è una sporca faccenda, avvocato Stewart.
Anatomia di un omicidio (USA, 1959) di Otto Preminger. Con James Stewart (Paul Biegler), Lee Remick (Laura Manion), Ben Gazzara (ten. Frederick Manion), George C. Scott (assistente del procuratore Claude Dancer), Arthur O'Connell (Parnell Emmett McCarthy), Eve Arden (Maida Rutledge), Kathryn Grant (Mary Pilant), Joseph N. Welch (giudice Weaver).
Buon film giudiziario alla Perry Mason, ma con protagonista un avvocato di provincia che dà tutt'altro che l'impressione d'infallibilità. Qualcosa sa di vecchiotto, ma l'impianto tutto sommato regge. Lee Remick sembra Lolita (anche se il film di Kubrick è successivo). Buona anche l'idea di mettere di fronte all'avvocato James Stewart un procuratore distrettuale che non è un'aquila per meglio fa risaltare l'arguzia del primo. Qualche battuta, intelligente, dà però il senso del tempo che è passato sul film e vi ha lasciato qualche segno, come la lunga dissertazione dedicata alle mutandine della protagonista femminile:
Giudice - Mutandine? Non conoscete un altro termine per indicare quell'indumento?
Procuratore - Mah... io ho sempre sentito mia moglie chiamarle così.
Giudice - E lei avvocato?
Avvocato - Io sono scapolo.
Una leggenda americana
Furia selvaggia (USA, 1958) di Arthur Penn. Con Paul Newman (William Bonney, detto Billy The Kid), Lita Milan (Celsa), John Dehner (Pat Garrett), Hurd Hatfield (Moultrie), James Congdon (Charlie
Boudre), James Best (Tom Folliard), Colin Keith-Johnston (Tunstall).
Il primo film di Arthur Penn è un bel western, archetipico rispetto al Pat Garrett & Billy The Kid (1973) di Peckimpah, sebbene più banale in alcune motivazioni (che il sentimento di vendetta di Garrett nei confronti di Billy sia dettato dal fatto che il bandito abbia ucciso un uomo durante le nozze dello sceriffo regge ben poco). Sono state adombrate, per questo film, implicazioni omosessuali, ma a me sembra più forte la ricerca del giovane per una figura paterna che non ha mai avuto; si spiega così l'attaccamento prima per l'anziano allevatore inglese che gli offre un lavoro e poi gli insegna a leggere e poi per il maturo pistolero Pat Garrett. Paul Newman, agli inizi della carriera, dimostra già di essere molto bravo.
Risate irresistibili
I ragazzi irresistibili (USA, 1975) di Herbert Ross. Con Walter Matthau (Willy Clark), George Burns (Al Lewis), Richard Benjamin (Ben Clark), Lee Meredith (l'infermiera nello sketch), Carol DeLuise (la figlia di Al), Rosetta LeNoire (infermiera di Willy), F. Murray Abraham (il meccanico), Howard Hesseman (regista dello spot), Fritz Feld (signor Gilbert, attore al provino).
Parafrasando l'incipit della recensione di Tullio Kezich al film Una strana coppia di suoceri (1979), direi "Dio benedica questi due buffoni, Walter Matthau e George Burns, e benedica anche chi ha loro tirato i fili in I ragazzi irresistibili: lo sceneggiatore (e commediografo) Neil Simon e il regista Herbert Ross". La storia di questi due anziani attori chiamati a recitare insieme ancora una volta dopo la burrascosa separazione che aveva sciolto la coppia undici anni prima è recitata superbamente da due maestri della commedia come il mitico Matthau, appena cinquantacinquenne all'epoca delle riprese, e il bravissimo Burns già quasi ottantenne (per la cronaca è morto nel 1996 a cent'anni compiuti), Premio Oscar per questo film, che sanno rendere strepitoso e perfettamente adatto al mezzo cinematografico il copione scritto da Neil Simon (per lui basterà citare La strana coppia) basandosi su una propria commedia. Non c'è necessità di preparazione alla visione di questo film: basta affidarsi nelle mani di questi due istrioni e ci si sorprenderà a ridere anche fragorosamente alle scoppiettanti battute e alla mimica di due attori in stato di grazia.
