occhio x occhio sessantaquacchio
La città sconvolta: caccia spietata ai rapitori (Italia, 1975) di Fernando Di Leo. Con Luc Merenda (Mario Colella), James Mason (ing. Filippini), Vittorio Caprioli (commissario Magrini), Valentina Cortese (contessa Grazia Filippini), Irena Maleeva (Lina), Marino Masè (sequestratore).
Una banda di malviventi rapisce il figlio di un industriale e per errore anche il figlio di un meccanico. Mentre il riccone tratta con i rapitori, questi uccidono il figlio dell'artigiano che comunque non può pagare il riscatto: il padre si vendicherà di mandanti ed esecutori materiali.
Con un paio d'anni d'anticipo sul Borghese piccolo piccolo di Cerami - Monicelli - Sordi, Di Leo mette in scena un cittadino che si fa giustizia da sé, come il Charles Bronson del Giustiziere della notte. Ad un'ideologia barbarica da condannare corrisponde un film un po' confuso, non certo il migliore del regista pugliese. Però vi sono alcuni pezzi di bravura, e se, pur nel trionfo di J&B, Fernet Branca, Cinzano e acqua Pejo, Luc Merenda è quasi credibile, sovrasta tutti un grandissimo Vittorio Caprioli, nella parte di un commissario sentenzioso, esperto e rassegnato, che rappresenta una burocrazia poliziesca, asservita al potere economico, che la sa lunga ma che non può fare niente. Anche Marino Masè è bravo nella parte del turpe killer.
Scoprendoforest
«Scoprendoforest "GIOVANE SCRITTORE DAR DISCHETTO HAI FATTO ERORE" scoprendoforest è u firm de u regazzo negro che però sa scrive . molto.infatti gioca sempre coi amici der bronz. infatti poi ce' scioconneri che è uno che aveva scritto u libro vecchio.che pure lui era vecchio.però tutti penzavano che era giovane. infatti poi e ragazzo cambia scuola e se mette la cravatta su la camicia a scacchi e gioca pure co uno ugguale a rivardo. infatti poi ce' un professore che fa' un po lo stronzo. e ce riesce. poi lui se ingrifa de una ragazza però lunica cosa che saffà lui è scrive. forze iammannato na cartolina. lei me sa che preferiva er pacco! infatti poi alla fine scicconneri fa una caciara dentro la squola e tutti fanno lapplausi. a me me sa che scionconneri a scritto solo cuer libbro perchè ha sculato una volta. due so troppe. a me scoprendoforest me' piaciuto ma nun so negro der bronz. 27 m'arzo dumilauno»
Johnny Paloma (o Palomba) su http://www.film.tv.it/opinioni.php?film=21107&op=39842
L'amico Fritz
L'amico Fritz (don Frizzi) da San Vincenzo sorpreso alla stazione FF. SS. di Livorno in un atteggiamento a lui congeniale: il trasporto dei fascioni da bicicletta, dei quali pare controllare a occhio la tenuta.
Il suddetto è, insieme a un sosia del Jerry Lewis "Picchiatello", uno dei personaggi imprescindibili della linea ferroviaria tirrenica, ormai sempre più vicina ad una gabbia di matti.
La strategia del tasso ghirato
La strategia della lumaca (Italia/Colombia, 1993) di Sergio Cabrera. Con Frank Ramírez (dottor Romero, detto "Mulo"), Fausto Cabrera (Don Jacinto), Gustavo Angarita (padre Luis), Humberto Dorado (avvocato Mosquera), Victor Mallarino (Holguín), Florina Lemaitre (Gabriel/Gabriela), Edgardo Román (il giudice Dìaz).
La strategia della lumaca funziona che il film comincia e quando i personaggi entrano in azione ci si addormenta e ci si sveglia con l'esplosione finale. In realtà il film di Cabrera è di quelli di cui i critici non riescono a parlar male, ma è ben poca cosa. Attinge a piene mani al realismo magico di Garcia Marquez (ovviamente imprescindibile per un film colombiano), tanto che lo si potrebbe definire un "Cent'anni di solitudine condominiale". Il film ha un'impostazione anarchica e stracciona venata da un sottile surrealismo, che però si rifà a tutti gli stereotipi del cinema surrealisteggiante, dall'ultimo Jodorowsky alla commediaccia americana (la seduzione dell'avvocato Mosquera), fino a certo cinema italiano tipo Mi manda Picone (la figura del quasi avvocato).
La vicenda è però tirata per le lunghe - per non parlare della metafora a sfondo politico sociale - e le buone intenzioni, simbolizzate dall'alleanza tra una sinistra anarchica interclassista e un cristianesimo puro e povero (vicino alla teologia della liberazione) e dalla satira del marxismo più dogmatico, annegano in un mare di noia.
fatelignoranti
«fatelignoranti “T'HANNO PRESO A NINCROCIO EDERI FROCIO” fatelignoranti è u firm che parla de uno che sembra che cia' unaspetto solo e invece ce' na' alrtri centosettanta. laspetto solo è che lui è sposato co la moie e che è normale. lantri 170 che lui è frocio. poi ce' u regazzino che dice che sta a dieta ma se magna lostesso e porpette co laio la mattina e otto. poi ce' uno che sta male perchè se' preso na malatia dentro ar cespuglio de notte. poi alla fine lei deve fa un viaggio però fa finta che va co uno co un purmino tutto scassato e ie dice no no nun ce vado più a amterda co te. invecepoi ce va lostesso ma co laereo senno' quando affittava co quella caretta?. sentire i messaggi der telefonino in mezzo la strada po essere pericoloso. molto. infatti ortre che te piano come un birillo der bulin dopo scoprono pure che sei frocio. a me fatelignoranti me' piaciuto ma nu leggo i messaggi in mezzo la strada.»
