Totò on the road
by sasso67 (27/04/2007 - 21:12)
Totò e Carolina (Italia, 1955) di Mario Monicelli. Con Totò (agente Antonio Caccavallo), Anna-Maria Ferrero (Carolina De Vico), Arnoldo Foà (il commissario), Maurizio Arena (Mario, il ladro), Tina Pica (la donna all'ospedale), Gianni Cavalieri (l'uomo di Venezia), Rosita Pisano (la signora Barozzoli), Mario Castellani (Goffredo Barozzoli), Nino Vingelli (il brigadiere), Enzo Garinei (Dott. Rinaldi figlio),
Fanny Landini (una prostituta), Guido Agostinelli (il padre di Antonio).
L'agente di p.s. Antonio Caccavallo, addetto alla camionetta, durante una retata di prostitute, arresta per errore una servetta che ha tentato il suicidio per una delusione amorosa. Il commissario gli affida l'incarico tassativo di riportarla da Roma al suo paesello.
Buon film comico - patetico con Totò, che all'epoca ebbe parecchi problemi con la censura, pare perché avrebbe messo in ridicolo le forze di polizia e perché mostrava un gruppo di comunisti che andavano ad una manifestazione (fu fatta cancellare dal sonoro Bandiera rossa). Ovviamente il film funziona soprattutto quando in scena c'è il comico napoletano (esilaranti le gag in ospedale e gli equivoci sul nome della famiglia Barozzoli, ribattezzati, com'è ovvio, Bacarozzi). Anche il contorno, comunque, sembra uscito dai film neorealisti. E questo è un merito di Monicelli.
Detective culone
by sasso67 (26/04/2007 - 00:08)
Il pornOcchio (USA, 1971) di John G. Avildsen. Con Allen Garfield (Jake Masters), Madeleine Le Roux (Cora Merrill), Devin Goldenberg (Keith), David Kirk
(Jason Dominic), Sean Walsh (Gene Sprigg), Paul Sorvino (poliziotto che tossisce).
Il futuro regista del primo e del quinto episodio di Rocky, nonché della saga (?) del Karate Kid e di I vicini di casa (1981), ultimo film di John Belushi, si cimentò, agli inizi degli anni settanta con la commedia erotica. Questo PornOcchio (titolo originale: Cry Uncle!) vorrebbe essere una parodia dei vari Marlowe e compagnia investigante. In letteratura un'operazione simile era riuscita alla perfezione al Boris Vian di ...e i mostri saranno uccisi (1948). Altrettanto non si può dire di questo film dove l'erotismo è greve e l'umorismo sciapito, o viceversa, ché tanto il risultato non cambia di molto. Se vedere il lardoso Allen Garfield a culo nudo per tutto il film è il massimo che si chiede a un film, allora vedere Il pornOcchio è d'obbligo; altrimenti ci si può astenere tranquillamente.
Lunga vita al tamburino!
by sasso67 (25/04/2007 - 20:20)
Il tamburo di latta (RFT/Francia/Polonia/Yugoslavia, 1979) di Volker Schlöndorff. Con David Bennent (Oskar Matzerath), Mario Adorf (Alfred Matzerath), Angela Winkler (Agnes Koljaicek), Daniel Olbrychski (Jan Bronski), Katharina Thalbach (Maria), Heinz Bennent (Greff), Andréa Ferréol (Lina Greff), Fritz Haki (Bebra), Mariella Oliveri (Roswitha Raguna), Tina Engel (Anna Koljaicek da giovane), Berta Drews (Anna Koljaicek da vecchia), Roland Teubner (Joseph Koljaicek), Charles Aznavour (Sigismund Markus), Mieczyslaw Czechowicz (Kobyella).

Oskar: Per dire la verità, signor Bebra, io preferisco far parte del pubblico, e far fiorire la mia piccola arte in segreto.
Bebra: Mio caro Oskar, dai retta ad un collega esperto. Quelli come noi non devono mai sedere tra il pubblico. Quelli come noi debbono esibirsi e condurre lo spettacolo, altrimenti gli altri condurranno noi. E gli altri stanno arrivando. Occuperanno le fiere e organizzeranno fiaccolate, costruiranno palchi e li riempiranno. E da quei palchi predicheranno la nostra distruzione.
Chi ha pensato che il film di Schlöndorff potesse rappresentare l'equivalente dell'omonimo romanzo di Günter Grass ha preso un granchio gigantesco. Non si può nemmeno lontanamente pensare che il regista tedesco non avesse ben presenti tutte le difficoltà di portare sullo schermo un testo tanto complesso, magmatico, imponente e importante. Uscito con vent'anni di ritardo rispetto al capolavoro di Grass, costretto a condensare in meno di due ore e mezzo (che per un film è comunque una durata considerevole), Il tamburo di Schlöndorff non poteva che offrire e sviluppare alcuni dei moltissimi spunti presenti nel romanzo. E quello che si chiede allo spettatore, così come al critico, è di giudicare Il tamburo di latta di Schlöndorff in quanto film. E il giudizio complessivo sul film è, a mio modesto parere, più che positivo. Raccontato tutto sommato con sveltezza, Il tamburo non trascura le tematiche fondamentali dell'opera letteraria, con questa storia di Danzica vista dal basso (letteralmente), da chi non accetta la follia del mondo e batte sul tamburo della protesta.
Consiglio a tutti di vedere questo film, perché riesce a non annoiare e a raccontare una storia, che si cimenta spesso con il grottesco e con il surreale - fino a toccare, talvolta, la festosa nostalgia carnevalesca del migliore Fellini - ma resta sempre saldamente ancorata alla realtà, tragica, dei fatti; in più è fotografata benissimo (complimenti a Igor Luther) e recitata da un gruppetto di attori bravissimi, da Mario Adorf ad Angela Winkler, passando per Olbrychski e Aznavour, fino ad arrivare al sorprendente ragazzino David Bennent (figlio di Heinz che interpreta Greff), capace di essere prodigiosamente credibile dai tre ai trent'anni. Non mancano, infine, scene commoventi, come quella del suicidio del giocattolaio ebreo che riforniva il piccolo Oskar dei tamburi bianchi e rossi. Consiglio, comunque, anche di leggere l'immenso romanzo di Grass. Per una volta, l'accoppiata libro - film è azzeccata.
Guitti mobili
by sasso67 (23/04/2007 - 20:35)
Luci del varietà (Italia, 1950) di Alberto Lattuada e Federico Fellini. Con Peppino De Filippo (Checco Dal Monte), Carla Del Poggio (Liliana Antonelli), Giulietta Masina (Melina Amour), Dante Maggio (Remo, il cantante), Folco Lulli (Adelmo Conti), Checco Durante (il proprietario del teatro), Franca Valeri (la coreografa ungherese), Carlo Romano (l'avv. Enzo La Rosa), Giacomo Furia (Duke), Giulio Calì
(il mago Edison Will), John Kitzmiller (John), Fanny Marchiò (la soubrette), Vittorio Caprioli e Alberto Bonucci (i due fantasisti).
