Pagina pazza, e non solo quella
by sasso67 (30/01/2007 - 00:32)
Kurutta ippeiji (Giappone, 1926) di Teinosuke Kinugasa. Con Masao Inoue (lo sguattero), Yoshie Nakagawa (sua moglie), Ayako Iijima (sua figlia), Hiroshi Nemoto (un giovane), Misao Seki (un medico), Minoru Takase (primo pazzo), Kyosuke Takamatsu (secondo pazzo), Tatsu Tsuboi (terzo pazzo), Eiko Minami (una ragazza che danza).
Kurutta ippeiji (che significa Una pagina pazza), film muto, ha una trama pressoché irraccontabile. A grandi linee, si potrebbe dire che un tizio, forse un marinaio, accetta di fare lo sguattero in un manicomio, dove sono ricoverate la moglie e la figlia, per poter stare loro vicino e magari portarle via.
Il film procede per associazioni d'idee di stampo surrealista e per ricordi che si susseguono sullo schermo, cercando di fornire allo spettatore, più che uno sguardo oggettivo sulla materia narrata, il punto di vista dei folli rinchiusi in manicomio, costretti a una vita squallida di privazioni morali e materiali e talvolta di violenza. Sotto questa seconda angolazione, anche per l'impostazione figurativa, il film perduto (fu ritrovato dal regista in una sua soffitta soltanto nel 1971) di Kinugasa è avvicinabile, più che ai film surrealisti, ai capolavori dell'espressionismo tedesco, come testimoniano alcune inquadrature fatte di forti contrasti tra luce ed ombra. Il risultato è straniante, ma al tempo stesso affascinante. Alla sceneggiatura collaborò Yasunari Kawabata (morto suicida nel 1972), Premio Nobel per la letteratura nel 1968.
In galeraaa!
by sasso67 (29/01/2007 - 20:02)
Muraglie (USA, 1931) di James Parrott. Con Stan Laurel (Stanlio), Oliver Hardy (Ollio), Walter Long (Tiger Long), James Finlayson (l'insegnante), Tiny Sandford (la guardia), Wilfrid Lucas (il direttore della prigione), June Marlowe (la figlia del direttore).
Durante il proibizionismo, Stanlio e Ollio preparano clandestinamente della birra e tentano di venderla a un poliziotto («credevo che fosse un tranviere!», piagnucola Stanlio per giustificarsi) e finiscono in prigione. Coinvolti in un tentativo di fuga, prima vengono riacciuffati dopo essersi spacciati per negri impiegati in una piantagione, poi fanno involontariamente fallire un nuovo tentativo di evasione e vengono per questo graziati.
Innanzitutto Stanlio e Ollio mi fanno ridere perché sono uno grasso e uno magro. Poi perché, ciascuno a suo modo, sono simpatici. E infine perché hanno escogitato alcune gag semplici ma davvero irresistibili. Qui c'è quella della canzoncina Good Morning, Dear Teacher, cantata a un nervosissimo (come al solito) James Finlayson, che da sola vale l'intero film (che, fra l'altro, dura meno di un'ora). Probabilmente è vero che questo primo lungometraggio (ammesso che lo si possa veramente definire lungometraggio) della coppia manca di organicità, risolvendosi in una giustapposizione di gag, ma c'è qualcuno che se ne importa?
Attenti al nano
by sasso67 (29/01/2007 - 00:17)
Lo zio di Brooklyn (Italia, 1995) di Daniele Ciprì e Franco Maresco. Con Salvatore Gattuso (lo zio di Brooklyn), Pippo Agusta (Don Masino), Gaspare Marchione (Totò Gemelli), Salvatore Schiera (Gaetano Gemelli), Natale Lauria (Iachino Gemelli), Rosario Carollo (Ciccio Gemelli), Pietro Rizzo (Sarino), Francesco Arnao (San Polifemo), Antonino Bruno (il mago Zoras), Bruno Di Benedetto (la nana), Salvatore Farina (la madre del mago), Pietro Giordano (Vendicatore), Giovanni Lo Giudice (il cantante fallito), Marcello Miranda (l'uomo in mutande), Giuseppe Paviglianiti (l'uomo dei cani), Francesco Tirone (u' Capitanu), Giuseppe Di Stefano ed Emanuele Gattuso (i due boss nani).
Nella prima scena, un tizio - che poi si scopre essere San Polifemo - si toglie un occhio. Nella seconda, un uomo sodomizza un ciuco. Che dire di un film che comincia così? Forse soltanto che va visto, possibilmente non durante i pasti. Riguardo a Lo zio di Brooklyn, per una volta, sono perfettamente d'accordo con Mereghetti, che ne ha magnificamente sintetizzato le qualità dicendo che si tratta del "film più insolito ed estremo del cinema italiano. [...] Ambientato in una periferia palermitana poco abitata e miserrima, «terra di nessuno» né città né campagna, dove si muove un'umanità residuale", fotografato da Luca Bigazzi in un bianco e nero che si richiama al Pasolini di Accattone, Mamma Roma e Uccellacci e uccellini, rigorosamente interpretato da uomini senza donne, il primo lungometraggio di Ciprì e Maresco si risolve in una serie di quadri slegati tra loro, che sembrano privi di senso, un po' come molte cose che si vedono oggi in televisione o nella vita reale. Alla fine, però, un senso c'è, anche se allo zio di Brooklyn sarà impedito di dire chi sia veramente da una sonora pernacchia.
E in più ci sono, seppure marginali, i personaggi di Cinico TV, come il ciclista Tirone al quale, proprio come nel celebre film di De Sica, un ladro ha rubato la bicicletta, o il crudele signor Giordano, che, armato, di chiodi e martello, impedisce un'improbabile resurrezione. E poi c'è il triste uomo in mutande (Miranda), sempre sullo sfondo come un crocefisso tragico, e non manca Paviglianiti che mangia, beve e, al suono del suo proverbiale «certamente!», scorreggia.
A mio parere, Lo zio di Brooklyn è migliore del Ritorno di Cagliostro (2003) e di Come inguaiammo il cinema italiano (2004). Ciprì e Maresco offorno una versione divertente della vecchia gag del funerale di corsa proposta da René Clair in Entr'acte (1924).


Il coro che non canta
by sasso67 (28/01/2007 - 17:44)
I ragazzi del coro (USA, 1977) di Robert Aldrich. Con Charles Durning (Whelan [Balena Whalen]), Louis Gossett Jr. (Calvin Potts), Perry King (Baxter Slate), Clyde Kusatsu (Francis Tanaguchi), Stephen Macht ( Spencer Van Moot), Tim McIntire (Roscoe Rules), Randy Quaid (Dean Proust), Chuck Sacci ("Padre" Sartino),
Don Stroud (serg. Sam Lyles), James Woods (Harold Bloomguard), Burt Young (serg. Izzo Scugni), Susan Batson (Sabrina), Cheryl Smith (Tammy), Claire Brennen (Carolina Moon), Charles Haid (Nick Yanov), Barbara Rhoades (Senzapalle Hadley), George DiCenzo (ten. Grimsley), David Spielberg (Finque), Robert Webber (ufficiale Riggs).
Forse bisognerebbe sempre prima vedere il film e solo dopo leggere il libro. Il romanzo di Joseph Wambaugh, che sto leggendo, dal quale questo film è stato tratto, è scritto con un'ironia feroce e amara che le due ore di questo film dell'onusto Aldrich (1918-1983) non riesce a contenere, nemmeno in abbozzo. I ragazzi del coro film non sarebbe poi malaccio, ma banalizza le tematiche del libro in maniera a momenti imbarazzante. Pur basato su un testo forte e dinterpretato da attori di livello (basti pensare a Durning, Woods, Quaid, Gossett Jr., Young), sembra una specie di incrocio tra Scuola di polizia (un po' meno demenziale) e CHiPs con qualche parolaccia in più. Per di più, ci sono dei personaggi molto sacrificati ed altri inventati di sana pianta (ad esempio non si capisce perché il padre Willy Wright del libro diventi qui un italoamericano), e la scelta di molti attori - che, ripeto, sono indiscutibilmente bravi - mi è parsa arbitraria, come quella di McIntire per il miles gloriosus fascistoide Roscoe Rules, una delle invenzioni più intelligenti ed aderenti alla realtà di Wambaugh, e quella di Randy Quaid in versione dementello per la parte di Cosavuoidire Dean. Non si capisce, poi, perché a molti personaggi sia stato cambiato il nome: nella versione italiana, addirittura Balena Whalen è diventato semplicemente Whelan. E, infine, se la scena della rissa di cui restano vittime Roscoe e Dean è resa discretamente, è assurdamente censurata quella della festa dal sergente Yanov, mentre gli incontri al Parco MacArthur sanno di falso lontano un miglio. Insomma, vi sono più luci che ombre in questa trasposizione filmica di Aldrich di un grande romanzo. Non per niente Wambaugh (1937), per alcuni anni un agente della polizia, non si riconobbe nel risultato finale di questo film che, in sostanza, si risolve in una delusione.


pankisnoddèd
by sasso67 (27/01/2007 - 00:07)
Per scrivere di musica su una rivista bisogna capirne. Io, quando ne scrivo su questo blog, lo faccio da semplice appassionato. Non credo, però, che basti conoscere la disposizione delle note sul pentagramma per fare discorsi sensati sul mondo della musica. Prendiamo Luca Valtorta, curatore della rubrica Musica sul Venerdì di Repubblica. Nella sottorubrica denominata POP & ROCK del 26 gennaio dedica un trafiletto all'album Reformation Post TLC dei Fall. E scrive: «Mark E. Smith canta come 30 anni fa, quando i Fall erano il migliore gruppo
post-punk a uscire da Manchester».
