Meglio di niente
by sasso67 (29/05/2006 - 20:06)
Il resto di niente (Italia, 2004) di Antonietta De Lillo. Con Maria de Medeiros (Eleonora Fonseca Pimentel), Enzo Moscato (Gaetano Filangieri), Rosario Sparno (Gennaro), Imma Villa (Graziella), Riccardo Zinna (Pasquale Tria).
La storia di Eleonora Fonseca Pimentel, una delle intellettuali artefici della rivoluzione napoletana del 1799, impiccata dopo la restaurazione borbonica. L'argomento avrebbe richiesto ben altri tempi e finanziamenti che non quelli a disposizione della pur lodevole De Lillo, anche perché alla base c'era un bel romanzo storico di Enzo Striano, del quale, a detta di chi l'ha letto, nel film rimane men che l'ossatura. La rivoluzione si vede a malapena, i movimenti di massa sono pressoché assenti (alla grazia di Ejzenstejn!), mentre sono inconsistenti alcuni personaggi chiave come Filangieri e Cuoco. E tuttavia la figura di Eleonora Fonseca Pimentel, profuga portoghese nella Napoli borbonica di fine settecento, donna libera, abituata a pensare con la propria testa, malmaritata a causa delle difficoltà economiche della famiglia, emerge con sufficiente nitidezza, anche grazie all'interpretazione di Maria de Medeiros (anch'ella portoghese), che una volta tanto riesce a non essere odiosa come al solito.
Il titolo non fa il monaco
by sasso67 (29/05/2006 - 20:03)
Poliziotti violenti (Italia, 1976) di Michele Massimo Tarantini. Con Antonio Sabato (commissario Tosi), Henry Silva (magg. Altieri), Silvia Dionisio (Anna), Ettore Manni (avv. Vieri), Daniele Dublino (il tenente), Claudio Nicastro (il generale), Thomas Rudy (gangster che mangia cioccolata).
Questo poliziottesco ha un intento lodevole, cioè quello di stigmatizzare il golpismo di destra, strisciante soprattutto nelle forze armate per tutti gli anni sessanta e settanta della nostra storia, ma la realizzazione è schematica e semplicistica. Gli inseguimenti sono troppi e sempre uguali a sé stessi e alla lunga stancano. Gli attori non aiutano la riuscita del film, con Henry Silva quanto mai inespressivo. A Tarantini era più congeniale la commediaccia all'italiana.
Questo matrimonio non s'ha da fare
by sasso67 (29/05/2006 - 19:56)
Il bel matrimonio (Francia, 1982) di Eric Rohmer. Con Béatrice Romand (Sabine), André Dussollier (Edmond), Féodor Atkine (Simon), Arielle Dombasle (Clarisse), Huguette Faget (Maryse, l'antiquaria), Thamila Mezbah (la madre di Sabine).
Uno dei migliori film di Rohmer, dunque un buon film. Come gli altri, un po' verboso, ma accettabile nella sua aderenza alla realtà, spesso mediocre, dei personaggi che descrive. Vitalissima la protagonista, con le sue bugie e i suoi mezzucci, ottima Béatrice Romand nell'interpretare un personaggio femminile perdente, descritto con simpatia, ma senza indulgenze verso i suoi difetti. Non è un capolavoro, ma si guarda con piacere.
Ultimi film visti
by sasso67 (22/05/2006 - 20:14)
Best (GB, 2000) di Mary McGuckian. Con John Lynch (George Best), Ian Bannen (Sir Matt Busby), Jerome Flynn (Sir Bobby Charlton), Ian Hart (Nobby Styles), Patsy
Kensit (Anna), Linus Roache (Denis Law), Roger Daltrey (Rodney Marsh).
Biografia in vita (l'ex calciatore nordirlandese è morto nel 2005) di una delle leggende del calcio britannico, meteora breve ed eccessiva sul campo di calcio come nella vita. Interessante dal punto di vista strettamente cronachistico, anche grazie alla sincerità del protagonista (che compare nella sigla finale), il film è malriuscito nonostante la perizia tecnica con la quale la regista è riuscita ad integrare le immagini di repertorio con quelle girate da lei stessa. La storia è raccontata con poca emozione, tirata via, e alcuni eccessi di Best sono sottaciuti. L'attore John Lynch, anche coautore del copione, appare fuori parte, poiché troppo vecchio per interpretare un ventenne, seppure malvissuto. Il doppiaggio italiano non migliora certo la situazione. Un'occasione sprecata.