(da http://www.film.tv.it/opinioni.php?film=21098&op=39841, rec. di Johnny Paloma)
Venere privata
Giorgio Scerbanenco - Venere privata (1966)
Il libro non è brutto, e del resto Scerbanenco è considerato il padre del noir italiano. La trama è infatti ambientata in una Milano poco da bere e perfino poco da respirare: anche se l'inquinamento d'oggi con le sue polveri sottili ancora non aveva fatto capolino, si respirava già l'odore d'acetilene, accentuato dall'afa estiva, e si stagliavano all'orizzonte le fiamme e le nubi malsane di Metanopoli. Anche il personaggio centrale del romanzo, Duca Lamberti, medico radiato dall'ordine per avere praticato un'eutanasia, è a dir poco originale e veramente interessante. È che alla fine il libro ti lascia veramente poco, con una sfilza di vicende e personaggi sentenziosi e poco credibili, mentre lo spunto che dà origine alla trama è mutuato dal Grande sonno di Hammett; mentre però negli anni quaranta delle foto di nudo potevano essere spunto per un ricatto che sfocia negli omicidi più efferati, nella Milano degli anni sessanta il pentimento delle modelle rischia di sfociare nel ridicolo (oggi quelle foto potrebbero essere origine di una causa giudiziaria, ma per farle vedere, o magari per farne un calendario).
E per la verità, alla fine, oltre a rimanere con un pugno di mosche, si rimane anche con un sapore amaro in bocca per quello che non può non essere qualificato come il razzismo di Scerbanenco. Come altrimenti definire espressioni del tipo «...le ripugnava parlarne con un pedersta schifoso»? Per la cronaca il pederasta schifoso in questione viene altrove definito anche "l'invertito" e "l'anomalo". Una serie di espressioni di questo tenore avrebbe secondo me inficiato anche un romanzo nettamente superiore a questo Venere privata: in questo caso lo affossa definitivamente.
billielio (J. Paloma)
«billielio "BALLA COI PUPI" biilielio è un firm che parla defroci. infatti ce' u regazzino che è normale ma che poi se mette a ballare cor tutù e diventa frocio. infatti lui è u regazzino normale ma poi ce' un amico suo che è ugguale a carme conzoli che è frocio che poi pure lui che è amico suo diventa frocio. infatti ce' puro una regazzina che ie vo fa vede la patata ma lui prima che è ballerino la vuole vedere ma dopo no perchè è frocio. infatti poi diventa famoso cor tutù de piume de struzzo ma ar padre che lavora sottoterra tutti lo piano perculo perchè cià il filio frocio. billielio mi è piaciuto anche se io non so' frocio. Sei m'arzo 2001 JOHNNY PALOMBA»
Su Marcello Alessandri
(anche se non so cosa c'entrino le sinistre, specialmente in merito al TG1 che è sempre stato il portavoce della DC...)
http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net/chan/83/7:4308046:/2003/04/12
http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net/chan/22/39:4255209:/2003/03/26
Il made in italy a New York
Da Corleone a Brooklyn (Italia, 1979) di Umberto Lenzi. Con Maurizio Merli (commissario Giorgio Berni), Mario Merola (Michele Barresi), Biagio Pelligra (Salvatore Scalia), Laura Belli (Paola), Van Johnson (ten. Sturges), Venantino Venantini (commissario Danova), Sonia Viviani (Liana Scalia), Nando Marineo (Lo Cascio), Salvatore Billa (Caruso), Tom Felleghy (poliziotto all'aeroporto), Giovanni Cianfriglia (falso infermiere), Luca Barbareschi (poliziotto di New York), Mickey Knox (avvocato di Barresi).
Il commissario Berni (Merli) deve condurre un pentito di mafia (Pelligra) da Palermo a Roma e poi a New York per testimoniare contro un boss siciliano (Merola) espatriato: il viaggio sarà lungo e difficoltoso.
È un buon poliziottesco, scritto e girato da Lenzi con vigore. Merli era una delle facce del poliziottesco all'italiana, gli altri una serie di caratteristi (Pelligra, Venantini), una cariatide di Hollywood (Johnson) e una stella della sceneggiata napoletana (Merola): Lenzi riesce a comporre un quadro credibile con questi pochi mezzi a disposizione. Vi sono alcuni particolari che non convincono (Merola parla napoletano!), ma nel complesso l'insieme regge sia come storia sia come messinscena, senza concessione alla retorica né alla violenza né ai facili gusti di certo pubblico (non ci sono scene di sesso né di nudo). Merli non era un grande attore (molto meglio Pelligra), risultando una via di mezzo tra Franco Nero e Alberto Castagna, ma probabilmente poteva dare ancora molto al cinema italiano, se non fosse scomparso prematuramente nel 1989 ad appena 49 anni. L'avvocato di Merola (Knox) somiglia in maniera impressionante a Cicchitto di Forza Italia.
Martinellate: Piazza delle cinque lune
Piazza delle cinque lune (2003) di Renzo Martinelli.
«piazzamestecincuelune "STO CINNEMA DE STORIE VERE A VORTE EPPIENO DE RAGNATELE" astofirm ce sta unvecchio che abbita arpaesetto suo allora poi infatti ie regalano na vidocassetta che drento ce sta' unfirmino tipo dacommunione che se vede ertraffico che infatti ce' naspece dincidente che infatti se vede uno che iavevano taiato la strada allora esce corcric e sencazza. allora poi sto vecchio se mette seduto inzieme addue amichi suoi e se raccontano destincidente. poi vanno danantra parte e se raccontano de stincidente poi vanno danantra parte e fanno erriassunto poi alla fine sargono tutti sopra ercampanile der paese e anno capito tutto. infatti sto firm cera scritto che era pure umpo' trille da cacasse sotto. dar sonno. io me ricordo cuanno ero piccoletto de cuanno anno rapito moro e cuanno lo' raccontato arfio de micuggino lui e' rimasto sveio. dodiscimaggiodumilettre' (Adriano 22.45 sala 3 fila g posto 11. Aria condizionata effetto Siberia)» (Johnny Paloma)
Alcuni libri...
...che (per ora) non leggerò, ma in futuro forse sì:
Il complotto contro l'America (Einaudi) di Philip Roth [Premio Nobel, please, prima che sia troppo tardi...];
Circolo chiuso (Feltrinelli) di Jonathan Coe [conclusione della trilogia iniziata con La famiglia Winshaw e proseguita con La banda dei brocchi];
Cronache marziane (Fazi) di Giulietto Chiesa;
La sentenza (Sellerio) di Luciano Canfora.
bibbi' ercormoranio
Gabbriellini secondo Johnny Paloma.
