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La grande fuga

by sasso67 (31/05/2005 - 14:08)

La grande illusione (Francia, 1937) di Jean Renoir. Con Jean Gabin (tenente Maréchal), Pierre Fresnay (capitano de Boeldieu), Erich Von Stroheim (maggiore von Rauffenstein), Marcel Dalio (tenente Rosenthal), Jean Dasté (l'insegnante), Gaston Modot (l'ingegnere), Dita Parlo (Elsa), Julien Carette (lo sbruffone), Werner Florian (sergente Arthur), Sylvain Itkine (ten. Demolder).

La grande illusioneUn caposaldo della cinematografia europea di sempre, un capolavoro del pacifismo cinematografico (direi un pacifismo non antimilitarista, se possibile), un altro grande film sulla prima guerra mondiale. La "grande illusione" è proprio la guerra: illusione di vincere, di fare qualcosa per la patria, ma anche di essere più vicini tra uomini, al di là delle barriere nazionali, linguistiche e perfino di classe sociale. Proprio per questo il maggior perdente di questa storia è l'ufficiale tedesco Rauffenberg, alfiere di un tempo che sta scomparendo, come si vede dal cameratismo che a poco a poco si instaura tra i francesi delle diverse classi sociali (Boeldieu è un nobile, Rosenthal un borghese e Maréchal un proletario). Però lo stesso Rauffenberg, il personaggio più romantico del film, ha tratti umani che i suoi colleghi della seconda guerra mondiale, ormai disumanizzati dalla propaganda della dittatura, avranno perduto; intelligentemente applica nel suo campo di prigionia il regolamento militare francese, "perché non si parli della barbarie tedesca".

Ci sono molte scene ormai entrate a buon diritto nelle antologie del cinema, come quella nella quale Rauffenberg depone l'unico fiore della fortezza sul cadavere dell'ufficiale francese ucciso, ma anche quella dei soldati tedeschi che smettono di sparare ai due fuggiaschi quando si accorgono che le due figurine nere che arrancano nella neve hanno ormai passato il confine svizzero, e quella molto ironica dei prigionieri russi che ricevono una cassa dalla zarina e invitano tutti gli altri prigionieri a banchettare con loro, prima di accorgersi che il baule è pieno di libri.

Renoir realizza un film che non ha la potenza (né la tecnica) di All'ovest niente di nuovo di Milestone, ma ne ha lapoesia: si potrebbe dire che La grande illusione parte dalla farfalla che Paul tenta di raccogliere nel finale del film del 1930. Probabilmente La regola del gioco è un film più importante di questo, nella cinematografia di Renoir e non solo in quella, ma si tratta di due pietre miliari (milestones), di due archetipi, per il futuro del cinema mondiale. Gli attori sono strepitosi: su tutti domina, ancor più del faccione furbo di Jean Gabin, l'ufficiale impettito interpretato dal grande (almeno qui) von Stroheim.

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Per i tifosi del Milan

by sasso67 (31/05/2005 - 13:51)

Due anni fa, dopo la vittoria (ai rigori anche quella) sulla Juve nella Champions League, i milanisti fecero salti di gioia nello scoprire che nella classifica stilata dalla (fino ad allora sconosciuta) federazione di storia e statistica del calcio erano il club giudicato il migliore del mondo. Per verificare oggi la validità di questa mitica ed ineffabile sedicente Iffhs, si guardi chi, oggi, è considerato il miglior club del mondo.

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Un cantante non fa primavera

by sasso67 (30/05/2005 - 20:14)

PERDUToAMOR (Italia, 2003) di Franco Battiato. Con Corrado Fortuna (Ettore Corvaja), Donatella Finocchiaro (Mary), Anna-Maria Gherardi (Augusta), Lucia Sardo (Nerina), Ninni Bruschetta (Luigi), Gabriele Ferzetti (Tommaso Pasini), Rada Rassimov (Clara Pasini), Tiziana Lodato (la vivace), Francesco De Gregori (uomo al bar), Giovanni Lindo Ferretti (separatista), Alberto Radius (chitarrista), Morgan (bassista), Maurizio Arcieri (Maurizio, il vocalista).

Battiato si regala un filmetto a sua immagine e somiglianza, che parla di un personaggino che non ha il suo nome, ma ne impersona le vicende più o meno reali. La ricostruzione d'epoca è di maniera, come in una copia sbiadita del primo Tornatore, ma il peggio è la parte ambientata a Milano, che non dice niente sul clima dell'epoca in cui il nasuto cantante emigrò al nord. Fra comparsate di celebrità nostrane (De Gregori, Ferretti, Radius, Arcieri, Morgan), si segnala ancora una volta, per mediocrità di recitazione, il Corrado Fortuna già visto in My Name Is Tanino di Virzì. Certo non ci si poteva aspettare da Battiato, al quale consiglierei di continuare a fare canzoni, un film che risollevasse le sorti della cinematografia italiana.

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La rivincita degli idioti?

by sasso67 (30/05/2005 - 14:45)

Gli idioti (Danimarca, 1998) di Lars Von Trier. Con Bodil Jørgensen (Karen), Jens Albinus (Stoffer), Anne Louise Hassing (Susanne), Troels Lyby (Henrik), Nikolaj Lie Kaas (Jeppe), Louise Mieritz (Josephine), Henrik Prip (Ped), Luis Mesonero (Miguel), Knud Romer Jørgensen (Axel), Trine Michelsen (Nana), Anne-Grethe Bjarup Riis (Katrine).

Gli idiotiIdioti sono i protagonisti del film oppure gli spettatori secondo il regista? Difficile dirlo, come difficile è trovare un film più brutto di questo, soprattutto se si considera le ambizioni autoriali di Lars Von Trier. Certo che se questo film ha il marchio Dogma, non si può immaginare nulla di più lontano da questo di Dogville, il penultimo film del regista danese. Il film può, secondo me, avere un senso soltanto se uno dei suoi significati originari sia stato quello di proporre un metodo alternativo al terrorismo di opporsi alla civiltà borghese. È comunque un metodo stupido e, nella rappresentazione dei minorati, riprodotti come ammassi urlanti e bavosi, anche un po' razzista.

Von Trier non si/ci risparmia nulla: nemmeno un falso handicappato aiutato nella minzione da un barbuto motociclista né una vera orgia con vera penetrazione. Ovviamente al risultato insulso del film contribuiscono degli attori imbarazzanti, tra i quali si riconosce la Katrine Michelsen che, passata dai softcore nostrani al cinema autoriale scandinavo, continua a fare quello che faceva prima: si spoglia ed apre le cosce.

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Minore sul Mar Nero

by sasso67 (29/05/2005 - 19:58)

Terrore sul Mar Nero (USA, 1943) di Norman Foster (e Orson Welles). Con Joseph Cotten (Howard Graham), Dolores Del Rio (Josette Mattel), Ruth Warrick (Stephanie Graham), Agnes Moorehead (signora Mathews), Jack Durant (Gogo Martel), Everett Sloane (Kopeikin), Jack Moss (Peter Banat), Frank Readick (Mathews), Edgar Barrier (Kuvetli), Orson Welles (colonnello Haki), Richard Bennett (capitano della nave).

Terrore sul Mar Nero è un film che ha qualcosa di wellesiano, nelle atmosfere e nei personaggi, nonché nella scelta degli interpreti, ma non ne possiede il genio (al di là delle vicende delle riprese, che portano la firma dello sconosciuto Norman Foster). Nonostante duri soltanto 70 minuti circa, Terrore sul Mar Nero ha una trama ingarbugliata, ma soprattutto non ha un vero e proprio senso. Non si capisce, soprattutto, per quale motivo lo spionaggio nazista stia dando la caccia al povero Graham, un ingegnere navale. Non si capisce perché la famosa ballerina Josette s'innamori del medesimo Graham, piuttosto grigio come persona. Insomma, la trama è piuttosto arruffata e non molto divertente. La cosa migliore resta l'interpretazione di Welles, nella parte di un ufficiale che somiglia un po' a Stalin e un po' ad Ataturk, e la caratterizzazione di qualche personaggio minore, come i buffi coniugi Mathews, nonché il capitano genovese della nave.

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Vedi Tokyo e poi muori

by sasso67 (28/05/2005 - 15:31)

Viaggio a Tokyo (Giappone, 1953) di Yasujiro Ozu. Con Chishu Ryu (Shukishy Hirayama), Chieko Higashiyama (Tomi Hirayama), Setsuko Hara (Noriko), Haruko Sugimura (Shige Kaneko), Sô Yamamura (Koichi Hirayama), Kuniko Miyake (Fumiko), Kyôko Kagawa (Kyoko), Eijirô Tono (Numata), Nobuo Nakamura (Kurazo Kaneko), Shirô Osaka (Keizo Hirayama).

Viaggio a Tokyo (Tokyo Monogatari)Probabilmente il capolavoro di Ozu, il film racconta del viaggio da Onomichi a Tokyo dei due anziani coniugi Hirayama per andare a trovare i due figli che vivono nella grande città, ormai preda di palazzoni e ciminiere, nonché del lavoro frenetico da parte dei suoi abitanti. Il Giappone si è tuffato, in quell'inizio degli anni cinquanta, nel lavoro, probabilmente per riscattare la tragica follia della guerra finita con le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. I vecchi Hirayama hanno avuto cinque figli: la più giovane vive ancora con loro, il secondogenito è morto in guerra lasciando vedova la giovane moglie Noriko, il giovane Keizo vive a Osaka, indaffaratissimo nel lavoro, mentre due vivono a Tokyo con le rispettive famiglie, il maggiore fa il pediatra, mentre la femmina è parrucchiera.

Fin dall'inizio si comprende come i due vecchi non siano i benvenuti a casa dei figli, con questi ultimi che non sanno dove metterli e come occuparsi di loro, mentre i nipotini semplicemente li ignorano. L'unico momento di felicità è offerto loro dalla nuora vedova, che li ospita volentieri a casa sua e si prende un giorno di ferie per far visitare Tokyo ai suoceri. Quando tornano a casa l'anziana donna si sente male e muore e tutti saranno pronti a sentenziare che "è stato il viaggio a Tokyo". Ma non è stata tanto la fatica quanto il dolore di vedere i figli così disaffezionati, ormai proiettati non soltanto nelle loro rispettive nuove famiglie - che questo sarebbe almeno comprensibile - ma in una vita piena di lavoro e vuota di valori che rende la loro cerimoniosità un velo che copra un deserto di sentimenti. E infatti basta poco - la sbornia del vecchio Hirayama insieme ad anziani amici - a far scoppiare l'ira della figlia Shige. Proprio questa è la più dura di cuore dei quattro figli: appena celebrato il funerale della mamma si preoccupa di appropriarsi delle povere cose appartenutele e sentenzia che "era meglio se moriva il babbo". Il giovane figlio Keizo arriva qaundo la mamma è già morta ed è il primo a ripartire. Solo due donne concedono un filo di speranza: la nuora Noriko, affezionata ai suoceri anche nella memoria del giovane marito morto in guerra (ma autocritica e conscia di essere ancora giovane e di potersi rifare una vita) e la figlia ultimogenita Kyoko che critica aspramente l'egoismo dei fratelli, nella speranza di non diventare come loro (anche se sta per sposarsi e abbandonare la casa del padre).