Social Distortion - Ball And Chain
Ball And Chain
Well it's been ten years and a thousand tears
And look at the mess I'm in-
A broken nose and a broken heart,
An empty bottle of gin
Well I sit and I pray
In my broken down Chevrolet-
While I'm singin' to myself
There's got to be another way
[Chorus:]
Take away, take away
Take away this ball and chain
I'm lonely and I'm tired
And I can't take any more pain
Take away, take away
Never to return again
Take away, take away
Take away this ball and chain
Well I've searched and I've searched
To find the perfect life-
A brand new car and a brand new suit
I even got me a little wife-
But wherever I have gone
I was sure to find myself there-
You can run all your life
But not go anywhere
[Chorus]
Well I'll pass the bar on the way
To my dingy hotel room-
I spent all my money
Been drinkin' since half past noon-
I'll wake there in the mornin'
Or maybe in the county jail-
Times are hard getting harder
I'm born to lose and destined to fail-
[Chorus]
Trad.: Be' sono passati dieci anni e mille lacrime E guarda in che pasticcio sono - Il naso rotto e il cuore spezzato, Una bottiglia di gin vuota Be' mi siedo e prego Nella mia Chevrolet sfasciata - Mentre canto a me stesso Che ci deve essere un'altra strada. Porta via, porta via Porta via questa palla al piede Sono solo e sono stanco E non potrei sopportare altro dolore Porta via, porta via Porta via Per non farla tornare più Porta via, porta via Porta via Porta via questa palla al piede. Ho cercato e ricercato Per trovare una vita perfetta - Una macchina e un vestito nuovi di zecca Mi sono anche trovato un po' di moglie - Ma dovunque io sia andato Ero sicuro di ritrovarmi là Si può correre per tutta la vita Senza andare in nessun posto. Passerò dal bar sulla strada Verso la mia squallida camera d'albergo - Ho speso tutti i soldi Ho bevuto da mezzogiorno e mezzo - Mi risveglierò là domani mattina Oppure nella prigione locale - I tempi si stanno facendo duri E io sono nato per perdere e destinato a fallire. (trad. mia)
Come perdemmo il west
I compari (USA, 1971) di Robert Altman. Con Warren Beatty ("Peste" McCabe), Julie Christie (Constance Miller), René Auberjonois (Sheehan), Shelley Duvall (Ida Coyle), Michael Murphy (John Walker), John Schluck (Smalley), Bert Remsen (Bart Coyle), Keith Carradine (giovane cowboy), Anthony Holland (Hollander), Maysie Hoy (Maisie).
Un western non convenzionale, un po' lento a prendere l'attenzione dello spettatore, ma via via più interessante con il procedere della vicenda, soprattutto nella storia d'amore, condita d'imbarazzo e vergogna, tra il trafficone e la prostituta. Il protagonista è un antieroe che tiene fede a una leggenda minore del declinante Far West (Peste McCabe e la sua piccola pistola), essendo destinato a cedere il passo all'affarismo spietato delle grandi compagnie minerarie. E questo piccolo antieroe è invece protagonista di uno dei duelli finali più strani e sconcertanti del genere, un finale che non si dimentica facilmente. Uno dei migliori film di Altman nel suo periodo d'oro. Originale e intelligentissima l'idea di affidare la colonna sonora a un cantautore colto e ironico come il canadese Leonard Cohen, autore di uno score altrettanto efficace ma meno retorico di quello di Bob Dylan per Pat Garrett & Billy The Kid, una delle trovate vincenti del film.
Una storiella vera
Una storia vera (USA, 1999) di David Lynch. Con Richard Farnsworth (Alvin Straight), Sissy Spacek (Rose Straight), Everett McGill (Tom), Harry Dean Stanton (Lyle Straight).
Una storia vera, titolo italiano come al solito fuorviante, è un buon film, toccante e fluido, ma secondo me assai poco lynchano. Quanto meno dal punto di vista formale, Una storia vera delude i fan del miglior Lynch, lasciando il sospetto che si tratti di un "prodotto alimentare", realizzato forse per ottenere i mezzi per dare corpo alle fantasie del regista messe in scena con Mulholland Drive (2001). Il film è percorso da una vena di buonismo che fa a pugni con la produzione più classicamente lynchana, e se si deve tributare un plauso alla bravura del vecchio Farnsworth, probabilmente alla sua migliore prova d'attore, ci si rammarica di non trovare il colpo d'ala che ci si aspetta un po' per tutto il film, dopo avere letto tra i credits il responsabile della regia.
Flogging Molly - If I Ever Leave This World Alive
If I Ever Leave This World Alive
If I ever leave this world alive
I'll thank for all the things you did in my life
If I ever leave this world alive
I'll come back down and sit beside your
feet tonight
Wherever I am you'll always be
More than just a memory
If I ever leave this world alive
If I ever leave this world alive
I'll take on all the sadness
That I left behind
If I ever leave this world alive
The madness that you feel will soon subside
So in a word don't shed a tear
I'll be here when it all gets weird
If I ever leave this world alive
So when in doubt just call my name
Just before you go insane
If I ever leave this world
Hey I may never leave this world
But if I ever leave this world alive
She says I'm okay; I'm alright,
Though you have gone from my life
You said that it would,
Now everything should be all right
She says I'm okay; I'm alright,
Though you have gone from my life
You said that it would,
Now everything should be all right
Yeah should be alright
(Dall'album Drunken Lullabies, 2004)
Traduzione: Se mai lascerò vivo questo mondo Ti ringrazierò per tutte le cose che hai fatto nella mia vita Se mai lascerò vivo questo mondo Tornerò a sedermi vicino ai tuoi piedi stanotte Dovunque sono tu sarai Più che un semplice ricordo Se mai lascerò vivo questo mondo. Se mai lascerò vivo questo mondo Mi caricherò tutta la tristezza Che mi sono lasciato alle spalle Se mai lascerò vivo questo mondo La follia che senti si placherà subito E allora, per farla breve, non versare una lacrima Sarò qui quando tutto diventa spaventoso Se mai lascerò vivo questo mondo. Così se hai un dubbio chiama il mio nome Prima di impazzire Se mai lascerò vivo questo mondo Ehi potrei anche non lasciare mai questo mondo Ma se mai lascerò vivo questo mondo Lei dice sto bene, tutto a posto, Anche se te ne sei andata dalla mia vita Dicevi che sarebbe andato, Ora tutto dovrebbe andare bene. Lei dice sto bene, tutto a posto, Anche se te ne sei andata dalla mia vita Dicevi che sarebbe andato, Ora tutto dovrebbe andare bene Già, dovrebbe andare bene. (trad. - per quel che vale - mia)
Nichilisti annichiliti
Sterminate «Gruppo Zero» (Francia, 1974) di Claude Chabrol. Con Fabio Testi (buenaventura Diaz), Mariangela Melato (Veronique Cash), Maurice Garrel (André Epaulard), Michel Aumont (comm. Goemond), Lou Castel (D'Arey), Michel Duchaussoy (Marcel Treuffais), Didier Kaminka (Meyer), André Falcon (il ministro degli interni), Lyle Joyce (ambasciatore Poindexter), Viviane Romance (Madame Gabrielle).
