Le chiappe della ducetta
Ferragosto OK (Italia, 1987) di Sergio Martino. Con Mauro Di Francesco (Severo), Gianni Ciardo (Giusto), Sabrina Salerno (Guendalina), Isa Gallinelli (amica di Guendalina), Enio Drovandi (Iacocca), Gegia (la cameriera), Giorgio Vignali (il cameriere narratore), Alessandra Mussolini (Jenny, la fotomodella), Corrado Olmi (il direttore dell'hotel), Renzo Ozzano (il commendatore), Gioia Scola (Marcella), Patrizia Pellegrino (Marilena), Gisella Sofio (madre di Marilena), Silvio Spaccesi (Brandacci), Vittorio Marsiglia (allenatore di tennis), Eva Grimaldi (la contessa), Danika La Loggia (la cantante lirica), Maurizio Mattioli (autista del commendatore).
Trama Ferragosto, un albergo sul mare, spiaggia privata, gli ospiti e le loro storie: il playboy che ci prova con le più belle, l'attempata signora che sogna conquiste, un giovane tennista in ritiro preagonistico che vorrebbe (e potrebbe) concludere ma viene trattenuto dall'inflessibile allenatore. Filmetto televisivo, nato sull'onda (tarda) dei successi cinematografici degli analoghi film dei fratelli Vanzina. (dal sito di FilmTv)
Film per la TV a puntate prodotto da Reteitalia. 1a parte. Incontri estivi sullo sfondo di un Grand Hotel. Due meccanici fanno i latin lover su una Ferrari in prestito. Un attempato padre si dedica all'educazione erotica del figlio che se la cava da solo. 2a parte. All'ombra di un Grand Hotel s'intrecciano gli amori. Tennista s'innamora e perde il torneo. Fanciulla in età da marito perde la testa per un bagnino che, in realtà, è ricchissimo, ma lei lo pianta. Tempo di vacanza, tempo di evasioni sullo sfondo di un Grand Hotel. Gente che va, gente che viene. S'intrecciano gli amori e gli amorazzi. Frivolo e insipido. (Morandini su Kataweb)
Si tratta di un prodotto paratelevisivo totalmente da dimenticare, se non fosse per la scena, assolutamente trash, in cui Alessandra Mussolini, ipnotizzata nientepopodimenoche da Mauro Di Francesco, si spoglia sulla spiaggia e corre mostrando le chiappe. Come direbbe Marco Giusti, stracult!
La giungla di Nottingham
C'era una volta in Inghilterra (GB/Germania/Olanda, 2002) di Shane Meadows. Con Robert Carlyle (Jimmy), Rhys Ifans (Dek), Shirley Henderson (Shirley), Ricky Tomlinson (Charlie), Kathy Burke (Carol), Finn Atkins (Marlene), Kelly Tresher (Donna), James Cosmo (Billy).
Buon film sentimental politico nelle corde di Ken Loach. Gli amori e i dolori del proletariato inglese, per la precisione delle Midlands, come suona il titolo originale (Once Upon A Time In The Midlands), sono rappresentati con partecipazione sentimentale (simpatia) dal regista Shane Meadows, classe 1972, valendosi di un gruppo di attori britannici di buona scuola, tra i quali il più conosciuto, ma forse nemmeno il più bravo, è Robert Carlyle, qui nella parte di un cattivo perdente. I drammi di questa umanità sofferente ma mai doma e vitalissima (si vedano le bevute, la passione per la musica e le partite alla sala bingo) sono raccontati con freschezza, senza risparmiare frecciate verso i suoi gusti culturali (come nell'introduzione, ambientata in un programma simile al "nostro" Stranamore televisivo), secondo una trama che si segue volentieri e che non rinuncia all'uso dell'ironia, come dimostrano le parentesi dedicate alla scalcinata banda di rapinatori e agli operai di Dek. Qui le classi "dominanti" sono bandite dalla scena, come a dire che i proletari riescono a farsi del male anche da soli. Ma poi sanno risorgere e curarsi le ferite.
Morte uccidentale di un anarchico
Camilla Cederna, Pinelli. Una finestra sulla strage, NET, 2004, p. XIII-153, € 8,00.
«MATTO [...] (In quel mentre squilla il telefono. Tranquillo il Matto risponde) Pronto, qui l'ufficio del commissario Bertozzo. Chi parla? No, mi spiace, ma se lei non mi dice chi parla io non glielo passo. Chi è... il commissario... proprio lei in persona!? Ma no! Ma va? Che piacere... il commissario Definestra! No, niente, niente... E da dove telefona?... Eh, già, che stupido, dal quarto piano... e da dove sennò?!» (da Morte accidentale di un anarchico, Atto primo, di Dario Fo)
Camilla Cederna è morta nel 1997 a ottantasei anni ed è stata probabilmente la più grande giornalista italiana del Novecento, checché ne dica l'arzilla Oriana Fallaci. Il libro sulla morte di Pinelli è una pietra miliare del giornalismo italiano e dovrebbe esserne obbligatoria la lettura (e forse lo è) in tutte le scuole di giornalismo. Si tratta del resoconto delle inchieste fatte dalla Cederna tra la fine del 1969 (il 15 dicembre, giorno dei funerali delle vittime delle strage di Piazza Fontana l'anarchico "cadeva" dal quarto piano della Questura milanese) e la fine del 1971, quando prendeva corpo l'inchiesta giudiziaria del magistrato D'Ambrosio, che indagò - senza peraltro giungere alla vera e propria incriminazione - il commissario Calabresi e i suoi collaboratori. La prima edizione uscì nel 1971 per Feltrinelli e alla fine del libro si avverte lo sconcerto dell'autrice per una vicenda sulla quale non si è ancora riusciti a fare piena luce, soprattutto a causa degli ostacoli frapposti da vari settori delle istituzioni.
Ci sono due o tre cose da precisare per chi dovesse apprestarsi a leggere questo libro. La prima è che la Cederna non era comunista né di estrema sinistra: per chi votasse sono fatti suoi, ma la sua estrazione era di liberale di sinistra di famiglia borghese; e da questa estrazione non si distaccò mai; collaborava all'Espresso, si recò sul posto del fattaccio insieme a Giampaolo Pansa e Corrado Stajano (certo non due bolscevichi) e, benché non li dimostrasse, nel 1969 aveva già 58 anni, ed era quindi arrivata in ritardo sulla generazione del '68. Seconda cosa, è ormai chiaro che le cose non andarono come la raccontarono i funzionari della questura e cioè Pinelli non si buttò, troppe le contraddizioni dei testimoni e troppo strane le circostanze del "volo" (l'ambulanza chiamata alcuni minuti prima della presunta caduta). Terzo, le pur evidenti responsabilità - in fondo Pinelli era affidato alla sua "custodia" seppure illegittima - del commissario Calabresi non giustificano affatto chi, a distanza di quasi quattro anni dai fatti, lo uccise barbaramente.
In conclusione va detto che questo della Cederna è un libro interessantissimo e sofferto, assolutamente da leggere. Come dice la Cederna concludendo il libro «Pinelli è infine un simbolo che va al di là del suo tremendo destino. È la prova che la giustizia non è uguale per tutti: da una parte lo stato coi suoi baluardi da difendere, dall'altra il cittadino senza diritti, ed è proprio per questo che, per la prima volta nel dopoguerra, il suo caso ha mosso in modo così massiccio una così larga schiera di opinione pubblica democratica».
Pruriti salentini
La cameriera (Italia, 1974) di Roberto Bianchi Montero. Con Daniela Giordano (Marietta), Mario Colli (barone Petralia), Enzo Monteduro (Massimino), Carla Calò (donna Rosalia), Anna Melita (Concettina), Giacomo Furia (il dottore).
La cosa più sconvolgente è che passino in tv film come questo (non ce l'ho con la cosa in sé, sia ben chiaro: sono contro tutte le censure) ed invece sia ancora preclusa la visione televisiva di Arancia meccanica. La cameriera non è certo un film osceno o scandaloso; caso mai è una commediucola pruriginosa sulla provincia bigotta e libidinosa: in una parola sull'ipocrisia di pretta matrice cattolica della morale sessuale italiana. Il problema è che il film è superbrutto, maldiretto, male sceneggiato, mal recitato, insomma nato male, e chi più ne ha più ne metta. Ed è un peccato perché certi scorci della provincia pugliese (ma i protagonisti parlano in siciliano, ma abbiate pazienza!), Taurisano se non ho capito male, sono ben fotografati. Uno dei film che difficilmente saranno recuperati, anche dai cultori del trash.
Della cattiva recitazione ho già detto: il povero Mario Colli si agita ma non cava un ragno dal buco, Monteduro è addirittura penoso (per non parlare di Carla Calò), mentre Daniela Giordano, Miss Italia nel 1967, che dovrebbe essere la bellona della situazione, è quanto mai sciapita.
Scippo e castigo
Squadra antiscippo (Italia, 1976) di Bruno Corbucci. Con Tomas Milian (maresciallo Nico Giraldi), Jack Palance (Norman Shelley/Richard J. Russo), Maria Rosaria Omaggio (Silvia Cattani), Toni Ucci (Gratta Pelata), Jack La Cayenne [Alberto Longoni] (Dante Ranucci), Raf Luca (Gargiulo), Guido Mannari (Baronetto), Marcello Martana (Trentini), Vincenzo Crocitti (scippatore balbuziente), Benito
Stefanelli (scagnozzo di Shelley), Roberto Chiappa Gibbo, Angelo Pellegrino (il Chiappetta), Giuseppe Attanasio (carabiniere), Mimmo Poli (tifoso della Lazio), Domenico Cianfriglia (il Cinese).
Si comincia a sbozzare il personaggio Nico Giraldi, maresciallo antiscippo, ladro passato sull'altro lato della barricata, non più Monnezza gemello del Gobbo e delinquente in proprio, non ancora protagonista dei poliziotteschi comici della serie dei Delitti, nei quali ha come contraltare comico-malavitoso il Venticello impersonato da Bombolo. Qui Venticello non è ancora presente e il fido aiutante Gargiulo, utile anche per una serie di rime inenarrabili, è interpretato dal napoletano Raf Luca anziché da Massimo Vanni. La trama prevede il maresciallo coinvolto nella caccia allo scippatore Baronetto, che vuole acciuffare soprattutto per mettere le mani sui ricettatori - come quello, squallidissimo, detto il Cavallaro - quando l'incauto scippatore ruba la valigetta a un potente boss americano, il quale si dà immediatamente alla caccia spietata dei ladruncoli.
Il film non è dei più memorabili, né per quanto riguarda i poliziotteschi all'italiana né nel novero dei film con Tomas Milian, vera e propria icona del cinema italiano anni settanta. Purtuttavia Squadra antiscippo si fa guardare, con la sua fotografia sgranata e gli inseguimenti spettacolarmente affidati alle moto da cross. La trama è essenziale e non si perde in inutili macchiette o sdolcinature e le interpretazioni di buona scuola, con lo stesso Milian e il redivivo Jack Palance che quanto ad interpretare un cattivo non doveva prendere lezioni da nessuno.
Le recensioni di Helena (6)
Kill Bill: Vol. 1
:: sul film
Era tanto che mancavo dalle opinioni. Voglio tornare per dire che come la Sposa, anche io sono tornata, e come Vocativo e VirginPrune hanno potuto constatare, a dispetto delle imitazioni, Blackmamba sono io. Il film è bello e ho pianto tanto
:: sulla trama
Lei è incinta e deve sposarsi, ma sfortunatamente essendo estremamente fisicamente valida qualcuno non resiste all'idea che lei si sposi con qualcun altro. Da questo momento in poi, Lei continua a prendere a botte altre donne fisicamente valide fino a che non arriva a farsi giustizia di tutte le porcherie che le sono state fatte, il tutto con molto sugo di pomodoro e molto rumore.
:: sulla regia di Quentin Tarantino
La caratteristica di questo regista è che comincia a raccontarci le cose sempre dalla fine, ma questo è un segno, è una metafora dei nostri tempi degenerati in cui uno capisce le cose sempre quando sono finite. Esemplare il fatto che la protagonista si sposi quando ha già la pagnotta nel forno. molto fisico e molto valido.
:: sull'interpretazione di Michael Madsen
Molto imbolsito ma ancora valido.
:: sull'interpretazione di Daryl Hannah
Molto orba ma validissima
:: sull'interpretazione di David Carradine
Molto valido
:: sull'interpretazione di Uma Thurman
Estremamente valida dai capelli al ditone del piede.
