Due Pozzetti al prezzo di uno
È arrivato mio fratello (Italia, 1985) di Castellano e Pipolo. Con Renato Pozzetto (Ovidio Ceciotti e Raffaele Ceciotti alias Raf Benson), Carin McDonald (Esmeralda), Beatrice Palme (Lidia Cairoli), Armando Bandini (il preside), Pamela Prati (signora Piranesi, la dirimpettaia), Richard Harrison (Spinetti, il boss), Vincenzo [Enzo] Andronico (il notaio), Enzo De Toma (sé stesso), Karen Lindsay Peyton (turista americana), Paola Wu Min Yi (turista americana), Francesco Scali (il vicino di casa), Maria Giovanna Elmi (sé stessa).
Me lo ricordavo più divertente. Oggi sembra perfino impossibile che ci sia stato un periodo nel quale bastava che Pozzetto dicesse "Porca puttana!" oppure "E la madonaaa!" che venivano giù i cinema per le risate. Qui addirittura Pozzetto si sdoppia come Villaggio in Fracchia la belva umana e recita quasi tutto il tempo da solo. Ovviamente il divertimento dovrebbe consistere negli scambi di persona e nella disinvoltura con la quale il fratello pianista si comporta, al contrario del fratello professore, imbranato e maltrattato da tutti. Un po' come Villaggio/Belva umana quando si trova davanti Agus o la Mazzamauro. In realtà nel film di Castellano e Pipolo le cose funzionano così e così: per ingannare una fioraia i due gemelli si presentano come registi, ovviamente i fratelli Taviani: "Piacere, Taviano, le presento mio fratello Taviano". Le battute migliori però sono alla fine, quando la colored Esmeralda ancora non si è resa conto che il timido professore ha preso il posto del fratello disinvolto e gli domanda: "Da quando porti gli occhiali?" e lui "Da stasera" e lei dice "Sai cosa sembri con gli occhiali? Un professore!" e lui "Eh, non esageriamo..." e la ragazza nota "Sembri anche più grasso" e lui "Eh, saranno gli occhiali...". Poi la ragazza, conquistata, si concede: "Questa sera ti darò quello che hai sempre desiderato" e il timido professor Ceciotti: "I francobolli del papa buono???". Il gran finale del film, con corsa in automobile e bagno in mare all'alba tra Pozzetto e la statuaria Carin McDonald si svolge a Livorno sul Romito.
Toccato il fondo, si scava
Il compromesso... erotico - Menage a quattro (Italia, 1976) di Sergio Bergonzelli. Con Pupo De Luca (Don Camillo), Ria De Simone (Peppona), Amanda [Giuliana Cecchini] (Giga), Alfredo D'Ippolito (Cisullino), Armando Marra (il dottore), Luca Sportelli (il sindaco).
Difficile trovare un film più brutto di questo. E già chiamarlo film è fare un complimento troppo grande a questa roba confezionata alla bell'e meglio e allo stesso tempo è fare torto a più di cent'anni di storia del cinema. Questa sguaiata parodia della serie di Don Camillo e Peppone è soltanto un patetico pretesto per mostrare signorine, quasi tutte piuttosto prosperose, nude in atteggiamenti abbastanza spinti con dei maschi che definire arrapati sarebbe come chiamare Bin Laden birichino. Ria De Simone si spoglia letteralmente ogni tre secondi (e mi sembra di poter dire che ha mangiato troppi cotechini): tanto valeva non farla nemmeno rivestire. Il "protagonista" sarebbe il povero Pupo De Luca, qui anche sceneggiatore (!), caratterista spesso nei film di Bud Spencer e Terence Hill. Il resto è un'umanità di fenomeni da baraccone (un nano, una specie di insetto stecco umano, ragazze con seni mastodontici, un sindaco obeso), che mette soltanto tanta tristezza.
Noia medievale
Decameroticus (Italia, 1972) di Pier Giorgio Ferretti [Giuliano Biagetti]. Con Gabriella Giorgelli (Elissa), Pupo De Luca (marito di Elissa), Pietro Tordi (Messer Volfardo, il giudice), Aldo Bufi Landi (il boia), Krista Nell (moglie di Volfardo), Umberto D'Orsi (marito di Domitilla), Edda Ferronao (Domitilla), Sandro Dori (Don Casimiro), Pino Ferrara (Don Ciccillo), Antonia Santilli (moglie di Don Casimiro), Riccardo Garrone (Messer Gerbino), Corrado Olmi (Messer Ciacco), Orchidea De Santis
(moglie di Messer Ciacco), Camille Keaton (moglie di Gerbino), Margaret Rose Keil, Rosita Torosh, Luigi Antonio Guerra, Federico Pietrabruna, Marina Fiorentini.
Mamma mia che film! Be' dal titolo c'era da aspettarselo... Si tratta di una delle tante variazioni, il cui filone per l'appunto prese il nome di "decamerotico", seguite al successo del film Decameron di Pasolini. Film come questo, che si dice tratto da novelle del Boccaccio, del Bandello e dell'Aretino, si basano su due cose, l'erotismo e la comicità. In realtà l'erotismo non viene mai fuori, rimanendo attanagliato nell'imbarazzo di corpi nudi che si dimenano per risaltare una certa comicità gestuale. Ma proprio la comicità è l'altro grande assente del filone decamerotico, o quanto meno di questo film, che proprio non fa mai ridere. Rimane impressa soltanto una certa volgarità del linguaggio ("Chi dorme 'un piglia 'culi!" esclama in improbabile toscano il Messer Gerbino di Garrone), resa ancora più macroscopica da un dilettantesco doppiaggio che rifrulla quasi tutti i dialetti italiani, tra i quali nel filone decamerotico trionfavano il toscano, in grazia del Boccaccio, e chissà perché il ciociaro. Le attrici si spogliano abbondantemente, anche se, per citare il Giusti di Stracult, dirò che di pelo se ne vede poco. Tristezza per il caratterista triestino Umberto D'Orsi doppiato in romanesco da Ferruccio Amendola.
Tutta da leggere la critica delle cattoliche Segnalazioni Cinematografiche: "Il film, che si dice ispirato a novelle del Boccaccio, Aretino e Bandello, senza nesso tra loro, ritrova un filo conduttore unicamente nella ricerca di situazioni licenziose e lascive, cui offre un notevole contributo il dialogo di una volgarità e rozzezza senza pari, e una quantità di scene esibizionistiche e sensuali ormai adusate in opere del genere. Di fronte a questo, passano in secondo ordine persino le melensaggini della interpretazione e l'insulsa regia. Resta la pretestuosa ambientazione. Inutile dire che il tutto è inqualificabile e moralmente negativo. (Segnalazioni Cinematografiche)."
Le signore Dalloway
The Hours (USA, 2002) di Stephen Daldry. Con Nicole Kidman (Virginia Woolf), Julianne Moore (Laura Brown), Meryl Streep (Clarissa Vaughan), Stephen Dillane (Leonard Woolf), Miranda Richardson (Vanessa Bell), John C. Reilly (Dan Brown), Jack Rovello (Richie Brown), Toni Collette (Kitty Barlow), Claire Danes (Julia Vaughan), Ed Harris (Richard Brown), Jeff Daniels (Louis Waters), Allison Janney (Sally Lester).
Si prendono tre fra le attrici viventi più brave (quattro con Miranda Richardson) di generazioni alquanto diverse, si dà loro una storia ciascuna da interpretare e si frulla tutto con stile altmaniano. Poi si controlla il risultato. E si verifica che la montagna ha partorito il topolino. E il topolino è per giunta moribondo e, anzi, anche già un po' freddo.
Ambientato in epoche diverse, il film ha come filo rosso il romanzo Mrs. Dalloway che Virginia Woolf sta scrivendo nell'episodio più risalente del film. Nel 1951 a Los Angeles, Laura Brown, insoddisfatta madre di famiglia, appassionata lettrice del romanzo, ripercorre inconsapevolmente le scelte della protagonista, influenzata dalle decisioni narrative della scrittrice. La terza storia vede invece una editor newyorchese omosessuale (Streep), soprannominata appunto Mrs. Dalloway, alle prese con l'organizzazione di un ricevimento in onore del poeta Richard Brown, che si scoprirà figlio di Laura, il quale sta morendo di Aids.
La confezione è elegante, memore del'ultima lezione di Altman, la recitazione davvero impeccabile, ed infatti Nicole Kidman ci ha vinto un Oscar, premio alla sua svolta intellettuale dopo la separazione da Tom Cruise. L'insieme è comunque freddino e sa di muffa, così che lo spettatore che non sia già di per sé molto più che ben disposto non viene coinvolto in questo gioco molto intellettualistico. Si erge su tutti gli attori Ed Harris, bravissimo e misurato nella parte dell'artista sofferente dentro e fuori. Lo nomirano per l'Oscar ma non lo premiarono (gli preferirono il semisconosciuto Chris Cooper per Adaptation di Spike Jonze. Per quanto riguarda il resto del cast maschile, segnalo che John C. Reilly interpreta per l'ennesima volta il ruolo di un marito tonno e cornuto: sarà meglio che la smetta, altrimenti tra qualche anno si ritroverà a guardare sotto il letto e dentro gli armadi ogni volta che rincasa.
