Largo alla vampira
by sasso67 (28/02/2007 - 20:10)
Il vampiro (Francia/Germania, 1932) di Carl Theodor Dreyer. Con Julian West (Allan Grey), Maurice Schutz (il castellano), Rena Mandel (Gisèle), Sybille Schmitz (Léone), Jan Hieronimko (il medico), Henriette Gérard (la vecchia signora), Albert Bras (il vecchio servitore), N. Babanini (la vecchia domestica), Jane Mora (l'infermiera).
Dreyer ha realizzato, secondo me, almeno tre capolavori del cinema: Dies Irae (1943), Ordet (1955) e, prima ancora, questo Vampyr. Un altro capolavoro è considerato La passione di Giovanna d'Arco (1928) con l'intensa Marie Falconetti, ma a me è piaciuto meno, così come il pur ottimo Gertrud (1964), suo ultimo film.
Il vampiro mi ha esaltato, nonostante la mia proverbiale idiosincrasia per i film di vampiri. Qui si prescinde dall'inoconografia vampiresca ormai consacrata con il Dracula (1931) di Tod Browning con l'impomatatissimo Bela Lugosi e anche dal Nosferatu calvo di Murnau (1922) e perfino dalla trama che, in quanto a storie di vampiri, è abbastanza lineare (tratta da una storia dell'ottimo scrittore irlandese Sheridan Le Fanu, l'autore di Carmilla). Non è che succeda quel granché: giunto in un villaggio della Francia con un retino per farfalle che lo fa sembrare la Vispa Teresa, lo studioso Allan Grey (interpretato da un barone che recita sotto pseudonimo) alloggia in una pensione e una notte, mentre sta dormendo, riceve la visita di un signore che gli lascia una busta da aprire soltanto dopo la sua morte. Allan lo segue fino a casa, dove il misterioso personaggio vive con due figlie e qualche servitore. Lo studioso scopre che una delle figlie è stata morsa da un vampiro.
Più che nella trama, il valore del film di Dreyer risiede nelle atmosfere d'inquietudine che sa creare con procedimenti che derivano dal cinema espressionista tedesco degli anni venti, padroneggiati con una maestria che lascia stupefatti: pochissimo parlato (Vampyr era stato concepito come un film muto, e solo successivamente è stato doppiato), recitato dal protagonista come se fosse in perenne stato di sonnambulismo, con personaggi misteriosi ed essi stessi inquietanti, come il medico di campagna che aiuta la vecchia vampira. E poi c'è l'effetto di
disagio creato da procedimenti che solo un maestro del cinema (anche tecnicamente parlando) poteva riuscire ad esprimere, come il mostrare un'ombra che si stacca e si muove indipendentemente dalla persona che la proietta, o il protagonista che esce dal proprio corpo e vede una bara con il proprio cadavere, e la susseguente soggettiva del proprio funerale, l'alternanza tra il retino e la falce fienaia del contadino, la ragazza ammanettata.... Giudizio in sintesi: capolavoro.
Promesse ai marinai
by sasso67 (27/02/2007 - 20:43)
La nave bianca (Italia, 1941) di Roberto Rossellini. Con interpreti non professionisti.
L'Italia è in guerra. Alcuni marinai della nave Arno scrivono alle madrine (ragazze che scrivevano ai soldati con lo scopo di tenere alto il morale) con la speranza, spesso vana, di incontrarle. Uno dei marinai ottiene un appuntamento con una madrina ma, al momento di recarsi a terra per incontrarla, l'equipaggio è chiamato a una missione di guerra. In un furibondo scontro con il nemico (che ovviamente si ritira, quant'era diversa la realtà dal cinema!) i marinai restano feriti e si prende cura di loro una crocerossina che, guarda caso, era proprio quella che il marinaretto avrebbe dovuto incontrare.
Nell'ambito della tragedia, ormai divampata, della guerra, si sviluppa questo mediocre romanzetto rosa tra la bella crocerossina e l'intrepido marinaretto. Il primo lungometraggio di Rossellini non è che sia quel granché, anche se, facendo un confronto, inevitabile, con Uomini sul fondo (1941) di Francesco De Robertis (che qui è comunque soggettista, sceneggiatore e supervisore) si vede la differenza tra un onesto documentaristra e un regista cinematografico vero. L'attenzione per le piccole cose della vita quotidiana dei marinai, l'ironia di fondo seppure all'interno di un'immane tragedia (la pernacchia ai versi tromboni del marinaio siciliano), la capacità di amalgamare spezzoni prettamente documentaristici con sequenze girate a soggetto danno l'idea di quello che il padre del neorealismo avrebbe realizzato di lì a pochi anni. Senno di poi? Forse sì, ma La nave bianca, pur con tutti i suoi limiti, resta una spanna al di sopra alla media dei prodotti consimili del periodo fascista e bellico.
Salvate il marinaio Cacini
by sasso67 (27/02/2007 - 20:42)
Uomini sul fondo (Italia, 1941) di Francesco De Robertis. Con Felga Lauri, Diego Pozzetto, Marichetta Stoppa e altri non professionisti.
Iniziato prima dell'entrata dell'Italia in guerra ed uscito circa un anno dopo l'intervento, Uomini sul fondo è un film che dovrebbe essere proiettato nelle scuole di marina, anche se il suo contenuto squisitamente tecnico è, a distanza di sessantasei anni, superato. E', appunto, un documentario con un filo di trama per mostrare le meraviglie della tecnologia sottomarina italica e lo spirito indomito dei soldati della regia marineria, e quindi il film è difficilmente proponibile a un pubblico cinematografico "normale". Va anche detto che se c'è un pregio in Uomini sul fondo (a parte sequenze fortemente ispirate al cinema sovietico, in particolare di Eisenstein e Dovzenko) è che manca quasi del tutto la retorica fascista, e non è un merito da poco, soprattutto considerando i tempi. Addirittura De Robertis sembra mettere in contrapposizione le parole vuotamente ottimistiche dello speaker della radio, che annuncia il rapido salvataggio di tutti i marinai rimasti intrappolati nel sommergibile inchiodato a decine di metri di profondità, e le reali condizioni psicofisiche di quei soldati che rischiano di fare la fine del topo (come capitò qualche anno fa all'equipaggio del Kursk, in Russia) e lo sanno benissimo.
A parte questo, però, va detto che con tutto il valore e la buona volontà che contraddistingue il nostro glorioso popolo italico, guardando questo film ci scappa più di qualche romanissimo sbadiglio.
La pagina della sfinge
by sasso67 (26/02/2007 - 19:26)
Marathon - Enigma a Manhattan (USA, 2002) di Amir Naderi. Con Sara Paul (Gretchen), Trevor Moore (lo scocciatore).
Ci sono tanti modi per farsi del male e uno è sicuramente la visione di Marathon, che parla di una ragazza newyorkese che si pone l'obiettivo di battere il proprio record di 77 cruciverba risolti in ventiquattr'ore. La ragazza riesce a concentrarsi soltanto tra i rumori della metropoli, e in particolare sulla metropolitana, tanto che, una volta giunta a casa, nel silenzio delle pareti domestiche non riesce ad andare avanti e sente il bisogno di ricreare le condizioni di rumore che la possano ispirare.
Ispirato a non si sa quale filosofia, indeciso tra richiami alla nouvelle vague (il bianco e nero, qualche inquadratura sghemba) e alle avanguardie attuali (l'uso del digitale, vaghissimi richiami all'indipendentismo di Hal Hartley), il film dell'iraniano trapiantato a New York Naderi è riuscito soltanto a farmi rimpiangere Claudio Batta e la sua Nimmistica.
L'America agli americani e l'Iran agli iraniani.
Berretti marroni
by sasso67 (24/02/2007 - 19:52)
I berretti verdi (USA, 1968) di John Wayne e Ray Kellogg. Con John Wayne (col. Mike Kirby), David Janssen (David Beckworth, il giornalista), Jim Hutton (serg. Petersen), Aldo Ray (serg. Muldoon), Raymond St. Jacques (Doc McGee), Bruce Cabot (col. Morgan), Jack Soo (col. Cai), George Takei (capitano Nim), Patrick Wayne (ten. Jamison), Luke Askew (serg. Provo), Irene Tsu (Lin).
Passato alla storia per il finale nel quale si vede il sole che tramonta a est, I berretti verdi ha tutti i numeri per concorrere al titolo di peggior film della storia. E', in sostanza, un puro e semplice film di propaganda, ideologicamente non diverso (seppure tecnicamente immensamente inferiore) da quelli di Leni Riefenstahl, che tessevano le lodi sperticate del regime hitleriano. Meno paternalista di un altro bieco prodotto di propaganda come Inno di battaglia (1957) di Douglas Sirk, che magnificava l'intervento americano in Corea, qui il Duca passa alle maniere spicce: o si vince o i comunisti ci faranno diventare tutti come loro, e la dice già lunga la conferenza stampa iniziale dove un sergente che fa rimpiangere quello di Full Metal Jacket getta sul banco dei giornalisti (considerati alla stregua di traditori perché avanzano perplessità sull'opportunità dell'intervento in Viet Nam) armi di fabbricazione cinese e sovietica.
Se qualcuno vuole sapere cosa sia un film fascista (intendendo come fascista non la politica mussoliniana, ché sarebbe già un passo avanti, ma una categoria dello spirito), se ne può fare un'idea guardando questo rozzissimo apologo che segna il nadir di un mito del cinema mondiale.
