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Il boss dei due mondi

by sasso67 (29/11/2006 - 20:37)

Lucky Luciano (Italia/Francia, 1973) di Francesco Rosi. Con Gian Maria Volontè (Charles "Lucky" Luciano), Rod Steiger (Gene Giannini), Charles Siragusa (sé stesso), Edmund O'Brien (Harry J. Anslinger), Vincent Gardenia (col. Charles Poletti), Charles Cioffi (Vito Genovese), Silverio Blasi (capitano italiano), Magda Konopka (la contessa), Dino Curcio (Don Ciccio).

Un film d'impegno, come al solito per Francesco Rosi, e di solido professionismo, che rifugge gli effettacci del cinema d'azione, per concentrarsi sugli intrighi politico-mafiosi che consentirono a un boss potente della mafia come Salvatore Lucania, meglio noto come "Lucky" Luciano, di prosperare negli affari fino a che un infarto non decise di portarselo via. Intrighi che si svolsero in gran parte al di là dell'Atlantico, dove Luciano era un indesiderabile (che comunque desiderò fino al suo ultimo giorno di tornare in America) e tuttavia non poteva essere condannato per un debito di riconoscenza per quanto aveva fatto in favore dell'esercito americano durante l'invasione della Sicilia nel 1943. Parallelamente a questi intrighi, si svolgevano le indagini e i tentativi di un poliziotto italoamericano - incazzatissimo con Lucky Luciano poiché a causa di criminali come lui gli americani si erano fatti un cattivo giudizio di tutti gli americani di origine italiana - di incastrare questo potente malavitoso: tentativi destinati al fallimento, anche a causa degli ostacoli frappostigli a livello politico. Appunto a causa di questa frustrante "caccia al ladro", Lucky Luciano è un film «crudo e sconsolato, ma anche duro e severo contro quanti, ieri come oggi, si servono della mafia per affermare il proprio potere politico ed economico.» Giovanni Grazzini, 1973).

Bandendo ogni tentazione melodrammatica, per abbracciare invece l'ottica dell'inchiesta simil giornalistica, senza fornire al proprio personaggio (meglio non chiamarlo eroe nemmeno per ischerzo) alcuna aura romantica, e giovandosi in questo dell'interpretazione sempre calibrata e intelligente del mai troppo rimpianto Volontè, Rosi realizzò con questo film un'opera seria che, pur lasciando ben poco all'ispirazione puramente artistica, colpiva (e colpisce) lo spettatore con la dura evidenza dei fatti.

«Il delitto rende, e rende bene, purché sia correttamente organizzato» (Lucky Luciano)

Tag: cinema,mafia

mannaggia 'o papataurc!

by sasso67 (29/11/2006 - 14:15)

In margine alla visita del Papa in Turchia (della serie: ma chi gliel'ha fatto fa'?), dove, fra l'altro, si sa, i turchi bestemmiano come turchi, mi sono venuti in mente alcuni versi di una vecchia canzone dei mitici CCCP del neofita integralista cattolico ratzingerian-ruiniano Giovanni Lindo Ferretti e del suo ex complice Massimo Zamboni, che, mi pare, calzino a pennello all'odierno fatto salito agli onori delle cronache.
La canzone, secondo me molto bella, si chiama Punk Islam, è tratta dall'album Compagni, Cittadini, Fratelli, Partigiani (1985) e a un certo punto dice:
"Se fossi un figliol prodigo
avrei un vitello grasso
mi sono perso ad Istanbul
e non mi trovano più"

Bravi ragazzacci

by sasso67 (27/11/2006 - 19:53)

Nicholas Pileggi, Quei bravi ragazzi, Newton & Compton, 2006, pp. 295. € 8,90

la copertina dell'originaleQuei bravi ragazzi è un buon libro, scritto con schietto, ma non sciatto, stile giornalistico da Nicholas Pileggi, il quale, poco dopo l'uscita del romanzo, collaborò con Martin Scorsese alla sceneggiatura del film omonimo che il grande regista italoamericano ne trasse nel 1990, per le interpretazioni di Ray Liotta, Robert De Niro e Joe Pesci, che compaiono ritratti in copertina. E proprio del film di Scorsese si rimpiange la geniale sintesi che ne fa una delle migliori opere cinematografiche degli anni novanta. Ma anche il libro di Pileggi, pur restando sempre fedele alla "fredda cronaca", riserva qualche geniale colpo d'ala, come nel finale, quando l'ormai "pentito" Henry Hill confessa di rimpiangere la bella vita che faceva quando era un "bravo ragazzo" (pp. 283-284): «Oggi tutto è diverso. Niente più azione, pericolo. Devo fare la fila come tutte le persone normali. Non sono più nessuno. Mi tocca vivere il resto della vita come un fesso qualunque».

