Jethro Tull in zona
Questa potrebbe davvero essere l'ultima possibilità di vederli dal vivo, anche a causa delle persistenti voci di gravi malattie (qualche anno fa si parlava di un tumore alla gola), spero campate in aria, di Ian Anderson. I Jethro Tull sono il gruppo che più mi è rimasto nel cuore, forse anche perché a Montescudaio non c'è nessuno cui piacciono più che a me. L'unico altro fan montescudaino che conosco, a parte il Cecchini che lo è a causa mia, è Marco Sandroni, che li pronuncia "getro tùll" con la U. Poi a Livorno ci sarebbe il Bonarelli, che fra l'altro suona il flauto in un gruppo rock e al quale prestai un paio di cd qualche anno fa. E l'avvocato Geri della Casa Livorno e Provincia S.p.A. (ma lui è di Cascina), che ogni volta che mi vede si mette su una gamba sola e mima di suonare il flauto facendo "fa-fa-fa-fa-fa..." con la bocca, sulle note di Aqualung. Un mesetto fa, durante una riunione alla CASALP mi ha cantato tutta Locomotive Breath, mentre io cercavo di seguire l'inutile discussione. Me li sono già persi nel 1988 a Firenze in Piazza Santa Croce e ad almeno due Pistoia Blues, anche se Canta mi disse che avevano suonato soltanto per cinquanta minuti, facendo da spalla a Patti Smith (che tristezza
). Quest'anno suonano il 12 luglio a Sesto Fiorentino e il 14 a La Spezia. L'occasione sarebbe buona, anche se in quel periodo non sono in ferie. Penso che non ci andrò, ma so che dovrei andarci. Si vedrà.
troppobbelli (J. Palomba)
troppobbelli
"CHENFATTI LO SO MAPPERO' SOLO ADESSO
TORTUOSA E' LASTRADA CHE PORTA SURCESSO"
cuesto è unfirm che uno dice vabbè mò tepare che pure cuesti mò semetteno affà unfirm? maché davero? maallora è popo vero chercinnemaitagliano cià come nacrisi che uno sepenza mammò stai avvedè che cuesti sanno recità. no. emmò stai avvedè stai che cuesto è unfirm che cià pure tipo ummessaggio.
allora sapete che ve dichio? che ammé stofirm maricordato un eppisodio popo che della vita mia stofirm mà ricordato navorta
che volevo diventà fotiomodello allora mesò magnato duchili depistacchi. eccheccentra? centra.
allora siccome volevo diventà fotiomodello famoso spoiarellista mesò magnato pure duchili darachidi. eccheccentra? centra . allora siccome volevo diventà fotomodello famoso daatellevisione mesò magnato pure trellitri delatte corlimone. ammè stofirm maricordato steppisodio.una grandissima cagata.
mio cuggino lavora imminiera. è troppobello.
seim'aggiodumileccincue
(Proiezione privata di dvd piratato comprato da Lori, senegalese da tre mesi a Roma, all'angolo viale Gorizia via Ajaccio, impossibiitato a vedere il film in sala. in compagnia di un roscio e di una cinese )
Giudizio critico
Commento critico sul film Funny Games, sul sito di FilmTV.
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"Claustrofico!!!! "
:: leggi il seguito
:: opinione di xander
:: voto buono
:: inviata: 24 giugno 2005, 12:54»
Giochi Horror Picture Show
Funny Games (Austria, 1997) di Michael Haneke. Con Susanne Lothar (Anna), Ulrich Mühe (Georg), Arno Frisch (Paul), Frank Giering (Peter), Stefan Clapczynski (Schorschi), Doris Kunstmann (Gerda), Wolfgang Glück (Robert), Christoph Bantzer (Fred).
Notevole, questo film di Haneke, del quale non mi era per niente piaciuto La pianista (2001). È uno dei film più sadici che io abbia mai visto, ed allo stesso tempo è un film hitchcockiano, per come sa creare la tensione dal niente e per come sa gestirla una volta scoperte le carte.
I due giovani aguzzini potrebbero essere una versione aggiornata e corrotta (sic!) dei due dandy assassini di Nodo alla gola (1948), ma senza il gusto del bel gesto e imbevuti, almeno così sembra, di cultura fine a sé stessa inserita in un retroterra moralmente nichilista: quando Georg chiede loro perché facciano tutto questo, Paul risponde «Perché no?».
In questo film, è bene dirlo subito e poi lasciare lo spettatore godersi (anche se godersi non è il termine più adatto) l'avvincente storia, il lieto fine non è previsto, e a questo prezzo si accettano con piacere anche le furbate del regista, che rigira il coltello nella piaga consentendo ai due ribaldi di riavvolgere la storia come fosse il nastro di una videocassetta e al più bastardo dei due di guardare in camera e fare l'occhiolino allo spettatore.
Gli attori - i due interpreti principali sono marito e moglie anche nella vita - non hanno una sbavatura: sono tutti bravi e neutri al punto giusto da far risaltare, in questo caso sì (non con La pianista, nonostante Isabelle Huppert e Annie Girardot), la genialità di questo regista austriaco. Ed ecco un'altra cinematografia che esce dai film allo jodel per effettuare, pur con un solo autore di punta, la nostra asfittica produzione nazionale.
Persichetti
In questo periodo non è che le pubblicità televisive offrano un granché: quando vedo Del Piero con tanto di passerotto e Miss Italia al seguito, stringo gli occhi e non vedo l'ora che finisca. Ma la reclame che davvero non sopporto è quella della TIM con Christian De Sica. Battute del tipo "Trattengo la ragazza?" oppure "Sì, e io so' De Sica!" oppure chiamare Adriana Lima "il corpo del reato" fanno veramente venire freddo anche in queste serate di caldo equatoriale. Non contento, si presenta anche in veste di ballerino, come nei suoi mediocerrimi film, e si presenta quale "Urbano Persichetti", rubando fra l'altro il cognome a un celebre personaggio di Alvaro Vitali. Al peggio non c'è limite, ma un po' di dignità non guasterebbe. Diciamo la verità: Christian De Sica ha veramante rotto i coglioni.
Attenzione alla puttana bionda
Piazza Pulita (Italia, 1972) di Vance Lewis [Luigi Vanzi]. Con Tony Anthony (Pete Di Benedetto), Adolfo Celi (Polese), Lucretia Love (Perla), Richard Conte (il boss morto), Corrado Gaipa (il boss zoppo), Irene Papas (la vedova del boss), Lionel Stander (boss di New York).
Inizia come una specie di parodia del film di gangster, sul tipo della Stangata o di Bluff con Celentano e Anthony Quinn, e mantiene un tono scanzonato fino al momento del guasto della macchina. Poi vira verso un mafia-movie alla Padrino con scene molto violente, quasi disturbanti, almeno per l'epoca e per il genere. Il soggetto del film è dello stesso protagonista Tony Anthony alias Tony Pettito, protagonista, con il regista Luigi Vanzi, di alcuni spaghetti western. Gli interpreti sono tutti corretti in questo film, con una particolare menzione per il solito malvagio interpretato con ottimo mestiere da Adolfo Celi, ma il film, pur non essendo una schifezza come altri prodotti dello stesso periodo, non è nemmeno quel granché. Lucretia Love (alias Anna Morganti) se la cava discretamente, imparando alla svelta la legge delle quattro F: fatti furbo, fotti e fregatìnne.
Dalla Cina con timore
Expect The Unexpected (Hong Kong, 1998) di Tat-Chi [Patrick] Yau. Con Simon Yam (Ken), Ching Wan Lau (Sam), Yo Yo Mung (Mandy), Ruby Wong (Macy), Suet Lam (Collins).
Altro che The Killer! Questo sì che è un bel film. Teso, asciutto, senza fronzoli, che procede deciso e spedito verso dove vuole arrivare. Le scene d'azione sono perfette, senza inutili cascatoni come nei film di John Woo e senza l'inutile musica elettronica che sottolinea sdolcinatamente l'atmosfera tardoromantica delle parentesi intimiste dei suoi film. Qui anche gli intermezzi sentimentali sono giocati secondo mezzi toni che rendono le storie di questi bravi poliziotti, il chiuso Ken e l'estroverso Sam, credibili e vicine al reale. Qualche difetto c'è e l'inaspettato in realtà ce lo aspettiamo davvero, però l'idea della trama è originale e l'atmosfera che ronza un po' intorno al primo Tarantino e ai Soliti sospetti avvince lo spettatore con quelle porte chiuse dietro alle quali non si sa cosa si può trovare e con quei criminali senza nome e a volto scoperto che vengono dal mare magnum della Cina, l'inquietante terra madre che nel 1997 aveva ripreso possesso di Hong Kong dopo cent'anni di dominio britannico.
Se fossi un "recensore" molto letto, mi sembrebrebbe giusto citare, oltre al regista Tat-Chi Yau, gli sceneggiatori Yin Han Chow, Kam-Yuen Szeto, Nai-Hoi Yau (se sembrano uno scioglilingua non è colpa di nessuno).