Alla compagnia di guitti del capocomico Checco Dal Monte si aggrega l'aspirante soubrette Liliana, venuta dalla campagna. Poco talentuosa, ma procace e arrivista, la ragazza cerca di ottenere i favori di Checco, che lascerà tutto per lei. Ma quando un ricco impresario teatrale mette gli occhi su di lei, Liliana, ormai diventata Lily, pianterà in asso il patetico pigmalione.
Fellini esordisce alla regia in condominio con Lattuada, mentre le rispettive mogli (Giulietta Masina e Carla Del Poggio) recitano a fianco di Peppino De Filippo. Sembra ovvio che le parti curate da Fellini siano quelle che riguardano il mondo del varietà, con le sue tante miserie e con i suoi pochi successi, specialmente ai livelli bassi della compagnia scalcinata di Checco Dal Monte, mentre Lattuada si occupa delle vicende personali dei vari personaggi, sempre sull'orlo di un ironico patetismo, specialmente nelle figure di Checco e della sua eterna fidanzata Melina, una Giulietta Masina che sembra fare le prove per i futuri personaggi di Gelsomina e Cabiria.
Nonostante che non si tratti del migliore film dei due autori italiani (specialmente per qunto riguarda Fellini si può parlare di prove tecniche di regia), la riuscita di Luci del varietà è assicurata proprio da questo impasto di patetismo e ironia, ben incarnate nella figura di Peppino, attore nato sul palcoscenico, ottimamente contornato da personaggi cone le facce affamate da guitti di provincia: mentre Liliana scalza la primadonna e va in tournée a Milano, la compagnia di Checco va in Puglia per alcune date nei teatri di Bisceglie, Molfetta e Trani.
Frankenstein d'argilla
by sasso67 (21/04/2007 - 19:08)
Il Golem - Come venne al mondo (Germania, 1920) di Paul Wegener e Carl Boese. Con Paul Wegener (il Golem), Albert Steinrück (il rabbino Löw), Lyda Salmonova (Miriam), Ernst Deutsch (Famulus, il servitore), Hans Stürm (il rabbino Jehuda), Lothar Müthel (il cavaliere Florian), Otto Gebühr (l'imperatore Rodolfo), Greta Schröder (la bambina con la rosa).
Nella Praga del 1500, sotto il regno dell'imperatore Rodolfo II d'Asburgo, il rabbino Löw, capo della comunità ebraica perseguitata e cabalista di riconosciuta fama, crea con l'argilla un gigantesco manichino umano, al quale riesce a dare vita per mezzo di una formula magica impressa su una stella che applica sul petto della statua. Questa creatura, cui viene dato il nome di Golem, fungerà da fedele servitore del rabbino, ma si rifiuterà di essere disattivata mediante la rimozione della stella. Usato per scopi criminali, il Golem si rivolterà contro i suoi stessi creatori, fino ad essere messo fuori combattimento dalla creatura più innocente.
Quella del Golem è un'antica leggenda ebraica, nata nel ghetto praghese, somigliante alla vicenda del Frankenstein: l'uomo che si cimenta con la creazione (la prerogativa divina per eccellenza) e la creatura che gli si rivolta contro e diventa pericolosa. Ma la vicenda del Golem è anche quella della creatura dotata di forza bruta e senza autonoma volontà, che, eseguendo pedissequamente gli ordini di un'autorità esterna si espone al rischio di commettere dei crimini (e in questo senso è anche una prefigurazione del
destino di tanti tedeschi di lì a pochi anni).
Inserita in una Praga che aggiunge ai misteri della Città magica anche quelli di una scenografia pulsante di vita ed ispirata in maniera più o meno diretta dall'espressionismo figurativo, la storia funziona a meraviglia, anche grazie all'inquietante fotografia di Karl Freund (L'ultima risata, Metropolis, All'ovest niente di nuovo, Dracula, solo per citarne alcuni).
Ottimo Wegener anche nelle vesti di interprete, che fornisce al Golem un'espressione quasi sarcastica, grazie al ghigno plasmato sulla sua faccia.
Chi abbia visto il Frankenstein di James Whale non può fare a meno di notare moltissimi elementi che provengono da questo film (il passo robotico e i piedoni del Golem, l'incontro con la bambina, eccetera).
Travaglio: La scomparsa dei fatti
by sasso67 (21/04/2007 - 00:03)
Marco Travaglio, La scomparsa dei fatti, Il Saggiatore, 2006, pp. 316, € 15,00.
Per una strana coincidenza, il libro comincia e finisce in Ungheria, nell'arco di cinquant'anni. Travaglio apre con un magistrale saggio di giornalismo di Indro Montanelli, che racconta, quasi in diretta, la rivolta ungherese del 1956. Lo fa in maniera sofferta e autocritica, subito dopo avere detto tutto il male possibile, ed era tanto, della repressione sovietica. Un pezzo del miglior giornalismo, che dovrebbe essere la bibbia dei giovani giornalisti, altro che le redazioni del Foglio o del Tg4...
Ogni libro di Travaglio è una scarica di pugni nello stomaco del lettore, perché il bravo giornalista torinese ci fa una sorta di riassunto, accurato come non l'abbiamo mai letto, di fatti e misfatti che giornali e tv ci fanno fagocitare smussati di tutto quanto possa urtare il potente di turno, infarcendoli di commenti bipartisan per rispettare la cosiddetta par condicio, che non scontenta i politici ma tiene all'oscuro di quanto succede l'ignaro cittadino.
Ma in questo caso, va detto, il libro di Travaglio è soprattutto una dolorosa autocritica dello stato del mestiere di giornalista in Italia, servo e succube di chi gli passa lo stipendio, e sempre in danno del cittadino che dovrebbe semplicemente essere messo al corrente di cosa accade nel mondo.
Da Mani pulite alla guerra in Iraq per arrivare a Calciopoli e Vallettopoli, Travaglio ci fornisce un inquietante e sconsolato ritratto del giornalismo italiano, troppo spesso complice dei politici e troppo spesso bugiardo verso i lettori dei giornali o gli spettatori dei TG. Con un ordine professionale tenerissimo nei confronti di chi sgarra, come, solo ad esempio, il giornalista di Libero Renato Farina, meglio noto come agente Betulla, al soldo del Sismi per diffondere notizie false in danno di politici avversari.
Una lettura come sempre indispensabile, sebbene sia da sconsigliare a chi soffra di mal di fegato.
Genova in bianco e nero
by sasso67 (18/04/2007 - 19:34)
Genova senza risposte (Italia, 2002) di Stefano Lorenzi, Federico Micali, Teresa Paoli.
Uno dei migliori documentari mai girati in Italia. Non c'è paragone con il più didascalico filmetto di Francesca Comencini Carlo Giuliani, ragazzo (2002). L'unica pietra di paragone calzante potrebbe essere Bowling a Columbine (2002) di Michael Moore. Genova senza risposte è una descrizione fedele di quanto accadde a Genova in quei maledetti (all'inizio bellissimi, con incontri, marce e concerti) giorni del G8 tra il 16 e il 22 luglio 2001. Ma i tre giovani registi reiscono a trasfigurare il nudo e crudo resoconto filmato, che impietosamente accusa le forze dell'ordine, in qualcosa di emozionante, che tocca il culmine durante il discorso della madre di Plaza de Mayo.
