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Archivio Marzo 2006

Il centrocampista sarà assassinato verso sera

by sasso67 (29/03/2006 - 19:37)

Carlo Petrini, Il calciatore suicidato, Kaos, 2001, pp. 148 ill., € 13,43.

Quella di Donato Bergamini è una morte sulla quale soltanto due cose sono certe: che non si è suicidato e che non si saprà mai la verità. Tutto il resto è un'orrenda accozzaglia di menzogne a cui soltanto delle autorità poco attente, se non peggio, hanno potuto prestare fede. Bergamini morì a ventisette anni il 18 novembre 1989. Era un calciatore del Cosenza che all'epoca militava in serie B. Il suo corpo fu trovato sull'asfalto di una strada che congiunge la Calabria alla Puglia, sdraiato nelle vicinanze di un camion sotto il quale, a sentire la testimonianza di una "ex quasi fidanzata", tale Isabella I., si sarebbe buttato volontariamente. In realtà la storiella messa lì per evitare che si compiessero indagini accurate faceva acqua da tutte le parti, a comincuare dalle dichiarazioni dei due "testimoni", cioè la suddetta Isabella e il camionista che avrebbe investito il giovane. Per non parlare degli accertamenti dei Carabinieri, delle perizie d'ufficio, delle indagine dell'autorità giudiziaria e dell'omertà dei dirigenti del Cosenza Calcio e dei compagni di squadra.

Carlo Petrini, già autore di un'autobiografia di denuncia come Nel fango del dio pallone, pur non essendo uno scrittore né un giornalista professionista, si butta in questo giallo sporco a corpo morto e redige un bel reportage, valido anche dal punto di vista formale. Forse gli sfugge qualche particolare qua e là, ma ha ben chiara una visione d'insieme che fa a pugni con la descrizione ufficiale dei fatti. Probabilmente Petrini, a suo tempo protagonista del famoso caso del calcioscommesse venuto alla luce nella primavera del 1980, punta un po' troppo la sua attenzione sui sospetti che gravavano sul Cosenza, che avrebbe venduto o comprato partite, mentre se vi è un'altra certezza in questo po' po' di casino è che Bergamini non avrebbe mai e poi mai venduto una partita, perché il calcio per lui era una ragione di vita. Più probabilmente si profila all'orizzonte una storia di droga nella quale il giovane centrocampista era entrato forse inconsapevolmente, una pista, comunque, mai approfondita a sufficienza dagli inquirenti, che si accontentarono della versione di comodo del suicidio.

Completano il libro una toccante intervista al padre di Donato Bergamini, uno sconcertante colloquio con l'ex compagno di squadra e di stanza Michele Padovano (che fu anche nella Juventus di Marcello Lippi) e un'altra intervista con l'ex massaggiatore del Cosenza Giuseppe Maltese, che dichiara il rimorso di non essere riuscito a fare niente per provare che quello di Denis (nomignolo di Donato) non era affatto stato un suicidio.

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Ronzii alcolici

by sasso67 (25/03/2006 - 22:42)

Mosche da bar (USA, 1996) di Steve Buscemi. Con Steve Buscemi (Tommy Basilio), Carol Kane (Connie), Mark Boone Junior (Mike), Bronson Dudley (Bill), Anthony LaPaglia (Rob), Elizabeth Bracco (Theresa), Michael Buscemi (Raymond), Mimi Rogers (Patty), Eszter Balint (Marie), Debi Mazar (Crystal), Chloe Sevigny (Debbie), Daniel Baldwin (Jerry), Seymour Cassel (zio Al).

Mosche da barMosche da bar è un buon film, e l'esordiente alla regia Steve Buscemi, benché di gran lunga preferibile come attore, sa cavarsela anche dietro la macchina da presa. Non si assiste ad avventure mirabolanti, ma alle mediocri peripezie di un perdigiorno, la cui principale occupazione è quella di passare lunghe ore al Trees Lounge (il bar che dà il titolo originale al film) a sbronzarsi e sperare in qualche avventura di una notte. Meccanico disoccupato, riuscirà a trovare un'occupazione soltanto come gelataio ambulante dopo la morte di uno zio. Incapace di apprezzare perfino le amicizie, riuscirà ad attirarsi addosso l'ira e il disprezzo anche di coloro che gli vogliono bene.

Si respira un'aria che rimanda ad alcuni film di John Cassavetes (si pensa a Minnie e Moskowitz o a Mariti), come dimostra anche la presenza del vecchio Seymour Cassel. Buscemi, ottimo interprete, dimostra di sapersela cavare anche dietro la macchina da presa e, visti i risultati, si spera che continui a coltivare questa attività, pur senza tralasciare quella per cui è nato, cioè il mestiere d'attore.

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Nel fango del dio pallone

by sasso67 (25/03/2006 - 22:36)

Carlo Petrini, Nel fango del dio pallone, Kaos, 2000, pp. 192 ill., € 14,00.

Nel fango del dio pallone è un libro che non può lasciare indifferenti, perché parla di una cosa che volenti o nolenti entra nella vita di tutti noi, cioè il calcio. Questo sport (?), così affascinante e tuttavia così invadente, lo si ama o lo si odia: anche chi dice di non interessarsi di calcio lo dice con un tono che quasi mai nasconde pura e semplice indifferenza. Petrini in questo libro racconta la propria vita, che però si intreccia inevitabilmente con il calcio italiano degli ultimi trent'anni. Forse soltanto uno come Petrini poteva scrivere un libro del genere: un calciatore di mezza tacca, arrivato spesso a un passo dalla gloria (giocò nel Milan di Rivera e Nereo Rocco, poi nella Roma di Liedholm) e sempre ricacciato indietro. Fin dall'inizio si capisce che la vita di Petrini non sarà facile: partito dalla natìa Monticiano (SI) per Genova, perde bambino il padre e la sorella e rimane solo con la madre, forse l'unica donna che abbia mai amato. La carriera calcistica la vive come una sfilza di partite giocate nel fango e di donne "scopate" (il termine non è usato casualmente: probabilmente voleva differenziare lo scopare dal fare l'amore) una in fila all'altra. Le passioni dei calciatori come Petrini erano appunto le donne e le auto, l'altra i soldi, che servivano per le une e per le altre. La carriera di Petrini si chiude ingloriosamente con lo scandalo del calcioscommesse, di cui fu uno dei protagonisti, ma non la storia del libro, che continua con il dopo calcio, un crac finanziario che costringe Petrini alla fuga all'estero e la dolorosa perdita di un figlio diciannovenne, morto in un letto d'ospedale desiderando di rivedere il padre che invece non sarà al suo capezzale.