Adrenaline - Non ci sono limiti (Olanda/Sud Africa, 2003) di Roel Reiné. Con Jason Fijal (Jason), Georgina Verbaan (Freya), Daniel Luis Rivas (Dracko), Thomas
Lockyer (Richard), Keren Tahor (Breeze), Christopher Simon (Michelson).
Freya, ricca figlia di un avvocato di successo muore cadendo in un burrone con la sua auto. Il caso è archiviato come suicidio, ma il fidanzato, praticante nello studio del futuro suocero, non ci vede chiaro e comincia ad indagare per suo conto. Scopre così che la ragazza faceva parte di un gruppo di giovani dediti alla ricerca delle emozioni iperforti ed altre attività illegali.
Adrenaline è un film totalmente assurdo, incomprensibile, confuso, insignificante, recitato malissimo, dalla fotografia lumacosa, senza ritmo, palloso, irritante. Uno si potrebbe domandare perché l'ho guardato e la risposta è che la guida tv (FilmTv) l'aveva messo in programma come l'omonimo film francese, diretto da vari registi, del 1990. Purtroppo si sbagliava.
Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera (Corea del Sud/Germania, 2003) di Kim Ki-duk. Con Yeong-su Oh (il vecchio monaco), Kim Ki-duk (il monaco adulto), Young Min-kim (il giovane monaco adulto), Jae-kyeong Seo (l'allievo ragazzo), Yeo-jin Ha (la ragazza), Jong-ho Kim (l'allievo bambino), Jung-young
Kim (la madre della ragazza), Dae-han Ji (detective Ji), Min Choi (detective Choi), Ji-a Park (la madre del bambino), Min-young Song (il bambino).
Bellissimo film di uno degli autori più significativi del cinema odierno, un autore che non si può mai ignorare, nel bene e nel male, un po' come l'europeo Haneke. Primavera... è un film che comincia con cadenze lente, ma si fa seguire con interesse dall'inizio alla fine, con piacere sempre crescente. Alcune simbologie sono scoperte (la pietra che l'uomo si deve tirare dietro), altre sono da decifrare, soprattutto quelle legate alle figure degli animali (il pesce, la rana, il serpente, il gatto), ma anche alle porte, costruite anche dove non esistono pareti (indicano forse certi passaggi obbligati che l'uomo deve comunque affrontare). Accompagnato da una fotografia eccezionale, che rende al meglio le cinque stagioni raccontate - e che colpisce specialmente nella parte invernale, con il laghetto ghiacciato -, il film di Kim Ki-duk ha la semplicità e la compattezza delle opere grandi.
Una lunga domenica di passioni (Francia/Germania, 2004) di Jean Marc Jeunet. Con Con Audrey Tautou (Mathilde), Gaspard Ulliel (Manech), Dominique Pinon (Sylvain), Chantal Neuwirth (Bénédicte), André Dussollier (Pierre-Marie Rouvières), Ticky Holgado (Germain Pire), Marion Cotillard (Tina Lombardi).
Bellissimo film francese con scene di battaglia di una potenza paragonabile soltanto ai capolavori del genere (All'ovest niente di nuovo e Orizzonti di gloria), ma anche un film sulla potenza dell'amore. La lunghezza del film causa in qualche momento delle cadute di ritmo, ma l'insieme è quello di un grande film, probabilmente il miglior film francese degli ultimi dieci anni. Alcune sequenze grottesche, che comunque non cadono mai nel patetico, con dei colori virati sul giallo (per contrastare le atmosfere livide della guerra), sono tipici di Jeunet fin dai tempi di Delicatessen. Davvero brava Audrey Tautou.
Spam sul blog
by sasso67 (14/05/2006 - 19:17)
Ma cosa sono tutti questi commenti (o sarebbe meglio definirli spam) che sono arrivati su questo blog nei giorni scorsi? È capitato solo a questo blog, oppure a tutti quelli di Dada?
Su Moggi e la Juve
by sasso67 (14/05/2006 - 18:57)
Non si può non dire qualcosa su quello che sta succedendo nel mondo del calcio, al di là delle responsabilità penali, civili e sportive che verranno accertate, si spera, nel più breve tempo possibile.
