzata le regala un gattino (il gatto della ragazza era stato impiccato dalla banda di puzzoni capeggiati da Blue): una scena nella quale per un pelo non ci lascio una lacrimuccia.

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Fratello vampiro

by sasso67 (12/12/2004 - 12:00)

Blacula (USA, 1972) di William Crain. Con William Marshall (Mamuwalde/Blacula), Vonetta McGee (Luva/Tina), Thalmus Rasulala (dott. Gordon Thomas), Denise Nicholas (Michelle), Gordon Pinsent (ten. Jack Peters), Charles Macaulay (Dracula), Emily Yancy (Nancy, la fotografa), Lance Taylor Sr. (Swenson il becchino), Elisha Cook Jr. (Sam), Logan Field (serg. Barnes), Ketty Lester (Juanita Jones, la tassista), Ted Harris (Bobby McCoy), Rick Metzler (Billy Schaffer), Eric Brotherson (agente immobiliare).

BlaculaNel 1815 il principe africano Mamuwalde si reca in Transilvania presso il conte Dracula per proporgli un'idea per fermare la tratta degli schiavi africani. Il conte vampirizza l'ospite e la moglie. Negli anni settanta del secolo successivo due giovani acquistano il castello di Dracula e portano il sarcofago a Los Angeles, dove il principe nero, resuscitato sotto il nome di Sheba, crede di riconoscere nella giovane Tina la propria moglie rediviva.

Il film di William Crain non chiede di essere preso sul serio fin dal titolo, Blacula (black + Dracula). In realtà il vampiro è un misto tra il conte transilvano, il Mister Hyde di Stevenson (quando s'incazza gli crescono anche dei peloni enormi sui sopraccigli, portandolo a somigliare al vecchio repubblicano Oddo Biasini) e uno zombi. Blacula potrebbe essere una buona parodia, se non si prendesse un po' troppo sul serio e se non avesse anche vaghi accenti razzisti nel mettere in scena i due giovani omosessuali (bipartisanamente uno bianco e uno di colore) che trasportano il sarcofago in America. Purtroppo l'intento parodico non c'è, e questo fa scivolare il film in un'autoparodia involontaria che in alcuni momenti, come quando in sottofinale i vampiri sbucano fuori in un magazzino di scatoloni con le facce pitturate di verdognolo, ricordano il famigerato film italiano Io zombo, tu zombi, lei zomba (1979) di Nello Rossati, uno dei trash più trash della storia del cinema.

I film sui vampiri non mi sono mai piaciuti, ma in questo caso mi dispiace un po' dover parlare male di Blacula, anche considerata la presenza di due buoni attori quali Vonetta McGee e William Marshall, attore scespiriano, più volte interprete di Otello in palcoscenico.

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Foxy Grier

by sasso67 (12/12/2004 - 11:00)

Foxy Brown (USA, 1974) di Jack Hill. Con Pam Grier (Foxy Brown), Antonio Fargas (Link Brown), Peter Brown (Steve Elias), Terry Carter (Michael/Dalton), Katheryn Loder (Katherine Wall), Harry Holcombe (giudice Fenton), Juanita Brown (Claudia), Sally Ann Stroud (Deb).

Foxy, sorella di uno spacciatore da quattro soldi e fidanzata di un poliziotto infiltrato, vede il compagno ucciso da una banda di trafficanti di droga e papponi proprio per il tradimento del fratello. La sua vendetta sarà spietata.

Foxy Brown, che in America pare sia un cult movie, è un film incredibilmente brutto e malfatto, girato con pochi soldi - e lo si nota chiaramente - e alla fine malriuscito, a dispetto dell'impegno dgli unici due attori degni di questo nome dell'intero cast, la prosperosa Pam Grier (molto più bella, a distanza di più di vent'anni, nel Jackie Brown di Tarantino) che corre, spara, lotta ("Prima di picchiarti" le dice una rivale in un bar "ti avverto che sono cintura nera di karate". "E io sono cintura nera di rissa nei bar" le risponde Foxy dopo averle fracassato una sedia in testa), si spoglia mostrando quel popò di paraurti che ha sul davanti, e Antonio Fargas, l'odioso fratello traditore. Purtroppo la sceneggiatura è sconclusionata, la recitazione da filodrammatica (peggiorata, con ogni probabilità, dal doppiaggio italiano) e perfino le scazzottate fanno rimpiangere quelle, realizzate cento volte meglio, di Bud Spencer e Terence Hill.

