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Morte per porci

by sasso67 (29/04/2006 - 22:18)

Porci, geishe e marinai (Giappone, 1961) di Shoei Imamura. Con Hiroyuki Nagato (Kinta), Mitzi Mori (Haruko), Yôko Minamida (Katsuyo), Kin Sugai (la madre di Haruko), Tetsuro Tamba (Tetsu).

Una banda della malavita giapponese si accorda con un trafficante nippoamericano per ricevere i rifiuti di una grossa base yankee sull'isola, allo scopo di impiantare un allevamento di maiali. Kinta, un sottoproletario perdigiorno, viene ingaggiato come guardiano dell'allevamento, ma sarà coinvolto nelle malefatte della banda, nonostante che la dolce fidanzata Haruko lo scongiuri di abbandonare la compagnia dei malviventi per trovarsi un lavoro serio.

Ottimo film - del resto il nome di Imamura è una garanzia - che casualmente uscì nello stesso anno di Accattone, film da cui sembra avere mutuato la figura del protagonista. Purtroppo proprio Kinta è la nota meno riuscita di Porci, geishe e marinai, poiché è un personaggio un po' troppo macchiettistico, caratteristica, quest'ultima, accentuata dal doppiaggio italiano. In sostanza il protagonista del film di Imamura, più che a Franco Citti somiglia Jerry Lewis (è sempre vestito da americano, con jeans, giubbotto da universitario e berrettino da baseball). Il film va comunque visto per quanto ci dice sul Giappone del dopoguerra e soprattutto sul dolore con il quale Imamura guarda il suo paese ridotto a nutrirsi dei rifiuti delle basi americane. Mi sembra di poter dire che Porci, geishe e marinai è una grande metafora del Giappone postbellico, con i giapponesi più o meno costretti a trangugiare tutto quanto venga dagli USA, siano pure gli scarti del loro cibo o della loro cultura. Il pessimismo di Imamura non fa sconti nemmeno a un personaggio buffonesco come quello di Kinta, né alla sua fidanzata.

Detto questo, vorrei far notare come sia Mereghetti che Morandini, dando un giudizio negativo sul film (il che è più che leggittimo: a me è piaciuto, a loro no), riportano una trama totalmente diversa da quella del film di Imamura; cosa che mi porta nuovamente ad affermare che loro il film non l'hanno visto, oppure hanno visto una versione talmente tagliata da risultare incomprensibile. E viene nuovamente da interrogarsi sul ruolo del critico cinematografico (e del critico in generale): ma è proprio obbligatorio scrivere di tutti i film, oppure non sarebbe meglio non parlare dei film che non si sono visti?

Morandini: «I marinai di una base americana in un porto giapponese hanno trasformato la città in un grande bordello. Kinta (Y. Nagato) lavora per una banda di trafficanti che riciclano le forniture alimentari made in USA come cibo per i maiali. Spinto dalla sua amichetta Haruko (M. Mori), cerca di mettersi in proprio, ma viene eliminato. Parabola sui rapporti tra l'occupazione straniera e la corruzione giapponese, è il film più anti-americano di S. Imamura (1926) il cui impegno militante di sinistra è visibile in tutta la 1a parte della sua carriera. Qui la diagnosi di una situazione sociale è rappresentata con una durezza impietosa, non priva di umor nero e non esente da sensazionalismo».

Mereghetti: «In un porto giapponese, dove sono di stanza militari americani, una banda di yakuza traffica nel riciclaggio dei resti delle forniture alimentari americane, usate come cibo per porci. Spinto dalla sua amante, la prostituta Haruko (Mori), Kinta (Nagato) tenta invano di mettersi da parte. Uno dei pochi film di Imamura a essere giunto in Italia: radiografia impietosa, ma tentata spesso dal sensazionalismo, di un mondo marginale dove a contare sono gli istinti primari del cibo e del sesso. Polemica contro la presenza degli americani, e intenzioni provocatorie nel tono greve e virulento (vedi la fiumana dei maiali nel finale)».

In rosso ho selezionato le inessattezze più clamorose dei due critici italiani.

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Quo vadis, Gabry?

by sasso67 (25/04/2006 - 17:08)

Quo vadis, baby? (Italia, 2005) di Gabriele Salvatores. Con Angela Baraldi (Giorgia Cantini), Gigio Alberti (prof. Andrea Berti), Claudia Zanella (Ada Cantini), Elio Germano (Lucio), Andrea Renzi (Commissario Bruni), Luigi Maria Burruano (il Capitano), Bebo Storti (Lattice), Rino Diana (Giulio), Ylenia Malti (ragazza della finestra).

Quo vadis, baby?Un film medio, come invece Io non ho paura era un film alto. La trama di Quo vadis, baby? è prevedibile, nonostante la struttura da giallo, che in alcuni momenti ricorda ddirittura il primo Dario Argento. C'è anche qualche banalità di troppo nei dialoghi, che in qualche brano sembrano tratti dalle citazione che si trovano stampate sulle magliette spiritose, come quando Giorgia domanda a Berti se crede in dio e questi risponde "Diciamo che lo stimo". C'è troppa autoreferenzialità, come se tutta la vita fosse interpretabile con la chiave del cinema; alcune citazioni sono esplicite (Ultimo tango a Parigi, M di Lang), ma ve ne sono molte altre sparse qua e là. Perfino la colonna sonora, composta da bei pezzi di rock, appare forzata: in alcuni momenti fin troppo sbracata (era meglio non mettere in un film come questo un pezzo, pur bellissimo, che s'intitola Psycho Killer, dei Talking Heads d'annata), in altri punti in apparente rincorsa delle scelte di Tarantino (i pezzi dei Ramones, Ragazzo di strada dei Corvi, Pugni chiusi dei Ribelli).

Eppure dei lati positivi del film sono evidenti, come l'indubitabile professionismo e la padronanza di mezzi di Salvatores, al cui servizio è la fotografia, ancora una volta di Italo Petriccione, tutta in toni lividi e notturni, che sa rendere alla perfezione un'atmosfera d'angoscia e che in alcune scene sotto i portici bolognesi sembra ispirarsi al barbaro assassinio del professor Marco Biagi (in alcuni scorci manca soltanto la biciletta appoggiata al muro). All'attivo del film sono poi le interpretazioni, dall'Angela Baraldi che esordì tanti anni fa nel video degli Stadio Chiedi chi erano i Beatles, ai sempre ottimi Andrea Renzi (un punto fermo per la cinematografia italiana almeno dall'Uomo in più di Sorrentino) e Luigi Maria Burruano. Gigio Alberti fa per l'ennesima volta la parte dell'eccentrico con velleità di artista e tombeur des femmes e rischia di rinchiudersi in un cliché. Notevole la breve apparizione di Bebo Storti nella parte di un marito cornuto e un po' psicopatico.