Per quanto mi riguarda, mi limito a riportare il giudizio che Tullio Kezich dette del film nel 1968, all'epoca della sua uscita:
«Il vecchio compagno di viaggio della diligenza di Ombre rosse è proprio diventato matto: sull’onda di un patriottismo ingenuo e patetico, John Wayne esalta la guerra nel Vietnam in un film di cui è produttore, regista e interprete. Anche se nella realtà ha fatto il soldato per breve tempo, sullo schermo Wayne è praticamente in divisa da trent’anni. Tutti lo ricordiamo nei film di John Ford sull’armata del West impegnata nelle guerre indiane: Il massacro di Fort Apache, I cavalieri del Nord-Ovest, Rio Bravo, opere di schietto sapore kiplinghiano, virili, quasi sempre indenni da compiacimenti militaristi. E’ da un pezzo, tuttavia, che Wayne ha perso quella misura, buttandosi a capofitto come individuo e come attore nel gran carnevale dell’estremismo di destra. E’ stato uno dei leader della Motion Picture Alliance for the Preservation of American Ideals, un’associazione da caccia alle streghe; ha ostentato grande ammirazione e amicizia per il demagogo Joe McCarthy; è stato fra i sostenitori più accaniti della meteora Goldwater. Anziché lasciarlo a casa, dopo tante prove di inettitudine alla politica, i dirigenti del partito repubblicano hanno invitato John Wayne a pronunciate il discorso di apertura nella recente convenzione di Miami: un’orazione da falco in tutto degna di un film come I berretti verdi accolto con manifestazioni di protesta in Svezia e in altri paesi. La tesi di Wayne è che la guerra nel Vietnam è sacrosanta: gli americani che vi combattono sono quelli del cinema, eroici e giuggioloni, cordiali e benefattori; i nemici commettono ogni sorta di turpitudini e vanno distrutti senza pietà come gli indiani cattivi ai tempi del generale Custer. Il caposaldo nella giungla è stato infatti ribattezzato dai soldati Dodge City, come a cercare un’eroica continuità fra la conquista del West e la crociata anticomunista in Asia, John Wayne vi si aggira con il passo appesantito dall’età, fiero dei suoi ragazzi e degli effetti speciali che riesce a mettere in opera come produttore. Alla fine il contraddittore che si è scelto, un giornalista pieno di scrupoli pacifisti, deve dargli ragione: niente debolezze, sempre avanti cosi fino alla vittoria.»
«Non è soltanto un brutto film come tanti film di guerra: è una cattiva azione, il solo film esplicitamente di destra reazionaria che Hollywood osò fare sul Vietnam: Dio è con John Wayne a stelle e strisce. Non perdere la scena finale col sole che tramonta all'Est e la battuta di Wayne all'orfanello vietnamita: “Figliolo, è per te che facciamo questa guerra”.» (il Morandini 2007)
Guerre tra poveri
by sasso67 (24/02/2007 - 18:26)
Insiang (Filippine, 1976) di Lino Brocka. Con Hilda Koronel (Insiang), Mona Lisa (Tonia, la madre), Ruel Vernal (Dado), Rez Cortez (Bebot).
Ottimo film filippino, con un inizio scioccante come raramente se ne vedono: Insiang comincia infatti con lo sgozzamento di un maiale ripreso dal vero. Tutto ambientato nelle luride e popolosissime baraccopoli che circondano Manila, il film del regista filippino di formazione marxista Lino Brocka (1939-1991) è un melodramma con sottofondo di critica sociale. La giovane Insiang vive con la madre, che gestisce un banco di pesce al mercato, e un nugolo di parenti in una delle numerose baracche prive di servizi igienici nei dintorni della capitale filippina. Un giorno la madre, con un pretesto, caccia tutti i parenti per portare a casa Dado, il suo amante, di molti anni più giovane. Nel frattempo Insiang, che è odiata dalla madre dal giorno in cui suo padre è andato a vivere con un'altra donna, ha una storia col furbetto vitellone Bebot, un meccanico che pensa soltanto a spassarsela con gli amici. Una sera Dado violenta Insiang e poi dice alla madre che è stata la ragazza a provocarlo. La giovane tenta la fuga in compagnia di Bebot, ma questi si rivelerà solo un vigliacchetto: dopo una notte che Insiang crede d'amore in uno squallido albergaccio, la lascerà sola, con l'unica possibilità di
tornare a casa con la coda fra le gambe. A questo punto Insiang decide di vendicarsi di chi le ha fatto del male e, a caro prezzo, ci riuscirà.
Se in alcuni momenti sembra di guardare una telenovela - sensazione già provata vedendo altri film di Brocka, come Dio dorme ancora (1988) e Mi risolleverò e ti rovinerò (1989) - da un certo momento in avanti si ha la netta sensazione che al regista interessino molto di più l'ambientazione e le sequenze di raccordo, quelle in cui si vedono le condizioni, assolutamente subumane, nelle quali sono costretti a vivere i personaggi sottoproletari che popolano questo film, e che ci fanno capire come mai tanti filippini abbandonino la loro terra per venire in Europa, dove, ironia della sorte, sono assurti a simbolo di ricchezza (il domestico filippino è uno status symbol, ormai quasi superato, almeno da noi).
Molto buone le interpretazioni, che danno corpo a questa umanità sub-pasoliniana, ridicolissima nelle sue movenze mutuate da certi modelli d'importazione americana.
Diamoci un taglio!
by sasso67 (21/02/2007 - 20:09)
L'ultima donna (Francia/Italia, 1976) di Marco Ferreri. Con Gérard Depardieu (Giovanni), Ornella Muti (Valeria), Michel Piccoli (Michele), Renato Salvatori (Renato), Giuliana Calandra (Benedetta), Zouzou (Gabriella), Nathalie Baye (la ragazza delle ciliegie), Daniela Silverio (la "Marilyn" amica di Michele), Vittorio Fanfoni (il poliziotto con i cani), Benjamin Labonnelie (Pierino), Solange Skyden (la guardarobiera), Carole Perle (l'amica di Gabriella).
Che delusione. Chissà cosa aveva in mente Ferreri, quando realizzò questo film. E pensare che ci si sono messi in tre a scrivere questa boiata, due dei quali (il regista e Rafael Azcona) degli assoluti benemeriti del cinema. Però L'ultima donna non ha senso, e se ce l'ha esso si perde nella noia mortale in cui Ferreri annega i suoi personaggi, inesorabilmente confinati in un'epoca, che sembra cent'anni fa, nella quale si alternavano interminabili silenzi tardo-antonioniani a soffocanti logorree.
Qui Giovanni, ingegnere (Depardieu è credibile come lo sarebbe Bombolo a recitare un professore di teoretica) in ferie forzate a causa di uno sciopero della fabbrica per cui lavora, padre separato che vive con Pierino nella banlieue di Parigi (ma potrebbe essere la periferia di una qualsiasi metropoli del mondo occidentale), incontra la maestrina Valeria e inizia con lei un ménage che alternerà violenza e tenerezza, castità e sesso, con Giovanni che gira sempre nudo per la casa (fra l'altro, va detto, Depardieu ce l'ha piccolo) ed ha effusioni amorose con Valeria senza curarsi della presenza del bambino. I discorsi, sempre abbastanza fumosi, come se regista e sceneggiatori non sapessero come giungere alla svelta alla scena madre finale, vertono soprattutto sul fatto - come se fosse una gran novità - che il maschio ha il pisello e la femmina no. E alla fine Giovanni se lo taglia (il pene mozzato è di una falsità tintobrassiana), ma, insomma, non è una gran perdita.
Se all'epoca gli uomini (quelli che non avevano altro da fare, ovviamente) discutevano sull'emancipazione della donna, paventando una perdita del proprio ruolo egemone basato sulla fallocrazia, oggi che questo ruolo è stato pressoché disintegrato, quanto meno all'interno dei rapporti interpersonali, e l'uomo si trova spaesato a dover reagire a questa nuova posizione di sostanziale parità nei fatti (a mio modestissimo parere tutti questi omicidi di donne da parte di ex mariti o ex fidanzati respinti è un modo abnorme di reagire a questa situazione relativamente
nuova), la tematica del film di Ferreri odora di museo archeologico.
Se Depardieu era forse una scelta obbligata per questo personaggio allo stesso tempo ingombrante e innocente, la Muti recita così così (cioè meno peggio che in altre occasioni) anche grazie al doppiaggio di Micaela Pignatelli. Il migliore è comunque il piccolo Benjamin Labonnelie nella parte di Pierino, il bambino che ha sostituito alla mamma il binomio pappa/cacca.
«Meno felicemente risolto di altri film dello stesso autore, L'ultima donna si raccomanda come una riflessione a caldo sulla difficoltà di vivere in un'era di velocissime trasformazioni del costume. È un paradosso sanguinoso su cui vale la pena di riflettere.» (Tullio Kezich, 1976)
Pesce lesso
by sasso67 (19/02/2007 - 20:21)
Big Fish (USA, 2003) di Tim Burton. Con Ewan McGregor (Ed Bloom da giovane), Albert Finney (Ed Bloom da vecchio), Billy Crudup (Will Bloom), Jessica Lange (Sandra Bloom adulta), Helena Bonham Carter (Jenny; la strega), Alison Lohman (Sandra Bloom da giovane), Steve Buscemi (Norther Winslow), Ada Tai (ping), Arlene Tai (Ting), Danny De Vito (Amos Calloway), Matthew McGrory (Karl il gigante).
Ennesima favoletta che ci vorrebbe far capire il valore della fantasia per rendere migliore la vita. Tim Burton pesca a piene mani nella maniera e ci si crogiola, in danno dello spettatore, che non si capisce bene quale sia, forse il fanciullino che è dentro di noi, perché i bambini veri, di queste melensaggini colorate, se ne fanno un baffo. A parte una divertente caratterizzazione di Steve Buscemi nei panni di un poeta che non sa mettere in fila più di due versi e non trova neppure le rime più ovvie, Big Fish è melenso, noioso, inutile, insulso, fastidioso, nonostante una colonna sonora un po' paracula che cerca di accalappiare gli spettatori un po' più rockblueseggianti (si sentono, volentieri, Let's Work Together dei Canned Heat, Ramblin' Man degli Allman Brothers e Everyday di Buddy Holly). Nella struttura narrativa ricorda (ma con quanto minore efficacia!) I soliti sospetti (i personaggi reali trasfigurati in creature fantastiche e viceversa), nel finale si rifà chiaramente a La vita è meravigliosa, il vecchio Bloom (il nome sarà casuale? se non lo è, si tratta di una vera bestemmia) sul letto di morte aspira addirittura ad imitare la morte di Charles Foster Kane in Quarto potere, ma Tim Burton, questa volta, ci ricorda molto di più il Tonio Cartonio delle Storie del fantabosco.