Se Jackie Brown (1997) di Tarantino, che anche nel titolo si richiama a questo filmettaccio di Jack Hill, mi era sembrato un buon film, confrontato a questo Foxy Brown, ora mi sembra un capolavoro.

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Il ras di Harlem

by sasso67 (11/12/2004 - 12:08)

Black Caesar, il padrino nero (USA, 1973) di Larry Cohen. Con Fred Williamson (Tommy Gibbs), Gloria Hendry (Helen), Art Lund (McKinney), D'Urville Martin (Reverendo Rufus), Julius Harris (padre di Tommy), Minnie Gentry (madre di Tommy), Philip Roye (Joe Washington), William Wellman Jr. (Alfred Coleman), Val Avery (Cardoza), Myrna Hansen (Virginia Coleman), Omer Jeffrey (Tommy ragazzo), Michael Jeffrey (Joe ragazzo).

Modellato sul Piccolo Cesare interpretato da Edward G. Robinson, il "Cesare nero" di questo film, diretto dal bianco Larry Cohen, è un ex lustrascarpe mandato in riformatorio dal poliziotto corrotto McKinney e, quando esce, ha ambizioni di diventare il capo dei quartieri neri di New York. Impadronitosi di alcuni libri contabili che registrano le mazzette pagate ai notabili della città, Tommy scala il potere senza guardare in faccia nessuno e senza tirarsi indietro quando c'è da premere il grilletto, ma, come spesso è capitato ai potenti il loro punto debole è proprio che è loro più vicino: la famiglia, la donna amata.

Si vede che Cohen è un professionista con i fiocchi ed infatti confeziona un film che, pur con qualche difetto tipico dei film con al centro un personaggio principale nel quale lo spettatore si deve identificare (poco importa che sia bianco o nero) ha un ritmo notevole, è credibile e compatto, non sconta le ristrettezze di budget come altri prodotti del genere ed infine, cosa non certo frequentissima, è ben recitato. Black Caesar (che nel titolo italiano cerca spudoratamente di sfruttare il grande successo del Padrino di Coppola, uscito l'anno prima) pigia il pedale della violenza in maniera più forte di quello del sesso rispetto ad altri film del genere blaxploitation (c'è un'unica scena di sesso, verso la fine) e mostra un modello sbagliato di scalata al successo: in questo senso il film è molto moralistico, di un moralismo che si ispira in parte alle tragedie greche (i rapporti irrisolti con il padre e con la madre, quelli con il fratello, un prete imbroglione che si rivela un povero mentecatto) in parte a quelle elisabettiane con il sanguinoso sterminio finale, che coinvolge il protagonista (che evidentemente non muore, dato che l'anno successivo Williamson interpretò lo stesso personaggio nel seguito di Black Caesar: evidentemente Il padrino fece scuola anche per questo), oltretutto deriso e derubato dai ragazzi del quartiere nero. Il Cesare nero, infatti, non è più uno della sua gente: troppo bianco per i neri - fin dall'inizio si veste come un bianco, con panciotto e bombetta, va a vivere in un quartiere bianco come un bianco - ma pur sempre un nero per essere accettato dai potenti bianchi.

Fred Williamson presta la propria faccia a un personaggio credibile, prima assetato di potere e poi impaurito (gira circondato da numerose guardie del corpo armate) per la conservazione di esso, prima altero e sicuro di sé stesso, alla fine smarrito e braccato, dopo il tradimento della propria donna e del migliore amico. Il regista Larry Cohen, ben coadiuvato da un'ottima fotografia e dalla colonna sonora tutta scatti di James Brown, ha girato con Black Caesar uno dei suoi film migliori, e uno dei migliori esempi di blaxploitation.

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Riportare lo champagne in cantina

by (11/12/2004 - 11:50)

Ma povero Berlusconi, non ha fatto in tempo a gioire per l'assoluzione (o presunta tale) di ieri a Milano per le accuse di corruzione, che oggi è arrivata la pesante condanna a nove anni di carcere, più le pene accessorie, a Marcello Dell'Utri nel processo di Palermo per concorso esterno in associazione di stampo mafioso. In pratica il senatore di Forza Italia, nonché da tempo collaboratore e amico personale di Berlusconi, ha appoggiato le cosche, ma non come membro effettivo, che le mani è sempre meglio non sporcarsele troppo, dall'esterno, come facevano spesso i liberali con i governi democristiani nella cosiddetta prima repubblica. Certo che per Dell'Utri era dura sperare in un'assoluzione, assistito com'era dall'avvocato Enzo Trantino, il mitico presidente della commissione parlamentare Telekom Serbia, che passa da un insuccesso parlamentare ad un insuccesso professionale "come niente anfusse". Insomma (tanto per citare la Lecciso), Berlusconi esce pulito - vabbe' con appena qualche schizzettino di fango sul vestito bianco da premier - dal processo di Milano, ma pensiamo un attimo da quali personaggi è circondato: Previti (condannato per corruzione), Squillante (idem), Dell'Utri (per mafia). Va a finire che il meno peggio è Brunetta: vale quello che vale, ma almeno è onesto.