Anche la matematica, però, vuole la sua parte. Siamo nel gennaio 2007; «30 anni fa» significa gennaio 1977. Il punk, con qualche prodromo nel 1975 e nel 1976, esplose, almeno come fenomeno musicale, proprio nel 1977, più o meno in coincidenza con l'uscita dell'album Never Mind The Bollocks dei Sex Pistols. Anche senza voler essere fiscali, sostenere che trent'anni fa già c'erano gruppi post-punk (tra i quali i Fall sarebbero stati i migliori ad uscire da Manchester) mi sembra un po' eccessivo, no?
Il punk per i puristi e storici del rock, è il Punk 77, che comprendeva tra i britannici: Sex Pistols, Clash, The Damned, Buzzcocks, The Vibrators ecc. Ma anche gli americani Ramones, Dead Boys, The Stooges, New York Dolls, questi ultimi piu frequentemente indicati come proto-punk.
Nel 1977 uscì un album fondamentale: Never Mind the Bollocks, Here's the Sex Pistols. L'album conteneva il vero e proprio inno Anarchy in the U.K. (uscito nel novembre del 1976 come singolo). Lo storico album però fu preceduto dagli americani Ramones che esordirono nel 1976 col primo album omonimo. (da http://it.wikipedia.org/wiki/Punk_%2777)
Getta alla polvere
by sasso67 (27/01/2007 - 00:05)
Chiedi alla polvere (USA, 2006) di Robert Towne. Con Colin Farrell (Arturo Bandini), Salma Hayek (Camilla Lopez), Donald Sutherland (Hellfrick), Eileen Atkins (la signora Hargraves), Idina Menzel (Vera Rivkin), Justin Kirk (Sammy), Jeremy Crutchley (Solomon, il barista).
A me non era piaciuto quel granché nemmeno il romanzo di John Fante (1909-1983), dal quale il valoroso sceneggiatore Robert Towne (autore di copioni entrati nella storia, come L'ultima corvée, Chinatown, Yakuza e, più recentemente, Frantic e Mission: Impossible) ha tratto questo film. Rispetto all'originale letterario, il Chiedi alla polvere cinematografico è qualcosa di diverso e di meno. Di meno perché alcuni personaggi sono totalmente sacrificati, come testimonia la scomparsa della mamma, alla quale l'Arturo Bandini della carta stampata scrive numerose lettere, ma anche di diverso, perché Towne enfatizza incongruamente, delle tematiche proposte da Fante, quella della storia d'amore tra l'aspirante scrittore e la cameriera messicana. Ancora meno che nel libro, si capiscono i veri significati della vicenda narrata, ed in particolare è sacrificata la tematica della vocazione letteraria e dell'apprendistato artistico (nonché alla vita) del protagonista, che cerca di mettere a frutto il proprio talento e i preziosi consigli del letterato H. L. Mencken, direttore della rivista American Mercury.
Secondo me è un peccato che un'occasione del genere sia stata gettata al vento e alla polvere del deserto losangelino. O forse è soltanto difficile filmare John Fante, come potrebbe dimostrare l'esito altrettanto infausto del film Aspetta primavera, Bandini (1989), con Joe Mantegna e Ornella Muti. Fatto sta che il film di Towne era cominciato bene, ma alla lunga risente di due attori protagonisti mediocri e inadeguati alla parte loro assegnata. Entrambi troppo belli rispetto ai personaggi descritti da Fante, non riescono mai a scrollarsi di dosso l'impressione dei due fotomodelli capitati lì per caso. Salma Hayek ha almeno il fisico (e che fisico! si direbbe dopo averla vista nella scena della nuotata notturna nell'Oceano) del ruolo, essendo messicana d.o.c., seppure un po' troppo vecchia per la parte di Camilla (è del 1966), ma Colin Farrell, a distanza di due anni dal disastroso Alexander di Oliver Stone, si ritrova ancora una volta in una parte completamente inadatta a lui: di dieci anni più giovane della coprotagonista (l'attore irlandese è del 1976), checché ne abbiano detto i diretti interessati quando il film uscì, non può essere scambiato per un italiano nemmeno per sbaglio. Oltre tutto, mi sembra che di lui si possa affermare, come fu detto di Clint Eastwood, che ha solo due espressioni: con il cappello e senza (e qui, il cappello, non lo porta quasi mai).
Seppure relegato in una particina, è invece bravo come al solito Donald Sutherland.
Il sesso & la pecorina?
by sasso67 (24/01/2007 - 20:24)
Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso*ma non avete mai osato chiedere (USA, 1972) di Woody Allen. Con Woody Allen (il buffone; Fabrizio/Faustino; Victor Shakapopulis; primo spermatozoo), Lynn REdgrave (la regina), Anthony Quayle (il re), Alan Caillou (il padre del buffone), Geoffrey Holder (il mago), Gene Wilder (il dottor Ross), Titos Vandis (Stavros Milos), Elaine Giftos (la signora Ross), Louise Lasser (Gina), Lou Jacobi (Sam), Jack Barry (sé stesso), Baruch Lumet (il rabbino Baumel), John Carradine (dottor Bernardo), Erin Fleming (la giornalista), Ref Sanchez (Igor), Burt Reynolds (addetto al centro di controllo), Tony Randall (capo del centro di controllo).
Snobbato e sottovalutato da gran parte della critica, spesso quella stessa che tende a sopravvalutare le opere più seriose e stanche dell'Allen maturo, Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso... appartiene invece al periodo più fresco, inventivo e vitale del Woody Allen regista e scrittore, quello che va da Prendi i soldi e scappa (1969) ad Amore e guerra (1975), prima dei due capolavori della maturità, Io e Annie (1977) e Manhattan (1979), lo stesso periodo in cui scrisse i suoi testi più comici, poi raccolti in Saperla lunga, Citarsi addosso e Effetti collaterali, e in cui girò un piccolo intelligentissimo film: Il dittatore dello stato libero di Bananas (1971).
Trattandosi di un film ad episodi, tutti messi in scena secondo differenti e riconoscibili generi cinematografici (il terzo chiaramente ispirato in chiave parodica al cinema di Antonioni), è perfino superflua la considerazione che non tutti i segmenti sono riusciti alla stessa maniera, così come che alla fin fine ognuno preferirà alcuni a discapito degli altri. A mio parere i migliori sono i primi due e poi il quinto, intitolato Qual è la mia perversione?, dove alcuni concorrenti di un telequiz, ponendo delle domande, dovranno indovinare la perversione preferita di un personaggio misterioso, mentre alla fine della trasmissione un fortunato spettatore potrà mettere in pratica la propria perversione preferita (nel caso specifico, un anziano rabbino si fa legare a una sedia da una biondona vestita da governante che lo frusta, mentre la moglie, accovacciata ai suoi piedi, mangia carne di maiale).
Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso... ha padri nobili come Rabelais e Philip Roth, offre spunti geniali, come il tema del secondo episodio (Che cos'è la sodomia?), nel quale il borghesissimo medico Gene Wilder s'innamora di una pecora portatagli in studio da un pastore armeno, e battute veramente geniali, come quando, nel primo episodio, il buffone medievale interpretato dallo stesso regista, alle prese con l'inviolabile cintura di castità della regina, esclama sconsolato «devo sbrigarmi, o tra poco arriverà il Rinascimento e non ci sarà tempo che per dipingere!».


Piccolo grande Dustin
by sasso67 (24/01/2007 - 19:05)
Il piccolo grande uomo (USA, 1970) di Arthur Penn. Con Dustin Hoffman (Jack Crabb), Faye Dunaway (Louise Pendrake), Chief Dan George (Cotenna di Bisonte), Martin Balsam (Allardyce T. Merryweather), Richard Mulligan (il generale Custer), Jeff Corey (Wild Bill Hickock), Aimée Eccles (Raggio di Luna), Kelly Jean Peters (Olga), Carole Androsky (Caroline Crabb), Robert Little Star (Gatto Nascosto), Cal Bellini (Orso Giovane), Ruben Moreno (Ombra Silenziosa), Steve Shemayne (Brucia Rosso Nel Sole), William Hickey (lo storiografo), James Anderson (il sergente), Thayer David (il reverendo Silas Pendrake), Ray Dimas (Jack bambino),
Alan Howard (Jack adolescente), Philip Keneally (il signor Kane), Emily Cho (Digging Bear).
Uno dei pilastri del nuovo cinema americano che, a cavallo tra gli anni sessanta e i settanta (insieme a L'uomo chiamato cavallo di Silverstein e Soldato blu di Nelson), rivisitò il mito della frontiera e la figura del pellerossa, non più selvaggio assetato di whisky e di sangue, ma essere umano perseguitato in casa sua dalla tracotante cupidigia dell'uomo bianco.
Rispetto all'eccellente romanzo di Thomas Berger da cui è tratto, il film di Arthur Penn introduce alcune varianti che rendono il protagonista migliore (più forte, più coraggioso, più buono), rispetto all'originale letterario. Alcune scene sono rese più buffonesche o macchiettistiche, basti pensare al personaggio di Allardyce T. Merryweather, qui ridotto al rango di ciarlatano di piazza, o al "buon giorno per morire" del vecchio Cotenna di Bisonte. Lo spirito del romanzo di Berger, però, nella sostanza, è rispettato, e il film, polemicamente meno incisivo degli esperimenti coevi che ho sopra rammentato, è spettacolare quanto basta per permetterci di visualizzare i vasti spazi descritti nel libro e per rendere credibile la volontà di guardare con occhi nuovi e affettuosi alla fine della civiltà pellerossa.
In un film in cui risalta la bella fotografia di Harry Stradling Jr., si registra anche quella che è, probabilmente, la miglior prova interpretativa di Dustin Hoffman, che, attraverso questo vero e proprio tour de force, sostiene ciò che può essere definito l'esame finale per assurgere al ruolo di mostro sacro del cinema. Notevole anche il Chief Dan George che sa dare corpo e (grande) anima a Cotenna di Bisonte.