:: sulla colonna sonora
Quando ho sentito Isaac Hayes mi stava venendo una extrasistole.
:: cosa cambierebbe
niente la sposa va consumata fredda.
:: inviata: 11 maggio 2004, 11:35
The Blair Witch Project
:: sul film
La Landa è tornata.
:: sulla trama
Il Nulla.
:: sulla regia di Daniel Myrick e Eduardo Sanchez
Evanescente
:: sull'interpretazione di Heather Donahue
MajorTom, crash, Helena (per ora)
:: sull'interpretazione di Michael Williams
mi manca
:: sull'interpretazione di Joshua Leonard
mi manca
:: sull'interpretazione di Bob Griffith
ce l'ho
:: sulla colonna sonora
Inno nazionale.
:: cosa cambierebbe
Al tempo.
:: inviata: 1 luglio 2004, 15:57
La strategia della lumaca
:: sul film
In questo film si piange poco ed è non molto bello. Ponendo 3 sull'asse delle x che indicano Bellezza, e 1 sull'asse delle y che indicano Pianto, avremo come risultato un film in un punto molto basso del quadrante positivo. Se consideriamo la retta con origine in 0 passante per il punto Y1 vedremo che è molto bassa sull'asse delle x il che ci dice che già ancor prima di entrare in sala che non ci saranno impennate e che si potrà addirittura forse dormire.
:: sulla trama
Essi vengono sfrattati ma resistono
:: sulla regia di Sergio Cabrera
un regista che si farà
:: sull'interpretazione di Fausto Cabrera
un attore che si è fatto
:: sull'interpretazione di Frank Ramírez
un attore che sa come si fa
:: sull'interpretazione di Humberto Dorado
un attore che si farà
:: sull'interpretazione di Florina Lemaitre
un'attrice che si deve fare
:: sulla colonna sonora
in un punto detto omega
:: cosa cambierebbe
nulla perché sarebbe un'altra retta.
:: inviata: 15 agosto 2005, 01:43
Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure
:: sul film
A questo film ho dato 8 come bellezza ( e lo mettiamo sulle x) e 4 come pianto (ordinate), considerando che la Natura commuove sempre m ad un certo punto stanca, anche. otterremo una bella retta così.
:: sulla trama
non mi pare di aver detto fate ricreazione
:: sulla regia di Akira Kurosawa
la distanza tra Dersu Uzala e La strategia della Lumaca è quindi uguale alla ipotenusa del triangolo che ha per cateti 5 (8-3) e 3 (4-1). Con pitagora possiamo dunque dire che Dersu Uzala dista sul piano cartesiano dalla strategia della lumaca 25 + 9= radice di 34
:: sull'interpretazione di Yuri Solomine
me lo portate per la prossima volta
:: sull'interpretazione di Maxim Manzuk
questo lo chiedo guardate non venite impreparati come al solito
:: sulla colonna sonora
è suonata?
:: cosa cambierebbe
la matematica è la soluzione di tutti i problemi critici e di interpretazione dei film.
:: inviata: 15 agosto 2005, 02:03
Le recensioni di Helena (5)
Fuori orario
:: sul film
Questo film mi ha fatto pensare molto. Si tratta di una pellicola molto furba ed adatta ad un pubblico giovane ed altrettanto raffinato, che si indirizza soprattutto a quelli che Piangono Tanto, per ricordar loro che è inutile piangere sul latte versato, ma che è necessario cogliere l'attimo per trombare.
:: sulla trama
Dunque dunque. Ehhhh... è un bel casino, comunque fondamentalmente, di base, tutto parte dal fatto che Lui vuole Trombare. E' come una forma di monito, no? Tipo "aaahhh, vuoi trombare eh? E io ti faccio succedere di tutto!"; anche Lei vuole trombare, ma il fatto è che questi due coglioni, come molti altri coglioni nella vita reale, s'impapocchiano troppo sul se e sul perché, infrangendo l'equilibrio instabile di una serata e scatenando l'inferno. Risultato: si Poteva Piangere tanto, invece si passa tutto il tempo a scuotere la testa e a pensare :" coglione! coglione!". Con questo film bisogna star leggeri a cena, perchè è un acido continuo, un mio amico mi ha detto che lui aveva mangiato una bistecca di due etti e gli è rimasta tutta là dopo la visione, e questo mio amico di solito è un tipo affidabile.
:: sulla regia di Martin Scorsese
Questo regista lo sappiamo tutti che non froda mai. Questo ci puoi fare la croce sopra, non è mai sotto torchio e non lo freghi mai in difficoltà.
:: sull'interpretazione di Rosanna Arquette
In difficoltà
:: sull'interpretazione di Griffin Dunne
Sotto Torchio
:: cosa cambierebbe
era più bona l'amica di Rosanna Arquette.
:: inviata: 5 agosto 2003, 09:55
Mississippi Burning - Le radici dell'odio
:: sul film
In questo film molto fratelli neri soffrono e piangono. E' ora di finirla. è ora di dire basta alla segregazione, è ora di essere coraggiosi e urlare in faccia all'uomo bianco che non è la macchina che ci hai che conta.
:: sulla trama
I neri sono meglio in tutto. i neri sono più fichi. Scopano meglio. ballano meglio. cantano meglio. sanno fare più cose e sono molto più divertenti dei bianchi. per loro sfortuna ce l'hanno anche più lungo. Questo fa sì che i bianchi ce l'abbiano con i neri da secoli e che abbiano approfittato della debolezza dei fratelli in cattività per aggredirli ed umiliarli. in questo film dei bianchi umiliano dei neri, poi due bianchi cercano di umiliare gli altri bianchi ma non gli riesce.
:: sulla regia di Alan Parker
molto schierato molto con i fratelli neri
:: sull'interpretazione di Frances McDormand
sempre fisicamente valida, anche se bianchiccia.
:: cosa cambierebbe
la storia
:: inviata: 5 agosto 2003, 17:42
Il favoloso mondo di Amélie
:: sul film
Ora, questo film è un film in cui si potrebbe trombare molto, e si potrebbe anche piangere di tanto in tanto, ma la pelicula ricchessendo di melassa, finisce per soddisfare soltanto gli stomaci più dozzinali. Io l'ho visto con un mio amico, che a un certo punto quando la protagonista dice quella cosa del dito ha esclamato stentoreo "Vuoi un Bacio Peruggina?". Torchisticamente parlando, si tratta di un film sulla incapacità che hanno alcune donne di trombare anche se vorrebbere, soggetti per i quali d'altro canto la scienza psichiatrica ha già da anni coniato la definizione: PSICOZZOCCOLA.
:: sulla trama
Lei è una psicozoccola, e vorrebbe trombare; ma diverse vicissitudini l'hanno, hainoi, messa in difficoltà sin dalla pubertà, da che possiamo pensare che trascorra le sue notti insonni pensando al principe azzurro e vaccate di questo genere. Nel frattempo, come tutte quelle che trombano poco, si interessa un po' troppo degli affari degli altri, combinandone di cotte e di crude a tutto il condominio, finché, finalmente, e ribadisco come tutte le psicozoccole, non finirà per mettere sotto torchio il primo disgraziato che le capiterà, dandogli una caccia spietata finché lui il malcapitato non obbedirà servile alla legge del pelo di fica. Il tutto tra citazioni tartufate molto fisicamente valide messe lì un po' per dire "ehi, amelia è una di voi, ehi è una ragazza che sa quel che vuole e per quello combatte". Ci volete vedere un'allusione alla riscoperta della verginità come valore? fate. Poi però io non garantisco per il mio amico, lo sapete come è andata a finire con Minority report, no?
:: sulla regia di Jean-Pierre Jeunet
Molto che FRODA, molto che fa finta di non essere in difficoltà.
:: sull'interpretazione di Mathieu Kassovitz
Sembra un tipo che si incassoviz parecchioz. Molto fisicamente valido.
:: sulla colonna sonora
E basta con questi minimalisti dei miei coglioniiii!!!
:: cosa cambierebbe
Io avrei fatto trombare di più un po' tutti, è un bluff sto film. Buoni buoni, e poi tromba solo lei alla fine.
:: inviata: 12 agosto 2003, 18:15
Il Signore degli Anelli: la Compagnia dell'Anello
:: sul film
Questo sarebbe il primo happysodio di una triloggia, che nel suo svolgimento intiero intende richiamare la nostra attenzione sulle difficoltà che deve affrontare il giovane uomo per affrancarsi dal potere matriarcale delle donne mamme zie nonne fidanzate e cugine. Nello specifico, in questo film qua si allude alle prime amicizie che portano il giovane fuori di casa, fuori dalle 4 pareti anguste dell'abitazione materna, per scoprire nuovi orizzonti, nuove allettanti compagnie delle indie con cui insaponarsi e scambiarsi il bagnodoccia al karitè e all'ortica dioica. Molta critica è ormai concorde nel dare per assodata la valenza omosessuale della storia, e d'altro canto più la rigiri e più non c'è nulla da fare: qua, le donne se ne vanno, vengono allontanate, si fa loro gentilmente capire che sono inutili, e malgrado esse tentino di infilarsi nella storia con arti magiche orecchie a punta e fossette, non c'è niente da fare: la Compagnia è Maschia, unita, e decisamente autarchica quanto a sentimenti e passioni. Il tutto in vista di una unica, eterna, eroica impresa: sconfiggere la Grande Vagina Infiammata di Sauron che vuole l'Anello per sé, nella sua insaziabile voracità che lo spinge a voler privare anche i ragazzi dell'unica fonte di godimento passivo di cui la natura li ha dotati.
:: sulla trama
Allora, diciamo che questo film qui l'ho veduto con un mio amico che non è che sia molto poetico, ma in compenso gli gustano assai le animazioni e gli effetti speciali, quindi è rimasto mediamente contento. Come si evince dalla mia spiegazione sopra, qui non è questione di chi tromba e chi non tromba: qui Tutti Vogliono Trombare Con Tutti, l'Elfo Legolas in particolare con il Nano (!) Gimli, con il quale difatti è sempre in piedi una maschia presa in giro. L'Anello all'inizio ce l'ha Sauron, poi passa a questo ed a quello, e tutti che rimangono schiavi di quest'anello, e si capisce anche perché, insomma; finché arriva a questo Mezzo Uomo, che pare l'unico in grado di portarsi quest'anello senza venirne schiacciato, tanto è umile e pecorella. E che si fa? E bisogna proteggerlo, questo schianto di ragazzetto, e allora tutti lì intorno che in realtà se lo vorebbero inchiappettare ma lui è troppo puro, con quegli occhioni, come si fa dio mio? insomma, così, tra un pericolo e l'altro attraversano la terra di mezo e stanno per arrivare proprio dove si avvicina il Gran Ficone Malefico quando... e finisce.
:: sulla regia di Peter Jackson
Come dire? Per nulla in difficoltà, dimolte comparse, dimolte armature e dimolti mostri non lo mettono Sotto Torchio, valendo anzi da stimolo per voler continuare impavidamente a raccontare le peripezie di questi quattro effemminati (soprattutto gli elfi) il tutto trascinandosi sul set in bermuda, occhiali maxi lente, barba alla Credence Clearwater Revival.
:: sull'interpretazione di Liv Tyler
Molto Molto Molto Fisicamente Valida. Dimolto eterea, dimolto effetto Berlusconi con la calza, tutta levigata che pare la Fracci quando faceva la reclame del Camay.
:: sull'interpretazione di Viggo Mortensen
Molto Fisicamente Valido. Lui è il classico maschio che alla fine è il più gay di tutti. Quello che non ti aspetti. Quello che le donne non ci credono, come direbbe Enrico Ruggeri.
:: sull'interpretazione di Elijah Wood
F R O D O. e ho detto tutto.
:: cosa cambierebbe
Non mi è piaciuto Saruman, la parrucca è troppo liscia, mentre trovo più naturale il frisè appena accennato di Gandalf.
:: inviata: 5 settembre 2003, 17:43
Le recensioni di Helena (4)
La 25ª ora
:: sul film
In questo film, che non è Tanto Bello, e neanche si piange assai, vengono mostrate le vestigia del ground zero. Ma neanche così riescono a farti piangere, non c'è niente da fare. E come se non bastasse loro trombano anche! Ci hanno messo tutto, padri pompieri in difficoltà, fidanzate mulatte sotto torchio, amici che si vogliono trombare le allieve o le suddette mulatte, fisicamente alquanto valide, ma non c'è niente da fare: manco una lacrima. Mi permetto di prendere in prestito una allegoria cara al mio seminale amico seminarista, per ammonire il pubblico: questo film non è affatto piovano; neanche un po'. oh.