Alessandro il lento
Alessandro il Grande (Grecia/RFT/Italia, 1980) di Theo Angelopoulos. Con Omero Antonutti (Alessandro il Grande), Eva Kotamanidou (la figliastra), Grigoris Evangelatos (il maestro), Michalis Yannatos (la guida), Laura De Marchi, Francesco Carnelutti, Brizio Montinaro, Norman Mozzato, Claude Betan (gli anarchici italiani), Christophoros Nezer (Zelepis), Ilia Zafiropoulos (il piccolo Alessandro).
Durante la notte di capodanno del 1900, un brigante fugge insieme ai suoi complici dal carcere di Atene, prende in ostaggio alcuni nobili inglesi e se li porta dietro al suo villaggio di montagna, dove per iniziativa di un maestro socialista la terra è stata messa in comune e dove si è rifugiato un gruppetto di anarchici italiani ricercati. Il malvivente, conosciuto come "capitano Megalessandro", si tira dietro l'esercito che assedia il villaggio e, riuscendo a mettere i socialisti contro gli anarchici, diventa il dittatore assoluto. La sua follia condurrà l'intera comunità a un finale tragico.
Angelopoulos gira un film di quasi quattro ore, uscendo dagli schemi della produzione corrente, tanto che, pur avendo vinto il leone d'oro a Venezia nel 1980, il film uscì in Italia soltanto nel 1983, e chissà quanti lo videro nelle sale. O' Megalexandros è lento, come tutti i film di Angelopoulos, a tratti anche pesante, con piani-sequenza interminabili (Tullio Kezich, con involontaria ironia, scrisse che «...Angelopoulos sintetizza nei virtuosistici piani-sequenza»), ma riesce ugualmente ad affascinare, soprattutto grazie al modo di dirigere gli attori (si hanno veri e propri movimenti di massa) e di tratteggiare la figura di questo Alessandro Magno dei miserabili, misto di idealismo, violenza e follia, ben interpretato dal roccioso Omero Antonutti, coronato da una barba foltissima e da una capigliatura scarsa ma ispidissima. Questo Megalessandro incarna tutti i grandi condottieri e dittatori del passato, impersonandone vizi e virtù di capo: il brigante monatanaro si presenta come Gengis Khan e poi diventa di volta in volta Alessandro Magno, Giulio Cesare, Giovanni il Battista, Gesù, San Giorgio,
Stalin e Mussolini, con in più gli attacchi di epilessia che ne completano il profilo con la follia, che già in gioventù l'aveva portato a sposare la donna che gli aveva fatto da madre. Megalessandro è però anche una maschera grottesca, una specie di pupo siciliano o di personaggio dei cartoni animati intabarrato in un'armatura antica (la sua silhouette ricorda un po' Marvin il Marziano dei Looney Tunes). Allo stesso tempo non rifugge certo dall'uso talvolta cieco della violenza: insieme ai suoi attentatori fa giustiziare la figliastra che prima aveva tentato di violentare e poi uccide con le proprie mani i prigionieri inglesi, scatenando la reazione dei soldati regolari.
Le metafore di cui Angelopoulos infarcisce il film sono numerosissime, la più scoperta delle quali è legata ai contrasti tra le varie anime della sinistra storica: contadini e proletari, intellettuali socialisti, anarchici. Nonostante il loro credo possa essere sintetizzato da una frase condivisa da tutti "la terra a chi la lavora", i contrasti sfociano nel sangue e nella lotta fratricida che non può che condurre alla dittatura e poi alla repressione da parte dello stato capitalista. Del resto né Megalessandro né i suoi lugubri miliziani, anch'essi avvolti in neri tabarri, suscitano alcuna compassione. A nessuno di loro Angelopoulos concede la dignità di veri personaggi, inquadrandoli sempre da lontano, sciamanti sulle pendici delle tetre montagne dell'interno greco.
Un killer quasi immortale
The Killer (Hong Kong, 1989) di John Woo. Con Chow Yun-Fat (Ah Jong/Jeffrey), Danny Lee (isp. Li Ying/Dumbo), Sally Yeh (Jennie), Kong Chu (Fung Sei), Kenneth Tsang (serg. Tsang Yeh).
A parte qualche somiglianza nel ritmo azione violenta - pausa sentimentale, c'è una grandissima differenza tra i film di John Woo e quelli di Kitano. I personaggi di Woo sono marionette verbose con psicologie pressoché pari a zero, che si muovono in parossismi di violenza dove sovrabbondano proiettili e cadaveri. Quelli di Kitano parlano solo quando è (a volte meno del) necessario, anche se talvolta la loro violenza è perfino più sadica di quella dei loro omologhi hongkonghesi. A parte questo, va detto che le scene d'azione sono girate alla grande, ma è l'insieme del film che vale poco, a patto di non essere fanatici di videogames sparatutto ed a patto di non accettare supinamente il meccanismo per cui i protagonisti più vengono crivellati di colpi più diventano scattanti. A mio modesto parere il miglior film di John Woo resta il primo A Better Tomorrow che, a parte l'importante dote dell'originalità, poteva vantare un substrato motivazionale che in seguito il regista non avrebbe più saputo trovare. In questo The Killer è francamente stancante il tema ricorrente dell'ammirazione del poliziotto per il solitario criminale d'onore, contrapposto agli altri criminali organizzati e senza scrupoli. Qui addirittura si ammanterebbe l'attività criminale del protagonista di buoni sentimenti, avendo accettato il "lavoretto" per aiutare una cantante diventata cieca per colpa sua. Ma c'è di peggio: con le sparatorie nelle quali vi sono uomini (qui tutti in tuta bianca, per distinguerli meglio) che muoiono come mosche, i protagonisti, buoni o cattivi che siano, o anche un po' buoni e un po' cattivi (questo è il massimo della psicologia che Woo riesce ad esprimere), passano attraverso le pallottole come semidei o, anche quando sono colpiti, continuanao a saltare come grilli e ad uccidere i malcapitati nemici. Questo mi sembra sottendere un'ideologia superomistica che perfino i film americani più reazionari non hanno mai propalato così sfacciatamente. Altro che paragone con Peckinpah, da qui al fascismo il passo è breve.
Pietà per chi gira 'sti schifi
Melodrammore - E vissero felici e contenti (Italia, 1977) di Maurizio Costanzo. Con Enrico Montesano (Raffaele Calone), Fran Fullenwider (contessina Ada di Belluogo), Jenny Tamburi (Priscilla Mulinetti), Liana Trouché (contessa di Belluogo), Mino Bellei (duca Efisio), Vincenzo Crocitti (Augusto di Belluogo), Stefania Spugnini (Teresa di Belluogo), Claudio Villa (Mulinetti), Nilla Pizzi (Assunta), Angelo Gangarossa (avvocato Boccanera), Amedeo Nazzari (sé stesso).
Indubbiamente uno dei film più cretini della storia del cinema italiano, tanto da far rimpiangere le scorreggionate alla Alvaro Vitali. Fortunatamente resta l'unica prova registica (?) di Maurizio Costanzo, ma il risultato disastroso rimane a perenne vergogna di chi ha architettato questa minchiata solenne. Si tratta di una parodia dei film strappalacrime degli anni cinquanta, quelli di Matarazzo e Gentilomo, che avevano in Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson i loro eroi preferiti. Probabilmente a un certo punto Costanzo si accorse che il suo film era troppo breve per cui aggiunse un prologo e un epilogo nei quali Nazzari dà consigli a Montesano (e in più si vedono almeno venti minuti del film Appassionatamente con lo stesso Nazzari e Miriam Bru) che interpreta un regista che gira il film che purtroppo vediamo. Fatto sta che l'operazione, con citazioni più o meno a proposito del Padrone delle ferriere (che probabilmente colpì a fondo il baffutello giornalista), è fallimentare su tutti i fronti - eccettuata forse l'intuizione di avere messo nel cast Claudio Villa, che forse avrebbe potuto dare qualcosa in più al cinema - soprattutto in considerazione che una parodia dovrebbe far ridere, almeno una volta. E invece, nonostante la presenza di Montesano, non ci riesce mai. Pare che il film fosse stato ideato ispirandosi all'operazione parodica di Mel Brooks esercitata sul cinema horror in Frankenstein Junior: se così fosse, gli autori di questa scempiaggine dovrebbero chiedere perdono in ginocchio anche al regista americano.
I cattivi e i peggiori
Il consigliori (Italia, 1973) di Alberto De Martino. Con Tomas Milian (Thomas Accardo), Martin Blasam (Don Antonio Macaluso), Francisco Rabal (Garofalo), Nello Pazzafini (sgherro di Garofalo), Dagmar Lassander (Laura), Carlo Tamberlani (Don Michele), Perla Cristal (Dorothy), John Anderson (Don Vito), Franco Angrisano (Torrillo), Eduardo Fajardo (Calogero Vezza), Ray K. Goman (sergente Dieterle).
