Ciao sono sasso67
Vedi il mio profilo


Co-autori

Ciao sono

Dicembre 2006

DLMMGVS
1 2
3 4 5 6 7 8 9
10 11 12 13 14 15 16
17 18 19 20 21 22 23
24 25 26 27 28 29 30
31

Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us
Archivio Dicembre 2006

Vent'anni di solitudine

by sasso67 (31/12/2006 - 17:12)

L'orologiaio di Saint-Paul (Francia, 1974) di Bertrand Tavernier. Con Philippe Noiret (Michel Descombes), Jean Rochefort (ispettore Guilboud), Jacques Denis (Antoine), Julien Bertheau (Edouard), Sylvain Rougerie (Bernard Descombes), Christine Pascal (Liliane Torrin), Andrée Tainsy (Madeleine Fourmet), Yves Afonso (ispettore Bricard), William Sabatier (l'avvocato).

Ottimo esordio di Tavernier alla direzione di un lungometraggio. Trasportando nella sua nativa Lione un romanzo non megrettiano di Simenon originariamente ambientato in America, il regista ci dà, con la collaborazione dei due sceneggiatori veterani veterani Jean Aurenche e Pierre Bost, uno sguardo acuto e caustico sulla provincia francese, così poco frequentata dal cinema di papà, e invece popolata di personaggi vivi e contraddittori come l'Edouard (interpretato da Bertheau, attore carissimo a Buñuel), che inneggia alla pena di morte in diretta televisiva e sbeffeggia la manifestazione delle prostitute. E soprattutto come il tranquillo orologiaio, gaudente e compagnone, che all'inizio stenta a comprendere i contorni della tragedia che gli sta deflagrando tra le mani. Ma attraverso un processo di maturazione, il borghese piccolo piccolo Michel Descombes, interpretato da un Philippe Noiret (recentememnte scomparso ma già abbondantemente rimpianto) intensissimo pur nel suo senso della misura, saprà riconquistare la fiducia e la stima del figlio, pur nell'amarezza di non essere riuscito ad evitargli una pesante condanna in tribunale. Questo rimpianto è il prezzo da pagare per la ritrovata consapevolezza e gioia di avere imparato, nella lontananza forzata dalla latitanza, a conoscere il figlio fino ad identificarsi con lui.

Tag: cinema

L'amorale della storia

by sasso67 (31/12/2006 - 13:49)

La vita di Oharu, donna galante (Giappone, 1952) di Kenji Mizoguchi. Con Kinuyo Tanaka (Oharu), Toshirô Mifune (Katsunosuke), Tsukie Matsuura (Tomo, la madre di Oharu), Ichirô Sugai (Shinzaemon, il padre si Oharu), Toshiaki Konoe (il principe Harutaka Matsudaira), Kiyoko Tsuji (la padrone di casa), Hisako Yamane (la principessa Matsudaira), Jukichi Uno (Yakichi), Hiroshi Oizumi (l'amministratore Bunkichi), Benkei Shiganoya (Jihei).

Può sembrare incredibile, ma il cinema giapponese è davvero una miniera di grandi film. Lo testimonia La storia di Oharu, che sarà anche stata una donna galante, ma la cui vicenda ricalca in realtà la tristissima storia delle eroine più sfortunate della letteratura mondiale (il soggetto è tratto da un romanzo dello scrittore del XVII secolo Saikaku Ihara). I suoi sono, infatti, infortuni sulla strada della virtù: figlia di un samurai, Oharu cede all'amore impossibile, almeno all'epoca, per un semplice paggio (Mifune); scoperta la tresca, la giovane è esiliata da Kyoto insieme alla sua famiglia, ormai irrimediabilmente macchiata; scelta come concubina del nobile Matsudaira allo scopo di dargli un figlio maschio, è scacciata dalla casa dopo avere assolto al compito affidatole; venduta a un bordello dal padre per saldare i suoi debiti, viene riscattata da un onesto artigiano che però muore troppo presto. Dopo una serie inenarrabile di peripezie, che comprendono anche l'impraticabile via dell'ascesi religiosa, la donna finirà a vendere il proprio corpo, nemmeno più giovane, per strada, dopo avere soltanto intravisto il figlio da lei generato, ormai diventato un grande signore.

Il film di Mizoguchi è affascinante per la materia trattata, un Seicento imbalsamato in un viluppo incancrenito di usanze e fossilizzato in un sistema di caste che all'epoca era inscalfibile, ma anche per l'arte cinematografica adottata, fatta di lunghe inquadrature incardinate in piani sequenza che rendono giustizia alla trama e alla psicologia dei personaggi e che miracolosamente riescono a non annoiare mai. E' da apprezzare anche l'intelligente struttura circolare di tutto il film, che si riproduce, in piccolo, in ogni singolo frammento che compone la personalissima via crucis di Oharu, fatto di una illusoria ascesa e di un'inevitabile quanto incolpevole caduta, e che alla fine riporta il personaggio principale, uno dei più tragici che ci è dato di ricordare (in quanto le è negato ogni sia pur minimo riscatto finale), alla situazione dalla quale il film era partito.

La vita di Oharu, donna galante, interpretato da una bravissima (e purtroppo poco conosciuta) Kinuyo Tanaka e, in una parte abbastanza breve, da un giovane e quasi irriconoscibile Toshirô Mifune, è un film amorale nel senso migliore del termine, dal momento che rifiuta di dare allo spettatore coordinate etiche in senso classico da rispettare: nonostante che la protagonista scelga sempre la soluzione (se non migliore) più praticabile al momento, le sue buone intenzioni e la sua onestà non vengono mai premiate ed anzi sono severamente punite dai rigidi custodi di un ordine sociale che per fortuna, almeno in Giappone, così come a casa nostra, è stato spazzato via dalla storia.

«Escludendo lo sviluppo drammatico esterno (portato dal montaggio), Mizoguchi dà veramente il senso dell'invariabile scorrere della vita di Oharu per piccoli tocchi e all'interno di una medesima e malinconica disperazione.» (Georges Sadoul)

Tag: cinema

La sagra dell'umorismo nero

by sasso67 (30/12/2006 - 18:14)

Adrénaline (Francia, 1989) di Yann Piquer, Anita Assal, Barthélémy Bompard, Philippe Dorison, John Hudson, Jean-Marie Maddeddu, Alain Robak. Con Jean-Marie Maddeddu, Clémentine Célarié, Franck Baruk, Alain Aithnard, Barthélemy Bompard, Marie-Christine Munchery, Yann Piquer, Anne-Marie Pisani, Carla Taillol.

Yann Piquer in "Adrénaline"Fortunatamente non si tratta del solito film ad episodi, ma come è stato giustamente notato, di "una compatta antologia della crudeltà" (Mereghetti), coordinata in maniera intelligente da Yann Piquer, che è anche autore, insieme a Jean-Marie Maddeddu (questi notevolissimo pure nei panni di attore), degli episodi migliori, tra i quali primeggia, per nerissimo umorismo che sarebbe piaciuto a Breton e al gruppo dei surrealisti, il segmento Interrogatorio, nel quale un tizio, al quale un sadico chiede di dire dove si trovi l'amata, non parla per amore, ridendo in faccia al torturatore il quale pezzo per pezzo gli taglia tutte le parti del corpo, e alla fine, ridotto alla sola testa, ottiene dalla donna l'agognato guiderdone erotico.

Un film che tra gli altri pregi possiede quello della sintesi: in meno di un'ora e un quarto i registi ci gettano, con un ghigno beffardo sulle labbra, in un mondo talmente orrorifico da far soffocare (talvolta anche dalle risa), sottraendocene un attimo prima che sia troppo tardi. Notevoli anche gli episodi Corridoio, Urgenza, Tv Buster e Scultura fisica.

Tag: cinema,horror

Impiegati di tutto il mondo... sognate!

by sasso67 (29/12/2006 - 20:19)

L'impiegato (Italia, 1959) di Gianni Puccini. Con Nino Manfredi (Nando), Eleonora Rossi Drago (l'ispettrice Jacobetti), Anna-Maria Ferrero (Joan), Gianrico Tedeschi (il direttore), Andrea Checchi (Francesco), Anna Campori (Lisetta), Sergio Fantoni (Sergio Jacobetti), Pietro De Vico (McNally), Franco Giacobini (Rotondi), Gianni Bonagura (Pippetto), Cesare Polacco (l'ispettore Rock), Arturo Bragaglia (il padre di Nando).

Anna-Maria Ferrero e ManfrediCommedia valida di produzione media, come oggi purtroppo se ne fanno sempre meno. Ricorda, in alcuni momenti, il recente La febbre (2005) di D'Alatri, soprattutto per l'ambientazione in quella miniera di aneddoti e di caratteri che può essere un ufficio pubblico (là era un comune del nord, qui una sorta di IACP romano), dove fra l'altro io lavoro. L'istrionismo bonario di Manfredi si sprigiona specialmente nella messinscena dei suoi sogni, in una specie di affettuoso omaggio a Sogni proibiti con Danny Kaye. I personaggi e la trama sono abbastanza esili, anche se qualche sketch strappa la risata, ma l'ambiente ufficio è descritto con apprezzabile ed affettuoso realismo. Film dal valore senz'altro più che sufficiente, L'impiegato lascia l'amaro in bocca se si ripensa alla prematura scomparsa del regista Gianni Puccini, autore, fra gli altri, del Marito (1958) con Sordi e dei Sette fratelli Cervi (1968), morto a 54 anni nel 1968.

Tag: cinema

The Toxic Scavengers

by sasso67 (28/12/2006 - 00:05)

Amore tossico (Italia, 1983) di Claudio Caligari. Con Cesare Ferretti (Cesare), Michela Mioni (Michela), Enzo Di Bendetto (Enzo), Roberto Stani (Ciopper), Loredana Ferrara (loredana), Mario Afeltra (Mario), Clara Menoria (Teresa), Dario Trombetta (il magnaccia), Massimo Maggini (Massimo), Gianni Schettini (Donna), Fernando Arcangeli (Debora), Mario Caiazzi (il grassone), Falerio Ballarin (il capellone), Silvia Starita (psicologa), Maria Galleoni (la madre di Mario), Patrizia Vicinelli (Patrizia, la pittrice).