V. l'opinione di Goffredo Fofi.

Facsegam
by sasso67 (21/01/2007 - 19:45)
Factotum (Francia/Germania/Svezia/USA/Norvegia, 2005) di Bent Hamer. Con Matt Dillon (Henry Chinaski), Lili Taylor (Jan), Marisa Tomei (Laura), Didier Flamnd (Pierre), Adrienne Shelly (Jerry), Fisher Stevens (Manny), Karen Young (Grace), James Noah (il padre di Henry), Michael Egan (impiegato alla centrale dei taxi), Emily Hynnek (spogliarellista).
Non è tanto semplice fare un film dai testi del grande scrittore Charles Bukowski (1920-1994). Ci provò, anni fa, anche Marco Ferreri, con Storie di ordinaria follia (1981), con risultati non troppo apprezzabili. Non è semplice perché nei testi, sempre notevoli, spesso eccezionali, di Bukowski non succede granché, visto che generalmente si parla di colossali bevute e sbornie, giornate passate a letto a smaltire le ciucche, con qualche variante introdotta da futili risse o infruttuose giocate alle corse dei cavalli. Ciò che tiene su i racconti e i romanzi (anche le poesie, ma ne ho lette davvero poche) è la grande scrittura di Bukowski, il suo stile ironico e sardonico, il suo orgoglio di perdente di successo, di uno cui interessa soltanto "grattarsi sotto le ascelle" ed avere da qualche parte una bottiglia di una qualsiasi bevanda alcolica da trangugiare. Se c'è un altro scrittore che gli somiglia, per vicenda biografica e per temi trattati, è, pur con le dovute differenze, l'italoamericano John Fante.
Ebbene, in questo film il regista Bent Hamer ce la mette tutta, avvalendosi di un'ottima compagnia, compreso l'eccellente John Christian Rosenlund alla direzione della fotografia, scritturando un bravo attore come Matt Dillon per la parte del protagonista, ricostruendo la Los Angeles cara allo scrittore in una grigia e brulla Minneapolis, ma, inevitabilmente, resta vittima del problema cui ho accennato sopra. Dillon è forse un po' troppo bello e in forma per impersonare il Chinaski alter ego dello scrittore nella maggior parte delle sue opere, ma sa ingrassarsi e imbruttirsi ad hoc, tanto da sembrare credibile. Ma il problema non è questo: è che a Factotum film manca la scrittura di Bukowski, oppure manca la genialità di un regista che sapesse trasporre filmicamente lo stile dello scrittore. Per il resto, va detto che il film si guarda volentieri, non annoia, è recitato bene da professionisti più o meno noti (fra gli altri un'adattissima Lili Taylor e una Marisa Tomei che arriva perfino a spogliarsi), e costituisce comunque un buono spettacolo e un possibile invito alla lettura di un grande autore.
Il titolo del film (così come quello del libro) è ovviamente ironico, considerato che il protagonista non riesce a mantenere alcun lavoro per più di cinque minuti d'orologio.
Factotum è anche l'ultimo film interpretato dall'attrice Adrienne Shelly, uccisa da un immigrato clandestino ecuadoriano nel suo appartamento del Greenwich Village di New York il 1° di novembre del 2006.

Piccolo grande uomo
by sasso67 (21/01/2007 - 12:50)
Thomas Berger, Piccolo grande uomo, Fanucci, 2006, pp. 567, € 19,00.
Chi può non si perda questo capolavoro della letteratura americana, impreziosito, nell'edizione italiana, dalla stupenda traduzione di Luciano Bianciardi, che sa rendere scorrevole la scrittura di un romanzo (pubblicato nel 1964) che è grande già di per sé. La storia è quella di Jack Crabb, personaggio inventato da Thomas Berger (Cincinnati, 1924), che si muove lungo la frontiera nel periodo in cui questa viene spostata sempre più a ovest, a danno delle popolazioni indigene, mano a mano emarginate nelle riserve, quando non addirittura scientemente sterminate. Berger ci racconta, attraverso l'ottica privilegiata di Jack Crabb, la nascita di una nazione appena uscita dalla Guerra di Secessione, con la fondazione di città oggi importanti come Denver, Colorado, sorte durante una delle molte corse all'oro. L'ottica del protagonista del romanzo è privilegiata, come dicevo, perché lui, bianco, a dieci anni si aggrega a una tribù di Cheyenne, gli "Esseri umani", come si definivano, che, per un malinteso (gli indiani volevano soltanto del caffè), ha ucciso suo padre. Crabb cresce con gli indiani, poi a sedici anni torna con i bianchi, dove viene adottato da un reverendo e dalla sua giovane e desiderabile moglie; qui Jack conosce l'amore, il tradimento e la disillusione (e conosce anche Lavender, uno schiavo negro liberato, che anela a vivere come i pellerossa). Jack, quindi, fugge di nuovo verso gli indiani, poi torna con i bianchi, sposa una bianca che viene rapita dagli indiani e poi tornato con questi, sposa un'indiana che viene uccisa dai soldati bianchi. Egli, dunque, vede il mondo con gli occhi del bianco e dell'indiano; non giudica né gli uni né gli altri, ma comprende che da questo scontro di civiltà (capita l'attualità del romanzo?) i pellerossa non potranno che soccombere: sono i bianchi che uccidono donne e bambini, non viceversa, e dopo ogni sconfitta, anziché sentirsi umiliati, tornano alla carica con forze sempre maggiori, e tradiscono la parola data agli indiani, infischiandosene dei trattati sottoscritti. Jack Crabb, durante la sua lunga vita (è lui stesso che la racconta a un giornalista, alla bella età di 121 anni), dice di avere incontrato alcune tra le leggende del West dal pistolero Wild Bill Hickock al generale Custer - al fianco del quale si trovò nella fatidica giornata del Little Big Horn - fino alla fuorilegge Calamity Jane: bugiardo o meno che fosse, nei primi 34 anni della sua vita fu guerriero Cheyenne, cercatore d'oro, truffatore, cacciatore di bisonti, giocatore di carte e mulattiere per l'esercito.
Ma oltre che il mito della frontiera, per la verità molto smitizzato dallo scrittore americano, conta questo personaggio Jack Crabb che, se non pensassi di incorrere in un pericoloso ossimoro, definirei un antieroe epico, e la scrittura di Thomas Berger, il quale in alcuni momenti delle quasi 600 pagine del romanzo, tocca vette di vera poesia, come quando narra la leggenda del guerriero Cheyenne Uomo Piccolo, che combatté contro i Serpenti anche privo della testa, o quando ci racconta della morte di Pellevecchia, che sembra quella di San Francesco.
Orrorifica immaginifica Sierra Morena
by sasso67 (20/01/2007 - 19:36)
Manoscritto trovato a Saragozza (Polonia, 1965) di Wojciech Has. Con Zbygniew Cybulski (Alfonso Van Worden), Iga Cembrzynska (Emina), Elzbieta Czyzewska (Frasqueta Salero), Gustaw Holoubek (Don Pedro Velasquez, il matematico), Stanislaw Igar (Gaspar Soarez), Joanna Jedryka (Zibeddè), Janusk Klosinski (Don Diego Salero), Bogumil Kobiela (Toledo), Barbara Krafftówna (Camilla de Tormez), Jadwiga Krawczyk (Ines Moro), Slawomir Lindner (Van Worden padre), Krzystof Litwin (Don Lopez Soarez), Miroslawa Lombardo (la madre di Alfonso), Jan Machulski (il conte Pena Flor), Zdzislaw Maklakiewicz (Don Roque Busqueros), Leon Niemczyk (Avadoro), Franciszek Pieczka (Pacheco), Beata Tyszkiewicz (Rebecca Uzeda), Kazimierz Opalinski (l'eremita), Adam Pawlikowski (Don Pedro Uzeda, il cabbalista), Pola Raksa (Inezilla), Boguslaw Sochnacki (Zoto).
Per chi più di vent'anni fa lesse il romanzo (prestato dall'Ace nell'edizione allora disponibile di Mondadori), rileggendolo una decina d'anni fa quando la TEA mise in commercio l'edizione integrale, era più che inevitabile cercare di vedere questo film polacco realizzato nel 1965 da Wojciech Has (1925-2000). Il fascino del libro del conte Potocki, che mise fine alla propria vita con un colpo di pistola nel 1815, poco dopo avere terminato (ma chissà se il romanzo può veramente dirsi compiuto) di scrivere in francese il Manoscritto trovato a Saragozza, si riverbera anche sul film del regista polacco, che mantiene le promesse.
Il pretesto della trama, che segue per quanto possibile quella del libro, è abbastanza semplice: Alfonso Van Worden, giovane ufficiale delle truppe napoleoniche di stanza nel sud della Spagna, nominato capitano delle Guardie Valloni, parte per raggiungere il proprio reggimento a Madrid. Per fare ciò, deve attraversare la Sierra Morena, che da contrada montagnosa si trasforma in una sorta di labirinto fuori dal tempo, dove gli eventi si ripetono uguali a sé stessi, riportando i personaggi sempre al punto di partenza, mentre le storie, popolate di banditi, cabalisti, cavalieri erranti, fantasmi e donne fatali, si incastrano l'una dentro l'altra in un groviglio inestricabile di sogno e realtà.
