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tagli e ritagli

by sasso67 (28/02/2006 - 22:01)

El abrazo partido - L'abbraccio perduto (Argentina/Francia/Italia/Spagna, 2004) di Daniel Burman. Con Daniel Hendler (Ariel Makaroff), Adriana Aizemberg (Sonia Makaroff), Jorge D'Elìa (Elìas Makaroff), Sergio Boris (Joseph Makaroff), Silvina El abrazo partidoBosco (Rita), Isaac Fajm (Osvaldo), Melina Petriella (Estela), Atilio Pozzobon (Saligani padre), Mónica Cabrera (mamma Saligani), Rosita Londner (nonna di Ariel), Juan Josè Flores Quispe (Ramòn).

Il film è ambientato in un centro commerciale del quartiere ebraico di Buenos Aires e parla di un giovane ebreo trentenne di origine polacca che vuole tornare al paese d'origine della sua famiglia e soffre perché il padre fuggì di casa mentre lui era ancora in fasce.

La costante del film è una serie di tagli, veri - la circoncisione, il braccio mancante di Elìas -  e metaforici, come quello della famiglia Makaroff con la Polonia, quello di Elìas con la famiglia e quello di Ariel con la fidanzata. In questo film argentino piuttosto pessimista i tagli non si ricompongono più e gli abbracci si danno al momento giusto o mai più.

Bravo il giovane protagonista, l'attore uruguayano Daniel Hendler. Troppo caricaturale, secondo me la madre, recitata dall'attrice Adriana Aizemberg.

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Un ciclone in libertà

by sasso67 (26/02/2006 - 17:43)

Io... e il ciclone (USA, 1928) di Charles Reisner. Con Buster Keaton (William Canfield Jr.), Ernest Torrence (William Canfield Sr.), Tom McGuire (John James King), Marion Byron (Marion King), Tom Lewis (Tom Carter, il marinaio), Joe Keaton (il barbiere).

Io... e il cicloneQuesto è, secondo me, checché ne dicano molti (ad es. il solito incorreggibile Mereghetti) un film di Buster Keaton a pieno titolo, sebbene il regista non firmi in prima persona - quanto meno nominalmente - né la regia né la sceneggiatura. È, anzi, probabilmente, l'ultimo film veramente indipendente di Keaton, prima del suo canto del cigno, che è Io... e la scimmia, uscito per la MGM. La storia di questo damerino che torna da Boston per visitare il padre che fa il battelliere su un limaccioso fiume del sud interessa fino a un certo punto, essendo molto più importanti le singole gag, già buone nella prima parte del film (per esempio quella dei cappelli), ma che a un certo punto, nella parte dominata dal ciclone, diventano numerosissime, una concatenata all'altra. E il finale edificante è giustificato dall'elogio di questo omino che meglio degli altri sa adattarsi alle circostanze più avverse, cosa che interpreta al meglio lo spirito americano. Ovviamente è importante anche la guida di un burbero maestro come il padre, parte che sarà più volte interpretata da John Wayne nei western degli anni cinquanta e sessanta. Allo stesso tempo gli elementi della natura colpiscono duramente le costruzioni degli uomini (diverse scene riportano alla mente la casina che ondeggia nella tempesta sull'orlo del burrone nella Febbre dell'oro di Chaplin, che è del 1929), ma sembrano risparmiare questo ometto dal cuore puro che riesce a mettersi in salvo e alla fine a trasformarsi in eroe. Io... e il ciclone assicura qualche bella risata e lascia nella memoria qualche gag magistrale, come quella della facciata che crolla sul protagonista senza neanche toccarlo. Buster Keaton, oltre che grande attore e uomo di spettacolo, era un formidabile stunt man.

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Un jazz liscio

by sasso67 (23/02/2006 - 22:50)

Round Midnight - A mezzanotte circa (Francia, 1986) di Bertrand Tavernier. Con Dexter Gordon (Dale Turner), François Cluzet (Francis Borier), Gabrielle Haker (Berangère), Sandra Reaves-Phillips (Buttercup), Lonette McKee (Darcey Leigh), Christine Pascal (Sylvie).

Un film essenzialmente per gli appassionati di musica jazz, e in particolare per i fan del be bop. Il problema di questo tipo di film è che non sempre si capisce l'importanza che certi artisti hanno avuto nel loro campo, come accadde per la biografia di Charlie Parker in Bird di Clint Eastwood. Più o meno la stessa solfa è, secondo me, anche nel caso di questo film di Bertrand Tavernier, a mio parere il miglio regista francese dopo la scomparsa di Truffaut. Nonostante l'esaltazione che qualche critico, forse abituato alle ciofeche che venivano prodotte intorno alla metà degli anni ottanta, ha tributato a Round Midnight, mi sembra un film senza infamia e senza lode.

