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Questo insulso insulso mondo

by sasso67 (31/08/2005 - 19:59)

Rat Race (USA, 2001) di Jerry Zucker. Con John Cleese (Dnald P. Sinclair), Rowan Atkinson (Enrico Pollini), Whoopy Goldberg (Vera Baker), Cuba Gooding Jr. (Owen Templeton), Jon Lovitz (Randy Pear), Kathy Najimy (Bev Pear), Breckin Meyer (Nick Schaffer), Amy Smart (Tracy Faucet).

Jon LovitzRispetto ai vecchi film di Zucker, magari a quelli in collaborazione con il fratello David e Jim Abrahams (L'aereo più pazzo del mondo, Top Secret!), questo è veramente poca cosa. Poco divertente, nonostante alcuni grandi nomi un po' in disarmo (povera Whoopy Goldberg, se non trova di meglio), il film si rianima soltanto negli episodi che vedono protagonista la famigliola ebrea ignara del fatto che il capofamiglia la sta coinvolgendo in una pazza caccia al tesoro. Ingenua, visitando il museo di Barbie, si trova alle prese con una banda di fanatici nazisti, curatori del museo dedicato appunto a Klaus Barbie, il famigerato Boia di Lione. Tutto il resto, anziché far ridere è piuttosto risibile, comprese le disavventure di Cuba Gooding Jr. con le fan di Lucille Ball. Il finale buonista fa cascare le braccia.

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Lunardi il secondo

by sasso67 (30/08/2005 - 21:48)

I limiti di velocità sull'autostrada elevati a 150 chilometri orari. Bisogna convivere con la mafia. Bisogna far pagare il pedaggio anche sulle superstrade e sulle strade statali (visto che offrono un buon servizio). E' giusto aumentare le tariffe di aerei e treni. No alle liste nere delle compagnie aeree.

Non c'è che dire... Se non ci fosse stato Castelli alla Giustizia, Lunardi sarebbe sicuramente stato il peggior ministro della storia repubblicana.

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Fame fisica

by sasso67 (28/08/2005 - 15:15)

Primo amore (Italia, 2004) di Matteo Garrone. Con Vitaliano Trevisan (Vittorio), Michela Cescon (Sonia), Roberto Comacchio (fratello di Sonia), Antonio Viero (Mario), Deni Viero (figlio di Mario), Alberto Re (medico), Pierpaolo Speggiorin (agente immobiliare), Elvezia Allari (Anna).

Michela Cescon e Vitaliano TrevisanIl fatto alla base del film (e del romanzo che ne costituisce il soggetto) è vero e credo che abbia avuto una fine più tragica rispetto a quella narrata: mi sembra che il pazzo abbia ucciso la ragazza e stia scontando una lunga condanna in galera. Il film di Garrone non è all'altezza del suo precedente L'imbalsamatore, anche se ne richiama le atmosfere cupe e livide e l'inquietudine che attraversa la penisola italiana, come si vedeva nel viaggio al nord compiuto dai due protagonisti del film del 2002. Qui siamo nel mitico nordest, dove si consumo l'amore e la tragedia di Giulietta e Romeo e questa è una storia d'amore malata, condizionata dalla psicopatologia di lui e da non si capisce bene cosa di lei. E qui sta forse il difetto maggiore del film: non spiega - o non lo fa in maniera convincente - perché Sonia accetti supinamente le angherie, motivate soltanto da un desiderio insano, di Vittorio, che la vuole sempre più magra. È questo, accanto a una certa staticità della trama, che non fa amare questo film ed ha fatto dire a qualcuno (Marco Giusti, ad esempio) che «dopo un po' non te ne importa proprio niente». Però il film si fa guardare e riesce quasi a farci provare la fame fisica di Sonia, la quale a un certo punto (nella magistrale scena al ristorante) diventa la pazza, nel senso che all'apparenza la squilibrata è lei, anziché lui, che continua a fare la vita di sempre, salvo liquidare fino all'ultimo frammento il laboratorio lasciatogli dal padre.

Vitaliano Trevisan non mi è piaciuto, anche se ha la faccia dello psicopatico: fra l'altro si capisce poco quello che dice. Apprezzabile invece Michela Cescon, che esibisce spesso (fa anche la modella in una scuola d'arte) il proprio corpo nudo e scarnificato.

Primo amore non è una prova che il cinema italiano è uscito dal baratro melmoso in cui è precipitato, ma, messo insieme a Le conseguenze dell'amore, è un piccolo raggio di sole nelle tenebre.

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L'uomo cementificato

by sasso67 (27/08/2005 - 23:33)

Le conseguenze dell'amore (Italia, 2004) di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo (Titta Di Girolamo), Olivia Magnani (Sofia), Adriano Giannini (Valerio), Gianna Paola Scaffidi (Giulia), Vincenzo Vitagliano (Pippo D'Antò), Giovanni Vettorazzo (Letizia), Raffaele Pisu (Carlo), Angela Goodwin (Isabella), Diego Ribon (direttore dell'albergo), Gilberto Idonea (killer mafioso), Gaetano Bruno (killer mafioso).

ServilloFilm assai più di regia e di interpretazione che di sceneggiatura (in fondo le trovate della trama si riducono a una sola e non si capisce bene quali siano "le conseguenze dell'amore"), il film di Sorrentino ci colpisce immediatamente per l'immobilismo e i silenzi del protagonista, ma anche con i movimenti di macchina ai limiti del virtuosismo dello stesso regista. E questi due elementi riescono a spiazzarci e insinuarci il dubbio su chi sia veramente il misterioso personaggio che vive in albergo e passa le giornate tra una sigaretta e l'altra. E poi comunque lo scarto del finale, nonostante la parentesi che vede pèrotagonista la bella e brava Olivia Magnani, nipote d'arte, mi sia sembrata un po' appiccicaticcia, ci porta in un crescendo quasi da film d'azione, con aspetti satirici e grotteschi (la riunione mafiosa camuffata da convegno medico sulla prostata), che sono riscattati da un finale gelido e tragico che rimanda un po' a quello di A ciascuno il suo e un po' a quello della Grande guerra (pur senza la sceneggiata sordiana e il "Viva l'Italia" di prammatica). Alcune atmosfere da sottobosco mafioso, anche se quello era ambientato casomai nel mondo della camorra napoletana, mi hanno ricordato il romanzo Pericle il nero di Giuseppe Ferrandino. Ma qui c'è, in più, un attore come Toni Servillo che ci lascia con questo film un'interpretazione magistrale.

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Un pronostichino sul campionato di calcio

by sasso67 (27/08/2005 - 17:18)

Allora, io direi nell'ordine Inter, Milan e Juventus. E non lascerei fuori del tutto nemmeno Roma e Fiorentina. Le ultime due soprattutto grazie agli allenatori che mi sembrano bravi e soprattutto seri. Lavorano in due piazze molto difficili che possono esaltarti o prenderti a pesci in faccia (mi ricordo alcuni un tifoso della Fiorentina che intervistato dalla Domenica Sportiva diceva "terrei Dunga e Landucci, e tutti 'hell'altri farei una fagottata li butterei tutti 'n Arno!"). La Roma ha cambiato poco e probabilmente bene (togliersi di torno un difensore come Matteo Ferrari è un grosso acquisto) e se le cose gireranno davanti, Cassano o non Cassano, potrà togliersi parecchie soddisfazioni. Fra l'altro inizierà con la squadra più debole del campionato, la Reggina, che ha venduto i suoi giocatori migliori, Bonazzoli, Mozart e Zamboni, ed è, salvo miracoli dei suoi giovani (alcuni dei quali di scuola Juve), la candidata più probabile per la prossima serie B. La Fiorentina ha una serie di giocatori nuovi molto interessanti, tra i quali mi Emerson (Juve) e Adriano (Inter)sembrano importanti soprattutto il portiere Frey (l'anno scorso tra Cejas e Lupatelli le hanno fatto perdere parecchi punti) e i centrocampisti Fiore (bravo anche in zona gol) e Montolivo, talento di scuola Atalanta.