Potentissima, anche se dimessa, metafora del Giappone postbellico, ispirata in grande misura al neorealismo italiano (ricorda soprattutto Umberto D.), lezione di stile e d'umanità, Tokyo Monogatari colpisce anche per le interpretazioni, che sembrano quasi non esserci, dei protagonisti: personalmente mi hanno in particolare colpito i due anziani, Chishu Ryu e Chieko Higashiyama, nonché Haruko Shugimura che interpreta l'odiosa figlia Shige.

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27 maggio

by sasso67 (27/05/2005 - 18:19)

Erminio Macario nasce a Torino il 27 maggio 1902; le condizioni economiche della famiglia lo costringono a lasciare la scuola per lavorare. Comincia a recitare fin da bambino nella compagnia filodrammatica della scuola; a diciotto anni entra a far parte di una compagnia che si esibisce nelle fiere paesane. L'anno di esordio nel teatro di prosa è il 1921...

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però zitti...

by sasso67 (26/05/2005 - 21:32)

mi sa che il milan abbia perso, ieri sera...

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Mammamia, mammamia, me s'è 'ndemognata mi' fija!

by sasso67 (25/05/2005 - 18:57)

L'anticristo (Italia, 1974) di Alberto De Martino. Con Carla Gravina (Ippolita Oderisi), Mel Ferrer (Massimo Oderisi), Umberto Orsini (psichiatra), Arthur Kennedy (vescovo Ascanio Oderisi), Alida Valli (Irene), Remo Girone (Filippo Oderisi), Anita Strindberg (Greta), George Coulouris (padre Mittner), Mario Scaccia (santone), Ernesto Colli (indemoniato).

Dario Argento incontra L'esorcista per le strade di Roma e ne esce questo Anticristo pieno di effettacci visivi e sonori, orchestrati, strano a dirsi, da Carlo Rambaldi. Gli attori sono quasi tutti molto bravi, tranne i due americani Ferrer e Kennedy, soprattutto a non mettersi a ridere nel bel mezzo di questa sarabanda senza capo né coda. La trama prevede che la giovane figlia di un principe della chiesa, nipote di un vescovo, venga posseduta dal demonio che aveva cercato d'impossessarsi di una sua ava del Cinquecento, la quale, sul punto di essere bruciata sul rogo come strega, aveva baciato un crocefisso. La ragazza è paralizzata per un blocco psicologico seguito all'incidente d'auto nel quale è morta la madre. Nel frattempo il padre sta per risposarsi con una tedesca, mentre la giovane intrattiene un rapporto un po' ambiguo con il fratello.

Grande trionfo di mobilio roteante, salsa di piselli vomitata dalla bocca (per non parlare della ridicolissima parrucca, della Gravina nella scena del sabba, tanto voluminosa per non mostrare tette e culo dell'attrice), Mario Scaccia che scappa urlando, e turpiloquio bilingue italiano e tedesco in onore della promessa sposa del padre. Per sintetizzare userei una parafrasi johnnypalombesca: Mammamia, mammamia, me s'è 'ndemognata mi' fija!

P.S. Da ricordare uno spaventoso santino rappresentante un Cristo dal volto mostruoso e dotato di enorme membro virile.

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Bucatini western

by sasso67 (24/05/2005 - 21:38)

Ehi amico, c'è Sabata, hai chiuso! (Italia, 1969) di Gianfranco Parolini. Con Lee Van Cleef (Sabata), William Berger (Banjo), Ignazio Spalla (Carrincha), Aldo Canti (indio), Franco Ressel (Stengel), Linda Veras (Jane), Gianni Rizzo (O'Hara), Luciano Pigozzi (falso padre Brown).

La trama è confusissima - oppure è colpa mia che sonnecchiavo mentre guardavo il film? - anche se il succo è che il pistolero Sabata ricatta l'odioso riccone Stengel per non si sa qual motivo.

La presenza di Lee Van Cleef è puramente di richiamo, per il resto il cast è molto poco da western, con un Franco Ressel imbrattato di rimmel e Gianni Rizzo che sembra entrarci come i cavoli a merenda. William Berger impugna un banjo-fucile e rende il tutto ancora meno credibile. Uno spaghetti western che si può ignorare. Sabata è un nome idiota per un pistolero.

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top opinionist

by sasso67 (23/05/2005 - 17:56)

Pur non ambendo a conquistare la maglia rosa contro fuoriclasse del calibro di ceo_85 e spicerlovejoy, incastrato tra RageAgainstBerlusca e seth, anche il vostro affezionatissimo è finito su FilmTv (anno 13 - n. 20) fra i top opinionist della settimana. I top opinionist sono quelli che postano più "recensioni" di film sul sito della rivista. Le mie sono un po' più lunghe e articolate di quelle di ceo_85, che dà giudizi ipersintetici. Intendiamoci, non è che mi sia messo a fare una gara: è soltanto che ho copiato i commenti ai film che ho copiato da questo blog; a forza di copia e incolla ne ho incollati 38, casualmente, durante la stessa settimana. Ecco spiegato questo "exploit", tutto qua. Però se capita ancora lo faccio sapere.

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Non tutta la violenza vien per nuocere

by sasso67 (22/05/2005 - 12:34)

L'ultima casa a sinistra (USA, 1972) di Wes Craven. Con Sandra Cassel (Mari Collingwood), Lucy Grantham (Phyllis Stone), David Hess (Krug Stillo), Jeramie Rain (Sadie), Marc Sheffler (Junior Stillo), Gaylord St. James (dottor Collingwood), Cynthia Carr (Estelle Collingwood), Ada Washington (trasportatrice di polli), Marshall Anker (sceriffo), Martin Kove (aiuto sceriffo).

Leggendo la recensione del primo film di Wes Craven fatta da Alberto Moravia, rintracciabile nel suo Al cinema (Bompiani, 1975), nel quale il noto scrittore blaterava di sadismo inconsapevole degli autori (oltre al regista il produttore Sean S. Cunningham, futuro regista di Venerdì tredici), mi ero fatto un'idea tremenda di L'ultima casa a sinistra. Scriveva infatti l'autore degli Indifferenti: «Si tratta di un film di rozzissima fattura e, per metà almeno, privo di qualsiasi interesse». Moravia era, secondo me, un grande appassionato di cinema che non ne capiva assolutamente niente. Ma non solo non capiva niente dei film presi singolarmente, proprio era avulso dal mezzo cinematografico e mi sembra di capire, anche se può suonare paradossale detto per uno scrittore che è andato per la maggiore, anche se oggi è fortunatamente poco letto, ignaro del processo di creazione cinematografica. Non si riesce a capire altrimenti come uno scrittore di fama possa dire - e Moravia lo fa spesso nelle 148 recensioni che compongono Al cinema - «il regista avrebbe dovuto fare...». E' come parlare della storia con i famosi "se" oppure commentare una partita di calcio (o di basket, o di scopetta) a dieci anni di distanza. Ovviamente lo scrittore, dall'alto del suo piedistallo d'intellettuale, si guardava bene dal dire "il film mi è piaciuto" oppure "non mi è piaciuto"; molto meglio giudicare se e quanto suonasse il piffero per la rivoluzione. E poi, altro sintomo, la sua decisione di dividere in maniera manichea tra opere d'arte e prodotti commerciali, ottica che fra l'altro l'ha portato a prendere colossali cappellate, come giudicare tra i "prodotti" 2001: Odissea nello spazio.

Ma L'ultima casa a sinistra - Moravia non l'aveva minimamente capito - è una specie di parodia. E' una testimonianza grottesca e survoltata di un certo clima d'imbarbarimento seguito alla generazione dei figli dei fiori, basti pensare a fenomeni quali Charles Manson e simili. La pellicola di Craven ridsale più o meno allo stesso periodo di Non aprite quella porta di Hooper: a parere mio un tentativo di esorcizzare la violenza che inaspettatamente usciva fuori da una società che aveva appena finito di predicare pace e amore. Lo stile ricorda piuttosto certe esperienze di film per adulti dell'epoca - genere dal quale venivano un paio degli interpreti (Lincoln e la Grantham) - e la violenza non è mai davvero esibita, come avverrà alcuni anni dopo. Preso in questo senso, L'ultima casa a sinistra - titolo che non ha niente a che vedere con la trama del film - ha una sua ragion d'essere ed è comunque uno spettacolo breve e divertente.

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Rutelli ci riprova

by sasso67 (22/05/2005 - 12:03)

Non contento di essere riuscito nel 2001 nella memorabile impresa di non aver saputo opporsi alla resisitibile ascesa di Berlusconi al potere in Italia, Ciccio Rutelli sta tentando di ripetere l'impresa. Spalleggiato da alcuni microbi della politica, già abbondantemente falliti nella prima repubblica e riciclati alla bell'e meglio nella seconda (un paio di nomi a caso: De Mita, Marini...) ha deciso di far correre la sua formazione politica, la Margherita - che, viste le prese di posizione, ribattezzerei "la Capricciosa" - da sola nel proporzionale alle prossime elezioni politiche. "Ma soltanto nel proporzionale!" ha fatto notare gongolante qualche solone del centrodestra come Giuliano Ferrara. E ci mancherebbe altro!

Rutelli ha rivendicato il merito di avere tirato la carretta per quattro anni, di avere "mangiato pane e cicoria" (infatti è un po' verdognolo, a guardarlo bene) per restituire a Prodi un partito competitivo. A parte il fatto che il merito maggiore di questo ritorno di competitività dell'Ulivo (non certo della Margherita) è da attribuirsi in misura maggioritaria a Berlusconi, che ha governato così male, ma così male da far ricredere tanti antiulivisti della primora. Soltanto per fare un esempio, il mio nonno, da sempre anticomunista, spesso laudator temporis acti (intendendo proprio i tempi del fascio), che aveva votato per Forza Italia nel 1996 e per Alleanza Nazionale nel 2001, ha votato per l'Ulivo alle regionali del 2005.

Rutelli dovrebbe capire che se il centrosinistra ha riacquistato un po' di credibilità tra gli italiani è anche grazie allas erietà di gente come Fassino, che senza i buonismi di Veltroni e senza le sparate argute ma fatue alla D'Alema, ha saputo dimostrare sul campo buon senso e serietà, senza risparmiare una sola critica al malgoverno berlusconiano. E ora Cicciolino vuole correre da solo... Per quanto mi riguarda gli ricorderei soltanto che errare humanum est (perseverare ovest, come direbbe Lo Tito).

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Summa bergmaniana

by sasso67 (21/05/2005 - 19:09)

Fanny e Alexander (Svezia/Francia/Germania Ovest, 1982) di Ingmar Bergman. Con Bertil Guve (Alexander Ekdahl), Pernilla Allwin (Fanny Ekdahl), Börje Allstedt (Carl Ekdahl), Allan Edwall (Oscar Ekdahl), Ewa Fröling (Emilie Ekdahl), Maria Grandlund (Petra Ekdahl), Jarl Kulle (Gustav Adolf Ekdahl), Käbi Laretei (zia Anna), Mona Malm (Alma Ekdahl), Lena Olin (Rosa), Gösta Prüzelius (dottor Furstenberg), Pernilla August (Maj), Gunn Wållgren (Helena Ekdahl), Harriet Andersson (Justina), Jan Malmsjö (vescovo Edvard Vergerus), Kerstin Tidelius (Henrietta Vergerus), Gunnar Björnstrand (Filip Landahl), Marianne Aminoff (Blenda Vergerus madre del vescovo), Erland Josephson (Isak Jacobi), Stina Ekblad (Ismael), Mats Bergman (Aron), Hans Henrik Lerfeldt (Elsa Ekdahl).

