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Archivio Settembre 2006

Un inferno freddo freddo

by sasso67 (27/09/2006 - 19:28)

Un cuore in inverno (Francia, 1992) di Claude Sautet. Con Daniel Auteuil (Stéphane), Emmanuelle Béart (Camille), André Dussollier (Maxime), Elisabeth Bourgine (Hélène), Brigitte Catillon (Régine), Maurice Garrel (Lachaume).

Un cuore in invernoTroppo "francese" per essere veramente buono, ma troppo ben recitato per essere scartato come un brutto film. Personalmente, diffido sempre quando i protagonisti sono artisti o simili, perché tutto si risolve intorno al concerto, al disco, al libro e così via. Che generalmente è ottimo, ottenuto a prezzo di inenarrabili sofferenze e a scapito della felicità nella vita privata. Mai che i protagonisti producano una riconosciuta ciofeca: sono sempre bravi artisti, esecutori, professionisti. Per queste ragioni, spesso è difficile immedesimarsi, o anche soltanto sentirsi vicini, a questi personaggi. Questo film di Sautet è un po' così.

Il penultimo film di Sautet (deceduto nel 2000 a 76 anni) è fin troppo minimalista - anche se in questo trova un interprete d'eccezione in Daniel Auteuil - sfiorando nel complesso l'esercizio di stile, come giustamente (una volta tanto!) ha fatto notare Mereghetti. Si salva grazie a un finale che concede al protagonista un credibile riscatto rispetto al suo inverno delle passioni, e soprattutto a un trio d'attori che hanno saputo calarsi alla perfezione negli stati d'animo dei personaggi che interpretano, dal già citato Auteuil all'espressiva Béart al misuratissimo attore resnaisiano Dussollier.

Tag: cinema

Piccoli gattopardi crescono

by sasso67 (17/09/2006 - 16:40)

Federico De Roberto, I Vicerè, BUR, 2006, p. XXXV-654, € 8,40.

De Roberto (1861-1929) rischiò la follia per scrivere e riscrivere I Vicerè, che per me, almeno fino a ieri, era uno di quei romanzi che gli insegnanti liceali mettono sempre in una lista dei libri da leggere ma che nessuno studente legge mai. Ed è un peccato perché si tratta di uno dei pochi capolavori della letteratura italiana, degnissimo di figurare a fianco dei Promessi sposi e dei Malavoglia. Detto questo, si potrebbe anche non dire altro. Però va sottolineata la capacità dell'autore di descrivere le psicologie dei personaggi come pochi altri scrittori hanno saputo fare, con un misto di ironia e di disprezzo che, nonostante l'antipatia di quasi tutti i personaggi, affascina. Infatti non c'è un solo personaggio interamente positivo nel romanzo, e manca anche quella compassione umana che aveva caratterizzato la migliore prova del Verga, amico e maestro del De Roberto. Questo è, ovviamente, un sintomo del tetro pessimismo dell'autore catanese (sebbene fosse nato a Napoli). Un pessimismo non tanto e non solo sul destino dell'Italia risorgimentale, ma soprattutto sulla natura umana e sui suoi modi di perpetuarsi, dall'accalappiamento del favore popolare (e che triste popolo, se si fa abbindolare da una siffatta classe dirigente!) all'accattonaggio più abietto, fino alla procreazione e alla conservazione in vitro di veri e propri mostriciattoli. Su tutti domina uno dei personaggi indimenticabili della nostra letteratura, quel Don Blasco frate per forza, alternativamente retrivo e codino a seconda delle convenienze, turpe, volgare e sobillatore di discordia tra i parenti, ma in fondo in fondo il più simpatico di tutti, un incrocio tra la Monaca di Monza manzoniana e il Franti deamicisiano.