Dopo gli esordi quale alfiere della nouvelle vague, Chabrol si è dedicato alla realizzazione di un cinema medio, che spesso ha rappresentato benissimo certi aspetti poco conosciuti, talvolta intimi talaltra nascosti, della società francese. La sterminata filmografia del cineasta francese oggi settantacinquenne testimonia di una produzione talmente ampia da non poter pensare a una sfilza di capolavori. E infatti nemmeno Sterminate «Gruppo Zero» lo è. Si tratta però di un buon film "d'azione e idee", tratto da un romanzo del compianto scrittore marsigliese (1942-1995) Jean-Patrick Manchette, autore di noir - polizieschi. La storia di un gruppo ideologicamente traballante e organizzativamente scalcinato di anarchici franco spagnoli è però ben narrata, con un andamento sufficientemente secco e antispettacolare che giova anche all'assunto del film. Che in sostanza consiste nella tesi sendo la quale rivoluzione e repressione si somigliano fin troppo, salvo che la seconda è molto più scaltra della prima, rappresentata da ingenui giovanotti un po' invecchiati senza veramente crescere. Questo gioco al massacro, credibile nel delineare una possibile rappresentazione di come potrebbe avere funzionato anche in Italia la strategia della tensione, è moderno soprattutto quando ci dice dell'uso che le due parti contrapposte fanno della televisione e della stampa. Per questo aspetto era indubbiamente un film in anticipo sui tempi, anche se per quanto è accaduto negli ultimi anni (guerre in diretta tv, attentati ai grattacieli in mondovisione, uccisioni di ostaggi davanti a una telecamera ecc.) sembra venire da un'altra era geologica.
Per quanto possa apparire incredibile, mi sembra che Fabio Testi abbia offerto una buona prova d'attore, nerovestito come un anarchico ottocentesco, migliore di una Mariangela Melato volutamente lasciata nell'ombra. Ottimi gli interpreti degli infidi funzionari francesi fascisteggianti e ambigui a seconda delle circostanze. Le scene d'azione sono essenziali e, pur non essendo il terreno preferito di Chabrol, girate quasi alla perfezione.
Gli occhiali da sole e l'ombrello
Carlo Ginzburg, Il giudice e lo storico, Einaudi, 1991, pp. IX-170 € 10,33
Ginzburg, uno dei maggiori storici italiani, lo dice subito: Sofri è uno dei suoi migliori amici e lui non può credere che sia colpevole di avere ordinato l'omicidio del commissario Calabresi (o di chiunque altro). La premessa vale una professione di onestà intellettuale, del resto abbastanza superflua, perché nel libro lo storico si comporta da storico e cioè esamina i documenti e le testimonianze senza badare minimamente a chi sia "l'oggetto del contendere". Gli obiettivi di Ginzburg sono due, uno di metodo e uno di sostanza: il primo è verificare "affinità e divergenze" tra il giudice e lo storico, il secondo è verificare la giustezza del processo Sofri. Nel primo caso, Ginzburg giunge alla conclusione che vi sono molte affinità tra il mestiere del giudice e quello dello storico (l'esame delle fonti, la loro valutazione, la costruzione di una tesi, le argomentazioni per dimostrarla, ecc.), ma vi sono anche alcune differenze sostanziali, con la conseguenza che quando lo storico si comporta da giudice (la storia non si giudica) sbaglia, ma quando il giudice si comporta da storico fa di peggio, perché rischia di condannare degli innocenti. Nel secondo caso lo storico verifica come il processo sia falsato sotto molti punti di vista, primo tra tutti l'attendibilità di Marino che, solo per dirne due, non ricordava il colore della macchina usata durante l'attentato né la via di fuga praticata dopo, proprio lui che sosteneva di essere stato l'autista del commando. In secondo luogo, Ginzburg nota la natura inquisitoriale del processo, che ricorda da vicino i processi medievali alle streghe: il presunto reo confesso preso a unico parametro per decidere della colpevolezza ed innocenza dei correi, anche a costo di smentire i testimoni oculari (che videro una donna, e non Marino, alla guida della macchina del gruppo omicida).