«Tutto vero, tutto documentato, in questo libro secco e trascinante, dove Pileggi alterna, nel resoconto di una vita violenta, la sua voce a quella di Hill e signora. Senza omissioni e, soprattutto, senza indulgenze» (Ombretta Romei, PULP Libri #61 maggio-giugno 2006).

Consiglio: leggere il libro di Pileggi e vedere il film di Scorsese. O viceversa, non ha importanza.

Tag: romanzo,libro,mafia

L'epitaffio

by sasso67 (26/11/2006 - 18:08)

Ho scelto l'epitaffio per la mia tomba, ammesso che ai "cremati", fra i quali aspiro ad entrare, ovviamente il più tardi possibile, spetti una tomba. Se avrò una tomba (altrimenti lo farò scrivere sull'urna cineraria), vorrei che ci fosse scritto:

RICORDATEMI DIMENTICANDOMI

CCCP - Curami

by sasso67 (26/11/2006 - 18:00)

Tratta dall'album 1964-1985 Affinità-divergenze tra il compagno Togliatti e noi - Del conseguimento della maggiore età (1986) dei CCCP un gruppo italiano, comandato da Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, che faceva del punk, del comunismo e dell'ironia le sue stelle polari, questa è, secondo me, una delle migliori canzoni italiane degli ultimi vent'anni.

CURAMI

curami curami
prendimi in cura da te
curami curami
che ti venga voglia di me
curami curami
verranno al contrattacco
con elmi ed armi nuove
verranno al contrattacco
ma intanto adesso curami
solo una terapia
solo una terapia
verranno al contrattacco
con elmi ed armi nuove
curami curami curami
curami curami curami

Tag: musica

Apri gli occhi e sogna

by sasso67 (26/11/2006 - 17:49)

Eyes Wide Shut (USA, 1999) di Stanley Kubrick. Con Tom Cruise (Dott. Bill Harford), Nicole Kidman (Alice Harford), Sydney Pollack (Victor Ziegler), Rade Serbedzija (Milic), Madison Eginton (Helena Harford), Todd Field (Nick Nightingale), Julienne Davis (Mandy Curran), Leelee Sobieski (la figlia di Milic), Vinessa Shaw (Domino).

Premesso che, secondo me, Kubrick è stato il più grande regista della storia del cinema, in assoluto il migliore nell'assemblaggio del girato, devo dire che questo è il suo unico film che non Eyes Wide Shutmi è piaciuto. Fosse stato girato da un altro regista, forse, l'avrei potuto trovare interessante, sulla scia di certe cose prodotte nel corso della sua carriera da David Lynch. Ci sono, sempre a mio parere, alcuni errori grossolani, alla base della poca riuscita dell'ultimo film del mitico regista newyorkese. Uno, ovviamente, non è imputabile a lui, ed è il fatto che Kubrick è morto il 7 marzo 1999, senza avere potuto mettere mano al montaggio del film, procedimento con il quale avrebbe potuto salvare, se non le capre, almeno i cavoli di Eyes Wide Shut. Ma già prima c'è, secondo me, un errore grave nella scelta degli interpreti, soprattutto in quella del protagonista. Affidarsi a un attore supercane come Tom Cruise significa rinunciare all'apporto significativo (basti pensare al Peter Sellers del Dottor Stranamore o al Malcolm McDowell di Arancia meccanica, ma perfino al Ryan O'Neal di Barry Lyndon) dell'interpreta principale. Perfino un'attrice di prima qualità come Nicole Kidman, posta a fianco di uno come l'ex maritino (che di come recitare il medico non aveva la minima idea), fornisce una prestazione piuttosto mediocre, con una serie di mossettine che non possono che mettere in sospetto lo spettatore sulla sincerità dell'intera operazione Eyes Wide Shut. Avendo visto il film alcuni anni fa in versione originale, devo dire che paradossalmente, nella versione doppiata, a guadagnarci di più è proprio Tom Cruise, che, quando recita con la propria voce, è assolutamente insopportabile.