«bibbi' ercormoranio "LE ILLUSIONI SO' CONTESE TRA ERGRANDE SOGNO AMMERICANO E LA PENNICHELLA LIVORNESE" a bibbi' ercormoranio ce sta nagabbia dematti che stanno drento a naspece de scola vicino armare che infatti ettutto scassato allora infatti poi ce sta u regazzetto paraculo che fa' lidralico che deve aggiusta' itubbi ma nun ce riesce che infatti nun fa uncazzo tutto ergiorno e faffinta allora poi infatti lui vole anna' namerica che pero' la' sevede tutto strano tipo erfirmino daacommunione. allora poi ariva lozzio suo che infatti era popo stato nammerica in provincia de rebbibbia che infatti e' pure lui paraculo pero' deppiu' allora infatti poi drento asto posto ce sta pure napischela storta e nantra che siccome affa' erfirm faceva freddo allora se' rivestita allora poi succedono tarmente tante cose che pare che nun succede gnente enfatti alla fine eregazzetto paraculo va namerica improvincia delivorno. namico demizzio che faceva ercantante namerica mo' fa' lidralico appiombino. ventiseimaggiodumilettre' (Cannes, Espace Miramar 20.00 fila laterale. E' seguita una cena imbalsamata. Sulla Croisette bellissima gente, il fantastico mondo dello spettacolo e approcci del tipo:"..anche tu a Cannes?")»
Johnny Paloma: gudbailenin
«gudbailenin "LABBELLA ADDORMENTATA NER ROSSO" astofirm ce sta uregazzetto che abbita imborgata allestero infatti e' tarmente nabborgata che pe' nun fa scappa' nessuno cianno messo ummuro. allora poi sto regazzetto cia' la madre che ie vie' dadormi' enfatti allora dorme e nermentre cheddorme accuarcuno ie vie' immente de butta' giu' ermuro allora infatti tutta lagente debborgata va ingiro arcentro e va da mecdonard amagnasse ermenu' rustichella e ie piace a artri invece ie fa schifo e ie piaceva deppiu' ermuro allora poi la madre derregazzetto se sveia ma lui nu ie dice che nun ce sta piu' ermuro effa' finta che ce sta' che ifatti forze la madre ie faceva shifo ermenu' rustichella allora poi lui seammucchia coninfermera evva' avvive tipo arpigneto. poi allora lui incontra erpadre che nu laveva mai visto perche' infatti era annato avvive ai parioli e faceva finta che allabborgata nun cera mai stato poi alla finae la madre more senza ave' mai magnato ermenu' rustichella. io navorta me so' sognato che era tutto cambiato poi me so' sveiato e ce sta ancora sto nano pelato demmerda. ventottomaggiodumilettre' (Eden 22,40 sala 1 ultima fila laterale. Nella poltrona alla mia sinistra a meta' proiezione si e' addormentato un pariolino travestito da ragazzo di borgata)»
Un domani peggiore
A Better Tomorrow II (Hong Kong, 1987) di John Woo. Con Dean Shek (Si Lung), Lung Ti (Ho Tse Sung), Leslie Cheung (Kit Sung), Yun-Fat Chow (Ken Gor), San Kwan (Ko), Fui-On Shing (uomo di Ko), Emily Chu (Jackie), Regina Kent (Peggy Lung).
Non so come si possa dire, eppure è opinione diffusa (lo dicono sia Mereghetti sia Farinotti e se non mi sbaglio anche Gervasini), che questo A Better Tomorrow II sia migliore del film capostipite. La prima ora di film è tutta tesa a trovare un'arzigogolata giustificazione alla ricomparsa di Yun-Fat Chow nella storia del film, dopo che il suo personaggio, Mark Lee, era morto alla fine del film precedente. E qui Woo e Hark (il produttore-sceneggiatore) s'inventano il personaggio Ken, gemello di Mark, emigrato in America, di cui nessuno sapeva niente: espediente squalliduccio, no? La lavorazione di questo film fu punteggiata dai contrasti tra Woo e Hark, il quale voleva che fosse dato maggiore risalto al personaggio di Lung, interpretato da Dean Shek, mentre Woo preferiva insistere sul trio Chow - Li - Cheung del primo episodio. Il film ha una sceneggiature che prende per il naso lo spettatore dall'inizio alla fine: particolarmente imbevibile è la storia di Lung, che rimbambisce completamente dopo la morte della figlia e poi rinsavisce improvvisamente durante una sparatoria con i gangster italoamericani che perseguitavano Ken (tutto quel popò di macello nasce da una richiesta di pizzo di mille dollari al mese). Poi alla fine arriva la lunga sequenza del conflitto a fuoco, forse una delle più lunghe della storia del cinema, preceduta dall'uscita dei quattro compari in completo nero su camicia bianca che ha evidentemente influenzato Tarantino per l'inizio delle Iene. E qui casca (di nuovo) l'asino. Il cuoco Ken - lo aveva già fatto a New York - si dimostra infallibile pistolero nonché provetto bombarolo (ma cosa cucinava ai clienti del ristorante?) e i tre superstiti - ché il povero Kit l'hanno messo fuori combattimento proprio mentre la moglie in ospedale gli partoriva, in una scena strappalacrime di mariomeroliana memoria, l'erede femmina - diventano pressoché invulnerabili: soprattutto Ken, che, colpito più volte, si muove ancora come un gatto. I gangster, al contrario, muoiono ad ogni refolo di vento, alcuni pare perfino colpiti in fila dal medesimo proiettile. Con dei nemici così farei il supereroe anch'io.
In realtà la scena più commovente del film è quella di Lung e Ken, prima del loro ritorno a Hong Kong, di fronte alla skyline di New York con le torri gemelle ancora al loro posto.