Barock 'n' Roll
by sasso67 (18/02/2007 - 19:51)
Lisztomania (GB, 1975) di Ken Russell. Con Roger Daltrey (Franz Liszt), Paul Nicholas (Richaed Wagner), Sara Kestelman (la principessa Carolina), Fiona Lewis (Marie d'Agoult), John Justin (il conte d'Agoult), Ringo Starr (il papa), Rick Wakeman (Thor), Veronica Quilligan (Cosima), Andrew Reilly (Hans Von Bulow), Ken Colley (Chopin), Ken Parry (Rossini), Otto Diamant (Mendelsohn), Murray Melvin (Berlioz), Oliver Reed (il servo della principessa Carolina).
Non prendiamolo troppo sul serio, altrimenti non se ne esce più. Detto questo, secondo me Lisztomania è un film godibilissimo, dove le immagini rutilanti e la musica "barockeggiante" di Rick Wakeman, già tastierista e mente degli Yes, che ricama sugli spunti offerti da Liszt e Wagner (tanto che nei titoli di coda la colonna sonora è attribuita a Rick Wakeman "con l'assistenza di Franz Liszt e Richard Wagner"), è più importante dell'intreccio e dei dialoghi, spesso condensati in rapidi scambi di battute tra un numero e l'altro.
La trama del film, se così si può dire, è basata sulla vita del pianista e musicista ungherese Ferenc (Franz) Liszt, rivista e corretta (o meglio, corrotta) alla luce della carriera delle rockstar degli anni settanta (non per niente, ad interpretarlo è stato chiamato il riccioluto Roger Daltrey, vocalist degli Who). In soldoni, la tesi del film sembra essere questa: Liszt fu un grande musicista, e più ancora un virtuoso del pianoforte, la cui attività fu fortemente condizionata prima dalle donne (in particolare la contessa d'Agoult, e la principessa russa Carolina, come amanti e poi la figlia Cosima, futura moglie di Wagner), in seguito dall'amicizia, forzata sembra dire Russell, con il musicista tedesco di Bayreuth, e da una tardiva vocazione religiosa.
Non si può dire se le cose siano veramente andate così, in particolare se effettivamente Wagner vampirizzò la musica di Liszt, anche perché quest'ultimo scelse di andare a morire proprio nella città natale del genero. Fatto sta che alcune invenzioni di Ken Russell sono geniali, e penso alle scene iniziali, con il duello tra Liszt e il conte d'Agoult, che sembra prese dal Barry Lyndon di Kubrick (che però è dello stesso anno di Lisztomania), sebbene volto in parodia, o alla scelta di far interpretare il papa a Ringo Starr, oppure, infine, alle scene finali in cui il protagonista, che probabilmente incarna le preferenze musicali del regista, da un'astronave a forma di colomba e canne d'organo incenerisce Wagner impersonato da un mostro che incarna allo stesso tempo Hitler e la creatura di Frankenstein.
Eccellente la colonna sonora. Film da vedere.


Medellin, Colombia
by sasso67 (17/02/2007 - 16:42)
La Vergine dei sicari (Spagna/Francia/Colombia, 2000) di Barbet Schroeder. Con Germán Jaramillo (Fernando), Anderson Ballesteros (Alexis), Juan David Restrepo (Wilmar), Manuel Busquets (Alfonso), Juan Carlos Álvarez (ladro al semaforo), Zulma Arango (cameriera), Cenobia Cano (la madre di Alexis), Jorge A. Correa (Defunto), Albeiro Lopera (il punk).
Con camera digitale, Barbet Schroeder gira questo strano film in una Medellin dove il maturo intellettuale (si definisce "l'ultimo grammatico di Colombia") omosessuale Fernando torna sui luoghi della propria infanzia, altrettanto degradata e povera, ma molto più violenta di prima, o forse soltanto tecnicamente più organizzata: prima per uccidere si usavano i machete ora le pistole. Amante dei giovanetti, Fernando si accompagna ad Alexis, baby killer che diventa per l'uomo accompagnatore ed amante. Intorno al protagonista si snoda un vortice di violenza al quale piano piano ci si abitua, senza più scandalizzarsi di niente.
Girato con uno stile straniante, reso ancora meno digeribile da un doppiaggio italiano da telenovela, La Vergine dei sicari dà il meglio di sé nelle battute (pare anche un po' sforbiciate nella versione italiana) del disincantato protagonista in merito alla religione e alla Chiesa, due aspetti che sono comunque insiti nella vita, violentissima, dei colombiani d'oggi. Fernando, che è un colombiano che non ha vissuto la Medellin dei tempi di Pablo Escobar (l'incontrastato imperatore del narcotraffico), si muove per le vie dei quartieri malfamati con la stessa colpevole ingenuità dei turisti occidentali: non si rende conto che ogni sua battuta può provocare un morto ammazzato per la strada e pensa sempre di poter comprare i suoi giovani accompagnatori/amanti con i simboli del benessere (abbigliamento firmato, apparecchi audio-video di ultima generazione, un frigorifero Whirlpool e perfino la mitraglietta Uzi).
Credo che per capire meglio la realtà raccontata dal regista francese (nato a Teheran nel 1941), bisognerebbe leggere il romanzo di Fernando Vallejo (ecco da dove viene il nome del protagonista), che l'ha anche sceneggiato, alla base del film. Se, comunque, si riesce a vincere la prima impressione di telenovela che si ha nei primi quindici minuti, il film si può vedere.
Nota: in alcune scene Alexis indossa una maglia della Juventus con lo sponsor di allora, Telepiù (che forse figura tra i finanziatori del film?).

Sedete, pallide
by sasso67 (17/02/2007 - 15:28)
Dei della peste (Germania, 1970) di Rainer Werner Fassbinder. Con Harry Baer (Franz Walsch), Hanna Schygulla (Johanna Reiher), Margarethe Von Trotta (Margarethe), Günther Kaufmann (Günther), Carla Aulaulu [Egerer] (Carla, la venditrice di immagini porno), Ingrid Caven (Magdalena Fuller), Jan George (il poliziotto), Lilo Pempeit (la madre), Micha Kochina (Joe).
Anni fa non mi era granché piaciuto L'amore è più freddo della morte (1969), primo lungometraggio di Fassbinder (1945-1982). Con l'intermezzo dell'ottimo Katzelmacher (1969), Dei della peste è il seguito più che ideale del primo. E come il primo è un noir stilizzato che prende in prestito le atmosfere dei primi film della nouvelle vague (in particolare Fino all'ultimo respiro di Godard). A proposito dell'Amore è più freddo della morte, scrissi (ho ritrovato una noterella di una decina d'anni fa) che il finale sembrava quello di Fino all'ultimo respiro «ma girato da Brecht al rallentatore». E proprio Brecht, insieme all'autore francese citato e a qualche vaga reminiscenza dell'espressionismo tedesco degli anni venti (qualche gioco d'ombre, le acconciature dei personaggi soprattutto femminili), è il nume tutelare degli Dei della peste. E l'effetto brechtiano è ancora più accentuato dal sonoro completamente fuori sincrono della copia che ho visto (cose del tipo di un tizio che entra in una stanza, si siede, dopo di che si sente una voce fuori campo che gli dice «si accomodi»).
L'operazione di Fassbinder non è, nemmeno qui (al contrario dei due film che vengono prima e dopo questo Dei, cioè Katzelmacher e Il soldato americano), completamente riuscita, anche se è da apprezzare il tono burlesco di certe scene (la scazzottata tra Franz, Gunther e Joe) survoltate come le comiche del muto, nelle quali sono inseriti questi personaggi «abbandonati senza speranza a sé stessi [...] relitti che galleggiano fino al naufragio finale» (Davide Ferrario), che in talune sequenze sembrano anticipare i tragicomici disgraziati di Cinico TV.
Ci sono alcuni dialoghi degni di figurare in un'antologia del Teatro dell'assurdo, al fianco delle opere di Ionesco, come quando Franz domanda a Gunther se sia stato lui a "fare il servizio" (cioè a uccidere) suo fratello Marian e quello risponde «Già», dopo di che gli chiede se se la sia spassata con la sua donna mentre lui era in carcere e Gunther risponde di sì anche a questa domanda. «Sei un vero amico», conclude Franz.
Stati di regressione progressiva
by sasso67 (15/02/2007 - 00:36)
Il signore delle mosche (USA, 1990) di Harry Hook. Con Balthazar Getty (Ralph), Chris Furrh (Jack Merridew), Danuel Pipoly (Piggy), James Badge Dale (Simon), Andrew Taft (Sam), Edward Taft (Eric), Gary Rule (Roger).
Altra versione, più recente, del capolavoro di William Golding. Il regista inglese Hook ha avuto un bel fegato a fare un altro film, dopo quello di Peter Brook del 1963, e infatti ha realizzato una schifezzuola. Hook si allontana dal testo di Golding, ambientando la vicenda nel presente, mentre Brook l'aveva posta nel futuro (nel 1984) come nel romanzo, del resto nel 1990 il comunismo stava tirando gli ultimi calcetti, e non rappresentava più un pericolo mondiale, così come era ormai cessata la paura della bomba atomica. Qui, inoltre, i ragazzini sono cadetti di una scuola militare americana, anziché allievi di un collegio inglese. L'assunto è sempre lo stesso, ma esposto in maniera più farraginosa e meno lineare. Insomma, con la smania di modernizzare, le cose funzionano molto meno che nel film del 1963, la vicenda è sfilacciata, la tensione ad infimi livelli, i ragazzini recitano malissimo e sono tutti più antipatici e meno credibili di quelli del Signore delle mosche di Peter Brook. La fotografia a colori, peraltro molto bella dal punto di vista tecnico, toglie fascino e mistero all'isola deserta.
Un film di cui non c'era bisogno e che fallisce su tutta la linea.