La storia è nota: Carabinieri e Polizia (piange il cuore a dirlo, per il rispetto che nutro verso questi corpi) provocarono ed attaccarono deliberatamente i cortei pacifici, dopo avere lasciato mano libera alla furia distruttrice del black bloc, scrivendo quella che probabilmente è la pagina più nera delle nostre forze di polizia nella storia repubblicana. Aggiungendo poi il tocco finale con le torture di Bolzaneto e il sanguinoso blitz alle scuole Diaz. Da questo punto di vista, almeno stando alle immagini che scorrono davanti ai nostri occhi increduli, si può dire, paradossalmente, che è andata fin troppo bene che ci sia scappato un solo morto.
Ottimo davvero il lavoro dei tre giovani registi, i quali usano un bianco e nero che riesce ad essere più vero della realtà.
Il film è scaricabile gratuitamente anche da qui.
Noi non abbiamo paura della bomba
by sasso67 (18/04/2007 - 00:48)
Ikimono no kiroku (Giappone, 1955) di Akira Kurosawa. Con Toshiro Mifune (Kiichi Nakajima), Takashi Shimura (Dott. Harada), Eiko Miyoshi (Toyo Nakajima), Yutaka Sada (Ichiro Nakajima), Minoru Chiaki (Jiro Nakajima), Haruko Togo (Yoshi Nakajima), Kyoko Aoyama (Sue Nakajima), Masao Shimizu (Yamazaki), Kazuo Kato (Susumu), Noriko Sengoku (Kimie), Kiyomi Mizonoya (l'ex amante).
Un anziano industriale di condizioni agiate decide di andare a vivere in Brasile per evitare il rischio di essere ucciso dalla bomba atomica o dalla bomba all'idrogeno. Per realizzare il suo progetto deve però vendere la propria fonderia e quindi lasciare senza lavoro l'intera sua famiglia. Questa fa causa al vecchio per farlo interdire. Un dentista che funge anche da mediatore nelle cause familiari resta colpito dai discorsi dell'anziano industriale e si pone delle domande.
Dopo I sette samurai (1954), Kurosawa realizza un film su una delle tematiche cruciali del cinema degli anni cinquanta e sessanta, quella della paura della bomba atomica. Nessun popolo ha più diritto di quello giapponese di avere paura della bomba atomica e il tema è pregnante per Kurosawa e d'attualità per tutto il mondo. Un film che nasce da queste premesse sarebbe potuto essere un capolavoro. E invece Ikimono no kiroku (letteralmente: Testimonianza di un essere vivente) non lo è. Secondo me soprattutto per due motivi. Primo perché sarebbe stato necessario un sovrappiù di satira per affrontare un argomento così drammatico, secondo un'operazione che sarebbe riuscita quasi alla perfezione, una decina d'anni più tardi, a Stanley Kubrick con Il dottor Stranamore. Secondo perché è sbagliata la scelta dell'attore protagonista. Il pur bravissimo Toshiro Mifune, trentacinquenne, era troppo giovane per interpretare, per tutta la durata del film, un ultrasettantenne. Per questi due motivi, purtroppo le scene madri risultano di un impasto di patetico perfino eccessivo, che viene messo in scena da un attore costretto a troppe smorfie per essere credibile. E, alla fine di tutto, il rovello del protagonista ("io non ho paura della bomba atomica, ma rifiuto di essere ucciso dalla bomba atomica!") non riusciamo a sentirlo nostro.
Nichilista sarà lei!
by sasso67 (16/04/2007 - 20:31)
I demoni (Francia, 1988) di Andrzej Wajda. Con Jerzy Radziwilowicz (Shatov), Isabelle Huppert (Maria Shatov), Jutta Lampe (Marfa Lebjadkina), Philippine Leroy-Beaulieu (Lisa), Bernard Blier (il governatore), Jean Philippe Ecoffey (Piotr Verkhovenskij), Laurent Malet (Kirillov), Omar Sharif (Stiepan Verkhovenskij), Lambert Wilson (Nikolaj Stavroghin), Wladimir Yordanoff (Lebjadkin), Zbigniew Zamachowski (Liamchin).
Operazione rischiosa, per Wajda, quella di portare sugli schermi un romanzo come I demoni di Dostoevskij. Innanzitutto condensare in meno di due ore un romanzo di una mole non indifferente, e in secondo luogo tradurre in immagini la complessità dell'originale dostoevskiano erano operazioni che richiedevano un lavoro minuzioso che la squadra del regista non è stata in grado di mettere in atto. Fatti fuori alcuni personaggi ed alcune vicende del libro, neanche lo sceneggiatore pluridecorato Jean-Claude Carrière riesce a farci capire quali siano veramente i demoni di cui parlava lo scrittore russo.
Uscito pressappoco nel periodo in cui dalla Polonia giungeva sugli schermi di tutto il mondo il Decalogo di Kieslowski, con il quale è inevitabile un confronto, seppure alla lontana, I demoni fa fare al veterano Wajda la figura del pivellino. Alla scarsa riuscita contribuisce anche un cast franco-polacco che non convince fino in fondo. Il migliore, secondo me, è Laurent Malet nella parte dell'ateo coerente fino all'ultimo Kirillov, ma se la cavano anche Radziwilowicz e ovviamente Isabelle Huppert. «Ma» come nota Tullio Kezich «Stavroghin, il demone numero uno, nell'incarnazione di Lambert Wilson sembra Dracula; la tedesca Jutta Lampe è truccata da Gelsomina e Omar Sharif fa la figura di un levantino che ha perso l'aereo».
Lo sgombero dell'anima
by sasso67 (16/04/2007 - 19:41)
Tutti i battiti del mio cuore (Francia, 2005) di Jacques Audiard. Con Romain Duris (Thomas Seyr), Niels Arestrup (Robert Seyr), Jonathan Zaccaï (Fabrice), Gilles Cohen (Sami), Linh Dan Pham (Miao Lin), Aure Atika (Aline), Anton Yakovlev (Minskov), Emmanuelle Devos (Chris), Sandy Whitelaw (Fox).
Il figlio di una pianista classica (morta) e di un trafficone d'immobili ha scelto il campo d'affari del padre. Un giorno, però, scopre di poter coltivare il proprio talento pianistico ereditato dalla madre. Questa passione, coltivata grazie a un'insegnante cinese, è contrastata dagli impegni di lavoro contratti con i soci e dall'aiuto prestato al padre nella sua attività al confine dell'illecito.