Amore tossicoPiù che un film, è un vero e proprio esperimento, rarissimo nel suo genere, almeno qui da noi, e probabilmente irripetibile. Questo sia perché la moda del politicamente corretto farebbere insorgere più di un'anima pia contro la cruda verità del buco in diretta (ci sono delle scene che disturbano veramente, più che tanti film più o meno orrorifici): immaginiamoci cosa potrebbe dire Veltroni a vedersi dipingere di questi colori la propria città. Ma anche perché il film fu girato nel 1983, in era pre-aids, ed è difficile immaginarsi una cosa del genere girata dopo appena quattro o cinque anni. In effetti alcuni di questi ragazzi di vita dell'era dell'eroina non ce l'hanno fatta, come dimostrano i destini di Michela Mioni e Patrizia Vicinelli, la pittrice che rifornisce di roba i protagonisti, purché le schizzino il sangue sulla tela.

Il nume tutelare di tutta l'operazione, benché ispirata da una seria indagine sociologica (del cosceneggiatore Guido Blumir), è chiaramentre Pasolini, che non ha fatto in tempo a vedere, o quanto meno a descrivere, la vita di questi Accattoni vent'anni dopo, se fossero sopravvissuti. Alla fine l'omaggio al poeta friulano è fin troppo scoperto: Michela muore sotto il cippo dell'idroscalo di Ostia, mentre Cesare cade inseguito dalla polizia. Come nei film e nei libri di Pasolini, comunque, del tragico del quotidiano disfacimento umano e sociale raccontato su pellicola, si riesce perfino a ridere, e in questo senso, a mio parere, il personaggio più tragicomico è quello di Enzo, il più simile, sempre secondo me, alla degradazione da vera tossicodipendenza.

Tag: cinema

Il Peter Pan del ghetto

by sasso67 (25/12/2006 - 17:41)

Baby Boy - Una vita violenta (USA, 2001) di John Singleton. Con Tyrese Gibson (Jody), Taraji P. Henson (Yvette), Omar Gooding (Sweetpea), Tamara LaSeon Bass (Peanut), Candy Ann Brown (miss Herron), A. J. Johnson (Juanita, la madre di Jody), Ving Rhames (Melvin), Snoop Dogg (Rodney), Tracey Cherelle Jones (Sharika), Kaylan Bolton (Joe Joe).

Baby Boy (la Henson e Gibson)Che visione atroce che ci dà John Singleton degli afroamericani, maschi e femmine. Ovviamente il tasto del grottesco tragico è battuto in maniera più insistente sui maschi (ché chiamarli uomini sarebbe un complimento), immaturi (non solo boy, ragazzo, ma anche baby, bambino), mammoni, schiavi dei soldi e dei simboli del lusso (la macchina), incapaci di controllare i propri impulsi (il protagonista ha avuto due figli da due ragazze diverse e continua a vivere con la mamma), e schiavi della violenza al solo scopo di dimostrare di "avere le palle", cioè di "essere uomini". Ma le donne (tutte un po' troppo belle, per la verità), secondo Singleton, non stanno poi tanto meglio, più mature e consapevoli, disposte ad assumersi delle responsabilità, quanto meno nei confronti dei propri figli, e desiderose di farsi una famiglia, ma anch'esse in fin dei conti asservite a quei pigri mangiapane a ufo dei loro uomini, i quali le dominano con l'arma del sesso, come mostra bene la scena della telefonata di Yvette con l'amica Sharika. Qualche maschietto mette la testa a posto dopo l'esperienza del carcere (Melvin, in parte lo stesso Jody), mentre qualcun altro si dimostra veramente irrecuperabile, come l'odioso Rodney.

Baby Boy (il sottotitolo italiano "pasoliniano" è ancora una volta fuorviante) non è un gran film, ma nemmeno la schifezza che l'ha giudicata, fra gli altri, Mereghetti. Il finale idilliaco sta un po' a testimoniare che probabilmente a un certo punto il regista - sceneggiatore non sapeva più da che parte andare a parare, oppure che è caduto vittima della produzione. Va però detto che Singleton sa come girare una storia del genere e pur senza scomodare nomi ingombranti come Cassavetes o Spike Lee (del quale Singleton è meno pop e meno inquietante), si può affermare che Baby Boy è un film che si può vedere senza noia e senza vergogna.

Tag: cinema

Sei passi all'inferno

by sasso67 (25/12/2006 - 17:05)

Paisà (Italia, 1946) di Roberto Rossellini. Con, I episodio (Sicilia): Carmela Sazio (Carmela), Robert Van Loon (Joe, soldato americano), Harold Wagner (Harry, soldato tedesco), Carlo Pisacane (anziano in chiesa), Anthony La Penna (Tony, soldato italoamericano); II episodio (Napoli): Dots Johnson (soldato americano della M.P.), Alfonsino Pasca (Pasquale, lo scugnizzo); III episodio (Roma): Maria Michi (Maria), Gar Moore (Fred); IV episodio (Firenze): Harriet Medin (Harriet, l'infermiera), Renzo Avanzo (Massimo), Gigi Gori (il partigiano morente), Giulietta Masina (la donna per le scale); V episodio (Emilia-Romagna): William Tubbs (capitano Bill Martin, il cappellano cattolico), Elmer Feldman (il cappellano ebreo), Newell Jones (il cappellano protestante); VI episodio (Porto Tolle): Dale Edmonds (Dale, l'uomo dell'O.S.S.), Roberto Van Loel (ufficiale tedesco).

Paisà (episodio napoletano)Rossellini resterà nella storia, a torto o a ragione, e a prescindere dal valore degli altri suoi film, come l'autore di Roma, città aperta (1945) e di Paisà (1946). Su quest'ultimo film, uno dei capolavori della cinematografia mondiale, non è che siano da spendere troppe parole, essendo il suo valore d'opera d'arte e di documento storico pressoché incommensurabile. Va rilevato, però, che l'apparente improvvisazione è totalmente voluta da parte del regista, che si poté avvalere, se si considerano i tempi in cui il film fu girato, di mezzi notevoli e di tecnici di grande valore (l'operatore Otello Martelli era uno dei migliori sulla piazza). Si nota, inoltre, la bravura di Rossellini nel dirigere le scene d'azione, come si vede in particolare nell'ultimo segmento del film, quello ambientato sul delta del Po, abilità, questa, ottenuta grazie alle prime esperienze registiche, tutte effettuate nel cinema bellico anche un po' di propaganda, come Un pilota ritorna e La nave bianca, entrambi del 1942. Quello che però più interessa il regista, uno dei due grandi maestri del neorealismo italiano (l'altro è, ovviamente, De Sica), è quanto sta intorno l'azione, il contorno, le distruzioni, ma anche le miserie, materiali e morali, causate dalla guerra, nei confronti delle quali la trama dei singoli episodi è puro pretesto: così, il soldato americano, di fronte alle spelonche in cui vive tanta gente, si scorderà degli stivali che il piccolo Pasquale gli ha rubato e la doppia ricerca dell'episodio fiorentino si arresterà di fronte ai cecchinaggi dei fascisti e ai linciaggi dei partigiani. Di fronte a questo, anche l'appello alla fratellanza che serpeggia un po' in tutto il film (e particolarmente evidente negli episodi siciliano ed emiliano) passa in secondo piano.

Paisà è, a mio parere, un film da rendere bagaglio obbligatorio per tutti gli studenti italiani, al pari della Divina Commedia e dei Promessi sposi.

La mia personale preferenza va al quarto episodio e all'ultimo (il fiorentino e il polesinate), ma è il mosaico composto da tutti i segmenti a formare quel capolavoro che è Paisà.

Tag: cinema

Povera patria (andina)

by sasso67 (24/12/2006 - 22:26)

La luna nello specchio (Cile, 1990) di Silvio Caiozzi. Con Ernesto Beadle (El Gordo), Rafael Benavente (Don Arnaldo), Gloria Münchmeyer (Lucrecia).

La luna nello specchio (Beadle, Munchmeyer, Benavente)Metafora del Cile appena uscito dalla nera notte della dittatura pinochettiana, La luna nello specchio nasce dalla collaborazione del regista, di chiare origini italiane, con uno degli scrittori cileni contemporanei più famosi, Josè Donoso (1925 - 1996). Ambientato nella città marittima di Valparaíso, il film potrebbe essere anche una rappresentazione teatrale, tanto l'azione è concentrata nei pochi metri quadrati dell'appartamento che il vecchio Don Arnaldo, confinato nel proprio letto, divide con il figlio, con appena una digressione sul lungomare. Detto in soldoni, Don Arnaldo rappresenta grosso modo la dittatura, apparentemente paralizzata e arterioscleroticamente legata ai ricordi del passato, mentre il figlio, che il vecchio chiama sprezzantemente Gordo, cioè grasso (nei sottotitoli italiani reso come Ciccio), potrebbe essere il popolo cileno, che non sa rendersi autonomo, nonostante l'attrazione per una vicina vedova e attempata, pur sempre piacente, che potrebbe rappresentare la democrazia. El Gordo vive una vita squallida scandita dai bisogni del padre isterico e paralitico, cullandosi in sogni di benessere fondati sulla sua capacità culinaria e in un sogno d'amore verso la gentilissima vicinante. In realtà, il vecchio è meno paralitico di quanto sembri e interviene con durezza quando vede che il figlio e la sua "amante" si fanno beffe delle sue medaglie (Don Arnaldo è infatti un ex ufficiale della Marina), usando il linguaggio di tutte le dittature fasciste di sempre, tacciando il figlio di "comunista y maricón" (comunista e frocio). Il figlio non riesce a disfarsi del padre e resterà a guardarlo dalla finestra mentre questo tenterà un'ultima patetica uscita a passi malfermi.

Un buon film, che mantiene intatta la sua carica di acuto pessimismo anche a sedici anni dalla sua uscita.