Le tre grandi le conosciamo a memoria, anche perché quest'estate si sono già scontrate più volte in trofei di varia importanza. Il Milan ha l'attacco sulla carta più forte, con Gilardino e Shevchenko, mentre persiste qualche dubbio su una difesa forte ma un po' vecchietta (il più giovane è il trentenne Nesta). L'Inter ha fatto tre o quattro acquisti intelligenti, in particolare direi Pizarro, Samuel e Solari, costruendo un centrocampo abbastanza forte e soprattutto di personalità, cosa che le potrebbe consentire il salto di qualità sul piano della mentalità vincente. Va detto che secondo me Pizarro e Veron non dovrebbero giocare insieme perché possono mettere in sofferenza un reparto altrimenti fortissimo. Se Mancini riuscirà a farli coesistere (ma ne dubito) avrà trovato la quadratura del cerchio. E comunque secondo me i nerazzurri sono i favoriti numero uno, potendo contare sull'attaccante singolarmente più forte del mondo (Adriano), ma anche perché questo sembra davvero, con gli scongiuri di Michele Serra, l'anno dell'Inter. La Juve, che avrà la testa soprattutto alla Champions League (se ce la farà), ha il centrocampo sulla carta più forte, forse del pianeta: da destra Camoranesi, Vieira, Emerson e Nedved, con elementi validi anche se tecnicamente non eccelsi di rincalzo come Blasi, Olivera e Giannichedda. L'attacco (niente Cassano per carità! Lapo continua a farti i cazzi tuoi!) dipende tantissimo da Ibrahimovic: senza di lui la squadra non ha profondità né riesce a tenere palla per tenere meno sotto pressione la difesa, che è, come quella del Milan, anzianotta. Presa spesso d'infilata, non potrà contare per un po' sui riflessi di Buffon, mentre Abbiati e Chimenti sono portieri normalissimi.

Speriamo soprattutto che il campionato non sia rovinato da fattori esterni al campo, che i risultati non siano condizionati dagli arbitraggi e che i soliti imbecilli, che non hanno maglie né colori sociali, non buttino in campo bombe, motorini o altri ammennicoli.

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Banfi for preside

by sasso67 (26/08/2005 - 20:15)

La ripetente fa l'occhietto al preside (Italia, 1980) di Mariano Laurenti. Con Lino Banfi (Rodolfo Calabrone, il preside), Anna Maria Rizzoli (Angela Pastorelli), Alvaro Vitali (prof. Beccafico), Ria De Simone (prof.ssa Monica Zappa), Carlo Sposito (Don Evaristo), Chris Avram (Lino Pastorelli), Jimmy il Fenomeno (portiere d'albergo), Leo Colonna (Carlo Lucignani), Walter Valdi (Lucignani padre), Ermelinda De Felice (Cesira), Loredana Martinez (Lisetta), Renzo Ozzano (amante in albergo), Franca Mantelli (amante in albergo).

Ultimo film della serie delle ripetenti, poco volgare, poco spogliato e anche poco divertente, a parte qualche numeretto di Lino Banfi che riesce sempre a strappare qualche risata. Il vecchio Pasqualino si mostra anche a culo nudo, avendo perso i calzoni alla maniglia di una finestra durante un'incursione notturna nella casa della bellona di turno, e commenta «mi sembreva di sentire un certo frescuccello...». Nonostante il mestiere di vari attori coinvolti in questo filmettaccio (specialmente Banfi, Vitali e Sposito), la cosa che mi fa ridere di più è il nome del personaggio di Alvaro Vitali, il professor Beccafico.

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Seghe & gazzosa

by sasso67 (25/08/2005 - 19:19)

Krámpack (Spagna, 2000) di Cesc Gay. Con Fernando Ramallo (Dani), Jordi Vilches (Nico), Marieta Orozco (Elena), Esther Nubiola (Berta), Chisco Amado (Julian), Ana Gracia (Sonia), Myriam Mézières (Marianne).

KràmpackL'iniziazione (omo)sessuale di due ragazzini catalani. Accade tutto troppo in fretta in questo film che dimostra una volta di più la libertà e il coraggio del cinema spagnolo di affrontare tematiche che qui da noi, sempre grazie alla strippante presenza delle gerarchie ecclesiastiche, sono tabù. Però tutto suona un po' falso; questi ragazzini sono un po' troppo liberi (dalle regole dei genitori e anche mentalmente), un po' troppo audaci, un po' troppo fortunati, insomma un po' troppo. C'è qualche accento giusto, qualche spunto simpaticamente vitalistico, inserito in una struttura che fa il verso, sbeffeggiandolo, al film di Von Trier Le onde del destino (quella struttura in capitoletti annunciati da stacchi musicali); i ragazzi sono bravi ed anche le ragazze (a proposito, fa piacere sapere che la ragazzina che si vede nuda è del 1978 e quindi, benché dimostrasse molto meno, nel 2000 aveva già ventidue anni), e per di più sembrano usciti da una bella copia dei film sopravvalutati di Rohmer. Però quel loro rapporto con l'insegnante, la cuoca, lo scrittore, è troppo falso per non farci storcere il naso. E poi, dico la verità, non sono ancora riuscito a superare il disturbo che provo quando vedo due maschi che se lo mettono (seppur castamente) in quel posto.

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Piedone l'ultimo

by sasso67 (24/08/2005 - 20:38)

Piedone d'Egitto (Italia, 1980) di Steno. Con Bud Spencer (commissario Rizzo detto Piedone), Enzo Cannavale (brigadiere Caputo), Baldwyn Dakile (Bodo), Angelo Infanti (Assan), Cinzia Monreale (Connie Burns), Joseph Loggia (Edward Burns), Adel Adham (Elver Zakar), Karl-Otto Alberty (il Condor, o lo Svedese), Leopoldo Trieste (prof. Coriolano Cerullo), Venantino Venantini (Ferdinando Ruotolo), Ester Carloni (venditrice di sigarette), Mimmo Poli (passeggero in aereo), Giovanni Cianfriglia (complice di Ruotolo), Riccardo Pizzuti (Salvatore Coppola).

Ultima avventura per il commissario napoletano Piedone e il suo collaboratore, il brigadiere Caputo. Questa volta l'indagine lo porta, sulle tracce di un professore rapito, in Egitto, al seguito di un petroliere interessato alle strampalate ma interessanti teorie dello studioso. Nel paese nordafricano Piedone si sbizzarrisce a scazzottare arabi infidi, nani malefici e mercenari stranieri, tutti al servizio di un turco assetato di soldi. La trama è piatta, e ai cazzotti di Piedone si affiancano le manie trasformistiche, che ogni volta sfociano nel ridicolo, del brigadiere Caputo, e la furbesca saccenza di un bambino di colore, Bodo, capitato tra i piedoni del protagonista nell'avventura precedente (Piedone l'africano). Il divertimento è moderato, in un Egitto superturistico, ma anche la volgarità che invece imperava in altri film italiani del periodo. Resta una sola battuta, quella del piccolo Bodo che, quando Caputo gli domanda se preferisca l'Africa a Napoli, risponde "L'Africa è 'nata cosa!". Sono presenti alcuni dei più noti antagonisti/compagni di Bud Spencer, come Giovanni Cianfriglia, Riccardo Pizzuti e il bravo Angelo Infanti. Eccezionali come al solito i cascatori.

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Quella sporca mezza dozzina

by sasso67 (24/08/2005 - 00:21)

Quel maledetto treno blindato (Italia, 1978) di Enzo G. Castellari. Con Bo Svenson (ten. Yaeger), Peter Hooten (Tony Costello), Fred Williamson (Fred), Michel Pergolani (Nick Colasanto), Jackie Basehart (Berle), Michel Constantin ("Veronique"), Debra Berger (Nicole), Raimund Harmstorf (Adolf), Ian Bannen (col. Buckner), Peter Boom (ufficiale tedesco), Manfred Freyberger (ufficiale tedesco), Massimo Vanni (partigiano francese), Mauro Vestri (partigiano occhialuto), Donald O'Brien (comandante tedesco).

Questa volta Tarantino ha proprio preso un granchio. Secondo lui Quel maledetto treno blindato è il miglior film sia di Castellari sia di Williamson. Non mi sembra proprio: secondo me almeno Il cittadino si ribella di Castellari è migliore di questo, mentre per quanto riguarda Williamson, Black Caesar è sicuramente migliore. Dal punto di vista tecnico il film è senza dubbio ben fatto: le sequenze d'azione sono girate con notevole maestria, con abbondanza di movimenti di macchina, ralenty al punto giusto ed esplosioni ben congegnate; la fotografia di Gianfranco e Giovanni Bergamini è discreta e rende giustizia all'azione e agli interpreti. La sceneggiatura, però, non è all'altezza: povera, macchinosa e confusa come non mai, con inserti che non c'entrano niente con la trama (la storia tra Tony e Nicole) e che si perdono nel nulla (le ragazze tedesche al bagno). Oltre tutto alla fine si salva il personaggio più antipatico. Non ha né la compattezza della Croce di ferro, cui pure si ispira, né la verve di parodie italiche e anglofone. Ci sono i soliti tedeschi scemi che non convincono (non credo proprio che fossero davvero così coglioni: sconfitti sì, magari anche criminali, in certe occasioni, ma coglioni no) e inoltre un personaggio che sembra appiccicato con lo sputo, come l'italoamericano interpretato da Michel Pergolani, con tanto di capelli lunghi che ci stanno come il cavolo a merenda. Il migliore del lotto, nonostante alcuni bravi attori (Bannen, Constantin, lo stesso Williamson), mi sembra il tedesco Harmstorf (morta suicida nel 1998 a 58 anni), nella parte di un soldato crucco di nome, guarda caso, Adolf.