Il giudice e lo storico è un libro per riflettere, ancora una volta, sulle ingiustizie della nostra storia recente, ma grazie alla maestria dell'autore si legge anche come un giallo, del quale si conosce già, purtroppo, il triste epilogo.
Notizia breve
Preannunciata la prima enciclica di papa Ratzinger. Sono note, per ora, soltanto le prime due parole, che, com'è noto, caratterizzano il contenuto della lettera pastorale e le attribuiscono il titolo. Ebbene, le prime due parole latine della prima importantissima enciclica di Ratzinger sono Cazzos Vostros.
Miope perestrojka
La fredda estate del '53 (URSS, 1987) di Aleksandr Proshkin. Con Valeri Priyomikhov (Segei Basargin), Anatoli Papanov (Nikolai I. Kopalych), Viktor Stepanov (Mankov), Zoya Buryak (Shura), Yuri Kuznetsov (Sotov).
Perestrojka kino, direi, se sapessi il russo. Ma non lo so, anche se questo è comunque uno dei più rappresentativi film del cinema dell'epoca della perestrojka gorbacioviana. Ambientato nell'estate dell'anno che aveva visto la morte del piccolo padre Stalin, quando i russi si trovarono spaesati, non riuscendo più a capire se Berija era l'erede naturale del defunto leader oppure un nemico del popolo. La questione non era priva di conseguenze, in un paese nel quale si doveva stare ben attenti a quanto si diceva. La storia del film è ambientata in un villaggetto periferico dove vive poca gente, compreso un paio di esiliati politici, due nemici del popolo, uno dei quali confinato per il semplice fatto di essere stato prigioniero dei tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Al villaggio arriva una pericolosa banda di delinquenti comuni, amnistiati dopo la morte di Stalin (guarda caso, i delinquenti comuni sì, ma i "politici" no), che prendono in ostaggio le autorità e spadroneggiano ammazzando e rubando. Ovviamente gli inetti funzionari del governo non sanno come opporsi (significativo l'episodio del patetico vecchietto in uniforme che detta gli ordini con il megafono), se non fosse per il provvidenziale intervento dei due prigionieri politici. Sono ovvi i riferimenti all'attualità politica (quella del 1987) con l'epoca di Breznev che si chiudeva in favore di quella di Gorbaciov, con la critica, che proprio grazie a Gorbaciov ora si poteva fare, a una burocrazia inefficiente e alla crudeltà delle condanne per coloro che manifestavano anche un blando dissenso politico o un'indebita autonomia di pensiero.
La notte del drive-in
Joe R. Lansdale, La notte del drive-in, Einaudi, 2004, p. 342, € 11,00
Non mi è sembrato un gran libro quello che molti definiscono il capolavoro di Lansdale. In realtà si tratta di due romanzi brevi riuniti sotto un unico titolo, in quanto l'altro la continuazione del primo, che resta, come spesso accade, la parte migliore. La storia di un folto gruppo di persone rimaste intrappolate dentro il più grande drive-in del Texas - e quindi del mondo - procede attraverso le vicende di un'umanità che, messa a dura prova dall'isolamento forzato, dalla mancanza di cibo e dalla continua esposizione al capriccio di un sedicente Re del Popcorn, tira fuori il peggio di sé. L'intera operazione adombra una critica serrata e feroce alla società americana, con i suoi miti del drive-in, del cinema horror (qui i film in cartellone sono La notte dei morti viventi, Non aprite quella porta, La casa, I Dismember Mama e The Toolbox Murders), del pop-corn, della Coca Cola e della violenza. E la prima parte del libro ha anche lampi di vero genio, con un andamento onirico che segue questa disperata umanità rinchiusa in una sorta di lager del divertimento forzato. La seconda parte si perde in un racconto secondo lo schema delle scatole cinesi, ricordando in qualche tratto i passi più stiracchiati di un grandissimo e forse sottovalutato libro che non sembrerebbe avere granché a che fare con questo di Lansdale: il Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki. Il finale, più che pessimistico, sembra una vera e propria aporìa, che potrebbe essere stata indotta dalla lettura intensiva dei testi dell'esistenzialismo fatta da Lansdale, ma che narrativamente non lascia certo una bella impressione.
La traduzione di Vittorio Curtoni e Delio Zinoni mi sembra un punto debole del libro, poiché è piuttosto sciatta nel rendere espressioni idiomatiche angloamericane e in qualche caso contiene sgrammaticature («venirono» invece di vennero mi sembra abbastanza grave). Del tutto inutile il compitino svolto a mo' di postfazione (ma molto più simile a un temino delle scuole medie) di Niccolò Ammaniti. È invece più utile ed incisiva la breve "Nota biografica" di Daniele Brolli, responsabile della collana Stile libero di Einaudi, a conclusione del libro.
Lettera a un bambino saponato
Il segreto di Vera Drake (GB, 2004) di Mike Leigh. Con Imelda Staunton (Vera Drake), Richard Graham (George), Eddie Marsan (Reg), Anna Keaveney (Nellie), Alex Kelly (Ethel), Daniel Mays (Sid), Philip Davis (Stan).