La morte del padreCapolavoro. Sicuramente uno dei migliori film degli anni ottanta. Fanny e Alexander (dove però Fanny riveste un ruolo abbastanza marginale) è un film di sapore autobiografico sia per quanto riguarda la vita (mi sia scusata la tautologia) sia dal punto di vista della cinematografia bergmaniana. La vicenda del film si svolge tra il Natale del 1907 e quello del 1909, spostando l'azione del film d'una decina d'anni prima della nascita del regista. Gli Ekdahl sono una famigliona borghese che si riunisce intorno alla matriarca Helena. Dei suoi tre figli il più serio sembra essere Oscar, attore e direttore di un teatro cittadino (non lo si dice ma siamo a Uppsala, città natale di Bergman), sposato alla bella attrice Emilie e padre di Alexander, dieci anni, e di Fanny, di poco più piccola. Improvvisamente Oscar muore e dopo un anno la vedova si risposa con un austero vescovo luterano che vive in una casa vuota con la mamma e la sorella, due psicopatiche eternamente a lutto, una zia malata e gonfia, e delle serve una più mostruosa dell'altra, tutte abituate all'ipocrisia e alla delazione. I bambini vivono come segregati da regole che proibiscono loro tutto tranne la preghiera. Fortunatamente la nonna si ricorda di loro e con l'aiuto di un astuto rigattiere ebreo riesce a farli evadere. Nel frattempo, mentre la mamma dei bimbi scappa dalla casa del vescovo, questi muore grazie ai poteri medianici di un ermafrodito che ha letto nel pensiero di Alexander.

Fanny e Alexander è un film che va visto - a raccontarlo gli si fa torto - e nonostante che duri tre ore piene si rimpiangono le due ore tagliate dalla versione cinematografica (e divvuddigrafica) rispetto all'originale televisivo di più di cinque ore. Tornano tutti i temi dell'opera bergmaniana: il rapporto tra teatro e vita, il volto e la maschera, la ricerca di Dio e il suo silenzio, la mediazione e gli inganni della religione, la potenza della fantasia, la morte, la malattia, la famiglia, la coppia, l'accettazione della vita così com'è e chi più ne ha più ne metta. Vi sono scene figurativamente eccezionali e che colpiscono il sentimento nel profondo, come i funerali di Oscar, con uno sguardo impagabile tra Fanny e Alexander, mentre questi sta recitando una sua personalissima litania fatta di culi, merda e piscio, oppure le scene ambientate nella casa del vescovo, che ricordano il seicentesco Dies Irae di Dreyer. Ma, ripeto, il film deve essere visto per essere apprezzato nella sua interezza. alla riuscita contribuisce un gruppo di attori superlativi, che recitano con una naturalezza tale che non sembrano nemmeno recitare, e raramente si è visto un insieme di interpreti così bravi e tutti all'unisono come in questo film. Ne cito alcuni a caso, quelli che mi sono piaciuti di più: il piccolo Bertil Guve, un Alexander credibile, Jan Malmsjö (forse quello che preferisco), che recita l'odioso Vergerus con accenti di verità, Gunn Wållgren, la nonna che sotto le sottane ha due palle grosse così (unico difetto: sembra più giovane del figlio Oscar), Erland Josephson, l'ebreo di buon cuore, e Jarl Kulle, lo zio epicureo di Alexander. Per curiosità va detto che Elsa, la zia del vescovo, è recitata da un uomo, mentre una donna impersona Ismael, il giovane ebreo che realizza le fantasie omicide di Alexander. Ma attenzione: se gli uomini muoiono, i fantasmi restano e se Oscar, il padre che Bergman avrebbe voluto continua a presentarsi al piccolo Alexander, Vergerus, il padre che invece Bergman ha avuto realmente lo avverte: «Non ti libererai di me».

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Oceano male

by sasso67 (21/05/2005 - 18:44)

L'uomo di Aran (GB, 1934) di Robert J. Flaherty. Con Colman "Tiger" King (uomo di Aran), Maggie Dirrane (Maggie, la moglie), Michael Dirrane (Michael, il figlio), Patch "Red Beard" Ruadh (Patch, cacciatore di squali), Patcheen Faherty (Patcheen, cacciatore di squali).

L'uomo di Aran non è soltanto una persona, ma un prototipo di uomo, di quelli che deve lottare ogni giorno per portare a casa il minimo indispensabile per vivere. L'uomo di Aran vive su un'isola che ciamarla isola è già un complimento, perché si tratta piuttosto di uno scoglio sul quale non c'è meno la terra per coltivare qualche patata. Il mare è l'unica risorsa, ma anche un pericoloso cliente: un giorno la pesca può andare bene, ma il giorno dopo una tempesta ti può sfasciare la barca e rompere le reti, e allora si è già fortunati a tornare a casa vivi.

Flaherty gira questo film con stile documentaristico, ma non si tratta di un vero e proprio documentario perché molte scene, anche se ricalcavano il vissuto, furono ricostruite appositamente per il film. Il regista americano di origini irlandesi (Aran sono delle isole sulla costa occidentale dell'Irlanda, nell'Atlantico) mette in scena con una tecnica cinematografica che ricorda le grandi esperienze sovietiche, anche nelle movenze dei personaggi, l'eterna lotta, talvolta placida talaltra seriamente drammatica, tra l'uomo e la natura. In questo senso il film avrebbe potuto essere girato cinquecento anni fa (se ovviamente vi fosse stato il cinema). Flaherty realizzò con questo film una pietra miliare del cinema europeo.

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Vittoria per un Capello

by sasso67 (21/05/2005 - 15:02)

Nonostante le sparate senza senso di Lippi l'anno scorso, la rivoluzione alla Juve c'è stata eccome. Prima di tutto via lui (a proposito: la nazionale non s'è ancora qualificata ai Mondiali del 2006, ma la barcollante RAI di Cattaneo già preannuncia che ne farà vedere le partite; speriamo che non porti merda...), e poi via alcuni che ormai continuavano a giocare per la riconoscenza che l'allenatore di Viareggio sembrava portare nei loro confronti. Iuliano e Legrottaglie sono stati sbolognati (e infatti l'ex del Chievo è andato proprio al Bologna) non appena Capello s'è accorto che la difesa aveva cinque o sei uomini mediamente affidabili. Montero è stato giustamente emarginato, anche perché quando ha messo piede in campo ha combinato gli usuali disastri, vedi il pareggio di Parma. Birindelli e Pessotto hanno giocato, decentemente, per fortuna, quando è stato strettamente necessario, e Ferrara ha fatto, come avevo implorato l'anno scorso, la mascotte della squadra, giusto premio a una grande carriera. Zebina e Cannavaro hanno rivoluzionato la difesa, con l'ex parmense che è riuscito a rigenerare Thuram e ha giocato un bellissimo campionato di suo, segnando anche un paio di gol importantissimi. Il terzino, poi, ha del tutto inaspettatamente disputato una buona stagione. Gli altri innesti fondamentali, voluti entrambi fortissimamente da Capello, sono stati Emerson a centrocampo e Ibrahimovic in attacco. A giostrare intorno al Puma si sono alternati, con risultati per niente straordinari, Blasi, Tacchinardi e Appiah, mentre Camoranesi è stato il migliore dei vecchi juventini, riscattando il brutto campionato dell'anno scorso. La Juve ha dovuto fare a meno per molto tempo di Nedved, che Olivera ha sostituito indegnamente, ma in maniera meno disastrosa del prevedibile, ma il ceco è riuscito ugualmente a incidere sul campionato con un paio di prodezze davvero decisive, come i gol contro il Bologna e la Lazio (quest'ultimo, sceondo me, il più bello di tutti). In attacco Ibrahimovic ha avuto un rendimento sicuramente maggiore del previsto, adattandosi subito al gioco di Capello e alle marcature italiane ed è stato uno dei pilastri della squadra: ha sbagliato qualche gol di troppo (l'avrei preso a seggiolate durante la partita con il Messina), ma ha fatto numeri da applausi (capolavoro il terzo gol alla Fiorentina), ha segnato gol importanti ed è stato un punto di riferimento continuo per le manvore d'attacco, tenendo palla, dando e prendendo (più dando) botte e calci. Del Piero è andato a sprazzi, ma nonostante le sostituzioni ha segnato una quindicina di gol, mentre Trezeguet e Zalayeta, nonostante abbiano giocato poco, hanno lasciato zampate importantissime (decisive quella di Trezeguet con il Milan e quella dell'uruguayano con l'Udinese). Capello è riuscito a giostrarsi bene una rosa che era sicuramente inferiore a quelle di Milan e Inter. Gran merito dello scudetto va anche a loro: le milanesi si sono quasi ritirate di fronte alla Juve, l'Inter subito, il Milan alla fine, colpita dalla sindrome da Champions League (che gli auguro davvero di vincere). La Juve, inutile negarlo, qualche regalo arbitrale l'ha avuto, soprattutto pensando ai due scontri con il Milan (più all'andata che al ritorno), con la Roma e con il Chievo (quello di Pellissier era gol). Però ha anche subito qualche torto, come a Reggio Calabria (clamorosi) e a Firenze (99 su 100 quello di Cannavaro era gol). A Roma non rubò la partita: ci fu soltanto un arbitro disastroso, che sbagliò in maniera clamorosa da entrambe le parti (favorendo la Juve, nel calcolo degli episodi, ma ai romanisti furono risparmiate due espulsioni lampanti). Credo che però nessuno possa mettere in dubbio la vittoria dei bianconeri, in testa alla classifica dalla prima all'ultima giornata. E credo che nessuno, nemmeno i simpatici ultras della Juve ai quali va bene soltanto Lippi, possa negare i grandi meriti di Capello. La Juve ha spesso giocato decisamente male, ma non si è mai data per vinta e questo è stato forse il suo più grande merito.

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Dopo la caduta

by sasso67 (21/05/2005 - 14:23)

Kids Return (Giappone, 1996) di Takeshi Kitano. Con Ken Kaneko (Masaru), Masanobu Ando (Shinji), Reo Morimoto (insegnante), Hatsuo Yamaya (direttore della palestra), Koichi Shigehisa (allenatore Shijeta), Yuko Daike (Sachiko), Ryo Ishibashi (boss della yakuza), Mitsuko Oka (madre di Sachiko), Moro Morooka (Hayashi), Susumu Terajima (numero due della yakuza).