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Chiedi alla polvere

by sasso67 (23/08/2005 - 20:04)

John FanteChiedi alla polvere di John Fante, pp. 189.

Ritratto dell'artista da giovane con amour fou a fare da colonna portante del racconto. E se l'artista ha successo e riesce a dominare la pagina bianca e ad ottenerne quei soldi che butta via con facilità inversamente proporzionale alla difficoltà nell'ottenerli, l'insuccesso lo coglie con la donna stranissima che lo scrittore in erba tenta disperatamente di dominare. La trama riguarda una situazione di uno squallore unico, anche se non la definirei una storia marginale, perché ogni storia, specie quando è immortalata in un romanzo, non è mai marginale. L'ambientazione ricorda un autore successivo, più famoso di Fante e che di Fante è stato ammiratore e divulgatore: Bukowski. Nel romanzo di Fante c'è, rispetto ai racconti di Bukowski, un maggiore vitalismo che consente ad Arturo Bandini di non limitarsi alle sbornie autodistruttive di Chinaski, l'alter ego bukowskiano. Chiedi alla polvere ha un andamento ciclico, con il protagonista che torna e ritorna sugli stessi luoghi, con i personaggi (la stranissima Camilla Lopez) che tornano e ritornano a fare le stesse cose, negli stessi luoghi. E probabilmente perdere questo amore folle e impossibile, di questa donna innamorata di un altro, anch'egli aspirante scrittore ma, al contrario di Bandini, dotato di nessun talento, era il prezzo da pagare per il successo letterario. Un successo letterario pervicacemente perseguito dal giovane Bandini, così come dal suo autore John Fante. Mi autoescludo fin d'ora dalla schiera degli ammiratori incondizionati di John Fante, ma ciò non toglie che Chiedi alla polvere sia un buon romanzo.

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Comunicazione di servizio (patente a punti)

by sasso67 (22/08/2005 - 19:16)

Per farsi accreditare i due punti supplementari sulla patente, o comunque per controllare che siano stati accreditati, bisogna digitare il numero verde 848 782 782. La voce preregistrata vi chiederà di digitare sulla tastiera la vostra data di nascita, con lo schema gg mm aaaa, dopo di che si dovranno digitare le cifre contenute nel numero della patente (ovviamente non le lettere che sulle tastiere telefoniche non ci sono). A questo punto saprete se i famosi due punti vi sono stati accreditati. Funziona solo da rete fissa.

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Storia immortale, ma breve

by sasso67 (22/08/2005 - 18:57)

Storia immortale (USA, 1968) di Orson Welles. Con Orson Welles (Mr. Charles Clay), Jeanne Moreau (Virginie Ducrot), Roger Coggio (Elishama Lewinsky), Norman Eshley (Paul), Fernando Rey (mercante).

Jeanne MoreauMi sbaglierò di certo, ma questo film mi ha fatto tornare in mente una frase sentita dal mio babbo quando ero bimbo: «Una qualunque pisciata, se dicono "l'ha fatta la Buton di Trieste", la gente se la beve». Non capisco dove sia "l'afflato del genio" in questa favoletta di durata inferiore all'ora, dove Welles ritaglia per sé l'ennesima parte del titano prepotente e perdente. Probabilmente è una metafora sul cinema e sull'attività di regista, così simile a quella di un demiurgo e pure a quella di scrittore. Tanto è vero che questa sfida col destino trova origine in un racconto di Isak Dinesen alias Karen Blixen. Bella la fotografia a colori, bella una quasi sfiorita Jeanne Moreau (di cui s'intravede fugacemente il nudo), ma non si capisce perché Welles abbia girato (anche per la tv, fra l'altro) per una durata così breve. A meno che, non avendo poi quel granché da dire, il vero colpo di genio sia stato proprio questo.

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La famiglia Passaguai

by sasso67 (20/08/2005 - 17:45)

Segreti di famiglia (Svezia, 2001) di Kjell-Åke Andersson. Con Rolf Lassgård (Bosse Bendricks), Maria Lundqvist (Mona Bendricks), Erik Johansson (Ola Bendricks), Emma Engström (Katta Bendricks), Linus Nord (Morgan Bendricks), Mats Blomgren (Ove), Rebecka Östergren (Biggan), Sam Kessel (Kjell).

Peccato, questo film è un'occasione sprecata. Ambientato in Svezia nel 1978, con i giovani che sentivano gli effluvi della musica e della cultura punk provenienti dall'Inghilterra, molto più vicino alla realtà sociale rispetto ai lavori coevi di Bergman, il film di Andersson racconta la possibile disgregazione di una famiglia borghese, con i dubbi della mamma e i problemi di crescita dei figli. Dopo avere passato una bella fetta del film a presentare i personaggi - il padre cuorcontento, la madre insoddisfatta, il figlio grande con la testa tra le nuvole, la figlia vogliosa di esperienze sessuali e il piccolo alle prese con un amichetto che subisce le angherie dei genitori - a un certo punto si susseguono i colpi di scena in un crescendo rossiniano che lascia interdetti. La mamma consuma il tradimento e poi se ne va di casa ex abrupto, il padre impazzisce e cerca di demolire la casa (che già non era stabilissima di suo), la figlia subisce una traumatica iniziazione sessuale, il figlio grande da ornitologo si trasforma in uccisore d'uccelli, il piccolo scappa di casa e poi i due fratelli fanno saltare l'elettricità in tutta la città, finché all'improvviso, così come se n'era andata, la signora Bendricks decide di tornare a casa, il marito rinsavisce e tutti tornarono felici e contenti.

È davvero un peccato che le svolte drammatiche del film siano condotte così superficialmente, perché le premesse facevano sperare di meglio: probabilmente si vuol dire troppo su troppi personaggi, senza avere la minima idea di come gestire i rovelli psicologici di tutti. Il regista cade perciò in troppe scene madri (la moglie che dà fuori di matto alla cena dei genitori della scuola, il padre che si sputtana con i possibili compratori dell'azienda, il figlio maggiore che recita allo specchio, e sarà la centesima citazione, il celebre "Stai parlando con me?" di De Niro in Taxi Driver e poi si tinge i capelli di rosso per somigliare a Johnny Rotten), che rovinano il tono del discorso. Gli attori sono anche bravini, ma non possono fare granché per risollevare un'operazione condotta in maniera sbagliata e che porta a un risultato poco credibile.

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Di chi è la sinagoga?

by sasso67 (19/08/2005 - 20:50)

Altra perla delle telegiornaliste di Sky News: "Il papa è entrato nella sinagoga ebraica di Colonia". Ma che scuola avranno fatto per sapere che la sinagoga è ebraica?

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IL GIUDICE ReGAZZINO

by sasso67 (19/08/2005 - 20:13)

Ultimo numero di FilmTV (Anno 13 n. 33): a pagina 6 c'è un pezzetto di Morando Morandini (nella sua rubrica ieri, oggi, domani) che critica l'uso del termine inglese Revenge per denominare l'operazione di polizia che ha portato all'arresto di dodici presunti terroristi islamici a Milano e Torino. A pagina 7, nella rubrica di Enrico Magrelli il giudice ragazzino, il critico italiano, che l'anno scorso fu chiamato in giuria al Festival di Venezia, esordisce così «6 a Matt Leblanc. Il reduce televisivo di Friends è riuscito a ottenere con lo spinoff Joey un successo molto tiepido. Per il prossimo autunno stanno pensando, per rinviare la chiusura dello show, di affiancargli un "amico" di sit: un certo Zach». A parte il fatto che ignoro totalmente chi sia Matt Leblanc (colpa mia, non ho mai visto Friends) e l'ancora più misterioso Zach, a parte pure il fatto che non riesco a figurarmi "un successo molto tiepido", e a parte infine il ritmo quasi da rap del trafiletto di Magrelli, certo è il colmo inserire così tanti termini anglofoni in così poche righe, proprio appena dopo che Morandini aveva definito "provinciale" la nostra abitudine di usare termini stranieri per significare dei normalissimi concetti.

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Dal sito www.juventus.com

by sasso67 (17/08/2005 - 23:25)

Juventus A – Juventus B 0-1
Reti: 71’ Zammuto
Juventus A: Chimenti (66’ Bonnefoi), Pessotto, Giannichedda, Criscito, Rossi, De Ceglie (85’ Chiazzolino), Blasi, Olivera, Del Prete (75’ Di Cuonzo), Paolucci, Volpe. All. Capello. A disposizione: Corradini, Colangelo
Juventus B: Zattin (61’ Scarzanella), Pisani, Rizza, Marchisio, Lagnese (66’ Zammuto), Balagna, Bianco (85’ Lazzarino), Venitucci, Giovinco, Maniero, Lanzafame (63’ Arata). All. Chiarenza. A disposizione: Pizzano, Ligotti, Zammuto
Arbitro: Pizzi di Saronno
Note: impressiona vedere quale squadrone sia la Juventus A. Del Prete deve essere stato ingaggiato per la somiglianza (nel cognome) con Del Piero. Nella formazione B impressiona, sempre per il cognome, Lanzafame, che in un primo momento avevo letto lanciafiamme. Zammuto non si capisce se sia entrato al 66° o se sia rimasto in panchina a disposizione dell'allenatore della Primavera Chiarenza. Quel che è certo è che ha segnato l'unico gol della partita.