Mi si è sciolto un libro
Oggi al mare faceva così caldo che mi si è sciolto un libro. Cioè probabilmente a causa del caldo s'è sciolta la colla e le pagine sono andate tutte per conto loro. E non era nemmeno un libro da tre lire, tipo quelli della Newton Compton, ma un Oscar Mondadori. Ora che ci ripenso, la Mondadori è di Berlusconi... non è che lui ha risparmiato sulla colla per comprare Gilardino?
Comunque oggi è stato un caldo spaventoso. Ieri ho sentito che oggi sarebbe stato il giorno più clado dell'anno: speriamo, così domani si dovrebbe stare un po' meglio. Buonanotte.
P.S. Per la cronaca, il libro sciolto è (o era) Niente di nuovo sul fronte occidentale di E. M. Remarque.
Gli schiaffi di Frankenstein
Bersagli (USA, 1968) di Peter Bogdanovich. Con Boris Karloff (Byron Orlok), Tim O'Kelly (Bobby Thompson), Arthur Peterson (Ed Loughlin), Monte Landis (Marshall Smith), Nancy Hsueh (Jenny, la segretaria di Orlok), James Brown (Robert Thompson, il padre), Mary Jackson (Carlotta Thompson, la madre), Tanya Morgan (Ilene Thompson, la moglie), Warren White (ragazzo del droghiere), Sandy Baron (Kip Larkin, il deejay), Mark Dennis (Ray, commesso della seconda armeria).
Non sono certo un amante di Bogdanovich, al quale riconosco di avere fatto due buoni film, come L'ultimo spettacolo (1971) e Paper Moon (1973), ma rimprovero anche la realizzazione di boiate del tipo di Vecchia America (1976) e ...E tutti risero (1981), però questo Bersagli è veramente un bel film. Cinefilo almeno quanto L'ultimo spettacolo, è un omaggio verso un "mostro sacro" - sia detto senza malevola ironia
- come Boris Karloff, che interpreta sé stesso con soltanto un nome diverso, che fra l'altro ricalca quello del vampiro (Orlok) nel Nosferatu di Murnau. I protagonisti del film, almeno a leggerlo letteralmente, sono due, il vecchio Orlok e il giovane Bobby, un bel ragazzo all american che vive con mamma, papà e moglie bionda, e coltiva, condividendola con il babbo, la passione per le armi. Il vecchio attore si sente stanco e superato da un'America che ogni giorno vede sui giornali le imprese di killer seriali che sparano sulla folla senza apparente motivo. E infatti Orlok medita il ritiro dalle scene e il ritorno alla natìa Inghilterra. Bobby, invece, un giorno imbraccia uno dei suoi fucili e fa fuori moglie, mamma e un garzone del droghiere che si trovava lì per caso. La cosa avviene talmente all'improvviso che all'inizio si pensa a un sogno o a una fantasia perversa. E invece è vero, e il giovane Bobby si lascerà dietro una scia di morti che verrà fermata soltanto dal vecchio attore con un paio di sonori sganassoni. Così i vecchi signori rimettono a posto quest'America "ribelle senza causa", per citare un altro vecchio film.
Questo di Bogdanovich è insieme un omaggio al vecchio cinema americano, in particolare a quello indipendente di Roger Corman (del quale si vede nel finale La vergine di cera, 1963, con anche un giovanissimo Jack Nicholson), e un grido di dolore e d'allarme sulla pericolosa deriva armata che sta prendendo la giovane America di fine anni sessanta, in piena guerra del Vietnam, dalla quale è appena tornato il giovane serial killer che tira al bersaglio sull'autostrada. Ottima prova anche del vecchio Boris Karloff, allora ottantunenne, che morì pochi mesi dopo l'uscita del film.
I bianconeri

Della serie "c'erano una volta i bianconeri".
Vabbe' che anche i colori sociali del Cesena sono il bianco e il nero, ma quella rossa che cazzo di maglia è???
Il trombatore della notte
Improvvisamente, un uomo nella notte (GB, 1972) di Michael Winner. Con Marlon Brando (Peter Quint), Stephanie Beacham (Miss Margaret Jessel), Thora Hird (signora Grose), Harry Andrews (lo zio, padrone di casa), Verna Harvey (Flora), Christopher Ellis (Miles), Anna Palk (la nuova istitutrice).
Una sorta di antefatto a Giro di vite di Henry James, che comincia con l'arrivo della nouva governante. Due fratellini rimasti orfani e lasciati in una villa di campagna con l'anziana governante e la giovane istitutrice subiscono il fascino un po' perverso del giardiniere Peter, il quale di notte entra in casa e giace con l'istitutrice, coinvolgendola in giochi sadomaso. Il comportamento rozzo dell'uomo e la sua pericolosa filosofia spicciola spingeranno i bambini a commettere orrendi crimini per tenere con sé le persone amate.
Un film che non sa decidere tra l'orrore puro (v. l'immenso The Wicker Man) e il giallo psicologico alla Messaggero
d'amore e non sa creare la tensione del modello jamesiano né la paura dei film orrorifici della tradizione britannica. Michael Winner (londinese d.o.c., classe 1935), che troverà il suo maggior successo due anni dopo in America con Il giustiziere della notte (con Charles Bronson) dirige con l'accetta un film interpretato, probabilmente per ragioni alimentari, da un Marlon Brando del periodo Padrino - Ultimo tango, e da Stephanie Beacham, propensa come sempre a spogliarsi senza pudori. Ma forse è meglio lei di lui. Harry Andrews, grande caratterista britannico, è tenuto un po' troppo in disparte e, truccato da baronetto, non rende al meglio delle sue possibilità.
Herzog
Herzog (1964) di Saul Bellow.
«Se il vecchio Dio esistesse, dovrebbe essere per forza un assassino. Ma l'unico vero dio è la Morte. Così stanno le cose - senza nessuna codarda illusione.» (Herzog, pag. 356)
Il romanzo di Bellow, da qualcuno considerato il suo capolavoro, è datato 1964, ma leggendo i credits sul risvolto di copertina vi sono tre date per il ©: 1961, 1963 e 1964. Mi sembra, infatti, che alcune parti siano state successivamente (intendo dopo la prima uscita che è da datare nel 1961) riviste e riscritte, come dimostrerebbe secondo me un accenno al Presidente Kennedy che, nella versione che si legge oggi, è già stato ucciso, mentre nel 1961 era vivo e vegeto ed ancora, ben prima del famoso episodio della Baia dei Porci e della crisi dei missili a Cuba, destava grandi speranze di rinnovamento e disgelo con l'URSS. Non è un particolare secondario, anzi, l'episodio dell'omicidio di Kennedy potrebbe avere contribuito a creare un clima abbastanza cupo nel romanzo di Bellow. Direi che si vive, leggendolo, un'atmosfera piuttosto soffocante, accentuata dalle lettere scritte dal protagonista a personaggi viventi (nella finzione romanzesca, ovviamente) e a famosi personaggi ormai defunti, come la celebre lettera a Nietzsche, nelle quali vediamo un sintomo, se non di follia, quanto meno della nevrosi che affligge Moses Elkanah Herzog. Del resto, il romanzo comincia fulmineamente con un «Se sono matto per me va benissimo, pensò Moses Herzog», personaggio che troviamo vivere in una casa di campagna in disfacimento, in mezzo alla sporcizia e agli escrementi dei topi, intento a scrivere lettere a vivi e morti. Che cosa fosse successo prima, Bellow (morto a quasi novant'anni il 5 aprile di quest'anno) ce lo racconta in un lungo flashback che vede a momenti il racconto di un narratore onnisciente che parla in terza persona, talaltra il protagonista narrare in prima persona, anche all'interno della stessa pagina. L'evento che più ha sconvolto la vita di Herzog è il divorzio dalla seconda moglie Madeleine, la bella wasp convertita al cattolicesimo che se n'è andata con il miglior amico del marito. Però a ben guardare già il matrimonio con la stessa donna l'aveva messo in un vicolo cieco, e poi ancora prima il suo primo matrimonio fallito con Daisy, il rapporto con i fratelli e quello difficile con il padre, bizzarro commerciante fallito e contrabbandiere fuggito dalla Russia dopo la rivoluzione del 1917. Alla fine di questo romanzo davvero importante - le ultime cento pagine riscattano alla grande una certa staticità della prima parte - il protagonista riscopre un proprio ruolo nel mondo grazie agli affetti più vicini: il fratello Will, l'amico Luke e la donna che lo ama, Ramona, una donna più terrena di Madeleine, ma che può dare al protagonista una felicità, forse momentanea, ma comunque priva di tensione, che prima gli era parso impossibile raggiungere. E tutto questo è narrato dalla stupenda scrittura di Bellow, premio Nobel per la Letteratura nel 1976, che inevitabilmente perde un po' nella traduzione di Letizia Ciotti Miller, ma mantiene la sua eleganza e la sua forza appassionata.
Forza toro!
Sì, meglio, sono tifoso della Juve. Quello che volevo dire riguarda una scena impressionante che ho visto l'altro giorno in tv. Era un filmato girato in Messico dove fanno una manifestazione (?) simile a quella di San Firmino a Pamplona, dove liberano i tori per le strade e poi corrono tutti verso il molo. Solo che il toro aveva steso un tizio a terra e lo prendeva a cornate. Il tizio non si rialzava più. Poi ne ha beccati un altro paio e li ha lanciati con delle testate a distanze di tre o quattro metri. Pare che non ci siano stati morti, il che mi fa piacere, però spero che gli idioti presenti si ricordino la lezione per tutta la vita. Imbecilli.