Quello che emerge da questo libro è il ritratto di un'anima nera, di un personaggio che sta a metà tra il Mickey Sabbath del Teatro di Sabbath di Philip Roth e il protagonista del romanzo Arrivederci amore, ciao di Massimo Carlotto, un essere superficiale e arrivista cui a un certo punto la vita presenta, tutti insieme, i propri conti. A merito di Petrini va lo slancio che lo ha spinto a raccontare queste storie infami di cui non nega di essere stato protagonista e, fino a prova contraria, la sua sincerità, tanto è vero che a un certo punto biasima addirittura Dio, per essersi preso un ragazzo di diciannove anni (il figlio Diego) ed aver lasciato vivere "un essere" come lui. Dall'altra parte, Petrini lancia accuse che meriterebbero quanto meno un maggiore approfondimento e le repliche delle persone a vario titolo chiamate in causa. I silenzi che circolano intorno a questo libro alimentano i sospetti di un mondo che sembra davvero annegare nel fango.

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Noiasubianco

by sasso67 (25/03/2006 - 18:24)

Nerosubianco (Italia, 1969) di Tinto Brass. Con Anita Sanders (Barbara), Terry Carter (l'uomo di colore), Nino Segurini (Paolo), i Freedom (il gruppo rock).

Chi sostiene che Tinto Brass abbia cominciato a fare brutti film, ossessionato soltanto dal sesso, a partire dalla Chiave (1983) oppure, secondo i più audaci, da Caligola (1979), hanno preso un grosso granchio. Il vecchio Tinto faceva già grosse cagate anche molto prima. Prendiamo questo Nerosubianco, un guazzabuglio senza trama e del quale non si capisce il significato. Un'accozzaglia di immagini prese da vecchi film (si riconosce Un chien andalou di Buñuel) e da filmati di repertorio con molta meno logica di un programma televisivo geniale come Blob. Qui, come nel 90% dei film di Brass la noia la fa da padrona. il regista cerca qualche colpo da maestro qua e là, trasformando le donne in mucche e mettendone una sul bidet, ma senza dialogo e senza uno straccio di niente da dire, la faccenda stanca alla svelta.

Discreta invece la colonna sonora, a cura del gruppo rock Freedom, con musiche che a tratti ricordano Jimi Hendrix.

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Sotto il culo della rana

by sasso67 (23/03/2006 - 22:32)

Tibor Fischer, Sotto il culo della rana, Mondadori, 1997, pp. 317, € 7,80.

Anche contro un titolo italiano che può rischiare di mettere in guardia qualche lettore, Sotto il culo della rana è un bellissimo libro, ironico, divertente e profondo, come raramente capita di leggere. La cifra, il substrato, di questo romanzo dell'inglese di origini magiare Tibor Fischer è l'incredulità che provano gli ungheresi, popolo di secolari tradizioni occidentali, quando si trovano sotto un regime comunista eterosiretto dalla superpotenza sovietica. "Quanto potrà mai durare?" si domandano increduli l'un l'altro, pensando alla massa di imbecilli che hanno assunto posizioni di potere grazie al partito marxista al potere. In questo contesto si inserisce la vicenda umana del protagonista Gyuri Fischer, che adombra chiaramente la figura del padre fdello scrittore, transfuga dall'Ungheria nei giorni della repressione sovietica del 1956. Ma non c'è solo questo, in Sotto il culo della rana (sottotitolo: in una miniera di carbone, ad indicare una condizione di scalogna nera); si tratta, più in generale, di un romanzo di formazione di un ragazzo qualunque eppure speciale, un po' come tutti noi. Ed è incredibile la capacità di Tibor Fischer di far pensare al protagonista le cose che abbiamo pensato tutti alla sua età, ed allo stesso tempo di descrivere i fatti e le situazioni con un'ironia che sembra stare a metà tra il surrealismo leggero alla Örkeny e il sarcasmo tipico della letteratura inglese (del resto Fischer è nato a Stockport) che viene da Fielding e arriva fino a Burgess e agli autori contemporanei (Coe, Hornby). Personalmente consiglio caldamente questo libro.

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Diavoli e insetti

by sasso67 (22/03/2006 - 22:10)

Adolescenza torbida (Messico, 1950) di Luis Buñuel. Con Rosita Quintana (Susana), Fernando Soler (Don Guadalupe), Víctor Manuel Mendoza (Jesus), Matilde Palou (Dona Carmen), María Gentil Arco (Felisa), Luis López Somoza (Alberto).

Adolescenza torbidaNon è uno dei film più importanti di Buñuel, ma non è comunque da sottovalutare. Sotto le mentite spoglie din una tradizionale commedia ranchera tipicamente messicana (una specie di precursore delle odierne telenovelas), il film nasconde tematiche e situazioni tipicamente buñueliane. Adolescenza torbida comincia con un miracolo alla rovescia (fatto a vantaggio di una delinquente) e prosegue con l'arrivo di Susana al ranch, in una notte da tregenda, mentre la domestica Felicia sente la presenza del demonio. Alla fine la situazione si risolve grazie all'intervento di un deus ex machina, e pare che si sia trattato di un espediente della produzione per dare un lieto fine al film. Lieto fine che sembra appiccicato con lo sputo, ma non inficia la morale cattiva e sarcastica del film, con la ragazza maliziosa che sconvolge la famigliola borghese, mettendo le persone una contro l'altra. Lo stesso espediente del deus ex machina Buñuel userà in uno dei suoi capolavori messicani, Simon del desierto, ma in questo caso aveva la scusante della fine del budget.

Gli interpreti non sono tutti all'altezza: se Fernando Soler sembra un Fernando Rey più ruspante, la giovane Quintana non ha il piglio satanico di una Silvia Pinal.

Un Buñuel minore, ma pur sempre un Buñuel.

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RIMORSO (poesia)

by sasso67 (21/03/2006 - 20:33)

RIMORSO

Lo sapevo.

Mi sono rimorso.

È la quarta volta in sette minuti

che mi mordo la lingua.

Devo smettere di masticare il ciuenlay

ciulingam insomma il big babol

(che mi fa anche male a i denti).

(v. anche qui

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Lettera a Bush, Blair e Berlusconi

by sasso67 (20/03/2006 - 19:06)

Cari presidenti Cari presidentoni (anche se uno è un po' piccino), voi forse non leggete i giornali, ma io sì. Anzi, per fare una confessione, vi dirò che a volte mi capita di leggerlo durante l'orario di lavoro. Oggi per esempio mi è capitato di leggere su Repubblica il pezzo sulle elezioni in Bielorussia. D'accordo, forse Repubblica è un giornale comunista, come dice Berlusconi, ma forse proprio per questo quello che dice a proposito del regime del presidente Lukashenko ha ancora maggior valore. Scrive, ad esempio, Repubblica (a firma dell'inviato Giampaolo Visetti): «Nei cinque giorni di voto anticipato, principale espediente per i brogli, è stato costretto a votare oltre il 25% degli elettori. Schede sotto controllo, divieto di verifica. Propaganda di regime, censura, repressioni, arresti, annunci di attentati e minacce di purghe dopo il voto, non hanno però impedito l'esplosione della protesta. Occidente e Russia esprimono visioni opposte e si scontrano a distanza. Gli Usa sono tornati ad attaccare: "l'ultimo dittatore d'Europa". Un documentario del dipartimento di Stato proverebbe la vendita di armi proibite al terrorismo internazionale per milioni di dollari».