P.S La sceneggiatura è accreditata a Salvatores in collaborazione con Fabio Scamoni, che qualche tempo fa rispose a un mio post su questo blog.

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Nella testa dell'attore

by sasso67 (23/04/2006 - 20:13)

Essere John Malkovich (GB/USA, 1999) di Spike Jonze. Con John Cusack (Craig Schwartz), Cameron Diaz (Lotte Schwartz), Catherine Keener (Maxine Lund), John Malkovich (John Horatio Malkovich), Orson Bean (Dr. Lester), Mary Kay Place (Floris), Charlie Sheen (Charlie Sheen), Sean Penn (sé stesso), Brad Pitt (sé stesso).

Catherine Keener e John MalkovichLo sceneggiatore Charlie Kaufman ha scritto un copione che, specialmente nella prima parte (la più riuscita) sembra essere nato dalla collaborazione tra Franz Kafka e Woody Allen. Con un occhio anche ai fratelli Coen di Mr. Hula Hoop, il protagonista, interpretato dal bravo John Cusack (particolarmente adatto alle parti di uomo mediocre sorpreso dagli eventi del mondo), sembra anche una versione ripulita e meno laida del Mickey Sabbath, personaggio principale del capolavoro letterario Il teatro di Sabbath di Philip Roth. Al di là delle metafore contenute, che vengono fin troppo allo scoperto nel finale del film, bisogna riconoscere la bravura di chi ha saputo sceneggiare e poi dare corpo (il regista Spike Jonze, genero di Coppola) a quest'insieme di situazioni e battute da teatro dell'assurdo ("Voglio diventare un transessuale", dice all'improvviso la mogliettina del protagonista), che si traducono in un piacere per gli occhi dello spettatore. Così come si deve riconoscere il coraggio di John Malkovich professionista e persona nel mettersi in gioco più di quanto non richieda il semplice ruolo dell'attore. Ci sono molte citazioni (molto bella quella del ristorante pieno di Malkovich, compresi bimbi e nani, che pare venga da un film di Buster Keaton) e rimandi colti e intelligenti, che fanno sì che il film possa essere apprezzato da chi non va in cerca di puro e semplice intrattenimento. Molto ben riuscito il personaggio fatuo e amorale della Maxine interpretata da Catherine Keener.

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Ombre grigie

by sasso67 (22/04/2006 - 23:08)

Ombre (USA, 1959) di John Cassavetes. Con Lelia Goldoni (Lelia), Ben Carruthers (Bennie), Hugh Hurd (Hugh), Anthony Ray (Tony), Dennis Sallas (Dennis), Tom Reese (Tom), David Pokitillow (David), Rupert Crosse (Rupert), David Jones (Davey), Victoria Vargas (Vickie).

Ombre (Lelia e Tony)Ombre fu, all'epoca in cui uscì, più che un pugno nello stomaco, un pugno in un occhio del vecchio cinema hollywoodiano. Spiazzò il pubblico e anche la critica, rivelando in John Cassavetes un nuovo vero autore cinematografico. Autore di ambizioni meno titaniche di quelle di Orson Welles, Cassavetes è stato, per stile e coerenza alle proprie idee cinematografiche, un grande regista, che si piegava a recitare (bene) per finanziare le opere in cui credeva veramente. In questa sua opera prima mette in scena, senza una vera e propria trama, ma seguendo un filo logico abbastanza esile, i problemi di un gruppo di giovani newyorchesi e in particolare quelli di una ragazza di pelle bianca ma di famiglia afroamericana che non sa bene cosa vuole, mentre i suoi fratelli sembrano sapere bene cosa non debba volere.

Paragonabile a una lunga suite di jazz - dal quale del resto è sottofondato - Ombre ricorda qualche libro della Beat Generation, e penso in particolare a un romanzo peculiare come I sotterranei di Jack Kerouac. L'opera prima di Cassavetes è un film che non poteva avere successo quando uscì nelle sale, così come non potrebbe averlo oggi, ma è uno di quei lavori che vanno a costituire l'ossatura di una cinematografia, un po' come I quattrocento colpi e Fino all'ultimo respiro entrarono nel midollo osseo del cinema europeo.

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Va' dove ti porta il core(ano)

by sasso67 (22/04/2006 - 13:35)

Ferro 3 - La casa vuota (Corea del Sud/Giappone, 2004) di Kim Ki-duk. Con Jae Hee (Tae-suk), Lee Seung-yeon (Sun-hwa), Kwon Yuk-ho (Min-gyu, il marito), Ju Ji-mo (ispettore Cho), Choi Jeong-ho (carceriere), Lee Ju-seok (il figlio dell'anziano), Lee Mi-suk (la nuora dell'anziano).

Ferro 3Il golf può essere uno sport violentissimo. E le quattro mura di una cella possono sprigionare la libertà dell'uomo. Molte cose sono ribaltate in questo film di Kim Ki-duk, che è certamente una delle figure più interessanti (è del 1960 e già da qualche anno fa opere degne di attenzione) del cinema degli ultimi anni. L'idea di partenza del film (il giovane, che non si sa chi sia, che entra nelle case vuote senza rubare niente), anzi, è una delle idee più geniali cui mi sia capitato di assistere. Non mi sembra, però, che qui il regista riesca a padroneggiare pienamente la materia, che forse avrebbe amministrato meglio in un corto o mediometraggio. Dopo un po', dopo una quarantina di minuti o poco più la storia si accartoccia su sé stessa e gli sviluppi successivi sembrano dei pretesti per tirarla per le lunghe. E il finale nel quale i protagonisti si dimostrano eterei, privi di peso, sebbene intelligente, puzza un pochino d'espediente, un po' come quando alla fine del film si scopre che il protagonista ha sognato (non è questo il caso, anche se potrebbe esserlo).

I due protagonisti sono bravissimi, in particolar modo Jae Hee che recita tutto il tempo con la propria espressione, senza mai pronunciare una parola, ma l'intera operazione sembra un estenuato remake terragno dell'Isola, film di un fascino crudele nettamente superiore a questo, che resta comunque, al di là dei difetti che vi ho riscontrato, un buon film, originale ed autoriale.

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Mio fratello è figlio unico

by sasso67 (19/04/2006 - 18:50)

Il secondo fratello (Giappone, 1959) di Shoei Imamura. Con Hiroyuki Nagato (Kiichi Yasumoto), Kayo Matsuo (Yoshiko Yasumoto), Takeshi Okimura (Takaichi Yasumoto), Akiko Maeda (Sueko Yasumoto), Kô Nishimura (Goro Mitamura), Yoshio Omori (Seki), Taiji Tonoyama (Gengoro Henmi), Shinsuke Ashida (Sakai), Tanie Kitabayashi (la vecchia Sakata).