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Un sacco e una sport

by sasso67 (17/08/2005 - 23:01)

Notizia numero 1. La Juve, per rimpiazzare Buffon infortunato, ha preso Abbiati dal Milan. La Juve ha ringraziato sentitamente Berlusconi, ma io aspetterei: ricordando alcune "prodezze" del portierino rossonero (mitica l'uscita di piede contro la Lazio in Coppa Italia due anni fa), mi sa che il presidente ex pelato abbia messo a segno un'altra delle sue diaboliche mosse per indebolire gli avversari.

Numero 2. L'Italia ha battuto l'Irlanda a Dublino (2 a 1) e non è mica facile. Ha giocato bene soprattutto Pirlo, che ha anche segnato il primo gol. Vieri s'è mangiato un paio di gol grossi, però le azioni in attacco sono state tante. Mazzola è sempre il solito mito: prima, dopo un replay da dietro del gol di Pirlo dal quale non si vedeva assolutamente niente, ha esclamato "Era già gol quello di Gilardino!", mentre s'era visto chiaramente che la parata - pur goffa - del portiere irlandese era avvenuta ben fuori della porta. Poi dopo l'ennesimo replay dell'infortunio di Diana, dal quale s'era visto chiaramente che aveva preso una ginocchiata nella coscia, ha inventato una strampalata versione secondo la quale a Diana sarebbe rimasta la punta del piede conficcata non s'è capito bene dove. Civoli ha pietosamente cambiato discorso.

P.S. A proposito di minchiate televisive, "se n'abbusano", come direbbe Geppo, i giovani e bei telecronisti di Sky News. Molte mi sono ormai sfuggite dalla mente - mi ci vorrebbe un taccuino per segnarle tutte - ma ieri una telecronista sportiva ha detto che "Barrichello ha firmato un contratto con la scuderia anglo-britannica Bar", mentre oggi un'altra cronista, parlando delle giornate dei giovani cattolici di Colonia ha testualmente detto "Si annuncia la presenza di Trapattoni, che è uno degli italiani più amati in Italia, essendo stato l'allenatore prima del Mönchen Bayern (???) e ora dello Stoccarda". Mitica anche lei.

P.P.S. Probabilmente il suddetto Mönchen Bayern non è altro che il Bayern di Monaco (in tedesco: Bayern Munchen). Si sospetta l'interpolazione dell'altra grande squadra del calcio tedesco degli anni settanta, il Borussia Mönchengladbach della mitica mezzala Gunter Netzer.

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Pavia violenta

by sasso67 (17/08/2005 - 12:32)

Squadra volante (Italia, 1974) di Stelvio Massi. Con Tomas Milian (ispettore Tomas Ravelli), Gastone Moschin (il Marsigliese), Ray Lovelock (Rino Micheli), Mario Carotenuto (brigadiere Lavagni), Stefania Casini (Marta Hayworth), Guido Leontini (Bellotti, detto Cranio), Ilaria Guerrini (la sorella di Ravelli), Marcello Venditti (Serbia), Enzo Andronico (Alberto), Orazio Stracuzzi (Leonardi), Giuseppe Castellano (l'autista).

Con la sponsorizzazione fin troppo evidente della Pellicceria Annabella, e con la partecipazione usuale degli alcolici, tra i quali primeggia il solito J&B, ma fa capolino anche il mitico Ebo Lebo Ottoz, Stelvio Massi (1929-2004) imbastisce un film tutto sommato valido, insolitamente ambientato nella tranquilla Pavia, che qui viene dipinta come una specie di capitale del vizio. C'è addirittuta un Marsigliese che organizza una rapina, alle costole del quale si pone un disincantato ispettore dell'Interpol al cui il criminale anni prima ha ucciso la moglie.

Il film di Massi ha buoni momenti, tanto da ricordare i lavori migliori di Fernando Di Leo (Milano calibro 9), cui contribuisce, insieme alla fotografia particolarmente curata (Massi era stato un buon cinematografaro) di Sergio Rubini, anche la presenza magnetica di Gastone Moschin, qui nella parte di un criminale tubercolotico e senza scrupoli. Tomas Milian, reduce da parecchi spaghetti western di valore, se ne ricorda nel finale, che del duello tra pistoleros ha tutto tranne che l'ambientazione. I comprimari sono all'altezza, compreso Mario Carotenuto in una parte seria (sottolineata dall'assenza degli emblematici occhialoni a culo di bottiglia), con l'esclusione però di Stefania Casini, che interpreta una macchiettistica "pupa del boss". Un po' posticcia l'inserzione nella storia del malavitoso interpretato da Enzo Andronico, interpolato forse per aumentare la dose di sangue sparso.

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Nati e morti del 17

by sasso67 (16/08/2005 - 23:49)

Mae WestMae West era nata il 17 agosto 1892 e morì il 22 novembre 1980. Una delle sue frasi più celebri fu "Lasciamo perdere i sei piedi (l'altezza, n.d.r.) e parliamo dei sette pollici (la lunghezza, n.d.r.)". Il 17 agosto del 1932 è nato lo scrittore di Trinidad V. S. Naipaul, premio Nobel per la letteratura tre o quattro anni fa. Compie 62 anni il grande Robert De Niro e 45 ne compie Sean Penn. Buona data per gli attori, no?

Qualcuno è morto qualche 17 agosto, ma nessuno di grande interesse pubblico. Un certo Ed Gardner, attore, morto il 17/08/1963, dette un'interessante definizione dell'opera: "L'opera è quando un tizio viene pugnalato alla schiena e invece di sanguinare canta".

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Nati oggi (quasi ieri)

by sasso67 (16/08/2005 - 20:34)

Avrebbe compiuto 85 anni Charles Bukowski, ricordato spesso con la frase "A volte si deve proprio pisciare nel lavandino". Compie invece 47 anni Madonna (muoiono sempre i migliori, anche se talvolta sono più vecchi). Compie 82 anni il ministro israeliano Shimon Peres, premio Nobel per la pace. Avrebbe compiuto 404 anni, se non fosse morto nel 1665, il matematico francese Pierre de Fermat. Credo che da buon matematico non avrebbe potuto trovare alcuna valida ragione per cui non si possa verificare un 404° compleanno.

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Niente di nuovo sul fronte occidentale

by sasso67 (16/08/2005 - 20:07)

Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque, 1929, Oscar Mondadori, pp. 226, € 7,40.

«Accanto a me, ad un caporale viene asportata la testa, di netto. Egli fa ancora alcuni passi avanti, mentre il sangue gli zampilla dal collo come una fontana» (Cap. VI, p. 90)

Capolavoro assoluto. Un libro eccezionale per asciuttezza dello stile e importanza della materia narrata. Pur avendo io trentotto anni, e il protagonista del libro venti, è uno dei romanzi in cui più mi sono identificato con il protagonista, che riesce a interpretare quasi alla perfezione ciò che io penso della guerra. Ripetere oggi parole sulla follia della guerra potrebbe sembrare inutile, ma il romanzo di Remarque è quello che meglio riesce a dare corpo narrativo alla poesia di Ungaretti Soldati: "Si sta come/ d'autunno/ sugli alberi/ le foglie". C'è una frase che sembra ripresa proprio dal componimento del poeta italiano: "Siamo come fiammelle che una sottile parete a mala pena difende dal turbine del dissolvimento e della follia; fioche fiammelle che vacillano e spesso minacciano di spegnersi". Niente di nuovo sul fronte occidentale (letteralmente il titolo dovrebbe tradursi All'ovest niente di nuovo, come suona il titolo del film di Milestone tratto dal romanzo) è un libro da leggere perché parla di una tragedia da non ripetere, perché parla di una generazione annientata e perduta (annientata in coloro che rimasero sul campo di battaglia e perduta comunque in chi tornò a casa), perché ci fa pensare che se accadono tragedie come quella della Grande Guerra, tutto quanto sia stato detto, scritto, pensato fino ad ora non ha senso e nonRemarque vale niente.