Il padrino in salsa mafiottesca all'italiana, con trama confusamente aderente a quella coppoliana e buoni attori nelle parti giuste. Il padrino in questione è Martin Balsam, molto bravo, e il suo consigliori è Tomas Milian, addirittura eccezionale. Nella parte dell'antagonista c'è un altro grande attore, Francisco Rabal. Le analogie con Il padrino sono tantissime, dai poliziotti corrotti al viaggio (il ritorno) in Sicilia, e c'è perfino l'immancabile Don Vito e addirittura un personaggio di nome Continenza. La vicenda, ingarbugliata, comprende una guerra di mafia, improbabilmente scatenata proprio dal consigliori, che si vuole ritirare a vita privata, mentre dal mondo delle cosche non si esce mai, se non per entrare direttamente nei piloni di un ponte. Ci sono un paio di sparatorie ben girate e un paio di noiosi inseguimenti automobilistici (eh sì, questi mi restano davvero indigesti), ma il film si segue bene fino alla scena finale, nella quale Tomas Milian dà un vero saggio di recitazione e all'interno di un filmetto dozzinale riesce ad emozionare.
ercacciatore (J. Palomba)
«"TU NUMPOI CAPI' CHE SBALLO
AR CASINO' DER MUSO GIALLO"
cuesto firm parla decerti regazzetti burini de paese che se sò scoiionati de annà accaccia defaggiani allora sepenzeno annamio asparà aicinesi che ammé lospezzatino de cervo me se ripropone sempre. voi mette collinvortini primavera? allora però loro vanno tipo incina ma icinesi sò incazzosi perché si iespari rosicano enfatti lipiiano penorecchio e limettono drento arpollaio eppoi iefanno ischerzi daride chepperò ai regazzetti burini nuiepiacevano allora poi infatti uregazzetto torna accasa ma nuspara più aifaggiani forze perché nunciappiù mira unantro che sera sposato diventa pigro e nunsemove più e nantro semette affà ungioco teribbile pericolosissimo che uno pò anche morì chenfatti allora però pessicurezza semette nafascetta intesta penunfasse male. ma mesà che nuiefunzionava popo benebbene.
chenfatti namica demicuggino fa ullavoro pericoloso. lavora drento a na rulot russa.
ottogiunnodumileccincue
(per radio2)»
Idiotismi
Festen - Festa in famiglia (Danimarca, 1998) di Thomas Vinterberg. Con Ulrich Thomsen (Christian Klingenfeldt), Henning Moritzen (Helge Klingenfeldt), Thomas Bo Larsen (Michael Klingenfeldt), Paprika Steen (Helene Klingenfeldt), Birthe Neumann (Else, la madre), Trine Dyrholm (Pia), Helle Dolleris (Mette), Therese Glahn (Michelle), Klaus Bondam (maestro di cerimonia), John Boas (il nonno), Erna Boas (la nonna), Thomas Vinterberg (tassista).
I panni si lavano in piazza. Contrariamente alla tradizione nordica, in questa cena che davvero poco ha da spartire con Il pranzo di Babette, i nodi vengono subito al pettine grazie a un figlio fool che sputtana il padre magnate di fronte agli invitati convenuti per celebrarne il sessantesimo compleanno.
Il film non mi è piaciuto. La tematica era abbastanza interessante, sottofondata da echi buñueliani rappresentati dalle ripetizioni (il coltello che tintinna sul bicchiere ad ogni discorso, i racconti sempre uguali del nonno rimbambito, i continui ritorni di Christian, l'impossibilità di dare un taglio all'imbarazzantissima cerimonia), ma l'impianto narrativo (e quindi recitativo, e quindi spettacolare) è troppo programmatico per apparire davvero originale e per poter essere preso sul serio. Sembra di assistere ad una versione "idiotizzata" dell'Amleto, con Christian nella parte del principe dubbioso e i due cuochi come Rosencrantz e Guildenstern, ma nemmeno questi filodrammatici che impersonano le tretre marionette di questa messinscena sembrano crederci troppo, presi come sono tra imbarazzi bambocceschi e parossismi (vogliamo chiamarli?) recitativi.
Se almeno Vinterberg, che compare nella parte del tassista che accompagna l'inopportuno e antipatico fidanzato di Helene alla festa, avesse girato in stile classico, si sarebbe potuto dire che si tratta di un film velleitario che non mantiene le proprie ambizioni; e invece il regista, fondatore del "Dogma 95" con Lars Von Trier, condisce il tutto con la prammatica handycam e la fotografia sgranata, tanto da indispettire e irritare lo spettatore, soprattutto nella prima parte del film. Uscito nel 1998 come l'altro infausto film del più famoso connazionale Lars, questo Festen sembra un gemellino un po' più leccato di Idioterne.
Tre uomini e una testa
Voglio la testa di Garcia (USA, 1974) di Sam Peckinpah. Con Warren Oates (Bennie), Isela Vega (Elita), Robert Webber (Sappensly), Gig Young (Quill), Helmut Dantine (Max), Emilio Fernandez (El Jefe), Kris Kristofferson (Paco).
È un film folle, nel senso che porta dentro i sintomi di vera e propria follia, come simboleggiano fin troppo bene i colloqui del protagonista con la testa del povero Al Garcia. Del resto si narra che all'epoca delle riprese Peckimpah fosse ridotto a una larva umana a causa dell'eccesso d'alcol e dei nervi spappolati. Questo stato d'animo del regista ben si riflette in un film che è originale e al tempo stesso porta in sé pregi e difetti di tutto il cinema di Peckimpah (anche qui si ha la geniale alternanza di momenti intimisti ed esplosioni di violenza inaudite). L'inizio è spiazzante: il film comincia come un classico western, per poi portarci nel pieno dei nostri giorni. Ma siamo nel Messico, la terra dove tutto può accadere, almeno nella cinematografia di Peckimpah: la terra promessa di Billy The Kid e la pericolosa e infida contrada del Mucchio Selvaggio.
Alcuni snodi narrativi sono un po' forzati ed alcuni personaggi alquanto tirati via (resta difficile credere che un disgraziato come Bennie riesca a farla franca di fronte a tutti quegli squali che gli girano attorno), mentre alcune scene sono un po' troppo casuali e affastellate (si veda l'accumulo di personaggi nella scena della sparatoria con i parenti di Alfredo Garcia) ma un episodio che sembra appiccicato con lo sputo come l'incontro di Bennie ed Elita con i due hippy che la vogliono violentare è molto bello e si ringrazia il regista per averlo inserito: esso meglio di tutti delinea il carattere del personaggio più riuscito del film, quello della prostituta triste di cui Bennie non può fare a meno, al prezzo di perdere la ragione. Lo stesso personaggio che, quando Bennie le prospetta i lussi degli alberghi californiani in cui intende portarla, ha lo sguardo triste di chi sa che non li vedrà mai.
Il finale di questo Voglio la testa di Garcia è uno dei più belli della storia del cinema, anche se, di nuovo, non è troppo credibile questo pianista di bordello che si trasforma in micidiale giustiziere. Nonostante il milione di dollari, aveva perso tutto?
Razzi & Mozzi
Oggi, arrivando a casa ho avuto la visione di una ditta eccezionale: sull'apino bianco della ditta Blanché c'erano appunto il titolare e Bodda. Che coppia, ragazzi, qui si aprono prospettive inimmaginabili...
Elegia sovietica
Vicino al mare più azzurro (URSS, 1936) di Boris Barnet e Samed Mardanin. Con Lev Sverdlin (Yussuf), Nikolaj Krjuchkov (Aliosha), Elena Kuz'mina (Masha), Semën Svashenko (presidente del kolkoz), Sergej Komarov.
Il regista dell'immortale Sobborghi racconta in poco più di un'ora la storia di due giovani mandati a lavorare presso un kolkoz sul Mar Caspio, dove giungono naufraghi a causa dell'affondamento del traghetto che li doveva condurre a destinazione. Sul posto entrambi s'innamorano della bella Masha, capo della squadra femminile del kolkoz.
Vicino al mare più azzurro non è assolutamente all'altezza di Sobborghi, anche perché il periodo comincia ad essere quello di maggior chiusura staliniana, e anche perché la storia non ha il pregio dell'originalità. Però Barnet, qui affiancato dallo sconosciuto Mardanin, sa raccontare qualunque tipo di storia e pur entro i limiti, chissà quanto sinceramente condivisi, dell'esaltazione dei valori del comunismo (che qui comprendono anche la fedeltà in amore), la narrazione regge bene, grazie allo humour che sa infondere - magistrale la scena in cui Yussuf viene portato in trionfo malgrado le sue proteste - e grazie a un sentimento panico della natura: qui è il mare, fin troppo benigno, che decide della vita delle persone, e come manda a destinazione i due amici (un po' Stanlio&Ollio e un po' Martin&Lewis), così restituisce al kolkoz la contesa Masha. È da notare l'assortimento dei due protagonisti, il biondissimo Aliosha, tipico russo bianco e il moro Yussuf, di probabili origini islamiche, a simboleggiare l'unione anche etnica dell'Unione Sovietica.