Stracult
Marco Giusti - dizionario dei film italiani STRACULT (Frassinelli, 2004, € 29,50)
Stracult è un dizionario dei film italiani che non vedremo mai in prima serata, e spesso nemmeno in seconda né in terza. L'approccio è molto diverso da quello dei dizionari "ufficiali", il Mereghetti, il Morandini, il Farinotti, anzi, è un dizionario principalmente "contro" gli altri, perché tende a rivalutare quello che gli altri hanno affossato e magari, in alcuni casi, a ridicolizzare i film sopravvalutati dalla critica che va per la maggiore. Io, che una decina d'anni fa mi feci comprare a Firenze dal Mengo il numero zero di Amarcord, rivista ormai defunta, ma che per prima si propose il compito di rivalutare il cinema di genere, la cosiddetta "serie B", soprattutto italiana (i poliziotteschi, i decamerotici e così via) non potevo non approdare al dizionario di Giusti. Il quale si rivela meno spocchioso di quanto pensassi: fa autoironia sulla propria balbuzie e sui propri trascorsi cinematografici insieme all'amico Enrico Ghezzi, non risparmia il sarcasmo su film diretti da amici e parenti e si manifesta soprattutto per quello che è: un cinefilo onnivoro, orfano della presenza del critico Gianni Buttafava (che interpretò l'avvocato di Salemme nella Messa è finita di Nanni Moretti). Nel dizionario compaiono nomi di registi di serie B e serie Z, film porno e caposaldi della nostra cinematografia (Bertolucci c'è con più di un titolo ed è citato spessissimo, sia per i bertolucciani d'accatto e i bertoluccismi fuori tempo e fuori luogo suoi e di altri autori sia per le parodie come Ultimo tango a Zagarol), pur mancando secondo me, alcuni titoli notevoli quali Ringo e Gringo contro tutti con Raimondo Vianello e Lando Buzzanca e I due sanculotti con Franchi e Ingrassia. I maggiori culti giustiani sono film ormai trasmigrati nella leggenda quali Vieni avanti cretino (1982) di Salce, per il quale è riportato l'intero testo della mitica canzone Filomeña cantata da Banfi, oppure Arrapaho di Ciro Ippolito (indimenticabile il trailer per la telenovela sudamericana Anche i ricchioni piangono), fino a Fracchia la belva umana, nel quale si trova un'altra mitica canzone, Benvenuti a 'sti frocioni. Non mancano poliziotteschi, spaghetti western girati a Tor Bella Monaca, horroracci da quattro soldi e film di fantascienza da fare invidia al povero Ed Wood. Giusti racconta curiosità, episodi collaterali alla realizzazione di questi film e brevi retroscena (come il cugino scoprì il mestiere che faceva Luana Borgia vedendo il film Luana la porcona). Infine, per ribadire il diverso approccio che ha questo Stracult rispetto alla critica cosiddetta ufficiale, riporto il diverso commento fatto da Mereghetti e da Giusti al film horror di Joe D'Amato (Aristide Massaccesi) Antropophagus del 1980, quello che finisce con il protagonista che, dopo aver divorato una comitiva di turisti italiani, in mancanza d'altro si mangia le proprie budella. Dice Mereghetti: «...non c'è suspense, non c'è trama e nemmeno repulsione. Nadir del low budget italico». Ribatte Giusti: «Ineguagliato cannibal-movie della coppia D'Amato - Montefiori. Forse il loro punto più alto, se sostenete lo splatterume degli effetti speciali».
Sposerò la Soriana
Il marito della parrucchiera (Francia, 1990) di Patrice Leconte. Con Jean Rochefort (Antoine), Anna Galiena (Mathilde), Roland Bertin (padre di Antoine), Maurice Chevit (Agopian), Henry Hocking (Antoine a dodici anni), Claude Aufaure (cliente omosessuale).
Nel mondo del cinema niente sa essere insopportabile come un film francese quando è insopportabile. La cosa incredibile di certo cinema francese è di riuscire a fare film, anzi, a costruire intere cinematografie intorno al nulla, ma un nulla incipriato e imbellettato che gira su sé stesso. Questo Marito della parrucchiera è uno di quei film. Da qualunque parte lo si guardi, proprio non sta in piedi. Si fosse stati negli anni sessanta, ci sarebbe stata materia al massimo per un episodio e, se Leconte non fosse stato un regista ormai affermato, per un cortometraggio. Qui non si capisce bene se l'idea di partenza sia l'infatuazione (amour fou, ancora) per una parrucchiera, l'incapacità di staccarsi dal seno materno oppure semplicemente Rochefort che balla la danza del ventre. E proprio per il grande attore francese dispiace parlare di questo brutto film, del quale, pur rispettando il detto secondo il quale "sui gusti non ci si sputa" (traduzione libera), non riesco a comprendere le critiche positive. Senza voler essere pignoli e mettere in risalto gli evidenti buchi di sceneggiatura (ma cosa fa Antoine nella vita?), si deve notare che il film è noioso e procede secondo episodi appiccicati alla bell'e meglio, fino a un finale che non sta né in cielo né in terra, per raggiungere la misura minima sindacale di un'ora e venti.
Nostra signora del folle amore
Adele H. Una storia d'amore (Francia, 1975) di François Truffaut. Con Isabelle Adjani (Adele Hugo), Bruce Robinson (ten. Albert Pinson), Sylvia Marriott (signora Saunders), Ruben Dorey (signor Saunders), Joseph Blatchley (libraio).
Il film di Truffaut sulla seconda figlia di Victor Hugo, fuggita di casa per correre dietro, in Canada, a un giovane ufficiale che non l'ama. E subito si chiariscono i rapporti tra i giovani e lo scrittore: mentre la figlia si spaccia per una figlia di padre ignoto, il tenente domanda "Che cosa ne pensa il grand'uomo?". E infatti il film, riuscito, è bene dirlo, è un mix di amour fou surrealista (e tanto più cara dovrebbe essere Adele ai surrealisti per quel suo vezzo di scrivere un diario in codice) e di ribellione contro i genitori (e in questo caso il genitore-grande artista è più ingombrante che mai). La sequela di umiliazioni che subisce l'innamorata (fino alla follia, si potrebbe dire a buon diritto) ricorda quella, che per converso riguarda l'amore folle di un uomo maturo per una giovane, di Lolita o di Quell'oscuro oggetto del desiderio. Il difetto qui sta nella scelta di Truffaut di affidare il ruolo della protagonista a Isabelle Adjani, bravissima, ma troppo giovane (nel 1975 era giusto ventenne) per rendere i trentatre anni della vera Adele al momento in cui fuggì di casa. E questo anche se so che Truffaut tradisce volutamente e in più punti la storia vera della vera Adele.