Stupendo film di colui che è oggi, probabilmente, il più grande regista vivente. Mike Leigh è sicuramente il migliore nello scegliere e dirigere gli attori, anche al di là di una trama che più piatta e lineare è difficile immaginare. A parte Imelda Staunton, un'attrice che non ha eguali nel nostro panorama e pochi paragoni nel cinema odierno, basta osservare il fantastico Eddie Marsan, interprete del timido ma positivo Reg, o le espresioni misurate di Richard Graham, attori alieni dalle grandi platee, ma che si sono fatti le ossa - e che ossa - in teatro. Il segreto di Vera Drake è un film che va visto, gustato, direi, e per riassumerne il senso basterebbero alcune espressioni della Staunton (lo stupore al momento dell'arresto, le lacrime al processo) e la frase pronunciata da Reg a proposito dei figli delle famiglie numerose: «se non puoi sfamarli, non puoi nemmeno amarli». Un film ammirevole.
Gli spezzerei anche i braccini
È simpatico ma gli romperei il muso (Francia, 1972) di Claude Sautet. Con Yves Montand (César), Romy Schneider (Rosalie), Sami Frey (David), Bernard Le Coq (Michel), Umberto Orsini (Antoine), Eva Maria Meinecke (Lucie), Isabelle Huppert (Marite); Hervé Sand (Georges).
Questo è uno di quei film che fra molte persone hanno creato la brutta fama di cui gode ancora oggi il cinema francese. Un cinema di papà senza padri nobili dietro la macchina da presa, ma allo stesso tempo truffautiano senza la grazia di Truffaut. Il titolo italiano deriva da una frase pronunciata da uno dei protagonisti di César et Rosalie, ma nessuno dei due è simpatico: in compenso a entrambi si romperebbe volentieri il muso, e anche al regista che li ha messi insieme con una sceneggiatura che è già insipida in partenza e, volendo sottilizzare, non è nemmeno tanto originale. La trama ricorda infatti Jules et Jim, che già non è che fosse quel granché, ma se non altro aveva il pregio dell'originalità. Questo film affronta certi temi, quelli della coppia borghese, con banalità e superficialità, anche se in certi tratti è apprezzabile la macchietta di Montand come "quello che si è fatto da sé", una specie di cumenda padano anni cinquanta da commedia di Sordi. La commediola di Sautet, che comunque saprà riscattarsi da questa operina malriuscita, ha anche accenti antifemministi, nella parte in cui prevede che i due uomini diano ordini perentori a Rosalie ("portami il whisky, fai il caffè..."), la quale da parte sua li accetta piuttosto supinamente. Gli attori sono tutti abbastanza mediocri, anche se si nota, in una particina, una giovanissima Isabelle Huppert in una delle sue prime apparizioni cinematografiche.
Alla ricerca del fratello perduto
L'uomo in più (Italia, 2001) di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo (Tony Pisapia), Andrea Renzi (Antonio Pisapia), Nello Mascia (il Molosso), Ninni Bruschetta (Genny), Angela Goodwin (Franca, la madre di Tony), Enrica Rosso (Elena), Peppe Lanzetta (Salvatore), Marzio Honorato (Tagliaferri), Italo Celoro (Trevisani), Roberto De Francesco (intervistatore televisivo).
Ottimo l'esordio cinematografico di Paolo Sorrentino, l'autore delle Conseguenze dell'amore, con un film di ambientazione napoletana, ma di stile quasi americano, anche se la musa ispiratrice sembra essere il Kieslowski di Destino cieco, a proposito del quale viene spontaneo pensare: altro che Sliding Doors! L'uomo in più ha un inizio folgorante, degno del Kubrick di Full Metal Jacket (altro modello dichiarato per Sorrentino, e per chi non lo sarebbe?), con quell'uomo che chiude una porta e con gesti lenti e studiati prepara la sfuriata che segue. A parte un che di programmatico, lampante nell'omonimia dei due personaggi che si sfiorano soltanto per un attimo nella Napoli del film, L'uomo in più è veramente riuscito, anche grazie a due attori di notevole livello che sanno dare ai rispettivi personaggi gli accenti giusti. Il cantante Tony Pisapia è un misto di Califano e Bongusto, con tanto di problemi giudiziari passati e presenti, ed è un fallito non come cantante ma ancora prima come figlio e come padre, mentre come fratello non ha avuto la possibilità di esprimersi poiché un polpo gli ha portato via il fratello durante un'immersione. E alla fine si assume l'onere di un'adozione postuma dell'altro Antonio Pisapia, il calciatore. Quest'ultimo ha il comportamento, nei riguardi della vita, di un bambino: studia gli schemi con il Subbuteo, risponde sempre la verità alle domande che gli pongono ecc. È un bambino che tenta invano di diventare grande, come dimostra il passaggio negato da calciatore ad allenatore e il suo incontro/scontro con personaggi più o meno negativi che rappresentano, tutti, la figura paterna: l'allenatore Trevisani, il presidente della squadra, il Molosso.