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Vizi privati e pubblici uffici

by sasso67 (22/02/2006 - 20:01)

Le miserie del signor Travet (Italia, 1945) di Mario Soldati. Con Carlo Campanini (Ignazio Travet), Vera Carmi (Rosa Travet), Gino Cervi (commendator Carlo Battilocchio), Luigi Pavese (il caposezione), Gianni Agus (Velan), Mario Siletti (Moton), Michele Malaspina (Rusca), Domenica Gambino (Monsù Giachetta), Alberto Sordi (Camillo Barbarotti), Carlo Mazzarella (il notaio Paglieri), Paola Veneroni (Marianin Travet), Pierluigi Veraldo (Carluccio Travet).

Cinema d'altri tempi, soggetto d'altri tempi, anche attori d'altri tempi. Le miserie del signor Travet, infatti, è tratto da una commedia teatrale minore dell'ottocento (di Vittorio Bersezio), ambientata nel breve periodo in cui Torino fu capitale d'Italia. Certe dinamiche d'ufficio, però, sono esattamente quelle di oggi, come posso testimoniare personalmente, anche se qui molte situazioni sono caricate all'eccesso, a beneficio dello spettatore teatrale prima e cinematografico poi. Sfrondata della mediocre storia d'amore tra Marianin Travet e Paolo, figlio di un fornaio, contornata dall'esosa presenza del Camillo Barbarotti interpretato da un giovane Alberto Sordi, la vicenda dell'impiegatuccio Ignazio Travet (nome divenuto ormai sinonimo dell'umile impiegato soffocato dalle pratiche in ufficio, a fronte del basso stipendio) è pienamente convincente e credibile, seppure virata da Soldati soprattutto sull'aspetto comico, anche grazie a un gruppo di attori che il nostro cinema d'oggi si può soltanto sognare. Tra questi spiccano Carlo Campanini (in altre occasioni indimenticata spalla di Totò), Gino Cervi (sempre e comunque bravissimo), Luigi Pavese (secondo me il migliore di tutti, nella parte dell'untuoso e presuntuoso capo sezione) e Gianni Agus, cattivo come ai tempi del capufficio di Fracchia.

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Citizen Murdoch

by sasso67 (20/02/2006 - 20:33)

Outfoxed (USA, 2004) di Robert Greenwald. Con Rupert Murdoch, Bill O'Reilly, Roger Ailes (sé stessi).

OutfoxedUn altro bel documentario americano, questa volta di denuncia delle televisioni di Rupert Murdoch e in particolare sul canale Fox News, completamente asservito, se non in rapporto organico, con la destra americana più conservatrice e retriva, quella di Bush jr. (del quale influenzò pesantemente la prima elezione, quella del pasticcio in Florida, ad urne ancora aperte), Cheney e Condoleezza Rice, quella, in sostanza, che governa il mondo. E il peggio è che, al contrario del teatrino fediano su Retequattro, questo si spaccia per un giornalismo onesto ed equidistante. In realtà le persone che parlano durante il documentario - quasi tutti ex dipendenti o collaboratori di Fox News - affermano che quello del canale di Murdoch non ha niente a che vedere con il giornalismo. Anzi, per come lo descrivono, sembra una resipiscenza delle veline del ventennio fascista.

Imperdibile la sequenza che riporta la puntata nella quale Bill O'Reilly, anchorman di Fox News, ospitò il giovane figlio di una vittima degli attentati dell'11 settembre 2001, il quale aveva firmato un appello contro la guerra in Iraq. La parola più usata dal "giornalista" (rispetto al quale Giuliano Ferrara è un esempio di moderazione ed equilibrio)? "Shut up!", cioè "taci!". Un documento assolutamente da vedere.

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Morte accidentale in vhs

by sasso67 (19/02/2006 - 12:08)

Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo. Regia di Dario Fo. Con Dario Fo (il Matto), Claudio Bisio (commissario Defenestra), Renato Carpentieri (il Questore), Secondo De Giorgi De Giorgi, Bisio e Fo(commissario Bertozzo), Mario Ficarazzo (l'appuntato), Chicca Minini (Maria Feletti, la giornalista).