Il secondo fratello"Fratello" è una parola che in questo film si riappropria del suo significato originario, pregnante; è una parola che contiene in sé una serie di rimandi (alla famiglia, alle radici comuni, allo stesso sangue, a tutto ciò che unisce due o più persone nate e cresciute insieme) stupendamente illustrati da un'opera, dell'ingiustamente poco conosciuto Imamura, che tocca le corde profonde dell'anima. I quattro fratelli Yasumoto, rimasti orfani dopo la morte anche del padre, tentano disperatamente di restare uniti, e più ci provano, più si devono separare. Il più grande, venti anni, è una specie di 'Ntoni Malavoglia, svogliato e sfortunato, che un po' come l'Alberto Sordi di Mamma mia che impressione! tenta il colpo della vita con una fantomatica maratona. Yoshiko, sedici anni, è colei che si sacrifica, che per prima si allontana per andare a lavorare dovunque capiti, per mantenere la famiglia. Takaichi, tredici anni, è il secondo fratello, il Nianchan del titolo originale, quello forte, volitivo, determinato a riuscire là dove il padre e il fratello maggiore non sono riusciti a causa delle loro condizioni di miseria; in sostanza, "Taka" è il nuovo Giappone, quello che si rimbocca le maniche per lavorare, ma non solo, è quello che sa far funzionare il cervello e, con un approccio aggressivo alla vita, saprà farsi largo senza più dover aspettare il pane dallo stato o dalle umilianti raccomandazioni ai potenti di turno. Sueko, nove anni, è la piccola di casa, la narratrice della storia, una specie di Anna Frank volonterosa che narra la propria storia al suo diario. È Sueko che usa più di frequente le parole "fratello" e "sorella" ed è lei che alla fine riconoscerà l'inutilità degli sforzi fatti per timanere uniti: crollando con il capo sul quaderno sul quale sta raccontando le sue vicissitudini, concluderà scrivendo "sono sola".

Ma non c'è solo questo. Nella cittadina carbonifera in cui si svolge la storia, c'è tutta l'umanità, compresi una vecchia usuraia che ricorda quella di Delitto e castigo, un'assistente sociale dal cuore d'oro, un maestro elementare di buon senso, operai generosi e sindacalisti battaglieri. C'è un insieme di temi da far venire in mente tutti insieme Germinal e i Malavoglia, il neorealismo cinematografico italiano (richiamato anche da qualche suono di mandolini), fino al realismo poetico tipo Rocco e i suoi fratelli (che comunque è successivo di un anno). Ed è tutt'altro che una lagna: vi sono sequenze ironiche e scenette perfino comiche, talvolta ingenue, talvolte raffinate; Imamura non si ferma davanti a niente (mostra, nel 1959!, anche un anziano a culo nudo), perché così è la vita.

Il secondo fratello è un film eccezionale che conferma una volta di più il talento di Shoei Imamura, oggi quasi ottantenne (è nato il 15 settembre del 1926), il cui cinema, se ha un aspetto "scandaloso", come spesso è stato definito, è quello di non essere conosciuto a sufficienza qui da noi: basti pensare che non sono presenti recensioni su questo film né sul Mereghetti né sul Morandini. E invece è assolutamente da vedere.

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Un'altra sporca guerra

by sasso67 (18/04/2006 - 20:53)

Il prigioniero del Caucaso (Russia/Kazakhstan, 1996) di Sergei Bodrov. Con Oleg Menshikov (Sasha Kostylin), Sergei Bodrov Jr. (Ivan Zhilin), Susanna Mekhraliyeva (Dina), Szhemal Sikharulidze (Abdul-Murat), Aleksandr Bureyev (Hasan), Valentina Fedotova (la madre di Ivan), Aleksei Zharkov (il comandante russo).

Il prigioniero del CaucasoUn bel film, basato su un racconto di Tolstoj, ma portato ai giorni nostri, proprio agli albori della guerra tra la Russia e la Cecenia. Due soldati russi cadono nelle mani di un anziano montanaro ceceno che li vuole scambiare con il figlio progioniero dei soldati russi. Li sorveglia un ceceno muto e una ragazzina che s'innamora platonicamente del soldato più giovane.

Il film è interessante dal punto di vista delle dinamiche carceriere/prigioniero, ma anche da quello dei due soldati, che non potrebbero essere più diversi l'uno dall'altro, dato che uno è un sergente scafato e fanfarone, mentre l'altro è una recluta timida e gentile (che regala alla ragazzina cecena un uccello di legno). Poi c'è l'altro piano, quello delle dinamiche che passano sopra la testa dei semplici soldati, tanto che il primo scambio non va a buon fine perché i russi non portano l'ostaggio. Ci sono scene di violenza (una quasi insopportabile)anche se non si tratta certo di un film d'azione. Entrano in scena sempre nuovi personaggi, come la mamma di Ivan o il vecchio ceceno che ha perso due figli per mano dei russi e il terzo si è arruolato proprio nella polizia. Il finale del film, potentemente pacifista, è pessimista, e sembra voler dire che la guerra, una volta messa in moto, marcia in avanti indipendentemente dalla buona volontà di tanti personaggi che pensano di essere protagonisti e invece sono soltanto pedine.

Gli attori sono tutti bravi, da Menshikov a Bodrov Jr. (figlio del regista), da Sikharulidze alla giovane Susanna Mekhraliyeva.

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Grano rosso sangue

by sasso67 (18/04/2006 - 19:10)

Io non ho paura (Italia/Spagna/GB, 2003) di Gabriele Salvatores. Con Giuseppe Cristiano (Michele), Mattia Di Pierro (Filippo), Fabio Tetta (Teschio), Dino Abbrescia (Pino), Aitana Sánchez-Gijon (Anna), Giulia Matturro (Maria), Diego Abatantuono (Sergio), Stefano Biase (Salvatore), Fabio Antonacci (Remo), Susi Sánchez (la madre di Filippo), Adriana Conserva (Barbara), Giorgio Careccia (Felice).