Balla coi morti ammazzati
Open Range - Terra di confine (USA, 2003) di Kevin Costner. Con Rober Duvall (Boss Spearman), Kevin Costner (Charley Waite), Annette Bening (Sue Barlow), Michael Gambon (Denton Baxter), Michael Jeter (Percy), Diego Luna (Button), James Russo (sceriffo Poole), Abraham Benrubi (Mose), Dean McDermott (dottor Barlow).
Uno pensa vediamo il seguito di Balla coi lupi, e infatti così sembra per almeno dieci minuti. Però lì c'era Due Calzini, c'era tatanka, Alzata con pugno che sembrava evocare Che Guevara eccetera. Qui invece c'è un vecchio logorroico e bisbetico che sembra il colonnello Kilgore un po' rincoglionito. E poi c'è la mogliettina del dottore che scambia occhiate audaci con il bel Kevin Costner. Ops no, a un certo punto si scopre che non è la moglie, ma la sorella: ma tu guarda, aspettava lui. Poi c'è questo villaggetto nel sedere del mondo nel quale il medico guarisce praticamente tutti e l'emporio vende addirittura cioccolata svizzera e sigari cubani! Il negoziante avrebbe potuto tirar fuori da un barattolo del caffè brasiliano, fare una pizza napoletana e magari un piattino di nidi di rondine o riso alla cantonese.
Qualcuno dovrebbe dire a Costner che il western è stato un bell'uomo e lui sta disseppellendo un cadavere putrefatto. Gli attori sono tutti bravini, adatti ai ruoli, le musiche sviolinano al momento opportuno, insomma non manca niente. Anzi, c'è più di quel che dovrebbe esserci. Della serie: qui nel lontano West non ci manca niente, basta che non ci rompiate i coglioni. Ah, bella la sparatoria finale. Non manca nulla nemmeno lì: Duvall mostra addirittura pietà per il cattivo, ma si dimentica di dire una preghierina insieme a lui.
Mystic River 2
The Woodsman - Il segreto (USA, 2004) di Nicole Kassell. Con Kevin Bacon (Walter), David Alan Grier (Bob), Eve (Mary-Kay), Kyra Sedgwick (Vicki), Benjamin Bratt (Carlos), Mos Def (sergente Lucas), Hannah Pilkes (Robin).
Se sulla macchina di Mystic River ci fosse salito Kevin Bacon anziché Tim Robbins le cose sarebbero potute andare così. Il film non mi è piaciuto: si salva soltanto Kevin Bacon, eccezionale nel fare il maniaco; atteggia perfino le pieghette del volto per non suscitare simpatia nello spettatore. Il film, però, è inconsistente e troppo simile a centinaia di altri film venuti prima di questo: il ritorno al paesello dopo la prigione, il lavoro, il difficile rapporto con i colleghi, l'amorazzo con la prima venuta (Kyra Sedgwick con le puppe finte è veramente inguardabile), la quale ha anch'ella un passato difficile eccetera eccetera. Oltre tutto la conversione è assai più fulminea di quella dell'Innominato ed avviene durante il colloquio con una ragazzina appassionata di ornitologia (e meno male che il film non è italiano, altrimenti sai che doppi sensi!), di nome Robin, cioè pettirosso, anch'ella con problemi di eccessive attenzioni particolari da parte del padre. E poi non convince il repentino liscio e busso dato al nuovo pedofilo che adesca i bambini davanti alla scuola, che riabilita Walter agli occhi del poliziotto che lo sorveglia, il quale a sua volta sostiene di tenerlo costantemente d'occhio, ma in realtà non vede niente.
Mystic River non mi aveva esaltato, però, rispetto a questa Nicole Kassell Clint Eastwood è di un altro pianeta.
Occhio all'assicurazione
Ragazza tutta nuda assassinata nel parco (Italia/Spagna, 1972) di Alfonso Brescia. Con Robert Hoffman (Chris Buyer), Pilar Velázquez (Catherine Wallenberger), Irina Demick (Magda Wallenberger), Teresa Gimpera (Kirsty Buyer), Patrizia Adiutori (Barbara Wallenberger), Philippe Leroy (Martin), Adolfo Celi (ispettore Huber), Howard Ross (Gunther), Franco Ressel (Bruno, il cameriere), Maria Vico (la cameriera).
Un assicuratore è incaricato dalla compagnia di indagare sulla morte di un anziano affarista tedesco che il giorno della morte aveva stipulato un'assicurazione sulla vita per un milione di dollari. L'assicuratore entrerà in confidenza con le donne della famiglia del trapassato e se la farà una dopo l'altra...
È un giallo, ma come accadeva spesso all'epoca, con risvolti erotici. La trama è inutilmente intricata, anche perché, volendo, si capisce tutto già dal prologo, ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale. Il film annovera vari attori e caratteristi del cinema di genere degli anni settanta, tra i quali ovviamente primeggia Adolfo Celi. Le due figlie di Wallenberger (Velázquez e Adiutori) si spogliano abbastanza spesso e la seconda, Barbara, passerà indifferentemente dalle braccia dello stalliere muto Gunther (Ross) a quelle del bell'assicuratore (Hoffman). Le scene madri affidate a Irina Demick sono assolutamente risibili, così come inutilmente ingarbugliato è il finale in cui trionfa Leroy.
Un malo film
La mala educación (Spagna, 2004) di Pedro Almodóvar. Con Gael García Bernal (Ángel/Juan/Zahara), Fele Martínez (Enrique Goded), Daniel Giménez Cacho (padre Manolo), Lluís Homar (Manuel Berenguer), Javier Cámara (Paca/Paquito), Petra Martínez (la madre), Francisco Boira (Ignacio), Juan Fernández (Martín), Nacho Pérez (Ignacio bambino), Raúl García Forneiro (Enrique bambino).
Penso che Almodóvar sia molto più intelligente dei suoi film, tra i quali il migliore che ho visto resta Che ho fatto io per meritare questo? del 1984. La mala educación, bando alle miserande polemiche sulla pedofilia nei collegi cattolici (l'opinionista di Repubblica Francesco Merlo scrisse un lungo editoriale sostenendo che i salesiani che aveva conosciuto lui non erano così: e allora? lo erano quelli che ha conosciuto Almodóvar, no?), non mi sembra per niente un gran film, anzi. Ad alcune parti ben girate - la forma, importantissima in un film, è salva - mi pare che corrisponda una confusione di fondo, un girare intorno al niente, nonostante un tema forte come quello della pedofilia, per altro ben gestito, senza inutili insistenze e compiacimenti. Ci sono, inoltre, troppi particolari che non tornano: e perché mai l'ex prete torturatore andrebbe dal regista a raccontargli di avere commesso un omicidio? E perché, poi, Juan se la farebbe prima con l'ex torturatore del fratello e poi con il regista del film? Per soldi? Per brama di successo professionale? E poi lui, Juan, non ha nemmeno alle spalle la terribile esperienza del collegio...
Mi sembra che questa volta Almodóvar, per voglia di dire tutto, faccia troppa confusione e segni un malaugurato autogol. Gli attori mi sembrano inespressivi come non mai. Si diceva un gran bene del giovane attore messicano Gael García Bernal (classe 1978), interprete anche di Diarios de motocicleta: tutta fama usurpata?
Parodia funesta
Ettore Lo Fusto (Italia, 1972) di Enzo G. Castellari [Enzo Girolami]. Con Philippe Leroy (Ettore), Vittorio De Sica (card. Giove), Luciano Salce (Mercurio), Vittorio Caprioli (Menelao Due Re detto Rebecco), Aldo Giuffrè (Agamennone Due Re detto Resegone), Giancarlo Giannini (Ulisse), Michael Forest (Achille), Rosanna Schiaffino (Elena), Luis Gallardo (Paride), Giancarlo Prete (Patroclo), Orchidea De Santis (Briseide), Haydée Politoff (Criseide), Gianrico Tedeschi (Priamo), Caterina Boratto (Ecuba), Franca Valeri (Cassandra), Gigi Rizzi (fratello di Ettore).
Nientepopdimenoche l'Iliade. All'amatriciana, ma pur sempre l'Iliade di Omero, con un'operazione che, molti anni dopo, tenteranno, con intenti più seri - e con l'Odissea - i fratelli Coen con Fratello, dove sei? (2000).
Per portare a termine una sua speculazione edilizia, il cardinale Giove mette contro la famiglia Lo Fusto (i troiani), papponi d'alto bordo, e la famiglia Due Re (gli achei), titolari di un alberghetto a ore, mediante il rapimento di Elena, moglie ninfomane di Menelao Due Re da parte di Paride Lo Fusto.
Nonostante l'idea originale, l'operazione non è affatto divertente, prevedendo le consuete battute a doppio senso, gli inseguimenti in macchina e in moto e i cascatoni. Si salvano Giancarlo Prete, nella parte di Patroclo detto Clo-Clo, inseparabile amico particolare di Achille, e i duetti tra Giuffrè e Caprioli. Quest'ultimo è grandissimo e fa l'effetto di Totò nei suoi film: quando era in scena lui, tutto bene, quando erano in scena i numeri musicali di contorno (v. ad esempio Totò, Peppino e la malafemmina) l'attenzione scemava. Quanto al cast femminile, Rosanna Schiaffino è sempre in mutande ma non si spoglia mai, così come Orchidea De Santis e Haydée Politoff, pur reclutate come mignotte professioniste di Perugia (unica eccezione un primo piano alle puppe di Briseide - De Santis), mentre Franca Valeri - Cassandra fa i tarocchi e predice sventure e somiglia alla Strega Amelia dei fumetti di Paperino.