Su questa saga familiare, ambientata a cavallo tra la fine del Regno delle Due Sicilie e la nascita dell'Italia unitaria, domina la prosa incisiva e scorrevole del De Roberto, che riesce a toccare accenti di inusitata modernità, tanto da sembrare scritto ieri. Basti citare questo passo per farsi riportare all'immediata attualità politica: «Tutti erano animati dal più vivo entusiasmo; la gente minuta che veniva la prima volta al palazzo, che sedeva sulle poltrone di raso sotto gli sguardi immobili dei Viceré, si sarebbe fatta tagliare a pezzi per quel candidato che prometteva mari e monti, il bene generale e quello particolare d'ogni singolo votante. Un perito agrimensore compose un opuscolo intitolato: Consalvo Uzeda principe di Francalanza, brevi cenni biografici, e glielo presentò. Egli lo fece stampare a migliaia di copie e diffondere per tutto il collegio. Il ridicolo di quella pubblicazione, la goffaggine degli elogi di cui era piena non gli davano ombra, sicuro com'era che per un elettore che ne avrebbe riso, cento avrebbero creduto a tutto come ad articoli di fede.»

P.S. Porrei l'accento sugli "articoli di fede" (o Fede?).

Tag: romanzo

Poco melo, tanto dramma

by sasso67 (01/09/2006 - 20:11)

A casa dopo l'uragano (USA, 1960) di Vincente Minnelli. Con Robert Mitchum (Capitano Wade Hunnicutt), George Peppard (Raphael "Raf" Copley), George Hamilton Theron Hunnicutt), Eleanor Parker (Hannah Hunnicutt), Everett Sloane (Alber Halstead), Luana Patten (Libby Halstead), Anne Seymour (Sarah Halstead), Constance Ford (Opal Bixby), Ken Renard (Chauncey, il maggiordomo), Ray Teal (Dott. Carson).

Quando ho iniziato a guardare questo film ho pensato che fosse l'ennesimo melodramma sudista a lieto fine, condito da una buona dose di machismo del laborioso uomo del sud degli Stati Uniti. E invece era tutto l'opposto: il machismo è messo sotto accusa, a cominciare dalla stanza dei trofei del capofamiglia, le cui pareti pullulano di trofei di caccia e di fucili, per non parlare dei suoi più o meno esibiti trofei sessuali. E il lieto fine... be', c'è, se si vuole chiamare tale un finale in cui il protagonista è in fuga per l'omicidio del padre della fidanzata che a sua volta aveva ucciso suo padre, mentre il coprotagonista sposa la fidanzata del fratello e ne adotta il bimbo, concepito fuori del matrimonio. Siamo, insomma, dalle parti della Valle dell'Eden, dove la critica della società americana (specialmente del sud) si fa feroce e non risparmia nessuno, né gli uomini né le donne, né le vecchie né le nuove generazioni. L'assenza retorica è il tratto più vincente di questo melodramma del vecchio Minnelli, che sa essere poco melo e molto dramma. L'altro elemento che fa valorizzare un film come questo è l'interpretazione degli attori, sia quella di un roccioso Mitchum - in una delle sue prove migliori - sia quella di un giovane George Peppard, nella parte di un buono, paziente come un personaggio della Bibbia.

Tag: cinema

Robot e scimmie

by sasso67 (01/09/2006 - 19:21)

L'uomo terminale (USA, 1974) di Mike Hidges. Con George Segal (Harry Benson), Joan Hackett (Dott. Janet Ross), Richard A. Dysart (Dott. John Ellis), Donald Moffatt (Dott. Arthur McPherson), Michael C. Gwynne (Dott. Robert Morris), Jill Clayburgh (Angela Black).

L'uomo terminaleIl film basato su un romanzo di Michael Crichton, seppure interessante per l'argomento trattato (l'intervento concreto della scienza sulla psiche umana), risente di una certa programmaticità tipica del periodo in cui il film uscì. Qui, infatti, l'ingegnere elettronico Harry Benson, specializzato nella progettazione di robot, a seguito di un incidente automobilistico, subisce una lesione al cervello che gli provoca degli accessi di furore violento, durante i quali uccide chi gli capita vicino. Si sottopone dunque a un intervento chirurgico per farsi installare dei chip che dovrebbero poter consentire di controllare gli attacchi di violenza. Al contrario, l'effetto dell'operazione è di rendere questi impulsi ad uccidere sempre più frequenti.

La materia, pur così interessante, forse mal si prestava a una trasposizione cinematografica e, nonostante il buon professionismo del regista e degli attori, nel finale il film sfiora il ridicolo: un conto è descrivere il protagonista che si trascina fino a una fossa al cimitero, un altro è vedere il povero George Segal, sormontato da una buffa parrucca bionda, che cammina a passo scimmiesco.

Tag: cinema
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