Si tratta della VHS in vendita con L'Unità dello spettacolo teatrale messo in scena dalla compagnia di Dario Fo nel 1987. La scenografia è ridotta al minimo, così come i costumi degli attori, ma la resa del testo ormai storico di Fo è ugualmente notevole, grazie soprattutto al ben noto istrionismo dell'autore/attore, che prima della rappresentazione introduce il lavoro con accenni ai fatti che generarono questa farsa (notevoli le frecciate nei confronti del Presidente Saragat) e molti riferimenti all'attualità politica (Craxi, Pillitteri, Tognoli...). Buona la compagnia, con attori che anche in seguito avrebbero dimostrato la propria bravura e versatilità (Carpentieri e Bisio in particolare). Una critica per la videocassetta, che un paio di volte presenta per la seconda volta scene già viste: questo difetto avrebbe dovuto essere corretto prima di mandare il nastro in edicola. Da vedere, almeno per chi non ha letto il testo teatrale.

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In vino veritas?

by sasso67 (19/02/2006 - 10:48)

Mondovino (Argentina/Francia/Italia/USA, 2004) di Jonathan Nossiter. Con Michel Rolland, Robert Parker, Michael Broadbent, Bona Frescobaldi, Piero Antinori, Vittorio Antinori, Battista Columbu, Hubert de Montille, Aimé Guibert, James Suckling, Robert Mondavi, Michael Mondavi, Tim Mondavi, Salvatore Ferragamo (sé stessi).

MondovinoUn documentario sul vino e sulla sua globalizzazione. Lo stile del docu-film è quello di Michael Moore, anche se la confezione è molto meno curata, oppure quello di inchieste televisive modello Report. Il tema è di grande attualità, ossia il vino, un prodotto di cui ormai non si può fare a meno di parlare per essere "in". Ma anche un prodotto sul quale si sono gettati avventurieri senza scrupoli al puro e semplice scopo di fare soldi, cancellando spesso secoli di tradizioni (un esempio: ormai anche da noi in Toscana si parla di barrique, termine praticamente sconosciuto fino a non più di vent'anni fa). Meno cattivo del collega Michael Moore, Nossiter fa parlare tutti e non dà giudizi espliciti sui suoi interlocutori, però si sbaglia chi, come Morandini, sostiene che l'atteggiamento del regista sia improntato solo al politicamente corretto, preludendo ciò a una certa ambiguità di fondo su quanto rappresenta. Lo spettatore avveduto capisce con nettezza da che parte stia la simpatia di Nossiter, che fa parlare molto personaggi quali Rolland e Parker, le cui enunciazioni nascondono una verità di fondo, cioè che con il vino si possono fare i miliardi (cosa che loro hanno fatto alla grande). Fra l'altro Rolland è mostrato più volte nell'atto di sputare il vino, nonché di consigliare ai propri clienti (che spaziano dall'Europa al Sud America, agli USA fino all'India e al Sudafrica) la "micro ossigneazione" del vino. E qualsiasi cosa sia quest'ultimo procedimento, dev'essere qualcosa che poco ha a che vedere con una genuina produzione. Non fanno miglior figura i nobili toscani intervistati da Nossiter, i marchesi Antinori e Frescobaldi, volenti o nolenti soci dei grossisti americani Mondavi, mentre il regista guarda con maggior simpatia e rispetto a coloro che difendono l'originalità e la diversità dei vini, a dispetto della loro uniformazione ad un gusto ormai davvero globalizzato, grazie a personaggi come Rolland e Parker. Non per caso la conclusione del film è lasciata al piccolo produttore sardo Columbu, difensore di un'arte della vinificazione ormai messa all'angolo dai dollari delle multinazionali. Chi mai potrebbe provare simpatia per gli imbalsamati Mondavi anziché per Mr. Broadbent, capo della sezione vini della casa d'aste Christie's, il quale afferma di preferire dei vini normali ma con una loro specificità ai vini a cinque stelle dal gusto sempre uguale? O chi potrebbe provare simpatia per il giovane Montillé, che tratta gli operai come pezze da piedi, anziché per suo padre Hubert, che parla del vino con le lacrime agli occhi? Oppure come si potrebbe non provare simpatia per i due giovani cantinieri volterrani che fanno notare come l'Ornellaia sia passato da una valutazione di circa 75.000 lire a 110 euro la bottiglia proprio nell'anno in cui l'azienda bolgherese è stata rilevata dai Mondavi o per l'agricoltore argentino che nella sua povertà offre in regalo due bottiglie di vino all'autore e alla sua cameraman, anziché per lo stilista Ferragamo e il suo amico critico Suckling, che vendono il "sogno toscano" all'estero e parlano bene di Berlusconi?