Eccellente la fotografia di Mikhail Kirillov.
Nel bel mezzo di un gelido film
Nel bel mezzo di un gelido inverno (GB, 1995) di Kenneth Branagh. Con Michael Maloney (Joe Harper), Richard Briers (Henry Wakefield; Claudio), Joan Collins (Margaretta D'Arcy), Nicholas Farrell (Tom Newman; Laerte; Fortebraccio), Mark Hadfield (Vernon Spatch), Hetta Charnley (Molly), Gerard Horan (Carnforth Greville; Orazio; Rosencrantz e Guildenstern), Celia Imrie (Fadge), Julia Sawalha (Nina Raymond; Ofelia), John Sessions (Terry Du Bois; la regina Gertrude), Jennifer Saunders (Nancy Crawford).
Branagh pensa che tutti debbano essere interessati alle dinamiche interne al mondo del teatro e, secondo me, si sbaglia di grosso. Tanto più che ormai la storia che presenta con Nel bel mezzo di un gelido inverno è stata cinematograficamente rappresentata più volte. I caratteri e le macchiette degli attori discendono quanto meno dal Vogliamo vivere! di Lubitsch che è del 1942 e si riferiva, appunto, a una messinscena dell'Amleto a Varsavia resa difficile dall'ocupazione nazista: il film in originale s'intitolava proprio To Be Or Not To Be e fu rifatto più che decentemente nel 1983 da Mel Brooks. Niente di nuovo, quindi, sotto il sole, anche se vi sono spunti apprezzabili qua e là. Tutto però in un insieme che sa di muffa, nonostante la consapevole operazione che non nasconde a sé stessa, anche grazie alla scelta del bianco e nero, di essere inevitabilmente derivativa. Quanto alla rincorsa di Branagh dietro al fantasma di Laurence Olivier, si deve dire che la fatica lo vede inesorabilmente perdente: il grande attore e regista scespiriano (parlo di Olivier, ovviamente) non si sarebbe mai permesso un finale patetico con l'arrivo di madri, padri e figli a riconoscere agli attori quanto sono bravi, sul palco e fuori.
Nonostante ciò deve riconoscersi la bravura degli attori, questa sì tutta di derivazione scespiriana, che sanno destreggiarsi tra le parti teatrali e quelle di vita vera, ammesso che, secondo Branagh, queste due parti posssano davvero distinguersi ("questa è la nostra famiglia, questa è la nostra vita" dicono a più riprese gli attori). Unica eccezione all'interpretazione pregevole, Jennifer Saunders, penosa nella macchietta inutile e falsa della producer hollywoodiana.
Falsa partenza
Il vergine (Belgio, 1967) di Jerzy Skolimowski. Con Jean-Pierre Léaud (Marc), Catherine Duport (Michèle), Jacqueline Bir (la signora), Paul Roland (il capo).
Che delusione, rispetto alla Ragazza del bagno pubblico (1970)! Già tradotto malissimo in italiano il titolo originale Le départ, al film non manca certo freschezza ed originalità, ma si avverte piuttosto l'assenza di una sceneggiatura degna di questo nome. E così la storia di questo giovane parrucchiere appassionato di rally, disposto a tutto pur di procurarsi una Porsche per partecipare a una corsa, che alla fine rinuncerà alla partenza in quanto ha scoperto che c'è qualcosa di più importante nella vita, sembra rimanere sospesa per un bel pezzo in attesa di arrivare al sospirato finale.
Nei temi e nello stile Skolimowski si apparenta non soltanto al surrealismo polacco di Polanski, del quale è connazionale, amico e coetaneo (almeno cinematograficamente), ma anche alla nouvelle vague francese e al free cinema inglese ed è certamente una delle personalità più importanti bel periodo a cavallo tra gli anni sessanta e settanta. Questo Il vergine mi sembra una battuta d'arresto nella sua pur notevole filmografia. Il regista polacco non è aiutato dall'interpretazione di Jean-Pierre Léaud: l'attore feticcio di Truffaut questa volta va troppe volte sopra le righe.
Cari amici, vi rovino
La rivincita di Natale (Italia, 2004) di Pupi Avati. Con Diego Abatantuono (Franco Mattioli), Carlo Delle Piane (Avvocato Santelia), Alessandro Haber (Gabriele Bagnoli), Gianni Cavina (Ugo Cavara), Luigi Montefiori (Stefano Bertoni), Edoardo Romano, Eliana Miglio.
Pupi Avati aveva in mano delle buone carte ma le spreca malamente, perdendo tutta la posta in palio. Il regista bolognese, autore di un discreto cinema medio - proprio quello che più manca in Italia -, si riallaccia ai personaggi del suo film Regalo di Natale (1986), che aveva lasciato una buona impressione, e li rimette al tavolo da gioco in una nuova notte di Natale, per un'improbabile rivincita. I personaggi, però, tradiscono il regista, perché non sono più credibili, con l'eccezione, forse, di quello interpretato da Montefiori, che è un po' il testimone muto dell'operazione. Gli snodi narrativi sono forzati (Abatantuono si è rimesso in sesto grazie a una buonuscita dell'ex suocero reso euforico dalla separazione della figlia? suvvia, siamo seri) e i colpi di scena scontati e prevedibili. Perfino l'ambientazione risulta posticcia: non sembra nemmeno Natale. Resta un'amara visione dell'amicizia tra persone mature (di anni), del tutto inaspettata in uno come Avati che lavora da anni con le stesse persone. Le interpretazioni degli attori lasciano a desiderare, come se nemmeno loro si sentissero a proprio agio in un film che non ha ragione d'essere. Abatantuono vede ogni giorno di più tramontare la propria stella, già sorta due volte, prima con il personaggio del terrunciello e poi con quella del milanese rampante inaugurato proprio con Regalo di Natale. Carlo Delle Piane dà esile vita a un personaggio che non è credibile, e non si capisce perché parli continuamente sottovoce. Haber è il solito perdente nevrotico e si capisce lontano un chilometro che nasconde qualche imbroglio. Un filmetto.
I 92 dell'apocalisse
The Falls (GB, 1980) di Peter Greenaway. Con Peter Westley, Aad Wirtz, Michael Murray, Lorna Poulter, Patricia Carr.
Queste 92 biografie immaginarie di personaggi colpiti dal Violento Misterioso Evento, il cui cognome inizia per FALL rappresentano, nel primo vero lungo(lunghissimo)metraggio di Greenaway, un'enciclopedia di patafisica che racchiude in sé la maggior parte dei principali temi che ricorreranno nelle opere successive del regista gallese, almeno fino ai Racconti del cuscino. I numeri, il volo (degli uccelli, ma anche degli umani), l'acqua, l'ornitologia, il sogno, la scrittura sono elementi che ricorrono in tutte le biografie dei "Falls" (= cadute), molti dei quali hanno rapporti complessi con l'altro grande immaginario personaggio degli esordi greenawayani, Tulse Luper, scrittore. Sintetizzando si potrebbe dire che in quest'opera lunga più di tre ore, della quale è parte integrante la musica, ripetitiva ma ipnotica, di Michael Nyman, si coglie la luce del genio, ma vi si allunga inesorabilmente l'ombra della noia.
Mezmerize
Notevole anche l'ultimo album dei System Of A Down, uno dei gruppi più significativi della scena rock odierna. Gli armeno-americani non sono molto amati in patria, soprattutto dai seguaci di Bush e della sua disgraziatissima politica (uno dei loro ultimi hit, Boom, aveva un video girato da Michael Moore). Il gruppo di Malikian e Tankian sforna nel 2005 questo album, Mezmerize, che continua ad alternare rock durissimo e violentissimo con venature punk a squarci lirici e in questo caso anche musiche e danze balcaniche e caucasiche (si ascolti Radio/Video). I pezzi notevoli sono molti (B.Y.O.B., Cigaro, Lost In Hollywood), pur nella brevità dell'album, 36 minuti, concepito come la prima parte di un doppio a venire. Da ascoltare assolutamente, per non ritrovarsi invischiati in ritornelli e tormentoni estivi.
Sapore di Marsiglia
Da parte degli amici: firmato mafia! (Francia/Italia, 1971) di Yves Boisset. Con Jean Yanne (Louis Orsini), Senta Berger (Sylvaine Orsini), Sterling Hayden (Mason), Raymond Pellegrin (Diego Alvarez), Gordon Mitchell (Henry Di Fusco), Claude Cerval (Marc Orsini), Daniel Ivernel (commissario Pedrinelli), Giancarlo Sbragia (Forestier), Marcel Lupovici (Lucien Orsini).