Due liceali di Tokyo, Masaru e Shinji, passano il tempo tra scherzi scolastici e piccoli soprusi ai danni dei compagni più deboli. Nel loro ambiente gravitano altri tre teppistelli cui non ne va bene una e un ragazzino timido che s'innamora della cameriera di un bar. Un giorno i due vengono picchiati da un giovane pugile amico di un ragazzo da loro derubato, per cui Masaru decide di iscriversi a una palestra di boxe. Anche l'amico Shinji è invitato alla palestra e, mentre Masaru capisce che la boxe non fa per lui, Shinji si scopra particolarmente dotato e disciplinato, comincaindo una carriera di discreto successo. Masaru comincia invece come scagnozzo della yakuza, all'interno della quale riesce a piazzarsi bene. Alla fine entrmabi saranno, per loro colpe, espulsi dal mondo di cui erano entrati a far parte, e si troveranno di nuovo a bighellonare nel cortile della scuola che avevano abbandonato.

Kids Return è il primo film diretto da Kitano dopo il grave incidente motociclistico che ne mise in pericolo la vita, tanto che può considerarsi un nuovo inizio (i film precedenti erano stati Sonatine, 1993 e Getting Any?, 1994, il successivo sarà il consacratorio Hana-Bi, 1997), così come per Masaru e Shinji ci sarà una seconda possibilità dopo la caduta. Kids Return è un buon film basato sui ricordi dell'adolescenza di Kitano, filtrati dall'ironia (il terzetto di teppistelli sfigati che più volte compare nei film di Kitano, compreso Zatoichi) e senza inutili struggimenti sentimentali. Anche il pugilato, realmente praticato dal regista da ragazzo, è una metafora della vita, con le sue regole sul ring e fuori del ring, con i nodi che in fondo vengono sempre al pettine quando qualcuno cerca di barare.

Come si può intuire dal fatto che tra gli interpreti non compare il regista, Kids Return non è uno dei "film maggiori" di Kitano, ma è pur sempre un'opera valida di uno dei più grandi artisti viventi, e come tale va visto.

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Tutti gli uomini di Hitler

by sasso67 (20/05/2005 - 19:55)

Guido Knopp, Tutti gli uomini di Hitler, TEA, 2005, p. 395 € 9,90

Lo storico e giornalista tedesco Guido Knopp scrive un libro sui sei uomini che furono più vicini a Hitler durante la tragica e folle marcia che lo condusse prima al potere e poi alla distruzione della Germania, passando per una guerra insensata che costò la vita a milioni di persone. In meno di 400 pagine e con l'ausilio di alcune fotografie anche interessanti, Knopp traccia un profilo, breve ma interessante, politico ma anche umano di Goebbels, Göring, Himmler, Hess, Speer e Dönitz. Si può obiettare che qualcuno manchi, e in realtà è così - si pensi a Bormann, von Ribbentrop, Heydrich, Keitel, von Schirach, Röhm - ma il fatto che alcuni di questi bei personaggini abbiano avuto un ruolo essenziale nell'esecuzione della politica nazista non significa che fossero i più vicini a Hitler (Heydrich, ad esempio, era un uomo di Himmler, Bormann di Hess, mentre Röhm, uno dei primi alleati di Hitler, ne divenne il più pericoloso rivale, tanto che fu eliminato dopo la notte dei lunghi coltelli). In più va detto che alcuni di essi sono protagonisti di un altro libro di Knopp, Complici ed esecutori di Hitler, uscito in Italia nel 2004 sempre per la TEA.

Una delle parti più importanti del libro è l'introduzione, nella quale l'autore si chiede quale fu la responsabilità del popolo tedesco nei confronti dello sterminio degli ebrei. Secondo le proprie valutazioni, maturate dopo accurate indagini, Knopp sostiene che il popolo tedesco non era particolarmente antisemita (se si esclude un antisemitismo strisciante presente un po' in tutta Europa ormai da secoli), e quindi va assolto da questo punto di vista in quanto non fu il popolo che volle lo sterminio. Allo stesso modo, però, non si può certo sostenere, secondo Knopp, che il popolo niente sapesse di quello che stava accadendo agli ebrei: del resto chiunque vedeva sparire le famiglie ebree dalle città, dai quartieri, dalla casa accanto.

Il libro non vuole essere una biografia dettagliata dei sinistri personaggi sui quali appunta la propria attenzione, e la mole ridotta dei singoli capitoli, poco più di una cinquantina di pagine scritte ciascuno, mostra chiaramente che non era questo l'obiettivo di Knopp. Semmai si delinea il carattere e la triste vicenda di questi sei criminali, condannati dalla storia prima che dal tribunale di Norimberga. In realtà due di essi, Goebbels e Himmler, non furono giudicati perché si suicidarono prima: il ministro della propaganda lo fece, insieme alla propria famiglia, compresi i cinque figli, nel bunker della Cancelleria di Berlino subito dopo il suicidio del Fuhrer, Himmler riuscì ad ingoiare una capsula di cianuro subito la cattura da parte degli inglesi. Göring si tolse la vita, nello stesso modo di Himmler, subito dopo la condanna a morte da parte del tribunale alleato. Knopp ovviamente non ha alcuna pietà per questi che possono a buon diritto essere annoverati tra i peggiori criminali della storia umana: per il fanatico Goebbels, che incendiava le folle con le sue trovate propagandistiche, geniali quanto menzognere, un arrivista che solo grazie al nazismo riuscì a soddisfare le proprie ambizioni smisurate rispetto alle effettive capacità, pur riconosciute; per Göring, un rodomonte di cartapesta, la cui fortuna fu quella di rappresentare, in qualità di eroe della Grande Guerra, il volto presentabile del nazismo, ma assolutamente incapace di portare avanti i compiti affidatagli (sua fu la responsabilità del disastro della Luftwaffe nella battaglia contro la RAF inglese); per Himmler, un burocrate dello sterminio di massa, cultore di miti nibelungici, un efficiente funzionario che preferiva comandare piuttosto che apparire, ma inserito in un luogo chiave del potere nazista: la direzione delle SS; per Hess, compagno di Hitler e suo successore designato alla guida del partito nazista, del quale rimarrà per sempre un mistero la fuga in Inghilterra durante la guerra e la misteriosa morte da vecchio nel carcere di Spandau; per l'architetto Speer, del quale Knopp condanna l'ipocrisia di volersi definire un tecnico e di considerarsi non direttamente responsabile delle stragi naziste: seppure egli sia stato l'unico ad avere manifestato un'assunzione di responsabilità collettiva per i crimini del nazismo e un pentimento per la fiducia concessa a Hitler, egli ha maggiori colpe di quelle attribuitegli a Norimberga, se non altro per la sua fattiva collaborazione all'allungamento della guerra in Europa e all'inasprimento delle stragi di soldati e di civili; per Dönitz, l'altro che con Speer ebbe le pene più lievi al processo di Norimberga, il successore di Hitler alla carica di capo dello stato, anch'egli ipocrita nel volersi considerare, dopo la sconfitta, un "militare apolitico": in realtà sono riportati, tratti da documenti ufficiali, diversi discorsi dai quali si desume con nitidezza l'adesione del "grand'ammiraglio" alla causa del nazionalsocialismo.

Pur nelle differenze che caratterizzarono questi personaggi, differenze sia di matrice sociale sia di cultura, di religione e differenze caratteriali (il più intellettualmente acuto fu probabilmente il luciferino Goebbels, che raramente sbagliava con i suoi giudizi sferzanti scrupolosamente annotati nel suo diario), i sei personaggi trattati nel libro di Knopp ebbero tutti una caratteristica in comune: una totale ammirazione che non di rado sfociava in una supina soggezione a Hitler. Il capo, riconosciuto come tale da tutti, non poteva e non doveva - nessuno si sarebbe mai sognato di farlo - essere contraddetto.

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Militi e topi

by sasso67 (18/05/2005 - 19:46)

Per il re e per la patria (GB, 1964) di Joseph Losey. Con Tom Courtenay (soldato Arthur Hamp), Dirk Bogarde (capitano Hargreaves), Leo McKern (capitano medico O'Sullivan), Barry Foster (ten. Webb), Peter Copley (colonnello), James Villiers (capitano Midgley), Barry Justice (ten. Prescott).

Per il re e per la patriaBellissimo film, antimilitarista, antibellico, antiretorico, antispettacolare. Ma anti a parte, è un film etico e recitato come Dio comanda.

A Paschendaele, durante la prima guerra mondiale, un soldato semplice inglese è imprigionato per diserzione in attesa del processo. Un capitano è incaricato della sua difesa di fronte alla corte marziale: all'inizio accetta l'incarico come una seccatura, ma approfondita la conoscenza con il giovane milite e riscontrata la sua ingenuità che lo ha portato non a disertare, ma ad allontanarsi dal fronte per non sentire le cannonate dopo aver visto i suoi commilitoni morire uno dopo l'altro, il capitano si appassiona alla difesa del poveraccio, dalla cui esperienza trae dubbi sull'assurdità della guerra e sull'ingiustizia dei codici militari.

Il lieto fine non è di questo mondo, specialmente durante l'immane macello della Grande Guerra che, oltre tutto, non servì ad impedire un'altra e più terribile strage trent'anni dopo. Però sono opere come questa, nate probabilmente sul fango (e quanto) dell'esperienza, che fanno maturare un sentimento d'avversità nei confronti della guerra. Che è terribile anche quando gli spari sono un'eco abbastanza lontana e i nemici più terribili sono i ratti e gli ufficiali superiori.

Nel film, che non risente troppo della sua origine teatrale, non mancano episodi grotteschi, come il processo al ratto catturato nella carcassa del cavallo. La sua sorte prefigura quella del povero soldato Hamp e, purtroppo, anche quella dei suoi commilitoni, destinati a identica fine anche senza essere stati giudicati disertori.

Il film è illuminato da una grande recitazione, mai gratuitamente sopra le righe, di tutto il cast nel quale spiccano, ed era ovvio, Tom Courtenay, il volto per antonomasia del free cinema inglese, e il grande Dirk Bogarde, reduce dal Servo, sempre del transfuga americano Losey.

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Core 'e metall'

by sasso67 (17/05/2005 - 22:36)

Sull'ultimo numero di Pulp (il n° 55) il recensore Maurizio Marsico stronca senza pietà l'edizione di Mr. Tambourine. Testi e poesie 1962 - 1985 di Bob Dylan dell'Arcana editrice, con traduzione di Tito Schipa Jr., criticando il tentativo del traduttore di rendere "liriche" in italiano le "liriche" del cantautore americano, con traduzioni fantasiose del tipo viaggaufo per hobo o calle per row e concludendo la recensione con le seguenti parole «Le parole spesso non sono nient'altro di diverso da ciò che appaiono, sono le melodie, gli accordi e l'interpretazione semmai a cambiarle e a mutarne il senso. Il Re maggiore e il Si minore, il Do diminuito e la settima, più una voce nasale, un singhiozzo, un mezzo sorriso, una stizza di rabbia, un gorgheggio. Cose intraducibili e difficilissimi da cogliere. Se ne faccia una ragione e getti la spugna».

Mi è tornato in mente quando Fele mi chiedeva di fargli le traduzioni delle canzoni heavy metal che ascoltava lui e io gliele traducevo in dialetto napoletano, facendo traduzioni tipo Core 'e metall' per Metal Heart degli Accept, della quale accreditavo come autori il duo Merola - Dirkschneider (il ritornello diceva «Core 'e metall', core 'e metall', l'hanno trovato per ogni dove, Core 'e metall', core 'e metall', piezz' d'acciaje senza vita...»), oppure 'A nuttata d'Ognissanti per Halloween degli Helloween (autori: Merola - Kiske).