Un buon film, diretto con mano sicura da un regista (Parigi, 1952) che respira cinema fin dalla nascita, essendo il padre Michel uno dei più noti sceneggiatori francesi. Non è un capolavoro, ma esprime bene la difficoltà del protagonista di affrancarsi dall'attività prosaica e anche pericolosa sulle orme del padre e quella, forse ancor più difficile e impegnativa, dell'attività concertistica. Il ragazzo, nonostante gli sforzi, è indubbiamente più portato per la prima; anzi, davanti al pianoforte si bloccherà già nel momento dell'audizione, mentre non avrà paura di affrontare i pericolosi assassini di suo padre. E' un po' pleonastica la storia d'amore o piuttosto di sesso (forse intrapresa proprio per salvare il matrimonio dell'amico?) tra Thomas e la moglie del suo socio, ma il film, se non proprio geniale, è quanto meno avvincente. La prima parte è la migliore.
L'ambasciatore porta pena
by sasso67 (15/04/2007 - 17:37)
Persona non grata (Russia/Polonia/Italia, 2005) di Krzysztof Zanussi. Con Zbygniew Zapasiewicz (Wiktor), Nikita Mikhalkov (Oleg), Jerzy Stuhr (Radca), Remo Girone (Alfredo, l'ambasciatore italiano), Victoria Zinny (Luciana), Daniel Olbrychski (il viceministro), Andrzej Chyra (Waldemar), Maria Bekker (Oksana), Halina Golanko (Helena), Jorge Temponi (il veterinario).
L'ambasciatore polacco in Uruguay, diplomatico di lungo corso, ha appena perduto l'amatissima moglie Helena. È un uomo di vecchio stampo, abituato a giochi e giochetti della diplomazia, e non insensibile anche a qualche traffico poco lecito. Però la scomparsa della moglie lo lascia come privo di riferimenti e vulnerabile ai maneggi, veri o presunti, dei collaboratori, dal collega russo Oleg al proprio viceministro e alla sua bella moglie Oksana, passando per l'infido sottoposto Radca.
Persona non grata è un buon film, seppure non perfettamente riuscito. È spaesante, tanto che tra diplomatici polacchi, russi e italiani, ci si rende conto soltanto dopo un bel pezzo che l'ambientazione della vicenda è la Montevideo dei giorni nostri. E l'effetto, c'è da giurarci, è voluto. Nell'anno (il 2005) della morte di Karol Wojtyla, Zanussi risorge dalle ceneri della retorica papalina e sforna un film che sembra partire da una perdita importante. Con il decesso Helena, a Wiktor viene a mancare la stella polare: per qualcuno può essere la patena figura del papa polacco, per altri (come il maneggione ma onesto Oleg) potrebbe essere il tramonto dell'ideologia marxista. I più colpiti, sembra dire Zanussi, per un verso o per l'altro, sono comunque gli uomini dell'est europeo, i cui paesi sono stati smembrati e talvolta svenduti al miglior offerente. Non è un caso che nei night di Montevideo si esibiscano per pochi pesos ballerine e ballerini provenienti da un'Europa dell'est sempre più indecifrabile, e che preferiscono restare al di là dell'oceano, vittime di sfruttatori senza scrupoli che non esitano a privarli del passaporto, piuttosto che tornare in patria (?). E non è un caso nemmeno che nell'affare che più interessa le diplomazie di mezzo mondo (la vendita di elicotteri all'esercito uruguayano) i pur smaliziati ambasciatori esteuropei siano beffati dal volpino ambasciatore italiano.
A mio parere un tocco più marcato di satira graffiante avrebbe giovato al film e al personaggio del protagonista, per il quale sembra di poter dire che il bravo Zapasiewicz si sia ispirato al Fernando Rey ambasciatore del Miranda nel Fascino discreto della borghesia, che un po' rimpiangiamo. Ottimo Mikhalkov nella parte del diplomatico russo.
Morte a debito
by sasso67 (14/04/2007 - 13:31)
Carlo Giuliani, ragazzo (Italia, 2002) di Francesca Comencini.
Un ragazzo con un estintore in mano. Una pistola che si sporge da una camionetta dei Carabinieri. Fuoco!
La tesi del film - documentario della Comencini, come è chiaro fin dal titolo, è che Carlo Giuliani non era né un pericoloso facinoroso né un angioletto, ma semplicemente un ragazzo normalissimo che si è trovato per caso nel posto sbagliato in un giorno prevedibilmente difficile ed ha reagito all'ingiustizia di un attacco subito dal corteo pacifico cui partecipava. Chi non ha capito questo ha criticato il film partendo da preconcette posizioni politiche inconciliabili e spesso intolleranti, ed ha fatto degli inutili sproloqui, ottenendo l'unico risultato di offendere, talvolta al di là delle stesse intenzioni, un ragazzo morto a ventitre anni. E chi ha preconcettualmente criticato il film della Comencini, che di difetti ne ha eccome, non si è abbastanza soffermato sulle frasi pronunciate dai familiari e dagli amici di Carlo Giuliani, a cominciare da quelle dei genitori e della sorella, così come da quelle dell'avvocato Pisapia: che non sono parole di odio per chi sparò a Carlo. Tutte queste voci chiedono soltanto di sapere la verità e il fatto che questa verità venga nascosta sotto i pretesti più idioti (il proiettile del carabiniere deviato da un calcinaccio, ma andiamo...) può dare adito a chissà quali sospetti.
Per il resto, va detto che l'impressione che si trae dal film è effettivamente quella di un ragazzo che sia capitato lì per caso, essendo uscito di casa ancora indeciso se andare al mare o alla manifestazione. Ma, si dirà, il racconto di quel tragico 20 luglio 2001 si basa tutto sulle parole della mamma di Carlo, ed ovviamente non si può chiedere ad una madre di essere obiettiva quando parla del figlio, specialmente se questo è morto a ventitre anni. Chi può impedire ad una madre di pensare e di dire che il suo figlio era un ragazzo meraviglioso? Vi è sicuramente qualche romanticismo di troppo, come quando la signora Haidi paragona i ragazzi foderati di gommapiuma a dei cavalieri medievali, ma l'impressione che si trae di quelle tragiche giornate genovesi è che le forze di polizia (intesa genericamente) esagerarono con la repressione nei confronti di chi partecipava alle manifestazioni pacifiche, lasciando invece mano libera, inspiegabilmente, ai black bloc che stavano mettendo Genova a ferro e fuoco. L'impressione è, oltre tutto, rafforzata da quanto accadde alla scuola Diaz o nella caserma di Bolzaneto.
Ricordo che all'epoca del G8 del 2001 dissi che da un evento simile (per di più organizzato nella città italiana, dopo Venezia, più sbagliata) sarebbero usciti tutti perdenti, da Bush fino all'ultimo noglobal. Forse per l'unica volta della mia vita avevo purtroppo azzeccato il pronostico.
Cronaca grigia
by sasso67 (14/04/2007 - 12:34)
Cronaca di una morte annunciata (Colombia/Francia/Italia, 1987) di Francesco Rosi. Con Rupert Everett (Bayardo San Roman), Ornella Muti (Angela Vicario), Gian Maria Volonté (Cristo Bedoya), Irene Papas (la madre di Angela), Lucia Bosè (Placida Linero), Anthony Delon (Santiago Nasar), Sergi Mateu (Cristo Bedoya da giovane), Carlos Miranda (Pedro Vicario), Rogerio Miranda (Pablo Vicario), Alain Cuny Iil vedovo di Xius), Carolina Rosi (Flora Miguel), Silverio Blasi (colonnello Aponte), Vicky Hernandez (Clotilde Armenta).