Gli attori, dai fisici e dai volti volutamente sgradevoli, sono tutti e tre eccezionali, anche quando si misurano con particolari tutt'altro che accattivanti: il vecchio se la fa addosso, Ciccio lava la dentiera del padre e vomita, Lucrecia e lo stesso Ciccio si guardano sconcertati i propri fisici sgraziati nello specchio. Specchio che comunque continua imperterrito a riflettere una luna che non si è mai stancata di splendere nelle notti cilene.

Tag: cinema

Una specie di fincipit

by sasso67 (24/12/2006 - 21:52)

Ora che impazza la moda - abbastanza idiota - dei fincipit (cercate su Google, se volete sapere cosa siano), ripubblico la poesiola che pubblicai esattamente un anno fa su questo blog, avvertendo che fa cagare precisamente come faceva cagare un anno fa, però ora possiamo almeno celebrare il primo anniversario.

Poesiola natalizia

di sasso67 (24/12/2005 - 23:10)

 S'i' fossi foco

arderei una scurreggia

per veder se davvero

fa la fiammata.

(Che poi non è nemmeno molto natalizia, ma che colpa ho io se m'è venuta proprio oggi?)

Rapsodia in green minore

by sasso67 (22/12/2006 - 19:29)

Rapsodia in agosto (Giappone, 1991) di Akira Kurosawa. Con Sachiko Murasè (nonna Kanè), Hisashi Igawa (Tadao, figlio di Kanè), Toshie Negishi (Yoshie, figlia di Kanè), Hidetaka Yoshioka (Tateo), Tomoko Otakara (Tami), Mie Suzuki (Minako), Mitsunori Isaki (Shinjiro), Richard Gere (Clark), Choihiro Kawarasaki (Noboru), Narumi Kayashima (Machiko).

Rapsodia in agosto (un fotogramma)A ottantuno anni, Kurosawa sente finalmente la necessità di fare i conti direttamente con quell'agosto e con quella bomba. Il risultato è uno dei film meno riusciti del sommo regista giapponese. Scritto prima di Sogni (1990), ma uscito successivamente, Rapsodia in agosto è allo stesso tempo troppo infantile e troppo senile, ingenuo e sentimentale, e davvero troppo didascalico. Kurosawa ha saputo dirci molto di più - e molto meglio - sul Giappone del dopo bomba atomica con molti suoi film che non affrontavano così direttamente l'argomento (basti pensare, con qualche titolo buttato a caso, a L'angelo ubriaco, Cane randagio, L'idiota, Vivere, Anatomia di un rapimento) che con questa Rapsodia, che ci ammaestra senza insegnarci granché, che suona le corde del sentimento senza raggiungere veramente il cuore. Non che manchino pagine emozionanti, come la visita dei ragazzi alla fontana costruita sul luogo dell'esplosione (dove gettano l'acqua sulla lapide che dice che i superstiti furono afferrati dall'arsura alla gola) o quella dei turisti ciechi alla scuola dove morì il nonno, e nemmeno manca un'intelligente costruzione colorica (parafrasando Gershwin, si potrebbe definire il film una Rapsodia in verde), ma il trentesimo e penultimo film di Kurosawa fa venire alla mente La voce della luna, ultimo lavoro di Fellini, programmaticamente poetico, ma cento volte meno riuscito dei film dove il regista aveva mischiato ricordi ed ironia con la voglia di raccontare qualcosa di veramente toccante. È poco riuscita, anche volendole concedere il valore di metafora, l'ultima sequenza della nonna che va incontro all'uragano armata di un patetico ombrellino, mentre è molto forzata la schematicità con la quale si accomunano i vecchi (quelli della generazione che si buttava con gli Zero sulle portaerei americane) ai ragazzini in un buonismo molto di maniera, mentre si confina la generazione di mezzo, quella nata proprio durante la guerra, in un sentimento di avidità e grettezza da boom economico e tecnologico. Allo stesso tempo, il film mi sembra poco corretto (tralasciando le incongruenze che secondo me ci sono per quanto attiene alle date e alle età dei vari personaggi citati) dal punto di vista storico e morale: se può essere giusto addossare agli americani la colossale responsabilità di avere lanciato le bombe atomiche sul paese del sol levante, non è però leale far passare i giapponesi per vittime sacrificali, sottacendo la vergognosa pagina scritta dai nipponici a Pearl Harbor e le atrocità inenarrabili di cui si resero responsabili nei vari paesi occupati durante la Seconda Guerra Mondiale (in particolare in Cina e in tutto il Sud Est Asiatico). Da denuncia alle Belle Arti il bruttissimo doppiaggio italiano.

Il film kurosawiano meno riuscito che io abbia visto fino ad oggi.

Tag: cinema

Sibilla - Oppio

by sasso67 (20/12/2006 - 18:15)

Sibilla (cantante)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

 

Sibyl Mostert nata in Rhodesia (Zimbabwe) nel 1955.

Meteora pop prodotta da Franco Battiato, Sibilla partecipa al Festival di Sanremo 1983 con "Oppio", canzonetta in linea con le produzioni più commerciali del cantautore siciliano. Dotata, come tutte le interpreti di Battiato, di spiccata personalità vocale, inciampa proprio sul palcoscenico del festival interpretando la canzone su una tonalità sbagliata. Forse anche a causa di questo sfortunatissimo esordio, la carriera musicale di Sibilla prosegue con un altro solo 45 giri.

Ha interpretato la parte della flautista in Prova d'orchestra di Federico Fellini.

http://it.wikipedia.org/wiki/Sibilla_(cantante)

 

Oppio (Battiato - Pio - Mostert)

Fuochi accesi negli accampamenti nomadi
e fumatori d' oppio dall' Oriente sui tappeti
Le visioni riempiranno le mie mani vuote
Cartagine era bella in mezzo ai melograni

E' vero:do i numeri
Dividili con me!
Ho perso la testa
ma sto bene anche senza
Uru b'lev sameiach

Scivolando sulle soglie di nuovi amori
con misteriosi nomadi per misteriose mete
Giochi di prestigio con i fili del destino
a quel tempo l' oppio ci costava meno di una birra

E' vero:dò i numeri
Dividili con me!
Ho perso la testa
ma sto bene anche senza

L' equilibrio di quel thé alla menta alla Medina
e i passi nelle dune fanno d' eco all' universo
Eravamo ancora dilettanti di delitti
Cartagine era bella in mezzo ai melograni

Uru b'lev sameiach

Pur entro gli schemi del panorama musicale dei primi anni ottanta (musica prevalentemente elettronica e batteria campionata), appartenente comunque al periodo più proficuo di Franco Battiato, quello della collaborazione con il violinista Giusto Pio, la canzone Oppio, presentata con poco successo al Sanremo del 1983, mantiene, a distanza di ventitre anni, un oscuro fascino, dovuto al richiamo storico, ma quasi mitologico, della delenda Carthago, alle vibrazioni caprine della voce della cantante rhodesiana, al ritornello tratto (con qualche variazione) dalla canzone nuziale ebraica Havvah Nagilah (se qualcuno ne conoscesse la traduzione si faccia pure avanti) e forse anche a qualche intelligente gioco di parole ("È vero: do i numeri - Dividili con me!"). Resta, in parte, anche il rimpianto per una cantante dalla voce particolarissima, che nel nostro panorama musicale, affollato da tanti mediocri di successo, avrebbe potuto dare qualcosa di più ed ottenere maggiori riconoscimenti.

Tag: musica

Uno scemo davanti alla Legge

by sasso67 (17/12/2006 - 12:07)

Il processo (Francia/Italia/RFT, 1962) di Orso Welles. Con Anthony Perkins (Josef K.), Orson Welles (avvocato Hastler), Jeanne Moreau (signorina Burstner), Romy Schneider (Leni), Elsa Martinelli (Hilda), Suzanne Flon (signorina Pittl), Akim Tamiroff (Bloch), Madeleine Robinson (signora Grubach), Arnoldo Foà (ispettore della polizia), Fernand Ledoux (cancelliere del tribunale), Michel Lonsdale (prete sul pulpito), Naydra Shore (Irmie, la cugina di Josef), Max Haufler (zio Max), Jess Hahn e Billy Kearns (gli assistenti dell'ispettore), Thomas Holtzmann (Bert, lo studente di Legge), Wolfgang Reichmann (la guardia del tribunale), William Chappell (il pittore Titorelli).

Perkins e Welles nel "Processo"Forse soltanto Orson Welles poteva provare a trarre un film da un'opera letteraria difficile, probabilmente impossibile da rappresentare, come Il processo di Kafka. E bisogna dire che, per quanto il film non sia assolutamente perfetto né troppo fedele al romanzo, Welles è riuscito in qualche maniera a riproporre allo spettatore le stesse angosciose sensazioni, il senso di soffocamento e di piccolezza di fronte alla LEGGE che lo scrittore boemo ha fatto percepire a milioni di lettori in tutto il mondo. Potrà apparire strano che proprio un americano del Wisconsin (ma è strano anche che non l'abbia fatto qualche europeo!) abbia sentito l'esigenza di tradurre in linguaggio cinematografico Der Prozess, ma se poi si pensa che questo americano si chiama Orson Welles, è un genio cosmopolita (ha interpretato l'anima americana con Quarto potere e poi girato e recitato moltissimo in Europa) ed è votato alle imprese più affascinanti e disperate (soprattutto per i produttori), il dubbio che mi sono posto si scioglie facilmente.