Mondovino, lungi dall'essere politicamente corretto, è una requisitoria appassionata su dove stia andando il mondo: non a caso le interviste fiorentine si sono svolte durante i giorni del Social Forum, mentre su Firenze ronzavano gli elicotteri della polizia e i titolari degli eleganti negozi sprangavano le vetrine con pannelli antisfondamento.

«Mondovino è un film politico, a volte troppo, e questo è al tempo stesso il suo maggior pregio e il suo maggior difetto.» (Federico Gironi)

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Mamma, li turchi!

by sasso67 (18/02/2006 - 22:08)

Cuore sacro (Italia, 2005) di Ferzan Ozpetek. Con Barbora Bobulova (Irene), Lisa Gastoni (Eleonora), Massimo Poggio (padre Carras), Andrea Di Stefano (Giancarlo), Camille Dugay Comencini (Benny), Luigi Angelillo (Aurelio), Erika Blanc (Maria Clara), Caterina Vertova (Angela), Stefano Cuore sacroSantospago (Giorgio), Michela Cescon (Anna Maria), Elisabetta Pozzi (la psichiatra), Stefania Spugnini (Liliana).

Un film recitato bene, ma progettato malissimo. Il discorso non torna, ci sono buchi di sceneggiatura, passaggi arbitrari, la tesi è confusa e comunque prende il sopravvento sulla psicologia dei personaggi. La protagonista non si capisce se sia un moderno San Francesco o una capitalista in crisi mistica. Cuore sacro è il trionfo del politicamente corretto in una parabola che non avrebbe richiesto si essere tradotta in film. La bravissima Barbora Bobulova non è credibile nella parte della top manager rampante, né lo è Massimo Poggio in quella di un prete (padre Carras, come il prete dell'Esorcista!) da rivista patinata. Le citazioni sono quasi tutte piuttosto ridicole, a partire da una pseudo rappresentazione della Pietà di Michelangelo. Le parti migliori sono quelle che vedono la presenza della bambina Benny, che, pur con le forzature imposte dal regista, porta una ventata di vitalità in un film tutto sommato funereo. Da dimenticare gli inserti che pretenderebbero di essere umoristici, come quelli che coinvolgono la cassiera del supermercato. Se Ozpetek è uno dei migliori registi italiani (pur essendo turco), povero cinema italiano.

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Il comico del villaggio (globale)

by sasso67 (18/02/2006 - 17:11)

Calderoli s'è dimesso, accompagnando il proprio gesto con la battuta (involontariamente) più comica dell'anno: «mi dimetto per senso di responsabilità». Dopo una serie inimmaginabile di gesti irresponsabili da parte di un ministro, quali forse non se ne ricordavano quanto meno dal 10 giugno del 1940, ora viene fuori che si è dimesso per senso di responsabilità. Verso chi? Se le parole avessero un senso, Calderoli dovrebbe essere costretto a spiegare quella che, detta così, non può che essere considerata come l'ennesima boutade. Il fatto che l'Italia si sia finalmente (ma ahimè quanto tardi) liberata di un siffatto ministro è sicuramente un fatto positivo e una delle poche notizie benaccette di questo inizio del 2006, ma toglie un po' a tutti la soddisfazione che sarebbe dovuta essere la giusta conclusione di questa squallida e triste vicenda, ossia la cacciata di Calderoli dal governo non grazie alle sue dimissioni, ma a calci nel culo.

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Pranzi indigesti

by sasso67 (14/02/2006 - 20:43)

Vatel (Francia/GB/Belgio, 2000) di Roland Joffé. Con Gérard Depardieu (François Vatel), Uma Thurman Roth e Depardieu(Anne de Montausier), Tim Roth (Marchese di Lauzun), Timothy Spall (Gourville), Julian Glover (Principe di Condé), Julian Sands (Luigi XIV), Murray Lachlan Young (Filippo d'Orleans, Monsieur), Richard Griffiths (Dott. Bourdelot), Arielle Dombasle (Principessa di Condé).

