Terribile sarà lei
Ivan il Terribile (URSS, 1944) di Sergej M. Ejzenstejn. Con Nikolaj Cerkasov (Ivan IV), Ljudmila Celikovskaja (Anastasja), Serafima Birman (Boyarina Efrosinia Staritskaya), Pavel Kadochnikov (Vladimir Andreyevich Startsky), Amvrosi Buchma (Aleksej Basmanov), Michail Kuznetsov (Fyodor Basmanov), Vsevolod Pudovkin (Nikolaj il mendicante).
È la prima parte della progettata trilogia di Ejzenstejn su Ivan il Terribile. La seconda parte uscì nel 1958 (dopo il famoso XX Congresso del PCUS) con il titolo La congiura dei boiardi e una terza parte, a colori, rimase incompiuta. Questa si apre con l'incoronazione di Ivan IV, principe di Mosca, a Zar di tutta la Russia. Il principe moscovita ha già chiaro davanti a sé il piano per unificare finalmente quell'immenso territorio chiamato Russia, per farne una grande potenza mondiale. Secondo lui è necessario un uomo forte che riesca a unire tutti i signori locali sotto la propria ferrea autorità, e Ivan sa che dovrà scontrarsi con molti nemici, all'estero come in patria. I boiardi lo osteggeranno in Russia, così come fuori dai suoi confini dovrà scontrarsi con i Tartari, i Polacchi e forse con le potenze occidentali.
Ivan il Terribile (in attesa di vedere La congiura dei boiardi) è un altro grande film di Ejzenstejn, esaltato anche dall'ottusa critica ufficiale sovietica, perché vide, in pieno periodo di guerra contro i nazisti, nell'esaltazione di questo grande personaggio accentratore per il bene della patria una proiezione del personaggio di Stalin. Figurativamente il regista sovietico si ispira chiaramente all'espressionismo tedesco degli anni venti, in particolare al Murnau di Nosferatu, e ne guadagna una messinscena lugubre che allunga sulla storia la figura affilata del primo Zar di tutta la Russia, superbamente interpretato da Nikolaj Cerkasov, che per Ejzenstejn era già stato Aleksander Nevskij.
Più o meno innocente
Presunto innocente (USA, 1990) di Alan J. Pakula. Con Harrison Ford (Rusty Sabich), Brian Dennehi (Raymond Horgan), Raul Julia (avv. Sandy Stern), Bonnie Bedelia (Barbara Sabich), Greta Scacchi (Carolyn Polhemus), Paul Winfield (giudice Larren Lyttle).
Un buon giallo senza molto da scoprire, ma piuttosto critico nei confronti del sistema giudiziario americano, che così a occhio non sembra molto migliore del nostro. Tratto da un romanzo di Scott Turow, il film fa passare un paio d'ore intrattenendo senza annoiare e senza inutili colpi di scena. La Scacchi fa la fatalona con esiti alterni, Ford è il solito pesce lesso, Julia è il migliore del mazzo e Dennehy non è molto credibile come procuratore distrettuale.
Sincero sincero
La finestra socchiusa (USA, 1949) di Ted Tetzlaff. Con Bobby Driscoll (Tommy Woodry), Arthur Kennedy (Ed Woodry), Barbara hale (Mary Woodry), Ruth Roman (Jean Kellerson), Paul Stewart (Joe Kellerson), Richard Benedict (marinaio ubriaco).
Buon filmetto agile e secco, con un po' di tensione che non guasta e un bambino protagonista che non è troppo antipatico, con il suo difetto di dire bombe alle quali più nessuno crede. I genitori fanno la figura dei coglionazzi, ma la parte più importante è quella recitata da una zona meno conosciuta di New York, sudicia, umidiccia e diroccata. Bravo questo regista poco conosciuto.
Hoodoo Gurus - What's My Scene
What's My Scene
(Hoodoo Gurus, da Blow Your Cool!)
And another thing I've been wondering lately Oh, baby, Tell me where have you been? Now the stage is set Where's my Juliet, baby? Is it maybe My Midsummer Night's Dream? What's my scene? Like a talent scout I'm always checking out new blood Oh, I'd do good If you tell me your game. Playing Solitaire Doesn't get me where you would And, honey, you could Play by any rules that you care to name. What's my scene? (I gotta know) They say, yeah, they say Making love, you can make it pay. They say, yeah, they say, But we know there's a better way Any day. And another thing I've been wondering lately Am I crazy To believe in ideals? I'm a betting man But it's getting damn lonely. Oh, honey, it only I could be sure what I feel. What's my scene? (I'm dying to know) I'll never know. Well, I concede I've been caught in someone else's scene (but that's not me). Where, oh where, oh where can my scene be? Please answer - me What's my ..? Copyright EMI Music Publishing; reprinted with kind permission.
Come un talent scout/Esamino sempre nuovo sangue/Farei bella figura/se tu midicessi qual è il tuo gioco./Facendo un solitario/non arrivo dove arriveresti tu/e, tesoro, tu potresti/giocare con qualunque regola ti venisse in mente./Qual è il mio palcoscenico? (Devo saperlo)E un'altra cosa/a cui ho pensato ultimamente/oh, bimba,/dimmi, dove sei stata?/Ora il palco è preparato/Dov'è la mia Giulietta, bimba?/Sarà forse/il mio Sogno di una notte di mezza estate?/Qual è il mio palcoscenico?
Si dice, sì, si dice,/Fare l'amore, puoi farlo fruttare./Si dice, sì, si dice,/ma sappiamo che c'è un modo migliore/ogni giorno.
E un'altra cosa/a cui ho pensato ultimamente/sono pazzo/a credere negli ideali?/Sono uno che azzarda/ma sta diventando parecchio obsoleto./Oh, tesoro, se soltanto/potessi essere sicuro di ciò che provo./Qual è il mio palcoscenico? (Muoio dalla voglia di saperlo)/non lo saprò mai./Be', lo ammetto/sono stato sorpreso sul palcoscenico di qualcun altro (ma io non sono così)./Dove, dove sarà il mio palcoscenico?/Per favore rispondimi/Qual è...?
(Trad. mia)
I turbamenti del giovane Petr
L'asso di picche (Cecoslovacchia, 1963) di Milos Forman. Con Ladislav Jakim (Petr), Pavla Martinkova (Pavla), Jan Vostrcil (il padre di Petr), Vladimír Pucholt (Cenda), Pavel Sedlacek (Lada), Zdenek Kulhanek (Zdenek), Frantisek Kosina (direttore del negozio), Josef Koza (capomastro), Bozena Matuskova (la madre di Petr), Majka Gillarova (amica di Pavla).
Bel film di Forman, il suo primo vero lungometraggio a soggetto, prima dell'altro bel film (Gli amori di una bionda) che rivelò al mondo la nova vlna cecoslovacca: insieme a Forman si misero in luce Schorm, Nemec, Passer (qui aiuto regista), la Chytilova, Menzel ed altri. E proprio alla nouvelle vague (entrambe le espressioni significano nuova onda) francese si apparenta questo L'asso di picche, con il giovane Petr che è davvero il fratello cresciuto dell'Antoine Doinel dei Quattrocento colpi. Petr non sa cosa vuole fare da grande, mentre suo padre, direttore di una banda di musica tradizionale, ha per lui "grandi progetti nel campo del commercio". La mamma è apprensiva e curiosa di questo sbarbatello alle prime esperienze, che tutto sommato è un bravo ragazzo: fuma qualche sigaretta, beve durante le feste ed è innamorato di una coetanea simpatica e un po' sfuggente.
Petr avverte con sofferenza la distanza che c'è tra il suo mondo e quello dei suoi genitori, mentre questi non sembrano rendersene conto; quando la mamma gli domanda che cosa abbia fatto la sera prima, Petr le risponde "niente"; quando la stessa domanda gliela pone l'amico Lada, il modello da imitare, la risposta è "un sacco di cose". Quel sacco di cose che avrebbero provocato l'irritazione del babbo e l'apprensione della mamma.
Si tratta del classico filmetto che ha in sé i crismi del grande cinema: si guarda con piacere e fa palpitare per le vicende semplici e umane del protagonista. È uno dei migliori film di Forman e sono sicuro che questo protagonista sarebbe piaciuto al Hrabal dei Treni strettamente sorvegliati.
Noi sappiamo che voi sapete che noi sappiamo
Tu la conosci Claudia (Italia, 2004) di Massimo Venier. Con Aldo Baglio (Aldo), Giovanni Storti (Giovanni), Giacomo Poretti (Giacomo), Paola Cortellesi (Claudia), Sandra Ceccarelli (Silvia, l'ex moglie di Giacomo), Ottavia Piccolo (l'analista), Marco Messeri (Vanni Maceria, il meccanico), Daniela Cristofori (amica di Claudia), Silvana Fallisi (Luciana), Max Pisu (cliente del taxi), Rossy De Palma (Claudia, amante di Aldo).