Bigotto a puntino
by sasso67 (15/02/2007 - 00:35)
Chocolat (USA, 2000) di Lasse Hallström. Con Juliette Binoche (Vianne Rocher), Alfred Molina (il conte Paul De Reynaud), Johnny Depp (Roux), Lena Olin (Josephine Muscat), Carrie-Ann Moss (Caroline Clairmont), Judi Dench (Armande Voizin), Peter Stormare (Serge Muscat), Aurelien Parent Koenig (Luc Clairmont), Victoire Thivisol (Anouk Rocher), Leslie Caron (la signora Audel).
Vabbe' che è una favoletta - lo si capisce dalla voce narrante all'inizio e alla fine - ma Chocolat è davvero un film inconsistente, inutile, insulso, forzato, patinato, calligrafico e falso (ma perché in un villaggio francese dovrebbero attaccare dei volantini scritti in inglese?). I personaggi sono tutti troppo buoni o troppo cattivi, anche se in conclusione tutti diventano buoni, con un finale forzatissimo e per niente credibile. Qualche notazione interessante qua e là c'è, come il giovane pretino di campagna che si fa dettare i sermoni dal politicante di turno (in Italia oggi accade esattamente l'opposto). Lasse Hallström, che tanto m'era piaciuto una ventina d'anni fa con La mia vita a quattro zampe (1985), ha realizzato una brutta copia del Pranzo di Babette (1988) politicamente correttissima, diretta forse contro gli ipocriti e i bigotti, che non si capisce quale senso possa mai avere, se non sfruttare la presenza, per una volta quasi inosservata di Johnny Depp, e i sorrisini insulsi di Juliette Binoche (ma quanto è generosa... non è che sia un angelo consolatore?). Il più bravo qui è Alfred Molina, purtroppo condotto più volte a sfondare il muro del ridicolo involontario.
Mi sembra che di film come questo si dovrebbe fare a meno e ne sconsiglio vivamente la visione. Del resto, me l'aspettavo che fosse più o meno così. Perché l'ho guardato? Me l'ha portato una collega al lavoro per farmelo vedere e non ho potuto dire di no. Ma che non m'è piaciuto glielo dico.
Ripensamenti
by sasso67 (13/02/2007 - 00:00)
Non rimpiango la mia giovinezza (Giappone, 1946) di Akira Kurosawa. Con Setsuko Hara (Yukie Yagihara), Susumu Fujita (Ryukichi Noge), Denjiro Okochi (Professor Yagihara), Eiko Miyoshi (la moglie di Yagihara), Kuninori Kodo (il signor Noge), Haruko Sugimura (la signora Noge), Aritake Kono (Itokawa), Takashi Shimura (il commissario di polizia).
Kurosawa, durante il periodo che precedette la seconda guerra mondiale, non fu propriamente un oppositore del regime militare che condusse alla catastrofe. Questo suo film del 1946 - conosciuto anche con il titolo, più esortativo, Non rimpiangiamo la nostra giovinezza - è una sorta di riparazione postbellica, e indubbiamente il film più dichiaratamente "politico" del regista. Vi si narra del giovane studente universitario Noge che, innamorato di Yukie, figlia del suo professore di diritto (un liberale che per protesta contro la dittatura abbandona l'insegnamento), aderisce ad un'associazione antifascista che combatte il regime militarista. Yukie, dopo un primo rifiuto, sposa Noge, che verrà arrestato come spia dopo lo scoppio della guerra e sarà ucciso in carcere. Questo farà maturare la giovane vedova, che deciderà di abbandonare la sua vita dorata di città, per andare a vivere in campagna con i suoceri, che escono di casa soltanto di notte per evitare le persecuzioni dei compaesani che li hanno bollati come "i genitori della spia". Finita la guerra, Noge sarà riabilitato e celebrato come un eroe ed il suo onvito a non rimpiangere la giovinezza e a darsi da fare per costruire un futuro migliore per tutti diventerà un motto valido per le giovani generazioni che cresceranno nel nuovo Giappone del dopo bomba.
Non rimpiango la mia giovinezza è un buon film, nonostante i sessant'anni trascorsi dalla sua uscita e qualche limite di omogeneità che il trascorrere del tempo accentua. La struttura del film è divisibile in tre parti, nelle quali, con diverse funzioni, il personaggio principale è comunque quello di Yukie, che forse simboleggia il popolo giapponese. Nella prima, la giovane è spensierata e guarda con sospetto all'impegno politico di Noge, preferendo il più pacato Itokawa. La seconda parte è quella della dura esperienza del carcere (è arrestata anche lei, come moglie della spia) e della solitudine, che culmina con l'annuncio della morte di Noge. La terza parte è quella della definitiva presa di coscienza e maturazione della ragazza, attraverso l'esperienza dell'umiliazione (la corsa in pieno giorno inseguita dallo scherno dei bambini) e del lavoro duro, che sembra far da metafora alla ricostruzione postbellica del Giappone.
Nonostante il doppiaggio italiano un po' troppo debitore al cinema strappalacrime di stampo matarazziano, il sesto film di Kurosawa è uno spettacolo validissimo, anche grazie all'interpretazione di Susumu Fujita che già era stato Sanshiro Sugata e a Setsuke Hara (che sarà la donna perduta dell'Idiota), e prelude ai suoi primi capolavori, come L'angelo ubriaco (1948) e Cane randagio (1949).
L'impero della noia
by sasso67 (12/02/2007 - 20:01)
Ecco l'impero dei sensi (Francia/Giappone, 1976) di Nagisa Oshima. Con Eiko Matsuda (Abe Sada), Tatsuya Fuji (Kikizo), Aoi Nakajima (Toku, la moglie di Kikizo), Taiji Tonoyama (il barbone), Kanae Kobayashi (la vecchia geisha), Kyoji Kokonoe (il vecchio professore), Melka Seri (una serva), Yasuko Matsui (la padrona dell'albergo).
Ispirato a un fatto di cronaca accaduto nel 1936 (che nel 1974 aveva dato lo spunto per un altro film giapponese, Abesada - L'abisso dei sensi di Noboru Tanaka), Ecco l'impero dei sensi è, un po' come tutti i film di Oshima, la descrizione di un rito. In questo caso il rito del sesso, ritenuto dal regista come un'altra componente della morte. Del resto, l'accostamento tra eros e thanatos non è di oggi e non è che il mondo aspettasse Oshima per sentirselo ripetere. Oltre tutto in un film di due ore in cui gli amplessi, erotici come un pestone su un chiocciolino su un dito del piede, si susseguono ad amplessi, con lui, sposato, che se la fa con la geisha Sada, la quale, dopo averlo visto trombare una vecchia baldracca, lo minaccia di tagliarglielo se farà sesso con la moglie. Dopo di che il gioco si fa duro: giunti allo strangolamento nel momento
dell'amplesso, lei uccide lui (con il suo consenso) strozzandolo, e gli taglia gli attributi sessuali in modo da tenerli sempre con sé.
Senza negare alcuni meriti al film di Oshima, come la grande cura formale e l'ambientazione, ben fotografata, nel periodo della dittatura militarista che porto il Giappone alla catastrofe della seconda guerra mondiale, nonché una carica di moralità che emerge dietro le dichiarazioni di immoralità da parte del regista (sottolineate da scene vagamente surrealiste, come quella in cui l'uomo mette un uovo nel sedere della donna e glielo fa deporre come una gallina), Ecco l'impero dei sensi è da condannare senza appello per la noia mortale cui sottopone il malcapitato spettatore. Voto: 4.
Woody non abita più qui
by sasso67 (12/02/2007 - 19:04)
Alice (USA, 1990) di Woody Allen. Con Mia Farrow (Alice), Joe Mantegna (Joe), William Hurt (Doug), Keye Luke (dottor Yang), Cybill Shepherd (Nancy Brill), Alec Baldwin (Ed), Blythe Danner (Dorothy), Robin Bartlett (Nina), Linda Wallem (Penny), Bernadette Peters (la musa), James Toback (il professore), Elle Macpherson (la modella).
Anche questo film di Woody Allen del 1990 è una bella delusione. Fra l'altro mi è sempre piaciuta poco anche Mia Farrow, che qui imperversa. E inoltre in questo film siamo alla rimasticatura di vecchie battute. Sembra di sentire le battute dei vecchi film di Allen ripetute dalla Farrow. Lo spunto di partenza è l'Alice nel paese delle meraviglie di Carroll, filtrato attraverso una situazione simile a quella della Giulietta degli spiriti (1965) felliniana. L'ambiente è quello dell'alta borghesia newyorkese (sai che novità...), dove si muove la protagonista, inserita in una situazione matrimoniale compenetrata di realismo magico. Le situazioni si susseguono in una sfilza irritante di sequenze déjà-vu, con pochissime situazioni e battute divertenti e con espedienti narrativi (l'ipnosi, il sogno, le varie polverine magiche) che denunciano una pochezza d'idee e perfino una scorrettezza artistica che lasciano senza parole in un simile autore. L'unica battuta divertente c'è quando Alice sogna di reincontrare il suo primo amore, morto in un incidente stradale, e gli domanda se sia stato a letto con molte donne, al che lui risponde «sì, ma tu sei l'unica che voleva farsi suora». E infatti Alice è perseguitata dai sensi di colpa instillatile ai tempi dell'educazione cattolica ricevuta dalle suore, tanto che alla fine della vicenda (che prevede che la mogliettina timorata abbia un flirt con un tizio conosciuto alla scuola delle figlie, con la successiva scoperta che anche il marito la tradiva), in un finale pressoché incomprensibile, sentirà la necessità di andare a Calcutta per aiutare Madre Teresa, anche se poi, chissà perché, preferirà trasferirsi in periferia per prendersi cura delle bambine (lavorare non se ne parla, non fosse mai).
L'unica sequenza veramente emozionante non l'ha girata Woody Allen, ma è quella che Alice e Doug vedono al cinema, con Madre Teresa tra i miserabili di Calcutta. Il resto è sfoggio di cappellini e abitini ben fotografati da Carlo Di Palma, autocitazioni del regista (alla fine le pseudoamiche dicono di Alice che «è proprio un'altra donna») e la solita sequela, ormai stucchevole, di brani jazz. Se è vero che ormai per Woody Allen il cinema ha una funzione terapeutica, che vada a curarsi in privato: vado io forse a fargli vedere le mie pasticche per la colite? Voto mio: 4.