Grande e costosissima bomboniera dentro la quale c'è poco o niente. Pachidermico spreco di mezzi e di grandi attori (anche i migliori, come Depardieu e Roth, ci si domanda cosa ci stiano a fare), per un risultato del quale non si può non domandarsi che senso abbia. Un film che mi ha fatto tornare alla mente la famosa frase di Forlani "potrei parlare per ore senza dire niente". Vatel ne è la trasposizione cinematografica. Uma Thurman, qui, è veramente un pesce fuor d'acqua: lontani i tempi delle Relazioni pericolose.

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c'era la neve

by sasso67 (14/02/2006 - 20:31)

La mia legge (Francia, 1973) di Jean Chapot. Con Alain Delon (giudice Pierre Larcher), Simone Signoret (Rose), Paul Crauchet (Pierre), Bernard Le Coq (Paul), Pierre Rousseau (Louis), Miou-Miou (Monique), Jean Bouise (il giornalista), Renato Salvatori (l'albergatore), Christian Barbier (l'ufficiale della gendarmeria).

La mia legge è soprattutto una grande prova d'attrice di Simone Signoret, che a 52 anni ne dimostrava venti di più, ma dimostrava anche di essere ancora una straordinaria attrice. Non altrettanto si può dire di Delon, non molto credibile nella parte di questo giudice cittadino, ritrovatosi in una realtà ancestrale che stenta a comprendere. Nonostante ciò, anche il bello del cinema francese ha un paio di espressioni credibili. La trama gialla è soltanto un pretesto per uno sguardo chabroliano (viene in mente almeno Il tagliagole) sulla famiglia francese, che la società della televisione e dell'automobile (il cavallo viaggia nella neve, la macchina no) sta disgregando. Chabrol, però, questo tipo di film lo sa fare meglio. Un risultato sufficiente, ma non soddisfacente.

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La neve di San Pietro

by sasso67 (14/02/2006 - 11:21)

Leo Perutz, La neve di San Pietro, Fazi, 1998, pp. XX-184, € 7,23

La neve di San Pietro uscì in Germania nel 1933, quando ormai il nazismo era al potere, per cui godette di scarsissima fortuna: ebreo l'autore, per di più di origine ceca (Perutz era nato a Praga nel 1882), di proprietà ebraica e di origine ungherese la casa editrice (la Zsolnay) che lo editò. Perutz fu un irregolare della letteratura, specialmente se si considera quella specie di monolito che è stata la letteratura tedesca, pur nelle diverse componenti che hanno contribuito a renderla grande. Perutz faceva parte di una generazione praghese, anche se quegli autori furono diversissimi tra loro, che comprese Kafka e Havel, entrambi nati nella capitale boema nel 1883. Il suo maestro si può però considerare Gustav Meyrink (1868-1932), viennese di nascita ma praghese d'adozione, autore del romanzo Il Golem, la cui scrittura somiglia da vicino a quella di Perutz (per la cronaca, secondo me Il Golem è un buon romanzo, a tratti un po' noioso, ma con un incipit folgorante).

La neve di San Pietro si può leggere quasi come una storia del mistero, con questo protagonista che si trova inspiegabilmente ricoverato in un ospedale con una ferita d'arma da fuoco a un braccio, senza riuscire a ricordare come sia successo che sia finito lì. Piano piano, come in un procedimento psicanalitico, oppure come ripercorrendo aLeo Perutz ritroso le onde di un sogno, Amberg riesce a ricordare i giorni che hanno preceduto l'evento tragico. Il tutto si svolge in un'atmosfera da incubo, oppure da sogno, e per la verità, come dice il protagonista, "ciò che possediamo nel sogno non ci può essere tolto da nessun mondo di nemici". Forse per questo, Amberg alla fine preferirà pensare di avere davvero sognato gli avvenimenti di cui è stato attore, nonostante l'evidenza del foro di proiettile.

Nella Neve di San Pietro c'è una critica, chissà quanto velata, del bolscevismo che stava infiammando l'Europa a seguito della rivoluzione russa, tanto che, parafrasando Marx, si potrebbe mettere in bocca a Perutz (licenza mia) la frase secondo cui il comunismo è l'oppio dei popoli. Ovviamente questo i nazisti non lo capirono nemmeno lontanamente, nel loro ottuso perseguire un mondo senza ebrei, e preferirono caso mai condannare il libro (sempre ammesso, e non concesso, che lo avessero letto) per quegli accenni che considerano folle il ritorno ad un impero pangermanico fondato sulla casata degli Hohenstaufen. Sfrondato del barocchismo che aveva caratterizzato la scrittura meyrinkiana, La neve di San Pietro è un buon libro, che comunque non raggiunge le vette di quello che secondo me resta il capolavoro di Perutz, Di notte sotto il ponte di pietra, meritoriamente edito da diversi anni da e/o. Notevole ed interessantissima, nell'edizione di Fazi, l'introduzione all'autore di Marino Freschi.