Ora io vi domando perché voi che volete portare la democrazia dappertutto a suon di scapaccioni a chi non è democratico come voi, cosa vi ci vuole a portare la democrazia anche in Bielorussia, visto che ci sono migliaia di persone che la chiedono a chiare lettere in piazza? Aspettate forse che in Bielorussia trovino il petrolio? E se non c'è? Vi accontereste di un po' di bauxite? No? Ci vuole almeno l'uranio? A parte il fatto che per uno come Bush che ascolta sempre quello che gli dice il Signore sarebbe obbligo intervenire alla svelta, anziché arrivare sempre a cose fatte. Possibile che ogni volta che c'è un dittatore gli americani ci debbano sempre arrivare - a meno che non ce l'abbiano messo proprio loro, ché in quel caso non arrivano per niente - quando ha già combinato i disastri? Fu così con Hitler, con Mussolini, con Noriega e anche con Saddam: prima hanno aspettato che facesse la guerra con l'Iran, poi che invadesse il Kuwait e ora lo processano per dei crimini commessi nel 1982. Fosse stato in Italia si sarebbe già potuto avvalere della prescrizione.

Poi, vi volevo dire, ma già che ci siete una passatina in Cina e in Corea del Nord non ce la volete dare? Anche i cinesi non sarà meglio abituarli da piccini, finché hanno un esercito armato di bastoncini da Shangay, prima che si mettano a fabbricare armi serie anche loro? A meno che la loro mania di contraffare i marchi del Made in Italy non li porti a copiare anche le nostre armi, il che sarebbe una buona notizia per gli eserciti nemici, cioè i vostri.

Comunque, per tornare a Lukashenko, dategli una bella lezione, dato che vende le armi proibite (ma quali sono? la bugittola e il fucile a gommini sono consentiti?) al cosiddetto "terrorismo internazionale": l'Iraq è stato bombardato soltanto perché qualcuno aveva letto un dossier falso secondo il quale Saddam avrebbe comprato dell'uranio dal Niger (mi raccomando, state tutti attenti a non comprare mai niente dal Niger, eh!).

Vi saluto tutti e tre e vi mando la presente per posta prioritaria, ché sennò a uno di voi tre potrebbe anche arrivare troppo tardi. Movétevi, pelandroni! Datevi cortesemente da fare quanto più sollecitamente possibile,

il vostro affezionatissimo.

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Musulmani brava gente

by sasso67 (19/03/2006 - 17:05)

Un bacio appassionato (Gb/Belgio/Germania/Italia/Spagna, 2004) di Ken Loach. Con Atta Yaqub (Casim Khan), Eva Birthistle (Roisin Hanlon), Shamshad Akhtar (Sadia Khan), Ghizala Avan (Rukhsana Khan), Shabana Akhtar Bakhsh (Tahara Khan), Ahmad Riaz (Tariq Khan), Shy Ramsan (Hamid), Gerard Kelly (parroco cattolico), Emma Friel (Annie), Pasha Bocarie (Amar), Sunna Mirza (Jasmine).

Un bacio appassionatoNiente di nuovo sotto il sole, però... Però se Romeo e Giulietta fosse ambientato oggi in Gran Bretagna sarebbe probabilmente una storia come quella di Un bacio appassionato. Ken Loach ha tra i suoi maggiori meriti quello di saper acchiappare come pochi altri la realtà, anche quella dei giovani (altro che le commediole straparlate di Rohmer!), e di non fingere di vivere dentro una torre d'avorio. Intendo dire che in questo film non solo sono messi in primo piano i problemi delle storie d'amore tra persone di diverse religioni, etnie, oserei dire civiltà, ma non si nasconde che questi problemi ancestrali si sono acuiti in seguito ai fatti dell'11 settembre 2001 (e figuriamoci dopo gli attentati di Londra del 7 luglio 2005, dopo che il film era già uscito).

La simpatia del regista va, più che ai due protagonisti, a Tahara, la figlia minore della famiglia pakistana (ma anche a Jasmine, la quale dice alla madre, puramente e semplicemente quello che doveva essere detto: "Lui non mi vuole"). La giovane Khan è la più determinata a sottrarsi a una tradizione che sa molto di pregiudizio: è lei che non solo si ribella al padre, ma rinfaccia anche al fratello Casim l'ipocrisia che gli fa prendere le parti del genitore quando lui invece ha intrecciato una relazione con una donna bianca e cristiana. Ma anche tra i "bianchi" è in atto uno scontro fra bigotti e persone di buon senso: tra i primi spicca l'irremovibile parroco che nega la propria firma a Roisin, tra i secondi il preside della scuola che altamente se ne impipa della firma del prete.

Un altro bel film di Ken Loach che, dopo la buona riuscita di Sweet Sixteen (2002), cancella il ricordo del brutto Bread And Roses (2000).

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Artista guerriero

by sasso67 (18/03/2006 - 23:46)

A Touch Of Zen - La fanciulla cavaliere errante (Taiwan, 1972) di King Hu. Con Shih Chun (Ku Shen Chai), Feng Hsu (Yang Hui-Ching), Ying Bai (gen. Shih), Hsue Han (dott. Lu Meng), Roy Chiao (Hui Yuan)Yin-Chieh Han (Hsu).

Basato su una serie di racconti del seicento che il regista trasforma in un magico romanzo di formazione, A Touch Of Zen è un grandissimo film, che dovrebbero vedere soprattutto coloro che hanno esaltato, a torto, La tigre e il dragone. Qui veramente si ha la sensazione di essere davanti a un capolavoro, per la magia che il regista, un vero intellettuale, studioso della cultura cinese, ha saputo infondere nelle immagini del film. Ma oltre alla magia che sanno creare i riferimenti alla cultura e alla tradizione della Cina di epoca Ming, nel film c'è tanta ironia, poesia, mistero, violenza, ma anche un senso plastico e una maestria nel gestire le scene d'azione che umiliano i celebrati genialoidi dei nostri giorni (v. Tarantino). Chi abbia visto La tigre e il dragone dopo avere visto A Touch Of Zen avrà sicuramente avuto la sensazione di avere già visto certe sequenze, e fatte meglio. Basti vedere le scende dei combattimenti, del resto molto frequenti e cruente: qui, con trent'anni di tecnologia in meno gli attori/atleti/ballerini (i combattimenti sono anche grandi coreografie quasi danzate) di King Hu si muovono naturalmente leggiadri e saltano davvero come grilli, anziché apparire grossolanamente legati a delle invisibili corde come nel film di Ang Lee.

Assolutamente da vedere per ogni fan dei "film di arti marziali di cavalieri erranti", A Touch Of Zen offre anche un personaggio indimenticabile nel monaco Hui Yuan (Roy Chiao), una specie di Bud Spencer versione zen, che alla fine, tra fendenti raggi di sole, si trasfigura perfino in una divinità buddista.