Sorrentino è probabilmente il miglior regista italiano in attività e il capofila di una generazione che non è esplosa con un nuovo Roma città aperta, ma che fa ben sperare per il futuro del nostro cinema. Lo aiutano, in questa sua prima impresa, due attori eccellenti come Toni Servillo (che collaborerà alla seconda opera significativa di Sorrentino, Le coneseguenze dell'amore) e Andrea Renzi, il cui personaggio non può non ricordare la tragica storia di Agostino Di Bartolomei.
Ma quando arriva la parola fine?
Ma quando arrivano le ragazze? (Italia, 2005) di Pupi Avati. Con Paolo Briguglia (Gianca Zanichelli), Claudio Santamaria (Nick Cialfi), Vittoria Puccini (Francesca), Johnny Dorelli (padre di Gianca), Gianni Fantoni (padre di Nick), Augusto Fornari (Marcello), Eliana Miglio (signora Zanini), Enrico Salimbeni (William Maramotti), Alessio Modica (Dedo Maramotti), Selvaggia Quattrini (Gilberta).
Paradossalmente il film più autobiografico di Pupi Avati è anche quello che suona più falso di tutta la sua carriera. La storia, ambientata nel presente, dovrebbe adombrare il rapporto d'amicizia che aveva legato l'allora giovane Avati all'allora giovane Lucio Dalla, musicista jazz di talento. Il film però non coinvolge né dal punto di vista della carriera professionale né da quello sentimentale. I personaggi non sono assolutamente credibili (nonostante la bravura di Santamaria), specialmente i due fratelli Maramotti, riguardo ai quali si deve dire che dopo un po' il tormentone di Dedo sempre nei cessi stufa. Sa di muffa l'idea di abbinare gli eventi della vita dei protagonisti all'avvicinarsi alla Terra delle varie comete, soltanto perché uno dei personaggi (Marcello) oltre che pianista jazz è anche astronomo. L'espediente, poi, della voce narrante fuori campo ha veramente rotto le scatole.
Questo di Avati è un cinema che non dice niente, non emoziona se non il suo ideatore e stupisce anzi che il regista bolognese, autore in passato di opere pregevoli (per me resterà nella storia non fosse altro per La casa dalle finestre che ridono), trovi ancora dei finanziatori per le sue boiatelle carineggianti. A mio parere sono film come questi, inutili, senza nulla di nuovo da dire, che fanno male al cinema italiano d'oggi.
Poliziotto tra demonio e santità
Out Of Time (USA, 2003) di Carl Franklin. Con Denzel Washington (Matthias Lee Whitlock), Eva Mendes (Alex Diaz Whitlock), Sanaa Lathan (Ann Merai Harrison), Dean Cain (Chris Harrison), John Billingsley (Chae), Alex Carter (Cabot).
Thrilleraccio americano che tenta sorprese una dopo l'altra, ma non si perita di inserire luoghi comuni a non finire, che fanno scadere tutta l'operazione. Per prima cosa è risibile il fatto che il poliziotto quasi modello Whitlock si trovi a indagare su un presunto incendio doloso con tanto di vittime che poi si riveleranno fasulle proprio con la ex moglie, della quale è ovviamente ancora innamorato, così come lo è lei di lui. L'intrigo con amanti, falsi medici, imbroglioni, valige di soldi, poliziotti più o meno corrotti, va avanti fino a un finale piuttosto scontato, che lascia perplessi nonostante l'indiscutibile professionismo di Denzel Washington. Eva Mendes, invece, come poliziotta rampante è tutt'altro che credibile.
Aule sonnolente
Aule turbolente (USA, 1988) di Spike Lee. Con Larry Fishburne (Dap), Giancarlo Esposito (Julian), Spike Lee (Mezzapinta), Tisha Campbell (Jane Toussaint), Kyme (Rachel Meadows), Joe Seneca (Preside McPherson), Ossie Davis (allenatore di football), Bill Nunn (Grady).
Chi ha detto che Aule turbolente è un Animal House nero, secondo me, ha preso una grossa cantonata. Il film di Spike Lee non ha l'intento goliardico che aveva il grande film di John Landis. Qui, a parte un buon finale, manca quasi del tutto il divertimento, e le ambizioni "politiche" vanno a farsi benedire in una trama che dice davvero poco. L'ambientazione "all black" poi sa un po' di ghetto, anche se involontario. Ben di meglio saprà fare Lee con il successivo film Fa' la cosa giusta (1989). Questo si può anche dimenticare.
Quando c'erano loro...
Antonio Dipollina, Quando c'era 90° minuto, Sperling & Kupfer Editori, 2005, pp. X-149, € 12,00.
Un bell'omaggio, ironico e affettuoso quanto basta, alla banda Valenti, che animò il tatrino della popolare trasmissione domenicale sul calcio a partire dal 1970, fino all'ingloriosa fine del luglio 2005. Dipollina, valido giornalista di Repubblica, ripercorre le gesta di personaggi che senza grande clamore (e senza grande competenza calcistica) sono entrati nelle case (chi non conosce Luigi Necco o Gianni Vasino?) e perfino nel lessico degli italiani, come nel caso di Tonino Carino, per il quale il trio Solenghi-Marchesini-Lopez inventò una specie di filastrocca che diceva "sono Tonino, sono Carino, sono la gioia di mamma e papà".