Il film si annuncia assurdo già dal titolo italiano. E si prosegue con una serie di ovvietà da far cascare le braccia, soprattutto nelle scene di raccordo, ed è un peccato sciupare così la materia del film che non è tutta da buttare. Purtroppo anche questo film di Boisset è eccessivamente condizionato dalle esigenze produttive, che hanno fatto inserire nel copione alcuni personaggi che non c'entrano una mazza e attori che sono spaesati e completamente fuori parte. I due sicari vietnamiti di Louis Orsini sono di quanto più inverosimile s'è visto al cinema: vestiti uguale, vanno a fare i killer a Marsiglia come se niente fosse, pure presentandosi in ospedale, dove devono uccidere lo scagnozzo d'un politico (che prima era loro miracolosamente sfuggito), con il classico mazzo di fiori, tanto che avrebbero dovuto fermarli già all'ingresso, tanto erano sospetti; e invece il poliziotto che apre la porta offre loro la capoccia da manganellare adeguatamente. Il killer italofrancese interpretato dall'ex Maciste Gordon Mitchell (1923-2003), con tanto di capelli biondo-vichingo è di un ridicolo che sfiora il sublime, mentre il personaggio del poliziotto americano inficia pesantemente lo sviluppo del racconto, tanto più che è impersonato da uno Sterling Hayden con l'aria di domandarsi "ma dove sono capitato?". Altro personaggio completamente interpolato è quello di Senta Berger, nella parte della moglie di uno dei fratelli Orsini: assurdamente conclude la sua vita cinica con un suicidio che non sta né in cielo né in terra.
Secondo me nel film vi sono alcuni spunti interessanti, come la critica di una certa classe politica compromessa con la mafia e con il malaffare, nonché visioni di una Marsiglia minore e poco cartolinesca. Proprio per questo dispiace ancora di più che Boisset abbia gettato questi elementi d'interesse alla rinfusa in un film assolutamente malriuscito.
Nagy e Mindszenty
Imre Nagy era un ex comunista (nel 1955 lo stalinista Rakosi lo aveva fatto espellere dal partito), Jozef Midszenty era un vescovo, l'arcivescovo di Budapest, che aveva scontato otto anni di carcere sotto il regime comunista. Quando nel 1956 l'Ungheria cercò di destalinizzarsi, con un governo alla cui
presidenza era stato richiamato Nagy a furor di popolo, le truppe sovietiche invasero la capitale ungherese con la potenza d'urto dell'Armata Rossa, conquistarono la radio nazionale ungherese, repressero la rivolta antistalinista, arrestando i parlamentari che avevano "deviato" dalla linea del comunismo ortodosso. Ovviamente il primo obiettivo era Nagy, ma l'arcivescovo non era al sicuro. Cosa fecero i due? Nagy, fidandosi delle promesse di un governo in ogni caso non filosovietico (facente parte dello stuolo dei cosiddetti "paesi non allineati"), si rifugiò nell'ambasciata jugoslava a Budapest. Il cardinale Mindszenty, rinverdendo la tradizione di secolare astuzia dei religiosi (basti pensare ai fratacchioni medievali), si rifugiò nell'ambasciata americana. A occhio, chi c'indovinò e chi la buttò di fuori? Fatto sta che il povero Nagy fu consegnato dagli jugoslavi ai sovietici, i quali lo fucilarono sbrigativamente e in gran segreto nel 1958 (sarà riabilitato soltanto nel mitico anno 1989). L'avveduto porporato morì di morte naturale, a 82 anni, nel 1975 a Vienna.
E Fassino (ex comunista, come Nagy) poteva seriamente pensare di spuntarla con il cardinale Ruini???
Berlusquorum
E ti pareva che Berlusconi avesse vinto il referendum... Nonostante fosse stato zitto per tutto il tempo, anche perché secondo me aveva paura di buscarne dalla moglie, appena pubblicati i dati, ha cominciato a sgalluzzare per la vittoria degli astensionisti. Commentando i risultati del referendum, il Berlusconi ha detto di essersi sempre sentito un presidente astensionista e di avere anche avuto, in passato, una fidanzata astensionista. Incontrando il cardinale Ruini, Berlusconi, nel farsi fare le congratulazioni dal presule, ha dichiarato di essere un presidente vescovo, di essere il migliore alleato dei vescovi e di avere avuto in passato una fidanzata vescovo. Dopo di che, ormai preso dall'euforia della vittoria, ha dichiarato di essere un presidente embrione, di essere il più grande sostenitore della causa embrionale in tutto il mondo, di avere avuto in passato una fidanzata embrione, e di avere fecondato di persona tutti gli embrioni del mondo (quelli sani: quelli malati invece li avrebbe fecondati Fassino).
Una donna
Una donna può voler dire tante cose, può far venire alla mente tanti pensieri. Già, cos'è una donna? Una donna era anche il titolo di un libro di Sibilla Aleramo, sarà stato anche il titolo di chissà quante poesie, di chissà quante canzoni. Una donna... Una donna, ieri, al volante, all'uscita della variante Aurelia in direzione nord-sud, cioè in provenienza da Livorno, non solo stava cercando di voltare a destra facendo un pezzo di strada contromano, non solo voleva andare contro il cartello di divieto d'accesso, ma visto che per evitare simili scempi automobilistici ci hanno piazzato un muro, stava tentando di sovvertire le leggi della fisica. Una donna, eh!
Quel coglione di Grouchy
Nonostante io sia un convinto pacifista nonché antimilitarista, mi sorprende il fatto che mi appassioni la storia militare, in particolare le battaglie. Il 26° volume (830 pagine) della Storia di Repubblica riguardava appunto le grandi battaglie (armi, tattiche e strategie militari) e lo comprai, unico fra tutti i volumi della storia, eccetto il primo che era in omaggio, e infatti sono pieno di volumi storici che parlano della preistoria e dell'antico Egitto e di volumi enciclopedici con voci inizianti con la lettera A.
Il 26° volume contiene contiene la descrizione di sessantasei famose battaglie dagli albori della storia ad oggi, dalla battaglia di Kadesh (XIII sec. a. C.) tra Egiziani e Ittiti fino alla seconda Guerra del Golfo (2003-?), oppure per ordine alfabetico, da Adrianopoli (378) tra Romani e Goti a Zama (202 a.C.) tra Romani e Cartaginesi. E financo io mi rendo conto che moltissime ne mancano (Montaperti, Wagram, El Alamein, Cassino, qualcosa della Corea, il Tet eccetera). Ma la madre di tutte le battaglie, almeno per me, c'è ed è Waterloo, sulla quale ho letto il fondamentale libro di Alessandro Barbero La battaglia. Storia di Waterloo (Laterza). In tutte le descrizioni che ho letto sulla famosa battaglia del 1815 che segnò la fine definitiva (?) dell'epopea napoleonica, non ho mai letto nessuno storico che, pur evidenziando gli errori compiuti dall'imperatore, abbia manifestato simpatia per il Duca di Wellington anziché per lo sconfitto Bonaparte.
Waterloo è secondo me una delle battaglie più affascinanti della storia, anche perché veramente i francesi andarono a un passo dal vincerla e poi è divenuta sinonimo di disfatta. Se i quadrati inglesi avessero ceduto alla cavalleria di Napoleone la storia sarebbe cambiata, così come se quel coglione di Grouchy avesse obbedito al contrordine del suo imperatore e fosse giunto sul campo di battaglia prima di Blucher. Con ogni probabilità il bonapartismo sarebbe finito ugualmente di lì a poco, così come finirono i vecchi regimi che quel giorno a Waterloo ottennero una vittoria storica.
Vi sono altre battaglie (tutte enormi massacri, bisogna dirlo, e forse quello che m'interessa è pensare a tutta quella povera gente condannata ad andare, tutta insieme, al macello) interessanti, come Breitenfeld (grande vittoria svedese), Rocroi, Marengo, le Falklands, ma nessuna ha il fascino, anche un po' perverso, di quella giornata conclusa degnamente sul campo dal generale Cambronne.
Nell'Italia dei fascisti/anche i bimbi son guerrieri...
Amore amaro (Italia, 1974) di Florestano Vancini. Con Lisa Gastoni (Renata Andreoli), Leonard Mann [Leonardo Manzella] (Antonio Olivieri), Rita Livesi (madre di Renata), Germano Longo (Francesco Galli), Maurizio Fiori (Vittorio).