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Attrazione fecale

by sasso67 (18/03/2006 - 19:41)

Attrazione fatale (USA, 1987) di Adrian Lyne. Con Michael Douglas (Dan Gallagher), Glenn Close (Alex Forrest), Anne Archer (Beth Gallagher), Stuart Pankin (Jimmy), Ellen Foley (Hildy), Fred Gwynne (Arthur), Lois Smith (Martha), Ellen Hamilton Latzen (Ellen Gallagher).

Attrazione fataleUn film che all'epoca fece discutere molto più di quanto avrebbero richiesto i suoi meriti intrinseci. In realtà si tratta del solito vecchio blockbuster americano, fatto solo per attirare qualche coniugato con sensi di colpa. Non aveva l'intento né di spaventare i mariti che sognano l'avventura extraconiugale né tantomeno si tratta di una difesa del matrimonio. Attrazione fatale, visto a distanza di quasi vent'anni, è un film nel filone di Nove settimane e mezzo (precedente di solo un anno e diretto dallo stesso regista), Basic Instinct (Paul Verhoeven, 1992), Proposta indecente (Lyne, 1993), Showgirls (Verhoeven, 1995) e Striptease (Andrew Bergman, 1996), ovvero un prodotto con un paio di nomi di richiamo e con l'esclusivo scopo di fare soldi.

Qui ci sono due protagonisti dei quali uno (Douglas) è un mediocre attore e l'altra, Glenn Close, è brava ma, nonostante la suadente voce della doppiatrice, somiglia fin dall'inizio alla Medusa del Caravaggio.

Il risultato del film, nonostante due o tre finali susseguenti e/o alternativi tra loro, è mediocre e alla fine lo spettatore rimane con un pugno di mosche. La confezione è lussuosa, ma dentro al pacco c'è poco o niente: un regalo che si può riciclare per amici poco intimi.

P.S. Dal Vangelo secondo emmepi8 sul sito di FilmTV:

:: sul film

 La superficialià maschile frustata a dovere!!Femminilità alla riscossa, ma con un vestito ingualcito dalla psiche.Si una pararabola che verte su questi temi.Un film ben congegnato, con un finale troppo da Horror, che magari eccede nella storia, anche se via via, fa vedere l'accrescere della tenzione.Un cast veramente come si deve, che aiuta non poco la storia a evolversi.

:: sulla trama

 Uomo innamorato della moglie, che si lascia attrarre da una donna qualsiasi, senza dare un'eccessiva importanza (tipico comportamento maschilista, quasi scusato dalla morale media), ad una situazione che si rivelerà irreversibilmente drammatica.Donna che non accetta l'avventura, ma che fa sesso, anche estremo, per scelta di sentimenti, la situazione si aggraverà a causa delle sue debolezze psichiche

:: sulla regia di Adrian Lyne

 E' un buon regista, che ha sbagliato alcune volte grossolanamente, si vede che il suo orizzonte è a sfondo erotico, ma proprio per questo lo dovrebbe dosare meglio, qui è riuscito nell'intento..creando tensione, sia erotica che emotiva

:: sull'interpretazione di Anne Archer

 Una ottima attrice, qui in ruolo minore, ma ben assolto

:: sull'interpretazione di Glenn Close

 Straordinaria, diventa anche desiderabile...e quando un'attrice è grande nessun ostacolo si intrappone.Ultimante , pur essendo sempre grande, non ha colpito nel segno con suoi films... l'aspetto con emozione rinnovata, rivedendo questo film

:: sull'interpretazione di Michael Douglas

 Un attore oltraggiato dalla critica, per me inspiegabilmente.Si ha fatto degli errori di films insopportabili, neanche a sentir mezionare, ma con questo??!!Gli si devono riconoscere delle buono doti,e qui le dimostra, il ruolo se lo è fatto suo, partecipato, vibrante ed emotivo... cosa si vuole di più?

:: cosa cambierebbe

 Un finale... un po' eccessivo..una suspense un po' stiracchiata

:: inviata: 27 marzo 2004, 10:11

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(B)rutto lib(e)ro

by sasso67 (17/03/2006 - 22:29)

Dal bimestrale PULP Libri, n. 59 (gennaio/febbraio 2006), rubrica L'angolo della sfinge - i ritratti dell'editoria italiana [pt. 25] di Daniele Brolli.

L'ITALIA DEI LIBRI INUTILI. Cosa preoccupa un editore, il fatturato o la qualità dei suoi libri? Qui potremmo iniziare (con la collaborazione dei lettori) un'inchiesta sulla serietà degli editori, sulla sincerità con cui affrontano il proprio ruolo all'interno della cultura. Segnalo due mostruosità arrivate alla redazione di Pulp (perché mai un ufficio stampa mandi libri del genere a Pulp comunque ha a che fare con la psicopatologia, non con la cultura). Il primo è di 180 pagine patinate, pesante come una pietra tombale, stampato tutto a colori, e costa solo 12 euro. Un affarone. Peccato che si tratti di Confessioni di un'ereditiera, scritto da Paris Hilton in collaborazione con Merle Ginsberg (niente a che fare con il poeta, tranquilla Nanda¹, non devi recensirlo sul Corriere). Sottotitolo: "trucchi, ricette e segreti per essere belle, ricche e famose dalla ragazza più hot del momento". L'editore è... TEA! Tra foto dell'americana scosciata con il volto in monoposa di tre quarti e il sorriso mandibolare, ci sono anche brevi testi che rimarranno nella storia della letteratura. Vi basti l'inizio, ovvero il vertice qualitativo: "Tanta gente sembra avere di me un'idea sbagliata. Infatti, gran parte di quanto viene scritto è assolutamente ridicolo. Giornali e riviste affermano che sono una ragazza viziata e privilegiata e che non so far altro se non mettermi a ballare sui tavoli e divertirmi con gli amici. Pensano che sono diventata famosa semplicemente, perché provengo da una famiglia ricca e importante, e che tutto mi sia venuto con facilità. Gli piace pensare che tutto quello che si legge su di me sui rotocalchi sia vero. Be', non sempre si deve credere a quello che viene scritto, no? Perciò ho deciso di farvi dare un'occhiata alla mia vita così esagerata, in modo che sappiate come sono veramente". A parte l'italiano e la punteggiatura, si tratta di un'operazione becera, di cui l'editore si dovrebbe vergognare e il libraio lamentarsi.