Ma Niente di nuovo sul fronte occidentale è un libro che si deve leggere perché è alta letteratura, che commuove con il suo linguaggio scarno e secco, ben tradotto dal tedesco da Stefano Jacini (anche se consiglierei una revisione degli errori e anche di qualche nome: ripristinerei i nomi originali anziché gli italianizzati Paolo, Alberto, Francesco eccetera) e allo stesso tempo colpisce con particolari che oggi definiremmo splatter, immagini che si imprimono indelebili negli occhi dei giovani che andarono al macello. Ed è un libro che non lascia scampo alla speranza. Raramente in un romanzo alla fine muoiono tutti e non rimane nessun personaggio a tramandare una sia pur flebile speranza. Ma il peggio, mi sembra che dica Remarque, è che questi ragazzi erano morti prima di rimanere stesi sul campo di battaglia: la forza cieca che li aveva travolti aveva già spento in loro l'umanità: "siamo divenuti accorti come mercanti, brutali come macellai. Non siamo più spensierati, ma atrocemente indifferenti".

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Và dove ti porta il ninja

by sasso67 (16/08/2005 - 18:30)

La tigre e il dragone (Cina/Taiwan/USA, 2000) di Ang Lee. Con Chow Yun-Fat (Li Mu Bai), Michelle Yeoh (Yu Shu Lien), Ziyi Zhang (Jen Yu), Chen Chang (Lo, "Nuvola Nera"), Sihung Lung (Sir Te), Pei-pei Cheng (Volpe di Giada), Fa Zeng Li (governatore Yu), Xian Gao (Bo).

La tigre e il dragone (la Zhang e Chow)Tutta la fama che ha questo film non l'ho capita. Al di là dell'indubitabile talento visivo del regista, la cui musa mi sembra - quanto meno nel lungo e inutile flashback centrale del film - John Ford, non vedo il succo di una vicenda di cappa e spada, dove i protagonisti si muovono attaccati a dei fili come delle marionette, con movenze che più che dei ninja ricordano un qualcosa a metà tra i pupi siciliani e l'Uomo Ragno. Fra l'altro nella sequenza delle canne di bambù mi è sembrato che i due attori (Chow e Zhang) annaspassero piuttosto comicamente. La trama è forzata e raffazzonata; una serie di snodi narrativi non reggono, soprattutto per quanto riguarda il personaggio della giovane Jen, che a un certo punto scarica l'amante, si sposa, poi scappa di casa e si mette contro i due personaggi che ammira di più. Per non parlare della moraletta finale alla Va' dove ti porta il cuore/Carpe Diem/ogni lasciata è persa.

A me è sembrato un colossale esercizio di stile, tecnicamente riuscito, ma poco significativo. Ormai certi film possono permetterseli soltanto americani e cinesi: non a caso il film di Lee ha beccato quattro premi Oscar. A me, però, tutta questa prosopopea non ha fatto grande effetto, nemmeno quando Lee ha messo in scena una specie di assalto alla diligenza in stile Ombre rosse in una specie di Death Valley cinese.

Tra gli attori la mia preferenza va a Michelle Yeoh. Quanto a Chow, non riuscivo a fare a meno di ricordarmelo col ciuffo alla Bobby Solo nella parte di Mark in A Better Tomorrow.

Alla fin fine la cosa più emozionante di tutto il film (che comunque resta sui binari di una tranquilla sufficienza, ma niente più) sono le note che si sprigionano dal violoncello del mitico Yo-Yo Ma.

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Laguna marrone

by sasso67 (16/08/2005 - 11:18)

La notte dell'alta marea (Italia/Canada, 1977) di Luigi Scattini. Con Anthony Steel (Richard Butler), Annie Belle (Dyanne), Hugo Pratt (Pierre), Pam Grier (Sandra), Giacomo Rossi-Stuart (Henri Christopher, la guida), Alain Montpetit (Alain, il fotografo), Gerardo Amato (Philip).

Uno di quei film i cui autori pensano che gli spettatori siano dei mentecatti. Il film di Scattini accumula talmente tanti luoghi comuni che lo spettatore pensa "no, non può essere vero, non può farci anche questo". E invece sì, non c'è nessun luogo comune di fronte al quale il regista arretri, compresa una parte addirittura robinsoncrusoiana, fino al colpo fnale, quando la ragazza annuncia il fatidico "domani mi sposo, mi dispiace" che farebbe cadere le braccia alla dea Kalì. La credibilità dei personaggi si avvicina allo zero assoluto: parafrasando Nanni Moretti, domanderei alla biondina cosa cazzo faccia di lavoro per potersi permettere tutti quei lussi.

Quanto alle "interpretazioni", meglio lasciar perdere: l'unico abbastanza in parte è il povero Giacomo Rossi-Stuart, una specie di Yanez franco-martinicano. Sufficienza per Hugo Pratt e Pam Grier (ma peccato che non si tolga mai il bikini), mentre solo il ridicolo scende su tutti gli altri, dal protagonista, lo scialbissimo Steel, alla ninfetta Annie Belle, che da vestita è assolutamente insignificante. Si potrebbe dire che recita col sedere. Ovviamente il maggior colpevole dell'intera sciagurata operazione è il regista Scattini (nato a Torino nel 1927): non sarà un caso che questo La notte dell'alta marea, girato a cinquant'anni, rimanga il suo ultimo film.

Gerardo Amato, che è Philip, il fidanzato di Dyanne, nella vita è il vero fratello di Michele Placido.

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Mr. Smith va a Montecitorio

by sasso67 (15/08/2005 - 19:47)

Il trasformista (Italia, 2002) di Luca Barbareschi. Con Luca Barbareschi (Augusto Viganò), Rocco Papaleo (Orlando Lanzetta), Bianca Guaccero (Katya), Luigi Maria Burruano (Battani), Catherine Wilkening (Catherine Caffarelli), Gea Lionello (Marta Viganò), Raffaele Pisu (Montanari), Ugo Conti (Robbiati), Luis Molteni (Ferrara), Arnaldo Ninchi (Antonelli), Luigi Diberti (Zaccheroni), Daniela Santanchè, Michele Cucuzza e Massimo Dapporto (sé stessi).

Soltanto perché Barbareschi è un fascio, non è detto che debba per forza fare delle cagate. E infatti, secondo me, Il trasformista non è una cagata. Forse sarebbe potuto essere migliore, se il regista e i produttori avessero avuto un po' più di coraggio, ma da un personaggio appartenente alla peggior destra italiana non era facile attendersi un'opera del genere. E' vero, Barbareschi corre continuamente e pericolosamente, e quel che è peggio consapevolmente, il rischio del più bieco qualunquismo, dicendoci che "in fondo sono tutti uguali", anche perché quelli di destra vengono dal centro e quelli della sinistra dalla destra. Tanto è vero che Viganò è in fondo "uno di noi" che populisticamente è eletto al Parlamento per oscure manovre affaristiche che nemmeno lui s'immagina e alla fine diventa uno di sinistra che si comporta come uno della peggior destra ("Toglietemeli di torno"). Però la scelta di interpretare questo protagonista che non diremmo del tutto abietto (in fondo vuol fare una legge per gli alluvionati, vuole sapere per cosa si vota quando si vota, critica gli assenteisti e i "pianisti"), ma uguale a tanti altri (accetta compromessi, si fa l'amante, spia i colleghi), somiglia a quella di Nanni Moretti quando interpretò Botero nel Portaborse. E Barbareschi non arretra quando si tratta di darci uno spaccato della "sua" parte politica: il personaggio di Burruano - bravissimo - somiglia a troppi deputati di Forza Italia per essere casuale. Ed anche la scelta del finale pessimista testimonia della non ruffianeria dell'autore. Vi sono comunque anche parti meno credibili, come gli episodi di cui è protagonista Luigi Diberti, un ex democristiano che milita nelle file del centrosinistra: probabilmente puntava su di lui per la satira della "parte avversa", ma il personaggio è allo stesso tempo troppo caricato e poco rappresentativo: dove sono "quelli di sinistra"? Non poteva mettere in scena un bel comunistone o almeno un diessino? Barbareschi si limita agli ex DC, a un verde interpretato da Ugo Conti e a un vecchio laico, affidato alla figura stranamente credibile e quasi politicamente autorevole di Raffaele Pisu. Pare che siano scomparsi i riferimenti alle vicende di droga contenuti nella sceneggiatura originale: non che fossero assolutamente imprescindibili, ma il taglio è testimone dell'assenza del coraggio di andare fino in fondo. Tuttavia, anche così lo spettacolo regge fino in fondo e il risultato è sufficientemente gradevole.

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Il leone del Borneo

by sasso67 (14/08/2005 - 18:55)

Addio al re (USA, 1989) di John Milius. Con Nick Nolte (Learoyd), Nigel Havers (capitano Fairbourne), Frank McRae (sergente Tenga), Gerry Lopez (Gwai), Marilyn Tokuda (Yoo), Aki Aleong (colonnello Mitamura), James Fox (colonnello Ferguson), Marius Weyers (sergente Conklin), Elan Oberon (Vivienne), John Bennett Perry (generale Mac Arthur).