Io non ho pauraCon Io non ho paura Salvatores ritrova la felice ispirazione dei bei tempi di Marrakech Express (1989) e Turné (1990). Dal punto di vista figurativo è sicuramente il miglior film del regista napoletano-milanese, con qualche scorcio ambientato in mezzo ai campi di grano di un giallo-oro abbacinante che ricorda Riflessi sulla pelle (1990) di Philip Ridley. Sul piano puramente narrativo vi è qualche sfasatura e qualche scena che sembra un po' per di più (il carceriere che balla Parole parole di Mina, un paio di scolte drammatiche nel finale), sorprende in maniera nettamente positiva l'insospettata ed eccezionale bravura di Salvatores nell'esprimere il mondo dei ragazzini, per di più ragazzini (così diversi da quel che dev'essere stato lui) di famiglie modeste di campagna. Il film tratta con sensibilità e compassione, anche grazie alla collaborazione alla sceneggiatura di Niccolò Ammanhti (autore del romanzo da cui è tratto il soggetto), le tematiche che spesso hanno fatto grande il cinema con protagonisti i ragazzini: l'amicizia, il tradimento, la paura dell'ignoto, lo spirito d'avventura, l'incomprensione per il mondo degli adulti.

Ad una lode grande come una casa per l'autore della fotografia (Italo Petriccione) e per Pepo Scherman ed Ezio Bosso, autori delle belle e funzionali musiche originali (accanto alle quali si sente qualche pezzo d'epoca come Lugano addio di Ivan Graziani o Liù degli Alunni del sole), bisogna sottolineare l'eccezionale prova di tutti gli attori, a partire dai bambini (mi sono piaciuti in particolare Giuseppe Cristiano, Giulia Matturro, Fabio Tetta e Adriana Conserva), nonché la mostruosa prova d'attore di Diego Abatantuono, che grazie al trucco e alla sua recitazione interpreta alla perfezione un vero e proprio orco moderno.

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Biacco

by sasso67 (17/04/2006 - 18:47)

Vipera (Italia, 2001) di Sergio Citti. Con Larissa Volpentesta (Rosetta a 12 anni), Annalisa Schettino (Rosetta a 18 anni), Harvey Keitel (Leone), Giancarlo Giannini (Guastamacchia), Elide Melli (Vipera), Goffredo Fofi (il prete), Olimpia Carlisi (la tenutaria), Rosario Ainnusa (Fortunato).

Larissa Volpentesta in "Vipera"Dispiace parlar male di Vipera, penultimo film realizzato da Sergio Citti, scomparso l'11 ottobre 2005 a 72 anni. Però, francamente, non vedo come se ne possa parlare bene. La storia è quella di Rosetta, dodicenne, abitante in un paese della campagna siciliana durante l'ultima guerra mondiale. La ragazzina vive da sola con il padre, dopo che la madre è fuggita con un avventuriero. Messa incinta dall'ex capo del locale fascio, subito riciclatosi alla democrazia dopo l'arrivo degli americani, passerà alcuni anni in riformatorio (non si capisce perché), prima di ritrovare la madre e forse il figlio che le era stato tolto.

Il film non sta in piedi né nella trama né nella descrizione dei personaggi, il cui approfondimento psicologico è pari a zero. Sono troppi i buchi di sceneggiatura per non pensare che Vincenzo Cerami l'abbia scritta nei ritagli del tempo che più proficuamente dedica a Roberto Benigni. La repentina trasformazione di Guastamacchia da capo fascista a capo comunista è troppo repentina e non giustificata dall'arrivo degli americani; non si capisce perché la povera Rosetta, morto il padre, sarebbe dovuta finire in riformatorio: caso mai in orfanotrofio; non si capisce come possa Fortunato, bambino analfabeta, diventare un cantastorie. Va bene che si tratta di una favola, ma qui si è esagerato. L'operazione, fitta di simboli che non appartengono all'universo di Sergio Citti, nonostante parecchi rimandi alla commedia all'italiana dei tempi d'oro (da I soliti ignoti a Per grazia ricevuta), non è per niente riuscita. I personaggi sono, ben che vada, bidimensionali, con l'eccezione della dodicenne Rosetta, che però è troppo tirato via nella seconda parte del film. Gli attori sono quasi tutti bravi, a cominciare dalle donne e specialmente le ragazze Larissa Volpentesta e Annalisa Schettino (meglio la prima, però). Elide Melli, anche tra i produttori del film, ha una scena madre in cui fa la pazza e si denuda in strada sotto la pioggia. Giannini si arrabatta a cercare di rendere credibile un personaggio che non lo è già sulla carta, e si guadagna la pagnotta pur non riuscendo nell'intento. Keitel è bravo quanto meno a non rendere ridicolo un personaggio cui non assomiglia nemmeno lontanamente. Olimpia Carlisi recita ancora come ai tempi del sodalizio umano e artistico con Benigni, cioè malissimo. Tra gli attori, secondo me, strano a dirsi, il migliore è Goffredo Fofi, critico cinematografico, che recita nella breve parte di un prete di buon senso.

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Il voto è un segreto

by sasso67 (16/04/2006 - 20:49)

Il voto è segreto (Iran/Italia/Svizzera/Canada, 2001) di Babak Payami. Con Nassim Abdi (rappresentante di seggio), Cyrus Abidi (il soldato).

Il voto è segretoDue soldati sulla spiaggia di un'isola iraniana. Dal cielo piove un baule. Dentro c'è il materiale per le elezioni. Un motoscafo scarica il rappresentante del seggio, che è una ragazza. Le cose si complicano per il soldato che deve accompagnarla attraverso i villaggi per raccogliere i voti degli abitanti.

Uno dei film iraniani degli ultimi tempi più distesi e meno lagnosi, che accentua il tasto dell'ironia, già presente nei lavori migliori di Kiarostami. E tuttavia il regista Payami non rinuncia a porre le questioni tipiche di un paese che affonda le radici in una civiltà islamica e fortemente patriarcale. La situazione non è nuova, specialmente quando la ragazza e il soldato sono costretti a compiere il viaggio in coppia. La giovane porta in dote l'ottimismo della democrazia, che pensa di poter fare a meno della forza di coercizione, mentre il soldato si fida soprattutto del proprio fucile. La ragazza pretende il rispetto delle regole della democrazia e il soldato quelle del codice militare e di polizia. La democrazia, però, non ha forza, in quanto piovuta dal cielo e la forza coercitiva del fucile non comprende una realtà multiforme come quella iraniana. Il film è lodevole negli intenti e si vede volentieri, ma i suoi assunti rischiano di essere vanificati in questi giorni nei quali un presidente semifolle (ma scommetto che ci sia del metodo in questa follia) ha fatto fare al paese un balzo indietro di diversi decenni, per quanto riguarda la democrazia della società e l'integrazione delle donne nei meccanismi politici. Gli unici "passi avanti" l'Iran di Ahmadinejad li ha fatti nel campo degli esperimenti atomici: chiamalo progresso! Fortuna per il regista che viva ormai da qualche anno stabilmente in Canada; almeno la sua libertà espressiva non sarà compressa.