:: sulla trama
Mah, che dire? Tutti sono abbastanza fisicamente validi, ma uno che fa nascondere al protagonista tutta quella roba nel divano è evidentemente uno che con la droga non ha mai avuto a che fare. Comunque per questo banale errore, Lui finisce sotto torchio, mentre la sua fidanzata mulatta affronta molte difficoltà.
:: sulla regia di Spike Lee
Questo regista, che di solito è negro, stavolta ha optato per una sfumatura bluastra e indefinita, scelta stilistica che finisce per consegnarlo mani e piedi al torchio ed alla difficoltà. Non è neanche che frodi, è proprio che manca di validità fisica dal primo minuto all'ultimo.
:: sull'interpretazione di Edward Norton
Questo attore, del quale un mio amico mi aveva tanto bene parlato, mi è invece purtroppo risultato molto in difficoltà. Soprattutto quando è sotto torchio non è credibile, gli manca quella validità fisica che dovrebbe essere la prima risorsa di un irlandese.
:: cosa cambierebbe
Io cambierei il nascondiglio della robba.
:: inviata: 29 luglio 2003, 11:05
Minority Report
:: sul film
OOhhh, allora, questo film, che sono andata a vedere con un mio amico che è parecchio in fissa con Dick, è risultato poco bello e di nessuna potenzialità lacrimogena, oltre che non entrarci niente con il Philip Kendred (cosa, questa, che si poteva anche, dico ANCHE arrivare a presumere, visto il regista). Mica gli è andata bene questa cosa qui al mio amico: essendo Fisicamente molto Valido, ha cominciato a prendere a calcetti sempre più Validi la poltrona di fronte, fino al momento in cui il protagonista porta la pelata precog al negozio GAP: lì il mio amico non ce l'ha fatta più ed ha urlato ASSASSINIIIIIII. Inutile dire che mi sono molto vergognata e che la sera stessa gli ho fatto capire che mi aveva messo in seria difficoltà. Lui non ha battuto ciglio e mi ha ricordato che tutto cià che lui aveva fatto, avrei potuto agevolmente prevenirlo, dando una guardata un po' meglio al manifesto del film. cazzo.
:: sulla trama
Si può essere messi Sotto Torchio anche per cose che avete soltanto pensato. Ci avevate pensato? Ah Ahhhh! MANI IN ALTO!!
:: sulla regia di Steven Spielberg
Questo regista, che rappresenta forse la migliore espressione oggi di come la comunità ebraica guarda all'universo tutto, si rivela anche in questa sua opera straordinariamente poco in difficoltà. Nulla lo mette in difficoltà, a lui, nulla gli fa paura, di nulla sente timore reverenziale, nessuno può metterlo sotto torchio. E' per questo che al mio amico sta molto antipatico, per questa cosa qua.
:: cosa cambierebbe
Andrei al cinema con un altro amico, meno Dickiano; non mi piace assistere alla decadenza delle persone che amo.
:: inviata: 29 luglio 2003, 11:41
Cose molto cattive
:: sul film
In questo Film - che ho visto ovviamente a casa con contorno di take away indiano, che è la cosa che preferisco, in quanto sono dell'opinione che il pollo tandoori aiuti a digerire qualsiasi tipo di vaccata - in questo film dicevo ho Pianto sicuramente poco. Ciò è avvenuto perché tutti i protagonisti si trovano in estrema difficoltà, dopo aver concorso a tessere una trama cinica e materialista, che li porta necessariamente ad essere messi sotto torchio dal Fato/Jehowa/Ananke ecc ecc...
:: sulla trama
Lei vuole trombare. Lui anche, ma non così...di fretta. Però alla fine lei lo mette veramente ma veramente sotto torchio, con tutta questa storia terribile degli americani con le damigelle i fiori gli invitati il colore delle sedie; insomma come era prevedibile a Lui comincia a sembrargli una ipotesi preferibile quella di Trombare santamente insieme ai suoi amici donnine di facili costumi. Ma questa visione nichilista della vita e dei sentimenti di unione finirà con il produrre una catena con un numero enne di difficoltà, grazie alle quali dei giovani che erano un tempo fisicamente validi finiscono con il ridursi a vegetali invalidi smorti ed assolutamente sotto torchio.
:: sulla regia di Peter Berg
Questo regista froda molto, in quanto cerca di farci passare una parabola biblica per una commedia brillante. Si tratta comunque di un cinema adatto ad un pubblico giovane e raffinato.
:: sull'interpretazione di Cameron Diaz
Questa attrice, che è invero Molto Fisicamente Valida ed appartiene alla categoria Mulier Fossettata, il che le fa perdonare le vaccate che fa, durante tutto il film è stata davvero insopportabile, voglio dire, il mio amico (sempre quello di Minority Report) ad un certo punto, al quarto samosa vegetale, forse eccitato da tutto quel lime piccante, ha esclamato "io una fica così non me la sposerei manco se mi pagano". Io ho preferito continuare a mangiare senza difficoltà, visto quello che era successo a Minority Report.
:: sull'interpretazione di Christian Slater
Lui adesso molto sotto torchio. Lui messo in grande difficoltà dalla vita, ma semrpe Molto Fisicamente Valido.
:: sulla colonna sonora
Mi sono sbagliata forse, o ho avuto una alucinazione auditiva a base di Lee Morgan, The Sidewinder?
:: cosa cambierebbe
Forse le melanzane allo yoghurt erano un po' troppo piccanti.
:: inviata: 31 luglio 2003, 13:14
Rain Man - L'uomo della pioggia
:: sul film
In Questo film si Piange Tanto. Molto. Cioè, voglio dire, se siete portati al "Era t-Tanto Bello e Ho p-Pianto Tanto", questo film vi piacerà dimolto. Detto tra noi, è un'opera molto furba, molto per un pubblico giovane e raffinato. Io quando l'ho visto questo film, mi ci aveva portato un amico (non quello di Minority Report, un altro) che poi non era neanche tanto amico, era più una specie come di fidanzato. In ogni modo era proprio il genere di film che piaceva a questo mio fidanzato, quindi presumo che adesso dovrei farvi una descrizione del ragazzo, piuttosto che del film, di modo che comprendereste in uno i due. Beh, che dire... era molto tradizionalista, molto americanista (era nato in USA durante una missione diplomatica del padre), molto che credeva nel sogno americano, nel fatto che anche-se-la vita-ti-tiene-sotto-torchio-tu-ce-la puoi-fare, anzi-ce-la-devi-fare, perché sennò è come nella parabola dei talenti sprecati. Ecco, in questo senso Tom Cruise era proprio l'attore suo. Poteva bearsi e sentirsi molto buono come Hoffman, ma nello stesso tempo poteva anche stare tranquillo che in un ospizio non ci sarebbe finito mai, lui che ci aveva il doppio passaporto. Bastardo. Ho goduto moltissimo a mandarlo a fanculo.
:: sulla trama
Sù, è presto detto: Lui e Lei Trombano, ma Lui l'Altro invece è l'elemento piangione della storia. Tutti sotto torchio, Lui Hoffman in grandissima difficoltà, ma la sua Invalidità Fisica verrà sfruttata e messa a coltura e resa produttiva di dollari come è giusto che accada, perché bisogna credere in DIO, PATRIA e FAMIGLIA, cazzo, perché questo è un paese libero e noi lo difenderemo, e bla bla bla (america america from sea to shining seaaaa..)
:: sulla regia di Barry Levinson
Questo regista è IL FRODO. Non dico altro. Come si faccia con una Invalidità Fisica permanente a fare tanto rumore, è cosa che desta meraviglia.
:: sull'interpretazione di Dustin Hoffman
Molto in Difficoltà, sebbene sempre, con il suo volto buono, ispiri molta fiducia. Di certo lui per stare nella parte non ha bisogno di essere messo sotto torchio.
:: inviata: 31 luglio 2003, 16:44
Le recensioni di Helena (3)
L'uomo che non c'era
:: sul film
Era Tanto Bello e Ho Pianto Poco.
:: sulla trama
Loro non Trombano. Lei tromba un altro. Lui di questa cosa qui non è mica tanto contento, però non lo da a vedere. Ma a un certo punto, essendo molto sotto torchio, sbotta e confessa la sua difficoltà. E qui una girandola di eventi lo portano ad un epilogo Fisicamente Molto Valido.
:: sulla regia di Joel Coen
Questo regista è uno dei registi meno In Difficoltà che conosca.
:: sull'interpretazione di Frances McDormand
Fisicamente Super Valida, io volevo essere lei.
:: sull'interpretazione di Billy Bob Thornton
Fisicamente Troppo Valido, l'hanno preso per quello. Nei momenti di minor difficoltà dello Spettatore, allungando una mano si può sentire la sua barba non rasata.
:: cosa cambierebbe
Io avrei fatto rotolare un po' meno il cerchione.
:: inviata: 27 luglio 2003, 10:35
Magnolia
:: sul film
Era Taaanto Bello, e nella farmacia si Piange Tanto. Quello della farmacia è un momento molto furbo, molto che FRODA.
:: sulla trama
Tutti hanno Trombato troppo. E' una metafora sul fatto che si finisce per trombare troppo, e allora bisogna pentircisenevi, secondo il regista. Molto in difficoltà come concetto, molto cattolico, poco ebreo.
:: sulla regia di Paul Thomas Anderson
Molto Furba e Frodatrice.
:: sull'interpretazione di William H. Macy
In Difficoltà
:: sull'interpretazione di Julianne Moore
Sotto Torchio dal primo all'ultimo minuto.
:: sull'interpretazione di Tom Cruise
Quest'uomo ha scritto in fronte: IO FRODA
:: cosa cambierebbe
Io avrei fatto Trombare un po' anche l'Infermiere, santa madonna!
:: inviata: 27 luglio 2003, 10:47
Indovina chi viene a cena
:: sul film
Era Tanto Bello e Ho Pianto tanto da 1 a 5: 4.
:: sulla trama
Allora, Loro vogliono trombare, ma il padre di lei è dimolto preoccupato per questa cosa qua, perché gli hanno detto delle cose sui negri. La madre di Lei invece è molto contenta che nella famiglia entri un ciulone mandingo, quindi si schiera a favore della Trombata.Tutti sono molto in difficoltà, specie il padre di lei, fino al finale in cui si capisce che Trombano
:: sulla regia di Stanley Kramer
Molto Frodatrice.
:: sull'interpretazione di Katharine Houghton
Vuole trombare
:: sull'interpretazione di Katharine Hepburn
Ce ne fossero Fisicamente Valide come lei, malgrado il tremolio.
:: sull'interpretazione di Sidney Poitier
In Difficoltà
:: sull'interpretazione di Spencer Tracy
Fisicamente invalido perché alcolista.
:: cosa cambierebbe
Io forse avrei messo un po' più in difficoltà la domestica di colore.
:: inviata: 27 luglio 2003, 11:09
Cape Fear - Il promontorio della paura (1991)
:: sul film
Era Così Così Bello, e Si Lacrima un Po', Ma di Noia.
:: sulla trama
Lui Tromba le minori. Poi lo mandano al gabbio. Poi vuole Trombare una minore. Ne fa le spese il povero Miller.
:: sulla regia di Martin Scorsese
Sotto Torchio
:: sull'interpretazione di Gregory Peck
ma come?
:: sull'interpretazione di Robert Mitchum
ma dove?
:: sull'interpretazione di Juliette Lewis
Fisicamente Molto Antipatica e Spigolosa.
:: sull'interpretazione di Jessica Lange
Fisicamente Valida.
:: sull'interpretazione di Nick Nolte
Fisicamente un po' in difficoltà.
:: sull'interpretazione di Robert De Niro
Fisicamente sempre Lui.
:: cosa cambierebbe
Io avrei strangolato Juliette Lewis. Non faceva un soldo di danno.
:: inviata: 28 luglio 2003, 11:23
Assassini nati
:: sul film
In Questo film, che non E' bello e risulta una discreta Frode, si tromba così, un po' alla "massì tanto dobbiamo morire tutti prima o poi".
:: sulla trama
Lei e Lui Trombano.
:: sulla regia di Oliver Stone
Questo regista stavolta ci ha davvero frodato. Con l'illusione di tener sotto torchio lo spettatore, lo conduce attraverso un labirinto di difficoltà che non risolvono in una fisica validità.