Ebbene, il film di Has, pur lungo tre ore, non poteva, per definizione, contenere tutti i temi e i personaggi del romanzo "maledetto" di Potocki, però ne offre l'indispensabile e, soprattutto, riesce a riproporne lo spirito, nonostante che il protagonista, impersonato dal bravo Cybulski (morto nel 1967, a soli trentanove anni, travolto da un treno), non corrisponda troppo al personaggio romanticamente tratteggiato dallo scrittore polacco. Has, tuttavia, sa rendere l'atmosfera al tempo stesso sonnolenta e minacciosa di una Sierra Morena tutta ricostruita in Polonia, con quella piattaforma spaziotemporale - che ricorda il time warp dei videogiochi - chiamata Venta Quemada, con l'oscura minaccia rappresentata dalla banda di briganti di Zoto e dei suoi fratelli, inquietanti anche dopo essere stati appesi sulla forca.
La versione che ho visto, in polacco con i sottotitoli italiani, è di qualità scarsissima, in alcuni punti addirittura fuori sincrono, ma, con l'aggiunta di una fotografia in bianco e nero ispirata ai classici dell'espressionismo (in particolare direi al Don Chisciotte di Pabst), non fa che aumentare il fascino di questo film tratto da uno dei capolavori della letteratura mondiale.


L'amico americano
by sasso67 (19/01/2007 - 19:27)
Ma davvero siamo alleati? Ma se fossimo veramente alleati, non dovremmo avere anche noi qualche base sul suolo americano? Perché a più di sessant'anni dalla fine della guerra gli americani continuano a mantenere ed ingrandire le loro basi sul nostro territorio? Se il pericolo era un'ipotetica invasione sovietica fino a una quindicina di anni fa, oggi, una grande base a Vicenza a cosa serve? La verità, secondo me, è semplice: non siamo alleati degli americani, ma sudditi. Le loro basi non sono altro che la continuazione dell'occupazione militare del 1943-'45. Diciamocelo chiaramente: nessun nostro governo ha la forza (ammesso che ne avesse la volontà) di opporsi alle richieste americane, anche se provengono da un borioso buono a nulla come Bush Jr.
Magliana elisabettiana
by sasso67 (17/01/2007 - 20:00)
Fatti della banda della Magliana (Italia, 2005) di Daniele Costantini. Con Francesco Pannofino (Accattone), Francesco Dominedò (Diavolo), Roberto Brunetti (Sandrone Colangeli), Fabio Grossi (Er Palletta), Leo Gullotta (il giudice).
È evidente l'impianto teatrale di questo film tratto da una pièce del regista e girato quasi per intero all'interno del carcere di Rebibbia con un cast composto in parte da professionisti (del cinema, specifichiamo) e in parte da veri detenuti. Rispetto al contemporaneo Romanzo criminale, il film di Costantini è più aderente alla cronaca giudiziaria di cui si rese protagonista la banda della Magliana, con i nomi dei componenti solo lievemente cambiati (Amodio invece di Abbatino, Colangeli invece di Colafigli e così via), ma personaggi e date sostanzialmente corrispondenti agli eventi reali. A questa maggiore aderenza alla realtà dei fatti corrisponde un maggiore realismo - figlio anche di una minore allusività rispetto alle complicità politiche ed economiche della banda - anche del linguaggio, infarcito di parolacce e volgarità. Non manca l'ironia, greve ed amara, che si esercita sui morti ammazati e sui tradimenti degli ex amici e complici della banda.
La recitazione è quella che è (anche se alcuni degli attori sono validi professionisti, come Pannofino, Grossi e Dominedò, oppure Brunetti, che ha preso parte anche a Romanzo criminale), ma lo spettacolo è valido e, se si passa sopra alla valanga di «che cazzo vòi, a 'nfame!», racconta senza truculenze una storia complicatissima di affari e crimini efferati.
La Bellucci a culo nudo
by sasso67 (17/01/2007 - 19:39)
L'ultimo capodanno (Italia, 1998) di Marco Risi. Con Monica Bellucci (Giuliana Giovannini), Marco Giallini (Enzo Di Girolamo), Francesca d'Aloja (Lisa), Max Mazzotta (Ossadipesce), Beppe Fiorello (Gaetano Malacozza), Claudio Santamaria (Cristiano Carucci), Alessandro Haber (avv. Rinaldi), Angela Finocchiaro (signora Rinaldi), Piero Natoli (Vittorio Trodini), Lodovica Modugno (Filomena Belpedia), Ricky Memphis (Orecchino), Giorgio Tirabassi (Augusto Carbone), Natale Tulli (Osvaldo Ferreri), Adriano Pappalardo (Mastino di Dio), Iva Zanicchi (Gina), Federica Virgili (Sukia), Antonella Steni (Esa), Vanna Rei (Angela), Maria Monti (contessa Scintilla Sinibaldi), Mario Patanè (Giulio), Silvio Vannucci (Francesco), Carmen Giardina (Arianna), Franco Odoardi (nonno Trodini), Riccardo Rossi (presentatore TV), Giovanni Ferreri (Trecchia).
È un film cretino. Difficile trovare un'altra definizione. L'ultimo capodanno può mandare soddisfatti soltanto i fan di Monica Bellucci, che recita a culo nudo almeno un terzo del segmento che la riguarda. E proprio dal suo episodio si capisce che il film non è una cosa seria: ma veramente un uomo (qui Marco Giallini) fidanzato con la Bellucci può tradirla con la d'Aloja? Ma, inverosimiglianze a parte, L'ultimo capodanno annovera personaggi e sequenze di una banalità unica, dall'avvocato sadomaso (Haber), amante della "pioggia dorata", allo splatterume da quattro soldi che colpisce il nonno (Odoardi), fino alla coppia di giovani fumati (Santamaria e Mazzotta), che si sono visti più e pi
ù volte al cinema, anche meglio caratterizzati. Gli unici personaggi che potevano avere una loro dignità erano il patetico gigolò interpretato da Beppe Fiorello, troppo presto trascurato dalla sceneggiatura, e i tre ladruncoli coattissimi (Memphis, Tulli e Tirabassi con ciuffo rockabilly), purtroppo ridotti a macchiette da revival "monnezzaro".
Sembra incredibile che dietro a soggetto e sceneggiatura ci sia Niccolò Ammaniti, il quale avrà più fortuna con la trasposizione del suo romanzo Io non ho paura da parte di Salvatores.
Indagine su un mafioso al di sopra di ogni sospetto
by sasso67 (15/01/2007 - 21:03)
Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica (Italia, 1971) di Damiano Damiani. Con Franco Nero (sostituto procuratore Traini), Martin Balsam (commissario Giacomo Bonavia), Luciano Lorcas [Catenacci] (Ferdinando Lomunno), Marilù Tolo (Serena Li Puma), Claudio Gora (procuratore capo Malta), Arturo Dominici (avv. Cannistraro), Michele Gammino (agente Michele Gammino), Nello Pazzafini (sicario in carcere), Dante Cleri (usciere del tribunale), Paolo Cavallina (speaker televisivo), Giancarlo Prete (Rizzo), Adolfo Lastretti (Li Puma), Roy Bosier (Giuseppe Lasciatelli).
Robusto film di Damiani contro la mafia, con un impianto non tradizionale, fortemente influenzato dalla precedente geniale esperienza dell'Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) di Petri, ancora più esplicito, nel denunciare le collusioni tra mafia intesa come braccio armato, potere politico, economico e giudiziario. È pur vero che noi oggi siamo avvantaggiati nel comprendere questa forte tensione morale diretta contro l'affarismo mafioso dalle successive esperienze registiche di Damiani, prima tra tutte la direzione della prima serie televisiva della Piovra (1984), ma pare comunque incredibile che all'epoca molti non compresero questo tipo d'impegno del regista friulano: all'epoca dell'uscita di questo film, Giovanni Grazzini scrisse che «solo per avventura, del resto, l'azione è ambientata in Sicilia e punteggiata di riferimenti a fatti di cronaca. Da gran tempo il cinema ci ha abituati a questi "gialli" sostanzialmente cosmopoliti...». Qui invece Damiani ci propone il ritratto di due uomini rigidi nelle loro posizioni, per certi versi meritevoli di ammirazione, ma, proprio per le rispettive ed esclusive visioni sul modo di perseguire la giustizia e colpire i criminali, sostanzialmente inefficaci a contrastare il fenomeno mafioso. Sotto sotto Damiani propone un'alleanza tra gli uomini onesti delle forze dell'ordine e della magistratura, perché le indagini costellate di veleni, ripicche e spiate fanno soltanto il gioco dei mafiosi, mentre la Giustizia è destinata a soccombere, come hanno dimostrato, anni dopo, le tristi fini di uomini valorosi come, tra gli altri, Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino.
Eccellente Martin Balsam che riesce a trascinarsi dietro, in una bella gara di emulazione recitativa un Franco Nero partito in sordina. Buono anche il cast di contorno, con Gora, Lorcas e Gammino a fare da funzionali comprimari.
Noi e il Caimano
by sasso67 (14/01/2007 - 22:48)
Il Caimano (Italia/Francia, 2006) di Nanni Moretti. Con Silvio Orlando (Bruno Bonomo), Margherita Buy (Paola Zamorani/Aidra), Jasmine Trinca (Teresa), Michele Placido (Marco Pulici), Giuliano Montaldo (Franco Caspio), Luisa De Santis (Marisa), Antonio Catania (il dirigente RAI), Dario Cantarelli (il critico gastronomico), Carlo Mazzacurati (il cameriere), Elio De Capitani (Berlusconi), Tatti Sanguinetti (Beppe
Savonese), Jerzy Stuhr (Jerzy Sturowski), Toni Bertorelli (il direttore del giornale), Anna Bonaiuto (il pubblico ministero), Giancarlo Basili (Fritz Simmons, lo scenografo), Antonello Grimaldi (il direttore di produzione), Matteo Garrone (il direttore della fotografia), Cecilia Dazzi (Luisa), Valerio Mastandrea (Cesari, il finanziere), Nanni Moretti (l'attore-regista/il Caimano), Antonio Petrocelli (l'avvocato del Caimano), Daniele Rampello (Andrea), Giacomo Passarelli (Giacomo), Paolo Virzì (il dirigente maoista), Paolo Sorrentino (lo sposo di Aidra).