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Non attraversate quella strada

by sasso67 (10/12/2004 - 12:05)

Rubare alla mafia è un suicidio (USA, 1972) di Barry Shear. Con Anthony Quinn (cap. Mattelli), Yaphet Kotto (ten. Pope), Anthony Franciosa (Nick D'Salvio), Paul Benjamin (Jim Harris), Ed Bernard (Joe Logart), Richard Ward (Doc Johnson), Norma Donaldson (Gloria Roberts), Antonio Fargas (Henry Jackson), Anthony Charnota (Frank), Burt Young (Lapides).

Locandina originaleUn film a metà strada tra blaxploitation e gangster movie con sottofondo mafioso italoamericano e reminiscenze dell'Ispettore Tibbs. Il caso di una sanguinosa rapina compiuta da tre uomini di colore travestiti da poliziotti ai danni di una banca clandestina controllata dalla mafia italoamericana è affidata al tenente di colore Pope, mentre il capitano della polizia di New York Mattelli, un razzista alla vecchia maniera, corrotto e picchiatore, scalpita per condurre le indagini secondo i suoi metodi da duro. Ovviamente sulla rapina indaga, per proprio conto, anche la mafia.

Si tratta di un buon film di genere, duro, scattante, ben girato e ben fotografato, con interpreti all'altezza della situazione. Volendo sottilizzare c'è qualche stereotipo di troppo, ma, trattandosi di un film di genere, ciò non può sorprendere. Rubare alla mafia può ricordare, come ho già detto, i film dell'ispettore Tibbs di sydneypoitieriana memoria (il fotogramma finale focalizza le mani, una nera e una bianca, dei due poliziotti strette l'una all'altra), ma se ne differenzia per un aspetto fondamentale. Mentre i film con Poitier - compreso l'arcinoto Indovina chi viene a cena, in cui l'attore non interpretava un poliziotto - erano edificanti e rassicuranti, presentando il poliziotto di colore come il prodotto istruito e rincivilito di una borghesia nera che ormai in niente si differenzia da quella w.a.s.p., questo Rubare alla mafia è inquietante, perché mostra un popolo nero sull'orlo della disperazione, ben rappresentato dal pregiudicato quarantaduenne Jim Harris, pronto a tutto perché non ha niente da perdere, se non la propria stropicciata dignità. La 110ª strada (Across 110th Street è il titolo originale del film, nonché il titolo del tema musicale portante di Bobby Womack, ripreso anche da Tarantino per Jackie Brown) è la via di New York che divide i lussuosi palazzi di Central Park dalla miseria di Harlem, ed è quella che dei miserabili come i rapinatori del film non si possono permettere di attraversare impunemente.

Molto bravi gli attori, soprattutto i neri, ma anche Anthony Franciosa nella parte di un mafioso fallito in cerca di riscatto.

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Cercasi calendario

by sasso67 (09/12/2004 - 13:40)

Giornata grigia, aggravata dalla lettura di notizie sui (consueti) attentati in Iraq, dalla notizia di un folle che haCalendario pompe funebri ammazzato quattro persona (tra le quali il chitarrista del gruppo heavy metal Damageplan) a un concerto a Columbus, Ohio e dai resoconti sull'arringa dell'avvocato Ghedini al processo Sme, nonché dalla letturadel libro Regime di Marco Travaglio e Peter Gomez, che accresce una sensazione diffusa di spleen baudelairiano. Io a scervellarmi su un calendario per il 2005: non c'è da sperare nella mia banca, che non mi ha mai regalato nemmeno un'agendina e non la biasimo, considerando la consistenza del mio conto corrente. L'assicurazione la devo pagare l'11 gennaio, quando calendari e agende sono già andati... Vediamo... Un calendario con qualche donna "ignuda"? Repubblica ne propone una selezione, ma, evitate le solite bellone calendarizzate (campionessa assoluta Alessia Merz, che fa calendari da quando aveva dodici anni) praticamente tutti gli anni (pro: uno può riciclare i vecchi calendari; contro: uno magari si confonde, pensa di essere di nuovo nel 2001 e rivivere la vittoria di Berlusconi alle elezioni), ci sono le studentesse, che però mi puzzano di falso (io quelle in facoltà non ce le ho mica mai viste), le casalinghe friulane (ma quelle lì stirare e battere i tappeti non sanno nemmeno cosa voglia diree poi le casalinghe con tanto di tatuaggio all'altezza della vertebra coccigea mi mettono un po' in sospetto), le modelle con le tette finte, le unghie tipo bradipo e il piercing omfalico, quelle sdraiate sulle auto sportive che metterebbero tristezza anche al Ballatori, il meccanico che esercita accanto alla casa dei miei. L'unica proposta originale sono le modelle che posano sulle casse da morto per pubblicizzare una ditta di pompe funebri, senonché le modelle sono di un brutto eccezionale e non sono nemmeno nude: in più ce ne sono un paio che tengono sulla bara in massello una bandiera americana e quella delle Nazioni Unite... un macabro riferimento all'Iraq e atutte le altre cosiddette "missioni umanitarie"? A parte questo, i calendari con le donne nude hanno l'inconveniente che bisogna ricordarsi di toglierli ogni anno quando viene il prete a fare le benedizioni pasquali.