Chissà se se ne sono resi conto, Aldo, Giovanni e Giacomo di avere fatto un film vecchio, che più vecchio non si può. Sembra la trama di qualche stanco film anni ottanta di Alberto Sordi, con le situazioni moltiplicate per tre. La simpatia dei tre protagonisti e la bravura della Cortellesi non riesce a riscattare un'operazione nata male e che secondo me segna definitivamente il tramonto dei tre comici come star cinematografiche. Non che questo Tu la conosci Claudia sia brutto come La leggenda di Al, John e Jack, ma per risollevare le sorti artistiche - non certo economiche - del trio milanese sarebbe servito ben altro che non questa risaputa commediola. Qualche battuta riuscita qua e là c'è, qualche situazione ricorda i tempi migliori di Tre uomini e una gamba, ma nel complesso non si raggiunge nemmeno il livello di Chiedimi se sono felice. Ai nostalgici del dirompente trio comico che si rivelò alla grande a Mai Dire Gol non resta che rifugiarsi negli spettacoli teatrali dove ancora Aldo, Giovanni e Giacomo danno ancora il meglio di sé stessi. Non ci resta che commentare con mestizia che, oggi come oggi, Aldo, Giovanni e Giacomo, così come sono, ce li meritiamo.
Accattona
Maria, leggenda ungherese (Francia/Ungheria, 1932) di Pál Fejös. Con Annabella [Suzanne Charpentier] (Mária Szabó), Steven Geray [Istvan Gyergyai] (l'apprendista notaio), Karola Zala (la tenutaria del night club), Margit Ladomerszky (cantante al night club).
Bel film degli anni trenta, su una ragazza che subisce le conseguenze dell'ipocrisia benpensante dopo essere rimasta incinta di un apprendista notaio che l'ha sedotta e abbandonata. Scacciata dalla casa dove era a servizio, si trova incinta e disoccupata, medita il suicidio, trova ospitalità in un locale di dubbia reputazione dove dà alla luce una bambina. Ma le sue disgrazie non sono finite, e la serenità arriverà solo dopo la morte.
Fejös riesce a narrare una vicenda tanto difficile e già abusata senza mai cadere nel melodramma e questo è un grande merito. Costruisce poi alcune sequenze indimenticabili, come quella del parto nel localaccio con la solidarietà di clienti ed entraineuses, quella in cui la protagonista fissa la statua della Madonna con il bambino, Maria ridotta ormai a stracciona derisa anche dai bambini. Insulso è invece il finale con Maria che ascende al Paradiso e da una nuvoletta protegge la figlia ormai adolescente dagli errori che aveva commesso lei.
Una curiosità: il fim è del 1932, ma nei dialoghi (quanto meno nella sottotitolazione italiana, della quale ci dobbiamo fidare, essendo l'ungherese una delle lingue più criptiche mai esistite) è citata una data del 1934. Errore o preveggenza?
Incredibili ma veri
Gli Incredibili (USA, 2004) di Brad Bird.
Un altro bel film a "cartoni animati" - se ancora questa definizione è calzante - che dimostra una volta di più, anche se non ve n'era bisogno, l'attuale superiorità dei film con i personaggi disegnati rispetto a quelli in carne ed ossa. Gli incredibili ha successo con le consuete doti di simpatia ed ironia, raccontando una storiella che i bei disegni di casa Disney - pur a mille miglia di distanza da Biancaneve & Co. - animati dalla Pixar fanno accettare al di là della sua inverosimiglianza. Se la medesima storia fosse stata la trama, per fare un esempio, dell'ennesimo 007, avrebbe fatto cacare. Ma questi cartoni, caricaturali e umani, funzionano eccome, con i loro superpoteri ma anche con i loro difetti tutti umani: la pancetta di Mr. Incredibile, il culone da sposa di Elastigirl, i bambini insicuri e pestiferi. Con una menzione particolare per l'ultimo nato, un vero e proprio diavoletto.
Impreziosiscono la versione italiana le belle voci impostate di Adalberto Maria Merli e Laura Morante per la coppia dei protagonisti e quelle di Amanda Lear e Daniele Formica per un paio di personaggi collaterali.
Poesiola natalizia
S'i' fossi foco
arderei una scurreggia
per veder se davvero
fa la fiammata.
(Che poi non è nemmeno molto natalizia, ma che colpa ho io se m'è venuta proprio oggi?)
Proesie di F.M. Sardelli
E datosi che siamo in periodo seminatalizio, consiglierei il bellyssimo libro, edito da (i grandi autori de) Il Vernacoliere, di Federico Maria Sardelli Proesie (2004), di 140 pagine forse meno che più, ché alcune pagine contengono solo qualche (pur se) pregnante parola e che costa lire euri n. 7,00.
E meno male che qualche pagina (o paginetta) è quasi vuota di parole ché altrimenti il maestro flautista, già autore in passato del fondamentale Il libro Cuore (forse), rivisitazione parodica e pure un po' affettuosa del librone di De Amicis, correrebbe anche il rischio di farci sganasciare dalle risate, cone le sue proesie, raccolte ivi da quelle che va pubblicando di mese in mese nell'Angolo della proesia, subrubrica della rubrica Trippa, che generalmente occupa l'ultima pagina del Vernacoliere.
L'acuto autore delle marmoree ôpre si cimenta anche in una Postfazione, molto interessante, nella quale elenca le auree regole del come diventare poeti contemporanei (o odierni), tra le quali la fondamentale è la numero 1: Poiché la poesia classica con i suoi metri, ritmi, forme, retorica, è stata fortunatamente distrutta da un centinaio d'annetti, il poeta moderno dovrà scrivere in semplice prosa con l'unica accortezza di andare spesso a capo.
Ovviamente le proesie sono da leggere tutte d'un fiato, e nemmeno la loro recitazione rende giustizia al piacere del leggerle sorprendendoci di non capirle subito e di trovarci ogni volta nuovi significati, e citerei a tal proposito le fondamentali Poesia indiana, Pvrpvree pvppe, Poesia americana, ma soprattutto l'immortale
Polìticali còrrect
Ceppie
nodifi
nocchi.
La postina suona sempre due volte
Le catene della colpa (USA, 1947) di Jacques Tourneur. Con Robert Mitchum (Jeff Bailey/Markham), Kirk Douglas (Whit Sterling), Jane Greer (Kathie Moffat), Rhonda Fleming (Meta Carson), Richard Webb (Jim), Virginia Huston (Ann Miller), Steve Brodie (Jack Fisher), Paul Valentine (Joe Stephanos), Dickie Moore (il ragazzo), Ken Niles (Leonard Eels).
Un buon noir alla Grande sonno, anche se più nelle atmosfere che nei temi. L'investigatore privato - ben interpretato da un giovane Mitchum - è qui per definizione al servizio del cattivo (un quasi inedito Kirk Douglas, in qualità di vilain), e questo suo "peccato originale" farà sentire il proprio peso sbucando "fuori dal passato" (come suona il titolo originale, Out Of The Past) per condanare senza appello chi se n'è macchiato.
Le catene della colpa è accomunato al Grande sonno (libro e film) anche dall'incomprensibilità della trama, e se il film sembra troppo lungo con l'aggiunta delle scene originariamente espunte e reintegrate oggi in lingua originale e sottotitoli, acquista almeno una sua plausibilità logica, lasciando allo spettatore il dubbio di che cosa dovesse sembrare senza la funzione esplicativa di quelle scene.
Il titolo italiano, sebbene eccessivamente melodrammatico, non è stavolta del tutto futile e fuorviante, stando ad indicare che le colpe e le infedeltà del passato si ripercuotono su un presente e su un futuro che non si riesce a realizzare migliore. E il noir di Tourneur riesce nell'intento di mettere in scena con coerenza questa tematica, anche grazie ad alcuni espedienti interessanti, come le tre figure femminili, una buona (Meta), una cattiva (la segretaria del commercialista) e una ambigua (la fascinosa Kathie); come le figure dei gangster tutto sommato abbastanza simpatiche, a cominciare da Douglas per arrivare ai suoi scagnozzi; come il ragazzo sordomuto, unico testimone del tutto innocente che sopravvive alla tragedia.
Langue sulla terra
Sangue sulla luna (USA, 1948) di Robert Wise. Con Robert Mitchum (Jim Garry), Robert Preston (Tate Riling), Barbara Bel Geddes (Amy [Emma] Lufton), Walter Brennan (Kris Balden), Phyllis Thaxter (Carol Lufton), Tom Tully
(John Lufton), Charles McGraw (Milo Sweet [Morgan]), Clifton Young (Joe Shotten).