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Cinema in trance

by sasso67 (15/04/2006 - 14:09)

Terra in trance (Brasile, 1967) di Glauber Rocha. Con Jardel Filho (Paulo Martins), Paulo Autran (Porfirio Diaz), Josè Lewgoy (Felipe Vieira), Glauce Rocha (Sara), Paulo Gracindo (Don Julio Fuentes), Hugo Carvana (Alvaro), Danuza Leão (Silvia), Jofre Soares (padre Gil), Josè Marinho (Jerônimo).

Terra in tranceIl ruolo dell'intellettuale, di sinistra, forse anarchico, al servizio dei potenti, conteso tra populisti, dittatori e capitalisti, e tuttavia alieno dall'assumersi qualsiasi tipo di responsabilità. I politici sono avversari ma speculari: Diaz e Vieira non si distinguono, mentre in mezzo, a fare da ago della bilancia sta il capitalista Fuentes, con la chiesa eldoradiana (= brasiliana) che sembra invece stare dalla parte del poulismo di Vieira. Il destino dell'intellettuale non potrà che essere quello di una fine nichilista.

Con una messinscena di stampo brechtiano, Terra in trance ebbe nel cinema brasiliano la stessa dirompenza che i primi film di Godard ebbero su quello francese. Glauber Rocha (1938-1981) era il fratello maggiore che lotta con i genitori per ottenere quelle libertà di cui godranno anche e soprattutto i fratelli più giovani: senza di lui non sarebbero probabilmente esistiti in quanto autori né SallesMeirelles.

Gli attori sono quasi tutti funzionali alla recitazione straniata e straniante del film, eccetto forse il protagonista (Filho), che non ha il "fisico" del poeta (sembra un Klaus Kinski più robusto e meno folle), ma piuttosto del pugile o dell'avventuriero (in)deciso a tutto.

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La stanza del padre

by sasso67 (15/04/2006 - 13:37)

Private (Italia, 2004) di Saverio Costanzo. Con Mohammed Bakri (Mohammed B.), Lior Miller (comandante Ofer), Hend Ayoub (Maryam B.), Tomer Russo (soldato Eial), Areen Omary (Samiah B.), Marco Alsaying (Jamal B.), Sara Hamzeh (Sarah B.), Karim Emad Hassan Aly (Karim B.), Niv Shafir (soldato Dan).

PrivateIl film del figlio del buzzone con i baffi non è certo un capolavoro, ma si può vedere. Vero è, piuttosto, che non si capisce con quale coraggio Private sia stato nominato a rappresentare l'Italia come candidato agli Oscar per il 2004. Comunque il poverissimo film ha una sua ragion d'essere nel tentativo di spiegare le dinamiche che si creano nei territori palestinesi occupati dagli israeliani. Un plotoncino di soldati è mandato ad occupare una casa di proprietà della famiglia di un pacifico professore liceale d'inglese. I soldati occupano i piani superiori della casa, lasciando la famiglia del professore al piano terreno e rinchiudendola in un'unica stanza durante la notte. Il titolo, in inglese, si riferisce sia al soldato semplice (Eial) che dimostra una maggiore sensibilità ed umanità (nel tempo libero legge Saramago e suona il flauto), sia all'invasione del privato di una famiglia che rifugge dall'estremismo, ma che in un suo giovane membro subisce le lusinghe dei terroristi che si immolano da eroi. Con molti pregi e molti difetti il filmetto va avanti anche grazie a una recitazione sotto le righe che serve a stemperare la tensione dell'insieme.

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Da Quarto al Volturno

by sasso67 (14/04/2006 - 18:51)

Giuseppe Cesare Abba, Da Quarto al Volturno, Oscar Mondadori, 1997, pp. 191, € 5,68

«Questo libriccino di 160 pagine è dunque la storia, o meglio il poema, della spedizione dei Mille, dall'inizio alla fine.» (Giovanni Mira)

È ormai risaputo che queste Noterelle di uno dei Mille non sono il puro e semplice diario scritto, come all'origine fu fatto credere, sulla pelle di un tamburo. Si tratta di una vera e propria opera letteraria, che ha più dell'epica che della diaristica o della storiografia, elaborata come lo fu l'Anabasi di Senofonte. Il testo di Abba è pieno di citazioni e reminiscenze letterarie, che vanno dall'Eneide alle opere di Byron, passando per l'Orlando furioso. L'opera è interessante non tanto dal punto di vista storico - o meglio cronachistico - anche perché l'autore, nonostante il tempo del distacco, non sembra avere una visione d'insieme della spedizione, se non acquisita alla luce dei fatti avvenuti successivamente (il libro uscì quando l'Italia era ormai fatta da anni e Roma ne era la capitale). È invece interessante dal punto di vista dell'ottica con la quale all'epoca si guardava a quella specie di superuomo (in quel caso la fama non era usurpata) che era Garibaldi e all'aura di invincibilità che proiettava anche sui suoi collaboratori, dal fanatico Bixio agli altri ufficiali come La Masa o gli ufficiali ungheresi Tuköry e Türr. Con quest'ottica si comprende anche l'ammirazione con la quale gli italiani guardarono, una sessantina d'anni dopo, a un superuomo di cartapesta come Mussolini, autopropostosi come il continuatore dell'opera risorgimentale.

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Samurai e contadini

by sasso67 (12/04/2006 - 22:09)

I sette samurai (Giappone, 1954) di Akira Kurosawa. Con Takashi Shimura (Kambei Shimada), Toshirô Mifune (Kikuchiyo), Yoshio Inaba (Gorobei Katayama), Seiji Miyaguchi (Kyuzo), Minoru Chiaki (Heihachi Heyashida), Daisuke Katô (Shichiroji), Isao Kimura (Katsushiro Okamoto), Keiko Tsushima (Shino), Yukiko Shimazaki (la moglie di Rikichi), Bokuzen Hidari (Yohei), Kokuten Kodo (Gisaku, il vecchio), Kamatari Fujiwara (Manzo), Shinpei Takagi (capo bandito).