Mi ricordo che anni fa, un campionato in cui la Juve stava andando particolarmente male (se non erro era il campionato 1979-80, poi vinto dall'Inter), il Guerin Sportivo mise in copertina una Befana bianconera titolando "Può la Juve andare in B?". Più che spaventarmi, all'epoca, la prospettiva mi sembrò irrealistica. In teoria, certo che la Juve poteva andare in serie B, ma come poteva essere possibile con tutti i popò di giocatori che si ritrovava? All'epoca avevo dodici anni e il calcio - sia quello che si praticava in strada con gli amici sia quello che si vedeva in tv e, una volta ogni cent'anni, anche allo stadio vero - era una delle cose più importanti della vita.
Oggi che la Juve, grazie a Moggi e alla sua compagnia cantante, può, merita e deve andare in Serie B, la cosa che mi dispiace di più è ripensare a quel me stesso dodicenne - più che al tifoso incattivito di oggi - e a come la prenderanno i bambini che continuano a crederci.
Secondo me, a questo punto, dato che nessuna delle accuse mosse ai dirigenti della Juve è stata finora minimamente smentita o sminuita, la Juve dovrebbero mandarla in Serie C, in modo da scontare anche qualche colpa che non è (ancora?) venuta a galla e da ricominciare più o meno da zero.
Se le accuse sono vere - ma ormai sembra che non ci siano più limiti: Moggi addirittura rinchiuse un arbitro negli spogliatoi dopo la partita, e nemmeno a Torino, ma a Reggio Calabria! - la Juve deve scontare prima di tutto questo danno arrecato a centinaia di migliaia di ragazzini, tifosi della Juve e delle altre squadre eventualmente frodate.
Il calcio, anche quello miliardario e iperprofessionistico di oggi, non è vincere una partita, una coppa, un campionato: è soprattutto competere lealmente e saper perdere con dignità. L'arroganza della "triade" Moggi, Giraudo, Bettega ha invece affrontato la sfida con arroganza e mezzi illeciti che anche la società merita di pagare.
Negli ultimi trent'anni sono venuti alla luce parecchi scandali nel mondo del calcio (e Moggi l'aveva già passata liscia quando era dirigente del Torino e forniva agli arbitri europei le famose "hostess"), ma questo sembra avere evidenziato una vera e propria MAFIA, fra l'altro nemmeno astuta come quella di Provenzano: probabilmente Moggi contava in una vera e propria impunità e parlava liberamente al telefonino.
Io voglio ancora sperare che non tutto quello che è emerso sia vero (anche se mi aspetto di peggio; potrebbe ad esempio uscir fuori che Moggi s'inchiappettava i guardalinee nell'intervallo delle partite), ma se la sostanza di quello che si è saputo finora è vera, per la Juve c'è solo da vergognarsi e da ripartire da zero.
Lo Zar non è morto (ma non sta tanto bene)
by sasso67 (13/05/2006 - 21:11)
Il Gruppo dei Dieci, Lo Zar non è morto, Sironi, 2005, pp. 442, € 17,00.
Pubblicato nel 1929, questo romanzo di fantapolitica (l'azione è posta nel 1932) che non figurava negli annali della letteratura italiana, è stato misteriosamente ripescato alla fine del 2004 da Giulio Mozzi presso un libraio antiquario e ripubblicato dalla padovana Sironi. I dieci autori - alcune tra le più belle penne del primo Novecento, tra i quali Marinetti e Bontempelli, - hanno scritto un "grande romanzo d'avventure" (questo il sottotitolo del libro), con spirito salgariano, partendo dall'assunto che lo Zar di Russia non fosse morto nell'eccidio di Ekaterinburg.
Dico subito che secondo me il substrato fascista che sta dietro al libro, oltre che fornire pagine involontariamente comiche (emblematico il capitolo XXX, quando una scena d'amore descritta con accenti alla Liala viene interrotta da una specie di "comunicato" burocratico di stile marziale), inficia in gran parte la riuscita dell'intera operazione. Si ha l'impressione, come ha giustamente fatto rilevare Teo Lorini su PULP n. 59 (la cui recensione riporto in parte qui sotto) di assistere a una specie di Fascisti su Marte, con la differenza che lo spettacolo di Corrado Guzzanti era volutamente ridicolo. Qui l'eroismo, il machismo italico e la missione anticomunista di Roma raggiungono livelli da macchietta. A mio parere paragoni che sono stati fatti con romanzi contemporanei scritti da gruppi di scrittori non sono propriamente proponibili, e comunque Q di Luther Blissett (prima manifestazione pubblica degli attuali Wu Ming) mi è piaciuto cento volte di più. Ciononostante, rispetto i critici, anche autorevoli, che hanno scritto bene di Lo Zar non è morto, le cui pagine sono quanto meno scritte bene e scorrevoli. Certo, la premessa, e cioè che il popolo russo avesse una gran nostalgia dello zar (un vecchio rimbambito che fa rimbambire anche chi se lo trova davanti, visto che tutti non riescono che ad esclamare "piccolo padre!"), così poco verosimile, danneggia la verosimiglianza della trama. Mette tuttavia tristezza vedere scrittori come l'autore di Mafarka il futurista ridotti a tessere le lodi di un'eventuale alleanza tra la Roma dei cesari e dei duci con la grande madre Russia e la Santa Madre Chiesa: non si dimentichi che siamo nell'anno dei Patti Lateranensi, ed anche il padre del futurismno deve piegare il collo.