Un buon film, ma con troppe ingenuità di sceneggiatura, che somiglia più a un noir sentimentale che a un western classico, genere probabilmente non congenialissimo al valido Wise. Nonostante le buone prestazioni di un Robert Mitchum affilato e scattante, di un Robert Preston a suo agio nei panni di cowboy rude e malvagio, e del solito stuolo di bravi caratteristi (Brennan, Tully ecc.), non convincono per niente i rapporti con e tra le donne. Uno spettacolo sufficiente, ma che avrebbe potuto essere molto migliore, e che purtroppo è invecchiato maluccio.
Fuffa revisited
Giovani, carini e disoccupati (USA, 1994) di Ben Stiller. Con Winona Ryder (Lelaina Pierce), Ethan Hawke (Troy Dyer), Ben Stiller (Michael Grates), Janeane Garofalo (Vickie Miner), Steve Zahn (Sammy Gray), Swoosie Kurtz (Charlane McGregor), Joe don Baker (Tom Pierce), John Mahoney (Grant Gubler).
Ennesimo titolo italiano stupidello per un film di non molto maggior spessore. I quattro personaggini sbozzati da Ben Stiller sono anche simpatici, oltre che giovani e carini, ma poi, gira gira, si muovono secondo logiche vecchie, se non quanto il mondo, almeno quanto il cinema. Il triangolo no, non l'avevo considerato, ma poi sia lei che lui si scelgono, quasi per esclusione, più che per amore, come avviene in tanto cinema postmoderno. Qualche particolare qua e là è azzeccato, come il filmino di Lelaina rimontato dai produttori hollywoodiani e la scena in cui lui canta a lei Add It Up dei Violent Femmes (con la canzone che dice "What can I get, just one kiss? What can I get, just one screw?...") e una colonna sonora valida che contiene anche My Sharona dei Knack e Story Of My Life dei Social Distortion. Ma insomma, il tutto "sa di fuffa", via. Tullio Kezich nel 1994 rimase affascinato dalla «gradevole faccetta a punta» di Winona Ryder, che a me sembra abbastanza insignificante, come sempre, e se ha una cosa a punta sono i capezzoli, in una scena in cui è vestita come una bomboniera.
Verminaio giapponese
La vendetta è mia (Giappone, 1979) di Shoei Imamura. Con Ken Ogata (Iwao Enokizu), Rentaro Mikuni (Shizuo Enokizu), Mayumi Ogawa (Haru Asano), Mitsuko Baisho (Kazuko Enokizu), Nijiko Kiyokawa (Hisano Asano), Chocho Miyako (Kayo Enokizu), Moeko Ezawa (Chiyoko Hatake), Yoshi Kato (Kyohei Kawashima), Toshie Negishi (Keiko Oka, la prostituta).
Grande Imamura, che film! Grazie al ritratto di questo truffatore che si trasforma in un grande serial killer, il regista giapponese dà una lettura spietata della società del suo paese, ma anche delle miserie umane in generale. Non si salva niente e nessuno: né l'amore fisico, né l'istituto della famiglia, né la religione (non il buddismo e nemmeno il cattolicesimo, di cui è seguace il protagonista), né la legge, che mette a morte l'assassino esattamente come faceva lui (e non per niente il titolo è la rivendicazione della vendetta da parte di Dio e, nella teologia cristiana, un primo accenno alla necessità del perdono tra gli uomini).
Il film si snoda attraverso una narrazione che dà riferimenti di tempo e di luogo precisi, come se il regista fosse un entomologo che scruta i suoi personaggi con la lente d'ingrandimento, anche mentre soddisfano i loro bisogni più elementari. Il sesso qui è visto come un semplice atto bestiale e brutale, che non dà nessuna soddisfazione anche quando non è prezzolato. E nei casi estremi, come quello della relazione, sempre negata ma indubbiamente consumata (benché molto ambigua) tra il padre e la moglie del protagonista.
Il montaggio serrato e una fotografia multiforme (di Sinsaku Himeda) contribuiscono alla bella riuscita di questo film troppo misconosciuto, nel quale si apprezzano interpreti di grande valore, dall'enigmatico Ken Ogata al dimesso Rentaro Mikuni, per arrivare, almeno una volta alle donne, che riescono a ritagliarsi una parte importante, come Mitsuko Baisho (la moglie ambigua), Mayumi Ogawa (la donna perduta che gestisce un ambigua pensione) e Nijiko Kiyokawa, la madre dell'affittacamere, rosa dal morbo del gioco e del voyeurismo.
Una vita violenta
Pier Paolo Pasolini, Una vita violenta (1959)
Secondo me questo romanzo è un capolavoro della letteratura italiana del Novecento, anche se confesso di non avere letto tantissimi libri pubblicati in Italia nel secolo trascorso. La storia di Tommaso, narrata tenendo presenti due stelle polari come il marxismo e il cristianesimo, è quella di un giovane predestinato alla violenza da un presente di miseria privo di qualsiasi speranza di riscatto. Riscatto che arriva soltanto al momento della morte, preceduta da una parvenza di presa di coscienza politica. Del resto, che i personaggi del libro siano dei perdenti lo si intuisce già dai loro cognomi: quello del protagonista è Puzzilli, di altri due suoi amici Maialetti e Cazzitini (quello con le mutande del pacco aiuti dell'Opera Pontificia).
Quello di Pasolini è un romanzo che va letto anche per il divertimento puro che esce dal trucidume dell'ambientazione, dall'esposizione di una cultura popolare con un linguaggio gergale che ricorda, per qualche verso, quello di Arancia meccanica (1961) di Burgess, con il quale ha in comune anche il protagonista dedito alla violenza, sebbene per ragioni diametralmente opposte. Sono davvero eccezionali alcune descrizioni che Pasolini fa lungo il romanzo, come quella di quando Tommaso porta la sua ragazza al cinema, o la retata della Polizia nel quartiere delle baracche di Pietralata - Montesacro. Ma Una vita violenta è fondamentale anche
per capire le motivazioni delle ribellioni delle periferie francesi dei giorni scorsi, ed è soprattutto importante perché Pasolini, in questo libro, descrive coloro che lo ammazzarono e dà forse anche una traccia per capire chi li mandò ad uccidere.
Nel 1959 Una vita violenta rappresentò una grande novità stilistica, ma assurdamente fruttò allo scrittore un processo per pornografia (e vorrei tanto sapere chi glielo intentò), dal quale fu assolto grazie all'intervento in tribunale di due poeti e intellettuali come Giuseppe Ungaretti e Carlo Bo, cui il libro è dedicato.
Ancora su Ghigo Masino
Voglio qui riproporre un post di un anno e mezzo fa su Ghigo Masino, anche perché nel frattempo qualche volenteroso ha lasciato tra i commenti qualche informazione supplementare sull'attore fiorentino.
Che fine ha fatto...
...Ghigo Masino?
Prima di tutto va detto che Ghigo Masino, almeno leggendo tra le righe dei pochi cenni biografici che sono riuscito a reperire, dovrebbe essere morto, a meno che non sia intorno ai cento anni (il che è anche possibile). E poi: chi è (o era) Ghigo Masino?
Io me lo ricordo ai tempi di Telelibera Firenze tra la fine degli anni Settanta e i primissimi anni Ottanta, prima che le TV libere toscane fossero inglobate dai network lombardi: Canale 48 da Italia1 di Rusconi, Tele 37 da Retequattro di Mondadori e Telelibera Firenze da Canale 5 di Berlusconi, allora imprenditore rampante in campo televisivo (ma non pioniere dell'emittenza privata italiana, come tenta di dipingersi). A quei tempi Ghigo Masino, il cui vero nome è Arrigo Masi, interpretava un prete (Don Masino, appunto) in alcuni spot pubblicitari del Centroscarpa, una catena di supermercati della calzatura. Nel più noto di questi spot, Don Masino, un povero prete di campagna, si trovava all'interno del supermercato e adocchiava un paio di scarpe che gli piacevano molto ma che non si poteva permettere. Non visto, prendeva le scarpe dallo scaffale, ma una voce tonante, quella di Dio, gli ricordava "Settimo: non rubare!" e Don Masino riponeva le scarpe dove le aveva prese. La tentazione però era troppo forte e il povero prete quelle scarpe se le riprendeva. Interveniva nuovamente la voce di Dio a dire "Settimo: non rubare!". A quel punto Don Masino sbottava: "Ahò, io 'un mi 'hiamo mi'a Settimo, e' me le becco!"