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Prestigiacomo

by sasso67 (17/05/2005 - 22:18)

Il ministro Prestigiacomo a Ballarò ha fatto un'interessante distinzione tra i lavoratori: secondo lei ci sono i lavoratori produttivi, cioè quelli del settore privato, e i lavori improduttivi, cioè gli statali (durante i fischi che l'hanno investita la si sentiva mormorare incredula "che cosa producono gli statali...?").

Io ne trarrei due conclusioni, non necessariamente alternative. La prima è che si potrebbe individuare una terza categoria di lavoratori, anche se lavoratori è una parola grossa, per loro: i parassiti, cioè i ministri. La seconda è che non credo assolutamente che ci sia una "storia" tra la Prestigiacomo e Gianfranco Fini. Si sa che a Fini piacciono le donne intelligenti.

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La notte dell'edera

by sasso67 (16/05/2005 - 19:22)

Il traditore (USA, 1935) di John Ford. Con Victor McLaglen (Gypo Nolan), Heather Angel (Mary McPhillip), Preston Foster (Dan Gallagher), Margot Grahame (Kattie Madden), Wallace Ford (Frankie McPhillip), Donald Meek (Pat Mulligan), J. M. Kerrigan (Terry), Joseph Sawyer (Bartley Mulholland), Una O'Connor (signora McPhillip), D'Arcy Corrigan (il cieco).

Gypo Nolan (Victor McLaglen)A Dublino, nel 1922, durante la rivolta antibritannica del Sinn Fein, Gypo Nolan, ridotto in miseria, vende alla polizia inglese un amico, membro della resistenza. Con i soldi spera di poter emigrare in America con la ragazza che ama. Roso dal rimorso, finirà per sperperare il denaro in una notte di bagordi e per essere giustiziato dai membri della rivolta.

Un altro notevolissimo film di Ford, uno dei suoi migliori non-western. Si tratta di una specie di Delitto e castigo dublinese, con retroterra cattolico ed alcolico e trattato con uno stile fortemente simbolico ed espressionista. Si avverte anche l'influenza del Joyce di Gente di Dublino, ma molto di quanto accade intorno a Gypo rispecchia quanto sta accadendo dentro di lui: il cieco che Gypo prende per il collo simboleggia la sua coscienza. Allo stesso tempo il rimorso si fa prepotentemente strada dentro l'informatore, acuendo il suo bisogno di stare con la gente, contornarsi del maggior numero possibile di persone, conosciute e non, amici veri e parassiti. Gypo annegherà il rimorso nell'alcol, ma in preda ai suoi fumi scialacquerà il denaro e si smaschererà agli occhi dei vecchi compagni di lotta.

Mastodontica interpretazione di Victor McLaglen (che vinse anche il premio Oscar), che in un finale quasi cristologico ha la scena madre della sua carriera e mostra come il suo personaggio possa morire in pace con gli uomini e con Dio.

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la madre dei poliziotteschi

by sasso67 (15/05/2005 - 13:44)

La polizia ringrazia (Italia, 1972) di Stefano Vanzina. Con Enrico Maria Salerno (commissario Bertone), Mariangela Melato (Sandra), Mario Adorf (sostituto procuratore Ricciuti), Franco Fabrizi (Bettarini), Corrado Gaipa (l'avvocato), Cyril Cusack (Stolfi), Laura Belli (Anna Maria Sprovieri), Jürgen Drews (Michele Settecamini), Ezio Sancrotti (Santalamenti), Ferdinando Murolo (capo dei giustizieri), Gianfranco Barra (Esposito), Giorgio Piazza (Ministro degli Interni).

SalernoLa polizia non riesce a fermare un'ondata di violenza criminale a causa delle leggi garantiste, mentre i criminali assicurati alla giustizia vengono assolti in tribunale per insufficienza di prove. Allo stesso tempo un'organizzazione segreta organizza linciaggi notturni nei confronti di coloro che considera la feccia della società (delinquenti comuni, prostitute, omosessuali...) scaricandoli cadaveri davanti ai manifesti che invitano a tenere Roma pulita.

Steno firma la sua unica regia con il suo vero nome, forse perché l'argomento era sentito come più serio rispetto alla media delle commedie dirette dal regista. Personalmente ricordo le discussioni dei miei genitori sulla polizia che non poteva sparare (un episodio famoso fu il dirottamento di un aereo da parte di terroristi palestinesi all'aeroporto di Fiumicino) e sui bassi stipendi dei poliziotti. La polizia ringrazia è un buon film: la sceneggiatura è solida, il ritmoCusack serrato, il linguaggio credibile, la fotografia ottima e la recitazione pure (su tutti l'ottimo Salerno, la Melato e anche Cusack).

Attenzione, l'ideologia che sta dietro al film non è per niente fascistizzante. È indubbiamente pessimistica e problematica, riflettendo il dibattito, molto sentito all'epoca, su democrazia e repressione, ma condanna con nettezza i giustizieri della notte che invece in America (si pensi al personaggio più volte interpretato da Charles Bronson) erano giustificati e quasi esaltati. Al club del golf dicono del commissario Bertone «era un bravo poliziotto»; se fossero stati in Sicilia avrebbero detto come nel finale di A ciascuno il suo «era un cretino».

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Coral, il lardo che uccide

by sasso67 (15/05/2005 - 13:00)

Profundo carmesì (Messico/Francia/Spagna, 1996) di Arturo Ripstein. Con Regina Orozco (Coral Fabre), Daniel Giménez-Cacho (Nico Estrella), Marisa Paredes (Irene Gallardo), Verónica Merchant (Rebeca Sanpedro), Julieta Egurrola (Juanita Norton), Rosa Furman (Sara Silberman), Sherlyn González (Teresa), Giovanni Florido (Carlitos).

Profundo carmesìSe mai è esistita, al cinema, la rappresentazione di un amour fou di derivazione surrealista, questo ne è probabilmente l'esempio più sfolgorante. Un film come questo sarebbe sicuramente piaciuto a cineasti come Buñuel e Marco Ferreri. Si narra la storia, ambientata nel Messico del 1949 e tratta da un fatto di cronaca reale, di un'infermiera cicciona madre di due bambini e senza marito che, invaghita di Charles Boyer, risponde all'annuncio su una rivista di un imbroglioncello che si spaccia per sosia del divo francese. La donna se ne innamora immediatamente e non lo lascia nemmeno quando lo squallido individuo rifiuta i bambini né quando scopra di quali mezzucci viva. Inizia così un sodalizio psicopatico-criminale a metà tra Bonnie & Clyde e Arsenico e vecchi merletti nel quale il cervello (!) è la donna, mentre l'uomo ci mette soltanto il pisello.

Il film di Ripstein si fa seguire con interesse nonostante la materia repellente: i crimini della coppia diventano via via più sordidi (alla fine l'omicidio di una bimba innocente), un po' come la carriera criminale di Henry e Otis in Henry pioggia di sangue. Ma non c'è solo questo: a sottofondare la vicenda c'è questo rapporto d'amore insano e una serie di personaggi femminili squallidi e soli (la moglie infedele, la zitella fanatica religiosa, la vedovella avida) che in alcuni momenti inducono lo spettatore perfino a pensare "e dai, spaccale la testa!". E probabilmente il messaggio, se messaggio c'è, è proprio quello di far riflettere sul fatto che una società mostruosa non può che produrre mostri: tanto è vero che i rappresentanti delle istituzioni (la polizia) non si comporta in maniera diversa dai due disgraziati criminali protagonisti della più sgangherata e sanguinosa luna di miele della storia del cinema.

Eccellenti i due interpreti, la voluminosa Regina Orozco e il mingherlino Daniel Giménez-Cacho (un falso gentiluomo spagnolo che perde la pazienza soltanto quando gli maltrattano il parrucchino), i quali entrano vieppiù in parte mano a mano che il film procede. La riuscita del film dipende anche da loro, oltre che dalla bella colonna sonora di David Mansfield.

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erirtornodermonnezza

by sasso67 (14/05/2005 - 22:44)

"SINCERITA' BEATA

DE UNVIAGGIO

SOLO ANDATA"

bombolo cannavale oronzocanà tomasmilia letettedellafenec paolorobbertocotechigno ergrampezzodellubbarda arvarovitali liniobbanfi venticello ciccieffranco benvenutiastifrocioni gimmierfenomeno mariobbrega giggierbullo pierinouno pierinodue pierinotredici chingsordatinoeddartagnà pippiofranco terruncello nicogirardi labbizzona gloriagguida ipolizziotteschi ergobbo acalibbronove milanioviolenta napolispara romarisponne torinoisencazza amoiieinvacanza lamaestrazozzona escolareingrifate ercinnemapecoreccio erdecamerotico montagnani mandrache ercinemadeseriebbì erpomata attilaflaccellotittio larfasud ipantaloniazzampa ibasettoni ermonnezza.

secchiama vanzina diteiie che nun tornano.  

ventisettapiledumileccincue

(Adriano sala 4 fila I posto 18. biglietto a un Euro e 50 centesimi. Di troppo.)

di Johnny Palomba

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4 Sì

by sasso67 (14/05/2005 - 22:28)

I prossimi 12 e 13 giugno si svolgeranno i referendum per l'abrogazione di quattro norme della legge 40/2004 in materia di procreazione "medicalmente assistita".
Io voterò 4 sì, per diversi motivi. 1) Perché non si può bloccare la ricerca che può consentire di sconfiggere, o almeno curare, malattie gravi come il cancro, il diabete, l'Alzheimer, il Parkinson, impedendo ai ricercatori di utilizzare le cellule staminali prelevate dagli embrioni; 2) perché questa legge mette a rischio la salute delle donne che ricorrono alla fecondazione assistita; 3) perché non è giusto vietare per legge la fecondazione eterologa, soprattutto per le coppie che non sono "fertili"; 4) perché è assurdo attribuire all'ovulo fecondato i diritti di un cittadino a pieno titolo, soprattutto se si considera che in Italia è consentita l'interruzione di gravidanza fino al terzo mese; 5) perché chi si oppone al referendum non porta motivi validi a sostegno della legge, sostenendo anzi che "è meglio una cattiva legge che nessuna legge"; 6) perché il cardinale Ruini ha invitato gli elettori a non andare a votare.
Per maggiore conoscenza, visto che prevale l'interesse di molti a non parlarne, inserisco il link al sito del comitato per il sì al referendum: http://www.comitatoreferendum.it/xml/hp.asp

Paolo Hendel vota Sì.

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Crepuscolo in Costa Azzurra

by sasso67 (14/05/2005 - 14:33)

Daddy Nostalgie (Francia, 1990) di Bertrand Tavernier. Con Dirk Bogarde (Daddy), Jane Birkin (Carol), Odette Laure (Miche), Michèle Minns (Carol bambina), Emmanuelle Bataille (Juliette), Charlotte Kady (Barbara), Louis Ducreux (anziano nel métro).