L'altro volume inutile è... Insieme, autori Flavia e Romano Prodi, editore San Paolo. Ovvero la vita coniugale della signora Flavia e del Professore. Il risvolto di quarta, che ospita di solito la biografia dell'autore, recita: "Flavia e Romano Prodi si sono sposati il 31 maggio 1969" Oltre a essere catalogato alla voce "marchette", questo libro, di cui ho carotato passaggi qua e là, è di una noia mortale, è utile solo a farci capire che in Italia siamo fra due fuochi. Ma la biografia matrimoniale (con tanto di inserto fotografico centrale), in cui si scrivono tutte le stronzate successe nella vita insieme, pubbliche e private (ma non troppo private) è un genere tutto da scoprire. Insipiente, inutile, moralista, antipatico, buonista, cerchiobottista, ridicolo, è lungo 250 pagine, costa 14 euro e dovrebbero pagarvi per leggerlo.

¹ Nanda: Fernanda Pivano, ottuagenaria traduttrice di libri americani da F. S. Fitzgerlad in poi, appassionata della beat generation (di cui faceva parte il poeta Allen Ginsberg), dei cui rappresentanti fu amica e sodale, immancabile recensora di libri di quest'area culturale sulle pagine del Corriere della sera (n.d.r.)

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Franciata amara

by sasso67 (12/03/2006 - 21:39)

La vita sognata degli angeli (Francia, 1998) di Erick Zonca. Con Élodie Bouchez (Isabelle Tostin), Natacha Régnier (Marie Thomas), Grégoire Colin (Chris), Patrick Mercado (Charly), Jo Prestia (Fredo), Zivko Niklevski (il padrone jugoslavo), Louise Motte (Sandrine).

Marie e IsabelleOttimo film francese che ha il sapore della verità, cucito addosso ai personaggi, un po' come riescono a fare i fratelli Dardenne.

La vitale e un po' logorroica Isabelle incontra la problematica Marie nella brutta cittadina di Lille, nel nord della Francia. L'impossibilità di una vita sentimentale è data dal rifiuto di Marie per il grassoccio e popolare Charly e per l'aspirazione, nonostante le intenzioni, a diventare la ragazza del borghese Chris, che invece è un vigliacchetto che si fa grande soltanto dei propri soldi. Isabelle sfoga le proprie frustrazioni con la generosità verso una ragazzina in coma ed accettando in maniera gioiosa qualsiasi lavoro le offrano, anche il più umiliante, mentre Marie riesce soltanto ad essere autolesionista. Al di là di facili simbolismi, è l'aria di verità che si respira che colpisce più di ogni altra cosa.

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Senza misericordia

by sasso67 (11/03/2006 - 17:04)

Discepoli di verità - Senza misericordia, Kaos Edizioni, 2005, pp. 198, € 15,00.

Innanzitutto chi sono i Discepoli di Verità? Secondo il sito della Kaos Edizioni, "sono un gruppo di ecclesiastici e laici del Vaticano, i quali hanno ritenuto di non poter più avallare, con il loro silenzio, la "verità" ufficiale confezionata e diffusa dalla Santa Sede". Dichiarano infatti essi stessi: «Ci siamo mossi in quanto credenti, e secondo l’imperativo dell’ottavo Comandamento».

Il libro è una voce fuori dal coro di coloro che, dal 19 aprile dell'anno scorso, quando il cardinale Ratzinger fu eletto papa, si sono affrettati a tesserne gli elogi in tutte le salse: santo subito pure lui, anche se non è ancora morto? L'inizio di questo pamphlet non è promettente, poiché i Discepoli di Verità si sforzano di dimostrare, a mio parere senza riuscirci, le simpatie naziste del giovane Joseph Ratzinger. Caso mai colpevoli sono i tentativi, compiuti dal prelato a distanza di anni, di mistificare la realtà, facendo passare il suo maestro, cardinale Faulhaber, per un antinazista, cosa che non fu assolutamente, e la Chiesa cattolica come un baluardo della resistenza antihitleriana, e qui lasciamo ogni considerazione ai lettori anche meno avveduti. Molto più interessanti sono i capitoli successivi, quelli che vedono il giovane Ratzinger affiancare il progressista cardinale di Colonia Frings al Concilio Vaticano II, che lo vedono professore di teologia in varie università tedesche, e poi acquisire la porpora cardinalizia, per poi arrivare in Vaticano e assumere la direzione della Congregazione per la dottrina della fede e diventare via via che il tempo passava sempre più conservatore e reazionario. Il libro dei Discepoli mette in evidenza due caratteristiche di colui che soprannominano il Panzerkardinal: la doppiezza e la spietatezza, caratteristiche con le quali manterrà per una durata record (quasi venticinque anni) la prefettura della Congregazione che una volta si chiamava Sant'Uffizio, posizione da cui si scaglierà con veemenza contro ogni voce progressista all'interno della Chiesa, dalla teologia della liberazione sudamericana (di religiosi come Gustavo Gutiérrez e Leonardo Boff) ai teologi progressisti europei (Küng, Schillebeeckx) o americani (Curran, Hunthausen), contro i sostenitori dei diritti cristiani dei gay (una vera e propria ossessione) o delle coppie non sposate, fino ad arrivare ad una vera e propria censura preventiva addirittura nei confronti del settimanale Famiglia Cristiana. Altrettanta veemenza, però, Ratzinger non userà contro gli ultrareazionari come monsignor Lefebvre e compagnia.

«Il cosiddetto Panzerkardinal si è sempre distinto infatti per la spietatezza della sua azione repressiva. Ogni censura, ogni Diktat, è sempre stato proferito con un rigore che escludeva non solo il contraddittorio, ma persino il dialogo. Di tutto il patrimonio culturale e spirituale della Chiesa cattolica Joseph Ratzinger sembra apprezzare soltanto la millenaria tradizione di autorità totale e indiscussa a cui pare sin d'ora determinato a conformarsi. Senza misericordia, appunto». (Teo Lorini, PULP, n. 59)

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La lepre dell'infanzia

by sasso67 (11/03/2006 - 14:31)

La corsa della lepre attraverso i campi (Francia/Italia, 1972) di René Clément. Con Jean-Louis Trintignant (Antoine detto Froggy), Robert Ryan (Charlie), Lea Massari (Sugar), Tisa Farrow (Pepper), Jean Gaven (Rizzio), Aldo Ray (Mattone), Daniel Breton (Paul), Nadine Nabokov (Isola, la majorette), André Lawrence (capo degli zingari).

La corsa della lepre attraverso i campiUn cittadino francese approda a Montreal braccato da una banda di zingari. Durante la fuga assiste all'omicidio di un tizio che prima di morire gli affida una somma di denaro. Viene poi catturato da una banda che sta preparando un grosso colpo...