Con queste premesse, il film non poteva convincermi, nemmeno dopo avere riconosciuto alcune qualità di Kubrick veramente innegabili, compresa la capacità di riuscire a rinnovarsi ulteriormente, con una serie di riprese modernissime che negli ultimi anni hanno veramente fatto scuola. Il sospetto è comunque quello della fascinazione senile per un erotismo che ormai non può più riuscire a scandalizzarci come poteva accadere ai tempi in cui Schnitzler scrisse il Doppio sogno da cui il film è tratto. E se tutto nasce dall'immaginazione del protagonista, stimolato dalla gelosia per la moglie o da un sogno erotico suscitato da due ninfette e da una paziente che gli confessa amore, che senso ha il finaletto moralistico, che si stenta a credere voluto e girato dal grande Stanley Kubrick?

Tag: cinema

Aforisma del giorno - 2

by sasso67 (22/11/2006 - 19:01)

La differenza fra quando avevo tre anni e ora è che ora riesco a trattenere la cacca.

(Monscutariane meditationes)

Nota a piè di pagina: "E non è detto che duri ancora a lungo".

Dopo la lunga notte (2006)

by sasso67 (20/11/2006 - 19:50)

Modena City Ramblers - Dopo il lungo inverno (2006)

Sono un po' come i Nomadi dopo la dipartita (assai più dolorosa e definitiva ahilui e ahinoi!) di Augusto Daolio, questi Modena City Ramblers, orfani e vedovi del loro cantante - frontman Stefano Bellotti, in arte Cisco. Il ritmo c'è, la verve anche, qualche atmosfera è cambiata, l'Irlanda è ancora molto presente, anche se non più l'unica fonte d'ispirazione, nonostante la presenza carismatica del polistrumentista Terry Woods, già membro dei Pogues e degli Steeleye Span. Come i Nomadi del dopo Augusto, anche i Ramblers passano a due vocalist, un uomo e una donna (Davide "Dudu" Morandi e Betty Vezzani), che sono bravissimi, però, insomma, non sono né CiscoAlbertone Morselli.

Fatto sta che questo Dopo la lunga notte - dopo avere celebrato i sessant'anni della guerra partigiana l'anno scorso, i Modena sembrano voler festeggiare la fine della lunga notte berlusconiana, simboleggiata dal pezzo Il paese delle meraviglie - è davvero un bel disco, nonostante il rimpianto di cui dicevo sopra. Vi sono pezzi concettualmente aggressivi e musicalmente festosi come nella migliore tradizione ramblersiana (Quel giorno a primavera, Mia dolce rivoluzionaria) e pezzi tristi ed evocativi come Le strade di Crawford, omaggio a Terry Sheehan la mamma coraggiosa di un giovane soldato americano ammazzato in Iraq.

E se proprio si deve fare un confronto con l'album di Cisco, anche questo uscito nel 2006, sono i Modena a guadagnarci, con tutto il rispetto per un artista che, nel panorama italiano, è grande almeno per quanto è grosso. E, nonostante che quest'album non raggiunga la fresca ispirazione e il potente feeling musicale di prove come La grande famiglia (1996) e Terra e libertà (1997), ce ne fossero, verrebbe da dire, album come Dopo la lunga notte!

Tag: musica

La verità ci fa male

by sasso67 (20/11/2006 - 18:55)

Rashômon (Giappone, 1950) di Akira Kurosawa. Con Toshiro Mifune (Tajomaru, il bandito), Masayuki Mori (Takehiro, il samurai), Machiko Kyo (Masago, la moglie del samurai), Takashi Shimura (il boscaiolo), Minoru Chiaki (il bonzo), Kachijiro Ueda (il passante), Daisuke Kato (il funzionario di polizia), Fumiko Homma (la maga).

Rashomon (T. Mifune)Non c'è bisogno di fare molti discorsi neanche per commentare questo film: si tratta di un ennesimo capolavoro di Kurosawa.