:: sull'interpretazione di Tommy Lee Jones
Alquanto in difficoltà.
:: sull'interpretazione di Juliette Lewis
Fisicamente Valida, ma sempre una gran faccia da cazzo.
:: cosa cambierebbe
Juliette Lewis. con qualsiasi cosa, anche con un torchio.
:: inviata: 28 luglio 2003, 21:32
Un uomo da marciapiede
:: sul film
Un film in cui i personaggi si trovano alle prese con serie difficoltà. E' molto bello, e si Piange anche.
:: sulla trama
Lui vuole trombare per denaro. Poi c'è un altro Lui che invece non gli interessa manco più trombare. Poi c'è una lei che si tromba il primo lui, ma lui incontra qualche difficoltà a tutta prima, per via del fatto che la droga lo fa sentire un po' sotto torchio. poi è tutta una difficoltà-
:: sulla regia di John Schlesinger
Molto Fisicamente Valido.
:: sull'interpretazione di Jon Voight
Assolutamente Fisicamente valido
:: sull'interpretazione di Dustin Hoffman
Fisicamente Invalido, e molto sudato.
:: sulla colonna sonora
Nillsonsottotorchio!
:: cosa cambierebbe
gli stivali di Lui, un po' prima della fine del film.
:: inviata: 28 luglio 2003, 21:38
Facce
Facce
Facce, volti tra la gente
Braccia, gambe tra la gente
Pance, culi, scarpe
Non ci capisco niente
Una testa che è la sua
Una storia che è la sua
Le sentenze sono tante
I giudizi della gente
Troppe facce come tante
Troppe facce senza niente
Volti tesi, da corride
Facce, facce, facce ride'
(26 agosto 1997)
Piazza Fontana
Giorgio Boatti, Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell'innocenza perduta; Einaudi, pp. 438, € 7,74
L'edizione originale di questo libro è del 1993. La ristampa del 1999, che è tuttora la più aggiornata, è già stata superata dai fatti, in quanto appena quest'anno anche l'ultima inchiesta che cercava di fare luce sulla strage di Piazza Fontana si è conclusa con un nulla di fatto, con l'assoluzione definitiva dei tre esponenti della destra lombardo-veneta Maggi, Zorzi e Rognoni. Con le precedenti assoluzioni di Freda e Ventura, nonché degli altri personaggi a loro collegati, siamo arrivati alla conclusione che la strage del 12 dicembre 1969 non ha, almeno giudizialmente, alcun colpevole. Per la storia il discorso è diverso, essendo ormai assodato che proprio dal mondo dell'eversione nera fu organizzato e portato a termine il sanguinosissimo attentato alla Banca Nazionale dell'Agricoltura. Ma non c'è solo questo: c'è che il tutto fu pianificato da un'associazione perversa tra questo mondo intimamente sovversivo e alcuni elementi dei servizi segreti che - ce lo dicono anche Dianese e Bettini, autori del libro La strage - non possono essere definiti deviati. E l'impressione, fortissima, è che tutto sia stato organizzato prima e con dovizia di particolari, depistaggi compresi. Fra i depistaggi ovviamente la cosiddetta pista anarchica, che comportò la lunga odissea giudiziaria di Pietro Valpreda e il volo dal quarto piano della questura milanese del ferroviere milanese Giuseppe Pinelli.
Il libro di Boatti è la ricostruzione più completa degli eventi che precedettero e seguirono l'evento più sanguinoso della strategia della tensione (prima della strage alla stazione di Bologna), del quale non si può che condividere pressoché tutto, nonostante anche il libro risenta alquanto della confusione organizzata che è riuscita fino ad oggi, a trentasei anni di distanza, ad affossare ogni ricostruzione giudiziale degli eventi. Ai deboli di cuore è da sconsigliare la lettura del primo capitolo, Dies irae, per la crudezza della descrizione degli effetti della bomba sui corpi degli sventurati che si trovavano nella sede milanese della BNA. A pensarci bene una cosa con la quale non sono d'accordo con Boatti c'è: il sottotitolo. Non mi convince l'idea che il 12 dicembre 1969 sia il giorno dell'innocenza perduta, un po' come l'assassinio di Kennedy - sostengono alcuni - per gli americani. Se James Ellroy ha detto che l'America aveva perso la sua innocenza già durante il viaggio della Mayflower, anche noi, ben prima del ventennio fascista, la nostra innocenza l'avevamo perduta quanto meno con l'Obbedisco di Garibaldi, se non con il sacrificio dei bersaglieri nella Guerra di Crimea. Un libro da leggere doverosamente, specialmente per chi non sappia niente della tragedia milanese.
Fratello coltello
Sette orchidee macchiate di rosso (Italia/Germania, 1972) di Umberto Lenzi. Con Antonio Sabàto (Mario), Uschi Glas (Giulia Torresi), Pier Paolo Cappono (commissario Vismara), Rossella Falk (Elena Marchi), Marisa Mell (Anna Sartori; Maria Sartori), Marina Malfatti (Kathy Adams), Renato
Romano (il prete), Claudio Gora (Raffaele Ferri), Gabriella Giorgelli (Ines Tamburini detta la Toscana), Aldo Barberito (vicecommissario Palumbo), Franco Fantasia (vicecommissario Renzi), Petra Schürmann (Concetta De Rosa), Linda Sini (Juanda), Enzo Andronico (direttore dell'albergo), Nello Pazzafini (Giovanni Raul).
Giallo alla Dario Argento prima maniera, di buona fattura, con qualche buon attore perfino sprecato (Rossella Falk), che si guarda volentieri, ma che non coinvolge né spaventa mai nemmeno nelle sequenze più thrilling. Il protagonista maschile, interpretato da Sabàto con discreta insipienza, è antipatico, mentre assolutamente insignificante è la protagonista femminile. Dà qualche spessore al film il perssonaggio per una volta né troppo invadente né troppo incompetente del commissario interpretato con misura da Pier Paolo Capponi. Lo scioglimento finale, come nella maggior parte dei gialli (anche quelli di Agatha Christie, secondo me), delude. Se dovessi dare un voto a questo film come ai tempi della scuola, gli darei 6 meno.
Trio da camera
Jules e Jim (Francia, 1961) di François Truffaut. Con Jeanne Moreau (Catherine), Oskar Werner (Jules), Henri Serre (Jim), Marie Dubois (Thérèse), Vanna Urbino (Gilberte), Boris Bassiak (Albert), Sabine Haudepin (Sabine).
La storia di un ménage a tre speculare a quello che Truffaut realizzerà dieci anni più tardi con Le due inglesi, tratto come questo da un libro di Henri-Pierre Roché. Qualcuno all'epoca qualificò frettolosamente Jules e Jim come il capolavoro di Truffaut, mentre a me è sembrato un film decisamente deludente, troppo leggero e perfino poco motivato negli sviluppi psicologici e comportamentali dei personaggi. Il clima d'irrazionalismo che permea sia il rapporto tra i due amici e il terzetto di amanti è reso con una lievità che, se si adatta alla belle epoque, è poco congeniale alle corde di Truffaut e comunque stona con il tono intimamente tragico della vicenda. Il succo mi sembra che stia in una sorta di "affinità elettive" che compongono e scompongono coppie terzetti: Jules e Jim sono conosciuti come Don Chisciotte e Sancho Panza, ma poi formano "i tre pazzi" con Catherine, la quale però si estrania per accoppiarsi (in tutti i sensi) con Albert, mentre Jim forma un'altra coppia con Gilberte (non credo sia casuale nemmeno la scelta dei nomi).
Jules e Jim resta un film da vedere, come tutte le opere di Truffaut, ma secondo me i suoi capolavori restano I quattrocento colpi e Le due inglesi, ma migliori di questo sono anche Tirate sul pianista, Fahrenheit 451, La sposa in nero, La mia droga si chiama Julie, Il ragazzo selvaggio ed Effetto notte.
La polizia ha le mani impastate
Milano trema la polizia vuole giustizia (Italia, 1973) di Sergio Martino. Con Luc Merenda (commissario Giorgio Caneparo), Richard Conte (dott. Salussoglia alias Padulo), Silvano Tranquilli (Viviani), Carlo Alighiero (commissario Nicastro), Martine Brochard (Maria ex), Luciano Bartoli (Giacomo), Lia Tanzi (prostituta), Antonio Casale (prigioniero sul treno), Luciano Rossi (altro prigioniero sul treno), Bruno Corazzari (delinquente), Chris Avram (commissario Del Buono), Valeria Sabel (moglie di Del Buono), Anna Eugeni (moglie di Viviani), Riccardo Petrazzi (rapinatore con la bomba), Tom Felleghy (medico), Claudio Ruffini e Sergio Smacchi (tirapiedi di Padulo).
All'epoca questo poliziottesco fu bollato da più parti di filofascismo, soprattutto per i metodi attribuiti al commissario Caneparo, che odia i comunisti e vede la contestazione come il fumo negli occhi. In realtà ci parla di un personaggio alla ispettore Callaghan, dalle maniere spicce ma che non guarda in faccia a nessuno. E se si segue la trama con attenzione si può individuare cosa ci fosse dietro all'attività criminosa del Padulo e delle sue aderenze in alto loco: l'obiettivo degli autori (Martino e Gastaldi) è far trapelare come fosse attiva in quel periodo, partendo proprio da Milano, teatro della strage del 12 dicembre 1969, la strategia della tensione, tendente ad instaurare in Italia un regime autoritario di destra. Caneparo è semmai un ingenuo, che crede di avere a che fare con qualche delinquente di strada e qualche ragazzotto che agiti la rivoluzione comunista al soldo del Cremlino: è un tradizionalista cui non piacciono le comuni e l'amore libero, ed è un poliziotto all'antica, che non esita ad infiltrarsi nella banda dei "cattivi" e ad usare i loro stessi metodi al fine di sgominarla.
Il film non è uno dei capolavori del genere, ma si fa guardare con interesse: la storia non si perde in lungaggini sentimentali e si può dire che questo di Martino è uno dei film più "americani" del genere poliziottesco. Gli inseguimenti sono ben girati e senza effetti insistiti alla Frankenheimer (una scena l'ho già vista in almeno un altro film, in ossequio alla regola che prevedeva di riciclare le scene più ad effetto, così difficili da girare), anche se alla fine l'ultimo inseguimento stanca un po'. Luc Merenda ha il fisico e la faccia del personaggio che interpreta.
Altra battuta
Sempre dal diario della terza liceo; altra interrogazione di storia.
Giannotti - Sasso, qual era la compagnia petrolifera di Rockefeller?
Sasso - ...ehm... ehm...
Giannotti - La Sta... la Sta...?
Sasso (illuminandosi) - La Stanic!
(P.S. Risposta esatta: la Standard Oil)
Battutacce
Il continuo pungolo dell'Ace, che mi spinge a ricordare fatti e cose dei tempi del liceo, e che mi fa riflettere sul fatto che, variante impazzita del Dottor Jekyll e di Mr. Hyde, sono un po' persona seria un po' buffone - lato quest'ultimo che mi riporta fino al collo al clima del liceo, ove svolgevo proprio la funzione di clown della classe - mi ha anche stimolato ad andare a vedere se esistevano ancora i vecchi diari di quei tempi. E la cosa non era poi così scontata, visto il tempo trascorso e i traslochi effettuati nel corso degli anni. Ho trovato l'agenda dell'ultimo anno di liceo, ed è singolare notare come, in quegli scritti, mi trovi profondamente immaturo, proprio nell'anno che ci doveva condurre al fatidico esame di "maturità". L'Ace, devo ammettere, dimostrava una maggiore maturità anche nelle sue espressioni ludiche e talvolta buffonesche. Nell'agenda ho trovato testimonianze del Mengo, mentre manca completamente il Menico, perso per strada (scolasticamente, non sul piano affettivo), e il Mazzo si limitava a qualche sporadico "puzzoni, merdoni, vi sodomizzerò con sbarre di ferro arroventate" oppure si cimentava in ardite smentite del fatto che Simia fosse brutta.
Ci sono alcune battute, soprattutto mie, francamente imbarazzanti, altre molto pese, delle quali ci vergogneremmo di ridere nuovamente, ed altre, poche, che ci farebbero ancora sganasciare dalle risate - più per il ricordo del clima dei tempi, che per il motto di spirito in sé - magari fino a tirarci fuori anche qualche lacrima di nostalgia (nella mia personale classifica delle risate più clamorose che abbia mai fatto c'è indubbiamente quella della lettura, in anteprima sulla pubblicazione sull'Agatone, dell'Apollo e Dafne del Mazzini). Alcuni nostri interventi sono andati, credo irrimediabilmente perduti, dispersi su diari di persone che non s'incontreranno più, come gli scritti e le vignette lasciati sul diario della Beatrice, che riempivamo immancabilmente di cazzi nelle pagine riservate alle illustrazioni di gnomi e fatine.