Mi sa che, se non ci sono novità, ripiegherò, come tutti gli anni, su un calendario che generosamente mi offrono i miei genitori (che altrimenti lo butterebbero via) con delle bellissime foto di animali selvatici. L'unico problema è, secondo me, l'infelice abbinamento dei mesi: tutti gli anni i mesi di gennaio e febbraio sono illustrati da un'orca che salta tra gli iceberg del polo nord e fa rabbridire, mentre luglio e agosto fanno mostra di un ippopotamo che poltrisce sotto il sole africano della savana e fa sudare soltanto a guardarlo.

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Il grande sonno

by sasso67 (08/12/2004 - 17:10)

Il grande sonno di Raymond Chandler.

ChandlerCosa sia "il grande sonno" lo si può facilmente intuire, tutto il resto invece no. Il primo romanzo di Chandler, presentato da più parti come un capolavoro della letteratura, ha una trama intricatissima ai limiti del confuso. Il cinico investigatore privato Marlowe è chiamato dal vecchio e malato (nonché ricchissimo) generale Sternwood per scoprire chi ricatta la figlia minore. L'indagine lo porterà ad imbattersi in una lunga catena di omicidi, nonché nella figlia maggiore del generale, l'affascinante Vivian.

Il libro non mi è piaciuto, ripeto, per l'eccessiva difficoltà di seguire una trama confusa (tanto è vero che furono in difficoltà gli sceneggiatori che ne trassero un celebre film per la regia di Howard Hawks e l'interpretazione di Humphrey Bogart) e anche poco avvincente, e per una scrittura secca e piatta, - mal servita, a mio modesto parere, dalla traduzione di Oreste Del Buono (ma perché i personaggi si danno del voi?) - tutta tesa ad evidenziare il disincantato cinismo, venato comunque d'umanità, del protagonista.

Gli esperti di letteratura noir sottogenere hard boiled hanno sottolineato che, a differenza dei romanzi di Dashiell Hammett, maestro dichiarato di Chandler, nel Grande sonno non tutti i personaggi sono corrotti, e si fa l'esempio del generale Sternwood, che però a me ha fatto un po' l'impressione del bimbo scemo cui si vogliono tenere nascoste le brutte notizie.

Anni fa lessi il romanzo del geniale scrittore francese Boris Vian ...e i mostri saranno uccisi (1949, edito nel 1978 da De Carlo), la cui trama intricatissima riproduce i meccanismi di quella del Grande sonno (anche se là il detective era un giovane inesperto anziché un maturo cinico) condita di una grande dote di ironia ed umorismo e devo dire che il romanzo del surrealista francese è, sempre secondo me, diverse spanne superiore a quello di Chandler.

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Cazzi neri e culi bianchi

by sasso67 (08/12/2004 - 11:38)

Sweet Sweetback's Baad Asssss Song (1971) di Melvin Van Peebles. Con Melvin Van Peebles (Sweetback), Hubert Scales (Mu-Mu), Rhetta Hughes (vecchia fidanzata), Mario Van Peebles (Sweetback bambino), Simon Chuckster (Beetle).

LocandinaUn bambino di colore viene accolto in un bordello composto da prostitute tutte di colore e, ribattezzato Sweetback, è svezzato da una di loro e poi avviato a sua volta alla carriera di puttano. Trovatosi nel luogo in cui due poliziotti bianchi pestano un aderente delle Black Panthers, Sweetback lo aiuta a fuggire mettendo fuori combattimento i due poliziotti razzisti. Comincia da qui una caccia della polizia al nero ribelle.