In un villaggio della Colombia che sembra vivere in un'epoca fuori dal tempo, un giovane viene ucciso dai fratelli di una ragazza alla quale è sospettato di avere tolto la verginità ed è per questo stata ripudiata dal ricco marito la notte stessa delle nozze. A vent'anni di distanza, i fatti sono rievocati da un medico, in gioventù amico della vittima, tornato al paese natale per lavoro.
Sicuramente esagerarono i critici francesi quando da Cannes lo ribattezzarono Cronaca di una merda annunciata. Però Rosi, un po' come i personaggi della vicenda, non fece granché per evitare la riuscita quasi disastrosa del film. Se effettivamente la trama sembra fatta apposta per fornire lo spunto per una tipica indagine rosiana (come notano Mancino e Zambetti sul Castoro), forse il film sarebbe potuto essere indimenticabile se il regista napoletano - operazione non facile, lo riconosco - l'avesse ambientato nel suo amato sud italiano. Qui, invece, questa specie di morte cristologica che nessuno sembra volere veramente ma che nessuno riesce a voler impedire è descritta con una messinscena piuttosto anonima, anche grazie ad alcune scelte di cast francamente sbagliate: Ornella Muti, bambolotta come sempre, è semplicemente inguardabile, soprattutto nel finale quando, invecchiata al pari di Rupert Everett, cerca di imitare in maniera imbarazzante la Loren di Una giornata particolare. Sprecata è invece la presenza di Volonté, stranamente impalpabile e sempre qualche palmo sotto le righe, e poco utilizzati sono altri due grandi attori come Alain Cuny e Irene Papas.
Rosi trasforma il fatalismo del romanzo di García Márquez, in cui l'evento luttuoso è tanto inevitabile quanto quello della tragedia greca classica, in una sorta d'atto d'accusa che mette in primo piano il peso delle responsabilità individuali delle persone (ivi inclusa la vittima medesima) che potevano fare e non fecero niente per evitare l'omicidio (il prete addirittura se ne dimentica). In questo senso il film di Rosi è parente stretto delle migliori opere d'inchiesta e di denuncia rosiane. E non si può non pensare che in realtà il Nostro ci aveva già dato la sua cronaca di una morte annunciata con Salvatore Giuliano (1962).
Incubo americano
by sasso67 (10/04/2007 - 00:32)
La ballata di Stroszek (RFT, 1977) di Werner Herzog. Con Bruno S. (Bruno Stroszek), Eva Mattes (Eva), Clemens Scheitz (Scheitz), Wilhelm von Homburg (sfruttatore), Burkhard Driest (Burkhard, altro sfruttatore), Clayton Szalpinski (Clayton), Ely Rodriguez (il meccanico indiano), Alfred Edel (direttore della prigione), Scott McKain (incaricato della banca), Ralph Wade (banditore), Vaclav Vojta (il medico della prigione), Pit Bedewitz (altro sfruttatore).
Herzog ha un bel dire di non voler parlare per metafore, però qui ce n'è un bel po', volontarie o meno che siano. Anzi, forse nel finale la metafora, sempre ammesso che sia tale, è fin troppo scoperta. Tutto il film funziona, comunque, a prescindere dalla sussistenza delle metafore, e si può dire, senza esagerare, che La ballata di Stroszek è uno dei capolavori di Herzog, insieme, direi, ad Aguirre (1972) e all'Enigma di Kaspar Hauser (1974), che resta il mio preferito.
La storia è quella di Stroszek, piccolo musicante di Berlino finito in carcere per reati commessi durante l'ebbrezza alcolica. Una volta uscito, e tornato a casa, vicino di un anziano eccentrico che gli vuole bene, non trova di meglio che legarsi a una candida prostituta. Quest'amicizia pericolosa lo mette in contatto con i papponi che gliene fanno di tutti i colori. Emigrato in America al seguito dell'anziano vicinante, Bruno spera in un mondo migliore, ma, al di là delle apparenze, anche l'America è un sogno tradito.
All'uomo fuori dai cardini, qui il Bruno Stroszek, come altrove era stato il folle avido Aguirre oppure il puro folle Kaspar Hauser, non resta che il gesto estremo di protesta, quello del suicidio. Narrato con meno violenza visiva rispetto al Kaspar Hauser, ma con altrettanta umana compassione, e con una rabbia di fondo che differenzia Herzog dal connazionale Wenders, La ballata di Stroszek resta un capitolo fondamentale del cinema europeo degli anni Settanta. Eccezionale la fotografia di Thomas Mauch.

Chi era costei?
by sasso67 (09/04/2007 - 16:48)
Il sito di Repubblica ha pubblicato le foto delle scritte comparse sui muri di Genova contro l'arcivescovo Bagnasco (e anche contro il papa), nuovo presidente della Conferenza Episcopale Italiana. In tutte quelle foto si vedono di spalle, come se fossero passanti, una donna bionda piuttosto corpulenta e una bambina con i codini e un maglioncino verde. Saranno la moglie e la figlia del fotografo?



Commiato espressionista
by sasso67 (09/04/2007 - 00:30)
Il gabinetto delle figure di cera (Germania, 1923) di Paul Leni e Leo Birinski. Con Emil Jannings (Warun Al Rashid), Conrad Veidt (Ivan il Terribile), Werner Krauss (Jack lo Squartatore), Wilhelm Dieterle (il poeta; Assad il fornaio; un principe russo), Olga Belajeff (Zarah; Eva; Maimune; una boiarina), John Gottowt (proprietario del baraccone).
Un giovane poeta è assunto dal proprietario di un baraccone per scrivere delle storie sulle statue di cera del suo baraccone. Dalla sua penna le storie prendono vita con tre racconti separati.
Il canto del cigno dell'espressionismo cinematografico, erede del Gabinetto del dottor Caligari, è un buon film molto giocato sull'aspetto cromatico, nonostante che si tratti di un'opera
in bianco e nero. Tutte le scene sono virate in certi colori a seconda della situazione che l'autore (il film è comunque attribuibile a Paul Leni) intende descrivere. Si hanno, così, scene virate in blu, in rosso, in viola, in verde e via dicendo.
Il gabinetto delle figure di cera, conosciuto anche con il titolo di Tre amori immortali, è più narrativo rispetto al Caligari, ma mantiene un'impostazione che privilegia le scenografie sghembe ed incombenti a significare una sorta di oscura minaccia sull'uomo. Le storie sono comunque molto più tradizionali, specialmente quella del primo episodio (il califfo e il fornaio), e l'insieme non è più così inquietante come il film diretto da Wiene. Però è un lavoro comunque interessante, il cui episodio migliore è il secondo, quello relativo a Ivan il Terribile (molto bravo Conrad Veidt, che potrebbe competere con il Nikolaj Cerkasov del film di Ejzenstejn), mentre il terzo, su Jack lo Squartatore, è breve e tutto girato con sovrimpressioni che ricordano l'atmosfera del sogno. Il film è rimasto incompiuto: a parte il terzo episodio, ce ne doveva essere un quarto, mai realizzato per problemi finanziari.