Un passante cerca riparo sotto le rovine della porta di Rashô (proprio questo significa Rashômon) e vi incontra un boscaiolo ed un bonzo che sono appena usciti dal tribunale, dove hanno testimoniato nel processo contro un famoso bandito accusato di avere ammazzato un samurai. I due personaggi raccontano al passante, un individuo avido e cinico, la loro versione dei fatti, che è diversa e differisce anche dalla versione dei diretti interessati (il bandito, il samurai ucciso che parla attraverso una maga e la moglie violentata). La verità resterà misteriosa, perché nessuno la ricerca, anzi sembra che tutti tendano al suo occultamento. Stranamente, verrebbe da dire, perché in un primo tempo pare che nessuno dei testimoni abbia il ben che minimo interesse a mentire, mentre in seguito si chiarisce che qualche motivo per nascondere la verità ce l'hanno un po' tutti.

«Più che un giallo della verità il film è una tragicommedia della menzogna. [...] Allo scetticismo paralizzante della ragione ("tutti mentono!") il regista oppone la provocante follia dell'amore disinteressato. Anche se non siamo sicuri di nulla dobbiamo aiutarci l'un l'altro» (Aldo Tassone, Il Castoro).

«Le varie verità indicano abbastanza chiaramente lo sconvolgimento di un ordine morale e dei valori definiti nel Giappone del dopoguerra» (Georges Sadoul).

Eccellenti tutti gli interpreti ed eccezionale la fotografia di Kazuo Miyigawa, il cui bianco e nero è così nitido e potente che in alcune scene i personaggi sembrano poter saltare fuori dallo schermo. Il vero mago è, però, il regista.

Ripeto: CAPOLAVORO.

Tag: cinema

Aforisma del giorno

by sasso67 (18/11/2006 - 15:36)

Dio non esiste, e se esiste è ateo come me.

(Sasso, Monscutariane meditationes)

joshua ferris

by sasso67 (18/11/2006 - 15:02)

Dalla recensione di Domenico Gallo al romanzo di Joshua Ferris E poi siamo arrivati alla fine (edito da Neri Pozza, € 17,00), su PULP Libri #64, novembre/dicembre 2006:

«La vita, quella vera, non inizia alla fine del lavoro, ai vecchi tempi segnalata con la sirena e oggi scandita con il beep del badge, ma dal tempo del lavoro che invade ogni altra ora del giorno, vampirescamente, fino a spegnere la vitalità di queste persone. Nonostante i loro complessi rapporti di rivalità, solo in ufficio possono aspirare a un'esistenza collettiva. Fuori, [...] la loro vita si affievolisce.»

Tag: lavoro,libro

Dio lo vuole?

by sasso67 (18/11/2006 - 14:43)

Todo modo (Italia, 1976) di Elio Petri. Con Gian Maria Volonté (M., il Presidente), Marcello Mastroianni (Don Gaetano), Mariangela Melato (Giacinta, la moglie di M.), Ciccio Ingrassia (Voltrano), Renato Salvatori (Dott. Scalambri), Franco Citti (l'autista di M.), Michel Piccoli (Lui), Tino Scotti (il cuoco), Cesare Gelli (Arras, il Vicequestore), Adriano Amidei Migliano (Capra-Porfiri), Renato Malavasi (Michelozzi), Guerrino Crivello (speaker TV).

Petri e la locandina del filmCriticato all'epoca da destra e da sinistra (Giovanni Grazzini, critico scevro da pregiudizi ideologici, scriveva sul Corriere del 1° maggio 1976 che "Todo modo è un greve sberleffo vestito di psicodramma intellettuale, chissà quanto gradevole a chi non si diverta a riconoscere nei personaggi i capifila della Dc, e chissà quanto politicamente proficuo al partito comunista in cui Petri Milita"), secondo un'abitudine, a mio parere sbagliata, di giudicare i film di contenuto "politico" più dalla loro efficacia elettorale che sul piano del risultato estetico. È stato così, appena un paio d'anni fa, anche per Fahrenheit 9/11 che, se si dovesse giudicarlo dal risultato elettorale nelle presidenziali americane del novembre 2004, non dovrebbe essere gratificato di alcun pallino da parte dei dizionari critici che vanno per la maggiore. A distanza di trent'anni, invece, Todo modo mantiene tutta la sua forza polemica, grazie a quello stile grottesco ottenuto esattamente al punto d'incontro dove la tragedia si confonde alla farsa. Ma anche grazie alla capacità di quella classe politica, nonostante le tragedie (il riferimento è ovviamente a quella, personale prima che politica, di Aldo Moro) e la dissoluzione della Democrazia Cristiana, di riciclarsi con gli stessi metodi politici e affaristici, dove non addirittura con gli stessi inamovibili, benché più che ottuagenari, personaggi. Quella di Todo modo, derivato da un romanzo pamphlet di Leonardo Sciascia, è la descrizione dell'apogeo di un metodo di spartizione politica, destinato comunque all'autodistruzione, frutto del trasformismo italico passato indenne attraverso il Fascismo e la trasformazione repubblicana dello Stato, fondato sull'ipocrisia che si fa scudo delle sovrastrutture del rito cattolico per coprire e giustificare le peggiori bassezze, umane e politiche. Salvo, alla fine, liberarsi degli ingombranti e fastidiosi moralisti in tonaca che, agli occhi dei politici, pretendevano di indicare quale fosse la volontà divina e minacciavano castighi apocalittici, senza accorgersi che fuori imperversava una lenta ma micidiale epidemia: e se ieri poteva esservi un riferimento alla guerra fredda, oggi quest'ultimo simbolo può essere interpretato come un riferimento alle tante guerre, ormai tutte più che calde, che provocano vittime - "danni collaterali" - nelle periferie del mondo (così come l'epidemia del film provoca qualche vittima ad Avellino).