I sette samuraiUn capolavoro del cinema, avventuroso e sentito, girato con una maestria impeccabile, con un senso dello spettacolo difficilmente raggiungibile, con una sensibilità raramente eguagliata e con una forza espressiva che ha pochi pari nel panorama storico della decima musa. Più volte imitato, portato nel far west o nello spazio, I sette samurai è un classico intramontabile, eccezionale di per sé e ancor più importante nella storia del cinema: serve a comprendere anche una grossa fetta del cinema giapponese futuro, e trova un nipotino in un film come Zatoichi (2003) di Takeshi Kitano. Kurosawa, che nonostante le molte differenze non esiterei a paragonare da vicino al John Ford di Ombre rosse e della Pattuglia sperduta (se non a quello della Carovana dei mormoni), crea un pathos degno dei drammi scespiriani (che non ha caso porterà sullo schermo con Il trono di sangue e Ran), ma sa stupendamente stemperarlo con l'ironia dei buffoni di turno, come il magnifico soldato fanfarone interpretato con trasporto dal grande Mifune. La magia di Kurosawa, però, sta anche nella com-passione che sente e fa sentire per i propri personaggi, sia samurai sia contadini, contrapposti a quella specie di raffigurazione del male assoluto che è il capo dei banditi, rappresentato come una specie di distruttore alla Gengis Khan. E non è nemmeno vero, come pure è stato sostenuto, che il regista disprezzi i contadini, che critica per la loro grettezza e cattiveria, ma che giustifica, criticando allo stesso tempo, attraverso le parole di Kikuchiyo, la tradizionale violenza della casta dei samurai.

Giustamente votato al posto numero 5 nella classifica dei più bei film di tutti i tempi nel sito www.imdb.com, I sette samurai (meritoriamente riproposto dalla rivista Ciak nella originaria versone di 200 minuti), si avvale di uno dei più grandi registi della storia, di una fotografia fuori dall'ordinario e di attori eccellenti: in particolare i due interpreti che recitano nelle parti che spiccano, anche grazie a loro, sopra le altre, il già citato Toshirô Mifune e Takashi Shimura. Grande.

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Il riconteggio dei voti

by sasso67 (12/04/2006 - 20:14)

IL RICONTEGGIO DEI VOTI

La vittoria dell'Unione di centrosinistra alla Camera dei Deputati è stata talmente striminzita (appena 25.000 voti), che Berlusconi ha già chiesto il riconteggio dei voti (accodandosi anche in questo al Presidente americano G.W. Bush), per verificare se tra le schede annullate e i voti non assegnati ve ne sono a sufficienza perché il verdetto sia ribaltato. Vediamo com'è andata.

Schede mortadella. L'inizio non è stato confortante per il Silvio nazionale. Sono state infatti trovate cento schede nelle quali alcuni cittadini avevano inserito delle fette di mortadella, accompagnadole con la scritta "mangiatevi anche queste". Queste schede sono state assegnate all'Unione, in quanto è risultata chiara, anche grazie ad alcuni bravissimi rappresentanti di lista stalinisti, l'intenzione degli elettori di dare la preferenza a Romano Prodi.

Schede ladri. Su quindicimila schede alcuni elettori avevano scritto semplicemente a caratteri cubitali "LADRI". Qui Silvio ha avuto buon gioco nel dimostrare che era una chiara espressione di voto per il centrodestra. Nessun rappresentante di lista dell'Unione ha saputo muovere obiezioni.

Schede mafioso. Sono state rinvenute cinquemila schede sulle quali era chiaramente visibile una freccia, tracciata con il lapis regolamentare, che puntava sul simbolo di Forza Italia e in fondo alla quale c'era scritto "Mafioso!". Berlusconi ha subito affermato trattarsi di una chiara manifestazione di voto per l'amico e collega di partito Marcello Dell'Utri, mettendo anche in questo caso fuori gioco le blande e poco convinte obiezioni dei rappresentanti di lista del centrosinistra.

Schede merde. Su ben 5.000 schede, altrettanti elettori avevano tracciato una scritta trasversale e bipartisan che dice testualmente "MERDE". Nonostante le vibrate proteste dei rappresentanti di lista dell'Unione che sostenevano doversi dividere i voti in questione equamente tra i due schieramenti, anche qui Berlusconi ha avuto buon gioco, riuscendo a dimostrare come si trattasse di cristalline manifestazioni di voto espresse in favore di Follini e di tutta l'UDC.

Schede fascisti. Su 100 schede, alcuni elettori, evidentemente comunisti-leninisti-cannibalisti vecchio stampo, avevano scritto "fascisti al rogo!", e anche in questo caso Berlusconi è riuscito a dimostrare facilmente che i voti suddetti erano attribuibili ai suoi alleati di Alternativa Sociale capeggiati da Alessandra Mussolini, o in subordine alla Fiamma Tricolore di Pino Rauti, o in subsubordine ad Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini.

La scheda decisiva. Raggiunta la parità, rimaneva un'ultima scheda, che purtroppo per il premier nonché capo di Forza Italia e dell'Intera Casa delle Libertà, ha decretato la sconfitta per la coalizione di centrodestra, in quanto chiaramente da attribuirsi all'Unione di Prodi. Sulla scheda era infatti scritto a chiare lettere: "FORZA DI PIETRO! ARRESTALI TUTTI! FIRMATO: TREMAGLIA".

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Lettera aperta al Ministro Tremaglia

by sasso67 (11/04/2006 - 19:54)

Caro Ministro Tremaglia,
nella mia vita non avrei mai creduto di dovere, a un certo punto, ringraziare un ex repubblichino di Salò. Però quel giorno è venuto, ed oltre a un ringraziamento Le devo anche delle scuse. Ero sempre stato (e sono ancora) contrario al voto concesso agli italiani all'estero, poiché penso che sia assurdo che persone che non vivono in Italia, che non ci sono nate, che non ci sono mai vissute, che non parlano nemmeno l'italiano e non sono mai state in Italia, votino per il nostro governo. Ma io voto forse per il presidente degli USA o per le presidenziali in Argentina o in Uruguay?
Però questa volta Le devo le mie scuse, poiché grazie alla sua legge l'Unione di centrosinistra ha avuto la maggioranza anche al Senato, per il quale, in Italia, aveva perso abbastanza nettamente. Ora non è che il centrosinistra abbia ottenuto una grande vittoria, tutt'altro. Però la vittoria, anche se risicata, ci permette di toglierci il peso più grande che abbia gravato sulla politica italiana dal dopoguerra ad oggi: Berlusconi.
Caro Ministro, non mi ritenga ingeneroso se ho accennato al fatto che la vittoria dell'Ulivo è stata risicata: non Le potevo chiedere di escogitare qualcosa per rendere più larga una vittoria che nei numeri non lo è. Lei ha fatto quel che poteva, e ciò basta a metterla nell'esiguo numero dei ministri del governo Berlusconi che proprio schifo non hanno fatto, insieme ad Alemanno e Pisanu (il quale, anche se in extremis, può fregiarsi della cattura di Provenzano).
P.S. Se ha occasione di vederlo, porga un sentito ringraziamento anche all'ex Ministro Calderoli: senza la sua "legge-porcata" l'Unione non sarebbe riuscita ad avere la maggioranza nemmeno alla Camera. Gli dica anche che, contrariamente a quanto hanno detto in questi anni gli esperti di diritto e psichiatria, la sua intelligenza è tutt'altro che disprezzabile, come è dimostrato dagli ingegnosi accorgimenti escogitati per consentire la vittoria della coalizione di Prodi.