Satira e sederi
All'onorevole piacciono le donne (Italia, 1971) di Lucio Fulci. Con Lando Buzzanca (Sen. Gianni Puppis), Lionel Stander (card. Maravidi), Laura Antonelli (suor Hildegarde), Agostina Belli (suor Brunhilde), Renzo Palmer (padre Lucion), Corrado Gaipa (Don Gesualdo), Josè Quaglio (On. Fornari), Eva Czemerys (donna del sogno), Anita Strindberg (moglie del diplomatico francese), Francis Blanche (padre Schirer), Aldo Puglisi (Carmelino), Armando Bandini (Bardolino).
Satira che prende di mira un alto politico democristiano che all'improvviso diventa un erotomane che, fra tripudi di culi, assale tutte le donne che gli capitano a tiro. Il problema è che, con l'aiuto delle gerarchie vaticane e della mafia, sta per diventare presidente della repubblica.
Lando Buzzanca non mi ha mai fatto ridere e non lo fa nemmeno qui, anche se la sua satira di un potente uomo della Democrazia Cristiana (si adombra qui l'allora on. Colombo, quello che un paio d'anni fa ammise di fare uso di cocaina) è piuttosto riuscita. Fra l'altro questo di Fulci è probabilmente il primo film comico nel quale si acenna a losche manovra concordate tra Chiesa e mafia per fare la carriera di un uomo politico. Più spesso, in realtà, quest'alleanza li disfa gli uomini (politici e non), mandandoli a finire dentro statue votive.
Poi c'è il versante erotico, con le suorine (Laura Antonelli e Agostina Belli) spogliate per le voglie del satiro, ma l'unica scena almeno un pochino "erotica", seppure soltanto ammiccante, è quella della moglie dell'ambasciatore francese (Strindberg), coperta soltanto di qualche dollaro.
In sostanza un'occasione perduta, che alla fin fine ha al suo attivo soltanto qualche caratterizzazione riuscita, in particolare quella di Lionel Stander, che sembra appena uscito da Per grazia ricevuta.
Cabarettino
Chicago (USA/Canada, 2002) di Rob Marshall. Con Renée Zellweger (Roxie Hart), Catherine Zeta-Jones (Velma Kelly), Richard Gere (avvocato Billy Flynn), Queen Latifah (Mama Morton), John C. Reilly (Amos Hart), Lucy Liu (Kitty Baxter), Christine Baranski (Mary Sunshine).
Un musical modello anni '70 (il modello resta, mi sembra, Cabaret, anche perché l'autore del musical teatrale è proprio Bob Fosse), ambientato a Chicago nella mitica era del Proibizionismo, che tenta però una strada nuova nella messinscena cinematografica. Fallendo totalmente, a mio avviso. Chicago città, se si esclude un fugace accenno alla fine del film, quando i titoli dei giornali trascurano le soubrette per parlare delle prime imprese di Al Capone, è totalmente assente, tanto che quasi si rimpiange l'ambientazione squallida della Las Vegas di Showgirls (1995). E infatti alla fine il film dell'esordiente Rob Marshall sembra un malriuscito mix tra il film di Verhoeven, Cabaret e Brubaker. Ci sono, è vero, soluzioni originali, come quella di raccontare le vicende del film in parallelo tra realtà e finzione scenica, ma l'unico numero davvero interessante è quello del ventriloquo, nel quale l'avvocato Gere suggerisce le risposte alla pupazzetta Zellweger.
Gli interpreti non sono assolutamente all'altezza del compito loro affidato: accanto a un Richard Gere (forse volutamente) goffo e ridicolo recitano, si fa per dire, Renée Zellweger che non lega le scarpe a Catherine Zeta-Jones, la quale, da parte sua, nonostante un immeritatissimo Oscar, non mi pare in grado di ballare e cantare (e per dirla tutta mi sembra anche un po' sciupatina). Il meno peggio è John C. Reilly nella consueta, per lui, parte del becco. Consueto per il cinema americano anche lo sfoggio di caratteristi di grande valore.
Non ci facciamo riconoscere
Vacanze in America (Italia, 1984) di Carlo Vanzina. Con Christian De Sica (Don Buro), Jerry Calà (Peo Colombo), Edwige Fenech (signora De Marinis), Claudio Amendola (Alessio Liberatore), Antonella Interlenghi (Antonella), Gianfranco Agus (Rocky, il fidanzato), Paolo Baroni (Scandicci), Fabio Ferrari (Furio, detto Pappola), Gianmarco Tognazzi (Filippo De Marinis).
Insulso film vanziniano tipicamente anni ottanta con gag stantìe e sciapite: il top dovrebbe essere un derby calcistico Roma - Juve giocato a Zabriskie Point, nella Valle della Morte. I Vanzina non si/ci fanno mancare proprio niente, per quanto riguarda gli stereotipi dell'epoca, dagli amorazzi del bravo ragazzo Claudio Amendola, innamorato di una brava ragazza (Interlenghi) dotata di fidanzato antipatico e scemo (Agus), ai jerrycalà e ai christiandesichi d'ordinanza, alla Fenech che aveva cominciato a smettere di spogliarsi (per l'effetto Montezemolo). De Sica nella parte di Don Buro è appena appena sopportabile, mentre il migliore è Paolo Baroni, nella parte di Scandicci, per una volta un toscano veramente simpatico. Qui purtroppo è poco utilizzato, e poi mette tristezza pensare che è finito a fare il lacché di Vespa in Porta a porta.
I due fresconi alla grande guerra
Armiamoci e partite! (Italia, 1971) di Nando Cicero. Con Franco Franchi (Franco), Ciccio Ingrassia (Ciccio), Philippe Clay (generale McMaster), Martine Brochard (Lili, agente Z 2), Dante Cleri (proprietario del caffè), Alfonso Tomas (capitano Dubois), Renato Pinciroli (generale francese), Nino Terzo (passeggero sul treno).
Franco e Ciccio emigrano dalla Sicilia in Francia nel 1914 ed ottengono la cittadinanza francese giusto in tempo per andare al fronte nella Grande Guerra. Lì si ritroveranno per le mani un generale inglese caduto in catalessi ed ambito anche dallo spionaggio tedesco.
Nonostante che sia ben costruito (buone anche le scene di battaglia), e nonostante anche una parvenza di trama lineare, Armiamoci e partite! si ricorda soltanto per un paio di battute e nulla più. Nella prima missione in cui vengono mandati come volontari - ovviamente per sbaglio, in quanto si erano fatti tutti avanti tranne loro, salvo che poi era stato ordinato il dietrofront e si erano trovati avanti a tutti - per l'esercito francese, Franco e Ciccio si guadagnano la croce di ferro di prima classe dell'esercito tedesco. Le spie tedesche comunicano con i piccioni viaggiatori e quando il capo ordina di mandare un messaggio urgente, l'agente tira fuori il pepe e lo cosparge sul sedere del volatile. Sul treno Franco incontra una bella spia tedesca (Martine Brochard), con la quale si svolge il seguente dialogo: Franco - Lo sa che guardandola bene mi ricorda una persona che ho già incontrato? Lili - Ah, può anche darsi... Franco - Lei è mai stata a San Marino? Lili - No. Franco - Nemmeno io... saranno stati altri due...
Tutto qui. Nella media di quanto i due comici giravano all'epoca.
Pistola d'oro, palle di piombo
Agente 007 - L'uomo dalla pistola d'oro (GB, 1974) di Guy Hamilton. Con Roger Moore (James Bond), Christopher Lee (Francisco Scaramanga), Britt Ekland (Mary Goodnight), Maud Adams (Andrea Anders), Hervé Villechaize (Nick Nack), Soon-Tek Oh (tenente Hip), Richard Loo (Hai Fat), Marc Lawrence (Rodney), Bernard Lee (M), Desmond Llewellyn (Q), Lois Maxwell (Miss Moneypenny), Marne Maitland (Lazar).
L'agente 007 m'è sempre rimasto sulle palle, forse perché troppo bravo e fortunato, forse perché troppo snob con quelle sue pretese di cibi, vestiti e macchine di marca extralusso: un vero e proprio schiaffo alla miseria. Questo L'uomo dalla pistola d'oro, che non è Bond ma il suo nemico, non è nemmeno uno dei migliori della serie, anche se ci sono forse le donne più belle, Britt Ekland e Maud Adams e anche se il regista è uno degli storici direttori dell'agente britannico. Tutto sommato il film mi è sembrato una strenua lotta di Christopher Lee, secondo me uno dei più grandi attori del globo quando non indossa i canini appuntiti da vampiro, per salvare un film contenutisticamente disastroso. Alla fine, nonostante la sua bravura, anche il mitico attore inglese deve alzare bandiera bianca: il film è davvero una cagata.
Roger Moore, che pure mi resta simpatico, è poco credibile come Bond ed è addirittura ridicolo nelle scene di arti marziali, con dei cinesi che devono fare acrobazie per non fargli del male. Britt Ekland ricompone con Christopher Lee il duo visto in The Wicker Man l'anno precedente, ma è costretta a fare continuamente la gattina con il bell'agente. Maud Adams è bella, ma più decorativa che funzionale, come spesso lo sono le bellone dei film di 007. Nella parte del nano malefico Nick Nack c'è l'attore francese Hervé Villechaize (1943-1993) che mi ricordo nella serie TV Fantasy Island: finisce issato sul pennone del veliero di James Bond.