Trovatosi nelle grinfie di una banda di motociclisti e messo a confronto con il Presidente, un donnone bianco che lo sfida a duello, a Sweetback è data la scelta dell'arma: «Fucking», risponde. Ed in effetti è un campo nel quale si fa onore, mettendo fuori combattimento la corpulenta malvona¹.

Dando la caccia a Sweetback, i poliziotti fanno irruzione in una stanza nella quale sono a letto insieme un uomo di colore e una donna bianca. Gli sbirracci saltano addosso all'uomo fracassandogli il cranio con il calcio delle pistole e sbattendogli la faccia contro il vetro d'una finestra, poi lo tirano su e uno di loro dice «It's not him» e un altro risponde «So what?» ("Non è lui" - "E allora?").

Questi due episodi sono significativi delle coordinate entro le quali si muove il film diretto e interpretato da Melvin Van Peebles, un film che è al tempo stesso il capostipite e la summa della blaxploitation². Quest'ultimo termine, che letteralmente significa "sfruttamento dei neri" non è mai piaciuto ai registi e ai protagonisti del genere, ma a me sembra che bene si adatti al film in questione che, se è innovativo dal punto di vista sociologico (attori neri come protagonisti e non più come personaggi marginali dei film, se si eccettua l'integrato Sydney Poitier), non lo è dal punto di vista del contenuto: cosa c'è di nuovo nel dipingere i neri come sessualmente potenti e i bianchi come degli inguaribili razzisti? E dov'è il messaggio rivoluzionario, quando il film s'incentra tutto e termina con il nero braccato e in fuga, che riesce a salvarsi attraversando un fiume che segna il confine con il Messico? O non era in fuga anche il Jim amico di Huckleberry Finn, protagonista del romanzo scritto da Mark Twain più di cent'anni fa? È forse rivoluzionario girare una sequenza ai limiti del codice penale, con un bambino (il figlio del regista, Mario, a sua volta regista, una volta divenuto adulto) in una scena di sesso esplicito con una prostituta?

Il film si fa guardare, anche se la trama è ridotta al minimo, per l'indubbia capacità di Van Peebles (che ricordo regista di un film che vidi da bambino, L'uomo caffelatte, in cui un bianco razzista una mattina si risvegliava nero, quasi una versione razziale della Metamorfosi di Kafka) di utilizzare le tecniche all'epoca più sofisticate: fermi immagine, sovrimpressioni, caleidoscopi di luci. Per il resto il film si guarda più come un documento di un'epoca e con il naso un po' arricciato, come si guarderebbe oggi uno dei film di Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi.

¹ "Malvona" è termine che ho desunto dal romanzo Le avventure di Guizzardi di Gianni Celati, nel quale viene usato per indicare una donna di notevole corporature e di una certa età affamata di sesso. Un sinonimo potrebbe essere mantide.

² "Blaxploitation": «Ribattezzato come il cinema dei “ghetti neri”, fu un momento di grande rottura all’interno del cinema americano “politically correct” dettato dalle Majors hollywoodiane dove, fino a quel momento, l’attore di colore era relegato in ruoli marginali (fatta eccezione per Sidney Poitier). Questa vague cinematografica ha tra i suoi caratteri distintivi quello di definire un nuovo senso estetico fondato su un montaggio rapido, sull’importanza fondamentale della colonna sonora, sulla prevalenza di riprese in esterni, su una sessualità e una violenza crude e manifeste. La “Blaxploitation” rappresenterà una risposta di controtendenza rispetto all’immaginario collettivo, attraverso l’arruolamento di un gruppo di giustizieri incaricati di ripulire Harlem e Watts dalla “cancrena bianca”. Questi eroi porteranno sullo schermo i nomi di Shaft, Hammer, Slaughter, Black Belt Jones, Coffy e Foxy Brown. Per le ultime due, in realtà, si tratta di eroine femminili magistralmente interpretate da Pam Grier. Sono dei personaggi che avranno la caratteristica di riportare e potenziare, nella psicologia di massa dei neri statunitensi, l’utopia di libertà suscitata dai movimenti per i diritti civili, da Martin Luther King alle Black Phanters.» (da http://www.centraldocinema.it/Recensioni/Nov04/parte_l.htm)

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Soldatini azzurri

by sasso67 (06/12/2004 - 20:00)

Stupenda la manifestazione fatta a Roma, in Campidoglio, dai giovani di Forza Italia definiti "mercenari" da Prodi. I suddetti giovani dovevano fugare il sospetto di essere lì perché semplicemente assoldati dal grande capo, ma, con le loro bandierine tricolori sventolate con l'entusiasmo di un forzato nordcoreano, con i loro cartelloni lucidi e patinati, coordinati dall'abile regia di Antonio Tajani, hanno vistosamente confermato l'impressione esternata da Prodi.