Ringraziando sentitamente, il Suo devotissimo
                                                                    Sasso.

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Che botte, ragazzi!

by sasso67 (09/04/2006 - 19:27)

Come ce le davano i nostri genitori.

"Ti picchio". Era generalmente la minaccia delle mamme, la più semplice ed immediata, che, al di là del fatto di guastare temporaneamente i rapporti con la mamma, non faceva granché paura, perché consisteva nello scappellotto, o al massimo uno sculaccione o uno schiaffetto.

Il vergato. Era un passo avanti. Implicava una serie più variegata di botte, dagli schiaffi agli scapaccioni, agli sculaccioni, alle pedate nel sedere, che però erano riservate ai babbi. Era un vero passamano, e infatti si sentiva dire anche questa parola. Il vergato poteva essere preannunciato, oltre che dalla frase "ora ti faccio un vergato" anche dalle fatidiche locuzioni "ne buschi", "ne tocchi", "a casa si fa i conti", "ti zombo", "ti sciagatto" e simili. Il vergato, che etimologicamente fa riferimento a un bastone (verga) era solitamente eseguito a mani nude e in casi più rari con mestoli (nel mio caso), granate, battipanni, cintole o vette di salcio (nel caso del Boccino). Sinonimo di vergato era il battuto.

Il cignòlo. Presupponeva l'uso esclusivo della cintola dei pantaloni, ragion per cui era considerato di esclusiva pertinenza dei babbi. Cignoli in questo senso non ne ho mai subiti. In realtà si poteva chiamare cignòlo anche una scarica di botte non necessariamente date con la cintola dei calzoni. Si tratta di un termine anche scherzoso, come testimonia la celebre canzone cantata dal Cecchini a Schioppino sull'aria di Guantanamera: "Guanta Schioppino, o Lina, agguanta Schioppino, prendi un salcino e fagli un bel cignolino...".

Il sarmante (o salmante). Era la vetta delle punizioni corporali. Chi lo subiva era meglio che non si facesse vedere in giro per un po', in quanto, oltre al ricordo della batosta subita, si aggiungeva la beffa delle prese per il culo che gli "amici" dedicavano allo sfortunato destinatario del sarmante: "certo, però, l'altro giorno hai preso un bel sarmante eh?", avrebbero detto con maliziosa ironia i cosiddetti amici allo svenurato, il quale avrebbe risposto con noncuranza "chi, io? Nooo a casa il mi' babbo s'era già bell'e dimenticato tutto: non m'ha fatto proprio niente!". L'etimologia del sarmante non è chiara, a meno che non si debba intendere nella sua variante di salmante, nel senso che in genere presupponeva una tale dose di botte che potevano ridurre l'oggetto del trattamento una salma, cioè un cadavere.

I tipi di botte.

Lo schiaffo. Il modello più diffuso per punire manescamente il malcapitato figliolo. Incuranti del detto "scherzo di mano, scherzo da villano", i genitori schiaffeggiavano a piacimento i figli discoli, talvolta utilizzando le varianti più estemporanee e spettacolari del manrovescio e della labbrata. Sinonimi di schiaffo erano inoltre manata e cinquedita.

Lo sculaccione. Riservato ai bambini molto piccoli e dato dai nonni ai discolacci muniti di pannolone, allo scopo di non fare troppo male. Uno sculaccione dato a un bimbo che già andava alle elementari era un'onta troppo grande. Evocativamente più potente del semplice sculaccione era lo scrocchio, che in maniera onomatopeica richiamava il rumore, condito da dolore, della mano che si abbatte sulla natica colpita. Variante dello sculaccione era lo zuino, conosciuto anche come frizzino, ma questo rientra più nel novero degli scherzi che delle punizioni corporali dei genitori. Quest'ultimo veniva inferto mediante un colpo inferto grazie a una veloce rotazione della mano sul polso, sfregando con forza due dita sull'altrui deretano.

Lo scapaccione. Colpo inferto con mano aperta sulla nuca del reprobo con maggiore o minore forza a seconda della colpa commessa. Ne è un sinonimo la patta (o pattina, o pattone), che spesso veniva usata per rinnovare la pettinatura dopo un passaggio dal barbiere; il che era doppiamente umiliante, poiché in genere dopo essere usciti dal salone del barbiere ci si vergognava come ladri per avere la testa tutta precisina e poi si camminava rasente i muri per non incontrare qualcuno che ti urlasse "ti sei fatto i capelli, eh! Vieni qua che ti do la patta!", rischiando in tal modo di richiamare anche altri giovinastri interessati a festeggiare la "rapa". Inferto nella dolorosissima zona "tra capo e collo", lo scapaccione si trasformava in gollettone. Quest'ultimo non era un metodo punitivo usato dai genitori, mentre poteva esserlo la patta: "Ora se non stai un po' fermo ti do un paio di patte!". Ne è una variante il frontino che, come dice la parola stessa, è un colpo della mano aperta sulla fronte. In vita mia ne ho subito uno solo, a trent'anni, dal mio cugino, quando gli dissi che la nostra cugina s'era messa col Brucciani.

La pedata nel culo. Rigorosamente riservata ai padri e generalmente riservata ai figli maschi, era un metodo correzionale piuttosto umiliante, ma contemporaneamente utile alla crescita psicofisica del giovane. Tanto è vero che ai ragazzi di bassa statura e di scarsa creanza (tipico esempio ne è ancora una volta Schioppino) veniva sovente detto "si vede che il tu' babbo t'ha dato poche pedate nel culo!". Per esperienza posso affermare di averne prese poche, mentre un grande incassatore di calci nel culo è stato, per sua stessa ammissione, il Cecchini.

Il nocchino. Inferto con la mano chiusa a pugno con le nocche dell'indice e del medio sporgenti sulle ossa craniche del malcapitato, era generalmente prerogativa di insegnanti (a Montescudaio ne era campionessa la proverbiale maestra Rossi) e preti. Gli insegnanti sono stati i primi a perdere l'abitudine di correggere gli errori d'ortografia a suon di nocchini, mentre i preti, giovandosi di una sorta di extraterritorialità, o forse della loro autorità morale, oppure di qualche codice segreto inserito nel Concordato, hanno continuato imperterriti a reprimere le bestemmie dette in sacrestia a suon di nocchini o colpi di cero in testa (ne sanno qualcosa i fratelli Paolino e Cesare Barbafiera).