Alessandro Metz
Le ricerche su internet erano state infruttuose, però sul libro Stracult di Marco Giusti (ed. Frassinelli) ho trovato un accenno che può far accettare la tesi secondo la quale Alessandro è il figlio di Vittorio Metz. A proposito del film Pierino il fichissimo (1981) diretto proprio da Alessandro Metz, Giusti dice «primo dei falsi Pierini, diretto da un esordiente, Alessandro Metz, figlio d'arte...». Mi pare ovvio che Giusti intenda che Alessandro sia il figlio di Vittorio Metz, anche in considerazione del fatto che di Metz non è che ce ne siano poi tantissimi.
Tanto si doveva. ![]()
Bendetto doppiaggio
Cantando sotto la pioggia (USA, 1952) di Stanley Donen e Gene Kelly. Con Gene Kelly (Don Lockwood), Donald O'Connor (Cosmo Brown), Debbie Reynolds (Kathy Selden), Jean Hagen (Lina Lamont), Millard MItchell (R.F. Simpson), Cyd Charisse (ballerina), Douglas Fowley (Roscoe Dexter), Rita Moreno (Zelda Zanders).
Be', visto a più di cinquant'anni di distanza resta comunque un buon film. E lo dice uno che non ama certo i musical, specialmente quelli vecchio stampo come questo. Però la materia funziona, grazie all'ironia che circonfonde la materia (il passaggio dal cinema muto a quello sonoro, con il solito sapientaone che sentenzia che l'invenzione non ha futuro). Anche i numeri musicali, che generalmente taglierei di netto, sono dei tali classici che si guardano con piacere, specialmente il mitico numero Singing In The Rain, ma anche l'allegro Good Morning e il Make 'Em Laugh, performato dal fantasista comico Donald O'Connor (quello che affiancava Francis il mulo parlante), anche se non si capisce come mai quest'ultimo pezzo sia tradotto in italiano (Ma che fa), mentre gli altri sono lasciati in originale.
Contribuiscono al successo anche la simpatia e la bravura di Gene Kelly, Donald O'Connor, Debbie Reynolds, Jean Hagen e di tutto quell'esercito di caratteristi che hanno fatto grande il cinema americano, forse anche più dei suoi divi hollywoodiani.
Con quella faccia un po' così, quell'espressione un po' così...
Ora o mai più (Italia, 2003) di Lucio Pellegrini. Con Jacopo Bonvicini (Davide), Violante Placido (Viola), Edoardo Gabbriellini (Luca), Elio Germano (Doveri), Camilla Filippi (Vanna), Riccardo Scamarcio (Biri), Andrea Samà (Cespu), Toni Bertorelli (padre di Davide), Francesco Mandelli (Frankino).
Uno studente di fisica della Normale di Pisa ricorda l'estate del 2001 quando, anziché dare l'ultimo esame, andò a Genova per partecipare alle proteste dei No Global contro il G8, un po' perché ormai impegnato in politica, ma soprattutto per stare insieme a Viola, la ragazza di cui è innamorato.
Non è che non ci siano pregi in questo filmetto ambientato a Pisa, e probabilmente anche qualche spunto di verità, sia per i ricordi personali dei tempi della cosiddetta "Pantera" sia per i racconti di alcuni amici sulla vita nei centri sociali. Poi vi sono immagini verosimili e credibili delle torture in stile fascista perpetrate dalla polizia nella caserma di Bolzaneto, anche se pare un po' strano che il protagonista vi sia stato condotto quando nemmeno partecipava ad un corteo, ma era ancora fuori città. Il peggio del film, però, va ricercato proprio nel suo contenuto prettamente cinematografico, piuttosto che nel politico: personaggi abbozzati alla bell'e meglio (inutile citarne alcuni, la critica li riguarda un po' tutti), scene irritanti (una per tutte: quella nel supermercato), svolte drammaturgiche incomprensibili (perché Viola alla fine se ne va di punto in bianco? solo per consentire al protagonista di pronunciare la classica frase "da quel giorno non l'ho più rivista"?), con il risultato di creare un manicheismo (studenti-poliziotti; studenti "buoni"-studenti "cattivi") che ottiene come conseguenza quella di rendere i protagonisti del film tanto antipatici quanto non sono riusciti a fare nemmeno personaggi veri come Caruso e Casarini.
Fra gli attori direi che Bonvicini è sufficientemente aderente al personaggio, un ragazzo abbastanza qualunque che si ritrova coinvolto in eventi più grandi di lui soprattutto per amore. Gabbriellini continua imperterrito a recitare il personaggio che ha fatto in Ovosodo, quello che pare che abbia capito il mondo e poi invece non ha capito niente (o viceversa, ma chi se ne frega), dai film auto od eterodiretti alle pubblicità del caffelatte. Elio Germano nella parte del secchione parafascista non c'entra proprio una mazza, mentre Violante Placido sembra uscita dall'Actor's Studio: sa fare proprio di tutto e in particolare spogliarsi.
Aridatece Barbanera!
Calendar Girls (GB, 2003) di Nigel Cole. Con Helen Mirren (Chris Harper), Julie Walters (Annie Clarke), Penelope Wilton (Ruth Reynoldson), John Alderton (John Clarke), Linda Bassett (Cora), Annette Crosbie (Jessie), Celia Imrie (Celia), Ciarán Hinds (Rod Harper), Philip Glenister (Lawrence Sertain, il fotografo), Jay Leno (sé stesso).
Per dirla all'inglese, rubbish (spazzatura). Da un soggetto anche interessante, un film che non sa proprio di niente e dopo tre minuti ha già esaurito tutta la sua carica. La parte migliore è quella in cui recitano Julie Walters e John Alderton, il quale però muore quasi subito. Tutto nasce infatti dalla morte di questo brav'uomo per la leucemia. La moglie e l'amica Chris decidono di proporre alle componenti dell'associazione delle donne religiose la realizzazione di un calendario in cui appariranno nude e di finanziare con il ricavato la ricerca sulla leucemia. A questo punto dovrebbero seguire una serie di buffe conseguenze che porteranno la comunità puritana e bigotta ad accettare la realizzazione del calendario con queste attempate modelle. In realtà si scivola invece nel cliché più risaputo, con la paura dell'insuccesso che si trasforma in successo strepitoso, tanto che le "ragazze" verranno addirittura invitate in America a partecipare allo show del bravissimo (l'ho visto più volta in TV) Jay Leno. E qui le donne si dimostreranno incapaci di gestire il successo ottenuto. Ma quel che è peggio, il film scivola ancora più in basso, con una vieta satira dello show business, tematica che si è vista più e più volte nel corso dei decenni. Sembra addirittura di vedere qualche vecchio film con Alberto Sordi del tipo Un italiano in America o Un tassinaro a New York. Non c'era certo bisogno che ci riportassero a Hollywood queste attempate conigliette (che fra l'altro non sono nemmeno dodici come i mesi dell'anno). Poteva essere interessante il tema del rapporto di Chris con il figlio che si vergogna come un ladro della mamma modella, ma l'argomento non è per niente sviluppato. Non saranno (non sono stati) certamente soddisfatti scopofili e gerontofili, perché le attrici, eccettuate un paio di scene di Helen Mirren e Julie Walters, non mostrano niente. E tutto sommato è meglio così.
Mulini a vento uno, Don Chisciotte zero
Lost in La Mancha (GB, 2001) di Keith Fulton e Louis Pepe. Con Terry Gilliam, Jean Rochefort, Johnny Depp, Tony Grisoni (sceneggiatore), Philip A. Patterson (aiuto regista), Nicola Pecorini (direttore della fotografia), Gabriella Pescucci (costumista).
Un film più interessante che bello. Ed era naturale, trattandosi di una specie di documentario. In realtà doveva originariamente essere un making of di una rielaborazione delle vicende di Don Chisciotte, fatta propria dal regista Gilliam secondo la sua estetica immaginifica e roboante. In realtà la lavorazione si trasforma in una rincorsa contro il tempo, inteso sia come eventi atmosferici sia come cronologia. Prima infatti un fortunale si abbatte sul set distruggendo gran parte dei macchinari e trasformando irrimediabilmente le location originali; poi il protagonista Jean Rochefort dà forfait a causa delle sue condizioni di salute che non gli permettono di stare a cavallo. E Gilliam, che già si era imbarcato nell'impresa sapendo che i soldi non sarebbero bastati per girare il film che aveva in mente, si trasforma in una specie di Don Chisciotte che tenta ugualmente di portare avanti il film, scontrandosi contro i mulini a vento rappresentati da produttori e compagnie assicurative. Il film ci mostra la rabbia, la frustrazione e la rassegnazione del personale, nel quale figurano diversi italiani, tra i quali la solvayna oscarizzata Gabriella Pescucci. Ma soprattutto ci fa conoscere cosa ci sia dietro il grande schermo, il lavoro e anche i rischi da affrontare prima di poter fornire i rulli di pellicola alle sale cinematografiche, e le difficoltà cui possono andare incontro anche le grandi produzioni. E purtroppo talvolta ci sono film che non vedranno mai la luce, e credo proprio che quello di Gilliam sia uno di questi.