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Prima delle minchiate

by sasso67 (06/12/2004 - 17:28)

Prima della rivoluzione (Italia, 1964) di Bernardo Bertolucci. Con Francesco Barilli (Fabrizio), Adriana Asti (Gina), Allen Midgette (Agostino), Morando Morandini (Cesare), Cristina Pariset (Clelia), Domenico Alpi (padre di Fabrizio), Emilia Borghi (madre di Fabrizio), Gianni Amico (cinefilo), Cecrope Barilli (Puck).

Adriana Asti in Prima della rivoluzioneSaldato con La commare secca (1962) il debito pasoliniano, il giovane Bertolucci realizza nel 1964 un film molto più personale e, per certi versi, davvero rivoluzionario. Non si stenta a capire che quando uscì, il secondo film del regista parmigiano fu un completo fiasco commerciale: anche rivisto oggi sembra veramente un film "prima" (per la prima volta, anche se in bianco e nero, Bertolucci fa sfilare le immancabili bandiere rosse). Ciò che resta difficile comprendere è perché anche molti critici (sc. Mereghetti) stentino a comprendere il valore di Prima della rivoluzione, pur inserendolo nello stesso filone che porterà, appena un anno dopo, il piacentino Bellocchio a realizzare I pugni in tasca.

Prima della rivoluzione è un film valido, che descrive, prima ancora che una posizione di stallo politico, una situazione di stallo dell'anima. Come dice il protagonista in sottofinale «Credevo di vivere gli anni della rivoluzione e invece vivevo gli anni prima della rivoluzione, perché è sempre prima della rivoluzione quando si è come me». La storia, piuttosto tipica nella tradizione letteraria, teatrale ed infine cinematografica classica, del giovane rivoluzionario che finisce per accettare una sistemazione borghese imposta dalle convenzioni sociali, è ormai paradigmatica, ma Bertolucci, ad appena ventiquattro anni, riesce a trattarla in maniera personale, con un proprio stile, devoto sia al cinema francese di Renoir che a quello della nouvelle vague (la macchina da presa in movimento, il jazz in sottofondo ecc.), senza dimenticare le inevitabili influenze pasoliniane. E come dice un personaggio del film, il cinefilo interpretato dallo sceneggiatore Gianni Amico, «il cinema è un fatto di stile» e «lo stile è un fatto morale».

Si tratta, insomma, di un Bertolucci anni luce "prima" (e meglio) degli ultimi e noiosi film come Il tè nel deserto (1990) e Io ballo da sola (1995), prove estenuate - e, per lo spettatore, estenuanti - di un regista che non ha più molto da dire.

Il giovane attore protagonista Francesco Barilli, francamente un po' legnoso, anche se la sua fisionomia scura è efficace, è scomparso dal panorama, estromesso da un cinema italiano che tutto frullava in nome del quadrumvirato semiserio Sordi, Mastroianni, Gassman, Tognazzi. Di eccezionale espressività e bellezza Adriana Asti (allora compagna di Bertolucci), nella parte della zia - amante del protagonista: una delle prove migliori di una delle nostre migliori attrici degli ultimi quarant'anni.

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Lo scorreggione

by sasso67 (05/12/2004 - 00:34)

[supergiovane] e il mondo si fermò

[bonfy] già

[bonfy] sto facendp dei peti che fanno ribrezzo,

[sasso67] bravo

[bonfy] poi trall'altro sulla sedia di pelle,l'effettu è + nocivo

[bonfy] grazie

[david nellson] bye room,bye mates,be cool..

[bonfy] ...

[bonfy] ok

[bonfy] see ya

[sasso67] ci ammazzi le mosche?

[bonfy] anke i coccodrilli s'è x questo!!!

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Buon Natale, mister Lawrence!

by sasso67 (04/12/2004 - 17:34)

Furyo (GB/Giappone/Nuova Zelanda, 1983) di Nagisa Oshima. Con David Bowie (magg. Jack Celliers), Ryuichi Sakamoto (capitano Yonoi), Tom Conti (ten. col. John Lawrence), Takeshi Kitano (serg. Hara), Jack Thompson (col. Hicksley), Alistair Browning (De Jong), James Malcolm (fratello di Celliers), Chris Broun (Celliers a 12 anni).