Una scenaJohn Milius (Saint Louis, 1944), già sceneggiatore di Apocalypse Now, dirige un film che sembra uscire da una costola del film di Coppola, ispirandosi direttamente a Conrad e Kipling (si veda L'uomo che volle farsi re, da cui Huston trasse un notevolissimo film con Sean Connery e Michael Caine), esplicitamente citati nel film. Addio al re ha parti riuscite e ispirate, pur se in un impianto che non mi convince, a cominciare da una fotografia che solo nel finale all'interno della giungla sa restituire una luce credibile. E anche senza andare a cercare l'ideologia di Milius, spesso tacciato di fascismo per quel suo ribellismo individualista e superomistico che contraddistingue i suoi personaggi, eternamente in lotta con l'autorità costituita (come anche il Learoyd re del Borneo; e non è certo un caso che dipinga come figura positiva il generale Mac Arthur, chiamato nella biografia cinematografica, guarda caso "generale ribelle"), - ed io aggiungerei anche per quel suo mostrarci la guerra come inevitabile - ci sono parti deboli già nella sceneggiatura. Non mi convince ad esempio la scelta dei sottufficiali inglesi e americani di rimanere nella giungla (per quale plausibile motivo???) né che Learoyd pronunci le parole "da oggi non alzerò mai più il mio braccio contro un altro uomo" proprio alle ore otto del mattino del giorno 6 agosto 1945, il giorno del lancio della bomba atomica su Hiroshima. Il film di Milius è confuso, troppo lungo e quindi prolisso: secondo me ci sono almeno venti minuti di troppo. Non si capisce infatti la funzione del generale giapponese che continua a combattere sul cavallo bianco, mentre le sue truppe sono dedite al cannibalismo. Nonostante tutto questo, e nonostante che il confronto con film dello stesso Milius come Dillinger o Un mercoledì da leoni penalizzi fortemente Addio al re, lo spettacolo in alcuni momenti esiste e rende sufficiente (ma non di più) il risultato finale.

Gli attori, va da sé, sono di buona scuola, anche se non si capisce perché mai la pin-up Elan Oberon dovrebbe essere credibile come fidanzata dell'insignificante protagonista.

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Quei mentecatti sulle macchine rombanti

by sasso67 (14/08/2005 - 18:32)

Già qui basta che passi un motorino o un apino che si assordisce per il rimbombo, poi ci mancavano anche quei grandiglioni con quei motorini piccini che oggi hanno fatto la gimkana al parcheggio di Piazza Eberstadt a rompere i coglioni. Sembravano tanti ritardati stitici seduti sui vasini da bimbi che ancora non cacano nella tazza del WC. Come se non bastassero i fuochi artificiali, ci volevano anche questi rimbambiti...

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Giallo-rosa a pallini

by sasso67 (13/08/2005 - 20:54)

Splendori e miserie di Madame Royale (Italia/Francia, 1970) di Vittorio Caprioli. Con Ugo Tognazzi (Alessio/Madame Royale), Vittorio Caprioli (Bambola di Pechino), Maurice Ronet (commissario), Jenny Tamburi (Mimmina), Maurizio Bonuglia, Ferdinando Murolo (ricettatore).

Nonostante il titolo faccia pensare a una commediaccia, il film diretto dal bravissimo attore Vittorio Caprioli, morto nel 1989, è un buon film, che anticipa alcune tematiche del Vizietto (soprattutto nel personaggio di Tognazzi), inserendole in una trama gialla che, alla fine, ricorda perfino A ciascuno il suo. "Era un cretino" verrebbe da dire infatti quando si vede la fine che fa il protagonista, Alessio/Madame Royale. Anche se Alessio si caccia nei guai per amore della giovane Mimmina, figlia del suo defunto compagno, anziché per amore di verità come il professor Laurana.

Senza troppe pretese, comunque, si tratta di un buon film, da vedere, anche perché serve ad entrare nella psicologia di questo personaggio, che ogni sabato impersona Madame Royale in una festa dove si parla soltanto francese, e si assiste alla sua attrazione strana ma irresistibile per un ambiguo poliziotto che lo sfrutta e poi se ne frega di lui. Tognazzi è bravissimo in un personaggio che più o meno ripeterà nel Vizietto, film più famoso ma meno bello di questo.

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Fuga dalla yeshivà

by sasso67 (12/08/2005 - 23:55)

Kadosh (Israele/Francia, 1999) di Amos Gitai. Con Yaël Abecassis (Rivka), Yoram Hattab (Meïr), Meital Barda (Malka), Uri Klauzmer (Yossef), Yussuf Abu-Warda (Rav Shimon), Leah Koenig (Elisheva), Sami Huri (Yaakov), Rivka Michaeli (ginecologa).

Abecassis e HattabBel film, solido e significativo, spettacolare con la semplicità della verità e della sofferenza. Ci fa vedere un mondo che non si conosce, che si pensava confinato alle pieghe più barbare del mondo islamico, e che invece si annida nelle zone più tradizionaliste e conservatrici dell'ebraismo, in quella parte della società che oggi si oppone al ritiro dalla striscia di Gaza e dalla quale dieci anni fa uscì l'assassino di Rabin.

Gitai è un regista coraggioso, che non ha paura di denunciare le disfunzioni del proprio paese ed eventualmente di mettersi, per questo, in urto con le forze più retrive della società israeliana. Qui costruisce una storia ambientata nella periferia di Gerusalemme, dove le umiliazioni della vita coniugale colpiscono due giovani sorelle, l'una sul punto di essere ripudiata dal marito dopo dieci anni di matrimonio, in quanto ritenuta sterile, e l'altra costretta a sposare un bruto fanatico religioso contro la propria volontà. La sorella più grande subirà l'ingiustizia del ripudio pur sapendo che lo sterile è il marito, mentre la più giovane consumerà il tradimento con un giovane cantante rock per protesta, allo scopo di essere a sua volta ripudiata.

Una storia di ordinaria segregazione femminile ambientata, oggi, in un paese moderno come lo stato d'Israele, raccontata con pudore e forza espressiva da un regista che sa il fatto suo anche dal punto di vista della tecnica cinematografica. Tra gli attori spiccano le due protagoniste femminili, ristrette da una serie di maschi che la religione ha ridotto a marionette vuote e brutali, tanto da apparire, senza che se ne accorgano, crudeli: Yaël Abecassis è bella e brava, Meital Barda più bella che brava.

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La vita è un fotoromanzo

by sasso67 (10/08/2005 - 18:49)

Straziami, ma di baci saziami (Italia, 1968) di Dino Risi. Con Nino Manfredi (Marino Balestrini), Pamela Tiffin (Marisa Di Giovanni), Ugo Tognazzi (Umberto Ciceri), Livio Lorenzon (Artemio Di Giovanni), Moira Orfei (Adelaide), Samson Burke (Guido Scortichini), Gigi Ballista (l'ingegnere), Pietro Tordi (Fra' Arduino), Checco Durante (direttore dell'agenzia di collocamento), Edda Ferronao (amica di Marisa), Michele Cimarosa (Vincenzo Pittiluti, il barbiere), Jed Curtis (monaco cistercense), Ettore Garofalo (barista).

Una scenaUna delle migliori sceneggiature di Age e Scarpelli, tutta giocata sulla satira della cultura da fotoromanzo, con personaggi di bassa estrazione e della provincia profonda: lui è di Alatri, lei di Sacrofante Marche. Le battute del film, tra le migliori dei due sceneggiatori e del regista Risi, sono numerosissime e tutte giocate su questo filo conduttore di un linguaggio forbito o pseudotale in bocca a personaggi di scarsissima cultura, ma di grandissima volontà di elevarsi al livello dei loro eroi di carta patinata e di vivere la loro storia d'amore nonostante travagli degni dei fotoromanzi o del cinema di genere (come in Palombella rossa, viene più volte citata la struggente storia d'amore tra Jury e Lara del Dottor Zivago). In questo senso vanno lette le battute più riuscite, dall'iniziale "Signorina, posso offrire una gomma alla regulizia?", all'esilarante lettera che preannuncia il suicidio degli innamorati, condita di "i sottoscritti" e "distinti saluti", passando per la frase che Marisa rivolge a Marino durante le schermaglie amorose: "sei troppo sicuro di te, Casanuova!".

Molto azzeccato è anche il personaggio interpretato egregiamente da Tognazzi, che per trucco e mimica si ispira chiaramente a Harpo Marx.

Straziami, ma di baci saziami è una delle ultime commedie all'italiana veramente intelligenti e riuscite. E anche uno dei pochi film di Dino Risi davvero riusciti e da ricordare.