"Film fatto per dividere, non per unire" (Tullio Kezich), parente stretto del Salò di Pasolini e di Cadaveri eccellenti di Rosi, e quindi, come nota ancora acutamente Kezich, molto figlio del suo tempo, Todo modo ha ancora oggi la capacità di colpire e di stupire per alcune notazioni che all'epoca dell'uscita del film non furono colte. Non al livello delle opere migliori di Petri, come Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e La classe operaia va in paradiso, forse nemmeno dei Giorni contati, Todo modo resta nella memoria per quell'ambientazione claustrofobica da catacomba del terzo millennio, e per le interpretazioni davvero incancellabili di Gian Maria Volonté del personaggio del Presidente e di Ciccio Ingrassia di quello dell'esagitato e disperato penitente Voltrano.

Tag: cinema,politica

La morte indiretta

by sasso67 (13/11/2006 - 19:51)

Niente da nascondere (Francia/Austria/Germania/Italia, 2005) di Michael Haneke. Con Daniel Auteuil (Georges Laurent), Juliette Binoche (Anne Laurent), Maurice Bénichou (Majid), Annie Girardot (la mamma di Georges), Bernard Le Coq (editore capo di Georges), Walida Afkir (il figlio di Majid), Lester Makedonsky (Pierrot Laurent), Daniel Duval (Pierre), Nathalie Richard (Mathilde).

Niente da nascondereVale sempre la pena di vedere i film di Haneke, uno dei pochi autori puri rimasti in Europa (a livello tematico ed espositivo, il suo corrispondente asiatico è Ki-duk Kim). Niente da nascondere è una delle opere migliori di Haneke, insieme a Funny Games (1997) e a Il tempo dei lupi (2003): molto meno mi convince La pianista (2001). A momenti geniale e a momenti alquanto forzato nei dialoghi (ma non era semplice sviluppare una situazione del genere per le due ore canoniche), Niente da nascondere ci mostra che nessuno di noi, se analizzato a fondo, può affermare in tutta coscienza di non avere scheletri nell'armadio. Con questo film, Haneke rigira il suo coltello nella piaga dei nostri sensi di colpa, acuiti dalla nostra appartenenza al mondo occidentale che deve la propria opulenza allo sfruttamento esercitato per secoli sui popoli colonizzati dell'Africa e dell'Asia. E ancora maggiore ragione Haneke ha, in quanto contrappone alle figure dei protagonisti, magistralmente interpretati da due grandi attori (Auteuil e la Binoche), quella di un emarginato algerino, povero e grassoccio, che dalla vita altro non ha ottenuto che umiliazioni e ingiustizie. Ancora una volta Haneke riesce, con un meccanismo a scatole cinesi di film nel film, a metterci a disagio e a farci riflettere, con uno spettacolo intellettualmente affascinante, sulle false apparenze e sulla precarietà del nostro (un po' di tutti, ma soprattutto di noi europei occidentali) essere.

Tag: cinema

Storia della falcemmartello infame

by sasso67 (12/11/2006 - 12:01)

La confessione (Francia/Italia, 1970) di Costa-Gavras. Con Yves Montand (Artur London), Simone Signoret (Lise London), Gabriele Ferzetti (Kohoutek), Michel Vitold (Smola), Jean Bouise (direttore della fabbrica), Guy Mairesse (il medico).