Il Caimano, quello di Nanni Moretti, non è solo un film su Berlusconi. A meno che a Moretti non interessassero proprio e soltanto gli ultimi dieci minuti del film ed abbia costruito tutto il resto della trama intorno ad essi. Ed in effetti, nonostante la consueta professionalità dell'insieme, la vicenda privata del produttore cinematografico caduto in disgrazia è abbastanza banale. Certo, a far propendere per l'ipotesi che il film non sia "su Berlusconi" c'è la frase pronunciata dal personaggio interpretato da Moretti, quando, in auto, fra una strofa cantata e un'altra, dice che gli italiani non sono interessati a un film su Berlusconi, perché ormai chi ha voluto sapere si è informato, mentre quelli che lo votano è perché non gliene frega niente di chi sia e da dove provenga. Il messaggio, però, è forte ed il finale del film, effettivamente, sconvolgente, specialmente se si pensa che la sceneggiatura ricalca (a parte la molotov lanciata contro il palazzo di giustizia) le frasi realmente
pronunciate da Berlusconi in tribunale e in altre sedi.
Ovviamente Nanni Moretti ne approfitta per togliersi qualche sassolino dalla scarpa, come contro coloro (me incluso) che a tutt'oggi rimproverano al regista la sua dura presa di posizione contro il film Henry, pioggia di sangue (1986)e contro i critici che ne parlarono bene, fatta in Caro diario (1993). Il personaggio di Tatti Sanguinetti interpreta proprio la tendenza di una parte della critica cinematografica (alla Marco Giusti, per intenderci), che oggi rivaluta il trash di tutte le epoche, a dispetto dell'opinione dei loro autori. Oppure se la prende, forse anche in maniera preventiva, pensando proprio al Caimano, con quei critici che guardano dieci minuti di film e poi lo stroncano a nove colonne, come qui fa l'odioso personaggio interpretato da Cantarelli (che in Sogni d'oro stroncava i film di Michele Apicella nei dibattiti), che finisce giustamente punito dal morso delle aragoste.
A giudicarlo oggi, senza più pensare se e a chi farà eventualmente perdere voti, Il Caimano resta un film intelligente e coraggioso, ben fatto, con il contributo di alcuni tra i migliori esponenti del nostro cinema odierno (tra gli attori si riconoscono i registi Placido, Virzì, Mazzacurati, Sorrentino e Garrone), il primo, fra l'altro, che porta al cinema senza peli sulla lingua l'anomalia berlusconiana che avvelena la nostra vita politica e istituzionale (anche oggi che fortunatamente il Cavaliere è all'opposizione).
Tra gli attori, Silvio Orlando se la cava egregiamente, anche se risente del fatto che alcune scene (quella della partita di calcio a cinque, quella della gelateria) sono state scritte appositamente per il Nanni Moretti attore. Per una curiosa coincidenza, Luisa De Santis, che qui interpreta la segretaria di Bonomo, nel 1984 interpretò un film, Sotto... sotto... strapazzato da anomala passione di Lina Wertmüller, nel quale recitava la parte di un'amica di Veronica Lario, attuale consorte di Silvio Berlusconi.
Sangue bianco
by sasso67 (14/01/2007 - 12:27)
Sin City (2005) di Frank Miller e Robert Rodriguez. Con Bruce Willis (Hartigan), Mickey Rourke (Marv), Clive Owen (Dwight McCarthy), Rosario Dawson (Gail), Jessica Alba (Nancy Callahan), Devon Aoki (Miho), Alexis Bledel (Becky), Powers Boothe (senatore Roark), Benicio Del Toro (Jackie Boy), Carla Gugino (Lucille), Josh Hartnett (The Man), Rutger Hauer (Cardinale Roark), Jaime King (Goldie e Wendy), Michael Madsen (Bob), Nick Stahl (Roark Jr. e il Bastardo Giallo), Makenzie Vega (Nancy a 11 anni), Elijah Wood (Kevin).
Inutile girarci tanto intorno: il bicchiere di Sin City è mezzo pieno. Oppure mezzo vuoto. Nel senso che si potrebbe dire che è un fumettone senza molto senso, ma è realizzato in maniera a dir poco sontuosa. Però si potrebbe anche affermare l'esatto contrario. Io propendo più per questa seconda ipotesi, anche se resto all'oscuro della graphic novel, scritta da Miller, uno dei due registi, all'origine del film. Resta il bell'impianto di sapore espressionista della fotografia ispirata ai capolavori tedeschi di Lang e Murnau, nonché qualche bel flash qua e là, con la violenza e il gore stemperati appunto dalla scelta di non mostrare il rosso del sangue, che qui scorre a fiumi. Il tripudio di mani e teste mozzate riesce, proprio grazie a questa tecnica, a non disturbare più di tanto. Resta anche la bella interpretazione del redivivo Mickey Rourke - forse la migliore della sua non esaltante carriera - ma resta soprattutto nella memoria la bella Gail, il personaggio sexy e crudele interpretato dalla stupenda Rosario Dawson. Funzionale come al solito (come in Pulp Fiction, per intendersi) Bruce Willis e, per una volta, bravo e ben doppiato anche Clive Owen. Qualche scena è un trionfo di culi femminili.
Papà & papà
by sasso67 (13/01/2007 - 20:22)
Les Compères - Noi siamo tuo padre (1983) di Francis Veber. Con Pierre Richard (François Pignon), Gerard Dépardieu (Jean Lucas), Anny Duperey (Christine Martin), Michel Aumont (Paul Martin), Stéphane Bierry (Tristan Martin), Roland Blanche (Jeannot), Charlotte Maury-Sentier (Michele Rafard).
Dopo la bella riuscita della Capra, si riforma il trio composto da Veber in regia e dalla coppia di attori Richard - Depardieu, ma con esiti, stavolta, piuttosto deludenti. Non ci si aspetti, in Les Compères, la sequela di scoppiettanti invenzioni comico-catastrofiche del predecessore. Qui siamo nella più banale commedia di personaggi con caratteri diversi che si trovano a convivere forzatamente e a perseguire lo stesso scopo. Canovaccio visto e rivisto più volte, sia prima che dopo questo film. Il timido François con tendenza al suicidio si trova a cooperare con l'irruento giornalista Jean, avvezzo alla rissa da bar. L'obiettivo è quello di ritrovare il giovane Tristan, che ciascuno di loro crede che sia il proprio figlio, in quanto li ha indotti nell'equivoco la madre del ragazzo che anni prima aveva avuto una relazione con i due protagonisti. Tra cascatoni, inseguimenti in auto, risse da bar, si arriva all'epilogo più naturale, ma senza essersi divertiti. Aridatece La capra!
Perché?
by sasso67 (12/01/2007 - 19:02)
La moglie dell'aviatore (Francia, 1980) di Eric Rohmer. Con Philippe Marlaud (François), Marie Rivière (Anne), Anne-Laure Meury (Lucie), Mathieu Carrière (Christian), Philippe Caroit (collega di François), Fabrice Luchini (Mercillat), Coralie Clément (la collega di Anne), Haydée Caillot (la bionda), Mary Stephen e Neil Chan (i due turisti), Rosette (la portinaia).
La moglie dell'aviatore, in questo film, nemmeno si vede, se non brevemente in una fotografia. Il protagonista del film è il ventenne François, impiegato postale, perennemente assonnato poiché lavora di notte, che ritiene d'essere fidanzato con la venticinquenne impiegata Anne, la quale è innamorata del più maturo pilota d'aereo Christian, sposato, che decide di troncare la relazione con la ragazza. Durante il pedinamento dell'aviatore, François incontra la quindicenne Lucie e passa con lei parte della giornata, senza sapere che lei, forse, lo conosce.
Di fronte a film come questo ci si domanda, spontaneamente, perché. Non è un giallo, ma ci si chiede: "perché?". Ad esempio, perché Anne dovrebbe (non essere innamorata, visto che è chiaro che non lo è, ma) stare insieme a uno come François, più giovane e insignificante, appiccicoso e petulante, quando lei stessa non ne sopporta la presenza? Perché la giovane Lucie rimane affascinata dal suddetto e, viceversa, perché François, innamorato perso della matura (almeno rispetto a lui) Anne rimane colpito da Lucie? E perché lo stesso François, geloso al punto di pedinare per mezza Parigi l'enigmatico aviatore, accetta supinamente che Anne esca a cena con un corteggiatore insistente? Ma soprattutto, perché mi ostino a guardare i film di Rohmer?
Risposta all'ultimo quesito: probabilmente perché gran parte della critica ne parla inspiegabilmente bene. «...un cocktail davvero unico anche sul piano del linguaggio; e l'autore si appassiona tanto alla chiacchiera dei suoi personaggi che li lascia scivolare sulle onde del caso, come nella vita» (Tullio Kezich, 1983).
Non tutti gli indiani hanno sei mani
by sasso67 (10/01/2007 - 23:59)
Devi - La dea (India, 1960) di Satyajit Ray. Con Chabi Biswas (Kalinkikar Roy), Soumitra Chatterjee (Umaprasad), Sharmila Tagore (Doya), Purnendu Mukherjee (Taraprasad), Karuna Bannerjee (Harasundari), Arpan Chowdhuri (Khoka, il bambino).
Un ricco proprietario terriero, sacerdote induista, sogna che la giovane nuora sia la reincarnazione della dea Kali e la mette sull'altare. Il marito della ragazza, che studia in Inghilterra ed è imbevuto di cultura moderna, tenta di convincerla che si tratta di una superstizione, ma la giovane resta sull'altare, convinta anche dal presunto compimento di un miracolo. Quando un secondo miracolo non avviene, la ragazza impazzisce.