Daddy NostalgieBuon film di sentimenti e d'attori. Non il migliore di Tavernier (che per me resta Che la festa cominci... del 1975), risentendo talvolta di un'affettazione tipica di tanto cinema francese, specialmente quando si pone come obiettivo di mostrare le piccole cose di tutti i giorni (la canzone ricorrente del film s'intitola appunto These Foolish Things). Il film però dovrebbe essere visto soltanto per la mostruosa prova d'attore di Dirk Bogarde, un attore di cui varrebbe la pena di vedere almeno il 95% delle interpretazioni. E del resto questo Daddy Nostalgie rappresenta il suo ultimo film, anche se il grande attore è morto nel maggio del 1999. Fra l'altro credo che la riuscita del film dipenda in gran parte, oltre che dalla presenza del "mostro sacro", dal grado di coinvolgimento dei principali artefici del film: la sceneggiatrice Colo O'Hagan scrive un copione autobiografico, ispirandosi al rapporto intrattenuto con il proprio padre; Tavernier, ex marito della O'Hagan, perse il padre proprio durante le riprese del film; Bogarde era un inglese di padre olandese, mentre la Birkin è un'inglese che ha lungamente vissuto in Francia. Nel film Carol è la figlia di un inglese, probabilmente un diplomatico, e di una francese, e infatti parla in inglese con il padre e in francese con la madre. Nelle due intense settimane che la figlia ha modo di passare a stretto contatto con i genitori a seguito della malattia del padre (da piccola era spesso affidata alla tata), nell'incombere della morte si assopiscono gli egoismi del vecchio Daddy e i sentimenti di rivalsa della figlia, mentre emergono i legami veri e forti che tengono unita l'anziana coppia, al di là dei normali screzi un po' infantili e un po' bisbetici tra moglie e marito.

Detto di alcuni difettucci, che affliggono spesso il cinema francese in quanto tale (tranne, Dio gliene renda merito, la nouvelle vague), rendendolo talvolta "preziosamente ridicolo", vorrei ancora una volta richiamare l'attenzione che i sottotitoli - presenti nelle parti dialogate in inglese - bianchi su sfondo bianco non si leggono.

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100 euro

by sasso67 (14/05/2005 - 14:08)

100 euro d'aumento... e chi li ha mai visti? I diretti interessati, gli impiegati come me sanno benissimo che i 100 euro di cui parlano i giornali esistono soltanto nella mente di chi ha voglia di fare demagogia. Parlando per esperienza so benissimo che quei 100 euro, trattandosi di una media, bene che vada si tradurranno in 30 euro netti al mese in busta paga. Ma, ripeto, bene che vada.

Eppure il nostro contratto è scaduto il 31 dicembre 2003, cioè da quasi un anno e mezzo. Per la verità due anni fa andò pure peggio: il contratto precedente era scaduto il 31 dicembre 2001, cioè prima della piena entrata in vigore dell'euro, e ci fu rinnovato soltanto nell'ottobre del 2003. E dopo soli due mesi era già scaduto.

Però la cosa più vergognosa è sentirsi dire di no, e doversi pure sorbire la sua predica ("Non me la sono sentita..."), da uno che in dieci anni ha triplicato il patrimonio personale che era già plurimiliardario e che nella metà del tempo ha mandato in rovina l'economia italiana. Ma si vergogni, lui e chi ce l'ha mandato.

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l'imbandito Giuliano

by sasso67 (13/05/2005 - 19:19)

Il Siciliano (USA, 1987) di Michael Cimino. Con Christopher Lambert (Salvatore Giuliano), John Turturro (Gaspare Pisciotta), Terence Stamp (principe Borsa), Joss Ackland (Don Masino), Barbara Sukowa (Camilla, duchessa di Crotone), Giulia Boschi (Giovanna Ferra), Richard Bauer (Hector Adonis), Ray McAnally (Trezza), Stanko Molnar (Silvio Ferra), Andreas Katsulas (Passatempo), Derrick Branche (Terranova).

«Preceduto dalla polemica abituale per i film di questo regista (il quale come sempre protesta che c'è un'edizione più lunga e più bella massacrata dai produttori), il film non riesce neppure a competere con il romanzo d'origine, scritto da Mario Puzo agganciandosi alla fortunata saga de Il padrino. Se il libro ha una sua leggibilità da letteratura ferroviaria, il film non trova né un filo narrativo, né un ritmo, né una sia pur grossolana credibilità dei personaggi. Nella realtà un picciotto ingenuo e ignorante, manovrato come un burattino da mafia e forze dell'ordine ed eliminato appena minacciava di diventare ingombrante, nella personificazione di uno stranito Christopher Lambert, il "Re di Montelepre" si presenta come un eroe popolare, che combatte le ingiustizie sociali e dà la terra ai contadini. Quando Cimino inciampa contro la clamorosa evidenza del contrario, tipico l'episodio della strage di Portella della Ginestra in cui la banda Giuliano sparò sui contadini che festeggiavano il primo maggio 1947, si ribadiscono le tesi dell'innocenza di Giuliano fuorilegge senza macchia. Indecente e nefasto a livello storico-politico, con personaggi e situazioni che sfiorano di continuo il grottesco involontario, Il Siciliano è inaccettabile anche come favola epica. Per avere la dignità di uno spettacolo da opera dei pupi gli mancano troppe cose: la sincerità, il linguaggio popolare, l'afflato antropologico. E la Sicilia che si vede nel film ha lo smalto mercificato di una collezione di cartoline.» (Tullio Kezich, 1987).

Non si può non concordare con l'analisi che Kezich fece all'epoca dell'uscita del film. In realtà quando, dopo cinque minuti di film, la Sukowa esce sul balcone e si mostra nuda al bandito Giuliano, si capisce già che non sarà una cosa seria. Cimino riesce in questo film penosamente brutto a ridicolizzare attori bravi come Stamp e la stessa Sukowa, per non parlare di interpreti mediocri già di suo come Lambert e la Boschi. Personalmente salverei soltanto il giovane Turturro e il vecchio Ackland, ma è ben magra consolazione per un prodotto che per rapporto qualità-prezzo è uno dei più vergognosi della storia del cinema. E non c'è scusante che tenga: ho visto la versione lunga di cui parlava Cimino...

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...e speriamo che sia l'ultimo...

by sasso67 (11/05/2005 - 20:21)

L'ultimo cacciatore (Italia, 1980) di Anthony M. Dawson [Antonio Margheriti]. Con David Warbeck (cap. Morris), Tisa Farrow (Jane Foster), Tony King (George "Wash" Washington), Bobby Rhodes (Carlos), John Steiner (magg. Cash), Margit Evelyne Newton (Carol), Alan Collins [Luciano Pigozzi] (barista omosessuale).

Improbabile miscuglione tra Il cacciatore di Cimino e Apocalypse Now di Coppola. Niente è credibile in questo film: dalla missione del capitano Morris, tanto segreta da comprendere una fotoreporter al seguito, al colpo di scena finale, che vede un'americana, fidanzata di un soldato, passare dalla parte dei viet cong per invitare i militari del suo paese a disertare (un eccesso di pacifismo? amore del regime comunista nordvietnamita?). Dawson/Margheriti eccede nel mostrare particolari splatter - un occhio cavato, una gamba amputata, un branco di pantegane fameliche che mordono il protagonista - ma deve accontentarsi di fare le nozze con i fichi secchi: dispone di due elicotteri e li ricicla all'infinito. I viet cong sembrano usciti da un'operetta o da una parodia mal riuscita, con quei cappellini a metà tra lo spettatore di tennis e il pescatore della domenica. Gli attori sono canissimi, soprattutto i due principali, Warbeck e la sorellina di Mia Farrow, che si esibisce in un fugace nudo. John Steiner recita una macchietta del Robert Duvall di Apocalypse Now, ordinando a un suo soldato di andargli a prendere una noce di cocco su un albero situato in campo nemico. Il povero Pigozzi deve addirittura recitare un barista gay di un bar allestito in una caverna della giungla vietnamita, mentre alle sue spalle si vede chiaramente l'immancabile bottiglia del J&B. Ma per favore...

Salverei la prova dei due comprimari di colore, l'americano vero Tony King e l'americano di Livorno Bobby Rhodes. Un film come questo potrebbe degnamente illustrare l'italica arte d'arrangiarsi, anche se Margheriti (morto nel 2002) avrebbe dovuto dire "A me m'ha rovinato la sporca guera..."

Film come questo dimostrano che la classificazione "cinema di serie B" (ma per me questo è anche C o D) non dipende soltanto dalla scarsezza di mezzi, ma anche dall'assoluta carenza d'idee.

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Bignami di guerra e prigionia

by sasso67 (10/05/2005 - 23:08)

Eroi all'inferno (Italia, 1973) di Michael Wotruba. Con Ettore Manni (Bakara), Klaus Kinski (gen. Kaufman), Rosemarie Lindt (partigiana), Luigi Antonio Guerra, Lu Kamante, George Manes.

Massaccesi"Si fa quel che si pòle" diceva Fucini. E così sembra dire con questo film il buon Michael Wotruba, alias Joe D'Amato, alias Aristide Massaccesi, lo stakanovista del cinema (guerreschi, comici, erotici, pornazzi) morto nel 1999. Fedele all'estetica di Roger Corman, Massaccesi (che qui firma con il suo vero nome la fotografia) costruisce un film sul vuoto, tanto è vero che all'inizio utilizza come scene di raccordo filmati originali della seconda querra mondiale. Se la fotografia è dignitosissima, manca totalmente la sceneggiatura, formalmente opera dello stesso regista, gli attori sono fuori parte (Manni, anzianotto e sovrappeso, è ridicolo come eroe alla Schwarzenegger o alla Segal), i dialoghi penosi ("Quel lurido verme l'ha ucciso!") e le scelte narrative infime: la sagra dello stereotipo comprende i tedeschi tonni, con la bella partigiana che per distrarre le sentinelle mostra loro il bordo delle autoreggenti come Laura Antonelli in Malizia. E del resto l'attricetta è Rosemarie Lindt che ha al suo attivo una notevole serie di filmetti erotici anche con Tinto Brass).

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fetuso

by sasso67 (09/05/2005 - 23:19)

Su una vecchia Garzantina dei miei genitori, accanto alla voce "Pasolini, Pier Paolo" il mio babbo aveva annotato a penna "pederasta comunista" (oppure, a termini invertiti, "comunista pederasta"). Evidentemente all'epoca - nella Garzantina Pasolini era dato ancora come vivente, quindi si parla di prima dell'omicidio - era questo che in certi ambienti si lasciava trapelare sul poeta: si preferiva puntare l'attenzione sulla (per certi versi discutibile) condotta morale di Pasolini. Dico discutibile perché proprio Pasolini, il poeta e profeta delle periferie romane e dei ragazzi di vita, avrebbe dovuto evitare di andare a raccattare minorenni alla stazione, ma comunque dico discutibile e non per forza condannabile: probabilmente Pelosi a diciassette anni era più scafato di me a venti.

E però mi accorgo di esserci cascato anch'io a parlare di questo aspetto della vita di Pasolini, anziché delle sue idee, che sono quelle che in realtà hanno portato qualche ambiente fascistoide a decretarne la morte. E non è nemmeno necessario che qualcuno abbia detto a qualcun altro "uccidete Pasolini". Può valere anche in questo caso, come per altri omicidi eccellenti avvenuti in Italia (ad esempio quello di Enrico Mattei) la teoria dei cerchi concentrici.