Fin dall'inizio siamo catapultati nel mondo di Josef K., un mondo opprimente sia a casa (una misera cameruccia in affitto) che al lavoro (un ambiente sterminato brulicante di ometti curvi sulle loro scrivanie), con un'alternanza spaesante di spazi angusti, come la camera di Josef, dai soffitti bassissimi, per accentuare il senso di claustrofobia che colpisce lo spettatore prima ancora che il personaggio, e altri locali sovradimensionati, come l'aula del tribunale - dove Josef si deve arrampicare per arrivare al tavolo dei giudici - o i corridoi labirintici e quasi piranesiani. Convince poco, però, la presenza di Anthony Perkins nella parte del protagonista (come dice Claudio M. Valentinetti sul Castoro dedicato a Orson Welles "purtroppo Perkins ha solo l'aria dello scemo hollywoodiano"), pur fisicamente somigliante al Kafka reale. Nonostante ciò, e nonostante la discrepanza tra il Josef K. del romanzo e quello del film, molto più polemico e combattivo del rassegnato personaggio originario, si percepisce ugualmente il senso di colpa insito nell'animo umano, che ci porterà a un'inevitabile condanna (non si fa mai cenno a qualcuno che sia mai stato assolto, salvo nelle farneticazioni millantatorie del pittore Titorelli, che parla di "assoluzione provvisoria o differita"), seppure non legata ad alcuno specifico reato commesso. A mio parere sfigura un po' anche la colonna sonora, che si muove sull'asse portante dello stupendo Adagio di Albinoni: essendo tratto dal Processo, avrei preferito un film privo di colonna sonora.

Tag: cinema

Strafalci(o)ni

by sasso67 (16/12/2006 - 13:29)

Il sito internet del settimanale FilmTV - che io leggo abitualmente da alcuni anni - dove chiunque può esprimere le proprie opinioni su film e artisti vari, è una vera miniera, oltre che di informazioni cinematografiche, anche di strafalcioni grammaticali e sintattici tutti da ridere. In passato ne ho già pubblicati alcuni, ma oggi mi sono casualmente imbattuto in altri, che è il caso di riportare.

"La riuscita del film lo si deve sopratutto a lui."
:: opinione di IGLI
:: inviata: 27 marzo 2004, 00:48 (a proposito della regia di Mike Nichols per Una donna in carriera)

"Un regia quasi di routine, ma non o sottovalutiamo, avrei voluto vedere un altro cosa avrebbe fatto"
:: opinione di emmepi8
:: inviata: 24 aprile 2006, 10:01 (a proposito della regia di Mike Nichols per Heartburn - Affari di cuore)

"Sto imparando ad apprezzare questo regista: è davvero bravo, e realistico. [...]"
:: opinione di Luisa86
:: inviata: 18 marzo 2004, 22:41 (a proposito della regia di Mike Nichols per Silkwood) P.S. Strafalcione strano, perché di solito Luisa86 scrive correttamente e con uno stile piuttosto maturo, anche se ha cambiato opinione proprio su Nichols, in maniera diametralmente opposta, nel giro di pochi mesi: fino a metà marzo 2004 lo disprezzava, a maggio ormai lo adorava. Vedi qui sotto.

"Piatto e noioso. Forse è meglio che si limiti a fare il produttore..."
:: opinione di Luisa86
:: inviata: 8 febbraio 2004, 19:14 (a proposito della regia di Mike Nichols per I colori della vittoria)

"Un grande. Anche in questo film mostra tutta la sua capacità narrativa. E niente gli riesce bene come narrare storie sgradevoli."
:: opinione di Luisa86
:: inviata: 6 maggio 2004, 23:21 a proposito della regia di Mike Nichols per Conoscenza carnale)

E, per finire, il vero e proprio capolavoro nel suo genere:

"Finalmente Nichols è tornato al cinema con A maiuscola, dopo la parentesi Televisa, che a me non è piaciuta in modo particolare, anche per colpa di una impostazione interpretativa sbagliata. Resta il grande regista di IL Laureato, Chi a paura di Virginia Woolf?, Comma 22, Conoscenza Carnale,Il giorno del Delfino (senza scandalizzare nessuno),Silkwoode poi qualche prodotto di consumo... esagerato.. Qui è tornato a temi a lui cari, e sa dare un' ottima impostazione di recitazione, dando opportunità non comuni agli intepretti, tutti all'altezza. Il taglio registico ed il taglio dei tempi,(intevalli senza didascali di mesi), sono originali e rendono benissimo al soggetto"
:: opinione di emmepi8
:: inviata: 13 dicembre 2004, 11:03

Tra moglie e marito...

by sasso67 (16/12/2006 - 12:39)

LEI: Se io morissi all'improvviso, ti risposeresti?
LUI: Certo che no...
LEI: No? Perchè no? Non sei contento di essere sposato?
LUI: Beh, sì... che c'entra
LEI: C'entra, perché non ti risposeresti se apprezzi il matrimonio?
LUI: Vabbè, ok, mi risposerei, se ti può far piacere...
LEI: (con aria triste) Ah, ti risposeresti...
LUI: Beh, sì! Non parlavamo di questo?
LEI: E la faresti dormire nel nostro letto?
LUI: E dove vuoi che la faccia dormire?
LEI: E la faresti mangiare nei nostri piatti?
LUI: Penso di sì... certo... non è che posso cambiare tutto il servito...
LEI: E le lasceresti guidare la mia macchina?!
LUI: Beh, no, non ha ancora diciott'anni!

Delitto e castigo a Yokohama

by sasso67 (16/12/2006 - 12:23)

Anatomia di un rapimento (Giappone, 1963) di Akira Kurosawa. Con Toshirô Mifune (Kingo Gondo), Tatsuya Nakdai (Detective capo Tokura), Takashi Shimura (capo della polizia investigativa), Kiôko Kagawa (Reiko Gondo), Tsutomu Yamazaki (Ginjirô Takeuchi, lo studente di medicina), Tatsuya Mihashi (Kawanishi, il segretario di Gondo), Kenjiro Ishiyama (Detective capo Taguchi), Yutaka Sada (Aoki, l'autista), Toshio Egi (Jun Gondo), Masahiko Shimazu (Shinichi Aoki).

Anatomia di un rapimento (in primo piano: Mifune)Un industriale sta tentando la scalata ad una multinazionale calzaturiera. Allo scopo, ha impegnato tutto quanto ha per racimolare i soldi necessari ad acquistare le azioni. Improvvisamente riceve una telefonata anonima, secondo la quale è stato rapito suo figlio e deve pagare un riscatto milionario. Deciso a pagare, scopre che non è stato rapito suo figlio, ma il figlioletto del suo autista. Pagherà ugualmente il riscatto? E chi è il misterioso rapitore? Perché l'ha fatto?

Il film più americano di Kurosawa (tratto da un romanzo di Evan Hunter alias Ed McBain) ha una struttura quasi tripartita: la prima parte, purtroppo mutilata nella versione italiana (mancano una ventina di minuti iniziali relativi alle manovre di Gondo in consiglio d'amministrazione), riguarda le fasi della scoperta del rapimento da parte dell'industriale; la seconda parte, che inizia con la scena del pagamento del riscatto su un treno in corsa, è tutta coperta dalle indagini della polizia, minuziosa nell'analisi dei particolari, quanto cinica nell'attendere che il rapitore, una volta individuato, compia nuovi omicidi per aggravare la sua posizione; l'ultima parte del film è il colloquio tra il condannato e l'industriale, dove il primo rivela le ragioni del suo gesto e, prima ancora, del suo odio.

Il titolo originale del ventitreesimo film di Kurosawa significa "tra cielo e inferno", dove il cielo è la villa di Gondo, e l'inferno il mondo frequentato dallo studente di medicina che si rende artefice del rapimento: un mondo che va dalle cantine dell'ospedale, dove vengono bruciati i rifiuti tossici, fino ai bassifondi di Yokohama, popolati da prostitute e drogati che si muovono proprio come i dannati danteschi. Nonostante l'impostazione americaneggiante, Anatomia di un rapimento consente di individuare anche altri rimandi, sia letterari che cinematografici, come il Dostoevskij di Delitto e castigo (Takeuchi, come un novello Raskolnikov, fa la riprova del proprio delitto, per assicurarsi di non poter essere ricattato) e dei Dèmoni; ma viene alla mente anche lo Shohei Imamura di Porci, geishe e marinai (1961), per quanto riguarda la parte ambientata nell'inferno di Yokohama, e il posteriore La vendetta è mia (1979), nella parte che riguarda l'analisi della personalità del rapitore, fino alle sue considerazioni fatte poco prima di andare incontro al boia. Tra i film precedenti di Kurosawa, Anatomia di un rapimento si può avvicinare, per tematiche trattate e ambientazione, a Cane randagio (1949).

Tag: cinema

giacomo giacomo

by sasso67 (13/12/2006 - 18:56)

Giacomo Giacomo
Con il mio collega ci siamo posti questa domanda che giro a voi in quanto noi, con le nostre conoscenze, non siamo capaci di venirne a capo: dalle nostre parti (Arezzo e provincia) si dice che le gambe fanno Giacomo Giacomo (mentre alcuni dicono Diego Diego) quando tremano. Da dove deriva? Grazie Laura

Autore : Lauraar71 - Email : Lauraar71@yahoo.it

Giacomo Giacomo
«Voce fonosimbolica, nata probabilmente dall'onomatopea -gi... -ci... relativa allo scricchiolio delle articolazioni e incrociata col nome Giacomo» (Devoto).
«"Giaco", corta camiciola irrobustita da fili di ferro, con cui i contadini rivoltosi combattevano contro i signori, assai meglio armati. E non è escluso che proprio in quei momenti nascesse, per la manifesta inferiorità dei primi, l'espressione "le gambe mi fanno giacomo giacomo"» (G.A. Rossi).
"Far diego diego"... «è basato sul nome spagnolo, che è riduzione dal greco 'dídaco'='istruito'» (G.A. Rossi).


Autore : scout - Email : deap@gem.it

Giacomo Giacomo
Anche nel Trentino nel dialetto più popolare esiste tale modo di dire. Posso azzardare un'ipotesi: percorrendo il "Camino de Santiago" cioè il pellegrinaggio verso Santiago de Compostela (San Giacomo) le gambe dei pellegrini imploravano: Giacomo! Giacomo! sperando in un arrivo non troppo distante essendo vicine alla mancanza di forze. Il pellegrinaggio verso Santiago de Compostela figura ben presente nelle storie tramandate dagli avi.