Devi è una bella rappresentazione dell'India profonda durante la dominazione inglese, divisa tra chi si attiene alla tradizione religiosa e superstiziosa delle dee personificate e delle guarigioni miracolose e chi tenta, rispettosamente, di introdurre nella cultura indiana, esteriormente anglicizzata, ma profondamente tradizionalista, elementi di modernità. Questa parabola, già di per sé interessante, è raccontata con tempi lenti ma fluenti dal maggior regista indiano di tutti i tempi, anche grazie a una magistrale direzione degli attori, tutti molto bravi e consoni alla parte, fra i quali spicca una bravissima e giovane (all'epoca del film aveva ventiquattro anni) Sharmila Tagore, bisnipote del celeberrimo poeta Rabindranath Tagore.
ma questo sda'!
by sasso67 (09/01/2007 - 22:47)
Un ordine di libri fatto su internet (www.ibs.it) l'8 dicembre 2006. I tempi che si allungano a causa della difficoltà da parte del venditore di reperire qualche titolo. La necessità di cancellare un paio di titoli che causavano un notevole ritardo. L'aggiunta, il 24 dicembre, di titoli all'ordine, constatata l'impossibilità che i libri arrivassero entro Natale. Finalmente l'8 gennaio 2007 ibs spedisce il pacco tramite corriere SDA. Il corriere è solertissimo e il 9 pomeriggio consegna il pacco a domicilio. Io sono al lavoro; casualmente i nonni, che abitano nello stesso portone, non sono in casa. Il mitologico corriere lascia il pacco sullo scalino, che dà proprio sulla strada. Fortuitamente e fortunosamente il pacco è preso dal mio nonno e portato in casa. E la firma del destinatario del pacco?
Ora, questo comportamento del corriere mi ha risparmiato di farlo tornare da Pisa domani o tra qualche giorno, ma mi domando se sia questo il comportamento corretto che un corriere dovrebbe tenere. E poi no, non segnalerò niente alla SDA o all'internet book shop, perché, vista la professionalità del soggetto, avrei paura che un domani questo corriere venga a pisciarmi sull'uscio.
Marcita nuziale
by sasso67 (08/01/2007 - 23:24)
Marcia nuziale (Italia/Francia, 1966) di Marco Ferreri. Con Ugo Tognazzi, Shirley Ann Field, Alexandra Stewart, Gaia Germani, Catherine Faillot, Tecla Scarano, Gianni Bonagura, Tom Felleghy, Julia Drago.
Indubbiamente un film minore di Marco Ferreri; «un momento di pausa, e forse di stanchezza», secondo Maurizio Grande (Il Castoro). Il film si articola in quattro episodi con al centro la sostenibile pesantezza del matrimonio a metà degli anni sessanta. La critica è stata tutta concorde nel giudicare abbastanza negativamente Marcia nuziale, anche se poi qualcuno ha detto che l'episodio migliore era quello finale e qualcun altro ha ritenuto che fossero più interessanti i due episodi centrali. Secondo me l'ultimo episodio è quello concettualmente più interessante, anche se sembra buttato lì e realizzato anche con un po' di sciatteria. Sembra un lontano precursore del film che Ferreri realizzerà vent'anni più tardi con I love you (1986). La mia personale preferenza va a certi spunti del secondo episodio, Il debito coniugale (quello più deprecato da Grande), dove alcuni atteggiamenti di Tognazzi, marito frustrato nelle sue necessità sessuali, toccano le corde del vero universale. E purtroppo è proprio Tognazzi a costituire l'unica nota lieta di questo film anodino e che nella filmografia di Ferreri sembra costituire una tappa alimentare. Qui non si sono coniugati bene gli ingegni di due sceneggiatori diversi tra loro come il sulfureo spagnolo Rafael Azcona e il cattolico progressista Diego Fabbri, che pure avevano insieme dato buoni frutti nell'Ape regina (1963).
Ma sanga forever
by sasso67 (07/01/2007 - 20:29)
Gli Edipo e il suo complesso furono (perché, ahimè, non sono più) un gruppo musicale sorto a Prato, vicino a Firenze, all'inizio degli anni novanta, autore di un rock ben suonato e con testi virati al demenziale, un po' sulla scia e un po' a fianco dei più famosi Elio e le storie tese. Autori generalmente di cover di pezzi famosi, ai quali cambiavano le liriche, stravolgendone completamente il senso, gli Edipo riuscirono a pubblicare un album, Pura lana, e ad andare su Videomusic con un paio di videoclip (tra questi la canzone di cui qui riporto il testo). Uno dei loro pezzi più noti fu M'è morto i' gatto, cantata sulle note del celebre hit degli U2 With Or Without You, e pare che all'epoca l'agente della band irlandese tentò di bloccare il pezzo parodico degli Edipo. Ma, sanga trafanga si esercita invece sugli stilemi di Paolo Conte; il titolo non significa niente, ma somiglia benedettamente ai tormentoni spesso rantolati dal cantautore astigiano, con i suoi mocambi, le sue milonghe e i suoi cips cips cipù-pù.
Gli Edipo e il suo complesso sono scomparsi e non hanno nemmeno lasciato una grande traccia su internet, però in giro per la rete qualcosa di loro ancora si trova. Io consiglierei di cercare, oltre a Ma, sanga trafanga, la già citata M'è morto i' gatto, Me mi piace fare il pogo (cantata sulle note di Should I Stay Or Should I Go dei Clash) e l'autoironica Le fans (non ce la dans). Un altro piccolo caso era poi nato da un altro pezzo degli Edipo, cioè dalla loro versione della sigla del cartone animato giapponese Jeeg, robot d'acciaio, cantata con il classico borborigmo tipico di Piero Pelù. Era appunto nata la leggenda, più volte smentita dall'interessato, che proprio l'allora vocalist dei Litfiba avesse a suo tempo cantato la sigla del cartone animato televisivo. In realtà, ad un ascolto attento ci si rende conto che si tratta semplicemente di un'imitazione, riuscita fra l'altro così così.
Edipo e il suo complesso – Ma, sanga trafanga
Ma, sanga trafanga, ma, sanga trafanga
Sto per forza d'inerzia qui sorseggiando una Sprite
sotto l'ombra perversa di un gigantesco bonsai
e un Pierrot surreale con la lacrima in su
mi salta addosso e mi bacia cantando Only you.
Ma, sanga trafanga, ma, sanga trafanga
Mi sorprendo a sparare perfino guardando gli indiani in TV
poi ripiego le dita pentito pensando che non si usa più.
Sui giornali di altissima moda non c'è
posto per i miei incubi pret-a-porter.
E mi creo queste allucinazioni
per chiamarle un po' come fai tu,
donna pratica senza emozioni,
che programma la vita e non disdegna i bijoux.
All'affitto da pagare è vero non ci penso mai
E' più allegro scivolare precipitando in spirali di sogno...
Siamo in tre per un poker,
manca un quarto, un quarto alle tre,
non do peso alle foche
che mi sguazzano nel frigidaire,
e qui, perso nell'orto dei cavoli miei,
cosa vuoi che m'importi di dove tu sei.
Ma, sanga trafanga, ma, sanga trafanga
Ma, sanga trafanga, ma, sanga trafanga
Ma...
Canzoni a confronto
by sasso67 (07/01/2007 - 19:44)
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Mio cuggino
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Mi ha detto mio cuggino che una volta si e' schiantato con la moto, mio cuggino mio cuggino.
Mi ha detto mio cuggino che poi si e' tolto il casco e si e' aperta la testa, mio cuggino mio cuggino.
Mio cuggino si e' tolto il casco, mio cuggino si e' aperta la testa.
Mi ha detto mio cuggino che una volta ha trovato in spiaggia un cane e invece era un topo, mio cuggino mio cuggino.
Mi ha detto mio cuggino chc una volta e' stato co' una che poi gli ha scritto sullo specchio benvenuto nell'aids, mio cuggino mio cuggino: - -poverino, mio cuggino benvenuto nell'aids - mio cuggino topo cane, mio cuggino benvenuto nell'aids.
Mio cuggino mio cuggino, mio cuggino e' rispettato, amico di tutti. Mio cuggino ha fatto questo e quello, mio cuggino mi protegge quando vengono a picchiarmi perche' chiamo mio cuggino. Anzi: io chiamo a mio cuggino.
Mi ha detto mio cuggino che una volta ha visto una senza reggipetto - stighidin, stighidin, stish stidun; aaah -, mio cuggino mio cuggino.
Mi ha detto mio cuggino che una volta in discoteca ha conosciuto una tipa che pero' poi non si ricorda piu' niente e alla fine si e' svegliato in un fosso tutto bagnato che gli mancava un rene, mio cuggino mio cuggino.
Mi ha detto mio cuggino che sa un colpo segreto che se te lo da' dopo tre giorni muori, mio cuggino mio cuggino.
Mi ha detto mio cuggino che da bambino una volta e' morto.
Mio cuggino mio cuggino, mio cuggino e' ricercato, amico di tutti. Mio cuggino ha fatto questo e quello. Mio cuggino mi protegge quando vengono a picchiarmi perche' chiamo mio cuggino Anzi, sapete cosa vi dico: io chiamo a mio cuggino.
Mio cuggino mio cuggino, mio cuggino e' preoccupante e parla coi rutti : "ciao, come va ? ". Mio cuggino ha fatto questo e quello, l'autoscontro e il calcinculo, mio cuggino 'o malamente: ma e' un prodotto della mente. Anzi: ha prodotto della menta ma non era autorizzato, per cui l'hanno imprigionato. Ue'.