Truffaut ha spesso girato film dal punto di vista dei figli, fossero bambini (I quattrocento colpi, Gli anni in tasca) oppure già grandi (Le due inglesi), come in questo Adele H. Il grande regista francese, scomparso ahimè da ormai più di vent'anni, ha secondo me dato il meglio proprio in questi film.
Scherzi di mano
Scherzi da prete (Italia, 1977) di Pier Francesco Pingitore.
«Don Tarquinio, ci dica qualcosa»
Popò di sanculotti
I due sanculotti (Italia, 1966) di Giorgio Simonelli. Con Franco Franchi (Franco La Capra), Ciccio Ingrassia (Ciccio La Capra), Barbara Carroll (Virginia La Flèche), Heidi Hansen (Luisa), Umberto D'Orsi (Deville), Luigi Pavese (François), Giustino Durano (prof. Guillotin), Oreste Lionello (Napoleone), Gina Mascetti (la fioraia).
Nel 1789 i cugini Franco e Ciccio La Capra arrivano a Parigi da Caltanissetta in cerca di lavoro (il pretesto è una zia che ha lavorato in un atelier di moda). La somiglianza di Franco con il fratello del re di Francia coinvolge i due cugini in intrighi di corte a non finire, e quando scoppia la rivoluzione sono considerati nemici delle nuove idee e vengono perseguitati da uno scagnozzo di Robespierre. Alla fine saranno salvati dalla morte dall'intervento della Primula Rossa.
Il film di Simonelli è tra i meno famosi nella sterminata filmografia della coppia siciliana, e come la maggior parte dei film di Franchi e Ingrassia non è certo un capolavoro, né necessita di analisi semiologiche o strutturaliste ("il montaggio analogico!"), ma è una specie di contenitore di gag comiche e battute che, queste sì, trovano origine - penso di poter dire - in un misto di cultura popolare e teatro dell'assurdo: quando la Primula Rossa si annuncia con una specie di poesia che inizia con «quando la primula appare nel prato...» Franco replica «Candelora, Candelora, dell'inverno siamo fòra...». E quando il giudice del tribunale rivoluzionario minaccia i due derelitti dicendo «Io sono il Terrore!» Franco esclama «Anch'io, signor giudice, sono un terrone!». E così via. Del resto Franco e Ciccio volevano soltanto (soltanto?) far ridere: a volte ci riuscivano, a volte no.
Spendo una parola per Luigi Pavese, uno dei più grandi caratteristi che abbia avuto il cinema italiano: qui è lo stilista François, o, come lo chiama Franco, "Fransuarro".
"La rivoluzione del 1789 è parodiata con modi filodrammatici, ma efficaci." (Morando Morandini)
Lo zio d'America non esiste
Mon oncle d'Amérique (Francia, 1980) di Alain Resnais. Con Gérard Depardieu (René Raguneau), Nicole Garcia (Janine Garnier), Roger Pierre (Jean Le Gall), Nelly Borgeaud (Arlette Le Gall), Pierre Arditi (Zambeaux), Gérard Darrieu (Veestrate), Philippe Laudenbach (Michel Aubert), Marie Dubois (Thérese Raguneau), Henri Laborit (sé stesso).
Mon oncle d'Amérique è un buon film, nonostante che le premesse possano far pensare il contrario. All'inizio, infatti, si ha la fastidiosa sensazione di assistere ad un esercizio di stile prettamente intellettualistico. E invece non è la temuta esibizione di spocchia tipicamente francese, anzi.
Il film nasce dalla collaborazione di Resnais con il biologo (ed etologo) Laborit, le cui teorie partono, per dirla in poche parole, dalla considerazione che la vita dell'uomo è influenzata, per non dire decisa, dalle sue esperienze nei primi tre anni di vita. Questa teoria piuttosto limitativa è, secondo me, contraddetta, anziché confermata dalle vicende dei personaggi, anche se le scelte (?) di Jean, René e Janine sembrano ricalcare quelle delle cavie sottoposte in laboratorio a determinati stimoli (in proposito devo dire che Laborit si guadagna la mia immediata antipatia soltanto per le sofferenze che infligge ai piccoli roditori). Ci sono alcune idee interessanti, nel film, a partire dalla constatazione che negli ultimi quindicimila anni il cervello umano non è poi cambiato granché, nonché quella, piuttosto ovvia per la verità, secondo la quale la felicità non ti piomba addosso come l'eredità dell'ipotetico zio d'America, ma va ricercata con tutte le nostre forze.
Ma il film è riuscito perché Resnais sa il fatto suo e le imprese rischiose non lo spaventano (vorrei rivedere lo stupendo Providence) e dunque lo spettacolo di oltre due ore sa essere interessante ed anche divertente - notevole la scena del telefono tra Depardieu e Darrieu - con attori che assecondano alla perfezione il regista, da un Depardieu non ancora debordante a Nicole Garcia che ricorda una bella copia di Gwyneth Paltrow fino al Roger Pierre dai capelli ostentatamente colorati, che sembra un Fabrizio Del Noce plastificato, e nonostante tutto mantiene dentro l'animo del fanciullo che si arrampicava sugli alberi per leggere i romanzi d'avventure.
Chi dà ordini e chi comanda
Città violenta (Italia/Francia, 1970) di Sergio Sollima. Con Charles Bronson (Jeff Heston), Jill Ireland (Vanessa Shelton), Telly Savalas (Weber), Michel Constantin (Killain), Umberto Orsini (Steve), George Savalas (Shapiro), Ray Sanders (carcerato di colore), Benjamin Lev (giovane carcerato), Peter Dane (presentatore tv).