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Il mattatorello

by sasso67 (08/08/2005 - 19:39)

Le belve (Italia, 1971) di Gianni Grimaldi. Con Lando Buzzanca (giornalista; ingegner Borsetti; fachiro; marito pappone; dr. Giovanni Apposito; Lanfranco; chirurgo; Francesco Sparapaoli detto Ciccu 'u Babbaluni), Nino Terzo (il suicida), Françoise Prévost (Clara), Tino Carraro (eccellenza), Paola Borboni (suocera del fachiro), Claudio Gora (prof. Bianchi), Philippe Hersent (commendator Placido), Magali Noel (Lisa), Margaret Lee (Judy), Femi Benussi (Concetta), Annabella Incontrera (Carmela), Ira Fürstenberg (Filomena), Giovanni Nuvoletti (giudice), Mario Maranzana (avvocato difensore), Pietro Tordi (avvocato di parte civile), Franco Ressel (pubblico ministero).

I film a episodi non mi hanno mai convinto troppo, perché spesso mi sono sembrati espedienti per raccontare delle barzellette filmate. Non fa eccezione questo Le belve, che prende il titolo dall'ultimo episodio, Processo a porte chiuse, secondo me il migliore del lotto. Alcuni episodi sono davvero ininfluenti (Una bella famiglia, Il chirurgo): più che insignificanti sembra quasi che non ci siano. Altri sono francamente noiosi (Il fachiro), il primo è accettabile, anche se un po' risaputo, soprattutto grazie a Nino Terzo, disgraziatissimo che si vuole lanciare dal cornicione; a Buzzanca che lo vuole convincere a ritardare il salto e gli dice di pensare alla moglie e ai figli risponde "Ma l'hai vista mia moglie? E i bambini non sono nemmeno miei: sono anche cornuto di moglie brutta!". Il caso Apposito è una caricatura grottesca (fin troppo) del sistema di potere democristiano di trentacinque anni fa, a tratti colpisce nel segno e a tratti stucca un po'. L'episodio più divertente è l'ultimo con Buzzanca cafone accusato dalle tre sorelle di averle violentate e messe incinte. È l'unico episodio in cui il "mattatorello" siciliano strappa la risata con numeri alla Pappagone, e all'avvocato di parte civile che gli domanda se non gli bastasse la capra risponde "La capra è bona, ma sempre capra sempre capra!".

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Uno psicopatico per Tarantino

by sasso67 (07/08/2005 - 18:22)

La belva col mitra (Italia, 1977) di Sergio Grieco. Con Helmut Berger (Nanni Vitali), Richard Harrison (commissario Giulio Santini), Marisa Mell (Giuliana Caroli), Marina Giordana (Carla Santini), Claudio Gora (giudice Santini, padre di Giulio), Gigi [Luigi] Bonos (Pappalardo), Giovanni [Nello] Pazzafini (Pietro Caporali), Vittorio Duse (padre di Giuliana), Antonio Basile (Mario Portesi), Sergio Smacchi (Bruno Esposito).

Helmut BergerUn buon film, reso celebre da una scena di Jackie Brown di Tarantino, quando Bridget Fonda guarda il film in TV e Samuel L. Jackson, vedendo Helmut Berger domanda se sia Rutger Hauer. La belva col mitra, però, non meritava di rimanere più di vent'anni nel dimenticatoio e credo che se fosse stato un film americano sarebbe passato chissà le volte in televisione. L'ultimo film (ambientato credo a Genova) del veterano Sergio Grieco, che aveva esordito nel 1950, racconta dell'evasione di un detenuto psicopatico e pericoloso che si vendica dell'informatore che l'aveva fatto arrestare e gli violenta la donna, dopo di che progetta una rapina in una fabbrica dove il padre della donna fa il guardiano. Tradito e braccato cercherà di rivalersi sulla famiglia del poliziotto che gli sta dando la caccia.Una delle scene tagliate

Il film è ben fotografato, il ritmo è serrato al punto giusto grazie a un montaggio che sa alternare scene movimentate e ralenty ad effetto con gli inquietanti primi piani del protagonista (quello cattivo, che ruba la scena al buono), ottenendo il risultato di un film tutto scatti e rallentamenti, che rende bene il succedersi degli eventi. La colonna sonora è valida e se si va a vedere chi l'ha composta si resta stupiti, perché è di Umberto Smaila. Gli attori sono funzionali:l'austriaco Helmut Berger sfodera una delle sue interpretazioni migliori nella parte di un assassino psicopatico e senza scrupoli, anche se è chiaramente a disagio nelle scene di sesso attivo con la connazionale Marisa Mell (fra l'altro, navigando su internet si vede come vi siano scene di sesso tra i due tagliate nella versione italiana), bellissima. Richard Harrison è un poliziotto che ricorda Maurizio Merli, pur non possedendone lo sguardo e la prestanza atletica. In parti collaterali Claudio Gora, la figlia, nel film e nella vita, Marina Giordana, Gigi Bonos (che dimostra di non essere soltanto una macchietta comica) e lo statuario Nello Pazzafini.

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Dodici uomini e un coltello

by sasso67 (06/08/2005 - 18:45)

La parola ai giurati (USA, 1957) di Sidney Lumet. Con Henry Fonda (Davis, il giurato #8), Martin Balsam (giurato #1), John Fiedler (giurato #2), Lee J. Cobb (giurato #3), E.G. Marshall (giurato #4), Jack Klugman (giurato #5), Ed Binns (giurato #6), Jack Warden (giurato #7), Joseph Sweeney (giurato #9), Ed Begley (giurato #10), George Voskovec (giurato #11), Robert Webber (giurato #12).

La parola ai giurati (Fonda e Cobb)Il primo film per il cinema di Lumet è una parabola d'ispirazione chiaramente liberal, tratta da un originale televisivo di Reginald Rose, dove si contempla, con unità di tempo e di luogo di stampo prettamente teatrale, la camera di consiglio di dodici giurati che devono decidere della colpevolezza o meno di un giovane accusato di avere ucciso il padre a coltellate. La colpevolezza, come li ammonisce il presidente della corte prima dell'inizio della riunione, comporterà automaticamente la condanna a morte dell'imputato. I giurati sembrano avere fretta di andare a casa e votano subito, tanto sono persuasi della colpevolezza. Tutti tranne uno (Fonda), che non è convinto delle prove fornite in dibattimento. Il giurato numero 8 sostiene in sostanza che se c'è il minimo dubbio che il ragazzo non sia colpevole non lo si può condannare, tanto più che il verdetto di morte sarebbe poi irreparabile. Tra gli altri giurati vi è chi è sinceramente convinto che il ragazzo abbia ucciso il padre, chi invece pensa che la società debba comunque liberarsi di un essere che rappresenta la feccia dell'umanità, e chi infine non vede l'ora di finire quella riunione per poter andare allo stadio a vedere la partita di football. #8 invece non ha alcuna fretta e vuole prendersi tutto il tempo per instillare anche negli altri il dubbio, specialmente in considerazione del fatto che il verdetto della giuria deve essere in ogni caso unanime. All'inizio trova appoggio in un anziano che pare un po' rimbambito e invece è educato ed ha ancora una mente lucida, poi piano piano il dubbio s'insinua in tutti i giurati, fino a convincere anche l'ultimo (Cobb), che ormai sosteneva la tesi accusatoria per partito preso, con l'idea che il ragazzo era un essere spregevole e doveva quindi aver ucciso il padre.

Non si tratta ovviamente di un giallo: non si capirà se l'imputato è colpevole o innocente né è quanto più ci interessa durante la visione del film. È invece uno psicodramma, teso e avvincente nel considerare la meccanica di quelle dodici persone chiuse in una stanza a decidere della vita di un uomo, anzi della vita o della morte. In realtà si capisce ben presto in quale direzione tira il vento dentro all'aula del tribunale: la tesi di #8 carpisce uno alla volta tutti i giurati che all'inizio avevano senza esitare votato per la colpevolezza, ma è ugualmente interessante seguire la vicenda fino alla fine, soprattutto grazie all'interpretazione degli attori, tra i quali prima ancora di Fonda, bella faccia da democratico anche se un po' scialba, preferisco il grande Lee J. Cobb, che recita il "cattivo" con eroica intelligenza d'attore. Si devono lodare tutti i dodici interpreti di questa lucida parobola contro la pena di morte (sebbene essa non venga specificamente nominata): a me sono piaciuti, oltre ai già citati, Martin Balsam, Jack Klugman e Jack Warden, ma è di tutti il merito della riuscita del film, anche del regista, che si rende invisibile lasciando il campo ai suoi "piccoli maestri".

Una curiosità: dei dodici interpreti, a parte il regista, sono viventi soltanto Klugman (l'Oscar Madison della Strana coppia televisiva) e Warden, mentre Fiedler è morto il 25 giugno scorso. Per Sweeney (1884-1963), che interpretava il giurato più anziano, si trattò dell'ultimo film.