La confessioneA tratti soffre un po' di eccessiva teatralità, dovuta soprattutto all'angusta ambientazione tra le quattro strette mura di una cella, o alla claustrofobica stanzetta degli interrogatori, ma La confessione, tratto dal libro autobiografico dell'ex viceministro cecoslovacco Artur London, è un film ben fatto, di denuncia degli orrori del comunismo stalinista, fatta quando ancora l'URSS svolgeva quel ruolo di Cerbero dell'ortodossia leninista che molti, nei paesi satelliti, osavano mettere in discussione, come coloro che, con le scritte sui muri di Praga, invitavano Lenin a svegliarsi, perché "sono diventati tutti pazzi".

E' impossibile enumerare le torture psicofisiche atte a piegare la volontà di imputati innocenti perché confessino reati mai commessi e complicità inesistenti; a chi li abbia letti, il film di Costa-Gavras non può non ricordare il romanzo 1984 di Orwell - che aveva scritto tutto questo basandosi un po' sulle esperienze dello stalinismo, anche quelle avute durante la guerra di Spagna, lui che era un trotzkista - ed anche La storia della colonna infame del Manzoni. Critica del comunismo stalinista (e di ogni altra dittatura: l'anno precedente il regista aveva realizzato con Z, l'orgia del potere un violento attacco alla dittatura dei colonnelli in Grecia) e di ogni altra dittatura, che in quanto tale non può che avere un "volto disumano", La confessione è un film appena appena retorico, ma ben girato e ben recitato e, nonostante siano totalmente assenti scene d'azione, riesce a tenere cica l'attenzione dello spettatore fino in fondo.

«È qui, nel dire l'incredula disperazione di uomini nonostante tutto fedeli al comunismo, e obbligati a offrirsi al capestro pur di non giovare ai presunti nemici del partito e dell'Urss, che il film tocca il profondo della tragedia, e allaccia i modi del genere poliziesco, talvolta un po' troppo insistiti nell'osservanza del cerimoniale "nero", a quelli del classico dramma psicologico, dove il credo politico e la ragion di stato, scontrandosi con il rispetto della verità e di se stessi, generano lo sgomento.» (Giovanni Grazzini, 26 settembre 1970, in Gli anni settanta in cento film, Laterza).

Tag: cinema,storia

La casa dalle finestre che sanguinano

by sasso67 (12/11/2006 - 11:59)

H 2 odio (Italia, 2006) di Alex Infascelli. Con Chiara Conti (Olivia), Claire Falconer (Summer), Anapola Mushkadiz (Ana), Olga Shuvalova (Christina), Mandala Tayde (Nicole), Mauro Coruzzi [Platinette] (lo psichiatra).

H 2 odioDeludente, nonostante tutto. Nonostante una tecnica registica virtuosa e ultramoderna, nonostante un buon cast di attrici giovani, nonostante un'ambientazione claustrofobica che avrebbe fatto sperare in risultati migliori. La spiegazione affidata alla didascalia finale non migliora la situazione. Né chiarisce il comportamento ambiguo delle amiche della protagonista relativamente alla dieta drastica che il gruppetto intenderebbe affrontare. Il giovane regista Infascelli tenta, spesso invano, di districarsi fra i rimandi a colleghi più titolati, dal primo Dario Argento al Kubrick di Shining - dagli sgocciolamenti alle vere e proprie piogge di sangue - e, passando per i nuovi horror nippocoreani, fino al Pupi Avati della Casa dalle finestre che ridono, che in questo genere, resta, almeno in Italia, insuperato. Inspiegabile, se non nell'ottica della distribuzione del film verso il mercato internazionale, di attrici straniere (tra le quali la pur bella Mandala Tayde) per interpretare il gruppo di amiche della protagonista. Giudizio sintetico: poco arrosto.

Tag: cinema,horror

cani andalusi di tutto il mondo, unitevi!

by sasso67 (06/11/2006 - 20:36)

Un chien andalou (Francia, 1929) di Luis Buñuel. Con Simone Mareuil (la ragazza), Pierre Batcheff (l'uomo), Luis Buñuel (l'uomo con il rasoio), Fano Messan (l'ermafrodita), Salvador Dalì (un seminarista), Robert Hommet (il giovane).