Attraverso la storia della creatura di Valenti e Barendson, entrambi ricordati con grande affetto dai corrispondenti dalle varie sedi regionali della RAI, si ripercorre la storia anche del nostro costume, passato dall'immagine tristissima della coppia domenicale che passeggiava con lui che teneva con una mano la radiolina appiccicata all'orecchio e con l'altra la fidanzata dallo sguardo triste, a quella dei bar pieni di giovani e anziani che guardano l'anticipo o il posticipo su Telepiù, e poi a quella del tifoso che da solo si guarda le partite su Sky da solo. Si tratta di un calcio, e forse di un paese, che forse non c'è più. Al garbato teatrino di Paolo Valenti si è sostituito lo sguaiato autoblob di Aldo Biscardi, senza contare le pagliacciate mughiniane, le supermoviole e il telebimbumbam.
A quelli come me resta la nostalgia dei bimbi napoletani che urlavano intorno a Necco, dell'ironia "funerea" di Ferruccio Gard da Verona, delle megacuffie spaziali di Tonino Carino da Ascoli e dell'inarrivabile riporto di Franco Strippoli da Bari o Lecce. Mi resta la nostalgia di quella trasmissione che mi annunciò, mentre avevo l'influenza, che la Juve aveva vinto un campionato con 51 punti, uno più del Torino di Pulici e Claudio Sala, mentre oggi non mi emoziono più di tanto agli strillati successi dei "mascelloni" (definizione di Maurizio Crosetti) di Capello. E mi sorge il dubbio che potrebbe essere la stessa nostalgia che proverei a vedere di nuovo un film come Ringo e Gringo contro tutti: allora avevo dieci anni, oggi quasi quaranta.
Senzamutande
Domenico Mungo, Sensomutanti. L'amore ai tempi del DA.SPO, Tirrenia Stampatori, 2003, pp. 212, € 10,00.
Difficile parlare di Sensomutanti. Di sicuro non è un libro inutile, perché fa capire molte cose. È una specie di "etica dell'ultrà calcistico", scritta con un linguaggio immaginifico, carico di metafore che non si sa dove vogliano andare a parare. È rivelatrice la parte, che c'era ampiamente da immaginarsi, dove viene descritto il modo di comportarsi dell'ultrà di calcio, in particolare dove si dice che le "imprese" di questa gentaglia non dipendono affatto da quanto succede in campo, dove si dimenano ventidue "fighetti" in calzoncini corti.
Personalmente non provo alcuna simpatia per questi squallidi personaggi che partono da casa per andare a menare le mani ogni domenica con dei loro omologhi scelti dalla casualità del computer che compila i calendari dei campionati. E nessuna simpatia provo per il protagonista del libro né per il suo autore, che troppo e con troppa ambiguità vi si identifica. Mungo (Torino, 1971) dimostra in troppi casi di avere le idee confuse e non si capisce se voglia esaltare o compiangere questa umanità disperata che fa a botte indifferentemente con i poliziotti e i tifosi avversari. Poi tira in ballo l'onore e il rispetto, il rispetto per gli ultras del Brescia o dell'Atalanta, che ti picchiano guardandoti negli occhi, mentre tutto il disprezzo va ai gobbi, ai romanisti (fra l'altro acerrimi nemici tra loro) e ai poliziotti infiltrati, i cosiddetti "infami". Rispetto anche per i tifosi milanisti, almeno quelli delle Brigate Rossonere, nonostante si siano macchiati dell'onta di avere "tagliato" con una "lama" il tifoso genoano Spagna. C'è un tale odio nei confronti dei gobbi e dei poliziotti ("il blocco blu"), che a un certo punto mentre manganellano questi poveri ultrà dal cuore d'oro ci si attende che i celerini tirino fuori le sciarpe bianconere. E forse Mungo nemmeno si accorge della contraddizione di cui è vittima quando cita ripetutamente Pasolini, che, sospetto, ancora una volta si schiererebbe dalla parte delle giacche blu, anziché degli invasati con sciarpe variopinte.
Poi questo ultrà della Fiorentina nato per caso a Torino (sponda eventualmente granata, ovviamente), che si riempie la bocca di "anarchia e insurrezionalismo", va a Genova e, con improntitudine pari a quella dei politici che negli anni settanta sostenevano che "la mafia non esiste", sostiene che non esiste il black bloc, che tutta la colpa degli scontri fu degli agenti provocatori della polizia e che Carlo Giuliani, più che "un compagno che sbaglia" fu un eroe dell'anarchismo. Be', a questo punto non resta che arrendersi alla logica di Mungo, non senza notare che il suo libro è scritto maluccio (mai che ti azzecchi una parola straniera, oh!) e, a parer mio, ideologicamente confuso e ambiguo.
L'amore citato nel sottotitolo è praticamente inesistente (salvo un accenno nel finale, quello sì toccante, alla prematura scomparsa del padre), a meno che non si voglia considerare tale una sniffata di coca che un'attrice di film porno fa sul membro in erezione del protagonista in una latrina di una discoteca, all'interno di un capitoletto intitolato appunto "elogio della pornografia".