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Anche gli strozzini piangono

by sasso67 (06/08/2005 - 18:12)

L'uomo del banco dei pegni (USA, 1964) di Sidney Lumet. Con Rod Steiger (Sol Nazerman), Geraldine Fitzgerald (Marilyn Birchfield), Brock Peters (Rodriguez), Jaime Sánchez (Jesus Ortiz), Thelma Oliver (la ragazza di Jesus), Marketa Kimbrell (Tessie), Baruch Lumet (Mendel), Juano Hernandez (Smith), Eusebia Cosme (signora Ortiz, madre di Jesus).

Rod SteigerUn bel film, forse, però, più importante che bello, con una notevole interpretazione di Rod Steiger sempre al limite del gigionismo e il regista che riesce a fare psicanalisi con la storia. La materia - la vita interiore di un ebreo reduce dai lager nazisti - non era per niente facile e viene risolta con dei flashback che spiegano l'attuale aridità sentimentale dell'usuraio Nazerman, il quale ha proiettato ogni sua istanza di rivalsa sui soldi: "Solo i soldi contano", dice. Tutto il resto è tristezza e sofferenza, a cominciare dalla relazione con una donna che era la vedova di un suo amico, la quale vive con il vecchio padre malato che rimprovera continuamente Nazerman per questa squallida "tresca". L'Europa è ormai un ricordo lontano e doloroso e l'anziano usuraio non ci vuole tornare nemmeno in gita turistica. Vorrebbe rifiutare gli affari con uno sfruttatore di prostitute, in memoria della moglie e dei figli morti in un lager nazista, ma non ne ha il coraggio. Una serie di eventi piccoli ma significativi lo spinge a mostrarsi più umano con i clienti del suo banco, fino alla svolta finale, quando il sacrificio del suo garzone di bottega varrà a salvargli la vita. Non si sa però se Nazerman riuscirà a far tesoro di questo evento per cambiare la propria vita in meglio. Tutto il film è infatti impostato verso un pessimismo senza fine, sottolineato dalla bella fotografia in bianco (di Boris Kaufman) e nero di una New York minore ed all'epoca poco cinematografata e dalla colonna sonora jazzata di Quincy Jones. P.S. Nella versione che passa in televisione, quanto meno sui canali "in chiaro" vi è una scena tagliata.

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Neoromantici alla riscossa

by sasso67 (04/08/2005 - 19:34)

La signora della porta accanto (Francia, 1981) di François Truffaut. Con Gérard Depardieu (Bernard Coudray), Fanny Ardant (Mathilde Bauchard), Henri Garcin (Philippe Bauchard), Michèle Baumgartner (Arlette Coudray), Roger Van Hool (Roland Duguet), Véronique Silver (Odile Jouve), Philippe Morier-Genoud (dottore), Olivier Becquaert (Thomas Coudray).

Una bella storia d'amour fou come sarebbe piaciuta ai surrealisti, anche se ovviamente il film di Truffaut la filtra attraverso tutte le conoscenze dell'uomo moderno, ma lo fatalmente bene che nemmeno ce ne accorgiamo, e, a parte qualche espediente moderno (le auto, la pistola, il cinema, il tennis) possiamo pensare la vicenda ambientata in qualsiasi epoca. La signora della porta accanto è un bel film recitato da due attori in stato di grazia, anche se paradossalmente, almeno secondo me, sono proprio alcune scene tra Depardieu e la Ardant nella prima parte del film quelle meno riuscite. Per il resto c'è la grande passione di Truffaut per le storie, per l'umanità, per il cinema e per la donna in sé (anche se talvolta si lascia un po' prendere la mano dalla sua personale attrazione per la Ardant, sua compagna fino alla morte), che gli guadagnò, in questa ultima fase della sua carriera, la nomea di neoromantico. Certo, qui eccede un po' nel patetico, che non è sublimato dall'ironia di Jules e Jim né dal vitalismo di Le due inglesi: in questo amore disperato c'è vera sofferenza, per una storia d'amore che, nonostante faccia dire alla protagonista di non rimpiangere niente ("je ne regrette rien"), si può riassumere con la massima "né con te né senza di te". «Con te perché mi uccidi, senza di te perché muoio» (Alberto Barbera e Umberto Mosca, François Truffaut, Il Castoro).

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Piccoli Woody crescono

by sasso67 (03/08/2005 - 19:14)

Provaci anche tu, Lionel (Italia, 1973) di Roberto Bianchi Montero. Con Oreste Lionello (Lionel Lionelli), Ubaldo Lay (tenente Sheridan), Elena Veronese (Elena), Orchidea De Santis (la signora delle mutandine rosse), Nino Terzo (marito siculo), Claudio Gora (boss del night Titan), Giacomo Furia (commissario di polizia), Paola Senatore (ragazza hippie).

Il doppiatore italiano di Woody Allen parodizza Provaci ancora, Sam, con Ubaldo Lay (al suo ultimo film) alias tenente Sheridan al posto di Humphrey Bogart versione Casablanca. Lionel è un detective incaricato da una ricca signora (De Santis) di ritrovare un paio di mutandine rosse prima che il marito (Terzo) si accorga della loro scomparsa. Dopo varie peripezie, risolto il caso, si accorgerà che la sua donna (Veronese) se la fa proprio con il tenente Sheridan.

Filmetto inconsistente e poco riuscito, anche se qualche battutina va a segno, come quando i due scagnozzi del boss Claudio Gora si domandano "Ma da quand'è che parla siciliano?" "Da quando ha visto Il padrino!".

La voce è quella di Woody Allen, la figura più o meno lo stesso, ma tra Lionello e il regista/attore (che praticamente fa e sa fare tutto) americano ci corre come dal giorno alla notte.

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Il capriolo

by sasso67 (03/08/2005 - 18:52)

Oggi mentre tornavo a casa dal lavoro (con la macchina nòva!!!) per le macchie di Montescudaio mi ha attraversato un capriolo (anzi, "il capriolo", come si dice dalle nostre parti, quasi che ce ne fosse uno solo). Doveva essere un maschio adulto, perché aveva della corna sulla testa. Mi era già capitato qualche anno fa, più o meno nello stesso punto della strada, ma la mattina verso le 6 e mezzo, mentre andavo a Cecina a prendere il treno, e quella volta era un capriolo giovane, senza le corna. Mi piacerebbe pensare che quello di oggi sia lo stesso capriolo cresciuto. O magari è meglio se ce n'è più d'uno. Certo è che quella visione, per pochi secondi, è quasi magica, ti sembra di entrare per un attimo nella foresta di Bambi, con quella creatura di dimensioni abbastanza modeste (rispetto a un cervo, ad esempio, oppure agli alci che vidi in Canada), con quelle zampe lunghe e affusolate che gli permettono di saltellare leggero attraverso la strada.

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Il nostro agente ar Tufello

by sasso67 (02/08/2005 - 20:04)

Italian secret service (Italia, 1968) di Luigi Comencini. Con Nino Manfredi (Natalino Tartufato deto Cappellone), Françoise Prévost (Elvira Spallanzani), Clive REvill (Charles Harrison), Jean Sobieski (Edward Stevens), Giampiero Albertini (Ottone), Giorgia Moll (Agente segreto "il passero"), Gastone Moschin (avvocato Ramirez), Alvaro Piccardi (Ciro), Enzo Andronico (Femore), Loris Bazzocchi (Wollenkampf).

Simpatico filmettino comenciniano esile esile su un eroe della Resistenza, poi deputato alla Costituente, che ha grosse difficoltà a inserirsi nella società civile del dopoguerra, dove i meriti resistenziali non contano più e sarebbe più utile una licenza media per entrare come impiegato dell'anagrafe. La solita sgangherata organizzazione italiana è messa alla berlina in un presunto intrigo di spie occidentali e sovietiche, per giungere ad una conclusione nella quale il povero Tartufato e la moglie, entrambi sottoposti al lavaggio del cervello, girano per Roma, la loro città, con la convinzione di non esserci mai stati prima. E comunque tornano una coppia innamorata, dopo che come marito e moglie avevano passato traversie di ogni genere, fino a giungere al tradimento della donna.

Più che l'idea che sta dietro al film (lo spaesamento degli ex partigiani nella società "normalizzata" del dopoguerra), funzionano alcune situazioni ed alcune macchiette: molto meglio di Nino Manfredi se la cavano Giampiero Albertini, in un ruolo insolitamente comico (almeno per me che me lo ricordavo nei panni dell'incontentabile della pubblicità degli elettrodomestici Zoppas negli anni settanta) e Gastone Moschin, avvocaticchio cialtrone e squattrinato. Consigliato a chi non l'avesse mai visto e volesse aggiungere una tesserina al grande mosaico della commedia all'italiana anni sessanta.

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Archivio Agosto 2005