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Archivio Maggio 2007

Maggio

by sasso67 (28/05/2007 - 22:19)

Aprile (Italia/Francia, 1998) di Nanni Moretti. Con Nanni Moretti, Silvia Nono, Pietro Moretti, Silvio Orlando, Agata Apicella Moretti, Daniele Luchetti, Angelo Barbagallo, Nuria Schoenberg, Quentin de Fouchécour (sé stessi).

Aprile (Nanni e la madre)Aprile necessita di rivalutazione, almeno da parte dei critici che, all'epoca lo stroncarono. In realtà è una riuscita fusione di narrazione pubblica e privata. Le parti più riuscite sono, secondo me, quelle relative a quest'ultimo aspetto, perché presentano il Nanni Moretti (ormai non ha più bisogno dell'alter ego Michele Apicella, il cognome della mamma) nevrotico e quasi paranoico delle prove precedenti. La struttura episodica, quasi rapsodica, ricorda addirittura Ecce bombo (1978) e mostra come, nella vita del regista, gli aspetti privati ed intimi prevalgano ormai su quelli pubblici: il documentario sull'Italia politica non sarà mai realizzato. Ed anche il musical sul pasticcere trotzkista - argomento che si spera Moretti non tiri più fuori, perché ha francamente stancato - è destinato a restare un bel sogno.

Più riuscito del sopravvalutato Caro diario (1993), Aprile è godibile per almeno due terzi, laddove il film precedente era invece estenuato in diversi momenti. E' rimasta ormai famosissimo l'invito a D'Alema a dire "qualcosa di sinistra" nel dibattito televisivo con Berlusconi, ma sono veramente esilaranti gli stravolgimenti delle regole del manuale della puerpera, il rifiuto di ascoltare la moglie quando parla del dolore del parto ed alcune frasi (del tipo "chiederò di entrare in sala parto. Spero che mi dicano di no") che confermano tutte le nevrosi e le idiosincrasie dell'uomo-personaggio Nanni Moretti.

Tag: cinema

Storia di cavalle

by sasso67 (27/05/2007 - 20:25)

Lotna (Polonia, 1959) di Andrzej Wajda. Con Jerzy Pichelski (capitano di Cavalleria Chodakiewicz), Adam Pawlikowski (tenente Wodnicki), Jerzy Moes (alfiere Jerzy Grabowski), Myeczislaw Loza (sergente maggiore Laton), Bozena Kurowska (Ewa), Bronislaw Dardzinski (il proprietario della cavalla), Roman Polanski (giovane musicista).

LotnaWajda ha spesso usufruito dei testi di validi scrittori polacchi del dopoguerra, non necessariamente appiattiti sulla linea ufficiale del regime. Qui si serve di un testo di Wojciech Zukrowski, come nel 1970 si baserà su un racconto di Jaroslaw Iwaskiewicz per Il bosco di betulle. Curiosamente, di quest'ultimo autore, ho potuto leggere soltanto un racconto (contenuto nell'antologia Racconti dalla Polonia, a cura di Andrzej Zielinski), Bilek, che prende il titolo dal nome di un cavallo, così come il film di Wajda, basato su un racconto di Zukrowski, deriva il titolo dal nome della cavalla che fa da filo conduttore alla storia narrata.

Qui si parla, appunto, di una cavalla considerata menagrama, che passa di mano durante l'invasione della Polonia da parte dell'esercito tedesco nell'autunno del 1939. Il giovane ufficiale degli ulani Jerzy Grabowski, in breve tempo diventa il proprietario della cavalla e incontra la giovane maestrina Ewa, che aveva ammirato ai tempi della scuola. I due giovani si sposano, ammirati e un po' invidiati da tutti, in particolare dal tenente Wodnicki. Purtroppo, per sua sfortuna (o per la sfortuna portatagli da Lotna) il giovane ufficiale perderà presto la vita in combattimento.

La vicenda, di per sé piuttosto tragica, è narrata da Wajda non senza ironia, sicuramente derivata dall'originale letterario di Zukrowski (se è concesso trarre questa conclusione dalla semplice lettura di un breve racconto, nel caso di specie, Il cuoricino di Maryla), che, dato l'ambiente militaresco ricorda un po' Il buon soldato Sc’vèik e un po' il primo episodio di Eroica (1958) di Andrzej Munk. Ma i colori sbiaditi, che diventano, in alcuni momenti, assenza di colore, fanno venire alla mente anche Il settimo sigillo (1957) di Bergman, anche per quelle figure di soldati slanciati sui cavalli. E, fra gli altri, il film di Wajda rinfocola la credenza, smentita dagli storici polacchi più recenti, della storicità di una carica di cavalleria condotta dai soldati polacchi contro i panzer tedeschi. Anche se l'episodio non è effettivamente avvenuto, serve in ogni caso al regista per sottolineare con amara ironia l'inadeguatezza dell'esercito polacco (e forse della società intera), ancora molto napoleonico, a rispondere alla preponderanza delle truppe naziste.

Gli attori, tutti poco conosciuti, sono all'altezza della situazione, e, tra i comprimari, si nota, nelle vesti di un musicista chiamato a suonare alla festa di matrimonio, un giovanissimo Roman Polanski.

Tag: cinema

Rocco e i suoi cugini

by sasso67 (26/05/2007 - 20:40)

L'isola di corallo (USA, 1948) di John Huston. Con Humphrey Bogart (Frank McCloud), Edward G. Robinson (Johnny Rocco), Lauren Bacall (Nora Temple), Lionel Barrymore (James Temple), Claire Trevor (Gaye Dawn), Thomas Gomez (Curly Hoff), Harry Lewis (Toots Bass), John Rodney (agente Clyde Sawyer), Marc Lawrence (Ziggy), Dan Seymour (Angel Garcia), Monte Blue (sceriffo Ben Wade), Jay Silverheels (Tom Osceola), Rodric Redwing (John Osceola).

L'isola di coralloUn reduce della seconda guerra mondiale si reca nella più grande delle Isole Keys, la Key Largo del titolo originale, al largo della Florida, per fare visita al vecchio padre e alla giovane vedova di un suo commilitone morto sul fronte di Cassino. I due gestiscono un albergo, dove sono ormai da tempo ostaggi di un gangster italoamericano, bandito dagli Stati Uniti, dove sta tentando di rientrare clandestinamente. Dovrà dimostrare di non essere un vigliacco.

Ho guardato questo film perché nelle prime scene c'è una sequenza che fu a suo tempo ridoppiata in livornese, con accenti ovviamente scurrili, dal Nido del Cuculo di Paolino Ruffini, ma, pur non essendo uno dei lavori migliori di Huston, non è affatto un film da trascurare. La trama scorre via veloce, accennando en passant a diverse tematiche, come quella dei criminali esiliati anziché messi in carcere (e nella versione italiana, l'italoamericano Johnny Rocco, diventa un più anglofilo Rocky), come accadde, solo per fare un esempio, a Lucky Luciano, quello delle minoranze etniche sottomesse (qui i discendenti dei nativi Seminole), e quello delle reazioni umane di fronte agli eventi naturali (sull'albergo dei Temple si abbatte un pauroso uragano).