Dai pochi cenni che sono riuscito a trovare su internet, so che il giovane (?) Arrigo Masi fece parte della famigerata Banda Carità, una squadraccia che terrorizzò Firenze e dintorni nel periodo della Repubblica di Salò, perseguitando oppositori e renitenti al regime. In particolare Arrigo Masi faceva parte della «squadra della labbrata» che, pare di arguire dal nome, andava in giro a schiaffeggiare chi non aveva aderito alla Repubblica Sociale.
Cosa accadde dopo, non lo so, ma probabilmente Ghigo Masino fu confinato al teatro vernacolare fiorentino, per riemergere brevemente durante gli anni Settanta, per prendere parte a qualche filmaccio del filone scollacciato, diretto soprattutto da tale Oscar Brazzi (fratello meno famoso di Rossano, che partecipò ad alcuni dei film con Masino).
La filmografia di Ghigo Masino:
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Una cavalla tutta nuda (1972) di Franco Rossetti
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Giro girotondo... con il sesso è bello il mondo (1975) di Oswald Bray (Oscar Brazzi)
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Gli angeli dalle mani bendate (1976) di Oscar Brazzi
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Atti impuri all'italiana (1976) di Oscar Brazzi
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Il Vangelo secondo San Frediano (1978) di Oscar Brazzi
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Io zombo, tu zombi, lei zomba (1979) di Nello Rossati
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La maestra di sci (1981) di Sandro Lucidi¹
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Champagne e fagioli (1981) di Oscar Brazzi
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Anche i ladri hanno un santo (1981) di Giampiero Tartagni
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Tradimento (1982) di Alfonso Brescia²
¹ Con Carmen Russo.
² Con Mario Merola.
| 28/11/2004 18:48 |
| Arrigo Masi, detto Ghigo Masino, morì intorno al 1985, nel più totale disinteresse da parte delle autorità cittadine e del mondo dello spettacolo, legato ai suoi trascorsi repubblichini nella feroce Banda Carità. In realtà Ghigo Masino, con Wanda Pasquini e Tina Vinci, ha rappresentato per oltre 30 anni il teatro vernacolare fiorentino. Chissà che un giorno, quando gli orrori della guerra civile saranno sopiti, non possa essere rivalutato e riscoperto sotto questa luce. |
| Stefano |
| 17/12/2005 11:25 |
| Il grande Ghigo Masino mori' per una stupida tonsillectomia,l'anno preciso non me lo ricordo. Prima di morire aveva preso in gestione il cinema teatro Colonna sul Lungarno Ferrucci insieme a Tina Vinci. Ho passato delle serate ad ammazarmi dalle risate con le varie commedie in vernacolo fiorentino. |
| daniele |
Almanacco del giorno dopo (21)
Il santo del giorno. Domani si celebrano tre vergini e già questo è un bel record: sono, in ordine di verginità, Santa Cristiana (o Nina), detta Chiama e Rispondi; la Beata Margherita Fontana e Santa Maria Crocifissa (Paola) di Rosa. Si celebra anche il povero San Bacco il Giovane (Bacco, il cui vero nome era Dahhat (l'allegro), nacque in una famiglia palestinese cristiana. I suoi familiari apostatarono abbracciando l'Islam, mentre lui si ritirò nella laura di san Saba, presso Betlemme, prendendo il nome di Bacchus. Ritornato a Gerusalemme, riuscì a ricondurre i suoi fratelli alla fede cristiana, eccetto uno che denunciò Bacco alle autorità musulmane per il suo eccessivo zelo.Bacco fu quindi decapitato nel 786-787).
Il sogno (di ieri). Ero sul treno e miracolosamente riuscivo a trovare un posto a sedere su un sedile lurido. Arrivava il controllore nano che chiedeva "Biglietto pregooo!!! Biglietto pregooo!!!". Io gli facevo vedere l'abbonamento e lui mi diceva "Non è obliterato. Dica cinque volte obliteratrice". Siccome mi impappinavo al secondo "obliteratrice" mi ordinava di precederlo in coda al treno e arrivati in fondo mi obliterava il culo.
Consigli pratici. Per evitare un'indebita obliterazione anale, fatevi un bel giro in bicicletta. Ovviamente accertatevi che il sellino sia ben fissato prima di fare una partenza alla bersagliera.
Almanacco del giorno dopo (20)
Il santo del giorno. Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia. Siccome oggi non ho lavorato, mi faccio restituire mezza feria. È anche Sant'Antioco di Sulcis, patrono della Sardegna e Sant'Arsenio patrono dei ladri. Si celebrano anche i Santi Eustrazio, Aussenzio, Eugenio, Mardario ed Oreste Martiri, trucidati perché l'imperatore romano non riusciva a pronunciare i loro nomi. Domani si celebra Sant'Agnello di Napoli, mangiato durante la Pasqua del 600, autore di sette o otto miracoli che servirono a salvare Napoli dai Saraceni (una volta fece comparire delle fognature soltanto per farle saltare e causare una fuoriuscita di merda che spaventò i Saraceni; un'altra volta i Saraceni scesero a terra armati di tutto punto e appena messo piede sul molo di Napoli gli sparirono le scimitarre). Si celebrano anche San Giovanni della Croce (San Juan de la Cruz, prozio del calciatore dell'Inter), la Serva di Dio Carmela Prestigiacomo (prozia della ministra), San Nimatullah Youssef Kassab Al-Hardini Religioso maronita
e San Spiridione di Trimithonte Vescovo, del quale nemmeno il sito dei santi dice niente.
Il sogno (di ieri). Portavo a passeggio il mio bulldog e un cretino con un chihuahua mi faceva linguina. Mi avvicinavo e facevo cacare il mio Eracle su quella specie di cagnolino a batterie.
Consigli pratici. Come non scambiare un maglione per un pullover. Assicuratevi che abbia le maniche.![]()
Zalamorte
«Era ora d'alzarsi: Tommaso che ne sapeva, di quello che doveva fare. Se ne stette lì, a letto, ancora guardando con gli occhi storti. I quattro tubercolosi ch'erano con lui s'alzavano, lenti lenti, eccetto uno ch'era grave. Il giovincello del letto accanto a quello di Tommaso già non c'era più: chissà dov'era andato, erano cavoli suoi. Quegli altri facevano in silenzio quello che dovevano fare: con le camicie bianche fino ai tacchi andavano al lavabo, a uno a uno si lavavano il grugno, come tanti Zalamorte, poi s'asciugavano, e s'appoggiavano addosso, sopra la camicia o i mutandoni bianchi, chi una giacchetta, chi un maglione, o una scialla.» (Pier Paolo Pasolini, Una vita violenta, ed. del Gruppo Editoriale L'Espresso, 2005, p. 251)
Quando gli emigranti eravamo noi
Il cammino della speranza (Italia, 1950) di Pietro Germi. Con Raf Vallone (Saro), Elena Varzi (Barbara), Saro Urzì (Ciccio), Franco Navarra (Vanni), Liliana Lattanzi (Rosa), Mirella Ciotti (Lorenza), Saro Arcidiacono (il ragioniere), Paolo Reale (Brasi), Giuseppe Priolo (Luca), Renato Terra (Mommino), Angelo Grasso (Antonio).
Bel film di Germi, intriso del suo umanesimo laico e socialisteggiante. Un film che poteva essere fatto soltanto 55 anni fa, ma che, rivisto oggi, ci ricorda che anche gli italiani sono stati emigranti, e che quello che compiono oggi i disgraziati che arrivano in Italia con mezzi di fortuna (e di sfortuna) è un altro "cammino della speranza" e spesso un cammino della disperazione. C'è qualche eccesso retorico nel film, come l'inutile tirata della voce fuori campo nel finale, così come il poco credibile comportamento irregolare da parte dei poliziotti di frontiera francesi e italiani, ma il film è ben fatto e abbastanza credibile. Come in altri film analoghi di Germi, non mancano i bambini giudiziosi e "simpaticamente" birichini, e come in altri film di Germi ha grande importanza il momento della socializzazione, espressa specialmente attraverso il canto e il vino: si pensi a momenti analoghi del Ferroviere, dove l'osteria è il luogo in cui si viene accettati o rifiutati. Così qui il canto e il ballo fanno socializzare siciliani e bergamaschi, che, prima dell'avvento della televisione, parlano due lingue completamente diverse. Sono presenti anche accenni alla realtà sociale italiana (così come anche nel Ferroviere), e in particolare le lotte dei lavoratori e gli scioperi, con la conseguenza del crumiraggio. Ma il film si fa guardare perché è ben girato, ben fotografato (stupendo l'inizio alla solfatara) e ben recitato, soprattutto grazie a Vallone, alla Varzi e a Urzì, che qui interpreta la parte di un infamone che sfrutta il bisogno della povera gente.