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I fratelli barriera

by sasso67 (11/02/2006 - 20:45)

Uomini semplici (USA, 1992) di Hal Hartley. Con Robert John Burke (Bill McCabe), Bill Sage Uomini semplici(Dennis McCabe), Karen Sillas (Kate), Elina Löwensohn (Elina), Martin Donovan (Martin).

Il film parla del "falso movimento" di due fratelli che vanno alla ricerca del padre, un anziano ex campione di baseball, oggi anarchico rivoluzionario trombone e sorpassato. I dialoghi, troppo verbosi per attirare l'intelligenza dello spettatore, sembrano rifarsi, in alcuni momenti, al teatro dell'assurdo di Ionesco (forse per questo una delle due ragazze è romena?). Il cinema intellettualistico di Hartley, però, alla lunga stanca e si rimpiange che un indubitabile talento non abbia in realtà niente da raccontare. Gli attori non sono granché e la musica rock è usata un po' troppo come riempitivo.

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Italoamericani sul tetto

by sasso67 (11/02/2006 - 19:42)

Mac (USA, 1992) di John Turturro. Con John Turturro (Niccolò "Mac" Vitelli), Michael Badalucco (Vico Vitelli), Carl Capotorto (Bruno Vitelli), Katherine Borowitz (moglie di Mac), Ellen Barkin (Oona Goldfarb), Olek Krupa (Polowski), John Amos (Nat), Joe Paparone (Papa), Nicholas Turturro (Tony Gloves).

MacL'esordio registico di John Turturro è un buon film dedicato alla memoria di suo padre, raffigurato nel protagonista Mac. L'ambiente italoamericano è particolarmente congeniale a Turturro regista, il quale rifugge però alle rievocazioni epiche delle saghe mafiose alla Coppola e alla Scorsese e realizza piuttosto un affettuoso omaggio a una generazione di italoamericani che hanno contribuito, insieme agli amati e odiati irlandesi e polacchi, a costruire l'America, anche versando il proprio sangue sui campi di battaglia della seconda guerra mondiale (proprio contro l'Italia fascista) o sulle impalcature da muratori.

Ovviamente il film è più sentito che riuscito e non raggiunge l'armonico risultato che è riuscito, abbastanza miracolosamente, al De Niro di Bronx, in equilibrio tra l'ispirazione di Turturro e quella dei maestri italoamericani sopra citati. Però Mac è un'opera importante, che ricorda la scrittura di un altro grande italoamericano che parla della stessa umanità umile e dignitosa, John Fante.

Turturro sovrasta tutti gli altri interpreti con la propria bravura.

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Il dito e il katana

by sasso67 (06/02/2006 - 19:52)

Yakuza (USA, 1975) di Sydney Pollack. Con Robert Mitchum (Harry Kilmer), Ken Takakura (Ken Tanaka), Brian Keith (George Tanner), Herb Edelman (Oliver Wheat), Richard Jordan (Dusty), Keiko Kishi (Eiko Tanaka), Eiji Okada (Toshiro Tono), James Shigeta (Goro), Christina Kokubo (Hanako).

Robert MItchum in Buon film di Pollack, il cui miglior lavoro resta Corvo rosso non avrai il mio scalpo! (1972). Yakuza è un film sull'amicizia al di là di tutto e di tutti, ed anche sull'onore, che comunque non sia ottuso e fine a sé stesso, benché comporti sacrifici doloris fino all'inverosimile. Ma è anche un film sul Giappone, del quale trent'anni fa non si sapeva moltissimo, ben prima dei primi mignoli tagliati nei film di Kitano. Il Giappone di Yakuza è un paese ambiguo e misterioso, come dimostrano le prime scene, che fanno vedere come convivano un'anima ipermoderna e tecnologizzata e un'anima tradizionale, impersonata dal kimono indossato da Eiko e dai katana della collezione di Oliver. E soprattutto è un paese vischioso, dal quale è difficile uscire indenni, come se gli americani, con la vittoria nella seconda guerra mondiale e le tragedie di Hiroshima e Nagasaki si portassero dietro il fardello della colpa di essersi intromessi (come ha fatto Harry tra Eiko e Ken) con prepotenza in un groviglio inestricabile di tradizioni ancestrali millenarie. Ciò che, all'epoca, stava accadendo in Viet Nam.