Un chien andalou (l'asino morto nel piano)In appena sedici minuti, le menti disturbate e genialoidi dei due giovani artisti Buñuel e Dalì concepiscono e mettono in scena un vero e proprio manifesto del surrealismo cinematografico. È inutile, e perfino irrispettoso, tentare di voler spiegare questo susseguirsi di immagini, talvolta banali e talvolta scioccanti (come il celebre taglio dell'occhio), la cui unica logica è quella dell'associazione d'idee e del simbolo freudiano, spesso poco decifrabile.

Definito dallo stesso Buñuel  «un disperato, un appassionato invito all'omicidio», Un chien andalou è un film (se così lo si può chiamare) nel quale, secondo il critico Adelio Ferrero, «c'è il disoccultamento, l'esplosione di una zona vitale ed estremamente produttiva dell'inconscio, dell'onirico e dell'immaginario, ma scritta negli interni dei salotti borghesi, accompagnata attraverso le strade della città».

Tag: cinema,surrealismo

Diavoli cercansi per distruggere città

by sasso67 (05/11/2006 - 12:45)

I diavoli (GB, 1971) di Ken Russell. Con Oliver Reed (Urbain Grandier), Vanessa Redgrave (madre Jeanne des Anges), Dudley Sutton (barone De Laubardemont), Max Adrian (Ibert), Gemma Jones (Madeleine), Murray Melvin (Mignon), Michael Gothard (padre Barré), Georgina Hale (Philippe), Brian Murphy (Adam), Christopher LOgue (il cardinale Richelieu), Graham Armitage (Luigi XIII), John Woodvine (Trincant).

I diavoliI diavoli non esistono. E meglio di tutti lo sanno proprio gli uomini di chiesa, salvo che siano dei veri e propri invasati come padre Barré, ingaggiato da uno scagnozzo del cardinale Richelieu per incastrare il prete Grandier, per mezzo delle misere suore di Loudoun, nel Poitou francese. La perversa commistione fra religione e politica non la dobbiamo a Buttiglione e al cardinale Ruini, ma è nata insieme alla religione e insieme alla politica. È così anche nel caso di Loudoun, ai tempi delle guerre di religione cittadella fortificata da sacrificare alla ragion politica del Richelieu, nonostante la solenne promessa di autonomia fatta ai cittadini dal re in persona. Baluardo della libertà di Loudoun è soltanto il prete bello Urbain Grandier, devoto ma lussurioso. A questo punto debole si appigliano i nemici della cittadina, per confessare alle orsoline del locale convento che il prete le avrebbe spinte ad adorare il diavolo che si è impossessato di loro. Tutti sanno che si tratta di una montatura, ma tutti fanno orecchi da mercante, dai beghini del posto ai mariti traditi, perché serve liberarsi di quel prete scomodo, tanto che alla fine l'unico a manifestare un briciolo di umanità è proprio il boia.

I diavoli è un film bello e intelligente, tipicamente anni settanta, influenzato dal teatro crudele dei vari Peter Brook, Carmelo Bene e Luca Ronconi, bene interpretato, non soltanto dai blasonati Oliver Reed e Vanessa Redgrave, ma anche dal mellifluo Dudley Sutton, da Michael Gothard, pazzoide con la faccia incorniciata da occhialetti alla John Lennon, e contornato da altre facce interessanti come quella di Murray Melvin, che non a caso Kubrick volle quattro anni più tardi per la parte del reverendo Runt in Barry Lyndon, e perfino dal musino sfuggente di Brian Murphy, il George della mitica serie telelvisiva inglese George e Mildred.

I diavoli è una delle perle più belle del cinema degli anni settanta e della collana di cui può vantarsi quel geniaccio visionario di Ken Russell.

Tag: cinema,religione

I signori Vendetta

by sasso67 (05/11/2006 - 12:31)

Mister Vendetta (Corea del Sud, 2002) di Chan-wook Park. Con Kang-ho Song (Park Dong-jin), Ha-kyun Shin (Ryu), Du-na Bae (Cha Yeong-mi), Ji-Eun Lim (la sorella di Ryu), Bo-bae Han (Yu-sun), Kan-hie Lee (l'ex moglie di Park), Seung-beom Ryu (il ragazzo ritardato).