Gli zingarelli e la contessina
La ragazza di Boemia - Noi siamo zingarelli (USA, 1936) di James W. Horne e Charley Rogers. Con Stan Laurel (Stanley), Oliver Hardy (Oliver), Thelma Todd (la figlia della regina degli zingari), Antonio Moreno (Devilshoof), Darla Hood (Arline bambina), Julie Bishop (Arline adulta), Mae Busch (moglie di Oliver), William P. Carleton (conte Arnheim), James Finlayson (capitano Finn), Zeffie Tilbury (regina degli zingari), Harry Bernard (urlatore delle ore), Sam Lufkin (negoziante/vittima del borseggio).
Più o meno nel periodo in cui in Italia si facevano film orripilanti come Camicia nera (1933), negli USA il sonoro vedeva gli ultimi exploit di grandi comici che avevano iniziato con il muto, da Buster Keaton (il più colpito dall'avvento del sonoro) a Charly Chaplin, fino a Laurel & Hardy, passando per i fratelli Marx, che proprio con il cinema sonoro riuscirono a sfondare (difficile immaginare Groucho senza i suoi sproloqui surrealisti). La ragazza di Boemia non è il miglior film di Stanlio e Ollio, ma è comunque una commedia riuscita, girata sulla falsariga di quello che secondo me è il loro capolavoro, cioè Fra' Diavolo. Qui i due amici sono due zingari che si fermano nelle città europee guadagnandosi "onestamente" da vivere leggendo il futuro, ma soprattutto derubando gli ignari clienti. Oliver è sposato con una moglie che lo tiranneggia e gli fa le corna e che, prima di fuggire con l'amante, gli lascia una bambina rapita, che è la figlia del conte Arnheim, potente del luogo che odia gli zingari con tutte le sue forze. Dopo varie peripezie gli zingarelli farano (involontariamente) incontrare la figlia ormai adulta con il nobile padre, ma non riusciranno a risparmiarsi un'ignominiosa tortura da parte degli scagnozzi del conte.
Alcune gag sono ricalcate da Fra' Diavolo (Stan che si ubriaca imbottigliando il vino), altre derivano direttamente da quel film (il giochino di Stan con le dita), ed alcune sono nuove e molto divertenti, come la scenetta ben congegnata della rapina all'antipatico nobilastro, con l'intervento risolutore di Stan - una volta tanto non disastroso per l'amico - insieme a un gendarme tonto. Insomma, con Laurel e Hardy ci si diverte sempre, anche se qui si esagera con i numeri musicali (due ma piuttosto lunghi), e poi si rivede volentieri una presenza che spesso serve a ravvivare i film del duo comico, quella del collerico James Finlayson, qui nella parte di un fanatico capitano dei gendarmi, persecutore degli zingari.
Assassini si diventa
Siamo tutti assassini (Francia/Italia, 1952) di André Cayatte. Con Marcel Mouloudji (René Le Guen), Raymond Pellegrin (Gino Bellini), Antoine Balpêtré (Dott. Albert Dutoit), Julien Verdier (Bauchet), Claude Laydu (avv. Philippe Arnaud), Georges Poujouly (Michel Le Guen), René Blancard (Albert Pichon), Lucien Nat (il pubblico ministero), Amedeo Nazzari (dott. Detouche), Paul Frankeur (Léon, il carceriere), Renée Gardès (la madre dei Le Guen), Yvonne Sanson (Yvonne Le Guen), Line Noro (signora Arnaud), André Reybaz (padre Simon), Louis Seigner (l'abate Roussard), Sylvie (Laetitia Bellini), Henri Vilbert (signor Arnaud).
Quarant'anni prima di Dead Man Walking, arriva dall'Europa un grido ispirato e deciso contro la pena di morte, allora ancora vigente in Francia. Cayatte è stato spesso accusato di esprimere le proprie idee nel cinema con eccessivo didascalismo. Qui il regista francese non corre questo rischio, nonostante la forza dell'idea di partenza sia molto forte: bisogna abolire la pena di morte e spendere risorse per migliorare la vita dei disperati che vivono ai margini delle città, perché prevenire il crimine è meglio che reprimerlo quando è ormai troppo tardi. Il protagonista del film è infatti un disgraziato analfabeta, figlio di un'alcolizzata, che durante al seconda guerra mondiale è reclutato dalla resistenza per compiere omicidi ai danni dei nazisti e dei francesi traditori. Alla fine della guerra, abbandonato a sé stesso, René continuerà a fare ciò che sa fare: ammazzare. Condannato a morte, incontrerà nel "braccio della morte" altri disperati come lui, che hanno ucciso per un malinteso e ancestrale senso dell'onore (il corso), o per un attacco di follia omicida dovuto alle condizioni di vita disagiate (il padre che ha ucciso la bambina che piangeva), oppure addirittura chi è condannato innocente (l'anziano medico).
I temi affrontati da Cayatte in questo film accorato sono fin troppi (non ultima la critica al farisaismo benpensante della società francese), ma il regista sa tirare le fila in una messinscena semplice e poco retorica, mettendo in evidenza l'errore di chi pensa che la pena di morte sia d'esempio per gli altri delinquenti (che invece onorano chi va al patibolo) e i dubbi dei rappresentanti della chiesa chiamati ad assistere i condannati. I compagni di cella di René si accostano alla ghigliottina con atteggiamenti diversi, e il film si chiude con un dubbio riguardo alla sorte del protagonista. Ma non manca una nota di speranza, come quando la madre dell'avvocatino che non ha evitato a René la condanna a morte, la signora ingioiellata intenta a sbucciarsi la frutta alla fine del lauto pasto, vedendo Michel, fratello minore del protagonista, lacero e sporco, esclama "Come si può mandarlo via?".
Alla riuscita del film collaborano una serie di interpreti bravi senza andare sopra le righe, e più di Mouloudji che interpreta il protagonista, convince Raymond Pellegrin nella parte del corso Bellini. Ma sono da ricordare anche Paul Frankeur nella parte del carceriere umano e un vigoroso Amedeo Nazzari, che nella versione italiana interpreta il medico del carcere che dà voce alle idee del regista. Tra gli altri attori si riconosce anche Claude Laydu, che fu il curato di campagna per Robert Bresson.
O fantasma ricchiao
Il fantasma (Portogallo, 2000) di João Pedro Rodrigues. Con Ricardo Meneses (Sergio), Beatriz Torcato (Fatima), Andre Barbosa (Joao), Eurico Vieira (Virgilio).
Madonna che film. Il fantasma mette a dura prova anche la pazienza dello spettatore. Il problema non è che si tratti di un film scabroso, che valica più volte i confini dell'hard omosessuale, ma che il regista non ci faccia mai capire e nemmeno intuire le motivazioni dei comportamenti e dei gesti dei personaggi. Alla fine di un film nioso e insulso resta il dubbio, che comunque non ci toglierà il sonno la notte, che concludeva tutti gli sketch del duo teatrale di Mai Dire Lunedì, quelli per intenderci che recitavano il dialogo "Tua sorella": «Cosa avrà voluto dire???». L'unica cosa che può preoccuparci è che questo esordiente Rodrigues ha solo 39 anni e potrebbe ancora fare chissà quanti altri film.
