Federico De Roberto, I Vicerè, BUR, 2006, p. XXXV-654, € 8,40.
De Roberto (1861-1929) rischiò la follia per scrivere e riscrivere I Vicerè, che per me, almeno fino a ieri, era uno di quei romanzi che gli insegnanti liceali mettono sempre in una lista dei libri da leggere ma che nessuno studente legge mai. Ed è un peccato perché si tratta di uno dei pochi capolavori della letteratura italiana, degnissimo di figurare a fianco dei Promessi sposi e dei Malavoglia. Detto questo, si potrebbe anche non dire altro. Però va sottolineata la capacità dell'autore di descrivere le psicologie dei personaggi come pochi altri scrittori hanno saputo fare, con un misto di ironia e di disprezzo che, nonostante l'antipatia di quasi tutti i personaggi, affascina. Infatti non c'è un solo personaggio interamente positivo nel romanzo, e manca anche quella compassione umana che aveva caratterizzato la migliore prova del Verga, amico e maestro del De Roberto. Questo è, ovviamente, un sintomo del tetro pessimismo dell'autore catanese (sebbene fosse nato a Napoli). Un pessimismo non tanto e non solo sul destino dell'Italia risorgimentale, ma soprattutto sulla natura umana e sui suoi modi di perpetuarsi, dall'accalappiamento del favore popolare (e che triste popolo, se si fa abbindolare da una siffatta classe dirigente!) all'accattonaggio più abietto, fino alla procreazione e alla conservazione in vitro di veri e propri mostriciattoli. Su tutti domina uno dei personaggi indimenticabili della nostra letteratura, quel Don Blasco frate per forza, alternativamente retrivo e codino a seconda delle convenienze, turpe, volgare e sobillatore di discordia tra i parenti, ma in fondo in fondo il più simpatico di tutti, un incrocio tra la Monaca di Monza manzoniana e il Franti deamicisiano.
Su questa saga familiare, ambientata a cavallo tra la fine del Regno delle Due Sicilie e la nascita dell'Italia unitaria, domina la prosa incisiva e scorrevole del De Roberto, che riesce a toccare accenti di inusitata modernità, tanto da sembrare scritto ieri. Basti citare questo passo per farsi riportare all'immediata attualità politica: «Tutti erano animati dal più vivo entusiasmo; la gente minuta che veniva la prima volta al palazzo, che sedeva sulle poltrone di raso sotto gli sguardi immobili dei Viceré, si sarebbe fatta tagliare a pezzi per quel candidato che prometteva mari e monti, il bene generale e quello particolare d'ogni singolo votante. Un perito agrimensore compose un opuscolo intitolato: Consalvo Uzeda principe di Francalanza, brevi cenni biografici, e glielo presentò. Egli lo fece stampare a migliaia di copie e diffondere per tutto il collegio. Il ridicolo di quella pubblicazione, la goffaggine degli elogi di cui era piena non gli davano ombra, sicuro com'era che per un elettore che ne avrebbe riso, cento avrebbero creduto a tutto come ad articoli di fede.»
P.S. Porrei l'accento sugli "articoli di fede" (o Fede?).






Troppo "francese" per essere veramente buono, ma troppo ben recitato per essere scartato come un brutto film. Personalmente, diffido sempre quando i protagonisti sono artisti o simili, perché tutto si risolve intorno al concerto, al disco, al libro e così via. Che generalmente è ottimo, ottenuto a prezzo di inenarrabili sofferenze e a scapito della felicità nella vita privata. Mai che i protagonisti producano una riconosciuta ciofeca: sono sempre bravi artisti, esecutori, professionisti. Per queste ragioni, spesso è difficile immedesimarsi, o anche soltanto sentirsi vicini, a questi personaggi. Questo film di Sautet è un po' così.
maggiordomo), Ray Teal (Dott. Carson).
Il film basato su un romanzo di Michael Crichton, seppure interessante per l'argomento trattato (l'intervento concreto della scienza sulla psiche umana), risente di una certa programmaticità tipica del periodo in cui il film uscì. Qui, infatti, l'ingegnere elettronico Harry Benson, specializzato nella progettazione di robot, a seguito di un incidente automobilistico, subisce una lesione al cervello che gli provoca degli accessi di furore violento, durante i quali uccide chi gli capita vicino. Si sottopone dunque a un intervento chirurgico per farsi installare dei chip che dovrebbero poter consentire di controllare gli attacchi di violenza. Al contrario, l'effetto dell'operazione è di rendere questi impulsi ad uccidere sempre più frequenti.
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