Tra le battute non indegne del diario di terza liceo, ce n'è una mia che non ricordavo e che mi ha fatto ridere, serbando in sé un qualcosa dell'umorismo del miglior Totò. La vignetta contempla come personaggi Sasso (cioè io) e il Giannotti, integerrimo insegnante di storia e filosofia. Il contesto è evidentemente un'interrogazione di storia, nella quale quale l'interrogato sta facendo un dotto excursus sulle origini del Risorgimento italiano. Eccone il breve dialogo.
Sasso - ...e allora la Società Nazionale Italiana si formò grazie a La Polenta...
Giannotti - Al La Farina, Sasso, al La Farina!
Sasso - Sì, però gialla! ![]()
Mani legate
La polizia incrimina, la legge assolve (Italia, 1973) di Enzo G. Castellari. Con Franco Nero (commissario Belli), James Whitmore (commissario Scavino), Fernando Rey (Cafiero), Delia Boccardo (Mirella), Luigi Diberti (vicecommissario), Duilio Del Prete (Umberto Griva), Silvano Tranquilli (Franco Griva), Mario Erpichini (Rivalta), Stefania Castellari (Anita), Daniel Martin (Rico), Ely Galleani (Chicca), Bruno Corazzari (assassino di Scavino), Joaquín Solís (Tony), Nello Pazzafini (killer), Massimo Vanni (killer).
È più un poliziesco sulla falsariga del Braccio violento della legge (il prologo e il finale ambientati a Marsiglia non sono scelte casuali), che non un poliziottesco sul tipo di Milano violenta o Roma a mano armata. Il titolo fascistoide contiene invece un film politicamente impegnato ed orientato in realtà a sinistra, sembrando caso mai ispirato dalla famosa presa di posizione di Pasolini secondo la quale la polizia è composta in gran parte da povera gente, mentre i figli di papà stanno da tutt'altra parte. Il dubbio che viene al commissario Belli, poliziotto che si sente con le mani legate, è al servizio di chi sia la polizia, e il sospetto forte che ha è che sia al servizio dei potenti, "di quelli che pagano". E che il cuore del film batta a sinistra è dimostrato anche dalla scena nella quale il commissario riesce a placare gli operai di una fabbrica in sciopero che gridano ai poliziotti "fascisti, carogne, tornate nelle fogne!". "Voi non c'entrate con loro" dice il commissario agli operai, chiedendo di entrare nella fabbrica per inseguire un killer che vi si è rifugiato. E gli operai lo lasceranno passare. Fortunatamente, proprio quelle fabbriche che in parte furono negli anni settanta covo di odio e incubatrice di violenza terroristica, furono poi un pilastro fondamentale per fermare la violenza delle squadre rosse che seminarono il terrore (valga per tutti l'esempio di Guido Rossa, operaio e sindacalista proprio di Genova).
Il film è abbastanza prevedibile, ma ben fatto, con un paio d'inseguimenti iniziali - uno a piedi e uno in macchina - di notevole scuola. La trama si fa seguire nonostante qualche intermezzo "familiare" poco riuscito (la figlia del commissario, interpretata dalla vera figlia del regista, è troppo perbenino e sentenziosa per suscitare un minimo di simpatia) e la recitazione si giova dell'apporto di bravi attori, tra i quali spicca uno dei miei preferiti di sempre, Fernando Rey (altro legame con Il braccio violento), nella parte del mafioso napoletano di vecchia scuola, ma molto astuto. È molto riuscita l'ambientazione genovese, tra il porto e i carruggi, così come appropriata risulta la musica, a metà tra il progressive dei Jethro Tull e lo stile dei primi Goblin, dei fratelli De Angelis.
Pugni, pupe e lupara
Calore in provincia (Italia, 1975) di Roberto Bianchi Montero. Con Enzo Monteduro (Ciccio Zannone), Francesco Mulè (Don Calogero), Valeria Fabrizi (Marta), Angela Covello (Rita, figlia di Don Calogero), Venantino Venantini (Santuzzo), Carla Calò (Nena), Edy Faieta (zio Fortunato), Annie Carol Edel (Rosa), Nino Musco (Turiddu), Patrizia Gori (prostituta di Palermo).
Una commedia scollacciata poggiata sulle spalle e le smorfie, poco significative, di Enzo Monteduro, una specie di Alvaro Vitali più attore e meno volgare, ma anche - e ce ne vuole - meno comico. Qui il protagonista è un Ciccio, mafiosetto di mezza tacca, sessualmente superdotato, che millanta la sua posizione di boss grazie a una comparsa che prende schiaffi da lui a pagamento e grazie a uno zio d'America campione di wrestling, che torna a fargli visita in Sicilia.
La parodia della mafia è meno divertente che nei film di Franco e Ciccio. I personaggi sono macchiette neppure poi tanto divertenti: c'è il boss (Mulè) geloso della figlia, il frocio con accento fiorentino e le bellone infoiate: ma cosa abbia spinto Valeria Fabrizi ad accettare una parte in questo film niente, salvo i soldi, lo spiega. L'unica cosa interessante è l'accenno al fatto che molte giovani donne del paese vivono sole poiché i mariti sono a lavorare nell'Italia del nord.
La mischia
Tom Sharpe, La mischia, TEA, 1995, p. 201, € 6,71.
«Questa infatti, secondo la voce popolare, è la principale caratteristica di Piemburg. Si racconta che un turista americano, arrivandoci, abbia esclamato: "È grossa la metà del cimitero di New York ma è morta il doppio!"» (La mischia, p. 7).
Il primo romanzo (pubblicato nel 1971) dell'inglese Sharpe è una sarabanda fragorosa e ridanciana che si appunta su una tragedia immane come l'apartheid e su una serie di stragi che si verificano nella trama del libro. Un omicidio dà l'avvio, anziché a una trama gialla, a una serie di concatenate tragifarse che in alcuni momenti riescono davvero a far sbellicare. L'intento di Sharpe è ovviamente quello di mettere alla berlina il regime di segregazione razziale sudafricano e di prefigurare tragici scenari se si fosse arrivati allo scontro razziale. Fortunatamente le cose sono andate diversamente, ma il merito va dato anche a opere come questa, che sono riuscite a far riflettere milioni di menti in tutto il mondo. L'intento satirico di Sharpe è evidente fin dalla dedica che apre il libro: "a tutti quei membri della polizia sudafricana che hanno dedicato la loro vita alla salvaguardia della civiltà occidentale in Sudafrica". Sharpe, che fu espulso dal Sudafrica per attività antigovernativa nel 1961, mette in scena un intreccio che parte con l'omicidio di un cuoco negro da parte di un'anziana nobildonna di origine inglese e picchia durissimo soprattutto contro la polizia, adusa ai metodi spicci soprattutto con i negri: torture indicibili, uso facile delle armi da fuoco e degli internamenti nei campi di concentramento eccetera. Una lettura piacevole e che fa anche riflettere.
Un plauso deve essere tributato alla eccellente la traduzione di Carlo Brera.
Le recensioni di Helena (2)
Exotica
:: sul film
Era Tanto Bello, ma Non Ho pianto Tanto
:: sulla trama
loro si guardano ma non trombano.
:: sulla regia di Atom Egoyan
Non mi è sembrato molto in difficoltà Atom.
:: cosa cambierebbe
io li facevo trombare
:: inviata: 26 luglio 2003, 15:14
Pulp Fiction
:: sul film
Era Abbastanza Bello, e non si Piange affatto.
:: sulla trama
Lui non deve trombarsela; ma poi alla fine se la vorrebbe trombare. Gli altri due Loro trombano molto. E' tutta una metafora sul fatto che bisogna trombare prima che avvenga qualcosa che poi ci impedisce di trombare.
:: sulla regia di Quentin Tarantino
questo regista è molto furbo: è in difficoltà ma non lo da a vedere. FRODA
:: sull'interpretazione di Christopher Walken
Fisicamente Valido
:: sull'interpretazione di Harvey Keitel
Qui è fisicamente molto valido.
:: sull'interpretazione di Uma Thurman
Fisicamente Estremamente Valida
:: sull'interpretazione di Samuel L. Jackson
Fisicamente Eccessivamente Valido, la sua Validità buca lo schermo
:: sull'interpretazione di John Travolta
Fisicamente così così.
:: sulla colonna sonora
modaiola e furba. FRODA
:: cosa cambierebbe
forse avrei tenuto un po' più sotto torchio Tim Roth
:: inviata: 26 luglio 2003, 15:25
Ombre e nebbia
:: sul film
Era Tanto Metaforico, e Ho Interpretato Tanto
:: sulla trama
L'uomo passa la vita a trombare trombare trombare, ma verrà la Settima Tromba, e non tutti si salveranno. L'Uomo Moderno è in Seria Difficoltà.
:: sulla regia di Woody Allen
Molto Furba. Molto Ebrea. FRODA.
:: sull'interpretazione di Woody Allen
Fisicamente in questo film Non Tanto Valido.
:: sull'interpretazione di Mia Farrow
Fisicamente Non Molto Valida, ma chissà perché deve sembrare sto pezzo di validità. mah..
:: sull'interpretazione di John Malkovich
Fisicamente Piuttosto Mooolto Valido.
:: sull'interpretazione di Madonna
In difficoltà.
:: sull'interpretazione di Jodie Foster
Sotto Torchio.
:: sull'interpretazione di Kathy Bates
Froda
:: sulla colonna sonora
ebrea
:: cosa cambierebbe
Io avrei messo un po' più di difficoltà nel finale.
:: inviata: 26 luglio 2003, 17:24
Underground
:: sul film
Questo film era tanto bello, e ho pianto tanto.
:: sulla trama
Lei tromba con uno ma alla fine tromba con l'altro.
:: sulla regia di Emir Kusturica
Regia abile ma Molto Sotto torchio
:: sull'interpretazione di Mirjana Jokovic
Sotto Torchio
:: sull'interpretazione di Lazar Ristovski
In difficoltà
:: sull'interpretazione di Miki Manojlovic
Se me ne vado senza salutarvi perdonatemi.
:: sulla colonna sonora
strabordantissimissima. uno sprecovich.
:: cosa cambierebbe
io avrei fatto sopravvivere Tito.
:: inviata: 26 luglio 2003, 17:31
Donne sull'orlo di una crisi di nervi
:: sul film
Era tanto bello e non si piange neanche tanto
:: sulla trama
Lei vuole trombare lui. lui tromba con l'avvocatessa. allora lei si arrabbia e si trova in grande difficoltà, ma la solidarietà di un'altra lei fisicamente valida l'aiuterà a tirarsi fuori dal Torchio. Alla fine trombano.
:: sulla regia di Pedro Almodóvar
Almodovar regista della Difficoltà. molto furbo, a volte froda.
:: sull'interpretazione di Julieta Serrano
Sotto torchio
:: sull'interpretazione di Rossy De Palma
Fisicamente validO
:: sull'interpretazione di Maria Barranco
In Difficoltà.
:: sull'interpretazione di Antonio Banderas
Fisicamente valido
:: sull'interpretazione di Fernando Guillen
fisicamente valido con obbligo di lenti
:: sull'interpretazione di Carmen Maura
in difficoltà.
:: sulla colonna sonora
froda
:: cosa cambierebbe
io avrei fatto trombare anche l'avvocatessa, alla fine. è sempre meglio tenerseli buoni.
:: inviata: 26 luglio 2003, 17:37
Le recensioni di Helena (1)
Femme fatale
:: sul film
Era Tanto Bello, ma Non Si Piange Tanto
:: sulla trama
Lei sembra di sì. Lui sembra di no. Poi Loro Trombano.
:: sull'interpretazione di Antonio Banderas
Fisicamente Valido
:: sull'interpretazione di Rebecca Romijn-Stamos
L'ho trovata decisamente Fisicamente Molto Valida
:: inviata: 26 luglio 2003, 11:00
Harry ti presento Sally
:: sul film
Non era tanto Bello, e Neanche Si Piange Tanto.
:: sulla trama
Lui fa finta di no. Lei fa molto più finta di lui, per far sembrare che No, addirittura in un ristorante, ma alla fine sì. Loro Trombano. Anche gli amici Trombano.