La già gustosa summa di erotismo, esotismo e avventura è ulteriormente arricchita dalla spezia piccante del côté fascista: composto nel pieno dei furori del Ventennio, lo Zar non può che avere fra i protagonisti, accanto alla fatale spia britannica Oceania World (!), agenti italiani di categorica scaltrezza e maschia audacia. L'effetto è quello di un Fascisti su Marte ad alto budget, in cui le sorprese da feuilleton si alternano a una propaganda tanto ruffiana da diventare irresistibilmente comica, che ipnotizza e trascina il lettore dalla "China" (!) al Bosforo, dal Vaticano alla Russia, fra un'imboscata e l'altra dei ferocissimi "Sovieti" (!!), fino all'ultimo, apocalittico, colpo di scena su cui cala il sipario e scrosciano i meritati applausi. (Teo Lorini)
Noir in L.A.
by sasso67 (12/05/2006 - 20:32)
L.A. Confidential (USA, 1997) di Curtis Hanson. Con Russell Crowe (agente Bud White), Guy Pearce (ten. Edmund Exley), Kevin Spacey (serg. Jack Vincennes), Kim Basinger (Lynn Bracken), James Cromwell (capitano Dudley Smith), Danny De Vito (Sid Hudgens), David Strathairn (Pierce Patchett), Ron Rifkin (procuratore distrettuale Ellis Loew), Paolo Seganti (Johnny Stompanato), Graham Beckland (serg. Stensland), Brenda Bakke (Lana Turner).
Ottimo film, solido e raffinato, tratto da un romanzo di Ellroy, con ottimi attori (il mio preferito è ovviamente Kevin Spacey, ma molto bravo anche Danny De Vito), una bella fotografia che rende perfettamente il clima d'epoca (siamo all'inizio degli anni cinquanta) e una regia professionale che non sfigura al confronto con lavori simili. Certo, non tutto è immediatamente comprensibile - anche se alla fine tutto quadra alla perfezione - ma questo rientra nello schema del noir classico americano alla Grande sonno (libro di Chandler e film di Hawks), dove conta più l'atmosfera della trama.
Un film che si segue come un'avventura e si gode come un buon libro.
Kim Basinger è bella, anche se preferibile quando è Lynn Bracken piuttosto che la sosia di Veronica Lake, cui somiglia abbastanza poco.
Divertente l'episodio in cui il protagonista (Pearce) incontra Lana Turner e la scambia per una prostituta.
Sto così col Presidente
by sasso67 (03/05/2006 - 22:23)
Stamattina abbiamo visto - per me era la seconda volta in sette anni (venne nel giugno del 1999 subito dopo la sua elezione) - il Presidente Ciampi, davanti al Comune di Livorno, in mezzo a un tripudio di bandierine tricolori e ai bambini delle scuole che scandivano CIAM-PI, CIAM-PI. Come sette anni fa, mi sono trovato, quasi senza accorgermene, ad applaudire quel signore di 86 anni che tornava nella sua città dopo avere svolto (va detto, quando c'è qialcuno che lo fa) il suo mandato politico con estrema dignità. Io, che rifuggo dalla retorica come dalla peste bubbonica, devo ammettere che non si può non lasciarsi contagiare dall'entusiasmo per quell'uomo, specialmente quando ci si trova in mezzo alla gente di quella città, verso la quale provo un groviglio di sentimenti, che gli vuole così bene.