C'è un altro particolare. Secondo Pelosi, gli assassini di Pasolini, dei quali egli si assunse la responsabilità, lo chiamavano, mentre lo bastonavano a sangue, "sporco comunista" e "fetuso". Alla tragedia si aggiunge un tocco di commedia all'italiana da quattro soldi, da film di Franco e Ciccio. Che (ulteriore) tristezza...

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Eppur si vince

by sasso67 (08/05/2005 - 20:04)

Juve 79, Milan 76... Il campionato non è finito, ma insomma è sempre meglio vincere gli scontri diretti che perderli, come avrebbe detto Monsiuer de Lapalisse. La Juve non ha strafatto e, anzi, nel secondo tempo è stata spesso schiacciata nella propria metà campo dal Milan. Però, se poi si va a vedere, le migliori occasioni da gol sono state proprio della Juve (oltre al gol, un tiro di Del Piero nel primo tempo e poi la traversa, sempre di Del Piero nel secondo), mentre il Milan è stato veramente pericoloso soltanto con il contropiede Shevchenko - Inzaghi, fra l'altro nato da un fallo di Gattuso su Camoranesi (che ne è rimasto azzoppato) non rilevato da Collina.

C'era un rigore in favore del Milan che Collina non ha fischiato (però mi sembra che anche Cafu abbia smanacciato, forse perfino prima di Zambrotta), però se si va a vedere tutto l'arbitraggio bisogna anche considerare la mancata espulsione di Nesta per una trattenuta a Camoranesi già dopo meno di mezz'ora del primo tempo: per un fallo analogo su Kakà Emerson è stato ammonito. Come ha fatto notare Tosatti a Novantesimo minuto, se si vuole parlare dell'arbitro, analizziamo le decisioni contro ma anche quelle a favore. Sempre a Novantesimo minuto hanno messo in risalto che Berlusconi ha detto che c'era un rigore per il Milan: a parte il fatto che c'era, a parte il fatto che comunque Berlusconi è pur sempre il padrone del Milan, ora ci vorranno far passare Berlusconi per un modello di obbiettività?

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Forza Juve

by sasso67 (08/05/2005 - 13:39)

Secondo Gianni Mura alla Juve può andare bene il pareggio perché nelle ultime tre giornate ha un calendario più facile rispetto al Milan. Ben venga un pareggio, ma guai se la Juve giocasse per il pareggio: si renderebbe protagonista di una partita penosa, una "ritirata di fronte al nemico" che nemmeno l'eventuale vittoria del campionato potrebbe riscattare. Speriamo che sia una bella partita e che, comunque vada, alla fine non vi siano ombre e dubbi sul risultato.

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Quello sporco ultimo film

by sasso67 (07/05/2005 - 17:43)

Ogni maledetta domenica (USA, 1999) di Oliver Stone. Con Al Pacino (Tony D'Amato), Cameron Diaz (Christina Pagniacci), Dennis Quaid (Jack "Cap" Rooney), James Woods (dott. Harvey Mandrake), Jamie Foxx (Willie Beamen), LL Cool J (Julian Washington), Matthew Modine (dott. Ollie Powers), Jim Brown (Montezuma Monroe), Lawrence Taylor (Luther "Shark" Lavay), Andrew Bryniarski (Patrick "Madman" Kelly), Elizabeth Berkley (Mandy), Lela Rochon (Vanessa), Lauren Holly (Cindy Rooney), Ann-Margret (Margaret Pagniacci), John C. McGinley (Jack Rose), Charlton Heston (commissario).

Foxx, Pacino e QuaidBrutto film, davvero. La storia è risaputa, vista e rivista, i personaggi tagliati con l'accetta come al solito per Stone, anche se in questo film tenta, senza riuscirci, di dare spessore psicologico ad almeno un paio di personaggi. Lo stile videoclipparo piacerà probabilmente ai giovani, ma se va bene per dare immagini a una canzone, qui dopo dieci minuti ha già stancato. Sarà davvero così la vita dei giocatori di football, tutta limousine, ville faraoniche, locali patinati, festini a base di sesso e droga? Può anche darsi, ma certo questo film sa di falso lontano un miglio. Al Pacino è bravo, ma il suo personaggio sentenzioso e filosofeggiante fino al limite del fastidio mi sembra davvero poco credibile. Ancora meno lo è quello di Cameron Diaz, la quale dal canto suo c'entra come i cavoli a merenda, proprio come in Gangs Of New York. Incapace di capire se deve essere buona oppure cattiva come Crudelia De Mon, a parte i soldi presi, professionalmente avrebbe fatto meglio a rifiutare il film (e forse è un po' come il giocatore con lesione cerebrale che vuole giocare per guadagnare un milione di dollari). Le azioni di gioco, benché io non sia un intenditore di football americano, mi sembrano credibili quanto quelle di Holly e Benji in campo calcistico. La parte migliore del film (se si esclude la lodevole citazione di Paranoid dei Black Sabbath e Motorbreath dei Metallica - "Hatfield è Dio!" urla il gorillone Madman Kelly) è la zampata finale di Pacino al suo vecchio club che sta per lasciare, con l'annuncio dato con il sorriso sotto i baffi, come a far capire alla spregiudicata presidentessa degli Sharks che anche lui sa adattarsi ai nuovi metodi: peccato che siamo già sui titoli di coda. Oliver Stone, a mio parere ha dato il meglio di sé con Wall Street e Talk Radio. Il football americano ha probabilmente avuto il meglio da Quella sporca ultima meta, benché non fosse ambientato nel mondo dei professionisti come questo. Ogni maledetta domenica è maledettamente lontano da quei tre precedenti.

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Chi è Franceschino???

by sasso67 (07/05/2005 - 15:58)

Giovannona Coscialunga, disonorata con onore (Italia, 1973) di Sergio Martino. Con Edwige Fenech (Cocò), Pippo Franco (rag. Mario Albertini), Gigi Ballista (comm. La Noce), Vittorio Caprioli (on. Carmelo Pedicò), Riccardo Garrone (Robertuzzo), Adriana Facchetti (segretaria dell'onorevole), Armando Bandini (viaggiatore gay), Vincenzo Crocitti (ferroviere), Gino Pagnani (autista carro funebre), Patrizia Adiutori (Luisella), Francesca Romana Coluzzi (signora Pedicò), Nello Pazzafini (Franceschino), Danika La Loggia (signora La Noce), Sandro Merli (monsignore), Sandro Dori (automobilista pazzo), Franca Scagnetti (cuoca di Pedicò).

Prostituta - Questa è zona di Franceschino!

Rag. Albertini - E chi è Franceschino? Chi è 'sto Franceschino?!? Chi è Franceschinooo?!?

Prostituta - A Franceschino, sorti fora!

Rag. Albertini - A Franceschi' nun me menà!!!

Un industriale del nord, con sede a Roma, ha una fabbrica di formaggi in Sicilia che inquina un fiume. Un pretore d'assalto apre un'inchiesta e blocca la produzione, per cui l'imprenditore si raccomanda a un parlamentare siciliano onesto ma con il debole per le belle donne. Visto che la moglie del commendatore è una donna di una certa età e piissima, il rag. Albertini, dipendente di La Noce, gli troverà una donna da far passare per sua moglie con l'onorevole. La donna è bellissima, peccato che sia una prostituta con un terribile accento ciociaro-marchigiano...

Uno dei film di culto della commedia italiana anni settanta, ormai entrato nell'immaginario collettivo soprattutto per la citazione nel Secondo tragico Fantozzi che contrappone il film di Martino alla Corazzata Potëmkin. In realtà il film è molto meno volgare di quel che si pensa ed è abbastanza divertente, pur nella scarsa consistenza della trama e negli espedienti da pochade (specialmente nella scena del treno e nella notte passata a casa Pedicò) che gli autori utilizzano per infarcire di gag il film.

La "cifra stilistica" di Giovannona Coscialunga è il grottesco, basti pensare ai parrucchini di Caprioli, Franco e Ballista o ai vestiti e soprattutto alle scarpe di Garrone. Ecco, più che la volgarità è presente una dose massiccia (talvolta eccessiva) di grottesco intrecciata alla pochade di derivazione francese (Feydeau). Questa forte dose di grottesco trova la sua fondamentale spiegazione nel successo appena riscosso dal film della Wertmuller Mimì metallurgico ferito nell'onore, di cui riproduce il fish eye sulle parti anatomiche delle attrici: così come si esercitava sul sedere di Elena Fiore in Mimì metallurgico, qui si appunta sui seni della Fenech, in mezzo ai quali spunta il nasone di Pippo Franco. E perfino il titolo è stato modellato sul film della Wertmuller, tanto che il titolo della lavorazione era Un grosso affare per un piccolo industriale e perfino la frase in cui la Fenech dice «non per vantarmi ma allu paese me chiamano Giovannona Coscialunga» fu aggiunta in post-produzione.

Il merito della riuscita (almeno secondo me il film è riuscito, nel suo genere) di Giovannona Coscialunga è da attribuirsi agli attori, primo tra tutti lo straordinario Gigi Ballista, che è un cumenda strepitoso, non superato dal "fantozziano" Ugo Bolgna né dal vanziniano Guido Nicheli. La Fenech se la cava in un ruolo comico, così come sono notevoli le prestazioni di Caprioli, Franco e Garrone. Proprio un duetto tra questi ultimi costituisce una delle gag migliori del film: il pappa Garrone rifila uno schiaffone a Pippo Franco e questi esclama «Spostiamoci che qui se menano!».

Tra un frizzo e un lazzo, con la tardona segretaria dell'onorevole (Adriana Facchetti) che concupisce Gigi Ballista, si arriva alla comica finale nella piscina coperta dell'onorevole, che prelude al ribaltamento finale nel quale Garrone diventa portavoce (lui che non azzeccava un congiuntivo!) della nuova società di proprietà del commendator La Noce e patrocinata dall'onorevole Pedicò, mentre Pippo Franco si trasforma in magnaccia per la Fenech. E qui c'è una delle scene più esilaranti dell'intero cinema italiano. Il duello quasi western tra Pippo Franco e il colosso Nello Pazzafini vale da solo il prezzo di dieci biglietti e quando il pappa neofita implora «A Franceschi' nun me menà» ci si sdraia per terra dalle risate.

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Cavalli al galoppo

by sasso67 (07/05/2005 - 12:21)

Ombre rosse (USA, 1939) di John Ford. Con John Wayne (Ringo Kid), Claire Trevor (Dallas), John Carradine (Hatfield), Thomas Mitchell (dott. Boone), George Bancroft (sceriffo Curly Wilcox), Andy Devine (Buck), Donald Meek (Samuel Peacock), Louise Platt (Lucy Mallory), Tim Holt (ten. Blanchard), Berton Churchill (Henry Gatewood), Joseph Rickson (Luke Plummer).

Mi ricordo che da bimbo, e parlo di quando avevo non più di tre o quattro anni (perché mi ricordo la casa da cui ci trasferimmo poco dopo la nascita di Fele) ci fu in tv un ciclo su John Ford. Non mi perdevo un film, anche se un giorno che ero stato "cattivo", ricevetti da mamma la punizione di non poter vedere il western della sera. Mi ricordo poi che di nascosto uscii dalla camerina e mi misi a guardare la tv: all'epoca c'erano solo due canali e anche i miei genitori guardavano il film di Ford. Quando mamma si accorse che spiavo la tv mi permise di vedere il film. Dall'epoca ho sempre portato nella memoria un duello nel quale un cowboy con il cappello bianco, che poi identificai per John Wayne, uccideva un cowboy con il cappello nero che si chiamava Luke. Quel film era Ombre rosse, che da quando avevo tre o quattro anni non avevo più visto.