Mister VendettaNei film di Park della "trilogia della vendetta" il mistero è scoprire chi si sta vendicando e di cosa, ma molto di più chi avrà la vendetta finale. Con il risultato di capire che nessuna vendetta ha senso, che nessuna vendetta soddisfa, e che prima ancora bisognerebbe mettersi nelle condizioni di non suscitare alcuna vendetta, anche se certe azioni, talvolta, sono inevitabili (salvare una persona malata, salvare un'azienda in crisi ecc.).

Ryu è un ragazzo sordomuto (ringrazio personalmente il regista per averlo dotato di capigliatura verdastra, stante la mia persistente incapacità di distinguere con chiarezza i volti orientali), che sta risparmiando il proprio salario per pagare il trapianto di rene di cui ha bisogno la sorella molto malata. Per una serie di disguidi, perde i soldi senza riuscire a far effettuare il trapianto. Per di più viene licenziato dall'azienda dove lavora, che è sull'orlo del fallimento. Decide quindi di rapire la figlia del capo per chiedere un riscatto e pagare finalmente il trapianto. Una catena di morti farà fallire il progetto e causerà a sua volta un'altra catena di omicidi dettati dalla "necessità" della vendetta.

Meno leccato e meno astuto - anche meno sentenzioso - del successivo Oldboy (2003), Mister Vendetta (primo capitolo della trilogia della vendetta, chiusa nel 2005 con Lady Vengeance) parte piano, ma cresce con lo scorrere del tempo e delle immagini, come un fiume in piena (non per caso una parte fondamentale del film si svolge nei pressi di un fiume, ricordando il famoso detto cinese sul fiume e sulla vendetta), e con le consuete scene di violenza quasi insopportabile giunge ad un finale forse inevitabile, girato comunque con impeccabile sapienza registica. Park è uno dei registi che riescono a tenere alta la fama della cinematografia dell'estremo oriente e, con Kim Ki-duk, del cinema sudcoreano in particolare. Mister Vendetta è un film che assolutamente merita di essere visto perché è avvincente e intelligente, manifestando la stessa forza attrattiva (pur con le dovute differenze di stile) dei primi film di Kitano.

Tag: cinema

Il gobbaccio di Sesto San Giovanni

by sasso67 (01/11/2006 - 15:23)

Milano odia: la polizia non può sparare (Italia, 1974) di Umberto Lenzi. Con Tomas MIlian (Giulio Sacchi), Henry Silva (commissario Walter Grandi), Laura Belli (Marilù Porrino), Gino Santercole (Vittorio), Mario Piave (collaboratore di Grandi), Anita Strindberg (Jone Tucci), Guido Alberti (commendator Porrino), Ray Lovelock (Carmine), Tom Felleghy (Procuratore della Repubblica), Pippo Starnazza ("papà"), Luciano Catenacci (Ugo Majone), Lorenzo Piani (Gianni), Francesco D'Adda (Romano), Nello Pazzafini (Marco, giocatore di biliardo).

Parafrasando il diavolaccio dell'Esorcista, si potrebbe dire che il film è "una volgare esibizione di violenza". Però non è soltanto questo. L'intento mi sembra che sia quello di scioccare lo spettatore con scene di violenza efferata, e di provocarne la reazione, in modo da giustificare la reazione più o meno volontariamente (ma oggettivamente) fascista del commissario Grandi nel finale. Milano odia è comunque un film che ha una sua logica, in particolare quella del protagonista, uno psicopatico bisessuale, forse impotente, individualista e assolutamente diabolico. Interpretato con la solita perizia da Tomas Milian che stava affinando il personaggio che lo porterà ad interpretare prima il Gobbo, poi il Trucido e infine il Monnezza. Ovviamente Milian, doppiato da Amendola, non c'entra un piffero con Milano (lo danno addirittura nato a Sesto San Giovanni), ma si sbatte fino ad una scena madre finale quasi scespiriana. Henry Silva non mi ha mai granché convinto nelle sue incursioni nel poliziottesco, e qui lo fa meno che mai, poiché con la sua faccia da sfinge giustifica poco la reazione mediterranea che lo porta a rassegnare le dimissioni dalla polizia. Le scene d'azione - tra le quali un inseguimento automobilistico più volte riciclato - sono girate con la consueta maestria. In conclusione, si tratta di un film di genere che si lascia guardare senza il rischio della noia. Il grossetano Umberto Lenzi, uno che di tecnica ne ha da vendere, è sicuramente stato uno tra i due o tre migliori registi di questa fase del cinema italiano.

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Archivio Novembre 2006