Si' d'accordo free Mandela, free Valpreda e tutti gli altri, ma free anche mio cuggino. Anzi: free anche a mio cuggino. Na na nai, mio cuggino na na nai, na na nai, mio cuggino na na nai.
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Skiantos – Mio cuggino
Un omaggio ad Elio e alle storie tese dagli Skiantos con affetto, per la serie “tutti abbiamo un cugino”.
Mio cuggino mi ha detto che una volta ha ascoltato un disco degli Skiantos e gli è piaciuto tantissimo, mentre poi ha avuto la sfortuna di sentire le canzoni di Elio e le storie tese che gli hanno fatto molto vomitare, anzi, lui ha detto proprio “cagare”, sì... “cagare”, proprio così, sì sì...
Mio cuggino mi ha anche detto che una volta si è risvegliato nella clinica del trapianto dei peli, dove c'era un tizio che si era fatto innestare le sopracciglia extralarge, e si chiamava Elio di nome e Storietese di cognome... Eh, sì, mio cuggino è uno che la sa molto lunga...
Mio cuggino, mio cuggino, sì, mio cuggino, mio cuggino è rispettato, amico di tutti, mio cuggino ha fatto questo e quello, mio cuggino mi protegge quando vengono a picchiarmi perché chiamo mio cuggino, anzi, anzi, io chiamo, io chiamo a mio cuggino...
Mio cuggino ha comprato una Ferrari di terza mano, taroccata, ma la lascia sempre in garage, perché ha paura di rovinarla, così come fa pure con i dischi di Elio e le storie tese, che una volta li ha anche messi sotto un tavolo, come zeppa, in quanto il tavolo era zoppo, dunque una zeppa per il tavolo zoppo... Sì, mio cuggino è uno che la sa molto lunga
Mio cuggino, mio cuggino, mio cuggino è rispettato, amico di tutti, mio cuggino ha fatto questo e quello, mio cuggino mi protegge quando vengono a picchiarmi perché chiamo mio cuggino, anzi, anzi, io chiamo, io chiamo a mio cuggino...
No sangue no party!
by sasso67 (07/01/2007 - 02:57)
Dracula cerca sangue di vergine... e morì di sete! (Italia/Francia, 1974) di Paul Morrissey. Con Udo Kier (il Conte Dracula), Joe Dallesandro (Mario Balato), Arno Juerging (Anton, il cameriere del Conte), Maxime McKendry (la Marchesa Di Fiore), Milena Vukotic (Esmeralda), Dominique Darel (Saffiria), Stefania Casini(Rubinia), Silvia Dionisio (Perla), Vittorio De Sica (il Marchese Di Fiore), Roman Polanski (uomo alla taverna).
L'ultimo film da attore di Vittorio De Sica è una rivisitazione delle leggende vampiresche, trasposte nell'Italia del primo Novecento, secondo l'ottica camp di Andy Warhol e della sua factory. Nonostante la mia ormai quasi proverbiale repulsione per i film sui vampiri, devo dire che il film di Morrissey - che in alcuni repertori risulta, forse per ragioni doganali, attribuito ad Antonio Margheriti - è quasi bello. Curatissimo nella fotografia di Luigi Kuweiller, Dracula cerca sangue di vergine racconta del Conte che si sposta dalla natìa Transilvania all'Italia, terra notoriamente cattolica e religiosa, per trovare una vergine del cui sangue nutrire il corpo malato suo e della sorella. Viaggia dunque in macchina portandosi appresso un untuoso cameriere e la bara nella quale riposare di giorno. Però anche in Italia è dura trovare una vergine, con la religiosità molto più di facciata che reale. Anche perché a csa del Marchese Di Fiore, ormai ridotto in miseria, le figlie in età da marito sono cadute preda del prestante stalliere comunista Mario, mentre la più vecchia è votata a uno stoico zitellaggio e la più giovane, Perla, non è ancora in età da marito.
Dracula cerca sangue di vergine è un film tutto giocato - con intelligenza - sul filo dell'ironia, con un finale pacchianissimamente splatter che, anche grazie all'interpretazione malaticcia di Udo Kier, fa parteggiare per il povero vampiro, portatore di un'ideologia perdente ma pura, al pari di quella del lavoratore comunista (Dallesandro) che funge da salvatore delle fanciulle insidiate. Ovviamente sverginandole.
Cuore pazzo
by sasso67 (06/01/2007 - 19:55)
L'odore della notte (Italia, 1998) di Claudio Caligari. Con Valerio Mastandrea (Remo Guerra), Marco Giallini (Maurizio Leggeri), Giorgio Tirabassi (Roberto Salvo), Emanuel Bevilacqua (il Rozzo), Alessia Fugardi (Rita), Francesca d'Aloja (donna rapinata), Elda Alvigini (Michela), Giampiero Lisarelli (Attilio), Raffaele Vannoli (Nicola), Federico Pacifici (il ricettatore), Stella Vordemann (la donna dell'ultima rapina), Little Tony (sé stesso), Mario Patanè (l'uomo del taxi), Franca Scagnetti (cameriera in trattoria).
L'odore della notte è il ritorno alla regia di Caligari quindici anni dopo Amore tossico, ed è un film di stile diverso dal predecessore, ma con alcuni elementi che ne rendono riconoscibile la continuità. Più costruito già in fase di sceneggiatura, L'odore della notte si basa su un libro di Dido Sacchettoni che ricostruisce le gesta criminali della "banda dell'arancia meccanica", che terrorizzò la Roma bene a cavallo tra gli anni settanta e ottanta, e racconta, con la voce off del protagonista, di un gruppetto di persone che avrebbero potuto finire come i ragazzi ostiensi di Amore tossico oppure come i supercriminali della banda della Magliana. Ma Remo Guerra non ha sete di potere o di soldi: la sua è soltanto una guerra (non credo che il gioco di parole e di nomi sia casuale) contro chi questa società ha posto su un piano più alto ed inarrivabile se non con la pistola in pugno e una macchina veloce, così come i suoi complici Maurizio, mago del furto d'auto e della velocità al volante, e il Rozzo, amante della violenza per la violenza, mentre il solo Roberto entra nei colpi per saldare i debiti e mantenere la famiglia.
L'odore della notte non è un film riuscito come Amore tossico, nonostante non sia comunque un lavoro da buttare via. La voce narrante è un espediente forse anche un po' moralistico per dire allo spettatore che il crimine non paga, e il protagonista - io narrante sembra saperlo fin dall'inizio, nonostante tutti i suoi tentativi di non lasciare tracce e di depistare le indagini. Il suo sembra essere un comportamento dettato dalla volontà di reagire alla civiltà insulsa di quel periodo, come sembra testimoniare la sua noia di fronte al televisore che trasmette le immagini di Heather Parisi che canta Cicale e che non merita nemmeno la violenza di una pistolettata, bensì un semplice calcio per rovesciare tutto. E ovviamente al criminale nichilista è preclusa qualsiasi possibilità di vita normale: la gestione del bar procurerà altri debiti da saldare soltanto con le rapine, rendendo il gioco vieppiù rischioso, mentre la fidanzata dovrà giocoforza essere lasciata all'oscuro di tutto. L'incubo del carcere, poi, non è tanto spaventoso di per sé quanto per il fatto che ti taglia fuori dai giochi: il reduce dalla galera non potrà più permettersi di dare ordini nemmeno a personaggi privi di carisma, ma tutti muscoli e violenza come il Rozzo.
Buona la prova di Valerio Mastandrea, contornato da professionisti di spessore come Giallini e Tirabassi. Credibile anche l'apparizione di Little Tony nella parte di una delle vittime, costretto dai criminali a cantare Cuore matto, che, con quel suo bum-bum bum-bum di basso che sembra imitare le pulsazioni accelerate durante le rapine, fa anche da motivo conduttore a tutto il film.
All'americana!
by sasso67 (05/01/2007 - 20:19)
Giorno di festa (Francia, 1949) di Jacques Tati. Con Jacques Tati (François, il portalettere), Paul Frankeur (Marcel, il giostraio), Guy Decomble (Roger, il saltimbanco), Santa Relli (la moglie di Roger), Maine Vallée (Jeannette), Roger Rafal (il barbiere).
A Sainte-Sévère-sur-Indre, un villaggio della Francia profonda, fervono i preparativi per la festa paesana, annunciata dall'arrivo dei giostrai. Il portalettere, uno spilungone amante dell'alcol, vede un filmato sulla consegna della posta negli Stati Uniti e vorrebbe adottare i metodi dei colleghi americani per velocizzare i recapiti. Dopo qualche esperienza negativa, desiste.
Giorno di festa è un film simpatico e gentile, basato sulla figura dinoccolata del regista - interprete, dalla mimica accattivante e geniale, e sulla sua comicità stralunata e surreale. E' un film parlato (l'ho visto in originale con i sottotitoli), ma potrebbe anche essere muto, visto che il sonoro, più che parlato, è bofonchiato. E' il capostipite di tanto cinema comico a venire, primo tra tutti quello di Jerry Lewis, ed è anche intelligente nell'anticipare (nel 1949, mica ieri l'altro!) la satira dell'americanismo a tutti i costi: non per caso il giro della posta "à l'americaine!" è una delle cose migliori del film. Però, va detto, rispetto alla mia sensibilità di oggi, Giorno di festa denuncia tutti i suoi anni e sembra, per molti aspetti, più che un film comico o una commedia, un documento sul "come ridevamo".
Questi sono matti?
by sasso67 (03/01/2007 - 00:12)
Matti da slegare (Italia, 1975) di Silvano Agosti, Marco Bellocchio, Sandro Petraglia, Stefano Rulli.