Claire Trevor e John WayneOmbre rosse è un capolavoro del cinema e sicuramente uno dei dieci migliori western di sempre: in una mia ideale lista occuperebbe il numero uno, se non altro per "meriti cronologici". Questo film di Ford (sceneggiato dal grande Dudley Nichols) sa coniugare come forse nessun altro western precedente e successivo l'azione ambientata negli ampi spazi della Monument Valley con le scene in interni. L'azione vera e propria del film comincia infatti dopo che il regista ha descritto le psicologie dei personaggi che viaggeranno sulla diligenza: dal medico ubriacone alla umile prostituta (che insieme al bandito Ringo rappresentano i reietti della società), dal banchiere ladro al giocatore d'azzardo alla spocchiosa signora Mallory proveniente dalla civilizzata Virginia. Per Ford la diligenza è una metafora della nascita degli Stati Uniti moderni (cui purtroppo restano estranei proprio i nativi): la signora onorata e la prostituta, il fuorilegge dal buon cuore e il medico ubriacone, il commerciante di liquori e il gentiluomo del sud rovinato dal gioco, senza contare il banchiere disonesto ed ipocrita che si atteggia a persona irreprensibile. E tutto questo inserito in un contesto di forte puritanesimo, rappresentato dalla Lega delle brave donne di Tonto che cacciano dalla cittadina la prostituta e il medico alcolizzato. Durante il viaggio i ruoli si scambieranno più volte: il tremebondo commerciante di liquori, spesso appellato "reverendo" si trasformerà quasi in un vero prete, il medico alcolizzato saprà tirare fuori la propria residua dignità professionale nel momento del bisogno, mentre il giocatore chiederà che il padre giudice sappia che il figlio è morto in maniera onorevole. La prostituta sentirà il richiamo di una vita da moglie e mamma, il fuorilegge si rivelerà eroe, la signora perbenista scoprirà la dignità di chi sta più in basso di lei, lo sceriffo mostrerà il volto umano della legge e il banchiere sarà arrestato come un volgare ladro.

Gli indiani, e qui siamo alle dolenti note, sono vere e proprie "ombre rosse": più volte evocati, compaiono soltanto nella spettacolare sequenza dell'assalto alla diligenza che ormai ha fatto scuola. Ford non ha nessum atteggiamento negativo nei confronti dei pellerossa, ma se una pecca c'è è quella di aver spesso (e in questo film pure) lasciato in ombra le "ragioni" degli indigeni, che agli occhi di un tre-quattrenne qual ero io quando vedevo questi film per la prima volta, apparivano come dei violenti selvaggi che attaccavano una diligenza senza motivo e in maniera insensata. Diversi anni più tardi Ford stesso riconobbe di avere mancato in questo senso e gli indiani, nobilmente, lo accolsero come membro onorario della loro comunità. Fra l'altro, guardando il film mi sono domandato come mai gli Apaches non sparassero ai cavalli che tiravano la diligenza: in quel modo l'avrebbero fermata immediatamente. La stessa domanda fu posta a Ford, il quale rispose che "è probabilmente ciò che nella realtà gli indiani avrebbero fatto, ma se lo avessero fatto nella finzione scenica il film sarebbe finito subito". Ecco, dice Ford, tutto sommato si tratta di un film. Un film che si può vedere, ed apprezzare pienamente, anche dopo avere visto gli spaghetti western e i film politicamente corretti, anche nei confronti degli indiani, degli anni settanta: caso mai sono questi che non possono prescindere da Ombre rosse.

Contribuiscono alla grande riuscita del film gli attori, tra i quali restano impressi soprattutto il giovane John Wayne e l'anziano (be' insomma era di quindici anni più vecchio di WayneThomas Mitchell, che per l'interpretazione del medico ubriacone ricevette il premio Oscar.

Un appunto va fatto al doppiaggio italiano, che probabilmente, a distanza di sessantasei anni, sarebbe da rifare: come si può accettare di sentir chiamare "maresciallo" lo sceriffo, neanche fosse un carabiniere, oppure John Wayne che dice di chiamarsi Enrico?

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la morte ai parioli

by sasso67 (07/05/2005 - 11:45)

A tutte le auto della polizia... (Italia, 1975) di Mario Caiano. Con Antonio Sabàto (commissario Fernando Solmi), Luciana Paluzzi (ispett. Giovanna Nunziante), Gabriele Ferzetti (prof. Andrea Icardi), Enrico Maria Salerno (dott. Carraro, capo della Mobile), Elio Zamuto (prof. Giacometti), Ettore Manni (Enrico Tummoli, detto Momolo), Marino Masè (Franz Pagano), Bedy Moratti (signora Icardi), Adriana Fiore (ragazza riccia), Franco Ressel (ginecologo), Margherita Horowitz (cameriera), Anna Mirafiore (Fiorella Icardi), Tino Bianchi (questore), Mario Erpichini (Ministro Mordini).

Scompare la figlia di un famoso chirurgo. Tutta la polizia romana è impegnata nelle ricerche, anche il commissario Solmi, infastidito dal fatto che se si fosse trattato di una ragazzina dei quartieri poveri tutta quella mobilitazione non ci sarebbe stata. Viene ritrovato il cadavere della ragazzina e le indagini si indirizzano subito su un anziano guardone...

A tutte le auto della polizia... non è un poliziesco, con venature di giallo alla Dario Argento. Si resta un gradino sotto a film tipo L'uccello dalle piume di cristallo e Profondo rosso, ma ben sopra alla medie del genere poliziottesco dell'epoca. Il cast è notevole (nomi come Ferzetti e Salerno parlano da soli, ma non sono male nemmeno Sabàto, Manni, la Paluzzi, Masè) e sa rendere credibile una vicenda nella quale si indulge un po' troppo a mostrare i corpi nudi delle ragazzine, in maniera non sempre funzionale (benché ci si trovi in mezzo a un traffico di baby prostitute) allo sviluppo della trama. In film come questo è importantissima la fotografia, che può fare la differenza tra un buon prodotto e un oggetto di puro consumo, e quella di Pier Luigi Santi è davvero buona. Uno dei personaggi più riusciti del film è Momolo, ristoratore e guardone di coppiette, che è il primo sospettato della morte della ragazzina, e non può far a meno di far venire a mente, benché in un contesto romano anziché toscano, la figura di Pacciani.

Tra le comparse si notano una giovane Ida Di Benedetto nella parte di una tenutaria e Ilona Staller pre-porno nella parte della baby prostituta bionda.

P.S. In quanto a pubblicità (poco) occulta siamo ancora dalle parti del J&B, del Fernet Branca, delle Marlboro a cui si aggiunge in questa pellicola l'esposizione dei ciclomotori Piaggio (se non mi sbaglio si tratta dei primi Ciao).

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La finestra sul regime

by sasso67 (06/05/2005 - 23:08)

La lunga notte del '43 (Italia, 1960) di Florestano Vancini. Con Gabriele Ferzetti (Franco Villani), Belinda Lee (Anna Barillari), Enrico Maria Salerno (Pino Barillari), Gino Cervi (Carlo Aretusi), Andrea Checchi (farmacista).

Gino Cervi nel filmLa lunga notte del '43 sceneggiato dal regista insieme a Pier Paolo Pasolini ed Ennio De Concini a partire da un racconto di Giorgio Bassani, racconta del clima terribile creatosi a Ferrara, come in tutto il nord Italia dopo l'8 settembre 1943. Anche all'interno del Partito Fascista si è alla resa dei conti: lo spregiudicato Aretusi, capo dei falchi, fa uccidere il federale Bolognesi, della fazione "moderata". La colpa dell'omicidio viene fatta ricadere sugli antifascisti che, dopo un rastrellamento, saranno trucidati di notte. Vede tutto, dalla finestra dalla quale osserva il mondo, lo storpio dottor Barillari, che assiste anche impotente alla relazione della bella moglie Anna con una vecchia fiamma, il professor Villani, dal quale si era allontanata quando questi era partito per la guerra. Tra le vittime della rappresaglia c'è anche il padre di Villani, e quando Anna andrà dall'amante per rivelargli che Aretusi è il carnefice di suo padre, questi, sconvolto dal dolore, la caccerà senza farla parlare. Dopo di che il giovane Villani partirà per la Svizzera per evitare di dover tornare a combattere. Quindici anni dopo, tornando a Ferrara per turismo con moglie e figlio svizzeri, Villani darà inconsapevolmente la mano al carnefice di suo padre e scoprirà che il dottor Barillari è morto prima della fine della guerra mentre della moglie non si è saputo più niente.

La lunga notte del '43 è un film molto triste, soprattutto perché Vancini osserva che a distanza di quindici anni dalla fine della guerra non si sono realizzate le aspettative di coloro che la combatterono "dalla parte giusta". I criminali come Aretusi e quelli che preferirono non sapere e preferirono fuggire come Villani si stringono ormai la mano, mentre le aspettative di chi come Anna sperava in un futuro migliore alla fine della guerra (probabilmente sperava che fosse legalizzato il divorzio) sono andate deluse. Il film è davvero buono, forse perfino sottovalutato e gli scorci di Ferrara ricostruiti in studio sono credibili, così come l'atmosfera cupa degli anni della guerra e la psicologia dei personaggi. Gli interpreti sono all'altezza dei rispettivi ruoli, con una menzione particolare per Cervi e Salerno, che sembra il James Stewart della Finestra sul cortile in versione tragica. Belinda Lee è molto bella, ma doppiata dalla solita voce standardizzata che abbiamo sentito centinaia di volte nei film degli anni cinquanta e sessanta.

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resistere resistere resistere

by sasso67 (06/05/2005 - 14:30)

Achtung! Banditi! (Italia, 1951) di Carlo Lizzani. Con Gina Lollobrigida (Anna), Andrea Checchi (ingegnere), Lamberto Maggiorani (Marco), Giuseppe Taffarel (Vento), Giuliano Montaldo (Lorenzo), Franco Bologna (Gatto), Maria Laura Rocca (amante del diplomatico), Pietro Tordi (il diplomatico), Bruno Perellini (Biondo).

I banditi del titolo sono i partigiani, ovviamente secondo i tedeschi. In realtà si tratta di giovani coraggiosi, alcuni fin troppo ideologizzati (come Franco), altri di grande buon senso. In questo film abbastanza avvincente - benché risenta dei più di cinquant'anni trascorsi - asciutto, antispettacolare, ma ugualmente interessante, Lizzani propone un episodio resistenziale ispirato a fatti reali, in cui il successo contro i tedeschi fu ottenuto grazie all'alleanza tra partigiani, operai, donne e soldati reduci dal fronte russo (gli alpini).

Bravi gli interpreti, sia i più noti come Checchi e la Lollobrigida sia i meno conosciuti come Taffarel e il futuro regista Montaldo.

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Archivio Maggio 2005