I gironi dei mondiali di calcio
Group A fixtures Jun 9 Germany Costa Rica Munich Jun 9 Poland Ecuador Gelsenkirchen Jun 14 Germany Poland Dortmund Jun 15 Ecuador Costa Rica Hamburg Jun 20 Ecuador Germany Berlin Jun 20 Costa Rica Poland Hanover Group B fixtures Jun 10 ENGLAND Paraguay Frankfurt Jun 10 Trin & Tobago Sweden Dortmund Jun 15 ENGLAND Trin & Tobago Nuremberg Jun 15 Sweden Paraguay Berlin Jun 20 Sweden ENGLAND Cologne Jun 20 Paraguay Trin & Tobago Kaiserslautern Group C fixtures Jun 10 Argentina Ivory Coast Hamburg Jun 11 Serb & Mont Holland Leipzig Jun 16 Argentina Serb & Mont Gelsenkirchen Jun 16 Holland Ivory Coast Stuttgart Jun 21 Holland Argentina Frankfurt Jun 21 Ivory Coast Serb & Mont Munich Group D fixtures Jun 11 Mexico Iran Nuremburg Jun 11 Angola Portugal Cologne Jun 16 Mexico Angola Hanover Jun 17 Portugal Iran Frankfurt Jun 21 Portugal Mexico Gelsenkirchen Jun 21 Iran Angola Leipzig Group E fixtures Jun 12 Italy Ghana Hanover Jun 12 USA Czech Rep Gelsenkirchen Jun 17 Italy USA Kaiserslautern Jun 17 Czech Rep Ghana Cologne Jun 22 Czech Rep Italy Hamburg Jun 22 Ghana USA Nuremburg Group F fixtures Jun 12 Australia Korea Rep Kaiserslautern Jun 13 Brazil Croatia Berlin Jun 18 Brazil Australia Munich Jun 18 Korea Rep Croatia Nuremburg Jun 22 Korea Rep Brazil Dortmund Jun 22 Croatia Australia Stuttgart Group G fixtures Jun 13 France Switzerland Stuttgart Jun 13 South Korea Togo Frankfurt Jun 18 France South Korea Leipzig Jun 19 Togo Switzerland Dortmund Jun 23 Togo France Cologne Jun 23 Switzerland South Korea Hanover Group H fixtures Jun 14 Spain Ukraine Leipzig Jun 14 Tunisia Saudi Arabia Munich Jun 19 Spain Tunisia Stuttgart Jun 19 Saudi Arabia Ukraine Hamburg Jun 23 Saudi Arabia Spain Kaiserslautern Jun 23 Ukraine Tunisia Berlin
La palla è quadrata
Cuore fu un grande settimanale satirico, agli inizi degli anni novanta, specialmente sotto la direzione di Michele Serra. È stato uno dei migliori testimoni dell'agonia e della caduta della cosiddetta Prima Repubblica. Fra i tanti bravi giornalisti, umoristi e scrittori, scrivevano su Cuore tre giovani virgulti della comicità allora solo radiofonica: il trio della Gialappa's Band. Alcuni loro pezzi, mutatis mutandis, sembrano riferirsi al campionato di calcio di oggi. Riporto il pezzo comparso sul numero uno di Cuore, il 4 febbraio 1991.
«La giornata calcistica di ieri è stata caratterizzata da una serie di risultati piuttosto interessanti, tra cui spicca decisamente la sconfitta interna del Milan che, sul terreno del Meazza, è stato seccamente battuto dalla simpatica compagine romagnola (il Cesena n.d.r.) trascinata da un Piraccini in forma smagliante e autore di ben 3 reti (una di testa, una con un tiro al volo da 80 metri e una in sforbiciata volante carpiata con doppio avvitamento). Al termine della gara Berlusconi ha dichiarato che la sconfitta è da imputare alle pessime condizioni del campo, mentre il campo in pessime condizioni ha dichiarato che Berlusconi è uno stronzo e che Twin Peaks gli fa schifo. Bologna e Inter hanno pareggiato a reti inviolate una partita giocata all'insegna del "Primo: non prenderle!" e del "Secondo: fare una figura di merda coi tifosi". I rossoblu sono stati schierati in campo da Radicein maniera piuttosto prudente e interlocutoria con 6 difensori, 3 portieri e 2 potenti rinvii di Cusin. Di contro l'Inter ha superato il centrocampo solo 4 volte. Al rientro negli spogliatoi, comunque, Trapattoni si è dimostrato "per l'utile punto messo in cascina", e subito dopo è stato preso a calci da Mattheus. A Bergamo la Juve-champagne ha rifilato 5 rutti all'Atalanta (e scusateci per il po' po' di metafora!): 2 gol di Casiraghi e 3 di Baggio, ma si è distinto anche Schillaci, che ha fornito l'assist per il gol dell'Atalanta. A Marassi, invece, la Fiorentina ha passeggiato contro una Sampdoria che ha dimostrato ancora una volta tutta la sua immaturità: a fine gara Mancini si è messo a piangere, e il presidente Mantovani, per calmarlo, gli ha comprato una Ferrari; Pagliuca, invece, è saltato addosso all'arbitro mentre per rappresaglia un guardialinee è saltato addosso alla moglie di Pagliuca. Mezz'ora dopo Pagliuca ha chiesto scusa all'arbitro, mentre sua moglie ha chiesto il numero di telefono del guardialinee. Nient'altro da segnalare.»
Almanacco del giorno dopo (19)
Il santo del giorno. Domani si celebra San Siro, patrono di tutti i calciatori, dai pulcini a quelli di serie A. Tutti i bimbi infatti, calcando i campi più spelacchiati di periferia, hanno detto o si sono sentiti dire almeno una volta "Eh, ma dove ti sembra di essere, a San Siro?". Paolo Maldini, ancora oggi, ogni volta che vede Gattuso accingersi al tiro in porta, ancora prima di vedere quale finestra sfonderà la pallonata, gli urla "Eh, ma dove ti sembra di essere, a San Siro?". Domani è anche San Vittore, patrono dei socialisti craxiani.
Il sogno (di ieri). Attraversavo il Rubicone e così facendo dicevo "il dado è tratto!" e uno lì con me vestito da antico romano domandava "tratto?". E io "sì, tratto, tratto!". Lui insisteva: "ma non sarebbe meglio dire, ad esempio, il dado è Knorr, che così magari si becca anche qualcosellina dallo sponsor?". Ma io gli rispondevo perentorio "Il dado è tratto mi suona bene, non so cosa cazzo significhi, ma mi sembra che suoni proprio bene!". Poi sognavo di vincere un paio di guerre, una civile e una incivile, e poi diventavo console a vita e poi dittatore e quando stavo per diventare imperatore, zac! zac! mi sentivo ventitre fitte nella schiena che mi davano un dolore insopportabile. E allora mi convincevo di essere proprio Giulio Cesare, e invece era solo il colpo della strega. Un giorno di festa passato bloccato a letto...
Consigli pratici. Come non farsi venire il colpo della strega. Evitate di sognare di essere Giulio Cesare. Specialmente alle idi di marzo.
Disertore Ivan a rapporto
Kukushka - Disertare non è reato (Russia, 2002) di Aleksandr Rogozhkin. Con Ville Haapasalo (Veikko), Viktor Bychkov (Ivan/Psolti), Anni-Kristiina Juuso (Anni).
A parte il fuorviante titolo italiano aggiunto, Kukushka (che in russo significa "cuculo", nomignolo dato ai cecchini nemici) è un buon film di stampo pacifista. Niente d'eccezionale, intendiamoci, anche perché l'inizio, nel quale un soldato finlandese viene abbandonato dalla Wehrmacht incatenato a una roccia, prometteva molto di meglio. La scelta di far recitare i tre personaggi del film in tre lingue diverse, delle quali soltanto una è doppiata in italiano (quella del soldato filnlandese), porta a diverse situazioni ambigue e presumibilmente comiche, ma dopo un po' - abbastanza poco - stanca. È comunque lodevole l'intenzione del film, un'altra denuncia dell'assurdità della guerra: e a quanto sembra non sono mai sufficienti. Ben girato, ben recitato, Kukushka è un film che vale la pena vedere.
Finché vita non li separi
La sposa cadavere (USA, 2005) di Tim Burton e Mike Johnson.

Tim Burton l'ha capito: ormai forse solo i pupazzi animati possono far provare allo spettatore, e anche fargli accettare, sensazioni che il cinema in carne ed ossa solo raramente può offrire. Come recentemente Bug's Life, Galline in fuga e i due fantastici Shrek, anche La sposa cadavere è una favola che colpisce e coinvolge. È una favola nera che riesce a commuovere e perfino a far ridere, con i consueti aspetti da commedia che sa mettere in campo, specialmente durante gli intermezzi musicali, sapienti e riusciti e non così invadenti (e fortunatamente senza la voce di Renato Zero) come nel precedente, e già riuscito, Nightmare Before Christmas: impagabili le apparizioni del cagnolino morto o dello scheletro del bambino vestito da marinaretto. Tim Burton sa farci accettare un mondo dove vivi e morti si confondono, dove i secondi dimostrano il buon senso, la bontà e persino la vitalità che mancano ai primi, dove i buoni sono soltanto i due giovani protagonisti e il vecchio cocchiere tisico (per forza, è lui che sta sempre fuori, mentre i padroni viaggiano dentro la carrozza). Ma Tim Burton riesce perfino a farci accettare scheletri che parlano e ballano come in una Totentanz goethiana, perdendo qualche pezzo quando il ballo si fa più scatenato, una sposa con un verme che le rosicchia il cervello e una testa mozzata e semiputrefatta portata in giro da un mucchio di scarafaggi. Ma La sposa cadavere non colpisce soltanto il fanciullino che è in noi (o i bambini anche secondo l'anagrafe): è innanzitutto un'attrazione per i cinefili, che vi trovano echi di numerosi vecchi film, da quelli della Hammer (uno dei personaggi è doppiato nell'originale da Christopher Lee) ai vecchi film americani (Victor, il protagonista, ricorda il giovane James Stewart), fino a un'impagabile citazione da Via col vento, quando la vecchia vedova, riconosciuto lo scheletro del marito defunto, gli fa notare che è morto da quindici anni, e l'ossuto figuro replica "Francamente, mia cara, me ne infischio!". Se La sposa cadavere non è un capolavoro, poco ci manca, e se il 10 di Emanuela Martini su FilmTV è forse esagerato, un 9 ci può stare. Difficilmente in questo 2005 si può avere fatto meglio di Tim Burton.