Bambini venite parvulos
by sasso67 (12/02/2007 - 00:16)
Il signore delle mosche (GB, 1963) di Peter Brook. Con James Aubrey (Ralph), Tom Chapin (Jack), Hugh Edwards (Piggy; in it.: Bombolo), Tom Gaman (Simon), Roger Elwin (Roger), Ken Fletcher (Percival Wemys Madison), David Surtees (Sam), Simon Surtees (Eric).
Ottimo film di Peter Brook (1925), uomo di spettacolo britannico, uno dei più grandi registi teatrali attualmente in vita. Tratto dal capolavoro (pubblicato nel 1954) di William Golding (1911 - 1993), Premio Nobel per la Letteratura 1983, Il signore delle mosche, girato nel 1963, uscito in Italia soltanto nel 1977, è ancora attuale sia per tematiche che per ambientazione (nel senso che il pericolo atomico è tuttaltro che scongiurato). Fotografato in un bellissimo bianco e nero che ricorda Il Dottor Stranamore (1964), cui per qualche verso si apparenta, il film racconta la storia, ambientata non casualmente nel 1984, di un gruppo di ragazzini di un esclusivo collegio inglese, sopravvissuti, su un'isoletta deserta, alla caduta dell'aereo che li stava trasportando in Australia per metterli in salvo dalla guerra atomica. All'inizio tutto fila liscio: viene democraticamente eletto un capo (Ralph) che mette ordine e tenta di regolare le attività del gruppo, suddividendo i compiti a seconda delle capacità di ciascuno. Con il passare dei giorni, però, e con l'emergere del pericolo per un fantomatico mostro che secondo alcuni è presente sull'isola, prende il sopravvento Jack, capogruppo del coro scolastico e nominatosi capo dei cacciatori dell'isola, e i ragazzini regrediranno ad uno stato primordiale di violenza, del quale faranno le spese i più razionali della piccola comunità.
Importantissima è la simbologia di ciascun personaggio, specialmente dei quattro o cinque che più spiccano nel gruppo dei ragazzi, privati di qualsivoglia guida da parte degli adulti: Ralph è il leader, dotato di carisma personale e di umanità (alla fine sarà rimasto l'unico ad indossare, seppure a brandelli, calzoni e camicia dell'uniforme del collegio); Piggy (qui ribattezzato Bombolo) è l'intellettuale, un po' pedante, ma capace di ragionare con la propria testa e per questo malvisto dal resto del gruppo e spesso sbeffeggiato; Jack rappresenta gli istinti belluini nascosti dentro ciascuno di noi e pronti a sprigionarsi nei momenti di crisi (nel 1954, all'uscita del libro di Golding era ancora ben viva l'eco della barbarie nazista); Simon è il puro, colui che, pur naturalmente pavido, apre il vaso di Pandora, quello che può dire, pagandone le conseguenze, che il re è nudo.
Ogni simbologia è stata utilizzata per interpretare il romanzo di William Golding ed in effetti qui si può dire che chi più ne ha più ne metta (non trascurerei di sottolineare che i "cacciatori" si presentano con i mantelli neri del coro, cantando Kyrie Eleison), dagli illuministi francesi alla paura dell'atomica, da Rousseau a Orwell e Huxley, ma quel che conta, in questo caso, è evidenziare come Peter Brook sia riuscito, anche grazie a un gruppo assortito e ben diretto di ragazzini (la mia simpatia va, inutile dirlo, all'occhialuto e cicciottello Piggy), a rendere il senso filosofico e la tensione che serpeggia in maniera inquietante - culminante secondo il metodo del climax, alla fine - nel romanzo originario.


Ritratto di famiglia con filosofo
by sasso67 (11/02/2007 - 12:36)
Al di là del bene e del male (Italia/Francia, 1977) di Liliana Cavani. Con Dominique Sanda (Lou Salome), Erland Josephson (Friedrich Nietzsche), Robert Powell (Paul Rée), Virna Lisi (Elisabeth Nietzsche), Philippe Leroy (Peter Gast), Elisa Cegani (Franziska Nietzsche, la madre), Umberto Orsini (Bernard Förster, il marito di Elizabeth), Michael Degen (Carl Andreas), Amedeo Amodio (dottor Dulcamara), Carmen Scarpitta (Malvida), Clara Algranti (madame Thérèse), Mircha Carven (Wolfgang), Renato Scarpa (dottor Singswanger, direttore del manicomio), Anita Hofer (puttana della stazione), Jean Dudan (professor Standenmayer, il medium), Ritza Brown (prostituta siciliana).
In Al di là del bene e del male, Preludio a una filosofia dell'avvenire (1886) il filosofo Nietzsche sostanzialmente enuncia, in vista del nuovo secolo, la propria filosofia etica, caratterizzata da un'assenza di morale tradizionalmente intesa, schiacciata dal pregiudizio (soprattutto quello cristiano) che ha condizionato anche il pensiero e il comportamento degli spiriti liberi. Con il film dal medesimo titolo, la Cavani ha raccontato dell'intenso rapporto che legò il filosofo tedesco a Paul Ree, anch'egli tedesco, presentato nel film come medico, ma in realtà filosofo e scrittore, e la transfuga russa Lou Salomé, anch'ella studiosa e scrittrice. I tre convissero per un certo periodo sotto lo stesso tetto in un ménage a trois che fu probabilmente casto, ma che destò lo scandalo nella famiglia del filosofo (e la gelosia della sorella). La storia si concluse con l'infelice matrimonio della Salomé con lo studioso di linguistica Carl Andreas, e con la precoce dipartita di Nietzsche (dopo un lungo periodo di pazzia) a 56 anni nel 1900, proprio alle soglie del nuovo secolo che avrebbe dovuto giovarsi della sua nuova "morale" e che purtroppo, invece, vide affermarsi una versione degenerata di superuomo.
La Cavani ha il pregio di affrontare temi e personaggi importanti ed interessanti (da San Francesco a Nietzsche da Milarepa a Galileo), ma di farlo con film per lo più verbosi e noiosissimi. Qui riesce almeno parzialmente ad evitare la trappola della noia, soprattutto grazie ad alcuni bravi attori (penso in particolare a Josephson e a Virna Lisi), sapendo amalgamare sufficientemente le discettazioni filosofiche con i tormenti della vita privata: non per niente, almeno secondo me, le parti migliori sono quelle ambientate nella villa avita dei Nietzsche, dove dominano la scena le due feldmarescialle che sono la madre e la sorella del filosofo. Certo, anche qui la Cavani varca sovente la soglia del ridicolo, come nella scena del balletto del Diavolo a Venezia, ma d'altra parte è possibile che la regista abbia questa vocazione. Inoltre pare volerci offrire una buona dose di chiappe sia femminili che maschili, comprese quelle di Robert Powell (Salford, Inghilterra, 1944), appena reduce dal Gesù di Zeffirelli.
A trent'anni di distanza, Al di là del bene e del male della Cavani non ci dice poi granché sull'importanza di Nietzsche come filosofo, ma può incuriosire e stimolare qualcuno alla lettura delle sue opere.

Non è ver che sia berlusca il peggior di tutti i mali...?
by sasso67 (10/02/2007 - 18:45)
Io quando l'ho visto quasi non ci credevo, eppure, nonostante la qualità non eccelsa del filmato, realizzato con un telefono cellulare, si vede che è proprio lui e fa proprio quello!
Eccolo qui.
N.B. Evidentemente non è Berlusconi, ma uno dei suoi tanti sosia. La scena è verosimile ma non è presa dalla realtà.
Un giorno da leoni
by sasso67 (10/02/2007 - 01:11)
Vivere alla grande (USA, 1979) di Martin Brest. Con George Burns (Joe), Art Carney (Al), Lee Strasberg (Willie), Charles Hallahan (Pete), Pamela Payton-Wright (Kathy), Constantine Hartofolis (bambino nel parco), Mary Testa (cassiera), Tito Goya (tassista abusivo), William Pabst (guardiano della banca), Christopher Wynkoop (direttore di banca), Karen Montgomery (adescatrice a Las Vegas).
Seppure con un titolo italiano fuorviante rispetto all'originale Going In Style (come fa giustamente notare Morandini, vivere alla grande e andarsene con stile non sono esattamente la stessa cosa), questo film è un gioiellino. Singolare esordio di Martin Brest alla regia, Vivere alla grande, diretto da un regista all'epoca ventottenne, parla di tre anziani pensionati newyorkesi che si stufano di condurre una vita noiosa tra casa e panchina del parco, obbligata dai pochi soldi che prendono mensilmente di pensione. I tre, che non hanno più nessuno e fra l'altro convivono per dividere le spese, per vincere la noia decidono di compiere una rapina in banca. Stranamente la rapina riesce, regalando ai tre vecchietti qualche giorno di eccitazione, come non avevano più vissuto forse dai tempi della guerra.
La cosa migliore del film sono comunque proprio loro, i tre anziani attori, uno più bravo dell'altro. In realtà Art Carney all'epoca non era nemmeno tanto vecchio (aveva 61 anni), specialmente rispetto agli altri: 77 l'ex direttore dell'Actor Studio (qui al suo ultimo film per il grande schermo), 85 anni Burns. Proprio quest'ultimo è il motore dell'azione filmica e poi colui che tira le fila alla conclusione, proponendo la filosofia secondo la quale è meglio un giorno da leone che cento da pecora.
Vivere alla grande è uno di quei filmetti che nella cinematografia americana fanno la parte dei vasi di coccio, ed invece meritano (come ad esempio I ragazzi irresistibili e All American Boys) un posto speciale. Ottimo.
Il mondo è un gran brutto casino
by sasso67 (09/02/2007 - 21:03)
Adua e le compagne (Italia, 1960) di Antonio Pietrangeli. Con Simone Signoret (Adua Giovannetti), Sandra Milo (Lolita), Emmanuelle Riva (Marilina), Gina Rovere (Milly/Caterina Zellero), Claudio Gora (il dottor Ercoli), Marcello Mastroianni (Pietro Salvagna), Ivo Garrani (l'avvocato), Gianrico Tedeschi (Stefano), Antonio Rais (Emilio), Duilio D'Amore (Frate Michele), Enzo Maggio (Calypso), Domenico Modugno (sé stesso).