Ovviamente parte della riuscita del film è da attribuire agli attori, a cominciare proprio da Humphrey Bogart, che altrove, Casablanca compresa, mi era sembrato poco incisivo. Robinson è sempre bravo, anche se qui ha qualche accenno di gigionismo, e regge bene i primi piani, anche di nuca, che originalmente gli impone il regista. Lauren Bacall è bellissima, ma sono rimarchevoli le prove di tutti i comprimari - una delle componenti fondamentali, oltre ai grandi capitali a disposizione, che hanno imposto il cinema americano nel mondo - come Lionel Barrymore, confinato su una carrozzella, Claire Trevor (vincitrice di un Oscar e stranamente ben doppiata in italiano), nella parte di una cantante alcolizzata, e Thomas Gomez, nelle vesti del tirapiedi del boss.

Tag: cinema

Come ti rapisco la pupa

by sasso67 (26/05/2007 - 20:16)

La banda Vallanzasca (Italia, 1977) di Mario Bianchi. Con Enzo Pulcrano (Roberto), Stefania D'Amario (Antonella), Antonella Dogan (Sandra), Gianni Diana (Italo), Liliana Chiari (Caterina), Enrico Maisto (Enrico Salerno), Franco Marino (Franco Calogero), Franco Garofalo (Pino).

enzo pulcranoPrima di tutto, il titolo e la vera banda Vallanzasca (il bel René, com'era soprannominato) non c'entrano assolutamente niente con la trama del film. Che parla di un evaso dal carcere che viene reclutato da una misteriosa "organizzazione" per compiere un sequestro di persona, ai danni della figlia di un industriale. Le cose finiranno malissimo per tutti, anche perché la potentissima organizzazione si affida a dei balordi di quart'ordine.

Un film improponibile, se non ai cinefili avvezzi al recupero trashistico di qualsiasi scoria cinematografica. Interpretato da "attori" che nelle altre produzioni italiane, anche di serie C, usualmente recitavano la parte delle comparse, La banda Vallanzasca ha dei dialoghi assurdi, quasi surrealisti (del tipo "Questa pistola è più fedele di una mignotta innamorata"). Il regista schiaccia spesso il pedale dell'erotismo spinto, ed anzi va detto che se ci fosse andato giù più duro sul piano del sesso, questo film sarebbe potuto essere un buon porno con trama. Così, invece, è niente, anche se, a momenti, involontariamente, fa ridere.

Tag: cinema

La possibilità di essere normale

by sasso67 (23/05/2007 - 20:16)

Noi tre (Italia, 1984) di Pupi Avati. Con Christopher Davidson (Amadeus Mozart), Lino Capolicchio (Leopold Mozart), Carlo Delle Piane (il Conte Pallavicini), Gianni Cavina (il cugino), Ida Di Benedetto (Maria Caterina Pallavicini), Dario Parisini (Giuseppe Pallavicini), Barbara Rabeschini (Antonia Leda), Giulio Pizzirani (Padre Martini), Davide Celli (Davide), Nik Novecento (Nicola), Ferdinando Orlandi (il dottore), Bob Tonelli (il prete nano).

La cosa migliore di questo film è il coraggio di Avati di proporre un ritratto del grande musicista salisburghese, proprio a ridosso dell'uscita del miliardario kolossal di Milos Forman Amadeus (1984).

Qui si narra di un viaggio del giovane Amadè nei pressi di Bologna, per prepararsi all'esame di compositore presso una prestigiosa accademia musicale felsinea. Per tre mesi il giovane prodigio austriaco, già circondato di una gran fama di musicista geniale, fu ospite della villa del Conte Pallavicini insieme al padre. E qui conobbe, secondo la ricostruzione del regista e dei suoi sceneggiatori, l'amicizia e il primo amore, tanto da cercare, inutilmente, di sfuggire al suo destino di genio, sbagliando di proposito l'esame finale.

Se Amadeus incentrava l'attenzione sul rapporto tra genio (Mozart) e mediocrità (Salieri), qui Avati pone l'accento sull'impossibilità del genio di sfuggire al proprio destino: per essere veramente grande, Mozart dovette rinunciare a tutto quello che era tipico dei ragazzini dell'epoca, il gioco, l'amicizia, l'amore. E non è da sottovalutare neanche l'elogio proprio dell'amicizia (non a caso anche il rapporto amoroso è a tre, non condito da gelosie), cento volte più sincero che in Ma quando arrivano le ragazze? (2005), che si fa struggente nel momento del saluto, percepito come estremo. Purtroppo l'insieme è esilino, indebolito da qualche macchietta inutile di troppo, come quella del cugino matto, e ingentilito dalla presenza del giovane Nik Novecento, simpaticamente e pateticamente sbruffone.

Tag: cinema

Fu vera gloria?

by sasso67 (23/05/2007 - 19:27)

Napoleone (Francia, 1927) di Abel Gance. Con Albert Dieudonné (Napoleone Bonaparte), Vladimir Roudenko (Napoleone ragazzo), Nicolas Koline (Tristan Fleuri), Maurice Schutz (Pasquale Paoli), Acho Chakatouny (Pozzo di Borgo), Edmond Van Daële (Maximilien Robespierre), Alexandre Koubitzky (Georges Danton), Antonin Artaud (Jean-Paul Marat), Abel Gance (Louis Saint-Just), Gina Manès (Josephine Beauharnais), Marguerite Gance (Charlotte Corday), Philippe Hériat (Antonio Salicetti), Eugenie Buffet (Letizia Ramorino), Yvette Dieudonné (Elisa Bonaparte), Simone Genevois (Paolina), Max Maxudian (Barras), Annabella Charpentier (Violine Fleuri), Georges Cahuzac (il Visconte de Beauharnais), Harry Krimer (Rouget de l'Isle), Philippe Rolla (Massena), Robert Vidalin (Camille Desmoulins).

Dieudonné in NapoléonNon tutti i monumenti sono capolavori, come viene da pensare guardando il Vittoriano di Roma. E così pure Napoléon, che è certamente un monumento, per certi versi anche geniale, ma non è un capolavoro. È ovvio che una biografia titanica come quella di Napoleone Bonaparte non poteva che ispirare opere monumentali come questa. Fra l'altro, le quasi quattro ore del Napoléon di Gance dovevano rappresentare la prima parte di un'opera che, se fosse stata realizzata, sarebbe stata davvero ciclopica. Mancano infatti all'appello gli ultimi 25 anni, quelli più intendi della vicenda umana di Napoleone e della vicenda politica dell'Europa intera, dal Manzanarre al Reno, verrebbe da dire.