Un obbrobrio con effetti devastanti
ROMA - "Un obbrobrio" che avrà "effetti devastanti", cancellando il 50 per cento dei processi e che perciò porterà alla "bancarotta". E' il duro atto d'accusa che il primo presidente della Cassazione, Nicola Marvulli, lancia alla ex Cirielli. Lo fa parlando ad un dibattito sulla legge organizzato insieme dall'Unione delle Camere Penali e dall'Associazione Nazionale Magistrati, alla presenza di parlamentari della maggioranza e dell'opposizione. (dal sito di Repubblica)
Almanacco del giorno dopo (18)
Il santo del giorno. Celebrato ieri San Nicola di Bari, assurto agli altari per essere morto cantando "che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va, catene non ha, il cuore è uno zingaro e vaaaaa...", tocca oggi a Sant'Ambrogio, detto anche Sant'Ambrëus, ma anche Sant'Ambrogino o Gino, oppure Sant'Ambrogiotto o Giotto. Battezzò Sant'Agostino, così come Don Vallesi battezzò Fele, ma la sua caratteristica principale è di essere nato a Treviri, in Germania, dove, qualche annetto dopo, sarebbe nato anche Carlo Marx. Non esiste altro santo patrono di Milano nato nella città tedesca: ad esempio San Bettino Craxi, patrono per molti anni della città di Milano, non era nato a Treviri, ma a Milano stessa, e non ha mai preteso, il sant'uomo, di fare il patrono di Treviri, al massimo di Treviso. Sant'Ambrogio è anche protettore del Banco Ambrosiano (fallito), dell'Ambroveneto e di Ambra Angiolini; San Bettino è invece protettore di San Silvio da Arcore che a sua volta protegge diversa gentina (ad es. Caio Giulio Cesare Previti). Domani si celebra invece l'indubitabile Immacolata Concezione Della (scrivo maiuscolo anche "Della" per paura di fare peccato) Beata Vergine Maria, dogma proclamato da Pio IX, il quale fra tante bischerate una ne avrà pure indovinata, no? Il dogma suddetto conobbe diverse resistenze in occidente, come ci dice il sito dedicato ai santi e ai beati (loro), perché contrastava con l'altro dogma della Redenzione universale (che però non dev'essere altrettanto importante, visto che non si fa festa al lavoro, per quello), dato che se Maria fosse nata priva del peccato originale, Gesù non l'avrebbe redenta e quindi si sarebbe avuta una Redenzione universale meno uno. Ma ci pensò il filosofo Giovanni Duns Scoto a trovare una giustificazione che convinse tutti i preti e vescovi e papi che Maria era proprio stata concepita senza peccato, affermando che Gesù l'aveva redenta sì, Maria, ma prima, cioè prima che ella fosse concepita. Insomma, come oggi Bush fa la guerra preventiva al terrorismo (cioè dove lui sospetta che ci potrebbe nascere un terrorista, ci fa bombardare e distruggere la possibile clinica di ostetricia - canaglia, risolvendo il problema alla radice), così Gesù lanciò una Redenzione universale preventiva, molto più intelligente delle bombe americane, perché, checcé si possa dire di questo nuovo tipo di Redenzione, almeno non ha lasciato cataste di morti. Avendo ben coperto l'8 dicembre con questa importante ricorrenza liturgica, la Chiesa ha però inserito in questa data anche qualche santo minore e un po' bistrattato, tipo il Beato Luigi Liguda e compagni (comunisti?), uccisi dai tedeschi a Dachau, oppure il povero San Patario (o Patapio), eremita a Costantinopoli, del quale non si è mai capito bene nemmeno il nome di battesimo.
Il sogno (di ieri). Portavo fuori il mio chihuahua a fare la passeggiatina quotidiana. La bestiola, vedeva avvcinarsi una bella figliola con al guinzaglio un bulldog di quelli grossi (io quando parlo di animali, anche se in sogno, amo essere preciso, per cui dirò che si trattava di un can bordrò o, in livornese, can bordròcche), e abbaiava in maniera piuttosto aggressiva a quella specie di cavallo di troia (notare il non uso della maiuscola) semovente. La suddetta padrona o proprietaria o fantina del suddetto cavallo lo guidava verso di me e la mia bestiaccia abbaiante e, nonostante che io fossi convinto che la suddetta cavallara veniva verso di me per pura e semplice attrazione fisica, ella dava al suo cane ben addestrato il comando convenzionale stabilito: "Caca" (o "Kaka", non ho letto bene il fumetto). Il bell'esemplare di can bordrò si accucciava sul mio chihuahuino e lo ricopriva con una certa qual montagnola di merda fresca fresca. Non avendo più un cane da accudire, decidevo di andare a veder passare un treno merci.
Consigli pratici. Dopo tutta la fatica che ho fatto fra alta teologia e merda di can bordrò, non me la sento di dare anche dei consigli pratici. Caso mai i proprietari di chihuahua si muniscano di tappi da culo di can bordrò (ma se andate a comprarli a Livorno ricordatevi di dire "can bordròcche", sennò poi il tappo non ci dice).
Il governo del manganello
Complimenti a questo governo: sta finendo la sua quinquennale tragifarsa più o meno come l'aveva cominciata. L'avventura del "governo Malaventura" era iniziata con le manganellate di Genova e sta finendo con quelle di Venaus. Il 9 di aprile non arriverà mai troppo presto.
Caravan - And i wish i were stoned
And i wish i were stoned
Once I had a dream, nothing else to do
Sat and played my mind in time with all of you
Got down in the road
Crossed my heart and cried
When you told me how you'd love
To live and not to die
Why why why?
I wish I were stoned on my mind
Why why why, oh why?
Dreamed I saw a man walked upon the sea
Dreamed it once again and saw that he was me
Looking close at me I looked a lot like you
Knowing where to go but not quite what to do
Why why why?
I wish I were stoned on my mind
Why why why, oh why?
Give me all your love in a smile
And I'll tell you what I'm thinking
Let me see the world through your eyes
And I'll show you where I'm sitting
Once I had a dream, nothing else to do
Sat and played my mind in time with all of you
Got down in the road
Crossed my heart and cried
When you told me how you'd love
To kill and not to die
Why why why?
I wish I were stoned on my mind
Why why why, oh why?
(dall'album dei Caravan If I Could Do It All Over Again, I'd Do It All Over You, 1970)
E vorrei essere fuori di testa - Una volta ho fatto un sogno, non avevo altro da fare/Ero seduto e mi suonavo la mente a tempo con tutti voi/Scendevo in strada/Attraversavo il mio cuore e piangevo/Quando mi dicevi quanto ti piaceva/Vivere anziché morire. Perché, perché, perché?/Vorrei essere fuori di testa/Perché, perché, perché, oh perché? Sognai di vedere un uomo che camminava sul mare/Lo sognai un'altra volta e vidi che ero io/Guardandomi da vicino somigliavo molto a te/Sapendo dove andare ma di certo non cosa fare. Perché, perché, perché?/Vorrei essere fuori di testa/Perché, perché, perché, oh perché? Dammi tutto il tuo amore in un sorriso/E ti dirò cosa sto pensando/Fammi vedere il mondo attraverso i tuoi occhi/E ti mostrerò dove sto seduto. Una volta ho fatto un sogno, non avevo altro da fare/Ero seduto e mi suonavo la mente a tempo con tutti voi/Scendevo in strada/Attraversavo il mio cuore e piangevo/Quando mi dicevi quanto ti piaceva/Uccidere anziché morire. Perché, perché, perché?/Vorrei essere fuori di testa/Perché, perché, perché, oh perché? (trad. mia
)
Almanacco del giorno dopo (17)
Il santo del giorno. Domani si celebrano dei santi abbastanza importanti, anche se ingiustamente poco conosciuti. Uno dei primi, almeno in ordine alfabetico, è il Servo di Dio Aldo Blundo Adolescente di Napoli morto a soli sedici anni (scarsi) dopo una serie inenarrabile di disgrazie, nelle quali cercò di attirare anche la propria famiglia. È venerato poi l'inesistente (controllare per credere) il comunque onesto San Basso di Nizza Vescovo e martire che pare non sia mai stato vescovo e tanto meno martire, ma che è riuscito ugualmente ad essere patrono di Cupra Marittima (??), nonché dei piccoletti che fanno le ferie in Costa Azzurra. Vi è chi venera poi San Dalmazio (o Dalmazzo) di Pavia, Santa Consolata di Genova, Santa Crispina e chi il Beato Beato Giovanni Nepomuceno Tschiderer Von Gleifheim conosciuto come San "Nino" per evitare che le funzioni a lui dedicate arrivino ai tempi supplementari, con possibile paresi linguare del celebrante. Si celebrano poi, ma non ssarebbero nemmeno tutti, San Sola (in confronto al quale anche San Basso è esistito davvero), San Saba Archimandrita, il Beato Nicola Stenone (patrono del rione Shangay di Livorno, insieme a Togliatti) e infine uno dei più grandi santi di pelle bianca: San Pelino di Brindisi. Questi come è noto è uno dei santi più rimpianti e infatti chi non ha mai sentito dire la frase "c'è mancato un Pelino"?