:: sulla regia di Rob Reiner
Non ho riscontrato serie difficoltà. Non credo che sia un regista che tiene i suoi attori sotto torchio.
:: sull'interpretazione di Billy Crystal
L'ho trovato Fisicamente Così Così Valido.
:: cosa cambierebbe
Io avrei messo Billy Cristal un po' più sotto Torchio.
:: inviata: 26 luglio 2003, 11:11
Manhattan
:: sul film
Era Tanto Bello e Ho Pianto Tanto da 1 a 5 *****
:: sulla trama
Lui non trombava la Streep, che invece trombava un'altra; allora Lui tromba la Hemingway, ma quando scopre che l'Amico non si Tromba (momentaneamente) la Keaton, ecco che se la Tromba lui. Ma la Keaton vuole Trombare l'Amico, e d'altro canto la Hemingway vuol ancora Trombare lui. A questo punto svarie strade si aprivano al regista: o Lui trombava la Moglie dell'Amico, o Lui trombava la Hemingway: tutta l'abilità è quella di non farci capire se alla fine la Hemingway lo Tromberà o meno.
:: sulla regia di Woody Allen
Per nulla in difficoltà.
:: sull'interpretazione di Meryl Streep
Fisicamente Molto Valida
:: sull'interpretazione di Diane Keaton
Qui è Fisicamente Abbastanza Valida
:: sull'interpretazione di Mariel Hemingway
Fisicamente Valida
:: sull'interpretazione di Woody Allen
ebreo.
:: sulla colonna sonora
ebrea
:: cosa cambierebbe
Forse avrei tenuto un tantino di più Sotto Torchio la Streep.
:: inviata: 26 luglio 2003, 11:23
Il laureato
:: sul film
Come Generale l'ho trovato abbastanza In Difficoltà. Bisognerebbe vedere come Maggiore o come Colonnello. Era Tanto Bello e Ho Pianto Tantissimo, soprattutto con Scarborough Fair.
:: sulla trama
Lui Tromba la Madre. Poi conosce Lei e gliela vogliono far Trombare per forza; come è giusto, Lui si rifiuta. Poi però se la vuole Trombare, allora la insegue mentre cantano Scarborough Fair. La Madre è una che pensa di voler Trombare, ma in realtà non vuole. Però rosica. Alla fine loro Trombano? Probabilmente sì, ci dice con ottimismo questo film.
:: sulla regia di Mike Nichols
Niente affatto in difficoltà.
:: sull'interpretazione di Katharine Ross
Fisicamente Valida nel senso attribuito a questa definizione durante gli anni 60: Trombabile.
:: sull'interpretazione di Dustin Hoffman
Fisicamente non molto Valido.
:: sull'interpretazione di Anne Bancroft
Fisicamente Valida la vecchia gallina lounge.
:: sulla colonna sonora
Ho Pianto Tanto.
:: cosa cambierebbe
in linea di massima un cinema fresco e che fa pensare.
:: inviata: 26 luglio 2003, 11:47
Mulholland Drive
:: sul film
Era Tanto Strano, E Piangono Tanto.
:: sulla trama
Loro Trombano.
:: sulla regia di David Lynch
Molto Valida.
:: sull'interpretazione di Naomi Watts
Fisicamente Valida
:: sull'interpretazione di Laura Helena Harring
Fisicamente Molto Valida
:: sulla colonna sonora
Bada-lamentosa
:: cosa cambierebbe
io avrei fatto tromabare un po' più il Nano.
:: inviata: 26 luglio 2003, 12:08
La donna che visse due volte
:: sul film
Era Tanto Straniante, e Ho Pianto Così Così, ero un po' presa a capire.
:: sulla trama
Allora: lui la Tromba. Poi Lei muore. Poi lui se la Ritromba, ma con i capelli tinti.
:: sulla regia di Alfred Hitchcock
Niente affatto in difficoltà, questo regista sa come tenere sotto torchio il suo cast.
:: sull'interpretazione di Kim Novak
Fisicamente Abbastanza Valida, sempre nei canoni delle bionde traditrici.
:: sull'interpretazione di James Stewart
Fisicamente Validissimo, ma soffe di vertigini quindi potrebbe essere riformato.
:: cosa cambierebbe
io li avrei fatti Trombare un altro po'.
:: inviata: 26 luglio 2003, 12:15
Il culo
Il solco di pesca (Italia, 1975) di Maurizio Liverani. Con Alberto Terracina (Davide), Martine Brochard (Viviane Didier), Gloria Guida (Tonina), Emilio Cigoli (lo zio prete), Diego Ghiglia (marito di Viviane), Roy Bosier (massaggiatore), Rita Corradini (amica di Viviane).
Fare un film tutto incentrato sul culo è fatica improba, che forse il solo Tinto Brass potrebbe affrontare senza spaventarsi. Il secondo e ultimo film di Liverani (che aveva diretto nel 1969 un titolo notevole come Sai cosa faceva Stalin alle donne?), infatti, è brutto, sfilacciato, verboso, inconcludente, inutile, insulso, con scene che non c'entrano niente con la trama, probabilmente inserite per raggiungere una durata minima. I culi che si vedono sono anche piuttosto malinconici. Le attrici sono poco espressive anche quando sono nude e quanto agli attori è meglio lasciar perdere, con l'ovvia eccezione del vecchio e bravo Emilio Cigoli (Livorno, 1909 - Roma, 1980), qui al suo ultimo film girato per il cinema. L'unico motivo d'interesse è dato dalla presenza nel cast, accreditata da diversi testi (v. ad esempio sia il Mereghetti sia Stracult di Marco Giusti), di Andrea Camilleri, del quale si vede una commedia rappresentata a teatro, ma che non mi sembra compaia tra gli attori.
Trenodia '90
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Trenodia '90 Stai fuggendo. Non ti sarà difficile. Io sul mare o al vento tutto il tempo senza di te. E sempre sarà, nei secoli dei secoli. E chi cancellerà quei segni che ancora porti addosso? Non io, malato uccello, le piume coperte di petrolio. La pelle delle tue gambe non avrà più bisogno della mia pomata, forse era un po' malata per colpa mia. Le mie dita tremano se penso che non ci sarai più che non sarai tu quella che toccherò, se toccherò qualcuno, ancora. (17 settembre 1990) | |
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Non dire Gatto se non l'hai nel sacco
Milano violenta (Italia, 1976) di Mario Caiano. Con Claudio Cassinelli (Raul Montalbani, detto "il Gatto"), Vittorio Mezzogiorno (Walter), Biagio Pelligra (Tropea), John Steiner (Fausto), Elio Zamuto (commissario), Silvia Dionisio (Leila), Salvatore Puntillo (Tucci).
Più che un poliziottesco, un noir in piena regola; tanto è vero che la figura del poliziotto è sempre in secondo piano rispetto a quella del capo dei criminali. Il modello lontano, aggiornato, rivisto e corretto dovrebbe essere Rapina a mano armata (1955) di Kubrick, soprattutto per quanto riguarda il drammatico e beffardo finale. Per il resto, il genere poliziottesco non è del tutto assente, comprese numerose sequenze di inseguimenti, alcune ben realizzate, in particolare quella della morte in moto di John Steiner. Ovviamente il film, uscito nel 1976, risente anche dell'ottimo successo che ebbe all'epoca Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975) di Sydney Lumet, del quale riproduce la tragica situazione della rapina andata male. Da film francese è invece il tema del tradimento dei complici e la ricerca della vendetta, con l'aiuto di una volubile prostituta (Dionisio). Questi temi sono frullati discretamente da Caiano che risente di una fotografia (di Pier luigi Santi) non sempre all'altezza e di una colonna sonora jazzata che in alcuni momenti dà quasi fastidio, ma può anche fare affidamento su una bella interpretazione di Cassinelli nella parte di un personaggio dal cuore nerissimo («Lascialo perdere. È cattivo.» dice il medico alla ragazza, «Odia tutta la gente»). Il risultato complessivo raggiunto dal regista non è buono come quello ottenuto l'anno precedente con A tutte le auto della polizia, ma è comunque dignitoso.
Iperrealismo vesuviano
I vesuviani (Italia, 1997) di Pappi Corsicato (ep. La stirpe di Iana), Antonietta De Lillo (ep. Maruzzella), Antonio Capuano (ep. Sofialorèn), Stefano Incerti (ep. Il diavolo nella bottiglia), Mario Martone (ep. La salita). Con Con Anna Bonaiuto (Atlas; Francesca), Iaia Forte (Ajax), Franco Javarone (il Biondo), Lello Giulivo (Manomozza), Enzo Moscato (Maruzzella), Nunzia Di Somma (Elvira Lento), Tonino Taiuti (Torritore), Clelia Rondinella (la principessa), Antonio Pennarella (il lavavetri), Renato Carpentieri (il vecchio), Teresa Saponangelo (Serena), Peppe Servillo (il sindaco), Maria Luisa Abbate (Iana; Maria Luisa). Diciamo la verità: a volte la delusione per certi risultati disattesi può far dire cose più forti di quanto si vorrebbe, ma rispetto a questi Vesuviani s'è visto di peggio. Credo anzi che se Tarantino avesse confinato Kill Bill in un episodio come La stirpe di Iana, anziché diluirlo in quattro ore, avrebbe fatto un piacere alla comunità mondiale dei cinefili.
Non sarà stato certo un filmone, però gli si è sparato addosso fin troppo. Non è nemmeno malaccio, nel suo trashismo almeno parzialmente consapevole. Dei cinque episodi soltanto uno è veramente orrendo: il penultimo, di Stefano Incerti. Il regista ci poteva risparmiare questo recupero insulso di un bellissimo racconto ottocentesco di Robert Louis Stevenson (The Bottle Imp), nel quale coinvolge il bravo Renato Carpentieri. Il mio preferito è il primo episodio, quello di Corsicato, che si richiama esplicitamente a Faster Pussycat, Kill! Kill! (1966) di Russ Meyer, filtrato con cialtroneria tutta partenopea, con la banda di donne dai nomi di detersivi (Atlas, Ajax, Dixan), capeggiate da una vitaminizzata Bonaiuto a combattere i vecchi sistemi della camorra capeggiata da o' malamente Javarone nella parte del Biondo. Gli episodi di Antonietta De Lillo e di Antonio Capuano sono quelli più tipicamente napoletani; nel primo si racconta l'amicizia nata tra una ragazza che frequenta un cinema porno e il travestito Maruzzella (Moscato), con finale a fiori d'arancio. In quello di Capuano l'amore, ancora più improbabile, tra un pescatore di Posillipo e un polpo che veglia sui suoi sonni e alla fine si sacrifica trasformandosi i lauto pasto. Questo episodio è chiaramente ispirato ad alcune opere brevi di Pasolini, e in particolare all'episodio La terra vista dalla luna (1967), con la riproposizione di una coppia che ricorda da vicino quella formata da Totò e Ninetto Davoli. L'episodio di Martone (La salita) è quello più ambizioso e probabilmente quello che ha lasciato più sconcertati gli spettatori che videro il film a Venezia nel '97. La salita sul Vesuvio del nuovo sindaco di napoli simboleggia quella di Bassolino, ex sindacalista, ex comunista, che compie un percorso faticoso per cambiare e per far cambiare il volto della città. Anche se al colmo della salita, troverà in cima al vulcano i soliti ragazzini che costruiscono una palazzina abusiva. Anche qui è evidente la citazione pasoliniana (di Uccellacci e uccellini), con quel corvo che funge da coscienza pessimista del sindaco.
Finale di partita
Kill Bill Vol. 2 (USA, 2004) di Quentin Tarantino. Con Uma Thurman (la sposa), David Carradine (Bill), Daryl Hannah (Elle Power), Michael Madsen (Budd), Chia Hui Liu (Pai Mei), Michael Parks (Esteban Vihaio), Bo Svenson (reverendo Harmony), Jeannie Hepper (signora Harmony), Christopher Allen Nelson (Tommy Plympton), Samuel L. Jackson (Rufus), Helen Kim (Karen Kim), Perla Haney-Jardine (B.B. Kiddo).