Cofferati contro tutti
Mi piace lavorare - Mobbing (Italia, 2003) di Francesca Comencini. Con Nicoletta Braschi (Anna), Camille Duguay Comencini (Morgana), Rosa Matteucci (medico fiscale), Marina Buoncristiani (Marina), Roberta Celea (Roberta), Michele Luggeri (Antonio), Assunta Cestaro (sindacalista), Stefano Colace (direttore del personale), Claudia Coli (signorina Micheli), Marcello Miglio (l'operaio Marcello), Maurizio Quadrana (l'operaio Maurizio), Tommaso Nanni (l'operaio Tommaso).
Tutto sommato non è un film malvagio e la trama riesce a farci vincere una certa monotonia dell'insieme. Una monotonia che certo la protagonista Nicoletta Braschi non contribuisce a far dimenticare, con quella sua faccia eternamente atteggiata al ruolo di vittima sacrificale. Certo, l'insieme del film diventa tanto più odioso quanto più siamo consapevoli come spettatori che le vessazioni che Anna subisce sono il frutto di una precisa strategia tendente a screditarla per potersene liberare con giusta causa. Ultima mossa di questa strategia è metterla contro gli operai del magazzino, che abboccano all'amo teso dalla direzione dell'azienda e scatenano una guerra tra poveri, anziché prendersela con i veri "aguzzini". Ma la tela tessuta dalla nuova proprietà dell'azienda è sottile e si dipana attraverso compiti "importantissimi per l'azienda" come cercare in archivio delle vecchie fatture, operare con un computer che non funziona mai, diventare l'addetta a registrare le fotocopie ecc. E il fatto è che quanto capita ad Anna, madre separata che deve mantenere una bambina (quanto mai coscienziosa, per fortuna), potrebbe capitare a ciascuno di noi, indipendentemente dalla dedizione (che alla protagonista non manca) del singolo. Uno dei difetti principali del film è secondo me, oltre alla protagonista poco azzeccata e auna pervicace e totale mancanza d'ironia, è quel finale repentino e salvifico che parla di una vittoria schiacciante sull'azienda ottenuta grazie ad un sindacato talmente efficiente da farci venire la voglia di prendere subito la tessera della CGIL. Purtroppo nella vita vera non è così, e forse la Comencini (mi sarebbe piaciuto vedere un film come questo diretto da Ken Loach: questo è il suo terreno prediletto) ci ha voluto ricordare che siamo al cinema. Però l'intento del film è lodevole e il risultato sufficiente.
Amore = dolore
Le due inglesi (Francia, 1971) di François Truffaut. Con Jean-Pierre Léaud (Claude Roc), Kika Markham (Anne Brown), Stacey Tendeter (Muriel Brown), Sylvia Marriott (signora Brown), Marie Mansart (signora Roc), Philippe Léotard (Diurka), Mark Peterson (Mr. Flint), David Markham (chiromante).
Visto circa diciassette anni fa e rivisto altre volte nel frattempo, Le due inglesi è uno dei film della mia vita. Uno dei capolavori di Truffaut, dopo I quattrocento colpi. Tratto dal romanzo Le due inglesi e il continente di Henri-Pierre Roché, che lessi subito dopo avere visto il film, Le due inglesi, una riflessione appassionata sulla sofferenza che è legata all'amore, fu per me, oltre che una scoperta, anche profetico: di lì a poco conobbi un'inglese, ci mettemmo insieme, poi ci scrivemmo, poi ci vedemmo sia in Inghilterra che in Italia che in Francia e, dopo la separazione, non l'ho più rivista né so più niente di lei da almeno dodici anni.
Le due inglesi all'epoca fu accolto con scarso successo perché probabilmente il pubblico si attendeva una replica del fortunato Jules e Jim, anch'esso tratto da un romanzo di Roché. Ma dieci anni dividevano il film con la Moreau da questo e dieci anni non passano invano, soprattutto per una personalità tormentata e sempre attiva come quella di Truffaut. Chi avesse letto il libro potrebbe divertirsi a trovare somiglianze e dissonanze nel film, ma le seconde sono molte più che le prime, al di là di una sostanziale fedeltà alla trama: anzi, si noterà che Truffaut stravolge volutamente i particolari poetici del libro in scene piuttosto brutali e viceversa. Chi non avesse letto il libro non può comunque lasciarsi sfuggire un film del genere, almeno se sia un appassionato del cinema più fine, quello che tocca le corde dei sentimenti.
Per dire della trama in poche parole che ne colgano il senso si può dire che è la storia del giovane borghese francese Claude che, innamoratosi della problematica e inaccessibile inglesina Muriel, si vede reprimere gli slanci appassionati da una madre troppo possessiva e da una morale puritana che gli impongono una "saggia" ma crudele prudenza: gli eventi susseguenti porteranno tra le sue braccia Anne, sorella di Muriel, con tutti i tormenti che ne scaturiscono. Si tratta in sostanza, come già in Jules e Jim, del racconto del tentativo, destinato al fallimento, di realizzare sé stessi attraverso l'amore, contro le convenzioni sociali e le leggi della morale. Amore e dolore sono sempre uniti, in questo superbo film, a partire dalla scelta di mettere in scena le vicende di tre giovani orfani di padre e quindi soggetti alle attenzioni fin troppo "forti" di madri costrette dalle convenzioni nei loro ruoli di vedove con tutte le rinunce che ciò comporta. L'amore è dolore morale ma anche fisico (l'infortunio di Claude che è all'origine fdella storia) e malattia (il male agli occhi per Muriel, la tubercolosi per Anne) e non c'è riscatto da questa sofferenza che provoca perfino allucinazioni (la gravidanza isterica di Muriel) se non nell'arte, che può essere contemplazione e creazione. Non a caso Claude pubblica un romanzo autobiografico che s'intitola Jérome e Julien, due nomi maschili con le stesse iniziali di Jules e Jim.
Ma al di là di questo, lo spettatore non potrà non emozionarsi alla fine di questo turbine di sentimenti e d'immagini cinematografiche che lasciano il protagonista irrimediabilmente solo e invecchiato. Secondo me questo film è il secondo capolavoro di Truffaut, ed il merito va anche a Jean-Pierre Léaud, alla sua prova migliore dopo quella che definirei "naturalistica" dei Quattrocento colpi, a Kika Markham e Stacey Tendeter, perfette nella parte delle sorelle così diverse tra loro.
Il trionfo della cattiva memoria
La forza delle immagini - La meravigliosa orribile vita di Leni Riefenstahl (Germania/GB, 1993) di Ray Müller. Con Leni Riefenstahl (sé stessa), Ray Müller (sé stesso).
Tre ore di documentario sull'attività professionale di colei che è passata alla storia come la regista del terzo reich, nata in Germania nel 1902 e strozzata dalla balia nel 2003. Le opere per le quali è ricordata la Riefenstahl sono Il trionfo della volontà (1935) sul congresso del Partito Nazista del 1934 a Norimberga e Olympia (1938) sui Giochi Olimpici di Berlino 1936, due opere a metà tra documentario e propaganda. Generalmente è stata considerata una grande regista, almeno per i due film sopra citati, la cui attività è inficiata dalla sua adesione all'ideologia nazista. Secondo me entrambe le affermazioni vanno ridimensionate. Appare perfino ovvio che la Riefenstahl, a distanza di più di cinquant'anni volesse ridimensionare, a costo di qualche menzogna (ritengo più veritiere le pagine di diario di Goebbels dell'epoca che le smentite della vegliarda), la sua contiguità con il regime, però è pur vero che ella non è mai stata iscritta al partito né le sono attribuite frasi o atteggiamenti antisemiti o razzisti. Si limitò a curare la regia di film sulle adunate naziste, niente di più, e la più grande accusa che le viene mossa anche nel film è un telegramma inviato a Hitler per congratularsi della conquista di Parigi. I film da lei diretti, del resto, dimostrano una notevole sapienza tecnica e una notevolissima capacità organizzativa, ma manca l'afflato artistico che la dovrebbe far assurgere al ruolo di grande regista: niente a che vedere, dunque, con grandi contemporanei quali Lang, Murnau o Ejzenstein e nemmeno con Marlene Dietrich quale attrice.
Il film di Müller, pregevole per tanti aspetti nonostante le tre ore di durata, ritrare una vecchia (novantenne all'epoca delle riprese) arrogante e bisbetica, caratteristiche accentuate dall'età, che si difende dalle accuse, pretende di insegnare il mestiere al più giovane collega e fa le immersioni subacquee. Eppure quando incontra i due vecchi operatori (Walter Frentz e Guzzi Lantschner) che l'affiancarono per Olympia e la faccia pluriplastificata della regista si muove al sorriso, lo spettatore arriva quasi a commuoversi.
Ombre rosse alla marsigliese
Il mondo nuovo (Francia/Italia, 1982) di Ettore Scola. Con Jean-Louis Barrault (Réstif de la Bretonne), Marcello Mastroianni (Giacomo Casanova), Hanna Schygulla (contessa de la Borde), Harvey Keitel (Thomas Paine), Jean-Claude Brialy (Monsieur Jacob), Andréa Ferréol (M.me Adelaïde Gagnon), Michel Vitold (giudice De Florange), Laura Betti (Virginia Capacelli), Enzo Jannacci (teatrante italiano), Daniel Gélin (De Wendel), Pierre Malet (Emile Delage), Hugues Quester (Jean-Louis Romeuf), Dora Doll (Nanette Precy), Caterina Boratto (M.me Faustine), Didi Perego (M.me Sauce), Jean-Louis Trintignant (Sauce), Aline Mess (Marie Madeleine).