Il sogno (di ieri). La Juve giocava a Firenze e vinceva con un gol all'ultimo minuto segnato d'orecchio da Camoranesi mentre cantava "La porti un bacione a Firenze", dopo che la Fiorentina aveva colpito una traversa e due pali di cui uno a porta vuota. In realtà l'orecchio ce l'ha messo Abbiati (pare che sia ancora attaccato ai tacchetti di Pazzini).
Consigli pratici. Come non bagnarsi quando si è senza ombrello. Basta non uscire di casa se piove.
Amazing Blondel - Pavan
Fare you well on the morrow I must leave
And I'm bound for a far and distant land
A tale would tell of my poor heart and how it grieves
So for you my love this sorrowful Pavan
Chorus:
I was born in Lincoln country
And the son of a country wife am I
Out of all the flowers growing wild in yon forest
You're the fairest rose on which I've laid an eye
Love me hard with the dawn I'll be gone
And I don't know if I'll be back again
God as my guard I'm the champion of the wronged
Off to holy wars to fight the Saracen
Chorus
Middle 8
While you're away does your spouse turn a whore
Or a chastity belt maiden while crusader's at war
I'm tired of my chain mail
My armour makes me sore
And it all seems so futile
Weep you will but my love I cannot stay
Dry your eyes and we'll share a parting kiss
Wait until the advent of that day
When I'm home and gone is sadness as this
Chorus
E v e n s o n g (1970)
(Songs published by Daisy Music* and Island Music+)
Pavana - Addio a te domani devo partire, e sono diretto a una terra lontanissima, una storia potrebbe dire di quanto soffra il mio povero cuore, così è per te amore mio questa triste Pavana. Sono nato nella provincia di Lincoln, e sono il figlio di una moglie di campagna, di tutti i fiori che crescono in quella foresta selvaggia laggiù, tu sei la rosa più bella sulla quale io abbia posato lo sguardo. Amami forte che all'alba partirò, e non so se tornerò, con Dio mio guardiano sono il campione degli offesi, andiamo alle guerre sante per combattere i Saraceni. Mentre sei lontano la tua sposa diventa una puttana, oppure la cintura di castità ne fa una vergine quando il crociato è alla guerra? Sono stanco della mia cotta di maglia, e l'armatura mi fa male, e tutto sembra così futile. Piangerai ma amore mio non posso restare, asciugati gli occhi e scambiamoci un bacio d'addio, aspetta finché giunga quel giorno, quando sarò a casa e la tristezza sarà andata via così. (trad. mia)
Pierre Milza - Europa estrema
Pierre Milza. Europa estrema. Il radicalismo di destra dal 1945 a oggi. Carocci, 2005, pp. 488, € 14,00.
«Bisogna prima di tutto chiamare le cose con il loro nome e guardarsi da ogni amalgama. Berlusconi è un demagogo senza grande radicamento ideologico che ha saputo infilarsi nel vuoto politico prodotto dall'operazione Mani pulite e occupare il terreno lasciato vacante dal naufragio della Democrazia cristiana. Non è né un fascista né un estremista di destra, e se nel suoi governo ci sono uomini che incarnano questa tendenza, nel caso specifico i fanatici di Umberto Bossi, essi non rappresentano che un segmento marginale del Polo della libertà.» (Europa estrema, p. 432)
Europa estrema è un saggio interessantissimo sul radicalismo di destra fiorito nel vecchio continente dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Milza, professore di Storia contemporanea all'Institut d'études politiques, copre con questo libro un ampio spettro spazio-temporale, confrontando i movimenti postbellici con quelli dell'anteguerra, in primis fascismo e nazismo. Dal Portogallo alla Russia, dalla Norvegia alla Turchia, Milza analizza una miriade di partiti politici e gruppuscoli talvolta terroristici, mettendone in evidenza analogie e differenze. Tra le analogie, l'elemento più frequente è il rifiuto degli immigrati e in molti casi, purtroppo, ancora l'antisemitismo. Le differenze sono tante, dovute essenzialmente all'allontanamento progressivo dai modelli mussoliniani e hitleriani. Oggi sono presenti essenzialmente due linee di tendenza: una destra estrema moderna, "postindustriale", rappresentata al massimo livello dal Front National francese di Le Pen, e un'altra, di vecchio stampo, filofascista e filonazista, di rilevanza ormai gruppuscolare, con scarsa presa sull'elettorato e più forte nell'Europa dell'Est uscita da quasi mezzo secolo di dominio comunista.
Il saggio di Milza (uscito in Francia per la prima volta nel 2002) deve essere letto da parte di chi voglia tenersi aggiornato su un fenomeno che, purtroppo, benché ridotto, è sempre presente in Europa. Fondamentale il capitolo riassuntivo sulla storiografia negazionista.
I difetti del libro si riducono a un eccessivo e forse inevitabile francocentrismo, che fa sì che il capitolo sugli storici negazionisti si concentri su personaggi d'oltralpe come Paul Rassinier e Robert Faurisson, relegando il britannico David Irving quasi a un semplice apologeta di Hitler, e al titolo: l'autore dice nell'introduzione che non si deve parlare di "estrema destra", bensì di "radicalismo di destra". Nonostante ciò, il titolo originale L'Europe en chemise noire viene tradotto usando la parola "estrema". Niente di male, comunque: il saggio di Milza è interessante e ben scritto, anche grazie alla bella traduzione di Marina Litri.
Austria infelix
Canicola (Austria, 2001) di Ulrich Seidl. Con Maria Hofstätter (Hanna, l'autostoppista), Alfred Mrva (il vigilante), Erich Finsches (il vecchio), Gerti Lehner (la domestica del vecchio), Franziska Weiss (Klaudia, la ragazza), Rene Wanko (il fidanzato), Claudia Martini (l'ex moglie), Victor Rathbone (l'ex marito), Christian Baconyi (il massaggiatore), Christine Jirku (l'insegnante), Viktor Henneman (l'amante), Georg Friedrich (l'amico dell'amante).
Dopo Hanecke, l'Austria infelix colpisce ancora. Un film che è un'esperienza terribile sulla convivenza nell'Austria (ma solo nell'Austria?) di oggi, che sembra reggersi sulla meschinità (il vigilante), sul menefreghismo (l'ex moglie), gli scoppi di violenza (l'episodio dell'insegnante e della ragazzina Klaudia) o sulla follia tout court (si veda la povera autostoppista Hanna). Paradossalmente gli unici episodi sereni, se non "felici", sono quelli dell'anziano e della sua domestica ed alcuni squarci dell'episodio della ragazza autistica Hanna, come quando il signore con la macchina decappottabile canta insieme a lei il jingle della pubblicità. Il sesso, in Canicola, è una cosa terrificante, ma non in sé stesso: Seidl lo esibisce, almeno all'inizio, in maniera piuttosto tranquilla, anche attraverso un'orgia. Il problema è che nel prosieguo del film il sesso si trasforma in uno strumento di violenza e sopruso, se non addirittura di vendetta, come testimonia l'episodio abietto della violenza sulla ragazza psicolabile.
La bravura di Seidl consiste nell'aver costruito un film denso di significati che con un montaggio serrato ci trasporta da un episodio all'altro senza forzature e con poche cadute di tono (i segmenti più deboli sono quelli con Klaudia e il fidanzato geloso e manesco), riuscendo in alcuni casi a farci anche ridere e a raccontarci molto di questo paese che sta ritrovando una sua personalità cinematografica, allontanandosi finalmente dallo stereotipo delle Alpi tirolesi e della Principessa Sissi.






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