Sono narrati, in questo film, alcuni grandi blocchi della vita del còrso più famoso della storia. Si comincia con l'adolescenza, trascorsa nel collegio militare di Brienne, e poi si passa agli anni durissimi della Rivoluzione, quando il Bonaparte non è certo uno degli attori principali. In questo momento i protagonisti sono Marat, Danton, Robespierre, Saint-Just, gli artefici della Rivoluzione, i responsabili del Terrore giacobino. Le varie vicende della Rivoluzione fanno da sfondo alla carriera di Napoleone, che si sviluppa nell'ambito delle guerre di difesa della Rivoluzione stessa. Vediamo così Napoleone al vittorioso assedio di Tolone, e poi cadere in disgrazia - come in quel periodo sarà capitato diecimila volte, specialmente a persone di un certo rango - e risalire la china, soprattutto in virtù delle sue qualità strategiche militari. Nel carcere di Antibes s'imbatterà in Josephine de Beauharnais, scampata alla ghigliottina grazie al nobile gesto di suo marito, che accede al patibolo al posto suo. E grazie a questa donna, che diverrà la sua prima moglie, otterrà dal potente Barras l'incarico di condurre un'armata alla conquista dell'Italia. E qui - siamo nel 1796 - il film si arresta, non prima, però, che Napoleone abbia galvanizzato le truppe con parole veramente rivoluzionarie, che infiammano i cuori dei soldati.

Ho già detto troppo: uno spettacolo del genere va guardato immergendosi nel flusso delle immagini. Resta il ritratto del grande uomo, che al tempo della Rivoluzione fu un formidabile generale che ne seppe interpretare lo spirito, e oggi sarebbe, guarda caso, un grande artista (un regista?). E poi restano gli espedienti tecnici, molto arditi, per l'epoca, come lo schermo triplicato (che riproduce, in una sorta di gioco di specchi, le possibilità del grandangolo), nonché le soggettive della macchina da presa, messa nei posti più disparati. E poi certe soluzioni, come quella di mostrare il grand'uomo favorito anche dagli eventi atmosferici: durante l'assedio di Tolone, ad esempio, morti tutto i tamburini, è la grandine che, cadendo con violenza sui tamburi, suona la carica.

Tag: cinema

Lo scoiattolo mannaro e la sua ghianda

by sasso67 (22/05/2007 - 16:42)

L'era glaciale (USA, 2002) di Carlos Saldanha e Chris Wedge.

L'era glacialeUn cartone che, un po' come Shrek ed altri prodotti simili, può sicuramente piacere a grandi e piccini. Qui si narra la storia di un bradipo logorroico e di un mammuth senza famiglia che, al tempo della grande glaciazione, si assumono il compito di portare un cucciolo umano dalla tribù del padre, dopo che la madre è stata uccisa durante un attacco delle tremende tigri dai denti a sciabola. Al gruppetto si unirà la tigre Diego con intenzioni tutt'altro che amichevoli.

Al di là della storiellina, narrata con notevole sagacia, la genialata degli autori del film è di avere inserito gli interventi del guastatore Scrat, una sorta di scoiattolo mannaro arpagonicamente attaccato alla sua ghianda, della quale non riesce tuttavia ad entrare veramente in possesso. Tutti gli spettatori si ricordano più di questo animaletto che di tutti gli altri personaggi del film, ed è proprio Scrat a causare i grandi eventi con i suoi comportamenti spesso sconsiderati, ma minimali, come quello di voler piantare la sua ghianda nello strato di ghiaccio.

Mi piace molto l'idea di avere reso protagonisti di questo film d'animazione tutti animali ormai estinti: tutti tranne il bradipo (e ovviamente l'uomo), che qui di tutti è l'animale più lento e indifeso, e tuttavia è l'unico ad essere sopravvissuto.

L'era glaciale non è un capolavoro come Galline in fuga (2000) o Shrek (2001), ma è comunque uno dei migliori film d'animazione della storia.

Tag: cinema

Le operette corali

by sasso67 (21/05/2007 - 19:32)

Storia di ragazzi e di ragazze (Italia, 1989) di Pupi Avati. Con Felice Andreasi (Domenico), Davide Bechini (Angelo), Anna Bonaiuto (Amelia), Massimo Bonetti (Baldo), Claudio Botosso (Taddeo), Valeria Bruni Tedeschi (Valeria), Marcello Cesena (Lele), Consuelo Ferrara (Dolores), Stefania Orsola Garello (Antonia), Alessandro Haber (Giulio), Lucrezia Lante della Rovere (Silvia), Enrica Maria Modugno (Linda), Ferdinando Orlandi (Nando), Roberta Paladini (Loretta), Massimo Sarchielli (Don Luciano), Mattia Sbragia (Augusto).

Il film fa parte di quel gruppo di film del regista bolognese che, parafrasando il Leopardi, potremmo definire le operette corali. Se alla fine degli anni ottanta un’operazione del genere, la messinscena della festa di fidanzamento tra la figlia di un contadino arricchito e il rampollo di una famiglia cittadina in decadenza, poteva riallacciarsi ad esperienze precedenti, quali Un matrimonio (1978) di Altman, e vantare una sorta di primogenitura, almeno nei riguardi di un’Italia fascioappenninica, a distanza di diciotto anni queste esili qualità sono del tutto evaporate. Resta l’idea di concentrare una serie di storie nell’arco di ventiquattr’ore, e di scandire le vicende legate a ciascun personaggio (intorno ai due fidanzatini si muovono un padre donnaiolo e una madre incattivita, un fratello fanfarone che si spara una fucilata per errore, una coppia di erotomani, un anziano in sospetto di pedofilia, le signorine di città) con le portate di un pranzo luculliano, tale da fare invidia, almeno per quantità, al danese Pranzo di Babette (1987), uscito da noi l’anno prima. Ma, soprattutto, il merito maggiore del film di Avati è quello di avere proposto come protagonisti uno stuolo di attori più o meno giovani, quasi tutti di notevole bravura, da Haber a Bonetti, da Sbragia a Bechini, dalla Modugno alla Lante della Rovere, dalla Bonaiuto fino a Marcello Cesena. Non c’entra niente, invece il personaggio di Felice Andreasi, qui accoppiato con quello interpretato da una giovane Valeria Bruni Tedeschi: l’impressione è che, nonostante lo schermo pieno di personaggi, servisse un ulteriore riempitivo. In questo senso, il film di Avati sembra una delle vignette di Jacovitti, così piene di personaggi e tuttavia inzeppate di salami e mortadelle con lo scopo di non lasciare una fastidiosa sensazione di vuoto.

Tag: cinema

Polvere di stalle

by sasso67 (20/05/2007 - 21:16)

Basta guardarla (Italia, 1970) di Luciano Salce. Con Maria Grazia Buccella (Enrichetta/Erika Rikk), Carlo Giuffrè (Silver Boy), Mariangela Melato (Marisa), Luciano Salce (Farfarello), Spiros Focas (Fernando), Franca Valeri (Pola Prima), Pippo Franco (Danilo), Riccardo Garrone (Pedicone), Umberto D'Orsi (la spalla di Farfarello), Ettore G. Mattia (lo zio prete), Mino Guerrini (il dottore), Ennio Antonelli (il macellaro del sogno).