Il film di Pietrangeli, uno dei nostri migliori e più sottovalutati registi del post neorealismo, prende spunto dalla chiusura dichiarata per legge (la famose "legge Merlin") delle case di tolleranza. Sbattute fuori dai bordelli, molte ragazze, specialmente le più mature, si trovarono senz'arte né parte, talvolta con un gruzzoletto da reinvestire. E' quello che hanno intenzione di fare le quattro protagoniste del film, capeggiate dalla navigata Adua. La loro è un'idea ingenua: mettere su una trattoria in campagna e continuare il loro mestiere di nascosto nelle camere al piano di sopra del ristorante. Ma le ex prostitute, regine fra le quattro mura del bordello, sono assolutamente ignare delle regole che dominano il mondo esterno. Non sanno niente di permessi, di contratti, di fornitori. E si mettono in mano a un laido sfruttatore dalla facciata rispettabile (Claudio Gora, eccellente) che passerà ogni mese a riscuotere la gabella.
L'ingenuità di Adua e delle sue colleghe consiste nel pensare di poter mascherare la loro attività di prostituzione con quella legale di ristorazione, senza minimamente calcolare le conseguenze. Senza calcolare che la loro attività "regolare" poteva essere presa sul serio, anche se non avrebbe reso quanto quella in nero. Ma l'ingenuità che pagano a più caro prezzo le quattro compagne è quella di fidarsi degli uomini. Adua si mette finanziariamente nelle mani dell'odioso Ercoli e ne pagherà le conseguenze con l'obbligo di tornare al vecchio mestiere, per di più sul marciapiede, e sentimentalmente si lega all'infido piazzista di macchine usate Pietro (Mastroianni); l'ingenua Lolita si fa fregare i soldi dallo spiantato impresario teatrale Stefano; Marilina si ritrova un figlio di cui non sa neppure chi e dove sia il padre; Milly potrebbe rifarsi una vita con un timido geometra a dispetto del proprio passato, ma lo scandalo della sua presente condizione allontana il pavido giovanotto.
Adua e le compagne è un tragico affresco di donne, tematica di cui Pietrangeli è stato uno dei nostri autori più compartecipi e penetranti, come dimostrerà con altri film quali l'ottimo Io la conoscevo bene (1965). A fare la figura peggiore, però, sono gli uomini: traditori, sfruttatori, vigliacchi, ipocriti. L'unico che si salva è il frate che ha il convento vicino alla trattoria, probabilmente perché la vita monastica, così appartata, l'ha preservato ingenuo, per il mondo esterno, come le prostitute fuoriuscite dal casino.
Il finale del film è di quelli che non si dimentica, ed è uno dei più terribili dell'intero cinema italiano.
Gli interpreti sono tutti ottimi, dalle quattro protagoniste femminili, con una mia preferenza per la Signoret e la Rovere, agli uomini, tutti perfettamente in parte con i loro personaggi che definire meschini è poco: notevoli, nell'ordine, Gora, Garrani, Tedeschi e Mastroianni.
La saga ha inizio
by sasso67 (09/02/2007 - 19:29)
Sugata Sanshiro (Giappone, 1943) di Akira Kurosawa. Con Susumu Fujita (Sanshiro Sugata - Chee), Denjiro Okochi (Shogoro Yano, il maestro di judo), Yukiko Todoroki (Sayo Murai), Takashi Shimura (Hansuke Murai), Yoshio Kosugi (Saburo Kodama, maestro di jujitsu), Ranko Hanai (Osuni Kodana, figlia di Saburo), Ryunosuke Tsukigata (Gennosuke Higaki).
Sugata Sanshiro (cognome e nome del protagonista), rititolato in qualche versione Judo Saga (la saga del judo), è il primo lungometraggio di piena paternità kurosawiana. E, entro i limiti del film di lotta, il regista dimostra già una maturità tecnica e artistica che sorprende.
Il film ebbe guai con la censura perché, in tempo di guerra, non era abbastanza nazionalista. Il protagonista, infatti, è un allievo del maestro di judo Shogoro Yano, che nella seconda metà dell'ottocento fa prevalere in Giappone il judo a discapito degli altri metodi di lotta. La particolarità del judo (termine che in lingua giapponese significa "la via della flssibilità") consiste nello sfruttare la forza dell'avversario per metterlo fuori combattimento: ecco perché la mossa di judo più nota è quella che consente di fare lo sgambetto all'avversario, facendolo ribaltare oltre la propria schiena. Ovviamente - e Kurosawa ce lo mostra - il judo è più che uno sport: è una filosofia di vita e, come diceva il suo "inventore" Jigoro Kano "un'arte e una scienza". E Sanshiro Sugata si mostra spesso dispiaciuto per l'avversario dopo averlo battuto. Da qui le accuse di scarso nazionalismo e i problemi con la censura di regime, che furono superate soltanto grazie al più grande regista giapponese dell'epoca, Yasujiro Ozu, che spese parole d'elogio per il giovane collega.
Sanshiro, giovane esuberante e devoto della nuova disciplina, segue il caposcuola Yano, ma, pur dimostrando talento e combattività, non ne comprende l'insegnamento filosofico, tanto che il maestro lo lascia per una notte intera a mollo nello stagno vicino alla scuola. Durante quest'esperienza ascetica, Sanshiro comprende il valore della meditazione e si rivela l'allievo più brillante di Yano. Scelto per combattere contro Murai, il maestro della scuola avversaria, della cui figlia s'è innamorato, Sanshiro vince la sfida dimostrativa ed ottiene la mano della ragazza. Ma l'orgoglioso Higaki, allievo di Murai, sfida Sanshiro ad una sfida mortale che si svolge su una collina durante una notte di tempesta. Grazie alla concentrazione e alla resistenza imparate durante il periodo dell'apprendistato, Sanshiro riuscirà a sbarazzarsi anche di quest'ultimo avversario.
Pur essendo l'opera prima del regista, e scontando in quanto tale alcuni difetti d'ingenuità e di superficialità, si resta stupiti dalla straordinaria vitalità e dalla dinamicità dell'insieme, ottenute grazie a un montaggio che sa trarre profitto dalla lezione dei maestri del cinema sovietico (in particolare Ejsenstein e Dovzenko), capace di far vibrare l'anima della natura, come dimostra la sequenza eccezionale dell'ultimo combattimento.
Sugata Sanshiro è comunque una favola, che dovette il suo successo (Fujita diventò una star del cinema giapponese) anche a tocchi di umorismo, sottolineati dai ralenty. Il successo fu, appunto, talmente grande che Kurosawa dovette girare nel 1945 (l'anno della tragedia per il Giappone) un Sugata Sanshiro parte seconda.

L'insostenibile banalità del cinema
by sasso67 (08/02/2007 - 17:42)
Melinda e Melinda (USA, 2004) di Woody Allen. Con Radha Mitchell (Melinda Robacheau), Wallace Shawn (Sy), Neil Pepe (Al), Stephanie Roth Haberle (Louise), Larry Pine (Max), Will Ferrell (Hobie), Amanda Peet (Susan), Jonny Lee Miller (Lee), Chloë Sevigny (Laurel), Brooke Smith (Cassie), Chiwetel Ejiofor (Ellis Moonsong), Vinessa Shaw (Stacey Fox), Josh Brolin (Greg).
Dov'è finito il Woody Allen di Amore e guerra (1975), di Io e Annie (1977), di Manhattan (1979), ma anche quello di Crimini e misfatti (1989) o almeno quello di Pallottole su Broadway (1994)? Evidentemente fare troppi film non giova alla loro qualità. Per lo meno questo Melinda e Melinda è una grossa cagata, da parte di uno degli autori più intelligenti e celebrati dei nostri tempi. Woody Allen sapere che quando non si ha niente da dire è meglio tacere, anche se credo che sappia ancora meglio che ogni cavolata che fa gli porta comunque un bel gruzzolo sul suo conto in banca. E comunque l'autore newyorkese èuno che non è capace di starsene con le mani in mano: probabilmente deve scrivere e girare, girare e scrivere per sentirsi vivo. Però dovrebbe tentare di fare a meno di propinarci queste boiate piene zeppe di chiacchiere su chiacchiere, per di più già sentite in almeno una decina di suoi film. E a quale scopo? Per sentirlo vomitare una volta di più una verità così scontata da farci alzare gli occhi al cielo sconcertati e increduli che il vecchio Woody voglia ricordarcela ancora una volta con modi da sophisticated comedy.
Qui si tratta di due scrittori che, seduti al bar, da un episodio banale traggono uno lo spunto per una commedia e l'altro per una tragedia, per giungere alla conclusione - e sai che novità! - che la vita è una commistione dell'una e dell'altra, e che va vissuta al massimo perché non ci è data una seconda chance. E si parte con il balletto di personaggi insignificanti e tutti colti, educati, intelligenti, artisti, ricchi (basti vedere le loro case e le loro macchine), che parlano dei loro film, della loro musica (ascoltano Stravinsky, mica Gigi D'Alessio!), come fanno un po' tutti i giovani del mondo, almeno, pare di capire, del mondo in cui vive Woody Allen. Qualche battutella qua e là (ma nemmeno poi tante) si salva, specialmente quelle pronunciate dal Will Ferrell che qui interpreta l'alter ego del regista, pur avendo piuttosto il fisico del vecchio amico Tony Roberts, che interpretava il fustacchione nei primi film di Woody.
Non potrei dire se Allen abbia davvero perso l'ispirazione, perché questo è il suo unico film recente che ho visto dai tempi di Pallottole su Broadway, ma è certo che questa caduta è abbastanza brutta. Gli interpreti sono quasi tutti bravini ma insulsi. Di notevole, in Melinda e Melinda, c'è soltanto la bella fotografia dell'ungherese Vilmos Zsigmond.
Della serie: come parlare del nulla con tante parole (intervista a Woody Allen di Roberto Leggio sul sito di cinebazar):
Il suo film parla dell’ambivalenza dell’esistenza. Ma è così sottile la linea di demarcazione che divide la tragedia dalla commedia?