Bowie in FuryoUno guarda un film di più di vent'anni fa e di chi è la prima facciona che compare sullo schermo? È proprio di Takeshi Kitano, quello Hana-Bi e Dolls. È lui il sergente Hara che apre e chiude questo bellissimo film di Nagisa Oshima, nel quale sono messi a confronto il senso dell'onore proprio dei giapponesi, rappresentato dall'inflessibile capitano Yonoi, e quello degli europei, impersonato, prima che dall'umano tenente colonnello Lawrence e dall'ambiguo maggiore Celliers, dal colonnello Hicksley. E con il suo sguardo bonario, proprio Lawrence sembra rappresentare il punto di vista del narratore, e sembra voler dire al militare giapponese che comanda il campo di prigionia "è a causa del vostro ottuso senso dell'onore che perderete la guerra".

Ma il film è molto di più che questo, perché a sconvolgere questo franco confronto di tradizioni antropologiche oltre che militari, interviene il personaggio interpretato da David Bowie, attore tutt'altro che trascendentale, ma sufficientemente ambiguo (e chi meglio di lui?) per sconvolgere la mente del capitano Yonoi, tanto che l'attendente di quest'ultimo, capita l'antifona, cerca di uccidere il nuovo arrivato. Argutamente Tullio Kezich ha definito Furyo «l'incrocio di Querelle con Il ponte sul fiume Kwai», per la commistione delle ormai arcinote traversie dei prigionieri britannici nei campi giapponesi e l'attrazione in parte omosessuale e in parte servo/padrone che si sviluppa tra Yonoi e Celliers (stupenda la scena del bacio del prigioniero britannico al comandante nipponico). E se il flashback che ricostruisce un fatto del passato del maggiore c'entra più o meno come i cavoli a merenda, anche se serve a mostrare come anche le più nobili istituzioni occidentali (gli austeri colleges inglesi) nascondono rituali sadici che somigliano da vicino alle crudeltà dei campi di prigionia, è ancora il faccione di Kitano a chiudere il film in maniera davvero commovente, augurando quel «Buon Natale. mister Lawrence!» che resta nella mente.

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Campagna tesseramento

by sasso67 (03/12/2004 - 18:46)

La casa sulla Trubnaja (URSS, 1928) di Boris Barnet. Con Vera Maretskaya (Paranya Pitunova), Vladimir Fogle (Golikov), Yelena Tyapkina (signora Golikova), Sergej Komarov (Lyadov), Anna Sten (Marina), Ada Vojtsik (Fenya), Vladimir Batalov (Semyon Byvalov).

LocandinaLa giovane Paranya dalle campagne russe si reca in città (probabilmente a Mosca) per cercare lo zio che nel frattempo, a sua insaputa, è tornato a casa. Grazie alla sua ingenuità e alla promessa di non iscriversi al sindacato, la ragazza ottiene un posto di sguattera a casa del parrucchiere Golikov, che la sfrutta. Convinta da un'amica ad isciversi al sindacato, anche per poter assistere agli spettacoli del dopolavoro, la giovane crede di essere stata eletta nel direttivo del soviet, mentre si tratta soltanto di un errore causato da un'omonimia. Nonostante ciò, Paranya scoprirà i vantaggi di essere iscritta al sindacato.

La casa sulla Trubnaja (che immagino sia un fiume) è un film lontano mille miglia da Sobborghi (1933) dello stesso Barnet (1902 - 1965). Il film del 1928 è molto più didascalico e tutto incentrato a dimostrare che il sindacato protegge il lavoratore dagli sfruttatori. Ma anche all'interno di questo rigidi schemi ideologici Barnet riesce a dare forma a un film spiritoso e divertente, che a tratti ricorda certe prove di Chaplin, anticipando per certi versi alcune tematiche di Tempi moderni (1936), con questa protagonista giunta in città dalle campagne russe munita soltanto di buon senso e voglia di lavorare, ma condizionata da tanta ingenuità. Paranya compirà il suo apprendistato alla vita in una Mosca in piena NEP, quando ancora qualcuno poteva permettersi la cameriera e di trattarla con metodi ereditati dalla tradizione medievale che nel 1917 era stata spazzata via, ma permaneva nell'anima russa come substrato. Notevolissima la descrizione che Barnet fa del palazzo in cui va ad abitare la giovane Paranya, sovraffollato, con le scale ingombre di spazzatura e tappeti polverosi, ma vitale quanto mai: una prova generale per Sobborghi, un capolavoro della cinematografia mondiale.