Sul sito http://www.redledrecords.com/bs_sensomutanti.html si dice che "Gli autori si dissociano da qualunque tipo di esercizio dell'abominio del copyright in nome della libera circolazione delle immagini straziate dal potere, dell'arte sublimata nella coscienza di classe, del sogno edulcorato dal sangue grondante e della inarrestabile forza del senso che muta...". Peccato però che dopo il titolo, a pagina 4, sul libro si trovi un'avvertenza che recita "I diritti di memorizzazione elettronica, di riproduzione totale o parziale con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le copie fotostatiche) sono riservati". Un elogio della coerenza!
Stanno quasi tutti abbastanza benino
Stanno tutti bene (Italia, 1990) di Giuseppe Tornatore. Con Marcello Mastroianni (Matteo Scuro), Salvatore Cascio (Alvaro bambino), Marino Cenna (Canio), Valeria Cavalli (Tosca), Roberto Nobile (Guglielmo), Norma Martelli (Norma), Michèle Morgan (signora sul treno), Leo Gullotta (napoletano pazzo), Antonella Attili (la madre di Matteo), Fabio Iellini (Antonello), Giacomo Civiletti (capostazione), Nicola Di Pinto (portiere d'albergo), Susanna Schemmari (Angela Scuro).
Uno dei film che ha ricevuto, alla sua uscita, le reazioni più contrastanti, dovute soprattutto al fatto che fu l'opera di Tornatore successiva al premio Oscar per Nuovo Cinema Paradiso. Stanno tutti bene - titolo che secondo me deriva da una frase pronunciata dal protagonista del Viaggio a Tokyo (1953) di Ozu - non è un gran film, ma non è nemmeno da bistrattare. Ha una buona idea di partenza, un grande attore che si sacrifica dietro a ingombranti occhiali con lenti a culo di bottiglia, un buon inizio, e qualche felice intuizione qua e là. L'ambizione sociologica naufraga in un manicheismo un po' grossolano, anche perché, in fondo, il fallimento e la delusione sono proprio quelli del protagonista, più che quelli dei suoi figli (eccettuato Alvaro) che hanno delle vite perfettamente normali, come quelle della maggior parte degli italiani. Il messaggio non è poi nemmeno troppo pessimista, perché i nipoti di Matteo sono tutti bravi figlioli, a cominciare da quell'Antonello che ha messo incinta la fidanzatina. Il messaggio finale è quello di non caricare i figli di troppe illusioni che rispecchiano più le ambizioni dei genitori che le reali possibilità delle giovani generazioni in una società comunque difficile. E purtroppo qualche volta c'è bisogno di una piccola bugia, come quella che racconta Matteo alla moglie defunta, e cioè che, appunto, "Stanno tutti bene".
Zerozerobean
Johnny English (GB, 2003) di Peter Howitt. Con Rowan Atkinson (Johnny English), John Malkovich (Pascal Sauvage), Natalie Imbruglia (Lorna Campbell), Tim Piggott-Smith (Pegasus, il capo del servizio segreto), liver Ford Davies (l'arcivescovo di Canterbury).
Un impiegatuccio si ritrova nelle vesti dell'agente segreto britannico incaricato di sventare il diabolico piano di un pazzoide francese che vuole diventare sovrano d'Inghilterra per trasformare l'isola in un immenso carcere a beneficio di tutto il mondo.
Si tratta di una commediola, parodia del genere zerozerosettistico, con l'attore famoso per il suo personaggio di Mr. Bean, abbastanza riuscita se si considera che aveva come obiettivo quello di strappare qualche risata. Esilarante nel finale la scena che coinvolge l'arcivescovo di Canterbury. Funziona la satira sull'attaccamento degli inglesi alla monarchia. Malkovich è sempre un solido professionista, anche se qui sembra in vacanza, mentre la Imbruglia, cantante australiana, se la cava.
Freddo futuro
L'alba del giorno dopo (USA, 2004) di Roland Emmerich. Con Dennis Quaid (Jack Hall), Jake Gyllenhaal (Sam Hall), Emmy Rossum (Laura Chapman), Dash Mihok (Jason Evans), Sela Ward (Lucy Hall), Ian Holm (Terry Rapson), Tamlyn Tomita (Janet Tokada), Kenneth Welsh (vicepresidente Becker), Perry King (presidente Blake).
Un film catastrofico ecologista con un buon impianto fantascientifico (ma chissà poi quanto "fanta") e un trama collaterale piuttosto risibile. Insulse sono soprattutto le vicenede del figlio del protagonista e l'improbabile gruppo di persone che si ritrovano intrappolate nella biblioteca pubblica di New York: a un certo punto Sam e i suoi amici vengono perfino attaccati da un branco di lupi famelici in pieno centro di Manhattan. Appiccicata con lo sputo invece la parte relativa alla moglie dello scienziato, impegnata fino da ultimo in ospedale con un piccolo paziente colpito da una serie innumerevole di gravi malattie e disgrazie. Interessante e un po' ironica la parte che fa vedere i campi profughi pieni di americani che tentano di rifugiarsi in Messico. Il film è fin troppo lungo (ne avrebbe guadagnato se si fosse tenuto qualche minuto sotto le due ore) per ciò che intende raccontare, ma costituisce uno spettacolo che si può guardare.






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