Uno dei migliori film di Salce regista, appena dietro ai primi due Fantozzi, al pari del Federale (1961) e di altre commedie con protagonista Paolo Villaggio. Fra l'altro, Basta guardarla anticipa di alcuni anni Polvere di stelle (1973) di Alberto Sordi, ponendosi nella scia di Luci del varietà (1950) di Fellini e Lattuada, incrociato con Straziami, ma di baci saziami (1968). Proprio le parti ispirate al film  di Risi sono le meno riuscite in questa peraltro buona commedia di Salce, dove si narrano le avventure della contadinella Enrichetta, che riesce a salire alla ribalta di una compagnia scalcagnata con il nome di Erika Rikk, prima grazie al crooner da strapazzo Silver Boy, poi al comico fanfarone Farfarello. Sono tantissime le parti azzeccate, a cominciare dai cammei di Franca Valeri, nella parte di una soubrette in disarmo, sino a una caratterizzazione finalmente riuscita di Carlo Giuffrè (spesso male sfruttato al cinema), nella parte di un dignitoso cialtrone, e al personaggio di Farfarello, interpretato dal regista. Notevole la scena del pranzo alla trattoria di campagna, dove Farfarello continua volutamente  a storpiare il nome del rivale, chiamandolo Silver Roy. Ottima, per finire, la prestazione di Maria Grazia Buccella, altrove confinata in parti di maggiorata ochetta giuliva e qui irresistibile, quanto meno nella scena teatrale del Cocorocò. Anche il cast di contorno è indovinatissimo, dalla spagnola di Mariangela Melato al coreografo effeminato Pippo Franco. Gli anni settanta hanno prodotto anche commedie cosiddette di serie B, ma riuscite e non volgari come questa.Silver Boy

corococo

Tag: cinema

Santa Malia, plega pel noi

by sasso67 (19/05/2007 - 21:07)

Malìa, vergine e di nome Maria (Italia, 1975) di Sergio Nasca. Con Turi Ferro (Don Vito), Andréa Férreol (Maddalena), Cinzia De Carolis (Maria), Marino Masè (Lello), Alvaro Vitali (Prospero), Leopoldo Trieste (Nicola), Clelia Matania (Anna, la madre di maria), Enzo Cannavale (Simone), Renato Pinciroli (Giuseppe), Jean Louis (Luca), Sandro Dori (Matteo), Tino Carraro (il vescovo), Giancarlo Badessi (l'industriale).

Quando il film comincia si pensa di essere nella Sicilia profonda. E invece siamo in una baraccopoli alla periferia di Torino, dove la quattordicenne Maria, che vive con la madre vedova, fa la veggente per poche lire, entrando in concoirrenza con Nicola, il mago del villaggio. Quando un medico visiterà la ragazzina, al tempo stesso incinta e vergine, i media cominceranno ad interessarsi del caso, mandando in crisi il parroco Don Vito.

L'idea di riproporre il mistero del concepimento tramite lo Spirito Santo, aggiornato ai nostri tempi e ambientato nella squallida baraccopoli ai margini di una moderna città industriale, non era male. La realizzazione del progetto, però, lascia molto a desiderare. Qualche notazione azzeccata, quali il racconto del ladruncolo Cannavale di come gli andò male il concorso al comune nonostante la raccomandazione di un assessore, oppure come l'idea di dare la ragazzina in moglie a un anziano falegname di nome Giuseppe, ma anche qualche accento di sincero turbamento cristiano del sacerdote interpretato dal bravo Turi Ferro, non riscattano un insieme poco approfondito e quanto mai incerto tra la denuncia sociale e l'apologo grottesco. Peccato, qui siamo al massimo ad uno degli ultimi cascami della commedia all'italiana (c'era proprio bisogno di Alvaro Vitali?). Questo film conferma, come la maggior parte dei suoi altri, il talento di Nasca, cristallino, ma mai completamente sbocciato.

Tag: cinema

Mazza, cùrati!

by sasso67 (19/05/2007 - 20:16)

A cavallo della tigre (Italia, 2002) di Carlo Mazzacurati. Con Fabrizio Bentivoglio (Guido Liverani), Paola Cortellesi (Antonella), Tuncel Kurtiz (Fatih, detto Tigre), Boubker Rafik (Hamid), Manrico Gammarota (il sovrintendente), Marco Messeri (Iguana), Roberto Citran (Commissario Carucci), Marco Paolini (Faustino), Elisa Lepore (la moglie di Guido), Emanuela Grimalda (Deborah), Carla Signoris (la direttrice del carcere).

Mediocre remake dell'ottimo film omonimo di Comencini, del 1961. Al di là della bravura degli interpreti - e mi sembrano meglio gli italiani Bentivoglio e Cortellesi del turco Kurtiz, già attivo con Güney - Mazzacurati mostra un talento ormai sfiorito (sono ben lontani i tempi di prove riuscite come Notte italiana e Il toro), incapace di dirci qualcosa di significativo sull'Italia di oggi, e inadatto al grottesco, concentrato nella breve macchietta genovese di Marco Messeri.

Qui grava sul film, oltre che la sua intrinseca debolezza, il confronto con la vecchia, ma non invecchiata, pellicola di Comencini. Speriamo che Mazzacurati, se non altro, torni al più presto a realizzare almeno soggetti personali.

Tag: cinema

L'ospite puzza, ma un cadavere di più!

by sasso67 (19/05/2007 - 19:59)

Accidenti che ospitalità! (USA, 1923) di Buster Keaton e John G. Blystone. Con Buster Keaton (Will McKay), Natalie Talmadge (Virginia Canfield), Joe Roberts (Joseph Canfield), Joe Keaton (il macchinista), Craig Ward (Lee Canfield), Ralph Bushman (Clayton Canfield), Monte Collins (il parroco), Kitty Bradbury (zia Mary), Buster Keaton Jr. (Will McKay a un anno).

All'inizio dell'Ottocento, il giovane Will McKay, cresciuto a New York nell'inconsapevolezza che la sua famiglia, originaria di Rockville, è da secoli coinvolta in una faida con la famiglia Canfield, torna alla cittadina natale per rilevare l'eredità del padre, ucciso anni prima proprio in forza di questa faida. Durante il viaggio in "treno" conosce la giovane figlia dei Canfield, che, anch'ella ignara della faida, invita Will a cena a casa sua. Mentre è ospite dei Canfield, Will apprende che essi tramano per ucciderlo, anche se, in virtù di un'antica consuetudine, non possono farlo mentre egli è ospite in casa loro. Il giovane tenterà pertanto di protrarre il più a lungo possibile la sua permanenza nella casa dei canfield.

Uno dei migliori lungometraggi di Buster Keaton, con alcune gag molto divertenti, come tutto il viaggio sul trenino a vapore (geniale l'ometto che tira i sassi al macchinista perché questi gli lanci pezzi di legno da bruciare) e quella della moglie maltrattata dal marito. Il tema centrale della trama è che niente è in realtà come sembra, il che provoca nello stranito protagonista una sensazione di forte spaesamento. La sequenza della fuga di Will, con una serie di gag perfettamente concatenate, è degna di un genio del cinema.Accidenti che ospitalità!

Tag: cinema

Tony salvi la regina!

by sasso67 (16/05/2007 - 20:16)

The Queen - La Regina  (GB/Francia/Italia, 2006) di Stephen Frears. Con Helen Mirren (la regina Elisabetta II), James Cromwell (il Principe Filippo), Alex Jennings (il Principe Carlo), Roger Allam (Robin Janvrin), Michael Sheen (Tony Blair), Sylvia Syms (la regina madre), Helen McCrory (Cherie Blair), Mark Bazeley (Alastair Campbell).