Un film perfetto, tecnicamente. Per il resto meglio lasciar perdere. Pur cambiando lo stile, la sostanza è sempre la medesima del Vol. 1, cioè nulla. Il movimento è più lento, i combattimenti sono confinati in brevi scatti furibondi che spezzettano la narrazione, nella quale Tarantino inserisce squarci lenti e talvolta addirittura lirici. Lo stile complessivo, dato che in realtà si tratta pur sempre di un film unico, è quello fumettaro e videoclipparo del Vol. 1, due aspetti delle moderne forme di espressione che mi entusiasmano come guardare una bodda in una gabbia di vetro. Ci sono anche numerosi momenti di stanca, dovuti alle citazioni della serie televisiva Kung Fu, di cui David Carradine fu protagonista. Il pezzo migliore è, secondo me, quello ambientato dentro la bara in cui la sposa viene inchiodata.
Direi che non riesco molto a capire da cosa derivi l'infatuazione quasi feticistica di Tarantino per la pur brava Uma Thurman, della quale continua con insistenza ad inquadrare i piedoni. Se in Pulp Fiction era bravissima nel ruolo di Mia, qui regge la parte, ma non si sa dove debba arrivare. Ed è proprio questo il problema fondamentale del film: cosa ci ha voluto dire Tarantino? Ci ha voluto raccontare la filosofia di Superman, enunciata da Bill in sottofinale? Penso piuttosto che ci abbia voluto raccontare una storiella (in)verosimile come un fumetto, con personaggi ben che vada bidimensionali e agganci narrativi pressoché nulli. David Carradine, scelta quasi imprescindibile per interpretare Bill, è sempre stato un attore mediocre e tale conferma di essere anche in questo roboante fumettone.
Speriamo che Tarantino si riprenda alla svelta da questo micidiale scivolone artistico e torni a raccontarci qualche vera storia: in fondo è uno dei pochi artisti/artigiani della scena odierna.
Procuratore
È un accostamento suggerito, forse maliziosamente, come sempre (ma quanto argutamente!) da Blob, che ha mostrato le due immagini accostate una dopo l'altra. Sarà forse un caso che il Consiglio Superiore della Magistratura abbia nominato il nuovo Procuratore Nazionale Antimafia, nella persona di Pietro Grasso (in sostituizione del pensionato Piero Luigi Vigna), proprio nel giorno in cui veniva attribuito l'appalto per la costruzione del famigerato ponte sullo Stretto di Messina?
Povero cristo
La ricotta (Italia, 1963) di Pier Paolo Pasolini. Con Mario Cipriani (Stracci), Orson Welles (il regista), Laura Betti (la diva), Edmonda Aldini (altra diva), Vittorio La Paglia (il giornalista), Maria Berbardini (la spogliarellista), Rossana Di Rocco (la figlia di Stracci).
Il miglior Pasolini, quello che va dal suo esordio con Accattone (1961) a Uccellacci e uccellini (1965). A Pasolini basta poco più di mezz'ora (La ricotta è un episodio del film a otto mani Ro.Go.Pa.G.) per mettere in scena, con umana compassione e senso del grottesco, la parabola di un "povero cristo" dei nostri tempi nell'ambito di una manieristica rivistazione della Passione di Nostro Signore. Stracci è, secondo la definizione del critico Serafino Murri, "un martire senza santità", legato in parte alla tradizione paleocristiana e in parte alla lezione gramsciana, tanto apprezzata dal regista friulano. Il registro grottesco, con accelerazioni che ricordano le comiche chapliniane, rende il risultato altissimo, sublimato dalla tragica fine di Stracci sulla croce, da dove avrebbe perfino dovuto pronunciare la battuta del ladrone buono del Vangelo "Quando sarai nel regno dei cieli, ricordati di me". Una delle migliori riuscite di Pasolini e del cinema italiano degli anni sessanta e di sempre.
Piccola Mole
Se devo essere sincera (Italia, 2004) di Davide Ferrario. Con Luciana Littizzetto (Adelaide), Dino Abbrescia (Renzo), Neri Marcorè (Gaetano), Donatella Finocchiaro (Gina), Fabio Troiano (Arturo), Pasquale Bonarota (Arnuffi).
Un filmetto simpatico ed agile, ma esile, come è ormai nello stile dell'ultima (e della penultima, cui appartiene Ferrario) generazione di registi italiani. Se devo essere sincera si regge in piedi grazie a due interpreti bravi ed espressivi come la Littizzetto (qui anche in veste di sceneggiatrice) e Marcorè (che pure qui non è al suo meglio nella parte di un poliziotto di origini pugliesi), entrambi provenienti dalla gavetta della comicità, ed anche grazie a una Torino per niente stereotipata. La trama gialla è molto meno di un pretesto per mettere in scena la crisi di una coppia del ceto medio. C'è qualche battuta simpatica - peraltro già sentita negli sketch della Littizzetto a Mai Dire Domenica - come quando Renzo, il marito, dice ad Adelaide,che vorrebbe sentirsi dire che è bella: "Sei carina, a volte molto carina... Sei un prodotto di nicchia". Ma vale la pena uscire la sera per andare al cinema a vedere un film come questo?
Banditi a Roma
Roma a mano armata (Italia, 1976) di Umberto Lenzi. Con Maurizio Merli (commissario Leonardo Tanzi), Tomas Milian (Vincenzo Moretto detto il Gobbo), Arthur Kennedy (vice questore Ruini), Giampiero Albertini (commissario Caputo), Ivan Rassimov (Tony Parenzo), Biagio Pelligra (Savelli), Aldo Barberito (poliziotto Poliani), Stefano Patrizi (Stefano), Luciano Pigozzi (complice di Savelli), Luciano Catenacci (Ferdinando Gerace), Carlo Alighiero (avvocato di Savelli), Alessandra Cardini (Sandra Savelli), Gabriella Lepori (Marta Assante), Maria Rosaria Omaggio (Anna), Dante Cleri (poliziotto dell'ufficio licenze), Valentino Macchi (Franco), Maria Rosaria Riuzzi (Paola).
Buon film di Lenzi, prologo alla Banda del gobbo, dove viene sviluppato il personaggio che nasce in questo film. Qui c'è Merli, uno dei volti più tipici del poliziottesco all'italiana, a far da contraltare al Gobbo di Milian. La filosofia sottesa al film è quella tipica del poliziottesco, secondo la quale gli sforzi della polizia di assicurare i delinquenti alla giustizia sono vanificati da leggi assurde che aiutano i criminali anziché consentire di proteggere i bravi cittadini. Forse non era nemmeno del tutto sbagliata, questa filosofia. Fatto sta che poteva benissimo rasentare certe posizioni fascistoidi. Trattandosi però di un film d'intrattenimento, si deve dire che lo spettacolo funziona: la trama è consistente, i personaggi credibili, ottima la fotografia e così pure la musica di Franco Micalizzi. Merli e Milian è una coppia che funziona, così come funzionano tutti i caratteristi che ruotano intorno ai protagonisti, in particolare Albertini, Barberito e Pelligra. Completamente fuori parte e fuori luogo Maria Rosaria Omaggio. Del resto era lì soltanto per farci capire che il commissario Tanzi le preferisce la polizia.
Strategia della finzione
Maurizio Dianese e Gianfranco Bettin, LA STRAGE. Piazza Fontana. Verità e memoria, Feltrinelli, 1999, pp. 216, € 6,71
«"Dovrebbero dargli una medaglia d'oro a Lorenzon. È uno sincero, con una memoria di ferro, gli ho creduto subito e posso dire anche tanti anni dopo che non mi ero sbagliato nel giudizio", dice Stiz. Guido Lorenzon meriterebbe davvero riconoscenza da parte dello Stato. All'epoca è iscritto alla Dc, anzi è segretario della sezione di Maserada di Piave.» (La strage, p. 121)
Qualche anno fa domandai a Ciuccino (di cui non faccio il nome in quanto stimato laureato in Scienze Politiche nonché operaio agrario), che si era appena fatto costruire da Togno una svastica di ferro e si dava arie da fascista, lui che veniva da una famiglia rossa come il fuoco: "ma perché fai il fascista?", e lui, a mo' di risposta definitiva: "no, stacci dell'altro con gli americani!". Ciuccino va scusato perché all'epoca aveva soltanto diciassette o diciotto anni, ma s'era sbagliato di brutto; avrebbe caso mai dovuto rispondermi "perché voglio stare con gli americani". La tesi del libro di Dianese e Bettin è infatti che la strage di Piazza Fontana (e gli altri attentati che si verificarono lo stesso giorno, il 12 dicembre 1969, a Milano e a Roma) poté avvenire grazie a una micidiale alleanza tra neofascisti, servizi segreti italiani (assolutamente non deviati) e agenti della CIA nel nostro paese. Non ci fu quindi un attentato fascista cui i servizi segreti dettero copertura, ma un piano ben congegnato cui presero parte tutti e tre questi soggetti nell'ambito della cosiddetta strategia della tensione, elaborata fin dai tempi della conferenza dell'Istituto Pollio del 1965.
La strategia della tensione non tendeva a sovvertire l'ordine costituito, bensì a rafforzarlo, mediante un più stretto controllo delle istituzioni militari sulla vita civile italiana, grazie a un progetto tendente ad attribuire alle "sinistre" ("rossi ed anarchici) gli attentati contro inermi cittadini. Al culmine di questa strategia avrebbe dovuto verificarsi un colpo di stato, o un "colpetto", come ebbe a dire il principe Junio Valerio Borghese, protagonista del tentativo del dicembre 1970.
Il libro in questione più che la strage di Piazza Fontana parla dei depistaggi che la resero possibile (la rimozione fraudolenta del capo della squadra mobile di Padova Juliano, che aveva preso a indagare sull'eversione nera della città veneta) e di quelli che resero per sempre impossibile arrivare alla verità. Il libro parla di protagonisti negativi, di pentiti e assassini impuniti, ma anche di personaggi positivi, come il commissario Juliano e il Lorenzon citato nell'epigrafe (cui la medaglia non l'ha mai data nessuno, anche se nella vicenda fu uno dei pochi che fece il proprio dovere e di più) e perfino martiri, come il portinaio Muraro, ex carabiniere, che aveva dichiarato fedelmente quanto aveva visto e fu ammazzato per non farlo testimoniare. Mi preme in particolare sottolineare il contributo di Guido Lorenzon a quella che avrebbe potuto essere un'indagine fatta bene. Egli denunciò Giovanni Ventura, suo amico d'infanzia, che gli aveva fatto confidenze compromettenti relativamente a certi attentati. Il magistrato romano Ernesto Cudillo, titolare dell'inchiesta (non si dimentichi che il 12 dicembre 1969 gli attentati furono cinque, di cui tre a Roma), che indagava sulla pista anarchica, gli rispose che Lorenzon gli stava facendo perdere tempo. Peccato che il magistrato non si sia reso conto che era lui a perdere tempo inseguendo Valpreda e soci.
La strage è un buon libro, accurato e ben raccontato, che pecca soltanto in quanto trascura la parte relativa all'attentato di Piazza Fontana in sé e alle sue vittime. Una maggiore partecipazione emotiva, anche in considerazione del fatto che, mentre Dianese è un giornalista, Bettin è uno scrittore, avrebbe giovato all'opera.
Mogli in serie
La fabbrica delle mogli (USA, 1975) di Bryan Forbes. Con Katharine Ross (Joanna Eberhart), Paula Prentiss (Bobbie Markowe), Peter Masterson (Walter Eberhart), Tina Louise (Charmaine Wimperis), George Coe (Claude Axhelm), Franklin Cover (Ed Wimperis), Patrick O'Neal (Dale Coba).
Non a caso dietro a questo film c'è un romanzo di Ira Levin, tanto è vero che si avverte fortemente l'atmosfera di
Rosemary's Baby. Per la verità da un altro lato ci si sente anche un'eco del Mondo dei robot, romanzo e film del giovane Michael Crichton. Comunque è un buon film, costruito con mestiere e che, pur con qualche caduta nell'ovvio, riesce a montare una discreta tensione con elementi almeno apparentemente "normali".
La riuscita del film si deve anche alla buona interpretazione di Katharine Ross, un'attrice, già famosa per film come Il laureato e Butch Cassidy, che mai aveva dato prova di spiccata personalità, come invece riesce a fare in questo film, dove si mostra fra l'altro vestita di una vestaglia completamente trasparente.
Di questo film ha girato un remake (La donna perfetta, che non ho visto) nel 2004 il regista Frank Oz, con l'interpretazione di Nicole Kidman.
Te recuerdo, Amanda
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Te Recuerdo Amanda Canción-vals |
Te recuerdo, Amanda,
la calle mojada,
corriendo a la fábrica
donde trabajaba Manuel.
La sonrisa ancha,
la lluvia en el pelo,
no importaba nada,
ibas a encontarte con él.