Autore : artigiano - Email : pisettagiorgio@virgilio.it

Perché le gambe fanno giacomo giacomo
Varie sono state le interpretazioni, che si sono avvicendate a spiegare tale modo di dire. Ne offre un elenco –recente– Ornella Castellani Polidori nel saggio «Per la storia del detto Le gambe fanno giacomo giacomo», alle pagg. 333-356 in L’Accademia della Crusca per Giovanni Nencioni, il “volume [che] raccoglie l’omaggio che gli Accademici e i Soci dell’Accademia della Crusca offrono a Giovanni Nencioni, per festeggiarlo nel giorno del suo 91° compleanno”, come, a incipit di quel dono –che la fiorentina Le Lettere nel 2002 ha messo alle stampe–, s’esprime l’attuale presidente Francesco Sabatini (e è da quel sacco che prelevo la farina per impastar questa nota.). Dopo aver accennato alla lettura “[d]ecisamente innovativa” del Dizionario etimologico italiano di Carlo Battisti e Giovanni Alessio –il DEI–, che attribuisce alla fatica dei pellegrini in viaggio per San Giacomo di Compostella l’origine dell’espressione e la debolezza vacillante de le gambe che fanno giacomo giacomo, dal mucchio interpretativo la studiosa ne vaglia due: quella di Ottavio Lurati e quella di Massimo Bellina. Il primo, pur ascrivendo a quell’apostolo la causa deonomastica del detto, ne sposta l’asse derivativo dal piano storico, il pellegrinaggio al santuario gallego, su quello dell’antropologia culturale, già che vi riscontra –riflessa– la concezione della morte, propria di alcune società subalterne –lo studioso fa espresso riferimento a credenze rilevate in Sicilia, in quel di Enna–, secondo cui San Giacomo s’incarica, nel momento dell’agonia, di “prendere l’anima del moribondo e la porta in cielo lungo la strada della via lattea, detta appunto la ′strada di San Giacomo′”. Inserito in quest’ottica, anche un gesto semplice –se pur particolare– e di nessun’altra rilevanza se non di pratica utilità –legare i piedi del morto–, fatto com’è per ottenerne una compostezza funebre, schizza a acquistare risalto fondamentale, già che impedisce San Giacomo nell’ufficio d’assistere il vĭâtŏr nel celeste cammino, sí che l’anima –per quel fazzoletto, che stringe unite le caviglie– rimane sospesa e trattenuta al giaciglio di morte e dal mettersi in via. Il tremar delle gambe, dunque, è originariamente il venir meno delle forze nell’ora ultima. Che la figura di San Giacomo sia collegata con il tema del momento estremo, lo studioso ticinese, di questo, trova conferma in due elementi presenti nel cantone dei Grigioni: un gioco per ragazzi, che si chiama la morte di San Giacomo; l’espressione fer giacum giacum, che nella località di Bravuogn significa ′morire′”. Il secondo fa discendere lo svolgimento dell’espressione da una onomatopea riproducente lo strascinamento dei piedi per stanchezza, trovando fondamento alla sua intuizione nei versi d’una frottola –a cui il titolo è Bisbidis a Messer Cane della Scala– di Immanuèl Romano –ossia Manoello Giudeo, il dotto ebreo contemporaneo dell’Alighieri–, collocabile intorno al 1315: Sentirai poi li giach Che fan quei pedach, giach giach giach giach giach quando gli odi andare. Con un tipico processo di razionalizzazione semantica, poi –che interviene quando “muta d’accento / e di pensiero” diventa una parola–, il giach imitativo s’è esteso in giacomo, e il significato idiomatico della locuzione avvía, dunque, una risalita metonimica, che dall’effetto –lo strascinar dei piedi– s’attesta all’origine di esso –il tremar delle gambe–. La Castellani Polidori rigetta entrambe le letture interpretative. Quest’ultima, perché liquida come frutto di fraintendimento il senso attribuito a quell’onomatopeico giach, che, da uno sguardo allargato ai versi a quella quartina precedenti e seguenti, si comprende, invece –come già aveva, nel 19682, commentato Maurizio Vitale–, riferirsi al calpestío “marziale e fragoroso di calzature ferrate”: nulla a che vedere, quindi, col senso stanco e vacillante, che si ode nel detto in questione. La prima viene respinta, perché l’espressione burlesca non conserva nulla –manco una traccia– della drammaticità della morte, dal cui tema antropologico il Lurati l’aveva fatta derivare; e il significato di ′morire′ dell’espressione parallela, che a Bravuogn si riscontra –ma ha soggetto, altro che le gambe–, ricondotto com’è alla sfera ludica dei fanciulli, togliendosi dal cerchio stretto e agonico dell’attimo ultimo, s’inscrive in quello largo della leggerezza e della spensieratezza. La studiosa sbroglia il groviglio interpretativo, riannodando i fili del detto all’accezione dell’omologo francese di giacomo –cioè, a jacques–, che, a partire dalla rivolta medievale del 1358 –la famosa jacquerie–, la supponenza degli aristocratici, discendendo lungo la scala –del tempo e dello “scherno”–, dall’indicare inizialmente il ′contadino′, attraverso il grado di ′semplicione′, passò a significare ′vigliacco′. Il vertice profondo dell’irrisione è presto raggiunto, se già in un testo del Cinquecento –registrato nel dictionnaire settecentesco (ma pubblicato al cominciar dell’ultimo quarto dell’Ottocento) di Jean-Baptiste de la Curne de Sainte-Palaye– con maschera cognominale –e con marcia inversa a quella deonomastica– una voce verbale disonorante accompagna lo jacques, già immaginato assicurato alla giustizia nella veste di pendart (il ′furfante da forca′): Jacques Deloges. La voce originaria è déloge, e, maiuscolandosi in cognome, si priva d’accento e si provvede di s, in maniera che meglio s’attagli –la maschera– e meglio combaci al viso, a nascondere “per l’occhio” –se non del tutto “all’orecchio”– un deridente ′Giacomo-scappa′. La liaison italo-franca si giustifica, già che sul versante cisalpino si rintracciano: Ciapo nel senso di ′contadino′ nel Tommaseo-Bellini –e si tratta dell’ipocoristico di Iacopo, del quale Giacomo è allotropo–; che in Toscana –Vocabolario maremmano di Mario Barberini– l’espressione, di cui si parla, trova varianti onomastici con Cecco e Gianni –l’uno, ′contadino′ e l’altro, ′persona stupida′–; l’estensione del modulo giacomo giacomo per là dove piú a lungo è stato il dominio francese –regioni dell’Alta Italia, Toscana, Napoli e Sicilia–. Vengono, poi, sgretolate le due piú facili obbiezioni, che a tale collegamento possono opporsi: la prima –e cioè, la diversità di senso tra i due detti, l’italico e il francese–, in quanto un originario significato traslato, che intendeva “molli” le gambe perché “scimunite” –da pari, che ne era la mente–, persane per strada la dinamicità, veniva immobilizzato a una piú immediatamente comprensibile stanchezza fisica; la seconda –e cioè, che l’espressione faire le jacques, differentemente dall’italiana, contiene l’articolo–, in quanto, almeno in un dialetto d’Italia, è possibile rinvenire un’equivalente struttura –fari lu iàcupu–, registrata nel Vocabolario siciliano di Giorgio Picciotto e Giovanni Tropea, che la preleva da un manoscritto adespoto inedito del sec. XVII –Vocabolario siciliano italiano di Antico Anonimo–, e da un altro manoscritto, pur esso inedito, del XVII e XVIII sec. –La Crusca della Trinacria. Vocabolario siciliano di Onofrio Malatesta–: lessici, entrambi del patrimonio documentale della Biblioteca Comunale di Palermo. Circa, infine, la connessa questione –avanzata da Lauraar71– che la locuzione si varî con diego diego, questo non è la banalizzazione del nome, che, originatosi da Dídaco, ha –come una tappa della sua evoluzione– un Diago; sí, invece, è –tale Diego– alterazione d’un altro Diago, evolutosi –questo– da Jago –ipocoristico iberico di Jacobus–. In Diego, dunque, agisce lo stesso Giacomo, che ha come falsificato i suoi dati anagrafici. E la falsificazione circola in Toscana: Pisa, Livorno, Pistoia, Grosseto, ma anche Arezzo, come fa sicura la Polidori il linguista Alberto Nocentini. A Siena, poi, si falsifica di piú, già che la voce suona con contadinesco tuono: ghiego. P. S.: torbida essendo l’acqua mia dell’impasto, temo d’aver coi gradi tolto e appianato pure lo spettro e i sapori del pane, che, cosí, ho fatto sciapo: ma integro si può gustare –e fragrante–, là in quella Casa del 2002.

Autore : Luigi Pizzilli - Email : luigiduilip@tiscali.it

L'idiota nella neve

by sasso67 (13/12/2006 - 18:45)

L'idiota (Giappone, 1951) di Akira Kurosawa. Con Masayuki Mori (Kinji Kameda), Toshiro Mifune (Denkichi Akama), Setsuko Hara (Taeko Nasu), Takashi Shimura (Ono), Yoshiko Kuga (Ayako), Chieko Higashiyama (Satoko, la moglie di Ono), Minoru Chiaki (Kayama), Eijirô Yanagi (Tohata).

Mifune e Mori in "L'idiota"Kurosawa prende L'idiota di Dostoevskij, lo traspone nel Giappone del secondo dopoguerra, e realizza un grandissimo film, probabilmente non al livello di Rashômon (1950) e di Vivere (1952), che rispettivamente lo precedono e lo seguono, ma altrettanto probabilmente una delle migliori traduzioni cinematografiche dello scrittore russo, tanto da intimidire un dostoevskiano d.o.c. come Tarkovskij. Inutile stare a disquisire ancora una volta sui significati umanistici e cristologici dell'Idiota libro e film, la sede non è adatta né il pulpito sufficientemente elevato. Va detto, però, che si rimane ammirati da questa trasposizione ambientata nell'isola di Hokkaido, nel Giappone settentrionale, sempre coperta dalla neve e sferzata da violente bufere che imbiancano, inesorabili, il paesaggio. La natura è spesso, in Kurosawa, specchio dell'anima, e forse niente meglio di una natura candida ma perennemente in tumulto avrebbe potuto simboleggiare l'animo tormentato di Kameda.