Un film del genere non avrebbe, probabilmente, avuto senso senza la regia di Stephen Frears. Concentrandosi su un periodo abbastanza ristretto della recente storia britannica - tra l'elezione di Blair e i funerali di Diana - The Queen riesce comunque a tessere uno spettacolo che sta in piedi e cammina con le proprie gambe. E non solo per la monumentale interpretazione di Helen Mirren, giustamente premiata con l'Oscar. Personalmente, se fossi la regina, avrei fatto i miei complimenti all'attrice inglese. Ma i motivi d'interesse sono anche altri. Innanzitutto il film mostra come e qualmente Tony Blair, da sbarbatello (si presenta in scena vestito con la maglia del Newcastle United) sinistrorso, beneficiato da un corpo elettorale che non ne poteva più dei Tories e voleva "il cambiamento", assurge al ruolo di leader politico nazionale. Poi c'è il rapporto tra la regina e lo stesso Blair, che si evolve da una situazione in cui il rispetto è unidirezionale (del premier verso la sovrana, ma non viceversa), fino ad una relazione di stima reciproca, dopo che il primo ministro si è assunto, anche attirandosi le ironie della moglie, fervente repubblicana, il compito di difensore della monarchia in un momento di grave crisi. Infine ci sono i ritratti dei singoli membri della famiglia Windsor: il regista è abbastanza benevolo con il principe Carlo, descritto come una persona tutto sommato ragionevole e dotato di umanità, dalla mentalità più aperta rispetto a quella, ingessata, dei genitori. Elisabetta II è descritta come una personalità conservatrice e diffidente nei confronti dell'innovazione (personificata da Blair), ma intelligente e politicamente pragmatica, tanto da giungere ad intendersi alla perfezione con il premier. Totalmente negativo, invece, il personaggio del principe Filippo, ottusamente incancrenito in una visione istituzionale e politica ormai del tutto fuori dal tempo.

Tag: cinema

Piccoli uomini

by sasso67 (16/05/2007 - 19:51)

I vitelloni (Italia/Francia, 1953) di Federico Fellini. Con Franco Interlenghi (Moraldo Rubini), Alberto Sordi (Alberto), Franco Fabrizi (Fausto Moretti), Leopoldo Trieste (Leopoldo Vannucci), Riccardo Fellini (Riccardo), Eleonora Ruffo (Sandra Rubini), Jean Brochard (Francesco Moretti), Claude Farell (Olga, sorella di Alberto), Carlo Romano (Michele Curti), Lida Baarova (Giulia Curti), Enrico Viarisio (il padre di Moraldo e Sandra), Paola Borboni (la madre di Moraldo e Sandra), Arlette Sauvage (la sconosciuta del cinema), Silvio Bagolini (Giudizio), Maja Nipora (Caterina, la soubrette), Achille Majeroni (Sergio Natali, il capocomico), Vira Silenti (Gisella), Guido Martufi (il giovane ferroviere), Gigetta Morano (la madre di Alberto).

Una bellissima rielaborazione della giovinezza passata da scioperati nella natia cittadina di provincia. I sogni, le frustrazioni, ma anche l'ignavia di cinque trentenni che ancora non hanno deciso di rendersi indipendenti, e dipendono, sia economicamente che sentimentalmente, dai genitori.

Fellini riesce, dalla rievocazione personale, a trarre una riflessione universale, come purtroppo oggi il nostro cinema non sa più fare, nonostante l'attualità del tema. Con le malinconiche notazioni sulla cittadina di provincia (con tutta evidenza una Rimini mai esplicitamente nominata), Fellini fa dei Vitelloni una sorta di prologo a Roma (1972), dove l'alter ego del regista (rappresentato qui dal sensibile Moraldo) lascia la provincia e si inoltra nei meandri della metropoli.

Sono presenti alcune scene ormai entrate nella storia e nel mito del cinema italiano, come quella di Sordi ubriaco abbracciato al mascherone di Carnevale e quella dello sberleffo ai "lavoratori della massa".

Notevoli, a mio parere, le prestazioni di Franco Fabrizi, che comincia a cimentarsi con i suoi personaggi squallidi e patetici, e di Sordi, della cui romanità, pur in un contesto del tutto avulso dalla capitale, non ci si può minimamente lamentare.I vitelloni (Sordi)

Tag: cinema

Dieci piccoli idioti

by sasso67 (13/05/2007 - 18:57)

Tutti defunti... tranne i morti (Italia, 1977) di Pupi Avati. Con Carlo Delle Piane (Dante), Gianni Cavina (Martini), Francesca Marciano (Ilaria), Michele Mirabella (Buster), Bob Tonelli (Ariano), Greta Vayan (Hilde), Flavia Giorgi (Letizia), Giulio Pizzirani (Giulio, il maggiordomo), Luciano Bianchi (Ottavio), Carla AStolfi (Isabella), Ferdinando Orlandi (il tipografo), Carlo Bona (Donald), Valentino Macchi (il prete).

Uno scrittore alle prime armi deve vendere un antico volume a una famiglia di ricchi decaduti. Mentre il tipetto si trova nella villa di questi strani individui, i membri della famiglia, come previsto da un'antica profezia, muoiono uno dopo l'altro, affinché il decimo, ultimo superstite, si possa impadronire di un favoloso tesoro.

Una sorta di parodia della Casa dalle finestre che ridono (1976), nonché dello schema agatacristiano di Dieci piccoli indiani, con qualche eccesso di buffoneria ma con ancora la voglia di divertire il pubblico e con qualche notazione grottesca che raggiunge il segno. Tra gli attori, non mi sono piaciuti né Carlo Delle Piane, che era e resta un attore mediocre, sia che faccia il comico sia che reciti in parti "serie", né Gianni Cavina, confinato in un personaggio troppo scemo per essere vero. Il migliore è, invece, il piccoletto Bob Tonelli, nella parte dell'ex bambino prodigio. Notevole l'invenzione del personaggio di Donald, che viene ammanettato per non consentirgli di masturbarsi: "Si sta rovinando con le proprie mani", dice la sua istitutrice svizzera.

Tag: cinema

Ali di piombo

by sasso67 (12/05/2007 - 20:30)

Concetto Vecchio, Ali di piombo, BUR, 2007, pp. 291, € 9,40.

Come dice l'autore alla fine del libro, esso è, sostanzialmente, la storia dell'omicidio del giornalista della Stampa Carlo Casalegno, inserita nel contesto di quanto avvenne in quell'anno terribile di trent'anni fa.

Dalle occupazioni delle università (la prima a Palermo) per protestare contro la riforma Malfatti, si arriva all'agguato omicida di Casalegno (Torino, 16 novembre), passando per le tragiche morti di Francesco Lorusso (Bologna) e Giorgiana Masi (Roma), nonché per il rogo dell'Angelo Azzurro (Torino), dove vittime furono sempre dei giovanissimi. Per inquadrare meglio il clima del periodo, comunque, Vecchio ci racconta anche altre vicende, come quella della bolognese Radio Alice, chiusa dal governo all'indomani dei disordini seguiti al raduno contro la repressione in Italia, o quella del giornalista di Repubblica Carlo Rivolta, sopravvissuto agli anni di piombo, ma caduto vittima della droga.