Da Sergio Sollima mi aspettavo un onesto prodotto artigianale (termine che contrappongo ad artistico), ma di solida fattura e di sano intrattenimento, non certo un film brutto come questo. Città violenta è un pastrocchio fin dal titolo: quale sarebbe la città violenta? Il film inizia alle Isole Vergini dove il killer Charles Bronson è attirato in una trappola dalla fidanzata traditrice Jill Ireland che se la fa con un miliardario appassionato di corse automobilistiche. Poi, uscito di galera, va a New Orleans (qualcuno sostiene in Florida, ma la cosa non è chiara) dove si vendica del riccone, ma a quel punto la "traditora" s'è messa con un boss pelato (interpretato da Savalas che fu Kojak in Tv) e insomma, per farla breve, i primi sei che vedete riportati nel cast qui sopra muoiono tutti, compreso Bronson che si fa sparare apposta da un poliziotto.
Un pasticciaccio davvero brutto interpretato da attori supermediocri (escluso Orsini che, infatti, è il più bravo): Bronson non mi è mai piaciuto, né da Armonica né da giustiziere della notte, né da attore, con quella sua faccia totalmente inespressiva; Jill Ireland, che fu imposta alla produzione dal marito Charles Bronson, è anch'ella inespressiva, insignificante, poco credibile, bruttina e nelle scene di nudo usa una controfigura (si vede benissimo, tanto è tirato via il montaggio); Savalas interpreta un boss vigliacco e idiota (perché manda via gli scagnozzi prima di essere fatto fuori da Bronson?). L'unico personaggio valido mi sembra l'infido avvocato interpretato da Umberto Orsini, il quale pronuncia l'unica frase interessante di tutto il film: "non sempre chi dà ordini è quello che comanda".
Nessuna speranza per Napoli
I guappi (Italia, 1973) di Pasquale Squitieri. Con Claudia Cardinale (Lucia Esposito), Fabio Testi (Don Gaetano Fungillo), Franco Nero (Nicola Bellizzi), Raymond Pellegrin (Aiossa), Lina Polito (Nannina Scognamiglio), Rita Forzano (Luisella), Nino Vingelli (Luigi), Gengher Gatti (Prence), Antonio Orlando (Pasqualino Scalzo), Benito Artesi (il Pazzariello).
Mai stato un ammiratore di Squitieri. Eppure questo I guappi non mi è dispiaciuto, sia per il realismo della messinscena (buona mi è sembrata la ricostruzione della Napoli umbertina), per il folclore riesumato, per la tecnica dei duelli (notevole quello alla frusta), per la recitazione degli attori e infine per il pessismismo dell'assunto - la sceneggiatura è di Ugo Pirro, insieme allo scrittore Michele Prisco e al regista - che permette di rifuggire varie moralette ed happy ending di prammatica. Certo, non si tratta del capolavoro ritrovato di cui il cinefilo è alla costante ricerca, ma insomma nemmeno del filmaccio di genere tanto in voga negli anni settanta. E poi chi l'ha detto che si debba sempre pretendere dai film un'accurata analisi sociologica? Chi voglia una cosa del genere vada a leggersi la famosa inchiesta del Franchetti e del Sonnino sul malessere del meridione d'Italia, perché I guappi è soltanto (?) uno spettacolo cinematografico. E nel suo piccolo riesce ad interessare e ad avvincere per l'ora e tre quarti della sua durata. E se Squitieri è un fascista, be' peggio per lui: questa onta non inficia il risultato del suo film. D'accordo, il finale è un po' troppo ad effetto (mai fidarsi delle piccole canaglie!), ma come diceva Joe E. Brown alla fine di A qualcuno piace caldo, "Be', nessuno è perfetto".
Su Roma - Juve
Roma - Juve è stata proprio una brutta partita. Non sono mancati i gesti tecnici anche apprezzabili, benché Totti si sia limitato all'assist per Cassano nell'azione del gol dell'1 a 1 e non abbia fatto nient'altro. È stato proprio il clima della partita a renderla una schifezza, e del resto, da quanto successo addirittura prima della partita (allarme bomba nell'albergo della Juve tra venerdì e sabato, assalti al pullman della Juve, addirittura un assalto dei tifosi giallorossi al pullman della Roma scambiato per quello della Juve, accoltellamenti tra tifosi e cariche della polizia), non è che ci si potesse aspettare di molto meglio. Ovviamente l'atteggiamento dei giocatori in campo non ha aiutato: soprattutto quelli
della Roma erano troppo nervosi. L'arbitro e i segnalinee, specialmente Pisacreta, ci hanno messo del loro per peggiorare la situazione. Il fatto principale è che l'arbitro Racalbuto è un totale incapace: al di là degli episodi in cui ha preso delle decisioni sbagliate (influendo comunque potentemente sul risultato) non ha saputo tenere in pugno la partita e non ha estratto cartellini rossi soltanto per non infierire sulla Roma. I giocatori giallorossi sono stati troppo nervosi (ho visto un paio d'entrate killer di Cufré e Dacourt, nonché uno schiaffo dello stesso Cufré a Del Piero e una pallonata di Totti all'arbitro, per non parlare dell'episodio secondo me vergognoso, di Cassano che spingeva fuori dal campo Camoranesi infortunato) e se avessero pensato soltanto a giocare sarebbero riusciti ad impensierire la Juve molto di più di quanto hanno fatto, riuscendo a tirare in porta una volta sola, nell'azione del gol di Cassano.