Sul Corriere della sera del 27 aprile 1982, Giovanni Grazzini così concludeva la recensione del Mondo nuovo: «Eliot diceva che aprile è il mese più crudele, perché confonde memoria e desiderio. Sia un caso o no, questo è un film per l'aprile». Come spesso è capitato per Scola, prima del suo ultimo periodo piuttosto oscuro e decadente, pieno di film talmente brutti da diventare di culto, tipo Mario, Maria e Mario oppure Gente di Roma, Il mondo nuovo è un film irrisolto nel suo complesso, ma pieno di notazioni e personaggi anche riusciti. Il migliore, anche se non nuovo, è certamente il Casanova stanco e annoiato di Mastroianni, che potrebbe benissimo essere il personaggio invecchiato del Casanova felliniano interpretato da Donald Sutherland: negli amplessi meccanici di quello si può presagire lo sconforto e la rassegnazione del vecchio Casanova scoliano. Proprio Casanova, che per ironia della sorte bacerà soltanto un parrucchiere omosessuale, pronuncia alcune delle frasi più significative del film, che miracolosamente rifuggono dalla sentenziosità che invece affligge Restif de la Bretonne, proiezione dei giornalisti moderni, ma anche, in senso lato del regista cinematografico che indaga la realtà (per un altro verso il regista è anche raffigurato dal personaggio di Jannacci, affabulatore moderno grazie all'apparecchio denominato "mondo nuovo", precursore del cinematografo). Dice a un certo punto Casanova, forse ottimisticamente, osservando gli effetti prodotti dalla rivoluzione: «lo spettacolo è cambiato: il pubblico è salito sul palcoscenico», poi però, più rassegnato volge lo sguardo a sé stesso e considera che «la gioventù è un difetto da cui ci correggiamo in fretta».
L'attore più a suo agio sembra Harvey Keitel, che torna in abiti del periodo dopo I duellanti; tra i francesi il migliore mi sembra Brialy nella parte del parrucchiere frifrì. Troppi personaggi sono stereotipati (fa eccezione quello della Ferréol) e non rendono giustizia ai loro interpreti. Pertanto capita spesso di rimpiangere un "prima della rivoluzione" come Che la festa cominci... di Tavernier.
Pare che nella parte di Re Luigi XVI, del quale si intravedono soltanto i piedi, reciti Michel Piccoli. Se fosse vero si tratterebbe di un vero spreco.
amore che fuggi...
L'amour en fuite (Francia, 1979) di François Truffaut. Con Jean-Pierre Léaud (Antoine Doinel), Marie-France Pisier (Colette Tazzi), Claude Jade (Christine Doinel), Dani (Liliane), Dorothée (Sabine Barnerias), Daniel Mesguich (Xavier Barnerias), Julien Bertheau (Lucien).
Anche ai maestri, anche ai grandi è concessa qualche distrazione. E questo L'amour en fuite è una delle poche distrazioni di Truffaut, tutto all'insegna del flashback, tanto che sorge spontaneo il sospetto che gli inserti di vecchi film truffautiani siano stati inseriti perché il regista non aveva abbastanza materiale per un film autonomo. In reltà è probabile che i flashback servissero a sottolineare come Antoine, al suo ultimo episodio narrato da Truffaut, fosse ancora il ragazzino svagato dei Quattrocento colpi. Ed è sintomatico che proprio gli spezzoni del film d'esordio siano la cosa migliore del nuovo film: il piccolo Antoine che risponde alla psicologa e il suo incanto di fronte al mare restano brani che vanno di diritto in un'ideale antologia della storia mondiale del cinema. Questo film no.
Stefano Amato
Anche lui un amico di Alvaro Vitali nei filmacci degli anni settanta, era più antipatico di Montanaro, anche perché Amato, come direbbe Johnny Palomba, era roscio, oltre che grasso. A volte recitava parti da figlio di papà ma spesso esercitava una certa qual crudeltà nel far fare figure di merda o adirittura nel fra prendere delle sberle ad Alvaro Vitali. In ogni film in cui l'ho visto mi è sempre rimasto sui coglioni, più o meno come, in questo momento, Christian De Sica e Simona Ventura nelle relative pubblicità.
Lucio Montanaro
Generalmente nei film da caserma (La dottoressa del distretto militare, La soldatessa alle grandi manovre ecc.) l'amico di sventure di Alvaro Vitali nelle sue più mutevoli personificazioni. Generalmente l'attore pugliese aizzava Vitali a compiere qualche azione sconsiderata per poi subirne le conseguenze (come rischiare di rimanere schiacciato da una prostituta di una tonnellata nella Soldatessa), ma non disdegnava di ricevere sganassoni in prima persona. Nella maggior parte dei film rivestiva il ruolo che in altre pellicole era del più burino Stefano Amato, grasso e roscio amico di Alvaro Vitali nella serie delle liceali, insegnanti e presidi.
Salvatore Baccaro
Dalla descrizione sul sito www.imdb.com (traduzione mia): «Attore caratterista italiano che ha recitato uomini scimmia e neanderthaliani senza trucco. Lavorava come venditore di fiori fuori da uno studio cinematografico a Roma, dove venne notato per il suo fisico scimmiesco».
Ha recitato (?) anche sotto gli pseudonimi di Sal Boris e Boris Lugosi.
Persichetti ce vedi?
«Persichetti, ce vedi?»
«Forte e chiaro!»
Allora è proprio un cretino. Gli domandano se li vede e lui risponde come se gli avessero domandato se li sente. La mia idea è che il dialogo doveva svolgersi in questo modo:
«Persichetti ce vedi?»
«Sì!»
«Allora vedi d'annattene affanculo!»
Non si uccidono così anche i cavalli
Il tempo dei cavalli ubriachi (Iran/Francia, 2000) di Bahman Ghobadi. Con Ayoub Ahmadi (Ayoub), Rojin Younessi (Rojin), Amaneh Ekhtiar-dini (Amaneh), Madi Ekhtiar-dini (Madi).
I cavalli ubriachi sono quelli dei contrabbandieri che trasportano merce dal Kurdistan ai mercati dell'Iran e dell'Iraq attraverso le impervie e innevate montagne curde. Ai cavalli e ai muli viene somministrata, per meglio resistere al freddo, acqua mista ad alcol. La storia del film è quella di cinque fratelli dai diciassette (credo) ai tre anni, orfani di mamma, deceduta nel dare alla luce l'ultimogenita, qi quali muore anche il padre, vittima di un'imboscata della polizia di frontiera mentre trasporta merce di contrabbando. Fra l'altro uno dei ragazzini, Madi, il mezzano, è gravemente malato e destinato a morire se non saranno trovati i soldi per sottoporlo ad un'operazione chirurgica.
Il regista avverte nella didascalia che precede il film, e che giustifica anche la scelta di far parlare il film in curdo, che i personaggi sono inventati, ma ispirati a storie vere, in quanto nel Kurdistan, la regione che è attualmente divisa tra Turchia, Iraq, Iran e Siria, moltissime persone vivono in estrema miseria, cercando ogni giorno gli espedienti da mettere in atto per strappare un'altra giornata di vita. Senza usare espedienti ricattatori, il film, che può essere definito un Ladri di biciclette o uno Sciuscià dei nostri giorni, porta lo spettatore sull'orlo delle lacrime (anche me, lo ammetto) più di una volta. Narrato per bocca della quartogenita, la piccola Amaneh che scrive moltissimo e ha sempre bisogno di nuovi (e costosi) quaderni, il film di Ghobadi, breve e senza fronzoli ma toccante nell'intimo (impossibile non commuoversi di fronte al triste destino del piccolo, benché quindicenne, Madi), ha il respiro profondo e dirompente del capolavoro.
Il fu Shingen Takeda
Kagemusha - L'ombra del guerriero (Giappone, 1980) di Akira Kurosawa. Con Tatsuya Nakadai (Shingen Takeda; Kagemusha), Tsutomu Yamazaki (Nobukado Takeda, il fratello), Kenichi Hagiwara (Katsuyori Takeda, il figlio), Kota Yui (Takemaru Takeda, il nipotino), Hideji Otaki (Masakage Yamagata, il generalissimo), Daisuke Ryu (Nobunaga Oda, primo nemico), Masayuki Yui (Yeyasu Tokugawa, secondo nemico), Akihiko Sugizaki (tiratore scelto).
Non ricordo di avere visto un altro film che mostri una così stupenda gestione dei colori e delle ombre, sia nelle scene di massa (dove è evidentissima l'influenza dei pittori rinascimentali italiani e in particolare La battaglia di San Romano di Paolo Uccello, il mio dipinto preferito, nelle sue tre versioni) che in quelle dove si muovono pochi personaggi. Forse soltanto il Coppola del Dracula di Bram Stoker è riuscito, più di dieci anni dopo ad avvicinarsi a tanta maestria. Ma il valore di Kagemusha non consiste solo nel saper muovere schiere sterminate di soldati con armature lucenti e stendardi multicolori, sia a cavallo che a piedi, armati di lance o archibugi: Kurosawa sa descrivere i grandi drammi umani con passione (e com-passione) e ironia, prendendo spunto da vicende storiche e da drammi della letteratura classica (in altri casi, come per il successivo Ran del 1985, si ispirerà a Shakespeare).