Quello di Concetto Vecchio (non sempre nomina sunt omina) è un libro utile e non convenzionale, in quanto pone al centro della materia trattata il rapporto, molto sui generis, tra Carlo Casalegno, piemontese vecchio stampo, conservatore e taciturno, e il figlio Andrea, aderente a Lotta Continua, assalito dai dubbi di fronte alle violenze dei compagni dell'Autonomia Operaia e alle minacce ricevute dal padre a causa delle idee espresse sul giornale.

Personalmente, del 1977 ricordo la visita ai bisnonni sull'Appennino Tosco-Emiliano, fatta dopo diversi anni, e l'incontro con lo zio Mengo che, tartagliando, disse a Fele e a me «e... e... f-f-fate i bravi, eh?». Ricordo l'inizio della quinta elementare, dove non feci molto il bravo, ma soprattutto ricordo - strano a dirsi - una corsa ciclistica giovanile nella "strada di sotto": la vidi con il mio babbo, e, quando lo speaker chiamò alla partenza la classe 1967, lui mi disse «Questi hanno dieci annoni come te!».

Tag: libro,saggio

La Sicilia che conosciamo (?)

by sasso67 (12/05/2007 - 14:22)

Salvatore Giuliano (Italia, 1961) di Francesco Rosi. Con Pietro Cammarata (Salvatore Giuliano), Frank Wolff (Gaspare Pisciotta), Salvo Randone (presidente della Corte d'Assise), Federico Zardi (l'avvocato di Pisciotta), Cosimo Torino (Frank Mannino), Giuseppe Teti (il giovane pastore), Giuseppe Calandra (sottufficiale dei carabinieri in borghese), Sennuccio Benelli (il giornalista).

Salvatore Giuliano (Frank Wolff)Una pietra miliare del cinema italiano, sia dal punto di vista dell'impegno che della tecnica cinematografica. E, detto questo, non ci sarebbe molto altro da dire, a parte il fatto che non è tanto un film sul bandito Giuliano quanto sulla Sicilia, eterno enigma italiano. Aggiungo soltanto che l'apparente frammentarietà del film è voluta, che la superficie da quasi documentario è solo apparenza, mentre il film, così come la scena dell'uccisione del bandito Giuliano, è una voluta costruzione, e che alcune scene evidenziano l'ormai raggiunta maturità stilistica del regista Rosi, come testimoniano, soltanto per esempio, le immagini (quasi le uniche) nelle quali si vede Giuliano all'obitorio con la madre che ne piange la morte: una sorta di dolly della macchina da presa sposta l'immagine dall'alto e ci fa vedere il cadavere dal davanti, con in primo piano i piedi, dandoci una soggettica come quella del Cristo del Mantegna. In più, dev'essere evidenziato il coraggio di fare un film (nel 1961, nel pieno del potere centrista democristiano) veramente politico, nel quale si fa anche qualche nome e sono messe in evidenza le collusioni tra i poteri dello stato e la mafia, in un gioco intricatissimo che non permette più di sapere chi sta con chi, chi ha ucciso chi, a vantaggio di chi e per quale ragione.

Credo che se Rosi non avesse fatto Salvatore Giuliano e Le mani sulla città (1963), potrebbe essere un regista quasi trascurabile, al pari di tanti altri, nella storia del cinema italiano, mentre è uno dei pochi grandi, uno dei pochissimi ancora viventi, seppure poco attivo. Un film da vedere assolutamente, senza se e senza ma.

Tag: cinema

Fascio on the road

by sasso67 (12/05/2007 - 13:26)

La marcia su Roma (Italia/Francia, 1962) di Dino Risi. Con Vittorio Gassman (Domenico Rocchetti), Ugo Tognazzi (Umberto Gavazza), Roger Hanin (Capitano Paolinelli), Mario Brega (Marcacci, detto Mitraglia), Giampiero Albertini (Cristoforo), Angela Luce (una contadina), Howard Rubiens (il prof. Milziade Bellinzoni), Gérard Landry (il capitano dell'esercito), Daniele Vargas (Sua Eccellenza), Carlo Kechler (il marchese), Liù Bosisio (Adelina), Antonio Acqua (il direttore del carcere).

Uno dei migliori film di Risi, regista spesso mediocre e sopravvalutato. Qui, con la coppia Gassman-Tognazzi, racconta con freschezza e amara ironia, quella crocita di straccioni che, grazie all'inettitudine della monarchia sabauda, passò tristemente alla storia come la marcia su Roma. Nulla di nuovo, già all'epoca, intendiamoci, ma la vicenda di questi due disgraziati reduci della Grande Guerra (per Gassman potrebbe essere il seguito del bellissimo film di Monicelli, se Giovanni Busacca fosse sopravvissuto al plotone d'esecuzione austriaco), che prendono coscienza della natura profondamente reazionaria del fascismo, contrariamente ai proclami enunciati con spreco di retorica, mano a mano che da Milano si avvicinano alla capitale, è descritta con intelligenza e umana compassione. Ovviamente molti personaggi sono poco sbozzolati (quel Mitraglia, non a caso, fa rima con canaglia), ma sono tutti funzionali allo sviluppo della vicenda, che condensa in un'ora e mezza eventi molto diversi tra loro. In questo senso è intelligente e funzionale l'idea di far tenere in tasca a Tognazzi il programma fascista del '19, quello di Piazza San Sepolcro, che il nuovo adepto provvede a depennare punto per punto, ogniqualvolta i gerarchi si rimangiano quanto proclamato in precedenza (instaurazione della repubblica, distribuzione della terra ai contadini, abolizione dei titoli nobiliari...). Il film si sviluppa con senso dello spettacolo in un itinerario attraverso l'Italietta prefascista, spesso depurata dei moti e delle lotte sociali che la agitavano, grazie a un'ottima squadra di sceneggiatori (tra i quali Age, Scarpelli e Scola) e a due interpreti tra i migliori della commedia all'italiana, affiancati da alcuni caratteristi francesi, ma soprattutto da Mario Brega, nella parte del rozzo e violento Mitraglia.

Tag: cinema

Paella napoletana

by sasso67 (11/05/2007 - 20:22)

Lacrime napulitane (Italia, 1981) di Ciro Ippolito. Con Mario Merola (Salvatore Esposito), Angela Luce (Angela Esposito), Pupella Maggio (donna Assunta), Rachele Cimmino (Assuntina), Benedetto Casillo (Michele), Irina Sanpiter (Amalia), Tommaso Bianco (Eugenio), Marzio Onorato (il commissario), Franco Iavarone (l'ingegnere), Ciro Ippolito (Alberto), Herry Luciani (scagnozzo del boss), Anna Fumo (vicina di casa), Ruggero Pignotti (rappresentante delle pompe funebri), Bob Vinci (il postino), Clelia Rondinella (la ragazza di Alberto).