Anche i "negri" hanno un'anima
by sasso67 (08/04/2007 - 11:52)
L'ultimo tramonto sulla terra dei McMasters (USA, 1970) di Alf Kjellin. Con Burl Ives (Neil McMasters), Brock Peters (Benjie), Nancy Kwan (Robin), Jack Palance (Kolby), David Carradine (Penna Bianca), John Carradine (il predicatore), L. Q. Jones (Russel), R. G. Armstrong (Watson), Dane Clark (Spencer), Marion Brash (la signora Watson).
Allevato fin da ragazzino dal possidente McMasters, Benjie, giovane di colore, dopo avere combattuto nella Guerra di Secessione nelle file dell'esercito nordista, torna a casa in uno degli stati del Sud, dove ancora vorrebbero vedere i "negri" soltanto come schiavi. Associato nell'attività di allevatore dall'anziano McMasters, che gli dà anche il proprio cognome, Benjie viene continuamente tartassato dai bianchi razzisti del luogo, disposti anche a rilevare il ranch di McMasters, pur di non vederlo nelle mani di un "muso nero".
Ottimo film western del filone progressista, tipico dell'inizio degli anni settanta, con capostipiti opere some Soldato blu (1970), Il piccolo grande uomo (1970) e L'uomo chiamato cavallo (1970). Girato da un regista svedese attivo ormai da anni in America, dove lavorava molto anche per la televisione, L'ultimo tramonto sulla terra dei McMasters figurativamente risente dello stile televisivo, ma ha un solido impianto narrativo ed è apprezzabile dal punto di vista ideologico. Si tratta di un racconto antirazzista che potremmo definire triangolare, nel senso che qui si confrontano e scontrano i bianchi, i neri e gli indiani. Mentre i bianchi (la maggior parte di loro, ché ce ne sono anche di bravi) non sopportano che i neri possano avere un ruolo diverso da quello di schiavi (sostengono addirittura che i "negri" non hanno l'anima), gli indiani li considerano uguali ai bianchi, perché anche il buon Benjie utilizza la terra come fanno gli allevatori del posto, mettendo i recinti e marchiando il bestiame. Viene qui alla mente un elemento curioso che si trova nel libro di Thomas Berger Il piccolo grande uomo, dove i pellerossa definiscono un personaggio di colore "l'uomo bianco nero", nel senso che, pur avendo la pelle scura, l'afroamericano ha ormai assunto, una volta liberato dalla schiavitù, tutti i comportamenti dell'invasore viso pallido.
Esistono ancora gli eroi, sembra dire questo piccolo western crepuscolare, anche se non sono coloro che sterminano con eguale ferocia bufali e pellerossa, ma sono quelli che lottano e muoiono per un mondo più giusto, come l'anziano McMasters o il più giovane Spencer che tentano di difendere i diritti di Benjie. Il finale, con gli indiani che intervengono a salvare la vita del protagonista, è un po' utopico e illusorio, però, per una volta, fa tirare un sospiro di sollievo.
È davvero buona l'interpretazione di tutto il cast, da Brock Peters (1927-2005) alla hongkonghese Nancy Kwan che interpreta la moglie indiana, senza dimenticare gli anziani Burl Ives (1909-1995), Jack Palance (1919-2006), ancora una volta con la maschera del supercattivo, fino a R. G. Armstrong (classe 1917), nella parte di un negoziante filisteo e vigliacco.
Cinque matti nel métro
by sasso67 (07/04/2007 - 19:59)
Kontroll (Ungheria, 2003) di Nimród Antal. Con Sándor Csány (Bulcsú), Eszter Balla (Szofi), Lajos Kovács (Béla), György Cserhalmi (il grande capo), Balázs Lazár (Gonzo).
Il giovane Bulcsù, reduce da una brillante carriera come progettista, lavora come controllore nella metropolitana di Budapest, una delle più antiche del mondo. Non solo: Bulcsù si è ormai ridotto a vivere nei sotterranei, in una sorta di timore per quanto sta sopra. L'anello di congiunzione tra il mondo sotterraneo e quello della luce è rappresentato da Szofi, la figlia di un anziano macchinista.
A parte la discreta padronanza del mezzo cinematografico dimostrata dal del regista, classe 1973, il film offre poco o nulla. A un inizio che si inserisce nel solco tarantiniano seguono sequenze che non sanno quale registro scegliere, dal modello videoclipparo alla commedia demenziale: il controllo dei biglietti si risolve invariabilmente nell'incontro - scontro con personaggi arroganti, intrattabili o, nella migliore delle ipotesi, incomprensibili (il balbuziente, i sordomuti). Qualche gag è perfino riuscita (il diverbio tra il giovane controllore e l'insopportabile tettona), ma i personaggi, compreso il protagonista, sono poco riusciti e per niente originali, la conclusione con l'amore salvatore e angelico (si veda il costume indossato da Szofi) è scontata e l'unica cosa veramente riuscita è la descrizione dell'anziano macchinista Béla, fra l'altro ben interpretato dal veterano Lajos Kovács. Come è stato giustamente rilevato da Mauro Gervasini, il regista Antal ha esagerato con la voglia di sfatare l'idea cupa che all'estero ci si è fatta del cinema magiaro, ed è andato sopra le righe nel senso opposto.
Il sonno della mente genera mostri
by sasso67 (06/04/2007 - 20:13)
Il gabinetto del dottor Caligari (Germania, 1920) di Robert Wiene. Con Werner Krauss (Dott. Caligari), Conrad Veidt (Cesare), Friedrich Feher (Franz), Lil Dagover (Jane), Hans Heinrich von Twardowski (Alan), Rudolf Lettinger (Dott. Olson), Elsa Wagner (la padrona di casa).
Sceneggiato dal praghese Hans Janowitz e dal grande Carl Mayer (autore fra gli altri di Aurora e di Berlino: sinfonia di una grande città), austriaco, è il film espressionista per antonomasia. Le scenografie completamente e visibilmente dipinte a mano che ricreano in studio gli angoli della città incombono sghembe sui personaggi che si muovono in questo bianco e nero virato in ocra per le scene diurne e in azzurro per quelle nortturne. Più della storia, già di per sé inquietante come un romanzo di Gustav Meyrink, intrecciato a fantasie hoffmanniane di professori che dominano automi e giovanotti che sgambettano tra viuzze dominate dall'alto da una burocrazia che di lì a qualche anno si chiamerà kafkiana (Franz Kafka morì nel 1924 e solo dopo il suo decesso ne fu disvelata la grandezza), contano le atmosfere che il regista, un autore all'epoca non di primo piano, sa ricreare, infondendo all'insieme un'aura spiazzante più che orrorifica. Gli omicidi non sono mai mostrati - anche se si fissa spesso lo sguardo sul coltellaccio impugnato da Cesare il sonnambulo - ma vi si allude per vie traverse, come saprà poi fare qualche anno dopo il Fritz Lang di M - Il mostro di Düsseldorf, un altro dei figli prediletti dell'espressionismo cinematografico.