Con qualche caduta di tono degna di un Sayonara scanzonato da epoca del riflusso, Yakuza è uno spettacolo che vale la pena di essere visto, e perfino Robert Mitchum, che all'inizio sembra un pesce fuor d'acqua, ha le sue chance per dimostrare di avere ancora qualche freccia al proprio arco d'attore. E questo nonostante un doppiaggio assurdo che gli affibbia la voce nasale di Renzo Palmer (almeno credo), qui probabilmente anche con il raffreddore. Molto bravi quasi tutti i giapponesi, e in particolare Ken Takakura.

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Anacoluto

by sasso67 (06/02/2006 - 00:10)

a|na|co|lù|to
s.m.
TS gramm., costruzione sintattica in cui all’elemento che inizia la frase non segue un elemento concordato con esso in modo corretto (ad es. il suo discorso sono tutte invenzioni) [quadro 12]
(dal sito www.demauroparavia.it)

L'anacoluto è la figura retorica in cui non è rispettata, volutamente, la coerenza tra le varie parti della frase.

Diffuso anche nel linguaggio comune, nell'anacoluto il costrutto sintattico è privo di coerenza e di accordo logico-grammaticale tra gli elementi dello stesso periodo.

Alcuni esempi:

  • di Alessandro Manzoni: "Quelli che muoiono, bisogna pregare Iddio per loro"
  • dal Vangelo di Matteo: "Qui habet, dabitur illi" (traduzione: "chi ha, a lui sarà dato")
  • di Niccolò Machiavelli: "mi pasco di quel cibo, che solum è mio, et che io nacqui per lui"

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Donnarumma all'assalto

by sasso67 (05/02/2006 - 21:07)

Ottiero Ottieri, Donnarumma all'assalto, Garzanti, 2004, pp. X-256, € 8,00.

È un romanzo-reportage scritto negli anni cinquanta, in anticipo sui tempi, che vedranno fiorire questo tipo di letteratura soltanto una decina d'anni dopo. Si tratta della narrazione relativa all'esperienza del protagonista, psicologo al servizio di una grande industria, la Olivetti, che impianta uno stabilimento al sud d'Italia. Ma non è soltanto questo, perché l'autore utilizza la materia e la reinterpreta alla luce della propria sensibilità, un po' sbalestrata tra questo sviluppo industriale "dal volto umano" e la tradizione secolare del Meridione, con i suoi riti ancestrali di diffidenza e ritrosia, ma anche di aggressività e arroganza. Figlio di quest'ultimo modo di vita è proprio l'eponimo Donnarumma, che entra in scena solo a metà del romanzo e con il suo sguardo ottuso e determinato, incassato in un testone dalla capigliatura cinghialesca, sconvolge il tran tran del protagonista e dei suoi collaboratori. Donnarumma all'assalto è un libro da leggere per pensare e riflettere, anche perché sembra scritto ieri, e perché sembra un precursore bonario del Fantozzi di Villaggio. Non c'è solo Donnarumma, infatti, a chiedere di "faticare", ma un'intera umanità prodotta dal nostro meridione (la città del libro si chiama Santa Maria, ma è Pozzuoli), di cui fanno parte quelli come Accettura, che per attirare l'attenzione si butta sotto la macchina del direttore, e quei tanti, troppi, che pur di entrare a lavorare nello stabilimento si dichiarano disposti a pulire i gabinetti.

In certe parti questo libro mi ha ricordato quando un tizio, i primi tempi che lavoravo in comune, che dichiarava di abitare in via "Nino Bizzio", continuava a chiamarmi dottore, dottore... Alle mie proteste sul fatto che dottore non sono, rispose «Mah, lei è dall'altra parte della scrivania: qualcosa più di me sarà...».

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Morte nella valle della morte

by sasso67 (04/02/2006 - 21:16)

Zabriskie Point (USA, 1970) di Michelangelo Antonioni. Con Mark Frechette (Mark), Daria Zabriskie PointHalprin (Daria), Rod Taylor (Lee Allen), G.D. Spradlin (socio di Lee).