Vancini ha una predilezione per far vedere i suoi personaggi truccati da vecchi: come fece con Ferzetti e Cervi nella Lunga notte del '43, qui fa con la Gastoni e Mann, per non parlare del Delitto Matteotti, dove truccava tutti gli attori come i politici dell'epoca. La vicenda del film, la storia d'amore tra una matura vedova e un giovane studente nell'ambito degli ultimi anni del fascismo, è tratta da un racconto di Carlo Bernari, che però l'aveva ambientata a Roma, anziché nella Ferrara natìa di Vancini. Il film ha più difetti che pregi e se uno lo vuol vedre per ammirare il corpo di Lisa Gastoni è meglio che s'indirizzi su altri film dove mostra di più. La storia è narrata più dal punto di vista di lei (quello romantico) che da quello di lui (quello politico), e proprio le sequenze relative alla storia sentimentale male si amalgamano con quelle di stampo politico. Nonostante ciò, l'impegno di Antonio è abbastanza credibile, proprio perché affrontato da uno che è tutt'altro che un pasionario. Mann e la Gastoni sono una coppia figurativamente sbiadita a tal punto da risultare plausibili come prototipo dell'epoca: e lei è più brava di lui. Il film si lascia seguire dall'inizio alla fine; c'è un finale non banale con lui che lascia deluso il campo estivo della GIL; ci sono inserti inutili ambientati ai giorni nostri (vabbe', del '74) e c'è un'inutile morte della protagonista. Alla fine si rimane comunque a bocca asciutta.
Montescudaio uber alles
La squadra di calcio dell'U.S. Montescudaio è stata ripromossa in prima categoria, dopo la finale play off di oggi nella quale ha battuto per 3 a 1 il (temibile?) Pitigliano allo stadio di Cecina. Già due anni fa il Montescudaio fu promosso dalla seconda alla prima categoria, campionato nel quale l'anno scorso perse quasi tutte le partite e retrocesse di nuovo in seconda. Troppo forte per la seconda e troppo debole per la prima, al Montescudaio servirebbe una categoria di mezzo, un po' come quelle scarpe con la mezza misura, un 41½, un 42½ e così via. Il mio rammarico resta quello che quando seguivo la squadra io (arrivando perfino ad infatuarmi per la fidanzata di un giocatore: si sa, vedersi tutte le domeniche...), anche per l'Aurelia, arrivava sempre terzo, a un passo dalla promozione, ma non ci riusciva mai.
Però c'è anche un aspetto negativo della vicenda: subito dopo la cena per festeggiare la promozione, sono cominciati gli immancabili fuochi artificiali...![]()
Delitto e vendetta fra le betulle
La fontana della vergine (Svezia, 1960) di Ingmar Bergman. Con Max Von Sydow (Töre), Birgitta Valberg (Märeta), Gunnel Lindblom (Inger), Birgitta Pettersson (Karin), Axel Düberg (pastore magro), Tor Isedal (pastore muto), Ove Porath (il ragazzo), Allan Edwall (mendicante), Axel Slangus (guardiano del ponte), Gudrun Brost (Frida).
Questo medioevo svedese discende direttamente (anche se a ben guardare i periodi lo precede) da quello del Settimo sigillo: mentre questo film si svolgeva in una Svezia ormai cristianizzata, anche se impaurita da scenari millenaristici e da pestilenze che evocavano una morte nera dall'aspetto mellifluo, La fontana della vergine riporta indietro a una Scandinavia appena convertita al cristianesimo da un paganesimo che fa sentire ancora molto forte la propria influenza. Tracce di questa tradizione pagana si possono notare perfino nella devota Märeta, che all'inizio del film si fa colare la cera sui polsi e alla fine istrada il marito sulla via della vendetta. Quest'ultima ha un sapore e un andamento prettamente pagani, sia come istituto che ricorda le faide germaniche sia come svolgimento, con la lotta di Töre con l'albero per strapparne i rami che serviranno all'autofustigazione e poi alla purificazione prima del sacrificio. Ma anche Töre sente il richiamo di Dio, un Dio che non gli parla (come al cavaliere Antonius Block del Settimo sigillo), ma di cui ha incoercibilmente bisogno, così come ha bisogno del suo perdono per l'omicidio di tre persone, e al quale offre la propria espiazione attraverso la costruzione, proprio con quelle mani che hanno ucciso, di una chiesa. E Dio sembra ccogliere la sua proposta facendo sgorgare una fontana d'acqua pura nel posto in cui è stata uccisa la sua unica figlia.
La fontana della vergine ha un andamento lento, triste e cupo, ma alla fine è uno dei pochi film di Bergman che lascia uno spiraglio aperto per la speranza. La vicenda è costellata da episodi strani e misteriosi (il rospo infilato nel pane) che sembrano far apparire come siano più forti gli dei pagani invocati dalla sguattera incinta, rispetto al Dio cristiano e alla Madonna. Alcuni episodi rimandano ad esperienze di film d'argomento religioso come il Nazarin di Buñuel (penso al ragazzino che vomita durante il pasto, o ai pastori che mentono per vendere le vesti di Karin), mentre l'ambientazione rimanda al Dies Irae di Dreyer. Bergman riesce a ricreare, anche grazie alla stupenda fotografia di Sven Nykvist e alla musica ascetica di Erik Nordgren, il substrato di rigore morale che ha sempre caratterizzato i suoi film. Max Von Sydow è monumentale ancora una volta, nell'interpretazione di questo vichingo che, sia quando si lava prima della vendetta rituale sia quando siede sul trono di legno in attesa dell'alba di sangue, somiglia davvero a un dio del valhalla.
Al cittadino non far sapere...
Il cittadino si ribella (Italia, 1974) di Enzo G. Castellari. Con Franco Nero (ing. Carlo Antonelli), Giancarlo Prete (Tommy), Barbara Bach (Barbara), Renzo Palmer (ispettore di polizia), Nazzareno
Zamperla (rapinatore toscano), Massimo Vanni (rapinatore napoletano), Romano Puppo (rapinatore veneto), Renata Zamengo (prostituta), Adriana Facchetti (portinaia), Mauro Vestri (barista), Franco Borelli (ispettore Borelli), Steffen Zacharias (avvocato), Abraham Knox (Gambino).
Ottimo film di Castellari che abbina a un'ideologia ambigua (non è reazionaria come quella del Giustiziere della notte, ma nemmeno di aperta condanna del giustizialismo fai da te) una buona sceneggiatura, un'eccellente ambientazione genovese, una notevole fotografia (di Carlo Carlini) e una colonna sonora all'altezza. Per non parlare delle interpretazioni, che sono tutte a livelli quanto meno decenti: al mestiere di Franco Nero si affianca quello di alcuni caratteristi (Palmer, Prete, Vanni) e addirittura di qualche cascatore con velleità attoriali (Puppo, Zamperla) che non si fa per niente ridere dietro.
Questo è il mio mezzosangue: prendete e bevetene tutti...
Keoma (Italia, 1976) di Enzo G. Castellari. Con Franco Nero (Keoma), Woody Strode (George), William Berger (William Shannon), Donald O'Brien (Caldwell), Olga Karlatos (Lisa), Orso Maria Guerrini
(Butch Shannon), Antonio Marsina (Lenny Shannon), Joshua Sinclair (Sam Shannon), Gabriella Giacobbe (la strega), Victoria Zinny (tenutaria nel saloon), Leonardo Scavino (dottore), Ken Wood [Giovanni Cianfriglia] (membro della gang di Caldwell), Riccardo Pizzuti (pistolero), Roberto Dell'Acqua (pistolero).
Questo film l'avevo già visto anni e anni fa, ma lo giudico un buon tardo spaghetti western, probabilmente l'ultimo western all'italiana di un qualche valore. Franco Nero con capelli lunghi ricorda, più che un mezzosangue indiano, Gesù Cristo, ed è proprio a questa figura che s'ispira il finalone barocco, girato con abbondanza di ralenti, nel quale vengono messe in scena passione, morte e resurrezione di Keoma. Enzo G. Castellari era un regista di ambizioni e dimensioni produttive medie, ma di buona riuscita "artistica" (un po' come Fernando Di Leo): in questo film riesce a coniugare il "luridismo" di Django con una storia che mancava nel film di Corbucci. Gli attori sono quasi tutti al loro posto ed offrono una buona prova, da Nero a Strode, fino a O'Brien, Berger e Guerrini. Un film che si rivede volentieri e che contiene una delle migliori scene finali di tutto il western spaghetti, ben sottofondata dalla musica dei fratelli De Angelis. Ripeto: molto meglio di Django.
Whisky & soda & foto porn
Il caso "Venere privata" (Francia/Italia, 1970) di Yves Boisset. Con Bruno Cremer (Duca Lamberti), Renaud Verley (Davide Auseri), Marianne Comtell (Livia Ussaro), Raffaella Carrà (Alberta Radelli), Mario Adorf (il biondo), Jean Martin (il maggiordomo), Rufus (il fotografo), Claudio Gora (Carrua), Marina Berti (sorella di Alberta), Agostina Belli e Vanna Brosio (le ragazze incontrate al dancing).