Il film parte bene, ma poi rallenta inesorabilmente secondo schemi più consoni a un regista come Clément che a un genere cinematografico come il noir. Il film risente di una serie di elementi eterogenei, come il cast composito (francese Trintignant, americano Ryan, italiana Lea Massari) e l'ambientazione (tutti giocano in campo neutro, cioè in Canada), ma tutto sommato funziona, soprattutto grazie alla trovata del regista e dello sceneggiatore Japrisot di fornire tutta la vicenda di rimandi all'infanzia (la vita è gioco? la vita è crudele come un gioco? nelle avversità nascono le amicizie?). Il finale con troppe pseudosorprese non rovina un film che, nonostante i suoi molti difetti (i sentimenti che entrano in campo sono fin troppi, come la gelosia, l'avidità, il senso di colpa, e rischiano di confondere le acque), colpisce nel segno anche grazie a un buon gruppo di caratteristi di contorno. Trintignant si sforza di adattarsi ad un personaggio che in partenza sembrerebbe totalmente fuori dalle sue corde e almeno parzialmente ci riesce. Completamente fuori parte mi pare invece la Massari, più portata per l'intimismo del cinema europeo: pur somigliando alla Karen Black di Cinque pezzi facili, non ne possiede l'ingenua sensualità.

Contenuti extra:

sul film

 Film decisamente irrisolto. Confuso nella sceneggiatura, la trama ha dei buchi che la rendono appena praticabile, eppure l'ambientazione ed il cast sarebbe formidabile, non si sa perché è stato fatto cosi ammaccato e con tante nebbie, che un motaggio affrettato ha cercato di risolvere alla meno peggio

:: sulla trama

 Un'uomo in fuga da una non bene rafficurata situazione, che si trova in una banda pronta per un colpo e da questa situazione imparerà la coerenza con l'amicizia

:: sulla regia di René Clément

 Un Clement veramente al collasso, non si capisce il perché??

sull'interpretazione di Aldo Ray

 Il solito personaggio pazzoide e senza cervello sfruttato in diversi films di guerra

:: sull'interpretazione di Lea Massari

 Una Massari che ce la mette tutta in una parte con poca sostanza; leggendo un'intervista disse all'epoca che non avrebbe più fatto un film in quelle condizioni: rapporti con il regista zero ed anche meno.. e quindi si spiegano molte cose...

:: sull'interpretazione di Robert Ryan

 RYan buttato via con la su maschera eccellente e non si capisco cosa voglia condurre

:: sull'interpretazione di Jean-Louis Trintignant

 Trintignat dei tempi d'oro, ma qui evidentemente liquidato molto male

:: sulla colonna sonora

 La sola cosa che il film contiene di definitivamente positivo

:: inviata: 8 giugno 2004, 15:29

(commento di emmepi8 sul sito di FilmTV)

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Amore e guerra sul set

by sasso67 (10/03/2006 - 22:46)

La vita che vorrei (Italia, 2004) di Giuseppe Piccioni. Con Luigi Lo Cascio (Stefano/Federico), Sandra Ceccarelli (Laura/Eleonora), Galatea Ranzi (Chiara/Vittoria), Fabio Camilli (Raffaele), Ninni Bruschetta (Luca, il regista), Roberto Citran (Giordani), Gea Lionello (Marina), Sasa Vulicevic (Luciano/il conte).

La vita che vorreiLa vita che vorrei è un esemplare del genere "film nel film" che non ha niente di originale, ma è fatto particolarmente bene. Di Piccioni finora avevo visto soltanto Chiedi la luna (1991, con la Buy e Scarpati), un film che classificherei nella stra-abusata categoria del carino e niente più. La vita che vorrei è sicuramente un bel passo avanti (anche perché tra i due film sono trascorsi tredici anni) e riesce a comporre, nelle due ore abbondanti di durata - forse un po' troppe - due bei ritratti di un uomo e una donna talmente diversi tra loro che potrebbero perfino stare bene insieme. Le scene "in diretta" e quelle del film si incastrano quasi a meraviglia e si capisce che sia Piccioni sia gli attori giocano in casa, trovandosi a giostrare su una materia che conoscono alla perfezione.

Troppo giovane o no per la parte, Luigi Lo Cascio è indubbiamente uno dei (due o tre) migliori attori italiani d'oggi (in alcuni momenti di questo film ricorda il primo Nanni Moretti). Anche Sandra Ceccarelli, però, se la cava egregiamente: non è una topona né lo vuole/deve essere, per quel ruolo andava bene lei. Un'altra presenza, discreta ma necessaria, è quella di Ninni Bruschetta, ormai una specie di icona per il nostro cinema più intelligente.

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un filmetto su uno staterello da operetta

by sasso67 (10/03/2006 - 19:14)

Il prigioniero di Zenda (GB, 1979) di Richard Quine. Con Peter Sellers (Rudolph IV/Rudolph V/Sydney Frewin), Lynne Frederick (principessa Flavia), Lionel Jeffreys L. Frederick e P. Sellers(generale Sapt), Elke Sommer (la contessa), Gregory Sierra (il conte), Jeremy Kemp (il duca Michael), Michael Balfour (l'armaiolo Luger).

È una commediola, parodia di un rifacimento di un altro rifacimento, però, devo ammetterlo, pur con tutti i suoi difetti, a me non è dispiaciuta. E non è certo per piaggeria nei confronti della memoria di Peter Sellers, uno dei più grandi trasformisti della storia del cinema, perché ci sono suoi film anche più celebrati (non ultimo il sopravvalutato Hollywood Party) che non ho esitato a criticare.

Diciamo la verità: rivisto a 27 anni di distanza, Il prigioniero di Zenda versione Quine non è così brutto come lo si dipinse all'epoca della sua prima uscita. Qualche risatella la strappa, specialmente quando è in scena Sellers nella parte del cocchiere.

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Maigret non abita più qui

by sasso67 (10/03/2006 - 14:34)

36 Quai des Orfévres (Francia, 2004) di Olivier Marchal. Con Daniel Auteuil (Léo Vrinks), Gerard Depardieu (Denis Klein), André Dussollier (Robert Mancini), Valeria Golino (Camille Vrinks), Roschdy Zem (Hugo Silien), Daniel Duval (Eddy Valence), Francis Renaud (Titi Brasseur), Aurore Auteuil (Lola Vrinks a 17 anni), Jo Prestia (Victor Dragan), Olivier Marchal (Christo), Mylène Demongeot (Manou Berliner).

36 Quai des OrfèvresAll'indirizzo del titolo c'è la storica sede della polizia criminale di Parigi, e in quella sede ci sono tanti poliziotti, tra i quali l'ingenuo Léo Vrinks e il rognoso Denis Klein, disposto a tutto pur di fare carriera.

Quello di Marchal è un ottimo film, migliore di molti prodotti analoghi made in USA, teso, serrato, ben dialogato e stupendamente fotografato. In alcuni momenti sembra ricordarsi, pur con un mondo di mezzi in più, della lezione del cinema di genere italiano degli anni settanta (tipo Di Leo) e fa pensare anche a qualche atmosfera dei romanzi di Scerbanenco. Per quanto mi riguarda, 36 Quai des Orfévres è riuscito perfino a farmi superare la mia inveterata avversione per Valeria Golino e a rendermela più o meno sopportabile. Oppure, negli ultimi anni, l'attrice italiana ha duramente lavorato sulla propria voce.