Va anche detto che il gol di Cannavaro non era buono e il rigore su Zalayeta non c'era, sia perché il fallo di Dellas era fuori area sia perché, ancora prima, Ibrahimovic, che ha passato la palla all'uruguayano, era in fuorigioco. Va detto che sia sul gol di Cannavaro sia in un'altra circostanza c'erano delle vistose trattenute in area ai danni dei giocatori della Juve (Del Piero nel primo caso, Ibrahimovic e Cannavaro in coppia nel secondo). C'era anche un gol buono di Ibrahimovic ingiustamente annullato, ma a quel punto il casino era ormai scoppiato. La cosa vergognosa è che nel primo tempo ci siano stati solo sedici minuti di gioco effettivo e nel secondo poco più: in campo si è assistito, in alcuni momenti, a delle vere e proprie pantomime, e pazienza nel caso del rigore, ma su ogni calcio di punizione si assisteva a veri e propri pezzi di commedia dell'arte. Non è vero secondo me che, come ha detto Rosella Sensi dopo la partita, i suoi giocatori dovessero subire venti falli prima di far ammonire gli avversari, perché in alcuni casi l'arbitro è stato fin troppo severo con gli juventini (ammonizione di Blasi dopo 40 secondi del secondo tempo, tolleranza nei confronti di brutti interventi e simulazioni dei giallorossi, tanto è vero che Cufré non risulta sul referto degli ammoniti).
Credo che tutto sommato la Juve meritasse di vincere la partita, perché ha giocato (se si può dire giocato) in maniera più ordinata e meno nervosa, ma ancora una volta la vittoria è uscita da una partita brutta e che lascia l'amaro in bocca a vincitori e sconfitti.
Hong Kong calibro 9
A Better Tomorrow (Hong Kong, 1986) di John Woo. Con Lung Ti (Ho Tse Sung), Leslie Cheung (Kit Sung), Chow Yun Fat (Mark), Emily Chu (Jackie), Waise Lee (Shing), John Woo (ispettore Wu), Feng Tien (Sung padre).
A Better Tomorrow è il primo film importante, a livello internazionale, di John Woo. Giudicato dai critici inferiore ai suoi due seguiti, è comunque un buon film, discreto per quanto riguarda lo sviluppo drammatico, eccellente nelle scene d'azione, sufficiente dal punto di vista della recitazione, appena scadente sul piano di alcuni personaggi (specialmente Jackie, che in alcuni momenti sembra parte di un cartoon giapponese). Pur non essendo molto originale, ed in alcune scelte addirittura debitrice di tanto cinema nero di derivazione europea (come non riconoscere un debito verso i film noir di Fernando Di Leo, in particolare Milano calibro 9?), mischiato con alcuni modelli americani soprattutto per l'inserimento di scazzottate e sparatorie nonché per la scelta di esibire la violenza in maniera così aperta (innumerevoli fiotti di sangue sgorgano dai corpi dei personaggi colpiti). Eppure, in questo film convulso di scontri a fuoco e corse in macchina, alla fine Woo riesce perfino a commuoverci, quando i due fratelli si ritrovano, ma perdono l'amico.
Per quanto riguarda la trama, come ho detto, niente di nuovo, però è interessante notare che Woo non cade nel tranello nel quale sono spesso caduti cineasti di casa nostra che hanno diretto film sulla mafia: il regista di Hong Kong non contrappone una criminalità buona (quella di Ho) a una criminalità cattiva (quella di Shing); pur dicendoci che le due organizzazioni hanno codici diversi, la condanna morale si abbatte su entrambe, e i criminali ne scontano le conseguenze anche ad anni di distanza dai fatti che hanno commesso. Gli attori mi sono piaciuti, in particolare i due più maturi protagonisti, Ti e Fat.
Il vizio del diario
Diario di un vizio (Italia, 1993) di Marco Ferreri. Con Jerry Calà (Benito), Sabrina Ferilli (Luigia), Massimo Bucchi (prete), Valentino Macchi (Chiominto), Letizia Laneri (Marisa), Luciana De Falco (Angela Riccardi), Anna Duska Bisconti, Doriana Bianchi, Jessica Rizzo, Bedy Moratti (una mamma).
Premesso che secondo me Ferreri è stato uno dei più grandi registi italiani (grandissimi, a mio parere, El cochecito, L'ape regina, La donna scimmia, Break Up, Dillinger è morto, il suo capolavoro, L'udienza e La grande abbuffata), bisogna dire che Diario di un vizio non è certo uno dei suoi film migliori. Eppure l'idea di partenza era notevolissima, quella di un diario scritto da un uomo qualunque e lasciato in una camera d'albergo. Mi sembra che il film non renda bene l'idea che il diario di un vizio è anche il vizio di scrivere un diario, annotandovi i particolari anche più insignificanti (la temperatura, i cibi mangiati) e quelli più intimi ("tentato di masturbarmi"), nonché il numero di sigarette fumate, un po' come Zeno Cosini. Ferreri sembra piuttosto concentrare la sua attenzione sull'aspetto sessuale e in particolare sul rapporto con la pseudofidanzata Luigia, incostante e volubile ed obbediente al "va' dove ti porta il pube", molto più del protagonista. Penso comunque che la scelta più sbagliata del film sia stata quella di affidarsi a Jerry Calà, un attore indelebilmente bollato dai suoi trascorsi vanziniani e difficilmente riciclabile in ruoli più "seri": tanto è vero che quando lo si vede in impermeabile e occhiali scuri alla Stazione Termini ci si aspetta il peggio (o almeno che esca fuori con battute tipo "ho studiato!"). È invece inaspettatamente brava Sabrina Ferilli, che recita la sua parte da sciacquetta furba con la sua faccia, ma soprattutto con il suo corpo, allora non ancora inflazionato.
Dal Dizionario Morandini: Venditore di detersivi di bassa qualità, Benito divide la sua vita tra squallide pensioni, fughe dai creditori e avventure di sesso. La sua preoccupazione principale è di tenere un diario con fotografie, disegni, ritagli di giornali che di tanto in tanto occupano lo schermo in una tensione, forse inconsapevole, verso il cinema muto. Scritto con Liliana Betti e Riccardo Ghione, è il penultimo film di M. Ferreri (1928-97). Cronistoria di una deriva in una Roma irriconoscibile e rimossa (Santa Maria Maggiore, San Lorenzo). Forse il più enigmatico, sicuramente il più chiuso dei suoi film. Per gli (in)felici pochi che amano il cinema antinarrativo è straziante e dolcissimo nella sua macilenta e impietosa analisi della solitudine maschile. Le si contrappone il corpo di S. Ferilli "così generoso, fantastico e procace." (Tullio Masoni)
Disunione sovietica
Viburno rosso (URSS, 1973) di Vasili Šukšin. Con Vasili Šukšin (Egor), Lidiya Fedoseyeva-Šukšina (Lyuba), Ivan Ryzhov (padre di Lyuba), Mariya Skvortsova (madre di Lyuba), Aleksei Vanin (Pyotr), Olga Bystrova (madre di Egor), Lev Durov (cameriere).