Mentre Ciampi passava davanti a me (e mentre la mia collega si sporgeva sulla transenna per dargli la mano, tanto che quasi le cascano i jeans), un signore di una certà età gli ha urlato "Presidente vogliamo 'r bisseee!". Massimo, il mio cugino, dell'Ufficio Annona, ha invece gridato alla first lady "Signora Franca, lo faccia lei il presidente!".
Ciampi mi sembrava scuotere la testa. All'Italia farebbe un gran bene che Ciampi restasse al suo posto per tutto il tempo che gli sarà consentito dal suo stato di salute. Ma come si fa anon dare ragione a un signore di ottantasei anni che si vorrebbe riposare durante gli ultimi anni che gli restano da vivere? Soltanto ieri ha prima ricevuto berlusconi per le dimissioni, poi ha partecipato ai funerali delle vittime di Nassiriya, e poi è voltao a Livorno in elicottero. Gli si può chiedere di andare avanti così ancora per altri sette anni (augurandogli di arrivarci)?
Capitano sopra la legge
by sasso67 (02/05/2006 - 12:32)
Capitan Conan (Francia, 1996) di Bertrand Tavernier. Con Philippe Torreton (capitano Conan), Samuel Le Bihan (Norbert), Bernard Le Coq (tenente De Scève), François Bérleand (comandante Bouvier), Claude Rich (generale Pitard de Lauzier), Catherine Rich (Madeleine Erlane), Pierre Val (Jean Erlane), Claude Brosset (padre Dubreuil), Cécile Vassort (Georgette), Crina Muresan (Ilyana).
Ho una predilezione particolare per i film di Bertrand Tavernier, fin dai tempi in cui vidi Che la festa cominci... (1975); e secondo me il cineasta lionese è il miglior regista francese, Truffaut compreso, a partire dalla metà degli anni settanta. Ha un piglio "americano" che sa innestare nella tradizione migliore del cinema europeo, nel senso che ha ritmo nella narrazione, senza disdegnare i contenuti e l'intelligenza dei dialoghi. Che la Grande Guerra fosse una sua fonte d'ispirazione per parlare anche dell'oggi, ma soprattutto dell'uomo in generale (della coscienza, delle responsabilità individuali), Tavernier lo aveva già dimostrato con La vita e niente altro (1989), e con Capitan Conan ribadisce il discorso con forse ancora maggior vigore. L'ufficiale Conan è, durante la Prima Guerra Mondiale, il capo di un gruppo di soldati (lui prefersice definirli guerrieri) interno all'esercito francese dislocato nei Balcani, ma con ampia discrezionalità di manovra (un po' come l'esercito italiano aveva gli arditi, che furono poi lo zoccolo duro del nascente fascismo). I metodi di Conan sono poco convenzionali ma indubbiamente efficaci, tanto che l'ufficiale si considererà uno di quelli che hanno vinto la guerra, mentre gli altri vi hanno semplicemente partecipato. Con queste premesse, è ovvio che Conan, un po' come Rambo, stenterà ad accettare la disciplina militare prima, e a rientrare nei ranghi a guerra finita dopo. Tanto che in un finale non retorico ma commovente, il tenente Norbert che era stato suo amico, apprezzato dal soldataccio per la sua viva intelligenza, ritroverà Conan in una bettola di paese ad attendere una repentina morte per cirrosi.
Capitan Conan comincia con delle sequenze d'azione degne di Salvate il soldato Ryan (1998, le date sono importanti) e finisce con i rimpianti di due reduci che hanno compreso l'assurdità dell'inutile strage, come fu definita la Prima Guerra Mondiale dal papa Benedetto XV. Non saprei quanto il film di Tavernier sia pacifista e antimilitarista (il giovane vigliacco Erlane deve riscattarsi con un atto di eroismo, nella bella battaglia finale, per essere apprezzato come persona), ma di certo, pur con qualche macchiettismo di troppo, come la figura del generale Pitard de Lauzier o la Marsigliese suonata in maniera stonatissima (tanto da ricordare M*A*S*H* o Comma 22), sta benissimo accanto alle pietre miliari cinematografiche sulla Grande Guerra, come All'ovest niente di nuovo (1930), Orizzonti di gloria (1957), Per il re e per la patria (1964, per alcuni versi il film ideologicamente più simile a questo), Uomini contro (1970).
Fra tanti volti credibilissimi come soldati della Grande Guerra e una ricostruzione d'ambiente semplicemente eccezionale, sono molto bravi i due protagonisti, specialmente Philippe Torreton.
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