Che disastro! Già il romanzo di Scerbanenco all'origine di questo film non mi era piaciuto tantissimo, ma questo film massacra letteralmente quel poco di buono che è nel libro. Il film di Boisset dura meno dei canonici 90 minuti (eppure riesce ad annoiare) e presenta forti tracce di sforbiciature rispetto alla trama principale, tanto che, in sostanza, non ci si capisce niente. Sono spariti nel film di Boisset la figura del padre di Davide, così come l'accenno alla figura del padre di Duca Lamberti e, quel che più conta, ogni riferimento alle "veneri private", ossia alla prostituzione occasionale esercitata da Alberta e dalla sua amica (scomparsa misteriosamente anch'essa dal film) che viene ritrovata cadavere nel Tevere a Roma. Si dissolve in questo modo ogni motivazione plausibile per quanto accade nella trama; non si capisce nemmeno se la povera Alberta si sia effettivamente suicidata o se sia stata ammazzata. Si riduce tutto alle foto di nudo, con l'aggiunta di un certo masochismo da parte del fotografo (che grazie a Dio, non è descritto come uno "schifoso pederasta" come aveva fatto Scerbanenco), anche se qui la figura si sdoppia, con Rufus a fungere da semplice assistente di Adorf, e l'alcolismo del giovane Davide diventa una mera scusa per mettere continuamente in scena bottiglie di J&B e Chivas.
Gli spunti interessanti del romanzo Venere privata di Scerbanenco, come ho già detto, in questa coproduzione italofrancese (con prevalenza transalpina quanto meno nel cast), si indeboliscono e scoloriscono nelle corse e negli inseguimenti a bordo di auto sportive. La Milano livida e triste del romanzo, quella delle case di ringhiera e di Metanopoli meritano un cenno fugace e gli attori scelti dal regista francese, qui alle prime armi, non corrispondono in niente all'idea che ci si fa leggendo il libro. Se Bruno Cremer può ricordare almeno fisicamente il Duca Lamberti descritto da Scerbanenco (ma il suo atteggiamento spesso guascone da James Bond de noantri non si addice al personaggio malinconico che tornerà in altre opere dello scrittore milanese di origine ucraina), Renaud Verley è agli antipodi del personaggio cartaceo: con quegli occhietti furbi non ricorda nemmeno lontanamente il bistullone taciturno descritto da Scerbanenco. Non parliamo delle donne: la Carrà è sicuramente una delle dieci peggiori attrici della storia e la sconosciuta Marianne Comtell che interpreta il bel personaggio letterario di Livia Ussaro, privato anch'esso nel film delle motivazioni che la spingevano ad agire come vediamo, è una presenza estranea al corpo del film e alla storia scerbanenchiana nella sua totalità. Mario Adorf è confinato in una parte marginale che non fa nemmeno in tempo a svolgersi perché il film a quel punto è già finito.
Non è sempre detto che i film tratti da opere letterarie debbano attenervisi pedissequamente, ma questo Caso "Venere privata", pur tradendo (malamente) il romanzo da cui è tratto, non ha la dignità di opera autonoma.
Chi vuol esser disgraziato
Considerato che in ufficio i nostri utenti, quando apprendono che il loro punteggio in graduatoria è basso, esclamano «ma cosa si deve fare per avere un punteggio più alto??» (e la logica risposta, forse troppo facile, è «non dovete fare niente: non è mica una gara di bravura, voi ci dichiarate delle situazioni e noi attribuiamo un punteggio in base alla legge»), abbiamo pensato di mettere in atto delle gare per acquisire il diritto alla casa.
Per avere accesso all'assegnazione di una casa popolare, si dovrà partecipare a un reality show in piena regola, con tanto di nomination e bestemmiatori in diretta i quali però, essendo a Livorno, anziché essere espulsi, saranno premiati con punti omaggio in graduatoria: il nome della prova è Il Grande Allezzito. I primi cinquanta esclusi del "gioco" precedente saranno deportati alla Gorgona, dove diventeranno i protagonisti di un crudele reality, attraverso il quale il solo superstite avrà accesso ad un alloggio alla Scopaia dotato di riscaldamento, ascensore e transessuale all'angolo della strada. Il gioco sarà il successo dell'estate livornese: L'isola dei tignosi. I perdenti si dovranno ovviamente accontentare dei tuguri in cui vivono già.
È stato infine creato un quiz per avere diritto ad una sistemazione di emergenza abitativa, consistente in una stanza d'albergo a quattro letti, di cui solo uno attaccato al muro in modo da poter resistere ad attacchi notturni di stampo omosessuale anche durante il sonno (mediante postura laterale con culo aderente alla parete), oppure sistemazione in centro plurifamiliare con vicini dalle tendenze suicide nonché profugo croato con vizio di orinare alle porte altrui. Il quiz, che avrà ad oggetto domande di incultura generale ed ignoranza enciclopedica, incrociate con storie personali di sciagure e miserie varie, si chiamerà Chi vuol esser disgraziato, e proclamerà il proprio vincitore alla fine con il procedimento del disgraziometro (maggior punteggio per ignoranza e sfortuna).
Tra tutti gli sfortunati partecipanti sarà infine tirata a sorte dalla dea bendata (impersonata dalla Battelli che è sguercia per conto suo e quindi non c'è nemmeno bisogno di bendarla) una bellissima suite nella zona della Padula (nomina sunt omina), con tanto di muschio alle pareti per il presepio di Natale e fermata del 23 barrato (quello che passa a mesi alterni) a soli sei chilometri e mezzo di distanza. E quel che più conta, l'alloggio sarà demolito tre giorni dopo la consegna al fortunato vincitore.
Auguri a tutti.
Tigre mangia tigre
Revolver (Italia/Francia, 1973) di Sergio Sollima. Con Oliver Reed (Vito Cipriani), Fabio Testi (Milo Ruiz), Paola Pitagora (Carlotta), Agostina Belli (Anna Cipriani), Frédéric De Pasquale (Michel Granier), Mario Mazza (funzionario di polizia), René Koldehoff (avvocato di Parigi), Daniel Beretta (Al Niko), Steffen Zacharias (Joe), Calisto Calisti (maresciallo Fantuzzi), Giuseppe Pallavicino (sicario di Granier), Sal Borgese (detenuto suicida), Peter Berling (Grandpa), Bernard Giraudeau.
Film dignitoso di Sollima, né bello né brutto, discretamente interpretato da un cast internazionale, in omaggio alla coproduzione italofrancese, più protagonista inglese Oliver Reed, una delle stelle emergenti dei primi anni settanta. Reed (non uno dei miei attori preferiti) è un vicedirettore italiano di un carcere che fa evadere Fabio Testi (un criminale francese con nome spagnolo) per liberare la moglie Agostina Belli (parecchio mummiesca) rapita da una banda di gangster che vuole mettere a tacere il malvivente francese. Il finale del film è tragico, perché il protagonista ottiene, è vero, la liberazione della moglie, ma al prezzo di uccidere colui che attraverso le vicende del film gli aveva dimostrato un po' d'amicizia, proprio il criminale evaso. E l'altro fedele amico del vicedirettore, il maresciallo Fantuzzi, era stato ucciso all'inizio del film, mentre gli amici di Ruiz fanno entrambi una brutta fine: il suo complice muore durante una rapina, mentre l'altro, un cantante assurto al successo grazie alla malavita che ha voltato le spalle ai vecchi amici, sarà ucciso con la droga dalla banda del losco Granier.
Il film sembra un po' confuso, ma ha una sua linearità, è ben fotografato e ben musicato (da Morricone), ha discreti interpreti (anche Fabio Testi, finché fa la simpatica canaglia), ma la regia di Sollima, del quale avevo già visto il brutto Città violenta, proprio non mi convince, nonostante l'infantile ammirazione che avevo provato per il suo Sandokan televisivo. Tra le curiosità si annovera un nudo di Paola Pitagora (la Lucia dei Promessi sposi televisivi del 1967), nella parte di un'italiana trafficona trapiantata a Parigi.
cuovadisbeibi (j. palomba)
"LAPIOGGIA INFURIA, ERBUIO AMMANTA
SU MISORELLA, SVENTOLA DELLANNI OTTANTA"
piove è buio nunzevede gnente e ce sta una che stassempre incazzata mezza scatarona che fuma e sevà ammagnà ipanini dallozzozzone allora ancerto momento siccome piove sepenza io mo stoaccasa ammevedo evidocassette allora però drento allevidocassette cestà lasorella castirato lezzampe che ie dice tericordi nellanniottanta? che io ero namezza attrice? pé lartra metà ero namignotta intera che mammucchiavo co uno che mò sammucchia pure cotté manunte posso dì ernome allora lascatarona incazzosa sepenza maché davero? allora poi lei prima sammucchia co ummocio vileda eppoi ie dice anfame! tesei ammucchiato commisorella! allora poi sescopre che erpadre della morta eddella scatarona peride pescherzo aveva fatto ungavettone darcuinto piano alla madre solo chessera sbaiiato e ergavettone stava arpiano tera ellamadre ie laveva tirata contro allora asorella morta ie dice alla scatarona pia iumpo' daria che me pari umposacenere.
chenfatti lanniottanta cianno rovinato che unzacco deggente sè presa ervirus der vuaccaesse.
trentam'aggiodumileccincue
(Greenwich 20.30 sala 1 centro destra. accanto ad un ghiro.)