È fondamentale, secondo me, la sequenza nella quale Kameda spiega ad Ayako l'origine della propria "idiozia", che risale al giorno in cui lo sventurato dovette attendere una fucilazione sventata da un provvedimento di grazia all'ultimo momento. Nell'imminenza di una morte cruda e ingiusta, il giovane sviluppò - contrariamente al poeta Villon della Ballata degli impiccati, che sputò veleno e rancore su chi lo guardava con indifferenza andare incontro al cappio - un'irrefrenabile amore verso tutte le creature, verso tutti coloro che aveva conosciuto, e perfino una sorta di rimorso nei confronti di un cane che da ragazzo aveva preso a sassate.

Debitore anche verso uno stuolo di attori in stato di grazia (Mori, Mifune, Shimura, ma anche Hara, Kuga, Higashiyama, Chiaki), L'idiota di Kurosawa resta uno dei monumenti del cinema giapponese.

Tag: cinema

Aforisma del giorno - 3

by sasso67 (11/12/2006 - 17:50)

Se è vero che chi fa da sé fa per tre, allora quante orge ho fatto in vita mia!

(Sasso, Monscutariane meditationes)

Semel boss, semper boss

by sasso67 (11/12/2006 - 17:49)

L'angelo ubriaco (Giappone, 1948) di Akira Kurosawa. Con Takashi Shimura (Sanada, il medico), Toshiro Mifune (Matsunaga, il gangster), Reisaburo Yamamoto (Okada, il boss), Chieko Nakakita (Miyo, l'infermiera), Michiyo Kogure (Nanae, la donna di Matsunaga), Noriko Sengoku (Gin, la ragazza del bar), Eitaro Shindo (Takahama, un medico), Choko Iida (la vecchia inserviente), Masao Shimizu (il grande capo), Shizuko Kasagi (la cantante).

L'angelo ubriacoL'angelo ubriaco, di un anno precedente a Cane randagio, è il primo capolavoro di Kurosawa, il suo primo film veramente libero da condizionamenti censori e produttivi. Il regista rappresenta con grande novità stilistica e secchezza narrativa, quasi all'americana, le vicende di due personaggi il cui fallimento è evidente fin dalle prime battute (uno è un medico alcolizzato, l'altro un boss yakuza di mezza tacca minato dalla tubercolosi), ma ai quali la vita offre una possibilità di riscatto. Dei due, solo il medico saprà agguantarla, aggrappandosi alla propria professionalità, a quella che ancora una volta si potrebbe chiamare la missione medica. A questi personaggi non si chiede nulla di titanico o di eroico: il compito di Sanada è quello di cercare di distruggere quanti più bacilli si trovino nei polmoni del paziente, mentre Matsunaga dovrà semplicemnte tentare di salvare la propria vita. Mentre però il medico saprà percorrere questa china, il boss rimarrà ancorato al solito antiquato e malinteso senso dell'onore che gli impedirà di prendersi cura perfino di sé stesso. Non sarà sufficiente l'appiglio che gli viene offerto da questo inatteso angelo alcolizzato.

L'angelo ubriaco è un film che anticipa certi temi dei film successivi di Kurosawa, da Vivere (che sembra nato da un'appendice di questo film, quando si vedono i ragazzini che giocano nello stagno infetto che si trova accanto alla clinica di Sanada) a Barbarossa, che parlerà di un altra figura di medico, ma altrettanto meritevole di ammirazione come quella del medico ubriacone, fuoriuscito forse da Ombre rosse di Ford, interpretato in maniera eccezionale dal grande Shimura. Film notevole, impreziosito dalla prima interpretazione per Kurosawa fornita dal giovane Toshiro Mifune, che interpreta questo boss perdente e perduto con un fondo di amara ironia: quando il medico gli diagnostica il buco nel polmone, Matsunaga risponde «Meglio, così ci passa più aria!».

«Kurosawa traccia un memorabile ritratto del disordine postbellico attraverso la radiografia di un complesso rapporto odio-amore tra due falliti: un umanista ubriaco e un violento rappresentante della nuova delinquenza, minato nel fisico e nel morale. Prima di allora nessuno aveva saputo rappresentare con tanta potenza i bassifondi di Tokyo, i locali equivoci, la squallida dolcevita dei principi del mercato nero, il loro spietato codice d'onore.» (Aldo Tassone).

Tag: cinema

Medico, cura te stesso

by sasso67 (08/12/2006 - 18:31)

Barbarossa (Giappone, 1965) di Akira Kurosawa. Con Toshiro Mifune (Dott. Kyojio Niide, detto Barbarossa), Yuzo Kayama (Dott. Noboru Yasumoto), Chishu Ryu (il padre di Noboru), Kinuyo Tanaka (la madre di Noboru), Yoko Naito (la fidanzata), Yoshio Tsuchiya (Dott. Handayu Mori), Tatsuyoshi Ehara (Genzo Tsugawa, assistente), Reiko Dan (Osugi), Kyoko Kagawa (la pazza), Kamatari Fujiwara (Rokusuke), Akemi Negishi (Okuni Rokusuke), Eijiro Tono (Goheji), Takashi Shimura (Tokubei Izumiya), Terumi Niki (Otoyo), Tsutomu Yamazaki (Sahachi), Miyuki Kuwano (Onaka), Haruko Sugimura (Kin, la maitresse), Yoshitaka Zushi (Choji, il "Topino").

Barbarossa (da sin.: Niki, Kayama, Mifune)Kolossal da camera, o da camerata, di Kurosawa, che aspirava a un film eccezionale e definitivo in tutti i sensi, anche per la durata fluviale (tre ore), nonché per l'interpretazione iconica di Toshiro Mifune. «Ma forse» ha giustamente commentato Tassone «i capolavori non si programmano, bisogna sempre lasciare una porticina aperta al caso». E infatti Barbarossa è tutt'altro che un capolavoro: tutto è troppo studiato, programmatico, perfino l'interpretazione agiografica di Mifune, che, ironia della sorte, non soddisfece affatto il regista e sancì la definitiva separazione del sodalizio più fecondo della cinematografia giapponese, produttivo di diciassette film il cui valore medio è altissimo. Al di sotto di questa media è sicuramente Barbarossa, la cui seconda parte è fin troppo strappalacrime e quasi favolistica e miracolistica (il salvataggio del Topino, gridando il suo nome nel pozzo). Il film - è bene intendersi - è sicuramente valido, ed è uno straordinario romanzo di formazione, nel quale il protagonista, il giovane medico Yasumoto, subisce lo stesso processo di maturazione che era toccato alla principessa Yuki della Fortezza nascosta (1958), finendo per privilegiare la missione alla professione medica. Però, se si deve dare un giudizio complessivo sul film, mi trovo d'accordo con chi, come Mereghetti e Tassone (anche se questi predilige la seconda parte "alla Miserabili" alla prima), sottolinea i difetti di Barbarossa: i quali, probabilmente, nascono da un eccessivo autocompiacimento di Kurosawa e da un desiderio di voler piacere a tutti i costi al pubblico (e ai produttori?) occidentale; anche in questa prospettiva si spiegano alcuni elementi, come la colonna sonora composta di grandi classici (Haydn, Beethoven) e gli intermezzi quasi comici, come lo scontro tra Barbarossa e gli scagnozzi del bordello, dove il medico sembra un vero e proprio antesignano di Bud Spencer.

Tag: cinema

oi diàlogoi

by sasso67 (08/12/2006 - 16:05)

(3:46 PM) soffio_lieve: stavo scrivendo a me

Sasso67: complimenti

Sasso67: e poi ti rispondevi anche?

(3:46 PM) soffio_lieve: già

(3:46 PM) soffio_lieve: credevo di parlare con te

Sasso67: quando?

(3:47 PM) soffio_lieve: ora

(3:47 PM) soffio_lieve: nn dire nulla lo so

Sasso67: sei una tonna

(3:48 PM) soffio_lieve: grezie rospo

Sasso67: hai studiato italiano da lino banfi?

soffio_lieve logged off at 4:47 PM

Cinque e non più cinque

by sasso67 (06/12/2006 - 19:48)

Alta fedeltà (USA, 2000) di Stephen Frears. Con John Cusack (Rob Gordon), Iben Hjejle (Laura), Todd Louiso (Dick), Jack Black (Barry), Tim Robbins (Ian Raymond), Catherine Zeta-Jones (Charlie Nicholson), Lisa Bonet (Marie DeSalle), Joan Cusack (Liz), Lily Taylor (Sarah Kendrew).

John Cusack e Todd LouisoChe cosa faccia il successo dei libri di Nick Hornby è difficile dirlo, probabilmente la capacità di descrivere alla perfezione gli stati d'animo di ciascuno di noi nel coltivare, lungo lo scorrere delle nostre vite, delle piccole passioni che rasentano la maniacalità, senza necessariamente che andiamo a finire nella follia. Così come al centro di Febbre a 90° (1992) c'era il calcio, il tema di Alta fedeltà libro è la musica, ma ancora di più il bisogno, quasi fisico, di compilare una serie infinita di top five musicali ed esistenziali, comprendenti la necessità di classificare le ragazze di una vita, a seconda dell'intensità del sentimento suscitato, della delusione provocata e così via. Il film diretto da Frears, nonostante che soffra, secondo me, del trasferimento dall'amata-odiata Londra alla Chicago dei nostri giorni, è furbetto, forse anche un po' compiaciuto nella descrizione del protagonista-narratore, ma fondamentalmente riuscito. Il protagonista si rivolge direttamente allo spettatore, come in un film d'avanguardia degli ultimi anni sessanta (v. l'Alfie con Michael Caine), raccontandogli la propria vita dal momento in cui la sua ragazza Laura lo lascia per un vicino frikkettone, fino a quando la stessa, colpita dalla perdita del padre, torna dal fidanzato, inguaribile immaturo, anche un po' stronzetto e paraculo, nel piegare la verità sempre un po' a suo favore (ma pur sempre un simpatico bravo ragazzo, come un po' tutti riteniamo di essere stati). Hornby, e con lui Frears e con lui Cusack (vera mente dell'operazione Alta fedeltà film), sa dove colpire: sa che per un giovane non esiste gioia più agognata e più completa, una volta raggiunta, del ritorno di una fidanzata "figliolprodiga" che si ripresenta all'ovile dopo avere fatto un confronto fra l'altro e te. E alla fin fine ci racconta questa storia, condita da una serie quasi infinita di classifiche che ciascuno snocciola come quella definitva, ma che sono una diversa dall'altra, e perfino diverse da sé stesse a seconda del momento in cui sono compilate (si veda la delusione per il nuovo incontro per la mitizzata ex fidanzata Charlie).