Inaspettatamente inserito nella top 250 dei migliori film di tutti i tempi (in posizione 171), Il gabinetto del dottor Caligari lascia nella memoria i personaggi dell'ambiguo personaggio del titolo e del povero sonnambulo Cesare (ma perché scegliere due italiani nel ruolo dei "cattivi"?), al tempo stesso vittima e carnefice della terribile vicenda. Ma restano nella mente e negli occhi soprattutto le fughe oblique, le porte trapezoidali, le scritte che appaiono per aria e i numeri e i simboli dipinti sui muri di Holstenwall.
La recitazione risente un po' degli stilemi dell'epoca con molti teatralismi di troppo, ma forse questo modo di recitare fa risaltare con ancora maggiore evidenza la fissità dello sguardo del sonnambulo. Il finale ambientato nel manicomio, probabilmente voluto dalla produzione senza il consenso degli sceneggiatori, non sfigura né minimamente rovina l'insieme di un film assolutamente da vedere per rivivere il clima di un'epoca e per provare a rincorrere i fantasmi dell'anima tedesca, rosicchiata dall'umiliazione della Grande Guerra e pronta a dannarsi nell'avventura hitleriana.
Votantonio votantonio!
by sasso67 (05/04/2007 - 22:20)
Il 15 aprile del 1967, quarant'anni fa, a Roma moriva Totò. E, a pensarci, mi sembra persino impossibile che l'attore napoletano (ma quanto universale!) sia morto prima che io nascessi. Per noi italiani, la faccia di Totò è sicuramente una delle due o tre più riconoscibili: non so quanti altri personaggi sarebbero riconosciuti a prima vista non soltanto da una fotografia, ma perfino da
una caricatura. Totò è stato ed è una presenza nella vita di tantissimi di noi e ciascuno ricorda, della sterminata filmografia del Principe della risata, almeno una battuta o una scena da poter definire "mitiche". "Signori si nasce! E io lo nacqui, modestamente!" (da Signori si nasce) oppure la danza sul tavolo con gli spaghetti in tasca in Miseria e nobiltà o le valigie dell'onorevole Trombetta che volano dal finestrino del treno oppure, ancora, il "votantonio votantonio!" sono ormai diventati icone e tormentoni che tutti, anche i più giovani, non possono non avere sentito.
Attivo come attore per quarant'anni - il suo primo film, Fermo con le mani è del 1937, l'ultimo, Capriccio all'italiana, del 1967 - Totò ha interpretato tutti i personaggi più tipici dei vent'anni seguiti alla fine della seconda guerra mondiale, affamati, allupati e sanamente anarchici. Lo stesso famosissimo sberleffo all'onorevole Trombetta ("chi non conosce quel trombone di suo padre?") non è qualunquismo, bensì l'irriverenza di un artista anarchico. I suoi giochi di parole mettevano in crisi anche i personaggi più dogmatici e meno propensi alla discussione, mentre le sue burle colpivano secche personaggi autoritari e antipatici come i capufficio e i presidi di scuola di una volta, per non parlare di poliziotti, sindaci, soldati, gerarchi fascisti e ufficiali nazisti: mitica, a questo proposito la pernacchia al colonnello tedesco nei Due marescialli (con Vittorio De Sica e Gianni Agus) oppure la frase nella quale Totò pronunciò l'unica parolaccia della sua lunga carriera cinematografica, quando, colonnello del regio esercito (appunto nei Due colonnelli con Walter Pidgeon), all'ufficiale della Wehrmacht che gli ricorda di avere carta bianca, risponde liberatoriamente "e ci si pulisca il culo!", suscitando il plauso di tutti i suoi sottoposti.
Anabasi allucinante
by sasso67 (04/04/2007 - 20:36)
I dannati di Varsavia (Polonia, 1957) di Andrzej Wajda. Con Teresa Izewska (Margareta), Tadeusz Janczar (caporale Jacek "Korab"), Wienczyslaw Glinski (tenente "Zadra"), Tadeusz Gwiazdowski (sergente "Kula"), Emila Karewicz (tenente "Madry"), Vladek Sheybal (Michal, il musicista), Teresa Berezowska (Tereska).
Nel 1944, con Varsavia occupata dai Tedeschi, la città insorge. Mentre la Wehrmacht, con l'aiuto dell'aviazione, sta mettendo la capitale polacca a ferro e fuoco, un gruppo di partigiani, circondato dalle preponderanti forze tedesche, cerca di sfuggire all'accerchiamento passando per le fogne. Il destino si rivelerà tragico e beffardo per tutti i personaggi del film.
Il secondo film di Wajda dedicato alla guerra è un buon film, seppure piuttosto invecchiato, forse anche a causa di un doppiaggio più enfatico del necessario. Si tratta di un'anabasi fognaria con un finale assai più tragico rispetto all'archetipo di Senofonte. Se il titolo originale polacco era generico (Kanal, cioè fognatura), quello italiano rende bene la situazione da trappola per topi in cui si trovano i personaggi che si agitano invano nel film, allo scopo di trovare una via
d'uscita. All'interno del labirinto di gallerie dove il liquido putrescente arriva al petto dei ribelli in armi, si consumano tragedie su tragedie, come quella della giovane Tereska, che si suicida dopo avere scoperto che il suo uomo è già sposato. Ma il finale riserverà sorprese amare per tutti, compreso il tenente "Zadra" che ha guidato la disperata missione.
Probabilmente uno dei film più cupi sulla Seconda Guerra Mondiale, lontano mille miglia dalla retorica trionfalistica del cinema bellico del blocco comunista, impostato sul genio militare staliniano e, per bene che andasse, sulla resistenza titoista sul fronte balcanico. E forse I dannati di Varsavia sarebbe stato da interpretare anche metaforicamente: nel 1957 si poteva ben giudicare che, fin da prima della guerra, la Polonia, stritolata fra il tallone di ferro tedesco e il pugno d'acciaio russo, era veramente in trappola.
Come ha giustamente rilevato all'epoca Georges Sadoul, il regista sa portarci «all'interno di un universo di incubo dominato dall'orrore e dalla paura, e in cui nonostante tutto sbocciano due strazianti idilli.»
Nuova Coop di Cecina: prime impressioni
by sasso67 (02/04/2007 - 19:33)
Prime impressioni sul nuovo supermercato Coop di Cecina, Via Pasubio, il cui restauro è stato inaugurato lo scorso martedì 27 marzo.
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Il nuovo parcheggio si presenta bene, con una nuova segnaletica orizzontale, che però non disincentiva diversi automobilisti a posteggiare, come al solito, a cazzo di cane, tanto che, alla fine della spesa, è difficile uscire.