Rocco e i suoi terruncielli
I fichissimi (Italia, 1981) di Carlo Vanzina. Con Diego Abatantuono (Felice, detto Toro Scatenato), Jerry Calà (Romeo Binaghi), Simona Mariani (Giulietta), Mauro Di Francesco (collega di Romeo), Renato Cecchetto (Walter), Fabio Grossi (il fratello ibrido), Barbara Herrera (Ingrid), Jimmy il Fenomeno (amico del fratello ibrido), Ugo Bologna (Avv. Colombo), Annabella Schiavone (mamma di Felice), Carmine Faraco (fratello tossicodipendente), Nicolina Papetti (madre di Romeo), Nicoletta Piersanti (amica grassa di Giulietta).
I fichissimi è sicuramente uno dei migliori film comici italiani degli anni ottanta, e questo quasi esclusivamente per merito di Abatantuono. Non è che voglia sminuire il merito della sceneggiatura dei fratelli Vanzina, ma le parti migliori sono i monologhi sproloquianti del terrunciello, e questo deve essere accreditato in gran parte all'attore milanese di origine pugliese («So' milanese icciento pecciento: l'accento che ho lo tengo pecché fa rustico»), che recitava il personaggio ormai da anni al teatro Derby. Caso mai ci si dovrebbe domandare quanto di questo merito sia ascrivibile in realtà al povero Giorgio Porcaro (1952-2002) che ha recitato per anni un personaggio molto simile, rivendicandone disperatamente la primogenitura. Ma a parte questo, Abatantuono è la figura centrale del film, come dice il suo personaggio nel film, è il perno attorno al quale ruotano tutti gli altri, come pianeti, compreso il mediocre antagonista («Soccompi, vemme!» gli urla Felice durante una lotta) Jerry Calà, che, fra l'altro, è nato a Catania. Abatantuono stupisce perché i suoi sproloqui, incredibilmente, hanno un senso, rivelando una certa qual cultura enciclopedica che spazia tra il cinema, la musica e la letteratura, per non parlare dello sport, anzi del calcio. Novello Rocco e i suoi fratelli (esilarantissimi i dialoghi con i fratelli, dei quali uno è ladro, uno è omosessuale e l'altro drogato, mentre una è femmina, e infatti Felice le ordina di tornare ai fornelli «che sono il tuo piccolo mondo antico»), Abatantuono si difende da chi, vedendo i suoi ricci ribelli e i suoi baffacci neri, nonché quel giubbottone di pelle nero sempre sganciato fino alla pancia, lo potrebbe considerare un bruto, proclamando «io sembro supefficialo e invece ci ho la mia visione dimmondo!».
Gli attori sono funzionali: attorno ad Abatantuono, che ruba la scena a tutti, c'è Jerry Calà, antipatico come sempre, Di Francesco, che non fa ridere nemmeno a pagare, Simona Mariani, finita prima a fare la valletta di Corrado e poi scomparsa dagli schermi, Renato Cecchetto (il signor Verderame di Amici miei atto secondo) che fa il solito tontolone, Ugo Bologna (1917-1998), che ripete la macchietta del cumenda nella parte nobile dell'avvocato Colombo e Fabio Grossi, eccellente fratello ibrido.
Il culo di Muccino
Che ne sarà di noi (Italia, 2004) di Giovanni Veronesi. Con Silvio Muccino (Matteo), Violante Placido (Carmen), Giuseppe Sanfelice (Paolo), Elio Germano (Manuel), Valeria Solarino (Bea), Enrico Silvestrin (Sandro), Katy Louise Saunders (Valentina), Myriam Catania (Monica), Pino Quartullo (padre di Paolo), Paola Tiziana Cruciani (madre di Manuel), Rocco Papaleo (portinaio).
Film deludente (per chi si aspettasse qualcosa) dall'inizio alla fine; trita rimasticatura di temi vecchi e nuovi soprattutto del cinema italiano degli ultimi vent'anni, specialmente a partire da Marrakech Express e Mediterraneo in poi. Ciò che colpisce è, oltre alla pervicacia con la quale Veronesi persegue i suoi risaputi obiettivi, il fatto che questo filmetto abbia ottenuto ben dieci nominations agli ultimi David di Donatello, dicendola lunga sullo stato ipercomatoso del nostro cinema (oppure possiamo dirlo in altra maniera: evidentemente lo vogliamo così, che poi faccia schifo forse non interessa). La recitazione è meno che da filodrammatica: le ragazze sono meno peggio dei maschi, tra i quali salverei Sanfelice, già visto nella Stanza del figlio. Colpisce e fa riflettere soprattutto il culo che ha avuto Silvio Muccino ad entrare nel mondo del cinema. Debutti ridicoli ce ne sono stati tanti, ma il giovane Muccino continua ad interpretare film pur non avendo la minima idea di cosa significhi recitare. Incredibile.
fantasia napoletana
Tanto per rinverdire la tradizione, resa immortale dal film in cui Sofia Loren si faceva mettere incinta per evitare la galera e rinverdita dalle famose magliette con banda obliqua nera a simulare la cintura di sicurezza della macchina, ecco qua cosa ti escogitano oggi per dissimulare lo spaccio di droga...
Attenti al mostro
Dèmoni e dei (GB/USA, 1998) di Bill Condon. Con Ian McKellen (James Whale), Brendan Fraser (Clayton Boone), Lynn Redgrave (Hanna), Lolita Davidovich (Betty), David Duke (David Lewis), Kevin J. O'Connor (Harry), Rosalind Ayres (Elsa Lanchester), Jack Betts (Boris Karloff), Cornelia Hayes O'Herlihy (Principessa Margaret), Martin Ferrero (George Cukor).
Gli ultimi anni del regista James Whale, autore di Frankenstein, tra i ricordi della Prima Guerra Mondiale e l'ossessione omosessuale, conditi dal rimpianto per non poter più lavorare a Hollywood.
Si tratta di un film di stampo classico, ben girato e ben interpretato, soprattutto da Ian McKellen e Lynn Redgrave, che però non esce mai dai binari del già visto e della bella illustrazione di maniera. Nonostante abbia qualche punto in comune con la pseudobiografia alla Ed Wood, il film di Tim Burton ha tutta un'altra vitalità. Ad alcuni buoni spunti (il ricevimento della Principessa Margaret a casa di George Cukor) si alternano scene grottescamente brutte, come il finale in cui il giovane Clayton si muove come il mostro di Frankenstein. Quanto alla scelta di Brendan Fraser, non si capisce se sia dovuta al suo fisico statuario o alla forma quadrata del suo testone, che all'anziano regista ricorda il suo amato Mostro.
Terrunciello della notte
Il ras del quartiere (Italia, 1983) di Carlo Vanzina. Con Diego Abatantuono (Domingo, il ras), Lino Troisi (rag. Gatti), Mauro Di Francesco (Jena), Isabella Ferrari (Veronica Gatti), Daniel Stephen [Donald Stefanow] (Orson), Lara Naszinski (Lola), Gianni Caiafa (Bidello), Antonio Allocca (funzionario di polizia).
Lo sfaccendato capo di una scalcinata banda di guerrieri della notte milanesi s'imbatte in un padre che, sfiduciato dalla polizia, sta cercando la figlia fuggita di casa. La sgangherata indagine darà fortunosamente i frutti sperati.
Il film vale pochissimo, scontando, prima che un budget piuttosto basso, una spaventosa carenza d'idee e tristissimi vuoti di sceneggiatura. La tecnica di Vanzina è quella che usava Mario Mattoli con Totò: dato un canovaccio, piazzava la macchina e seguiva il comico nelle sue improvvisazioni. Purtroppo Abatantuono non è Totò e in più la parlata da terrunciello alla lunga stanca un po', anche se le battute divertenti non mancano ("te la prenti con un povero anticappate privo tella vista"). Purtroppo, a parte qualche scorcio dell'abitazione del ras, la Milano del film è già abbastanza da bere, la luce di Kuveiller troppo artificiale per avere qualche pregio sociologico, l'interpretazione piuttosto cinofila (orripilante lo Stephen che interpreta Orson, ma anche Di Francesco è una presenza inutile, che serve solo ad allungare il brodo) e la musica ormai elettronica
dei Goblin a tratti insopportabile. Uscito dopo il fiasco di Attila, flagello di Dio, questo film non riuscì (nemmeno sfruttando la scia del successo dei Guerrieri della notte) a risollevare Abatantuono da un declino che riuscì a fermare solo cambiando maschera e linguaggio.






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