Figurativamente eccezionale, anche per merito del direttore della fotografia Alfio Contini, il film ha diverse lacune dal punto di vista ideologico, tanto che quasi nessuno, forse nemmeno lo stesso Antonioni, ci ha capito qualcosa. E questa ambiguità ideologica si riflette purtroppo in una serie di incongruenze anche narrative, che inficiano la riuscita complessiva. Però Zabriskie Point è un film da vedere, anche soltanto per la scena finale dell'esplosione ripresa da diciassette punti di vista diversi. Sottolineata dalla musica psichedelica dei Pink Floyd, la scena è una delle più famose ed anche emblematiche del cinema degli anni settanta. Buona tutta la colonna sonora. Un film più famoso che bello.

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Frusta più forte, non capisco!

by sasso67 (04/02/2006 - 17:26)

RomanceRomance (Francia, 1999) di Catherine Breillat. Con Caroline Ducey (Marie), Sagamore Stévenin (Paul), François Bérleand (Robert), Rocco Siffredi (Paolo).

Bisogna davvero volersi molto male per andare al cinema a vedere film come questo. Verboso e noioso come soltanto il peggior cinema francese sa essere, il film non interessa né dal lato psicologico né, tanto meno, da quello erotico. La protagonista è anonima e insignificante al di là delle intenzioni della regista, e così pure il suo fidanzato. La presenza di Rocco Siffredi, alter ego taurino del boy friend (l'uno si chiama Paul, l'altro Paolo) è inutile e assurda, quasi surrealista. Ignominia eterna sui critici che ne magnificarono le doti interpretative. I dialoghi sono di un'idiozia difficilmente riscontrabile altrove. Zero tagliato.

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Le vignette sataniche

by sasso67 (04/02/2006 - 15:54)

Siamo a un nuovo caso Salman Rushdie? Se sì, la cosa è ancora più grave e preoccupante di quella che coinvolse più di quindici anni fa l'autore dei Versetti satanici, che da allora è costretto a vivere sotto protezione della polizia britannica. Oggi la cosa non coinvolge più una singola persona, ma un'indistinta massa di "europei" più o meno cristiani, definiti spesso, e sempre a torto, crociati. Le "vignette sataniche" hanno dunque provocato una nuova condanna da parte dei fondamentalisti - e non solo - di religione islamica. La nuova fatwa riguarda infatti tutti gli europei, in particolare gli scandinavi e i tedeschi, rei di non avere preso abbastanza le distanze da chi ha pubblicato le ormai famose vignette, che, tra parentesi, fanno anche poco ridere, e sarebbero passate inosservate senza tutta questa pubblicità gratuita fatta loro dalle prese di posizione dei musulmani.

La cosa strana, e forse anche inquietante, è che gli "attaccanti" islamici hanno trovato insospettabili alleati nell'America di Bush, nell'Italia berlusconiana (v. la pronta presa di posizionedel Ministro degli Interni Pisanu) e perfino in qualche cantore - rigorosamente di sinistra e politicamente corretto - della superiorità della civiltà islamica sulla nostra (argomento quanto mai ozioso, ma del quale ho trovato ampie tracce proprio in rete). Questi ultimi defensores islamicae fidei sono stati colpiti, ormai in maniera conclamata, dalla "sindrome di Bulletta"¹. Dalla parte opposta, accanto a quelli sospettamente interessati, come i leghisti Borghezio e Calderoli, ci sono quei pochi, come me, che difendono la satira e il diritto ad essa sempre e comunque, che sia sul papa, su Gesù o su Maometto.

¹ Sindrome di Bulletta: particolare stato d'animo che colpisce coloro che, per paura di essere accusati di parzialità verso i propri amici, danno ragione o comunque favoriscono la parte avversa. Bulletta è un appassionato di sport che, quando arbitrava le partite amichevoli del Montescudaio con altre squadre, favoriva sempre smaccatamente queste ultime, per il timore di essere accusato di favorire la squadra ddel proprio paese.

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Breve elogio di Mimmi

by sasso67 (04/02/2006 - 15:38)

Mimmi GunnarssonMimmi Gunnarsson è un'affascinante annunciatrice svedese delle previsioni meteorologiche di Sky. Nonostante il mio plurisecolare disinteresse per le previsioni del tempo, che pure costituiscono un (noiosissimo) argomento di conversazione, non riesco a non guardarle quando in video c'è lei, con il suo eloquio veloce e semicomprensibile, e con la sua figura snella e affilata. Non si riesce sempre a capire che tempo farà, tanto che la settimana scorsa sono uscito in maglietta a maniche corte durante i giorni della merla, ma Mimmi, che oltre che bella sprizza anche simpatia da tutti i pori, è assolutamente irresistibile.

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Archivio Febbraio 2006