Ultimamente sono diventato un po’ più pessimista di quanto non lo fossi qualche tempo fa. Il mio sguardo sull’esistenza è diventato più grigio. Prendiamo ad esempio l’elezione di Bush alla presidenza degli Stati Uniti. Questo ha confermato la mia tragica visione sull’esistenza umana. La commedia di un uomo che si crede migliore di tutti ed invece è una tragedia per la democrazia. E’ in pratica quello che succede nei miei film. Una storia può essere raccontata sia in chiave brillante che drammatica e di solito opto per la prima. Ma per Melinda mi è venuto in mente che potevo prendere la stessa storia e raccontarla in entrambi i modi. Ho voluto, in pratica, amplificare la duplice natura del dramma umano.
Quindi, secondo lei, il tragico ed il comico hanno lo stesso peso?
I momenti comici sono banalità che si infrangono contro il senso di tragedia che permea l’esistenza di un essere umano. Si tratta di piccole zattere di salvezza che conducono inesorabilmente verso l’invecchiamento, la fine dell’umanità, la distruzione del pianeta e dell’universo…
***
«Melinda e Melinda è il mediocre esercizio di stile di uno dei più grandi, intelligenti, brillanti e amati registi statunitensi da mezzo secolo a questa parte. [...] Certo, alcune situazioni e alcune gag ci ricordano che stiamo guardando un film d'autore, ma ci ha davvero infastidito il modo didascalico che il vecchio Allen ha usato per "imbeccare" il pubblico. Un pubblico che lui stesso ha creato e a cui ha dato tanto, fino forse ad essere ora un po' a corto. Peccato!» (Claudia Russo, 16/12/2004, su cineclick)
Miracolini
by sasso67 (08/02/2007 - 13:36)
Le notti di Cabiria (Italia/Francia, 1957) di Federico Fellini. Con Giulietta Masina (Maria Ceccarelli, detta Cabiria), Frnçois Périer (Oscar D'Onofrio), Franca Marzi (Wanda), Amedeo Nazzari (Alberto Lazzari), Dorian Gray (Jessy), Aldo Silvani (il mago), Enio Girolami (Amleto, il magnaccia), Mario Passante (lo zio storpio), Leo Cattozzo (l'uomo con il sacco), Franco Fabrizi (Giorgio), Pina Gualandri (Matilda), Maria Luisa Rolando (Marisa), Polidor (il frate).
Uno dei migliori film di Fellini. Sicuramente un punto d'arrivo del primo Fellini, tanto è vero che il film successivo è La dolce vita (1960), quello della grande svolta.
E' capitato spesso che dei registi abbiano fatto dei film per la propria compagna, ma questo è uno dei rari casi in cui la protagonista riesce veramente a valorizzare il lavoro degli autori del film, che qui sono quattro grandi del cinema italiano: Fellini, Flaiano e Pinelli che scrissero la sceneggiatura e Pasolini che collaborò ai dialoghi. L'inizio del film, con la passeggiata di Cabiria per le campagne della Magliana fino al fiume sembra uscito dalle pagine di Ragazzi di vita, e lo stesso Pasolini si ricorderà di Cabiria per i suoi primi due film, Accattone (1961) e Mamma Roma (1962). E' però assolutamente strepitosa e imprescindibile la prestazione di Giulietta Masina, e non si riesce ad immaginare una Cabiria interpretata da un'attrice diversa da lei. A mia memoria, è la migliore interpretazione femminile che io abbia mai visto, dal momento in cui viene spinta nel fiume fino a quando se ne torna verso casa (anche se non ce l'ha più) con il trucco sfatto che le disegna su una guancia una lacrima alla Pierrot.
Con questo film, Fellini ha saputo tirare fuori ampi squarci di poesia da ambienti brulli e degradati, anche grazie al personaggio "ottimista nonostante tutto" di Cabiria.
La scena finale ambientata presso il laghetto nelle macchie di Castel Gandolfo è da antologia del cinema. Ma vi sono altre scene che restano nella memoria, come la rissa tra prostitute, il pellegrinaggio al Santuario della Madonna del Divino Amore e la sequenza dell'ipnotista nel teatrino di periferia.
Molto bravo anche Amedeo Nazzari, nella parte di un divo, un po' Errol Flynn un po' sé stesso.
Cabiria vinse l'Oscar 1958 come miglior film straniero e Giulietta Masina fu premiata come migliore attrice al Festival di Cannes del 1957. Oggi occupa meritatamente la posizione #138 nella top 250 del cinema mondiale sul sito dell'Internet Movie Database.
L'ultimo tema prima della vacanza
by sasso67 (07/02/2007 - 19:00)
Philip Roth, Everyman, Einaudi, 2007, pp. 123, € 13,50.
Philip Roth ci narra, nel suo ultimo romanzo, di un uomo di 71 anni, che si rende conto di approssimarsi alla morte. Pezzo dopo pezzo se ne sta andando, così come, pezzo dopo pezzo, ha perso le persone che nella vita gli sono state più care. Alcune le ha perdute per colpa sua (in particolare le prime due mogli e i due figli maschi), altre per le vicissitudini della vita (gli amici e i colleghi, la figlia). E quest'uomo, l'uomo qualunque del titolo lasciato in originale, l'uomo senza nome, si sta avvicinando alla morte senza la consolazione della religione o della filosofia, e alla fine muore. Anzi, muore all'inizio, perché tutto il libro è raccontato come un lungo flashback post mortem, come nel film Viale del tramonto (1951) di Billy Wilder.
In Everyman Roth ha al suo attivo, come quasi sempre, alcune idee forti da proporre e una scrittura fluida e intelligente, che gli è unanimemente riconosciuta, sebbene non abbia ancora convinto i parrucconi di Stoccolma ad assegnargli un meritatissimo Premio Nobel per la Letteratura. Le idee forti di questo libro sono, a mio parere, il sentimento di tristezza per l'approssimarsi della morte, la necessità per gli anziani di convivere con gli acciacchi («la loro biografia coincideva ormai con le loro cartelle cliniche»), la nostalgia per quanto si poteva fare (il sesso, lo sport) e che con la vecchiaia non è più consentito, la perdita delle persone care, il rapporto di amore e al tempo stesso d'invidia per un fratello irraggiungibile in ogni campo. Purtroppo, però, questa volta Roth non riesce a dare una forma distesa e compiuta a questa materia, stiracchiando 123 pagine come in un riassuntino dei suoi personaggi passati o come nel temino
di fine anno dello studente primo della classe che aspetta con impazienza le vacanze estive. Con Everyman (la copertina significativamente nera da cima a fondo) Roth non graffia, come aveva invece fatto in quel libro di terribile umanità e di meravigliosa riuscita letteraria che è Il teatro di Sabbath, limitandosi a scrivere un'autobiografia postuma di un uomo qualunque che tanto qualunque non è (ha tre matrimoni alle spalle, una carriera di pubblicitario di successo, donne allo schioccar di dita come Fonzie). Pur dichiarandosi devoto dello scrittore Saul Bellow, qui Roth non sa dare al suo romanzo l'ampio respiro di un libro cui Everyman mi ha rimandato spesso nel corso della lettura, e cioè Herzog (1964).
Il ritratto di quest'artista mancato da vecchio, un uomo solo, si riscatta nelle pagine intensissime e toccanti dedicate al rapporto di odio/amore e invidia/ammirazione per il fratello Howie.
Il pescatore di pesci rossi
by sasso67 (05/02/2007 - 20:00)
Inizio di primavera (Giappone, 1956) di Yasujiro Ozu. Con Ryo Ikebe (Shoji Sugiyama), Chikage Awashima (Masako Sugiyama), Keiko Kishi (Chiyo Kaneko), Chishu Ryu (Kiichi Onodera), Kuniko Miyake (Yukiko Kawai), Sô Yamamura (Yutaka Kawai).
Un impiegato che sta attraversando una crisi matrimoniale a causa della perdita di un figlio piccolo, cede alla corte di una giovane e un po' fatua collega, soprannominata "il Pesce Rosso". Quando la moglie, una donna di buon senso, scopre la tresca, l'uomo entra in crisi.
Ottimo film, venuto dopo Il viaggio a Tokyo (considerato il suo capolavoro), del maestro giapponese Ozu (1903-1963). Vi è espresso, ancora una volta, tutto l'umanitarismo del regista, che sa fondere storia personale e storia nazionale (l'inizio della primavera è tale per la coppia dei protagonisti, ma anche per il Giappone che, a dieci anni di distanza, si sta ancora leccando le ferite della guerra), in un ritratto corale di una generazione che si rimbocca le maniche, pur restando schiava di antichi pregiudizi orientali e di nuovi vizi d'importazione occidentale.
Il protagonista è in realtà una brava persona, molto attaccata agli amici (emozionante la scena della visita al collega morente), che pare distaccato nei confronti della famiglia a causa della tragedia che affligge soprattutto sua moglie. Si muovono intorno all'uomo molte persone, tra colleghi, amici, ex commilitoni, parenti e amiche della moglie, tutti trattati con un grande senso di misurata ironia. Più intimista rispetto al roccioso Kurosawa (anche se Inizio di primavera fa venire alla mente certi tratti di Vivere), Ozu sa infondere, sopra un palcoscenico che digrada dai palazzoni postbellici - più vicini ai casermoni neorealistici e poi pasoliniani che ai grattacieli da sogno americano - fino agli uffici così angusti, il senso di una moderna tragedia: la silenziosa disperazione riguardo alla fiducia tradita, ai valori da riclassificare, a un senso di comunità più ostentato che sentito, a una serie di ideali irrealizzati. Il regista, comunque, sa farci accettare ogni passaggio, grazie ad una messinscena commossa e commovente che ci si scolpisce dentro.
La terapia dell'amore
by sasso67 (04/02/2007 - 23:12)
Diario di una schizofrenica (Italia, 1968) di Nelo Risi. Con Ghislaine D'Orsay (Anna), Margarita Lozano (Madame Blanche), Umberto Raho (il padre di Anna), Marija Tocinowski (la madre di Anna).