Con él, con él, con él, con él.
Son cinco minutos. La vida es eterna en cinco minutos.
Suena la sirena. De vuelta al trabajo
y tœ caminando lo iluminas todo,
los cinco minutos te hacen florecer.
Te recuerdo, Amanda,
la calle mojada
corriendo a la fábrica
donde trabajaba Manuel.
La sonrisa ancha,
la lluvia en el pelo,
no importaba nada
ibas a encontrarte con él.
Con él, con él, con él, con él.
que partió a la sierra,
que nunca hizo daño. Que partió a la sierra,
y en cinco minutos quedó destrozado.
Suena la sirena, de vuelta al trabajo
muchos no volvieron, tampoco Manuel.
Te recuerdo, Amanda,
la calle mojada,
corriendo a la fábrica
donde trabajaba Manuel.

Fiocco rosa in casa Ace
Fra tante cose vergognose che non mette conto menzionare per l'ennesima volta, oggi ho avuto dall'Ace, mio amico ed ex compagno di liceo, frequentatore di questo blog, una bella notizia. Il 10 settembre scorso l'Ace è diventato babbo di Mira, una bambina che non si fatica immaginare bellissima. La gioia in famiglia è aumentata, anche perché, come ha affermato l'Ace medesimo, la bimba "mangia, dorme e caca" senza creare troppi problemi ai genitori.
Tanti auguri alla bimba, alla mamma e pure all'Ace.
La Cucaracha
La Cucaracha
Coro:
La cucaracha, la cucaracha,
Ya no puede caminar;
Porque no tiene, porque le falta
Marijuana que fumar.
Ya murio la cucaracha,
Ya la llevan a enterrar,
Entre cuatro zopilotes
Y un raton de sacristan.
Con las barbas de Carranza,
Voy a hacer una toquilla,
Pa' ponersela al sombrero
De su padre Pancho Villa.
Un panadero fue a misa,
No encontrando que rezar,
Le pidio a la Virgen pura,
Marijuana pa' fumar.
Una cosa me da risa:
Pancho Villa sin camisa;
Ya se van los carrancistas
Porque vienen los villistas.
Para sarapes, Saltillo;
Chihuahua para soldados;
Para mujeres, Jalisco;
Para amar, toditos lados.
Dal Vangelo secondo Giuda
Borislav Pekić, Il tempo dei miracoli, Fanucci, 2004, p. 396, € 15,00
«E Giuda gli disse: guarda, viene un agnello affamato e assetato, e chi può lasciarlo belare davanti al recinto chiuso, senza meritare l'ira del padre suo? Invece andiamo a fare qualche miracolo a Cana, ormai è arrivata l'ora.» (Il tempo dei miracoli, pp. 26-27)
C'è una tendenza, singolarmente presente nella letteratura di ambientazione e tradizione cristiano-ortodossa, che ha praticato il genere della "variante evangelica", ossia storie che partono, per divergerne, dalla tradizione tramandata dai quattro vangeli sinottici. Si pensi al Dostoevskij del Grande Inquisitore, al Bulgakov e al suo Pilato nel Maestro e Margherita, al bulgaro Emilijan Stanev di Lazzaro e Gesù (1977) e anche al greco Nikos Kazantzakis dell'Ultima tentazione di Cristo (1955). Il romanzo del montenegrino Pekić (Podgorica, 1930 - Londra, 1992) si colloca a metà tra le due esperienze, essendo stato pubblicato nel 1965. È un libro strano e complesso, che ripercorre sostanzialmente tutta la vicenda dei Vangeli, quanto meno da quando inizia la predicazione di Gesù adulto. Ma più che la predicazione, interessano a Pekić i miracoli, che un Gesù distratto pratica su personaggi che li subiscono contro la loro volontà. In un'epoca in cui la disgrazia fisica era considerata simbolo di una macchia interiore, il risanamento improvviso del corpo non poteva che suscitare diffidenza in chi lo subiva e in chi assisteva ammirato al prodigio. Oltre a ciò, molti dei menomati risanati si erano adattati la vita in modo da sfruttare l'infermità, come il muto e il cieco che campano d'elemosina anziché spezzarsi la schiena nei campi. Questa visione, indubbiamente originale ma parziale e volutamente distorta, è secondo me il punto debole del romanzo di Pekić, che diventa invece grandioso quando si concretizza nel diario di Giuda, il discepolo più devoto del Cristo, quello che lo spinge a rispettare alla lettera le profezie dell'Antico Testamento, senza la paura per il martirio che il Figlio di Dio manifesta a più riprese («Amanti e nemici appaiati, che passo dopo passo realizzano la Scrittura lettera per lettera; Giuda e Joshua offrono il sacrificio che salverà e redimerà tutti tranne loro», p. 275). Salvo arretrare con orrore quando l'avverarsi della Profezia contempla anche il suicidio del traditore. Giuda compie il proprio dovere con la speranza di diventare strumento della salvezza del mondo e di andare a far parte della triade che sarà venerata nei secoli (Dio, Gesù, Giuda) per avere cooperato a questa grandiosa opera del Padre. Come sappiamo le cose non andranno propriamente così. Lo stesso zelo anima il povero Simone di Cirene che, chiamato dai soldati romani ad aiutare Gesù a portare la croce sul Golgota, si ritrova crocifisso al posto del condannato che si è dileguato tra la folla per recarsi tra le braccia della Maddalena. Ed è proprio il Cireneo a pronunciare le storiche frasi "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno" e "Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?" e a pensare, inchiodato sulla croce: "Dio non c'è, Dio non c'è".
Vi sono episodi meno riusciti, come quello della Maddalena trasformata da puttana in vergine (e nel quale si leggono alcune frasi poco convincenti come «In quel momento le donne roteanti si separarono l'una dall'altra come palle da biliardo in una carambola. Squilibrate, stramazzarono nella polvere, dove continuarono a dimenarsi e ad agitarsi nella sporcizia», p. 179), quello di Lazzaro, quasi una tragifarsa, e quello di Barabba, ma si tratta nel complesso di un libro che vale la pena di leggere, non foss'altro per riflettere su quanto abbiamo creduto e stiamo credendo per ormai due millenni, per farci qualche domanda e provare anche a darci qualche risposta.
Buona la traduzione di Alice Parmeggiani Dri, anche se quasi alla fine (p. 386) scivola su una buccia di banana, quando traduce «unto di olio a buon mercato e avvolto in una pietra». Avvolto in una pietra: l'ultimo miracolo di Cristo?
Le barricate di Celentano
Le cinque giornate (Italia, 1973) di Dario Argento. Con Adriano Celentano (Cainazzo), Enzo Cerusico (Romolo), Sergio Graziani (Barone Tranzunto), Marilù Tolo (la contessa), Carla Calò (la vedova del traditore), Glauco Onorato (Zampino), Salvatore Baccaro (Scarrafino), Ugo Bologna (notabile sul palco), Guerrino Crivello (giovane straccione), Luisa De Santis (partoriente), Ivana Monti (donna violentanta dal barone), Dante Maggio (vecchio in carcere).
Secondo molti è uno dei film meno riusciti di Dario Argento, almeno del suo primo periodo, quello più fecondo. Secondo Marco Giusti (Stracult) era un disastro annunciato: come coniugare nello stesso film un Dario Argento fuori dai suoi consueti schemi gialli, Celentano ladruncolo, la sceneggiatura di Nanni Balestrini e la presenza nel cast milanese di Salvatore Baccaro in una parte non proprio marginale? Di fatto Le cinque giornate, almeno secondo me, non è proprio da buttare. Sembra una variante milanese dei film di Luigi Magni come Nell'anno del Signore. L'ispirazione sta ovviamente anche in commedie all'italiana come La grande guerra (i due protagonisti vigliacchetti, la coppia romano-milanese, la presenza degli austriaci come nemici), con un po' di spaghetti western (non si dimentichi che Argento era stato sceneggiatore di C'era una volta il west di Leone). Alcune parentesi pseudocomiche e alcune avventure collaterali (la donna incinta) rendono il racconto un po' frammentario, anche se ci sono belle scene d'azione e alcune scene ben girate che fanno rammentare i poemetti di Carlo Porta.
Il rischio che corre quest'avventura picaresca tra le barricate è quello di offrire una morale (involontariamente, conoscendo le tendenze politiche di Argento e Balestrini) qualunquista: è inutile ribellarsi? Ma è cosa buona e giusta che gli autori abbiano voluto stigmatizzare, insieme alla spietatezza della repressione austriaca, anche gli eccessi, forse inevitabili, che tutte le rivoluzioni, compresa quella delle cinque giornate milanesi, portano con sé. E forse, se si guardano i risultati, anche in maniera un po' inutile (i proletari senza rivoluzione). Tanto è vero che l'impolitico Cainazzo-Celentano alla fine sbotta in faccia ai milanesi "Mi sa che ci hanno fregato, loro".
Personalmente mi è piaciuto Celentano, per una volta non costreto ai suoi imporbabili "te pozzino" da romanesco che più finto non si può, e mi è piaciuta Marilù Tolo, nella parte, perfetta per lei, della nobildonna di facili costumi. Meno pertinente alla storia, l'interpretazione di Cerusico, attore abbastanza imbarazzante, almeno in ambiente milanese. È ottima, a mio parere, la fotografia di Luigi Kuveiller, mentre la musica di Giorgio Gaslini mi sembra troppo debitrice di certe colonne sonore morriconiane.
Esce il Gobbo entra il Monnezza
La banda del gobbo (Italia, 1977) di Umberto Lenzi. Con Tomas Milian (Vincenzo Marazzi detto il Gobbo e Sergio Marazzi detto Monnezza), Pino Colizzi (commissario Sarti), Isa Danieli (Maria), Guido Leontini (Mario Di Gennaro detto Sogliola), Luciano Catenacci (Mario Perrone), Sal Borgese (Milo Dragovic detto l'Albanese), Solvi Stubing (impiegata del consolato albanese), Franco Odoardi (Primo psichiatra), Francesco D'Adda (secondo psichiatra), Nello Pazzafini (Carmine Ciacci), Massimo Bonetti (Calogero Ciacci), Jimmy il Fenomeno
(matto), Ennio Antonelli (Osvaldo Albanese), Carlo Gaddi (Freina), Bruno di Luia (amico di Milo), Tom Felleghy (giudice istruttore), Riccardo Petrazzi (fuggiasco in auto).
Lo si può anche ciamare poliziottesco, ma questo di Lenzi è un buon action movie, asciutto e senza fronzoli, senza inutili sparatorie (ridotte al minimo) e inseguimenti automobilistici (in sostanza ce n'è uno solo), condito di una buona dose d'ironia, anche volgare, come l'ambientazione nel sottobosco romanesco richiedeva. Fra l'altro mi sembra che questo film, uscito agli albori dell'affermazione del complesso criminale, sia la cosa che più si avvicina alle ambientazioni e ai sistemi della banda della Magliana prima di Romanzo criminale.
La fotografia di Federico Zanni e la musica di Franco Micalizzi contornano benissimo questo film che esalta il solido professionismo del grossetano Umberto Lenzi e la maestria recitativa di Tomas Milian, la cui maniacale cura dei personaggi comportò un notevole allungamento dei tempi di lavorazione del film, poiché l'attore cubano volle interpretare entrambi i personaggi principali (due gemelli), senza indossare, per le parti di Monnezza, una barba finta, per cui la produzione dovette attendere che la barba vera gli crescesse, avendo in precedenza interpretato le parti del glabro Gobbo. Questo è il film nel quale viene istituzionalizzato il linguaggio scurrile dei personaggi di Milian doppiato da Ferruccio Amendola, ma incredibilmente
si riesce anche ad avere dei momenti di quasi commozione, come nel momento della lettura della lettera del Gobbo al fratello. Tra i due, si vede anche a occhio, il personaggio più riuscita era di gran lunga quello del Monnezza, cialtrone e simpatico, e infatti fu deciso di far finire il Gobbo, feroce e spietato, in fondo al Tevere.
Tomas Milian è bravo come al solito, affiancato qui da un gruppo di ottimi caratteristi, che vanno dai cattivi Catenacci, Leontini e Borgese al colosso Pazzafini, fino al misurato Colizzi, alle macchiette di Antonelli e Jimmy il Fenomeno, fino al giovanissimo Massimo Bonetti, qui quasi all'esordio nel cinema. C'è anche un personaggio femminile insolitamente ben delineato e interpretato al meglio dall'eccellente Isa Danieli.






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