Il tirotto dei capelli. Il tirotto dei capelli era tipico, nella mia esperienza, delle suore dell'ordine del Sacro Cuore. Applicavano il detto metodo punitivo quando i maschietti dell'asilo alzavano le gonnelle delle femmine per vedere cosa c'era sotto (mi sembra che sotto ci fossero sempre un paio di mutande).

Le ginocchia sul granturco. Arcaico metodo punitivo adottato nelle scuole fino al dopoguerra, consistente nel far inginocchiare il discolo su dei chicchi di granturco all'uopo sparsi sul pavimento e farcelo restare per un bel po' di tempo. Anche in questo metodo eccelleva la mitologica maestra Rossi. Una volta, invece, vidi la Chioccia costringere Gabriele e Matteo, che durante il giorno "erano stati cattivi", a camminare inginocchiati, con i pantaloni corti, sulla ghiaia.

Tralascio, e rimando ad altra trattazione, altri "scherzi di mano", quali la tirata d'orecchi (che non m'è mai capitata), il biscotto negli orecchi, la masa, la tira, la pattonata, il ponte e lo strusciaculo, poiché facevano parte più dei giochi tra ragazzini che delle vere e proprie punizioni.

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Soggetto e sceneggiatura di Mattia?

by sasso67 (08/04/2006 - 12:01)

Lorenzo Pelosini. Nato a Cecina (LI) il 4/6/1990, ha fin dalla tenera età interesse per la letteratura del ‘900 e per il cinema. A soli cinque anni ha dipinto un mazzo di Tarocchi artistici. A otto anni ha esordito nel mondo dello spettacolo con esibizioni dal vivo in villaggi turistici e navi da crociera. Ha scritto il libro sulle problematiche adolescenziali Il volo del falco; e sta dirigendo un film comico basato sul soggetto di Mattia Mura La Squadra Segreta, in cantiere da sei mesi. Il film tratta di tre ragazzi di Cecina che, in perfetto stile hollywoodiano, tentano di salvare Cecina dal perfido Granduca Vampiro, mescolando la realtà della città di Cecina con il mondo dell’orrore e con gag esilaranti stile Mel Brooks.

Dal sito http://www.museodeitarocchi.it/Artisti.htm

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Sulla Luna con timore

by sasso67 (01/04/2006 - 14:15)

Conto alla rovescia (USA, 1968) di Robert Altman. Con James Caan (Lewis Stegler), Robert Duvall (Chiz Stewart), Joanna Moore (Mickey Stegler), Barbara Baxley (Jean), Charles Aidman (Gus), Steve Inhat (Ross Duellan), Michael Murphy (Rick).

Il secondo film di Altman mostra già una notevole maturità (il regista nel 1968 aveva già 43 anni), benché evidenzi parecchi difetti, dovuti probabilmente al fatto che la produzione intervenne pesantemente in fase di montaggio, sottraendo di fatto il film a chi l'aveva diretto per quattro quinti (le fasi sulla Luna furono girate da William Conrad). Ci sono parti figurativamente e anche narrativamente efficaci: la mia preferita è la breve sequenza dell'astronauta solo nella capsula quando comincia il countdown. Conto alla rovescia non è il classico film di fantascienza, ma un film che mette al centro dell'attenzione il rapporto di amicizia che rischia di incrinarsi per la rivalità professionale, ma che poi si rinsalda nel momento del bisogno, ma anche il rapporto con la moglie e con il figlio (non a casao alla fine è il topolino di gomma del figlio ad indicare all'astronauta la direzione giusta). Il film di Altman lancia anche un messaggio di amicizia verso il nemico storico dell'America durante la guerra fredda, tanto è vero che Lewis sulla Luna affianca alla bandiera a stelle e strisce quella rossa con la falce e il martello degli astronauti sovietici periti nell'allunaggio. Nonostante alcune inutili lungaggini e alcuni interpreti così così - a parte Duvall, Caan non è mai stato un grande attore, mentre le donne sono veramente giù di tono - Conto alla rovescia si fa guardare volentieri anche a quasi quarant'anni di distanza. Certo, non è il coevo 2001: Odissea nello spazio, ma nel gruppetto di film di argomento spaziale di buona lega ci sta con dignità.

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Harvey non abita più qui

by sasso67 (01/04/2006 - 13:03)

Donnie Darko (USA, 2001) di Richard Kelly. Con Jake Gyllenhaal (Donnie Darko), Holmes Osborne (Eddie Darko), Maggie Gyllenhaal (Elizabeth Darko), Daveigh Chase (Samantha Darko), Mary McDonnell (Rose Darko), James Duval (Frank), Patrick Swayze (Jim Cunningham), Jolene Purdy (Cherita Chen), Jena Malone (Gretchen Ross), Drew Barrymore (prof. Karen Pomeroy), Noah Wyle (prof. Kenneth Monnitoff), Katharine Ross (Lilian Thurman, la psicologa), Patience Cleveland (Nonna Morte).

Donnie DarkoFilm horror con idee, Donnie Darko ha una sua dignità, anche se è esagerato il 97° posto nella classifica dei migliori film di tutti i tempi che occupa sull'Internet Movie Database. È un film che non imbocca una strada precisa all'inizio del film, differenziandosi dalla massa dei film horror che, una volta individuata la direzione, la seguono dall'inizio alla fine, generalmente per arrivare a una conclusione granguignolesca. Come struttura narrativa, Donnie Darko mi ha ricordato Allucinazione perversa, ma con qualche suggestione niente di meno che del Settimo sigillo bergmaniano. Questo perché tutta la vicenda sembra svolgersi in un attimo sospeso a cavallo dell'Apocalisse. E che vi siano riferimenti metacinematografici è dimostrato dalla citazione ripetuta di Ritorno al futuro da parte del protagonista. Si tratta di un film che forse per essere compreso appieno va visto almeno due volte, ma anche ad una prima visione riesce ad affascinare lo spettatore con la forza del mistero e di bellissime immagini.

Sono bravi anche gli attori, tra i quali preferisco i due fratelli Maggie e Jake Gyllenhaal, e Patrick Swayze, imbruttito rispetto ai tempi di Ghost, ma che dimostra di saper recitare un personaggio sgradevole, simile a quello interpretato da Tom Cruise in Magnolia.

Si astengano dalla visione tutti coloro che avevano apprezzato il coniglione Harvey nel film omonimo del 1950 con James Stewart: siamo caso mai dalle parti, funeree e grottesche, dei coniglioni neri che portavano la bara per Pinocchio quando si rifiutava di prendere la medicina.

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Archivio Aprile 2006