La diciassettenne Anna, di buona famiglia borghese, schizofrenica conclamata almeno dall'età di dodici anni, viene ricoverata dai genitori - padre lontano e distratto dagli impegni di lavoro, madre disamorata e attenta soprattutto alla figlia più piccola - in una clinica svizzera, dove una terapeuta di buon senso, basandosi più sull'amore che sui libri di medicina, riuscirà a dare alla ragazza autonomia e a porla sulla strada che può condurre alla guarigione.
Non è semplice parlare di un film come questo di Nelo Risi (Milano, 1920), meno famoso fratello di Dino, a quasi quarant'anni di distanza, ponendolo ormai fuori dal contesto in cui fu realizzato. All'epoca fu un film importante e perfino innovativo, in cui la scelta stilistica di una messinscena spoglia e quasi incolore faceva da contrappunto alla serietà della materia trattata, sulla quale si appunta pressoché per intero l'interesse degli autori (oltre al regista collaborarono alla sceneggiatura, tratta da un libro della terapeuta Marguerite-Andrée Sechehaye, Fabio Carpi e lo psicoanalista Franco Fornari). Un film di puro contenuto, dunque, nel quale, però il
rigore stilistico e l'asciuttezza nel raccontare i fatti narrati non riscattano del tutto la scarsa efficacia spettacolare dell'intera pellicola, rischiando di offrire una rappresentazione altrettanto sbiadita quanto i colori della clinica svizzera in cui viene ricoverata la protagonista.
A parte il fatto che secondo me il titolo, più che Diario di una schizofrenica, avrebbe dovuto essere Diario su una schizofrenica oppure Diario di una psicoterapeuta, con tutto il rispetto per il coraggio culturale dimostrato dal regista e per la bravura delle due ottime interpreti principali, la francese D'Orsay e la spagnola Lozano (già vista con Buñuel e successivamente con i Taviani e con Moretti), su argomento analogo consiglierei di vedere Family Life (1971), uno dei primi film di Ken Loach.
Quando gli indiani erano cattivi
by sasso67 (04/02/2007 - 00:31)
Nessuna pietà per Ulzana (USA, 1972) di Robert Aldrich. Con Burt Lancaster (McIntosh), Bruce Davison (tenente Garnett DeBuin), Jorge Luke (Ke-Ni-Tay), Richard Jaeckel (il sergente), Joaquin Martinez (Ulzana), Lloyd Bochner (capitano Charles Gates), Karl Swenson (Willy Rukeyser), Douglas Watson (maggiore Cartwright), Dran Hamilton (la signora Riordan), John Pierce (il caporale), Gladys Holland (la signora Rukeyser), Aimée Eccles (la ragazza indiana di McIntosh), Richard Bull (Ginsford), Margaret Fairchild (Abbie Ginsford).
Domanda: perché gli indiani sono così cattivi? Risposta: per i soldati in uniforme blu lo sono per costituzione genetica ed etnica, per natura, perché sono dei selvaggi. Non sono minimamente sfiorati dal dubbio, che invece sembra instillare Aldrich, che gli Apache non avevano altra scelta, dopo che i bianchi li avevano cacciati dalle loro terre e confinati nelle riserve, ormai prive di bisonti, sterminati per fare posto alla strada ferrata.
Figurativamente Aldrich si ispira, per quello che resterà il suo ultimo western "serio" (nel 1979 girerà Scusi, dov'è il West? con Gene Wilder e Harrison Ford), più ai classici di John Ford che non ai nuovi autori come Peckimpah o Penn, per non parlare di Sergio Leone. Rispetto alla classicità di Ford, però, manca Dio: c'è il male rappresentato da Ulzana, ma il bene dov'è? Forse l'unico personaggio veramente positivo è il bambino che sfila l'anello dall'anulare della madre morta per evitare che gli Apache le taglino il dito, ma non può essere certo identificato con la divinità. Il massacro finale dimostra che la redenzione, tra quelle montagne pietrose, è soltanto un miraggio, e il tenentino che dovrebbe avere assorbito la lezione del suo personalissimo romanzo di formazione, non ha in realtà partecipato alla battaglia finale contro Ulzana. Almeno, avrà però imparato il rispetto verso Ke-Ni-Tay, lo scout indiano che lavora alle dipendenze dell'esercito americano e gli è leale fino alla fine. Il giovanotto, comunque, uscirà da questa avventura iniziatica con qualche certezza in meno rispetto all'inizio, e forse si domanderà se valeva davvero la pena sacrificare tante vite umane per la conquista di un territorio che le alte sfere di Washington considerano meno appetibile dell'inferno.
Pessimo il doppiaggio italiano, uno dei peggiori mai sentiti.


Masochista fu il film e chi lo vide
by sasso67 (04/02/2007 - 00:27)
Masoch (Italia, 1980) di Franco Brogi Taviani. Con Paolo Malco (Leopold von Sacher Masoch), Francesca De Sapio (Wanda/Aurora Rumelin), Fabrizio Bentivoglio (Alexander), Inga Alexandrova (Irina), Claudio Sorrentino (Armand), Remo Remotti (Grunwald), Valeria D'Obici (Hulda), Dario Mazzoli (Staudenheim), Stefano Calanchi
(il greco), Franca Lumachi (la levatrice).
Anni fa, di un film così si diceva che "faceva scandalo". Rivisto a distanza di ventisette anni, questo Masoch, lungi dal fare scandalo (magari!), riesce soltanto ad annoiare.
Il terzo Taviani, nascosto dietro un doppio cognome, forse proprio su richiesta dei più famosi (e più bravi) fratelli, recepisce gli aspetti deteriori deteriori del bertoluccismo, i cui scampoli ammorbavano ancora gran parte del cinema italiano agli inizi degli anni ottanta, senza offrire in cambio niente di spettacolare. Soffrendo in maniera quasi straziante le ristrettezze del budget, Brogi Taviani ci mostra che cosa avrebbero potuto essere Visconti, o peggio, Bolognini, o peggio ancora, Zeffirelli, senza i soldi sufficienti a fare un film dei loro. Girato, per questa ragione, quasi tutto in interni, il film risulta verboso e inconcludente: ci dice poco di due persone delle quali tenta di mostrare le miserie morali e materiali. Forse riesce soltanto a farci comprendere come Leopold (sì, è proprio quel Masoch che provava piacere nel beccarsi frustate sulla groppa ed altri bondaggismi del genere) fosse uno scrittore di scarso talento, che aveva bisogno delle sofferenze fisiche e delle umiliazioni per ispirarsi. Il discorso sulla perversione del potere, che camuffa la propria invadenza dietro alle presunte sofferenze subite, e quello che potrebbe avere una valenza femminista (la donna vampirizzata dal maschio sfruttatore che la schiavizza costringendola a mascherarsi da padrona per continuare a rigenerare la propria energia vitale e creativa) restano ampiamente celati, tanto da parere piuttosto un pretesto per le noiose evoluzioni dei personaggi.
Fortunatamente, in ogni caso, dopo alcuni anni la povera donna si liberò dell'ingombrante marito, che, sarà anche un caso, era "Cavaliere".
Fra gli attori di contorno, si nota un giovane Fabrizio Bentivoglio. Dei due protagonisti, invece, è bravina la De Sapio, mentre Malco risulta inespressivo fin quasi alla catatonia.
«Se si mettono da parte le ambizioni ideologiche dell'autore, la storia di questa coppia imbecille e infelice ha un sottofondo disperato che talvolta, dietro lo schermo didascalico, sa emergere soprattutto sul versante della donna. Le scene di masochismo sono più comiche che immonde.» (Giovanni Grazzini, 1980)
«Il risultato è a tratti drammaticamente claustrofobico, a tratti asfittico; mentre il catalogo delle perversioni si snoda con un rigore vicino all'ascesi e rischiando a volte l'umorismo involontario.» (Tullio Kezich, 1980)
Minchia, signor tenente!
by sasso67 (04/02/2007 - 00:25)
La donna del tenente francese (GB, 1981) di Karel Reisz. Con Meryl Streep (Sarah; Anna), Jeremy Irons (Charles Smithson; Mike), Hilton McRae (Sam), Emily Morgan (Mary), Charlotte Mitchell (la signora Tranter), Linsey Baxter (Ernestina), Jean Faulds (la cuoca), Peter Vaughan (il signor Freeman), Colin Jeavons (il vicario), Liz Smith (la signora Fairely), Patience Collier (la signora Poulteney), Leo McKern (dott. Grogan), Michael Elwyn (Montague, l'avvocato), David Warner (Murphy), Gérard Falconetti (Davide), Penelope Wilton (Sonia), Joanna Joseph (Lizzie).
Il film dell'anglocecoslovacco Reisz, già pioniere del free cinema britannico, è quasi perfetto. Sarebbe forse perfetto, secondo me, se il glorioso sceneggiatore Pinter (un altro inglese di origini est-europee, Premio Nobel 2005 per la letteratura) non avesse voluto aggiungere alla vicenda, narrata da John Fowles nel libro all'origine del film, la parte ambientata ai nostri giorni. Quest'ultima parte del film, forse necessaria agli autori per rafforzare la tesi secondo la quale "in amor vince chi fugge" anche ai nostri tempi, è quella più debole e comunque, nell'economia dell'intera pellicola, anche abbastanza pleonastica.
La donna del tenente francese è, in ogni caso, un film di livello elevato, nella migliore tradizione del cinema inglese, con una fotografia a dir poco eccellente di Freddie Francis, almeno nella frazione vittoriana, e due interpreti di altissimo livello: Meryl Streep nel suo periodo aureo e un Jeremy Irons che all'epoca cominciava avagire nel cinema che conta.
«Memore anche dei copioni scritti per Losey, il commediografo inglese Pinter ha giocato sul tema dell'ambiguità (nella pittura del carattere di Sarah-Anna e nella struttura narrativa) con mano intelligente.» (Giovanni Grazzini, 1981)
«Reisz gira e monta magistralmente, riuscendo a creare soprattutto nella seconda parte un seducente amalgama narrativo.» (Tullio Kezich, 1981)


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