Qui si narra la storia di un comune ladro che è il sosia di uno dei signori della guerra che insanguinarono il Giappone nel XVI secolo, finché uno di loro, Yeyasu Tokugawa prese il sopravvento, unificando il paese e proclamandosi shôgun. Questo sosia, o kagemusha, viene salvato dal capestro per fare da controfigura al principe guerriero Shingen Takeda che, una sera, sotto le mura di una città assediata viene colpito da un cecchino. Sul letto di morte il principe impegnerà il suo clan a non rivelare ad amici e nemici la sua morte per almeno tre anni e il kagemusha dovrà nel frattempo prendere il suo posto.
Senza dilungarmi nei particolari della trama, che non riserva grossi colpi discena ma è comunque interessante, vorrei dire che il valore del film risiede sia negli aspetti formali che, secondo me, restano insuperati almeno per quanto riguarda il cinema a colori, sia nella riflessione sull'uomo e il suo doppio, sul destino, sulla dignità umana e perfino sull'amore e sull'affetto per i propri cari. Come riferimenti letterari è stato spesso fatto il nome di Pirandello e del suo Il fu Mattia Pascal, classico esempio di doppio e di sdoppiamento, ma io ci metterei anche molto Shakespeare e perfino l'Odissea di Omero (ammesso che sia di Omero), soltanto che qui anziché il cane che riconosce il padrone c'è un cavallo che smaschera l'impostore. Va anche detto, però, che pur essendo un film che, come tutti i grandi i film, parla dell'uomo universale e non soltanto di quel particolare personaggio, non è casuale che Kagemusha sia ambientato in quest'epoca: il periodo del crepuscolo del periodo dei samurai, prima che si trasformassero in funzionari statali e venissero sostituiti, come guerrieri, dagli eserciti regolari, è infatti quello che ha sempre esercitato un enorme fascino su Kurosawa. Un'epoca terribile, come dimostrano le stragi, ma anche seducente, umanamente e visivamente.
È comunque un film che va visto, uno degli imprescindibili della storia del cinema, uno dei migliori di Kurosawa (di cui vorrei vedere di più), almeno alla pari di Dersu Uzala e delle parti migliori di Ran e Sogni (i soldati nel tunnel). Qualcuno, compreso Aldo Tassone che ha curato il Castoro su Kurosawa, ha criticato la colonna sonora del film, considerandola troppo occidentale (e qui si può essere d'accordo, ma siamo al pelo nell'uovo: non ci si dimentichi che il film poté essere realizzato come Dio comanda anche grazie all'intervento produttico di Coppola e Lucas), e la presenza come protagonista di Tatsuya Nakadai, considerato poco carismatico. A me è sembrato sufficientemente autorevole per impersonare Shingen e sufficientemente rustico per fare il ladruncolo. Si guardi dunque Kagemusha: servirà anche a capire meglio il cinema giapponese d'oggi, anche quello di Kitano.
Caratteristi senza film
È forte un casino! (Italia, 1982) di Alessandro Metz. Con Enzo Cannavale (Michele), Bombolo (Cicciobello), Licinia Lentini (Ketty), Xiomàra Gonzales (Ella), Gianni Ciardo (il conte), Sandro Ghiani (Nando), Carolina Palermo (la cameriera), Tognella (Tognella), Jimmy il Fenomeno (barista), Ennio Antonelli (benzinaio).
Un'accozzaglia di caratteristi, anche bravi come Bombolo e Cannavale, per un film che non c'è. Le battute sono scontate e anche poco sponatanee: Bombolo continua a dire "è forte un casino"; a me piaceva di più quando diceva "è bbona!" oppure "ma vattelo a pijà 'nder culo". Qui Bombolo e Cannavale, sempre al centro dell'attenzione, sembrano spaesati, in attesa di qualche primattore che non c'è. Di fianco a loro tutti comprimari di secondo e terzo piano, come Sandro Ghiani e Gianni Ciardo, un comico pugliese che non ha mai avuto successo, né al cinema né in TV. Poi c'è Tognella che è proprio un fallimento e non si capisce cosa ci stia a fare. Tra le donne si spoglia Xiomàra Gonzales, mentre Licinia Lentini lascia intravedere il proprio corpo statuario solo una volta di tre quarti retro, e per poco il povero Cannavale non ci lascia la pelle.
Una curiosità: secondo la maggior parte delle fonti il film è del 1982, mentre secondo Stracult di Marco Giusti e anche secondo Andrea Pergolari, è del 1987 e rappresenterebbe l'ultimo film girato da Bombolo. Molti particolari, tra i quali la presenza di Tognella, che prima della trasmissione tv con Giorgio Bracardi non conoscevo, mi farebbero propendere per l'ipotesi di Giusti.
Sei forse una pulce?
L'enigma di Kaspar Hauser (RFT, 1974) di Werner Herzog. Con Bruno S. (Kaspar Hauser), Walter Landegast (Professor Daumer), Brigitte Mira (Kathe, la domestica), Willy Semmelrogge (direttore del circo), Michale Kroecher (Lord Stanhope), Volker Prechtel (Hilker, la guardia carceraria), Helmut Döring (il piccolo re), Florian Fricke (Florian), Clemens Scheitz (scrivano), Henry Van Lyck (capitano di cavalleria).
Avevo già visto questo film parecchi anni fa, ma vale la pena parlarne ugualmente. L'unico difetto che mi sento di rimproverargli è la traduzione italiana del titolo: è pur vero che quello di Kaspar Hauser resta, a distanza di centosettanta anni un enigma, ma il titolo originale, che in italiano avrebbe suonato "ognuno per sé e Dio contro tutti", era più bello. Per il resto non si può che ammirare questo lavoro di Herzog, probabilmente il suo miglior film e uno dei migliori film degli anni settanta, esaltato dalla recitazione stranita di Bruno S., una via di mezzo tra il vero Kaspar e il Gavino Ledda di Padre padrone. Herzog sa trasmettere delle immagini potentissime ed evocative (campi di grano increspati dal vento, le montagne dell'Anatolia sognate da Kaspar) in una struttura narrativa libera e quasi anarchica, contenente sequenze che non rinunciano a muovere al riso. Racconta la vita di questo puro di spirito che ha una maggiore condivisione con la natura rispetto all'uomo comune; che attribuisce l'anima alle mele e ragiona secondo una logica rozza ma stringente: una delle migliori scene è proprio quella della lezione di logica. È certo che una società borghese non poteva che espellere dal proprio corpo un essere del genere, fino a liquidarlo, dopo la sua morte, come un subnormale. E forse il vero protagonista del film non è nemmeno Kaspar, quanto il piccolo scrivano (Scheitz) che dall'inizio verbalizza meticolosamente tutto quanto accade nella vicenda del trovatello (Bruno S. è caratterialmente appropriato al personaggio, ma troppo vecchio per rappresentare un sedicenne), fino alla fine in cui si compiace del proprio verbale esatto, preciso, scientifico. Stupenda la fotografia, poderosa e geniale la regia. Uno dei film indispensabili per chiunque ami il cinema.
P.S. Il tema del film può ricordare Il ragazzo selvaggio di Truffaut, ma lo svolgimento è molto diverso: il trovatello educato dal professor Itard è un reietto fin dall'inizio, non dà mai l'impressione di potersi nel "consesso civile". Kaspar è forse anche più pericoloso, perché apprende in maniera quasi geniale (impara perfino a suonare il pianoforte), ma secondo la sua logica deviata perché può mettere in crisi il modo di pensare comune (e lo si vede proprio nella scena dell'esame/lezione di logica), scavandolo dall'interno e comunque reinterpretandolo alla propria maniera e talvolta rifiutandolo, come nell'episodio in cui, introdotto in società da un lord inglese, Kaspar si rifugia a fare la calza.
Judith Miller eroina o complice?
La giornalista del New York Times va in galera in nome della libertà di stampa o per la ragion di stato in base alla quale un alto funzionario della Casabianca le aveva rivelato il nome di un'agente (donna) della CIA da "bruciare"? Si tenga conto che quest'agente della CIA è la moglie di un ambasciatore americano che smascherò la bufala secondo la quale Saddam Hussein avrebbe acquistato dell'uranio dallo stato africano del Niger. Si era all'inizio del 2003 e la circostanza avrebbe fatto molto comodo all'amministrazione Bush in cerca di pretesti per attaccare l'Iraq. La notizia era stata data agli americani dal servizio segreto militare italiano (SISMI), e già questo avrebbe potuto far dubitare fin dall'inizio dell'attendibilità dell'intera vicenda. Quando l'ambasciatore Williams rivelò l'inghippo, qualcuno a Washington decise di fargliela pagare, nonostante ciò che aveva compiuto l'ambasciatore fosse puramente e semplicemente il proprio dovere di onesto funzionario statale.
In questo contesto, Judith Miller è, nella migliore delle ipotesi, uno strumento della macchinazione ai danni dell'ambasciatore, se non addirittura complice della stessa. Ora ella va in carcere (anzi, in questo momento c'è già) per non aver voluto rivelare al giudice la fonte riservata che le rivelò l'identità dell'agente CIA ormai scoperta e messa per questo in pericolo di vita. La condanna della Miller incarna un pericoloso vulnus del Primo Emendamento, che garantisce la libertà di stampa, o di un'applicazione pura e semplice del codice penale? Io propendo per la seconda ipotesi.
Anche in questa vicenda sono illuminanti i "pezzi" su Repubblica di Carlo Bonini e Giuseppe D'Avanzo, i due giornalisti che con le loro inchieste smontarono un'altra bufala, quella del famigerato caso Telekom Serbia e il suo supertestimone Igor Marini.







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