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Matteotti e Mussolini

by sasso67 (02/12/2004 - 21:37)

Matteotti e Mussolini. 1924: il delitto del Lungotevere. di Claudio Fracassi, Mursia, 2004, p. 495, € 18,60

«Durante la campagna elettorale fui precipitosamente chiamato al telefono dal Presidente, che mi disse: "Vieni subito da me". Lo trovai infuriato contro Forni, perché a Biella aveva pronunciato un discorso contro il partito ed il Governo. Era fuori della grazia di Dio... Investì anche me come membro della direzione del partito. Ad un certo punto uscì precipitosamente in questa frase: "Che fa Dumini? Si fa le seghe?".» (Cesare Rossi, capo Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio nel 1924, in Matteotti e Mussolini, p. 77)

L'on. Giacomo Matteotti fu ucciso il 10 giugno 1924 a Roma, dentro una lussuosa Lancia Lambda, da un gruppo di fascisti, per la maggior parte "arditi" milanesi (la cosiddetta Ceka fascista) agli ordini di Amerigo Dumini, per ordine espresso del Presidente del Consiglio dei ministri Benito Mussolini.

L'agguato mortale fu preparato in breve tempo, anche perché la struttura capeggiata da Dumini era già ben oliata e funzionante. Lunghe e tormentate furono le vicende che seguirono l'orribile omicidio del leader dei Socialisti Unitari. A parte il dolore causato alla famiglia (il segretario socialista lasciò la moglie e tre figli piccoli), il delitto Matteotti preluse alla svolta mussoliniana che creò il vero e proprio regime, sancito prima con il celebre discorso del 3 gennaio 1925, quello con il quale il Duce si assunse tutta la responsabilità dell'accaduto, e poi con le cosiddette "leggi fascistissime" emanate tra il 1925 e il 1926.

Per questo Matteotti e Mussolini si possono tranquillamente ripetere le parole spese per il precedente ed ottimo libro di Claudio Fracassi La lunga notte di Mussolini, sulla notte del 25 luglio 1943, quella del Gran Consiglio del Fascismo che pose fine al regime. Il miglior complimento che si possa fare a questo libro è, secondo me, constatare che Fracassi ha preparato con lo scrupolo dello storico un libro che si legge come un romanzo giallo (del quale purtroppo si conosce in anticipo l'amaro finale). La tecnica "cinematografica" già sperimentata con La lunga notte di Mussolini torna in questo libro, avvincendoci in questo turbinare tra i palazzi romani del potere, nei quali si aggirano con la medesima sicumera alti funzionari dello stato e criminali della peggiore risma, accomunati dal fascismo e dal culto per il Duce, per il quale si potrebbero usare le espressioni usate per Bush dalla band punk Anti-Flag nella recente canzone Turncoat, che apre il loro album The Terror State (2003): «Turncoat, killer, liar, thief!» ("Voltagabbana, assassino, bugiardo, ladro!"). Mussolini non si fece mancare proprio niente, soprattutto nei momenti convulsi che seguirono il delitto, momenti nei quali il fascismo vacillò seriamente e sembrò sul punto di essere spazzato via dalla storia. Alcune frasi pronunciate da Mussolini nella circostanza ("Cercano il loro Matteotti... sarà andato a puttane!") aggiungono una nota di squallore nella descrizione del capo del fascismo. Se c'era uno che andava a puttane era proprio lui, anche se purtroppo ci mise vent'anni per andare veramente a puttana.

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Sasso 500

by sasso67 (01/12/2004 - 17:07)

Mi ricordo che Pippo aveva il mitico Tex 200, numero a colori del celebre fumetto, fatto apposta in edizione speciale per celebrare la duecentesima uscita. Mi sembrava una reliquia preziosa, con quel Tex Willer a cavallo che impennava tenendo una mano sulle redini e con l'altra salutando con una grande scappellata. Be' in meno di dieci mesi ho postato, con l'aiuto - almeno all'inizio - di Fele, 500 messaggi con questo. Quante cazzate ho detto lo so solo io, anche se qualcun altro se n'è accorto. I commenti non sono stati tantissimi, ma mi hanno fatto tutti piacere, da quelli dei parenti (ancora Fele) a quelli degli amici (l'Ace) a quelli degli sconosciuti, tra i quali il giornalista Fabio Scamoni che ha ironicamente risposto al mio post sul suo pezzo relativo a George & Mildred pubblicato su FilmTV.

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Archivio Dicembre 2004