Il duo dei protagonisti contribuisce notevolmente alla riuscita globale, con il misurato Auteuil e un Depardieu roccioso come non gli capitava da tempo (altro che l'esagitato ciccione di Vatel!). Grazie a un copione ben scritto (Marchal e lo sceneggiatore Loiseau sono stati poliziotti), acquistano rilevanza anche le figure di contorno (bravi Dussollier, Duval e gli altri ragazzi del coro), fra le quali, una volta tanto risaltano i personaggi femminili, non altrettanto meschini della gran parte di quelli maschili.

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Telefoni bianchi e sogni d'oro

by sasso67 (08/03/2006 - 20:06)

L'avventuriera del piano di sopra (Italia, 1941) di Raffaello Matarazzo. Con Vittorio De Sica (avv. Fabrizio Marchini), Clara Calamai (Bianca Maria Rossi), Carlo Campanini (Arturo), Camillo Pilotto (Rossi), Giuditta Rissone (Clara Marchini), Jucci Kellerman (la cameriera).L'avventuriera del piano di sopra

Mentre l'Italia aveva già imboccato la strada che portava dritto al baratro, qualcuno propinava al popolo (bue) italiano commediole insulse come questa. Detto questo, va però rilevato che, pur nei limiti del genere dei telefoni bianchi, il film rivela in Matarazzo, che passerà alla storia come regista dei drammoni strappalacrime con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson, un autore dalle insospettabili doti di commediante. L'operina, esile esile e dall'unico scopo di proporre un mondo che ormai si va sgretolando, ha una sua dignità e regge la durata dello spettacolo. Non è memorabile, ma si può vedere, anche grazie a un gruppetto di attori che sa il fatto suo, dal giovane Vittorio De Sica alla fascinosa Clara Calamai, che già aveva fatto epoca con La cena delle beffe (il primo seno nudo della storia ufficiale del cinema italiano), ma prima di Ossessione, che preannunciò il neorealismo.

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Tra moglie e marito

by sasso67 (07/03/2006 - 18:43)

Una lezione d'amore (Svezia, 1954) di Ingmar Bergman. Con Gunnar Björnstrand (dottor David Erneman), Eva Dahlbeck (Marianne Ernaman), Harriet Andersson (Nix), Åke Grönberg (Carl Adam, lo scultore), Olof Winnerstrand (professor Henrik Erneman), Renée Björling (Svea Ernaman), Yvonne Lombard (Suzanne), Elge Hagerman (il rappresentante sul treno), John Elfström (Sam, l'autista), Birgitte Reimer (Lise).

Una lezione d'amoreBuon film di Bergman, realizzato prima dei suoi capolavori, in un tono da commedia, pur non rinunciando ai temi preferiti e consueti del regista. Se la trama è abbastanza convenzionale, già vista più volte in una miriade di film specialmente francesi e americani, la realizzazione è piuttosto originale, con una struttura a flashback che interseca i sogni dei protagonisti. Anche se siamo lontani anni luce (e non soltanto cronologicamente) da Tarantino, che cura maniacalmente la struttura dei suoi film, le soluzioni adottate da Bergman sanno di vita vissuta da persone mature che ogni tanto giocano a fare i bambini, rendendo anche più vitale una relazione coniugale che va logorandosi, ma che non riesce a finire anche grazie alla presenza del goffo e improbabile amante Carl Adam, di professione scultore e beone.

Insomma, Una lezione d'amore sembra un gioco del regista, ma se anche Arlecchino burlando si confessava, qui Bergman non rinuncia a porre due o tre temi che ne caratterizzeranno la carriera registica. La scena più importante, in questo senso, è il colloquio della figlia Nix con il nonno, che afferma di non avere paura della morte e di credere in un'altra vita. Anche lui scherzando rivela alla nipote le convinzioni più importanti della sua vita. I rapporti tra coniugi, anch'essi un tema ricorrente nella cinematografia bergmaniana, saranno sviluppati in maniera più distesa, ma anche più prolissa, in Scene da un matrimonio.

Eccellente la coppia dei protagonisti, con Björnstrand che interpreta magistralemnte questo "ginecologo che non capisce le donne" e la Dahlbeck, che da moglie distaccata si trasforma in Erinni per gelosia.

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Epopea di un popolo ridicolo

by sasso67 (07/03/2006 - 17:45)

Berlusconeide 5 anni dopo (i libri di Diario).

Il libercolo, smilzo di pagine ma fitto di fatti (bella l'assonanza), costituisce i contenuti speciali del film Quando c'era Silvio (di cui ho parlato il 2 marzo scorso), attraverso una serie di articoli usciti su Diario negli ultimi cinque anni: dagli infruttuosi appelli al voto contro Berlusconi del 2001 ai commenti sulla sentenza che ha condannato Marcello Dell'Utri per i suoi rapporti con la mafia. Non mancano i pezzi riguardanti le incerte origini delle fortune economico - finanziarie di Berlusconi, sulle quali lo stesso presidente del consiglio tace accuratamente. L'insieme, che sembra basato su fatti inoppugnabili (è di oggi la notizia dell'assoluzione di Marco Travaglio nella causa per risarcimento intentatagli da Berlusconi per quanto riportato nel libro L'odore dei soldi), ha l'effetto che già riscontrai quando lessi Regime di Travaglio e Gomez: una mazzata. E' una lettura interessante che dovrebbe affrontare chi sia indeciso sul voto del prossimo 9 aprile. Una lettura fra altre, d'accordo, ma da affrontare con animo sereno e predisposto ad informarsi su chi abbiamo mandato a governarci cinque anni fa.

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Gallina vecchia fa colabrodo

by sasso67 (07/03/2006 - 17:01)

La seduzione (Italia, 1973) di Fernando Di Leo. Con Maurice Ronet (Giuseppe Laganà), Lisa Gastoni (Caterina), Jenny Tamburi (Graziella), Pino Caruso (Alfredo), Graziella Galvani (Luisa), Barbara Marzano (Rosina), Luigi Antonio Guerra (Mimì).

(La seduzione (una scena)Il giornalista Giuseppe, dopo anni passati in giro per il mondo come reporter, torna alla natìa Catania, dove ritrova l'antica fiamma Caterina, piacente vedova, con una figlia sedicenne che s'innamora di lui.

Secondo me Di Leo non era troppo portato alle atmosfere torbide dell'erotico all'italiana in stile Malizia, e nonostante la sua indubbia bravura e la perizia tecnica della sua troupe, La seduzione esce fuori come un film piuttosto moscio e poco riuscito sia dal punto di vista drammatico sia da quello dell'erotismo. Gran parte della colpa va, a parere mio, ai due interpreti principali, allo sbiadito Ronet (forse nel cast per vendere il film in Francia) e a Lisa Gastoni, che pur fisicamente adatta al ruolo, dimostra ancora una volta di non avere lo spessore di attrice drammatica. Non male le due ragazzine, Jenny Tamburi, scomparsa nei giorni scorsi, e Barbara Marzano, così come il petulante gallo siculo interpretato da Pino Caruso. Il film ha un'apprezzabile scena finale e gode della bella fotografia di Franco Villa. Nonostante ciò, il risultato complessivo è sciapito.