Salvatore è un magliaro napoletano che lavora a Milano. Tornato a Napoli per la comunione della figlioletta, crede di scoprire una tresca tra la moglie e un boss della camorra. Ovviamente lei è innocente, ed è stato il cattivaccio ad inscenare il tutto, ma l'ingenuo Salvatore non crede alla moglie e, partendo da emigrante per New York, affida la bambina alla madre impedendole di farla avvicinare alla presunta fedifraga. Quest'ultima, per campare ritorna al mestiere di cantante, che aveva abbandonato per amore di Salvatore, attirandosi le ire della suocera, che già la considerava una poco di buono, proprio per il suo passato nel mondo dell'arte. Alla fine i buoni trionferanno.

Lasciando da parte presunte influenze di Fassbinder (lo scrisse Tullio Kezich nel 1981!), c'è da dire che Ciro Ippolito, futuro regista dei film degli Squallor (conosco fior di cinefili con il culto di Arrapaho), scrive, dirige e produce questo Lacrime napulitane, riuscendo a trasporre in film, con grande senso cinematografico, una tipica sceneggiata alla Mario Merola. Dove c'è un po' di tutto: dalle corna alla gelosia, alla tragedia della bambina privata dei genitori e della mamma privata dei figli, i criminali, gli emigranti, i cantanti, i personaggi e i siparietti comici e chi più ne ha più ne metta. Il film di Ippolito è insomma un'insalata di sapore non insipido: non è un piatto raffinato, ma tutto sommato si fa apprezzare, nonostante qualche ingenuità (le canzoni all'inizio, la gag del postino), per un impianto spettacolarmente robusto, cui concorrono dei buoni interpreti di scuola partenopea, prima fra tutti la Pupella Maggio che interpreta la mamma severa col cuore di pietra. Da non sottovalutare anche la presenza scenica del regista, che si offre la parte del "malamente".

Pur rimanendo qualche gradino sotto al contemporaneo Ricomincio da tre di Troisi, Lacrime napulitane raggiunge un risultato sufficiente, commestibile anche per chi non sia di Napoli.

Tag: cinema

anni sessanta... la fine

by sasso67 (09/05/2007 - 20:10)

American Graffiti 2 (USA, 1979) di Bill W. L. Norton. Con Candy Clark (Debbie Dunham), Bo Hopkins (LIttle Joe), Ron Howard (Steve Bolander), Cindy Williams (Laurie Bolander), Paul Le Mat (John Milner), Charles Martin Smith (Terry Fields, il Rospo), Mackenzie Phillips (Carol/Rainbow), Anna Bjorn (Eva), Richard Bradford (maggiore Creech), James Houghton (Sinclair), John Lansing (Lance).

I coniugi Bolander (Cindy Williams e Ron Howard)Dirò un'eresia, però m'è piaciuto di più questo secondo episodio di American Graffiti, che non l'originale diretto nel 1973 da George Lucas. Quello fu, secondo me, troppo esaltato, questo forse troppo sottovalutato. Anche se non va trascurata l'importanza dell'originale, che oltretutto contribuì a riattizzare la moda (intesa in senso lato) degli anni sessanta, si vogliono attribuire al film di Lucas troppi significati epocali. Questo American Graffiti 2, invece, nella sua semplicità e nell'assenza di eccessive pretese, è un filmetto che si vede più che volentieri. Fra l'altro il regista Norton compie la felice scelta di raccontare le quattro storie che compongono il mosaico secondo stili diversi a seconda del tipo di vicenda narrata (ad esempio quella dei coniugi Bolander sembra una sitcom, anche se poi sfocia in un finale alla Fragole e sangue, mentre quella del giovane "Rospo" Fields in Vietnam è ripresa con una cinepresa amatoriale e ricorda M.A.S.H.). Le storie narrate si svolgono in un arco cronologico che copre alcuni capodanni nella seconda metà degli anni sessanta, e si sviluppano secondo temi abbastanza tipici per quegli anni: la contestazione studentesca, il formarsi della coscienza femminista (la giovane signora Bolander lascia il marito perché non vuole che lei lavori), la guerra del Vietnam, il pacifismo, le droghe e il rock'n'roll come metodi di evasione da una realtà opprimente, eccetera. Tutto sommato l'episodio meno riuscito è quello dell'automobilista, confuso e poco interessante. Il migliore è quello del soldatino, interpretato dalla faccetta più interessante del mazzo, cioè quella dell'occhialuto Charles Martin Smith.

Tag: cinema

La saga della gambina maledetta

by sasso67 (07/05/2007 - 19:18)

La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone (Italia, 1975) di Pupi Avati. Con Ugo Tognazzi (il barone Anteo Pellacani), Paolo Villaggio (Checco "Biancone" Coniglio), Gianni Cavina (Petazzoni), Delia Boccardo (prostituta bianca), Giulio Pizzirani (padre Arioso), Gianfranco Barra (serg. Caputo), Lucienne Camille (Silvana), Lucio Dalla (Fava), Patrizia De Clara (Eugenia Pellacani Bompani detta la scorreggiona), Bob Tonelli (il notaio), Pina Borione e Ines Ciaschetti (le zie di Anteo), Ferdinando Orlandi (il presentatore).

Vedendo film come questi, e pensando a recenti esperimenti estenuati e cinematograficamente futili come I cavalieri che fecero l'impresa (2001) o Ma quando arrivano le ragazze? (2005), si viene assaliti da rimpianti per un regista che non sembra nemmeno lo stesso. Ai tempi di film come La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone o della Casa dalle finestre che ridono (1976) il regista bolognese aveva almeno la voglia di divertire e di divertirsi. Seguendo le strampalate avventure dell'ateo Anteo Pellacani, detto Gambina Maledetta, ci si imbatte in un Pupi Avati ruspante e fantasioso che mette su una sorta di moderno miracolo pasoliniano e surreale, trasposto nella pianura padana come un'avventura picaresca raccontata da Gianni Celati. La mazurka, intendiamoci, non è un capolavoro, e non raggiunge nemmeno i risultati della Casa dalle finestre che ridono, però ne possiede gli stessi umori grotteschi che riescono a divertire e facevano sperare, allora, in un regista di grande avvenire.

Gli attori sono quasi tutti fidatissimi di Avati: Tognazzi è adattissimo alla parte, mentre Villaggio, in versione prefantozziana, esagera in numeri buffoneschi. Gianni Cavina interpreta il solito personaggio grande, grosso e coglione, mentre Delia Boccardo ha una delle parti migliori della sua carriera, con questa maliziosa e ingenua santa-puttana.

Tag: cinema

Ride bene chi ride ultimo

by sasso67 (06/05/2007 - 19:11)

L'ultima risata (Germania, 1924) di Friedrich Wilhelm Murnau. Con Emil Jannings (il portiere d'albergo), Maly Delschaft (la figlia), Max Hiller (il genero), Emilie Kurz (la zia), Hans Unterkircher (il direttore d'albergo), Georg John (il guardiano notturno), Emmy Wyda (la vicina magra).

Un anziano portiere d'albergo è orgoglioso della propria livrea gallonata, che gli procura il rispetto di parenti e vicini di casa. Quando il direttore dell'hotel si accorgerà che l'uomo è troppo vecchio per trasportare i bagagli, e lo adibirà alla mansione di guardiano dei bagni, l'anziano tenterà di tenerlo nascosto alla famiglia, ma invano.