Viburno rosso, ultimo film diretto da Šukšin, è la storia di un disadattato, Egor, che, uscito di prigione, non sa riconvertirsi a persona per bene, nonostante l'amore di una contadina che gli ha scritto durante gli anni della sua detenzione e l'affetto del fratello di lei, che vede in Egor una persona diversa da lui, ma leale e per questo degna di rispetto. Egor, invece, sembra non riuscire a captare l'affetto che gli viene tributato forse anche oltre i suoi meriti, alla fine anche dal vecchio padre di Lyuba, e quando, forse, si schiude un avvenire se non di felicità, di serenità, il suo turbolento passato di malavitoso tornerà a precludergli ogni speranza di una vita diversa.
Egor muore senza aver riabbracciato la vecchia madre che lo aspetta da vent'anni, ma muore abbracciato a uno dei suoi amati alberi con i quali andava spesso a parlare e che tinge del rosso del proprio sangue. Egor muore nella terra nella quale era nato, a contatto con l'amata natura (e canta anche una canzone con il titolo del film, dedicata a un arbusto floreale): non a caso rifiuta di fare da autista a un magistrato, preferendo lavorare nei campi come trattorista.
Šukšin morì d'infarto nel 1974, a 45 anni, dopo avere diretto questo Viburno rosso, che ci mostra una Unione Sovietica inedita, minore, lontana mille miglia dai santini e dagli eroi narrati dal realismo socialista e dal cinema bellico dell'epoca staliniana, tanto che c'è da meravigliarsi che in pieno periodo brezneviano un film del genere si sia potuto realizzare e mettere in circolazione. A parte il regista - protagonista, è molto brava la moglie Lidiya Fedoseyeva, che interpreta la sfortunata Lyuba.
La pulzella al rogo
Il processo di Giovanna d'Arco (Francia, 1962) di Robert Bresson. Con Florence Carrez (Giovanna d'Arco), Jean-Claude Fourneau (vescovo Cauchon), Roger Honorat (Jean Beaupere), Marc Jacquier (Jean Lemaitre).
La storia di Giovanna d'Arco rivisitata senza fronzoli e basandosi soltanto sui documenti originali - il processo di condanna e il successivo procedimento di riabilitazione - da Bresson, con la consueta messa in scena semplice e potente che ha fatto grande il suo cinema. Qui il protagonista sembra essere, più che la pulzella, il vescovo Cauchon che la condannò al rogo: il prelato, pressato da una parte dagli inglesi che vogliono giungere all'esecuzione capitale al più presto perché vedono in Giovanna un simbolo della resistenza francese alla conquista e dall'altra dalla superiore esigenza di giustizia, rappresentata anche dal rispetto delle procedure codificate. Alla fine il prelato si piega alle terrene necessità belliche, dimostrandosi un piccolo uomo di fronte alla ragazzina che parla invece come un essere di un altro mondo. Giovanna, infatti, spesso incoerente nei suoi discorsi e nelle sue rivelazioni a metà tra mistica e politica (Santa Caterina, Santa Margherita e l'arcangelo Michele la invitano a sollecitare il re di Francia a combattere contro gli inglesi), rappresenta, lei contadinella semianalfabeta, una specie di superuomo, una sorta di eroe mitologico, ma profondamente cristiano (tanto che venticinque anni dopo la sua morte sarà canonizzata), che come Cristo darà la propria vita per la salvezza dei suoi simili.
Bresson se ne frega delle regole del cinema e in 65 minuti concentra quanto sappiamo della vicenda terrena della ragazza che guidò i francesi a togliere l'assedio inglese di Orleans. Come al solito sceglie attori non professionisti e indovina in Florence Carrez un volto credibilmente medievale, ma è valida anche la scelta di Fourneau che presta il suo volto scavato ai rovelli del vescovo Cauchon.
Animali in estinzione: il capro espiatorio
Il fuggiasco (Italia, 2003) di Andrea Manni. Con Daniele Liotti (Massimo Carlotto), Alessandro Benvenuti (avvocato Vignoni), Roberto Citran (padre di Massimo), Francesca De Sapio (madre di Massimo), Joaquim De Almeida (Lolo), Claudia Coli (Alessandra), Gabrielle Lazure (Vicky), Aska Lida (Kioko).
Dov'erano i garantisti della prima e della primissima ora quando Massimo Carlotto subiva il suo personale calvario giudiziario? Formalmente Carlotto fu giudicato colpevole, seppure al termine di una vicenda giudiziaria piena di depistaggi, manipolazioni, cialtronerie, da parte della polizia e della magistratura inquirente. La parola che echeggia nel film, basato sul libro autobiografico dello stesso Carlotto, pronunciata anche esplicitamente dall'avvocato, interpretato dal bravo Benvenuti, è "capro espiatorio". E la vicenda di Carlotto, per ora a lieto fine - è oggi uno scrittore di successo - diventa la realizzazione di quanto ipotizzato da film come Sbatti il mostro in prima pagina di Bellocchio o Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Petri (soprattutto nelle scene che vedono protagonista il giovane estremista accusato dell'omicidio di Florinda Bolkan).
Manni dirige un buon film d'impegno civile che suona come un "dove eravate?" nei confronti degli avvocatoni che oggi si stracciano le vesti di fronte alle disavventure giudiziarie dei soliti personaggi eccellenti e che allora percepivano parcelle a sette zeri dai medesimi.
È bravo Liotti (più bello del Carlotto originale) a impersonare in maniera credibile il protagonista dai diciotto ai trentacinque anni, ma più bravi di lui sono Benvenuti, Citran e la De Sapio (l'avvocato e i genitori di Carlotto).






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