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votasilvio in vaticano

by sasso67 (06/03/2006 - 20:11)

(7:47 PM) Martina: http://www.repubblica.it/2006/c/sezioni/politica/versoelezioni32/lettefarine/lettefarine.html

(7:48 PM) Martina: è uno schifo

(7:48 PM) Martina: se il papa riceve i politici

Sasso67: mi sa che quel prete lo manderanno a perlas de fogu in sardegna

(7:49 PM) Martina: significa che siamo tornati nel medioevo

(7:50 PM) Martina: che i governanti hanno bisogno della investitura papale per legittimarsi

Sasso67: secondo me quella di berlusconi è soltanto una bieca manovra elettorale

Sasso67: altro che investitura papale

(7:50 PM) Martina: certo

Sasso67: io lo investirei con la papamobile

(7:51 PM) Martina: eheh

Sasso67: ratzinger è un conservatore, con quella lettera ci si pulirà il pontificio deretano

(7:52 PM) Martina: però qual è il messaggio che si dà alle gente comune ? che in Italia la Chiesa ha un peso politico enorme

(7:53 PM) Martina: come è stato sempre

Sasso67: questo è innegabile, sia destra sia a a sinistra

(7:53 PM) Martina: basra che si parla di stato laico

Sasso67: se si guarda bene, ora come ora solo la rosa nel pugno fa una battaglia di laicità

(7:53 PM) Martina: mastella ci va

Sasso67: figuriamoci se si faceva scappare l'occasione

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stalinisti virgiliani

by sasso67 (04/03/2006 - 18:03)

La terra (URSS, 1930) di Aleksandr Dovzenko. Con Semën Svashenko (Vasil Opanas), Stepan Shkurat (nonno Opanas), Nikolai Nademsky (Semën Opanas), Julija Solnceva (la sorella di Vasili), Elena Maksimova (Natalja, la fidanzata di Vasili), Ivan Franko (Arkhip, padre di Khoma), Pjotr Masokha (Khoma), Vladimir Mikhajlov (il pope), Pavel Petrik (giovane capo della cellula del partito).

La terra (la morte del nonno)Non è tanto semplice descrivere un capolavoro: l'unica cosa da dire è che si deve vedere. Il dubbio principale che mi ha lasciato è se mi sia piaciuto di più La terra o Arsenal (1928), altro grandissimo film di Dovzenko. Quel che è certo è che La terra è uno sconvolgente poema lirico, con l'afflato panteista delle Georgiche di Virgilio. Il film di Dovzenko non è certo un idillio, ambientato com'è nel periodo che seguì la rivoluzione d'ottobre, con la lotta tra i contadini dei kolkhoz e i ricchi kulaki, refrattari alle novità rivoluzionarie. L'inevitabile manicheismo (i kolkoziani buoni e coraggiosi, i kulaki cattivi e vigliacchi), imposto anche dall'epoca in cui il film fu girato, non impedisce a Dovzenko di realizzare con inusitata libertà alcune delle sequenze più belle nella storia del cinema muto. Si pensi alla scena iniziale della morte del nonno, che si adagia sorridente su un mucchio di mele, o a quelle in cui Natalja, completamente nuda, si contorce per il dolore della scomparsa di Vasili. Più volte citato (una scena compari quasi uguale nella Notte di San Lorenzo dei fratelli Taviani), La terra ha un titolo che già dice tutto: il film ha la consistenza delle zolle lavorate dai contadini ucraini (il regista era appunto originario di quel paese), la muta insensibilità della terra che ricopre i morti e che non permette loro di rivelare il segreto sull'aldilà, e i problemi, le gioie e le sofferenze del nostro pianeta. E Dovzenko, pur trattando malissimo il pope del film, non rinuncia ad un moto di dubbio: "Dio non c'è, ma se ci fosse?".

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Quando c'era lui, quello piccolo

by sasso67 (02/03/2006 - 20:00)

Quando c'era Silvio di Enrico Deaglio e Ruben H. Oliva (regia). Con Lella Costa (la lettrice), Jean Blancheart (Karl Marx), Cesare Ragazzi (sé stesso). In edicola a 17 euro il dvd + libro.

Sembra un film già visto cento volte, e invece non lo abbiamo mai visto. Qualche pezzo a Blob, qualche frammento a Striscia, ma una panoramica tanto organica di quella che fu l'epoca berlusconiana, sugli schermi italiani, grandi e piccoli che fossero, non si era mai vista. Quando c'era Silvio va visto almeno per vedere (e soffrire) la sequenza integrale della colossale figura di merda che Berlusconi ci regalò al Parlamento europeo di Strasburgo nel 2003, quando ebbe il famoso diverbio con il deputato tedesco Schulz. La faccia Fini e soprattutto quella del presidente dell'assemblea, il liberale (conservatore) irlandese Pat Cox, valgono un'intera campagna elettorale. Mi rimetto a quanto scritto stamattina su Repubblica da Michele Serra, il quale si domandava se il docufilm di Deaglio non sia un'operazione inutile, essendo per sua natura destinata a chi già detesta Berlusconi, senza bisogno dell'ennesima riprova: «"C'era una volta Silvio", particolarmente agghiacciante nella riproposizione integrale del pazzesco discorso del nostro al Parlamento europeo, mai trasmesso da alcuna emittente privata o pubblica. Censurato, insomma, e vedendolo si capisce perfettamente perché».

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Storia della Spagna

by sasso67 (01/03/2006 - 19:26)

Fernando García de Cortázar e José Manuel González Vesga, Storia della Spagna, Bompiani, 2001, p. 576, € 12,91.

Garcia de CortazarDa Annibale a Felipe González. Storia della Spagna si ferma al 1993 (la prima edizione originale è appunto del 1993), con il PSOE al governo, non arrivando all'epoca di Aznar né all'avvento di Zapatero. La Storia della Spagna non si limita a raccontare un susseguirsi di guerre e rivoluzioni, ma parla dell'economia, del lavoro, della cultura degli spagnoli. La storia della Spagna, come la storia del mondo, è anche la nostra storia, ed è costellata di episodi ormai più che famosi,  come la cacciata dei mori e degli ebrei (1492), contemporanea alla scoperta dell'America, il disastro dell'Invencible Armada (1588), la resistenza a Napoleone, la dittatura di Primo de Rivera, la guerra civile (1936-39), la dittatura di Franco, il pacifico e spedito ritorno alla democrazia (1975). Ma la storia della Spagna è anche una serie di capolavori della letteratura (Lazarillo de Tormes, Don Chisciotte, le poesie di García Lorca) e della pittura (le opere di Velasquez, El Greco, Goya, Picasso, Dalì) che riflettono la storia e lo spirito degli spagnoli.

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Archivio Marzo 2006