Ottimo film muto dell'autore del Nosferatu (1922): la potenza delle immagini è tale, che Murnau non si avvale nemmeno delle didascalie, usate soltanto due volte, all'inizio e alla fine del film. La padronanza del mezzo espressivo evidenziata in questo film fece scuola, con i movimenti di macchina che spesso e volentieri sostituiscono quelli degli attori, suggerendo degli stati d'animo al di là dell'intrinseca espressività degli interpreti stessi (valga per tutte la sequenza dell'ubriacatura del protagonista, descritta mediante l'oscillazione pendolare della macchina da presa). L'unico difetto del film sta in un lieto fine posticcio e appiccicato col vinavil, ma a discolpa del regista va detto che una didascalia avverte lo spettatore che il film doveva ritenersi concluso prima dell'insperata eredità che trasforma il protagonista in un miliardario (qui si usa l'espediente di dire che "il regista si è impietosito di lui...").

Per descrivere il film basti dire che la trama ricorda (anzi, viste le date, anticipa) Umberto D. (1952) di De Sica, Vivere (1952) di Kurosawa e, in alcuni momenti, soprattutto nel finale, alcune sequenze di Luci della città (1931) di Chaplin.L'ultima risata

Tag: cinema

Notte sprecata

by sasso67 (06/05/2007 - 12:21)

Commissariato di notturna (Italia, 1974) di Guido Leoni. Con Gastone Moschin (commissario Borghini), Rosanna Schiaffino (Sonia, una prostituta), Giorgio Ardisson (il Laureando), Giacomo Furia (Santini), Antonio Casagrande (il capofamiglia), Carlo Giuffrè (Teodoro), Maurice Ronet (l'imprenditore), Luciano Salce (On. Colacioppi), Gisela Hahn (la turista straniera), Aldo Bufi Landi (un poliziotto), Michele Gammino (un poliziotto).

Una nottata in un commissariato romano diretto da Moschin: dal tentativo di omicidio ai danni di una prostituta ai tentativi di truffa del napoletano Teodoro, dalle retate di travestiti ai giovani colti mentre si spinellano, passando per la fuga (?) della stessa figlia del commissario.

Il film è poco divertente, nonostante il dimenarsi del brigadiere Santini (interpretato da Giacomo Furia, anche sceneggiatore), vero e proprio tuttofare del commissariato. La presenza di Moschin è abbastanza anonima; la Schiaffino bamboleggia nella parte dell'ennesima prostituta di buon cuore; Giuffrè gigioneggia nella risaputa macchietta dell'imbroglioncello napoletano, che truffa ingenui turisti stranieri e sprovveduti industriali del nord Italia. Film insulso e inutile.

Tag: cinema

Dalli, dalli, al supermercato!

by sasso67 (05/05/2007 - 23:21)

Cinque matti al supermercato (Francia, 1973) di Claude Zidi. Con [Les Charlots: Gérard Rinaldi (Gérard), Jean Sarrus (Jean), Gérard Filippelli (Phil), Jean-Guy Fechner (Jean-Guy)], Michel Galabru (Emile), Michel Serrault (Félix Boucan), Coluche (il visitatore dell'appartamento).

Alla periferia di una città francese, di fronte a un bar drogheria apre un modernissimo supermercato, che rischia di far fallire l'attività del piccolo commerciante. Quattro amici, frequentatori del negozio del loro amico Emile, tentano, con mezzi folli quanto loro, di danneggiare il supermercato, salvando l'esercizio commerciale del loro amico. I risultati saranno catastrofici per tutti.

La tematica è d'interesse ancora attuale e investe il mutamento del modo di fare la spesa di tanti cittadini europei. Il filmetto è svelto e simpatico, ma l'umorismo è da cinema parrocchiale. Anche per chi, come me, trent'anni fa considerò Cinque matti allo stadio un insuperabile capolavoro comico, i tempi di film come questo sono inesorabilmente passati.

Tag: cinema,comicit

Alla romana

by sasso67 (03/05/2007 - 22:38)

Trastevere (Italia, 1971) di Fausto Tozzi. Con Nino Manfredi (Carmelo Mazzullo detto Casimiro); Rosanna Schiaffino (Caterina Peretti, detta Rama), Vittorio Caprioli (don Ernesto), Vittorio De Sica (il baritono Enrico Formica), Leopoldo Trieste (il prof. Enrico), Milena Vukotic (la moglie del prof.), Ottavia Piccolo (Nanda), Mickey Fox (Sora Regina), Gigi Ballista (il nobile), Enzo Cannavale (Stracciariello), Fiammetta Baralla (la mignotta grassa), Luciano Pigozzi (Righetto), Nerina Montagnani (Sora Rosanna Schiaffino in TRASTEVERERosa), Franca Scagnetti (Sora Maria), Luigi Uzzo (Cesare), Goffredo Pistoni (contrabbandiere), Lino Coletta (Alvaro Diotallevi).

Un viaggio attraverso Trastevere e la sua gente, nobili e borgatari, sulle orme di un cagnolino sfuggito al proprietario, un anziano baritono affascinato dalla contestazione giovanile.

Un film abbastanza povero d'idee, ma ruspante come Trastevere e la sua gente. Qualche velleità felliniana (il pellegrinaggio al Divino Amore) e pasoliniana, ma il tutto resta piuttosto innocuo. Nino Manfredi è stranamente misurato e la Schiaffino insolitamente generosa: memorabile la scena a sedere biotto con gli allibiti agenti della Polizia.

Si può vedere senza sbadigliare troppo (6½).

Tag: cinema

Salvate Maria

by sasso67 (01/05/2007 - 18:36)

Una di quelle (Italia, 1953) di Aldo Fabrizi. Con Totò (Rocco Bardelli), Lea Padovani (Maria Rossetti), Peppino De Filippo (Martino), Aldo Fabrizi (Dott. Ubaldo Mancini), Laura Gore (Annie), Pina Piovani (la portinaia), Mario Castellani (il farmacista), Nando Bruno (il tassista), Maurizio Natali (Nino), Giulio Calì (il guardamacchine), Alberto Talegalli (il burino).

I due paesani Rocco e Martino si recano a Roma per una nottata di divertimento con le donne e in un night club incontrano Maria, una vedova che ha appena deciso di prostituirsi per pagare i debiti contratti per mantenere il figlio di sei anni. La serata di follie si traformerà, così, per Rocco, nell'occasione di fare una buona azione.

Un altro film con Totò, capace di unire l'elemento comico (esaltato anche grazie alla presenza di Peppino, con il quale non mancano mai i duetti esilaranti) con quello patetico, al quale la maschera del Principe sapeva adattarsi perfettamente. Aldo Fabrizi, anche regista, compare nelle vesti del medico di turno, dotato di buon cuore. Una produzione cinematografica di piccole pretese, ma che si eleva sopra la media, grazie a tre grandi della nostra commedia postbellica, e della quale si avverte oggi l'assoluta mancanza.

Tag: cinema
Archivio Maggio 2007