Molto riuscita l'alchimia tra il protagonista John Cusack e i due commessi del suo negozio di dischi in vinile Todd Louiso (il nevrotico e logorroico pelatino Dick) e il vulcanico ciccione Jack Black (Barry), che si trasforma, in un finale improbabile come quello di La vita è meravigliosa, in un cantante melodico a metà tra il Marvin Gaye di Let's Get It On (vero tormentone del film) e l'Elvis di Are You Lonesome Tonight. Inevitabile qualche incongruenza tra l'ambientazione americana e i gusti prettamente anglofili del protagonista in fatto di musica, ma Chicago raramente è stata resa così bene in film recenti. Colonna sonora pressoché sterminata, con qualche chicca, come You're Gonna Miss Me dei Thirteen Floor Elevators, I Can't Stand The Rain di Ann Peebles e qualche pezzo meno battuto di Bob Dylan.

Tag: cinema

Tutte le strade sono chiuse

by sasso67 (06/12/2006 - 17:52)

Un mondo di marionette (RFT, 1980) di Ingmar Bergman. Con Robert Atzorn (Peter Egermann), Christine Büchegger (Katarina Egermann), Martin Benrath (Mogens Jensen), Rita Russek (Katarina, detta Ka), Lola Muethel (Cordelia Egermann), Walter Schmidinger (Tim), Heinz Bennent (Arthur Brenner), Ruth Olafs (l'infermiera).

Piuttosto bistrattato, il secondo film tedesco (dopo L'uovo del serpente, del 1977) di Bergman, visto a più di venticinque anni di distanza, non è affatto male, pur considerando che sulle nevrosi umane e su certi aspetti della vita di coppia, il regista svedese ci aveva detto di più e di meglio in passato. In un bianco e nero incastonato tra un prologo e un epilogo a colori, ci viene raccontata, con salti avanti e indietro nel tempo, la vicenda di Peter Egermann, rampollo di una ricca famiglia imprenditoriale tedesca, che uccide una prostituta, forse colpevole soltanto di chiamarsi come la moglie, una creatrice d'alta moda. Si vede così come il protagonista condivida delle colpe con chi lo circonda, non ultima proprio la coniuge, e soprattutto uno psichiatra freudiano che non solo non sa essergli d'aiuto quando Peter gli si rivolge, quasi disperato, per un consiglio da medico, ma tenta perfino di sedurgli la moglie.

Un mondo di marionette ha forse il torto di sembrare fin troppo fassbinderiano, e questo fa specie, essendo il film non di un regista qualsiasi ma di uno dei pochi Maestri del cinema mondiale. È, però, anche un film che si inserisce e si riallaccia all'intera opera bergmaniana, e mostra come il male sia la necessaria conseguenza «dell'avere cancellato dal mondo l'amore nel senso più ampio e completo» (Sergio Trasatti, Il Castoro). In questo senso la frase più importante del film, ripetuta non per caso due volte dal protagonista, è «tutte le strade sono chiuse»: senza amore, appunto, gli uomini sono ridotti a marionette chiuse in un teatrino senza vie d'uscita.

Tag: cinema

Nella ragnatela del potere

by sasso67 (03/12/2006 - 13:54)

Il trono di sangue (Giappone, 1957) di Akira Kurosawa. Con Toshiro Mifune (Taketori Washizu), Isuzu Yamada (Asaji, la moglie), Minoru Chiaki (Yoshiaki Miki), Akira Kubo (Yoshiteru, il figlio di Miki), Takamaru Sasaki (Kuniharu Tsuzuki, il principe del Castello), Yoichi Tachikawa (Kunimaru, il figlio di Tsuzuki), Takashi Shimura (Noriyasu Odagura, il capo dell'esercito liberatore), Chieko Naniwa (la Parca).

Il trono di sangueParadossalmente la migliore trasposizione del Macbeth shakespeariano - ed ho visto i film di Orson Welles e di Roman Polanski, mica steccoli! - è quella di un regista giapponese, che, portando la vicenda cantata dal Bardo da una barbarica Scozia a un altrettanto barbarico Giappone, spoglio di tutto e popolato soltanto da generali e soldati, disseminato di tante "fortezze Bastiani" anziché di laboriosi villaggi, riesce intelligentemente a mettere d'accordo - anche tagliando qualche personaggio e qualche scena laddove lo riteneva utile - chi si aspettava una potente messinscena di una delle opere più belle di Shakespeare e chi, in Oriente, voleva vedere un altro film di samurai. Questo di Kurosawa è un film sperimentale ed espressionista, fotografato in maniera eccezionale da Asakazu Nakai, recitato in maniera intensissima da Toshiro Mifune (davvero impressionante e mozzafiato la scena della morte) e da Isuzu Yamada (una Lady Macbeth spettrale) secondo gli stilemi del teatro .

Senza abbandonarsi al verbo (e talvolta, sia detto con tutto il rispetto, alla verbosità) di Shakespeare, basandosi soprattutto sull'azione cinematografica, sui movimenti di massa, sull'inquadratura direi geniale degli attori in scena, «Kurosawa ha saputo scandagliare il senso profondo del dramma (il delitto, l'autodegradazione, l'orrore di questa notte senza fine), che ha espresso in immagini di una purezza visiva e di un rigore geometrico assoluti: il simbolismo sottile dei bianchi e dei neri, la struttura a labirinto (la seconda parte è speculare alla prima.» (Aldo Tassone)

Tag: cinema

Ladri di pistolette

by sasso67 (03/12/2006 - 13:49)

Cane randagio (Giappone, 1949) di Akira Kurosawa. Con Toshiro Mifune (Murakami), Takashi Shimura (Sato, il poliziotto anziano), Ko Kimura (Yusa), Keiko Awaji (Harumi Namaki, la ballerina), Eiko Miyoshi (la madre di Harumi), Reisaburo Yamamoto (Honda, il boss).

Il "cane randagio" Yusa (Kimura)Dal punto di vista della trama e della forma narrativa, sembra un film americaneggiante, una sorta di noir edokiano, dove si forma la classica coppia di poliziotti: il giovane inesperto e impulsivo e l'anziano esperto e riflessivo. Fra l'altro, il giovane Mifune somiglia in maniera davvero notevole al giovane Gregory Peck. In realtà, ad uno sguardo più attento, si capta come la vicenda "poliziesca" di Cane randagio sia piuttosto un pretesto per far entrare la macchina da presa nei sobborghi della Tokyo postbellica, miserabile e disperata, per niente pubblicizzata dall'ufficialità giapponese del dopo Hiroshima, che dava un'immagine di sé di grande laboriosità e rigore morale. E chissà se, come accadde in Italia al tempo dell'uscita dei capolavori del neorealismo, si sia levata anche in Giappone la voce di qualche politicante ad intimare agli artisti che "i panni sporchi si lavano in famiglia". Il paragone con il neorealismo italiano, del resto, non è per niente peregrino, poiché la vicenda del poliziotto Murakami, che gira per Tokyo allo scopo di ritrovare la propria pistola che gli è stata rubata su un autobus (e con la quale un misterioso killer sta uccidendo una persona dopo l'altra), ricorda molto da vicino quella di Ladri di biciclette, il cui protagonista si aggirava per gli anfratti più reconditi e meno "turistici" della Roma postbellica. In realtà, una differenza sostanziale, con il cinema neorealista italiano, c'è, poiché Cane randagio è piuttosto un giallo metafisico, una specie di quest medievale (in questo caso della Colt rubata) e un romanzo di formazione con Murakami nelle vesti di un moderno Andreuccio da Perugia di boccaccesca (che non si fraintenda il termine!) memoria e con il maturo Sato nella parte del "mediatore" della maturazione dell'eroe della vicenda. Alla fine, Murakami si ritroverà esausto al fianco dell'antagonista, con l'unica certezza di avere compiuto, lui, la scelta giusta, quella di stare, nonostante le brutte esperienze analoghe a quelle del bandito (la guerra, il furto subito) e nonostante un ambiente sociale avverso, dalla parte della legge.

«Norainu (tit. originale, n.d.r.) è davvero "Tokyo città aperta". Forse nessun regista neorealista è riuscito a mostrare le viscere di una moderna capitale con altrettanta potenza.» (Aldo Tassone)

«Questo film importante (molto più di Rashômon) non fu apprezzato quanto meritava e fu conosciuto in Occidente con dieci anni di ritardo.» (Georges Sadoul)

Tag: cinema

Rosencrantz e Guildenstern sono vivi

by sasso67 (02/12/2006 - 12:21)

La fortezza nascosta (Giappone, 1958) di Akira Kurosawa. Con Toshiro Mifune (generale Makabe Rokurota), Misa Uehara (la principessa Yukihime), Minoru Chiaki (Tahei), Kamatari Fujiwara (Matakishi), Takashi Shimura (generale Izumi Nagakura), Susumu Fujita (generale Hyoe Tadokoro), Toshiko Higuchi (la ragazza).