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Nonostante l'ora (ci sono andato intorno alle 14,30) non sia quella di punta e pertanto l'affluenza sia abbastanza blanda, latitano i carrelli, cosa che, prima della nuova apertura, non accadeva mai, quanto meno a quest'ora un po' balorda. Che siano tutti a fare la revisione?
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L'ingresso è molto più ampio spazioso rispetto a prima, tanto che il vecchio cliente che ancora non aveva visto la nuova struttura si deve aggrappare al carrello per non soccombere a un lieve capogiro. L'effetto di straniamento quasi brechtiano è accentuato da una vigilante arcigna, benché esteticamente non disprezzabile.
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Il reparto ortofrutta è stato rimescolato a dovere, tanto che non distinguo più le arance dalle mele (oppure sarà la tanto vituperata mezza stagione?). Per un po' si brancola con le mani per aria in cerca del cestino dove gettare il guanto di nylon, tanto che l'effetto visivo è quello di una squadra di chirurghi in attesa del bisturi.
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I salumi e i prodotti caseari sono custoditi dentro teche di vetro antiproiettile, tanto che i clienti, più che disporsi in fila si mettono in processione recitando rosari e inginocchiandosi davanti al prezioso San Daniele.
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E' stata creata una rigida distinzione tra carne di pollo e carne di maiale, forse in ossequio alla congrua presenza di musulmani in zona, oppure per evitare che il solito porco si lasci tentare da cosce e petti in bella vista.
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Presenza incombente di una lussuosa cantinetta nella quale giacciono i vini più preziosi, tanto da far vergognare i furtivi clienti che trasportano sul carrello, di contrabbando, cartoni di Tavernello.
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La zona riservata ai latticini è lasciata in leggera penombra, tanto da favorire, nell'ampio corridoio, incontri tra vecchi amici che non si vedevano da una vita e riunioni politiche a scopo sovversivo in stile Carboneria dell'Ottocento.
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Il reparto biscotti - succhi di frutta e bibite varie è stato allestito tirando a sorte gli spazi, in omaggio al caos che regola la civiltà contemporanea.
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Il reparto degli oggetti per la pulizia personale è illuminatissimo e colorato, in stile profumeria di lusso o boutique; intelligentemente gli scaffali sono bassi per evitare scene patetiche di donnine più larghe che lunghe che cercavano disperatamente di arraffare l'ultima confezione di lacca per capelli o di bagnoschiuma abrasivo per loia piuttosto resistente. In compenso, per prendere alcuni tipi di gel per capelli, bisogna sdraiarsi in terra. Sono stato osservato in cagnesco da un funzionario Coop mentre tentavo di afferrare un gel per rasatura.
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Il reparto libri è stato liberato dai reperti più vecchi e meno vendibili della collezione, quelli che affondavano le radici in quella comune ideologia che sta alla base della cooperazione in generale e delle Coop rosse (nonché toghe rosse e criminosa filiazione del PCI-PDS-DS-Ulivo-Romano Prodi, come ci ricorda spesso il Cavaliere): in sostanza sono state buttate al macero le opere invendute di Carlo Marx, Antonio Gramsci e Maurizio Costanzo.
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Il reparto cartoleria resta per me ancora inesplorato, causa presenza di due ingombranti commesse dotate di carrello anticliente curioso, che stavano nel mezzo fingendo di prezzare degli oggetti che poi alla cassa risulteranno invariabilmente sprovvisti di presso e/o codice a barre leggibile in modo da far fermare tutta la fila per chiamare un megadirettore Coop per farlo andare di corsa a vedere quanto costa il lapis che hai appena acquistato. Insomma queste due commesse stavano fra le palle.
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Alla cassa mancavano i sacchi grandi. In compenso sovrabbondavano i sacchettini tipo quelli per le sigarette oppure con le scritte dei mazzi di carte, tipo Dal Negro Treviso o Modiano Trieste. Il problema è stato metterci le pizze surgelate senza prima prenderle a morsi.
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Fuori dal supermercato sono scomparsi senegalesi e nomadi che ti chiedono gli uni di comprare accendini o calzettoni da ginnastica, gli altri di farti leggere la mano, e in alternativa si accontentano di prenderti il carrello, mandandoti a quel paese se ci hai messo meno di un euro. Sarà merito della fatalona in divisa? E quanto durerà?
Cercando la pace sul letto di morte
by sasso67 (01/04/2007 - 18:38)
Il bosco di betulle (Polonia, 1970) di Andrzej Wajda. Con Olgierd Lukaszewicz (Stanislaw), Daniel Olbrychski (Boleslav), Emilia Krakowska (Malina), Elzbieta Zolek (Ola), Marek Perepeczko (Michal), Danuta Wodynska (Katarzyna), Alina Szpak (proprietaria del piano), Mieczyslaw Stoor (suo fratello).
Il bosco di betulle è il luogo dove giace sepolta la moglie di Boleslaw, rude guardia forestale nella Polonia di fine Ottocento. Un giorno arriva a casa sua il fratello Stanislaw, reduce dalla permanenza in un sanatorio della Svizzera, dove a tentato invano di guarire dalla tubercolosi. Il giovane Stanislaw fa chiaramente capire al fratello maggiore, ancora in lutto per la morte della moglie avvenuta appena un anno prima, di essere andato a casa sua soltanto per morire.
Bellissimo film di Wajda, tratto da un racconto dello scrittore polacco Jaroslaw Iwaskiewicz, molto diverso dai precedenti che avevo visto finora, ovvero L'uomo di marmo (1977) e Danton (1982). Il bosco di betulle è una specie di annunciata tragedia georgica condita dal rapporto di amore e odio tra due fratelli, l'uno sensibile e amante della vita che gli sta sfuggendo dalle mani, l'altro tetro e incattivito per le ingiustizie che la vita gli ha imposto. Fanno da contorno il bel rapporto tra il giovane morituro e la nipotina Ola, che il padre tiene pressoché segregata, e l'amore impossibile tra Stanislaw e la bella contadina Malina.
Più che un film di Wajda, regista generalmente poderoso e irruento, sembra un'opera di un regista nordico (possono venire in mente Bergman o il Dreyer di Ordet), ambientata in un'estate tristissima che porta via con sé due anime belle - il protagonista e la giovane proprietaria del pianoforte - lasciando il mondo in mano agli esseri più brutali: Boleslaw, sempre più prigioniero del suo rancore, il rude boscaiolo Michal, incapace di qualsiasi guizzo di fantasia, il fratello erede della giovane pianista, tanto avido da venire a riprendere il pianoforte mentre Stanislaw è sul letto di morte.
La bella fotografia di Zygmunt Samosiuk mette in evidenza il pallore del volto del giovane tubercolotico (che a momenti sembra perfino troppo incipriato, tanto da somigliare a Marcel Marceau) e lascia stampati nella memoria alcuni sguardi di complicità tra i fratelli, come nella scena in cui si recano a medicare la mano del fratello di Malina. Ottimi i due interpreti, tra i quali è da privilegiare, secondo me, il cupo Olbrychski.
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