Introdotto dai bellissimi versi di Bertolt Brecht («Nessuno o tutti o tutto o niente - Non si può salvarsi da sé - O i fucili o le catene - Nessuno o tutti o tutto o niente»), questo film - documentario, tratto da un originale girato per la Provincia di Parma, condensato a poco più di due ore, curato da due registi di valore e da due provetti sceneggiatori, è, nel suo piccolo, un capolavoro. «Un esempio quasi perfetto di cinema militante al servizio della comunità» scrisse Tullio Kezich all'epoca dell'uscita nelle sale (1976) di Matti da slegare, e non si saprebbe come meglio definirlo, perché, nato con lo scopo di appoggiare la politica di chiusura dei manicomi perseguita dall'assessore Tommasini della provincia di Parma, che si concretizzerà qualche anno più tardi con la famosa Legge Basaglia, il film è un documento imprescindibile per l'analisi della cosiddetta devianza sociale (ha senso definirla "anormalità"?) e della cosiddetta follia, spesso nata, più che nella mente dei degenti degli ospedali psichiatrici, dalla miseria delle famiglie d'origine e dall'abbandono delle zone depresse in cui queste vivono. Inspiegabilmente, però, come spesso accade per le inaspettate opere d'arte, tra le immagini di questo film poveristico soffia il vento della poesia, e lo spettatore è portato a commuoversi e perfino a ridere, nonché ad indignarsi di fronte al trattamento subito da queste persone, spesso costrette dentro un istituto psichiatrico dalla nascita alla morte. Ovviamente non è il caso di fare di tutta l'erba un fascio: ci saranno persone, magari pericolose, per le quali è necessario un controllo, anche allo scopo di proteggere i familiari, ma non è possibile non simpatizzare per giovani come Paolo, Angelo, Marco o per gli anziani che ormai non se la sentono di affrontare la vita "normale" nonostante l'aiuto offerto dalle istituzioni pubbliche. Alcune di queste persone sono state perse per sempre proprio grazie all'intervento repressivo dell'organizzazione psichiatrica tradizionale, basata sulla sedazione farmacologica, quando non addirittura sulle botte e sulle catene.
Matti da slegare è una piccola gemma, di sapore artistico e con funzione didattica, che secondo me ha ancora valore a trent'anni di distanza, anche perché può servire a stimolare la riflessione sull'attuazione della riforma che ha preso il nome da Basaglia e che forse non ha funzionato come il suo ispiratore avrebbe sperato. È un film che non annoia e fa pensare.
Film: i peggiori visti nel 2006
by sasso67 (01/01/2007 - 19:23)
Dura la lotta anche qui. C'erano almeno 15 film in lizza per un posto in graduatoria e, vista la competizione, ho solvato qualche titolo per rispetto alla carriera del regista: Spike Lee (Aule turbolente), Pupi Avati (Ma quando arrivano le ragazze?), Bertrand Tavernier (Round Midnight). Quella che segue è la classifica del peggio che ho visto nel 2006. Qui abbondano i film italiani. L'ordine dei film è cronologico.
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Nerosubianco, 1968 (T. Brass);
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È simpatico ma gli romperei il muso, 1971 (C. Sautet);
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Prigione di donne, 1974 (B. Rondi);
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Porci con le ali, 1977 (P. Pietrangeli);
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Attrazione fatale, 1987 (A. Lyne);
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Romance, 1999 (C. Breillat);
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Vatel, 1999 (R. Joffé);
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Adrenaline - Non ci sono limiti (R. Réiné);
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Out Of Time, 2003 (C. Franklin);
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I giorni dell'abbandono, 2005 (R. Faenza).
Film: i migliori visti nel 2006
by sasso67 (01/01/2007 - 19:22)
Quest'anno netta prevalenza di film giapponesi, nella mia personalissima classifica dei migliori dieci visti durante l'anno solare 2006. E mi sono anche imposto di non esagerare con quelli di Kurosawa: alla fine ne ho messi due (al ballottaggio I sette samurai ha prevalso sul pur bellissimo Vivere). Pochi i film di recentissima uscita; l'hanno spuntata soltanto il grande Mike Leigh con Il segreto di Vera Drake (2004) e Jean-Pierre Jeunet con Una lunga domenica di passioni (2004), mentre all'ultimo tuffo è rimasto fuori Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera (2003) di Kim Ki-duk, scalzato dal bellissimo La vita di Oharu, donna galante (1952), che ho visto negli ultimi giorni dell'anno. Ecco la mia "top ten" (senza un ordine rigorosamente meritocratico):
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Il secondo fratello (S. Imamura);
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I sette samurai (A. Kurosawa);
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Una lunga domenica di passioni (J.-P. Jeunet);
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Rashômon (A. Kurosawa);
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Un chien andalou (L. Buñuel);
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Paisà (R. Rossellini);
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Il segreto di Vera Drake (M. Leigh);
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A Touch Of Zen (King Hu);
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La terra (A. Dovzenko);
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La vita di Oharu, donna galante (K. Mizoguchi).
Chissà se è un caso, ma non c'è nemmeno un film americano...
La sfortuna ci vede benissimo
by sasso67 (01/01/2007 - 17:41)
La capra (Francia/Messico, 1982) di Francis Veber. Con Pierre Richard (François Perrin), Gérard Depardieu (Campana), Pedro Armndáriz jr. (il capitano), Corynne Charbit (Marie Bens), André Valardy (Meyer), Jorge Luke (Arbal), Sergio Calderón (il carcerato), Michel Robin (Alexandre Bens), Michel Fortin (il tizio all'aeroporto di Orly).
Già visto tanti anni fa, su consiglio di Luca. La capra è una di quelle commedie che partono quasi dal nulla, ma riescono ad intrattenere per tutta la loro durata e alla fine ti lasciano con un sorriso sulle labbra. Tutto basato sulla figura dinoccolata di Pierre Richard (un po' come succedeva con i film di Totò), La capra ha come carta vincente questa strana accoppiata formata dal puro folle e catastrofico inconsapevole protagonista e dal seriosissimo investigatore privato interpretato da un Depardieu nella forma dei tempi migliori. Il film diverte anche per quella sua capacità di spiazzare lo spettatore, poiché le disgrazie che invariabilmente capitano allo scalognatissimo Perrin riverberano i loro effetti più negativi sull'incredulo Campana, che a un certo punto teme perfino un effetto transfert della sfiga. Il lieto fine d'obbligo è saggiamente poco insistito, facendo di questo filmetto francese un piccolo classico della commedia che si riallaccia a prototipi nobili (Laurel & Hardy, addirittura Keaton), rifatto anche in America. Viene la voglia di vedere (o rivedere) altri film dello stralunato Richard, oggi settantaduenne e attivissimo sul piano lavorativo, come Alto, biondo e con una scarpa nera (1972) e Il grande biondo (1974), nonché Le compères - Noi siamo tuo padre, quest'ultimo con la coppia Richard - Depardieu.
Ricordare con rabbia
by sasso67 (01/01/2007 - 12:30)
Morgan matto da legare (GB, 1966) di Karel Reisz. Con David Warner (Morgan Delt), Vanessa Redgrave (Leonie Henderson), Robert Stephens (Charles Napier), Irene Handl (la madre di Morgan), Newton Blick (signor Henderson), Arthur Mullard (Wally), Nan Munro (la signora Henderson), Bernard Bresslaw (il poliziotto), John Rae (il giudice).
Quando il film fu presentato al festival di Cannes di quarant'anni fa, deve avere suscitato un'impressione di notevole freschezza negli spettatori e nei critici. Rivisto oggi, quell'impressione è inevitabilmente svanita, anche se questo Morgan continua ad esercitare il proprio fascino forse giusto per un mondo che è inesorabilmente cambiato. E tuttavia molti dei temi toccati dal film di Reisz sono ancora vivi ed attuali, sebbene quello della borghesia che vuole mettere la camicia di forza a chi non si attiene alle sue regole, già all'epoca non nuovo, è stato in questi ultimi quarant'anni più volte trattato da differentissime angolazioni. Resta comunque un film interessante da vedere, anche perché si percepisce l'identificazione del regista nel personaggio. Pur tratta da un originale televisivo di David Mercer, anche sceneggiatore del film, la figura di questo Morgan, figlio di un ferroviere comunista e di una cameriera anziana che, sono parole del figlio, "non vuole destalinizzarsi", pittore spiantato e in panne, attratto dalla primitività dei gorilla, imbevuto di idee trotzkiste e innamorato della giovane moglie divorziata Leonie (anche Trotzkij si chiama Lev, cioè Leone), non poteva non attrarre a sé un esule cecoslovacco come Reisz (1926-2002), che aveva vissuto da lontano (era fuggito in Gran Bretagna durante l'occupazione nazista della Cecoslovacchia, in quanto ebreo) la stalinizzazione del proprio paese d'origine. Morgan parla in continuazione di Lenin, di Stalin e dell'assassinio di Trotzkij, e non per caso una delle pagine più emozionanti del film è la visita alla tomba di Karl Marx al cimitero di Highgate insieme all'anziana madre. Quella di Reisz (e prima di lui quella di Mercer), inoltre, è una (auto)critica anche verso i "giovanni arrabbiati" del free cinema inglese, ridotti ormai a un qualcosa di informe, come l'idea rivoluzionaria trotzkista, che li tiene lontani dalle classi borghesi così come dai partiti della sinistra organizzata: nella nostra società non c'è più spazio, sembra dire il regista, per una sana e anarchica fantasia rivoluzionaria.
David Warner (gà visto nella parte dell'antipatico Blifil nel Tom Jones di Richardson), che in questo film si pone come degno precursore di altri credibili attori britannici, come il Malcolm McDowell di Oh Lucky Man! e il David Thewlis di Naked, è bravissimo, molto più della celebrata coprotagonista Vanessa Redgrave.
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