Film divertente, ma - c'era forse da dubitarne conoscendo il regista? - tutt'altro che stupido, questo di Kurosawa. Modello "confessato" da Lucas per il suo Guerre stellari, definito "ariostesco", per l'aura di magia che aleggia intorno a tutta la vicenda, ma con derivazioni anche shakespeariane (i due protagonisti Tahei e Matakishi sembrano una versione farsesca di Rosencrantz e Guildenstern), La fortezza nascosta è anche una vicenda picaresca, per tutti i personaggi coinvolti, e un romanzo di formazione per la giovane principessa Yuki, che si trasforma strada facendo, da capricciosa "principessa sul pisello" a matura sovrana, capace di gesti di umanità e magnanimità. Come dice Tassone, La fortezza nascosta «è il film più libero, disimpegnato, brillante, divertente» della carriera di Kurosawa (Il Castoro, p. 85); io aggiungerei, vario, animato, epico, tragicomico e spericolato, «un affresco storico trattato però alla maniera di un romanzo cavalleresco» (Georges Sadoul). E indubbiamente, pur mancando della tensione morale tipica di altri film in costume dello stesso regista (si pensi ai Sette samurai e a Yojimbo), La fortezza nascosta contiene alcune delle sue pagine più belle e giustamente celebrate di Kurosawa, come il duello tra Rokurota e Tadokoro, l'inseguimento a cavallo, e la fuga di massa degli schiavi dalla fortezza nella quale sono imprigionati, una sequenza degna di stare a fianco dei movimenti di massa orchestrati da registi quali l'Ejzenstein della Corazzata Potëmkin. Se La fortezza nascosta fosse un libro, avrebbe potuto essere scritto a otto mani da Ariosto, Shakespeare, Dumas padre e Salgari: è invece un film, e un altro grande film del regista giapponese.

La fortezza nascosta

Tag: cinema

Cuore di Mummia

by sasso67 (02/12/2006 - 11:35)

Vivere (Giappone, 1952) di Akira Kurosawa. Con Takashi Shimura (Kanji Watanabe, capo Ufficio Richieste), Nobuo Kaneko (Mitsuo Watanabe, il figlio), Kyoko Seki (Kazue, nuora di Kanji), Makoto Kobori (Kiichi, fratello di Kanji), Kumeko Urane (Tatsu, cognata di Kanji), Miki Odagiri (Toyo, l'impiegata), Yunosuke Ito (lo scrittore), Nobuo Nakamura (il sindaco), Ichiro Chiba (il poliziotto), Kamatari Fujiwara (Ono, vice capufficio), Shinichi Hinori (Kimura, un impiegato), Minosuke Yamada (Saito, un impiegato).

Takashi Shimura in "Vivere"Vivere, nonostante che non sia uno dei film più celebrati di Kurosawa, è uno dei suoi film più belli e sentiti. Avvicinato a Umberto D. (1952) di De Sica, uscito nello stesso anno, vicino anche a certi film di Ozu, come Il viaggio a Tokyo (che però è di un anno successivo), figlio di tanta letteratura russa, da Dostoevskij (soltanto l'anno prima Kurosawa aveva portato sullo schermo L'idiota) fino a Cechov e Gogol, Vivere è «l'avventura interiore di un uomo comune che lotta» (Aldo Tassone), più che contro la morte, contro il fallimento della propria vita, che potrebbe essere sancito dalla morte ormai imminente, la quale lascia però al protagonista una pagliuzza di speranza cui aggrapparsi per riscattare il vuoto di una vita "rinunciata" in favore del figlio, che però non mostra la benché minima riconoscenza. Kanji Watanabe non è solo al mondo, ma è tuttavia un uomo solo di fronte alla tragicità della morte, dissimulata, anche dai medici, sotto l'ipocrisia delle frasi di circostanza. Kurosawa, il più fordiano dei cineasti giapponesi, sorprende con un film quasi bergmaniano (non si può fare a meno di pensare al Posto delle fragole, che, si badi bene, è del 1957), che si riallaccia anche, quanto meno nella seconda parte, che a mio parere è quella più riuscita, al precedente di Rashômon e al Quarto potere di Welles, dove diversi personaggi parlano in maniera diversa e da angolature spesso opposte del protagonista defunto. Kurosawa lancia comunque un messaggio finale abbastanza pessimista, con quel moto di rivolta, subito represso, da parte dell'impiegato Kimura, l'unico che sembra avere imparato la lezione del povero Watanabe, detto la Mummia.

«Lirismo e satira, grazia e crudeltà (la visita medica, la via crucis burocratica di Watanabe), realismo, onirismo (i flash-back) ed espressionismo (il viaggio notturno nei quartieri di piacere di Tokyo) si fondono in una sintesi prodigiosa. Uno dei miracoli di questo "Citizen Watanabe" è che riesce a trattare della malattia senza deprimerci, comunicandoci una forsennata voglia di vivere.» (Aldo Tassone, Akira Kurosawa, Il Castoro, p. 70).

Tag: cinema

La sindrome del portabandiera

by sasso67 (01/12/2006 - 20:11)

Ferretti ai tempi dei CCCPChi negli ultimi tempi si è stupito della conversione al cattolicesimo più integralista e retrivo - quello, per intenderci, rappresentato ai massimi livelli da Ratzinger e da Ruini - da parte dell'ascetico cantante del gruppo Per Grazia Ricevuta, già CCCP, già CSI, ovverosia di Giovanni Lindo Ferretti, non ha compreso quanto poco sforzo la conversione sia costata al suddetto artista. Chi non riesce a capacitarsi che colui il quale, appena quattro o cinque anni prima della caduta del Muro di Berlino, cantava "voglio rifugiarmi sotto il Patto di Varsavia, voglio un piano quinquennale e la stabilità" (Live in Pankow), seppure con tutta la carica provocatoria di una sanissima ironia, si sia ritrovato a difendere, in compagnia dell'ormai mitico Eminemce (Ruini), le posizioni negative con riguardo alla sperimentazione sulle cellule staminali (l'argomento dello sfortunato referendum dell'anno scorso) ed altre analoghe posizioni su aspetti etici e morali che hanno comunque pesanti influenze sulla nostra vita civile e politica, non considera quanto sia semplice passare da una fede cieca all'altra, dal comunismo di stampo togliattiano, beghino e zerbino nei confronti del verbo staliniano, al cattolicesimo più intransigente e intollerante, di stampo quasi medievale, rappresentato dal Verbo aggressivo di Papa Ratzinger.

Quello che semmai fa specie, ma non troppo, alla luce dell'esperienza degli ultimi anni, è che anche Ferretti si sia riscoperto la vocazione di portabandiera, alla pari del suo novello amico Giuliano Ferrara, altro ex vessillifero rosso, passato dalla falce e martello al doppio (anzi triplo) petto e alle comode poltroncione berlusconiane. E come lui il senatore Paolo Guzzanti, rosso ormai soltanto di chioma, che dal suo scranno di presidente della Commissione Parlamentare denominata Mitrokhin è stato protagonista della vergognosa manovra orchestrata per far passare Prodi e Pecoraro Scanio (ignobilmente soprannominato "Culattosky") come spie del KGB, per non parlare dell'avvocato berlusconiano Pecorella, già fautore del "soccorso rosso" agli albori degli anni settanta, oppure, ancora, l'ex sindaco comunista di Fivizzano (MS), Sandro Bondi. Tutte vittime della sindrome del portabandiera, disturbo della personalità che impone a chi ne è affetto di dover tenere sempre una bandiera in mano, meglio se di colore opposto a quella che si teneva precedentemente. Cambiare idea, nella vita, è sicuramente sintomo di intelligenza, mentre talvolta una coerenza ostinata si avvicina pericolosamente alla stupidità, ma volere essere sempre in prima fila a portare vessilli una volta bianchi, una volta rossi e una volta neri, è sicuramente indicatore di squallido opportunismo.

Tag: politica,religione

Per un pugno di yen

by sasso67 (01/12/2006 - 19:23)

La sfida del samurai (Giappone, 1961) di Akira Kurosawa. Con Toshiro Mifune (Sanjuro Kuwabatake), Eijiri Tono (Gonji, il locandiere), Kamatari Fujiwara (Tazaemon, il mercante di seta), Seizaburo Kawazu (Seibei), Isuzu Yamada (Orin, moglie di Seibei), Takashi Sjimura (Tokuemon, mercante di sakè), Kyu Sazanka (Ushitora), Tatsuya Nakdai (Unosuke fratello di Ushitora), Daisuke Kato (Inokichi, altro fratello).

La sfida del samuraiLa prima cosa da dire, anche se non la più importante, per uno spettatore italiano è che questo film è la base dalla quale partì Sergio Leone per fare il suo primo film importante, Per un pugno di dollari. Forse non è il caso di pronunciare la parola "plagio", però la trama è realmente identica. Al di là di questo, però, anche Yojimbo (titolo originale che significa "la guardia del corpo") è uno dei grandi film di Kurosawa, la cui grandezza consiste principalmente nel saper prendere spunti un po' da tutte le tradizioni letterarie e spettacolari del mondo, occidentali e non (la commedia dell'arte, il teatro kabuki, il cinema di Ford), per trarne fuori una materia assolutamente nuova, spettacolarmente intelligente e avvincente al tempo stesso. La chiave ironico-grottesca di Yojimbo, che sarà ampiamente ripresa da Leone, non nasconde la personalità fondamentalmente "morale" dell'eroe Sanjuro, che, astuto come Ulisse, è tuttavia "pio" come Enea. Non a caso, a differenza del pistolero senza nome (e il pistolero era, per definizione, colui che uccideva al servizio del miglior offerente) del film di Leone, Sanjuro è un samurai senza padrone (un ronin, per la precisione), con uno stringente codice etico a dettarne il comportamento. Se ne andrà, dunque, soltanto dopo avere annientato i due clan rivali che insanguinavano il villaggio, dopo avere difeso la vita e i diritti dei più deboli, ed avere finalmente - dopo avere dimostrato che quando l'uomo con la pistola incontra un uomo con la spada, l'uomo con la pistola muore - riportato la pace. Grande film, da preferire senza ombra di dubbio al più celebrato Per un pugno di dollari.

Tag: cinema
Archivio Dicembre 2006