La coppa - The Cup (Bhutan/Australia, 1999) di Khyentse Norbu. Con Jamyang Lodro (Orgyen), Lama Chonjor (l'abate), Orgyen Tobgyal (Geko, l'aiutante), Kunsang Nyima (Palden), Neten Chokling (Lodo), Godu Lama (vecchio lama), Dhan Pat Singh (il noleggiatore di televisori).
Durante i campionati mondiali di calcio del 1998, alcuni giovani allievi di una scuola buddista tibetana smaniano per vedere le partite. Dopo averne vista una (il quarto tra Francia e Italia), riescono a convincere l'abate a noleggiare un apparecchio tv per seguire la finale tra Francia e Brasile. Nonostante la funzione aggregativa del calcio (l'abate si informa previamente se questo "strano" sport comporti la violenza e le tentazioni della carne), gli aspiranti monaci comprenderanno che vi sono anche altre cose importanti nella vita, come gli affetti, la solidarietà e la serietà negli studi.
Allegramente superficiale, il film di Norbu (nel 2003 autore del più maturo Maghi e viaggiatori) è perfetto per smitizzare l'alone mitico/mistico che è stato creato intorno al buddismo tibetano, soprattutto grazie all'adesione di alcuni vippi, più che per la positiva predicazione del Dalai Lama, nonché per farsi beffe di quanti, in piena epoca New Age, sono pronti a cadere in deliquio non appena sentano l'ohm accompagnato da un lieve profumo d'incenso. Sufficiente.
P. S. Le partite sono rimontate alla maniera dell'organo sessuale del migliore amico dell'uomo (scilicet "a cazzo di cane").






Per valutare un film come questo, è necessario partire da certe definizioni recensorie. Morando Morandini, ad esempio, ne parla come di «un film di algida eleganza e di impervia comprensione per un occidentale con un sospetto di manierismo accademico». Cosa che, a dispetto del Leone d'oro ricevuto a Venezia nel 1989 (ex aequo con Ricordi della casa gialla di Monteiro), per me significa, fuor di perifrasi, che Morte di un maestro del tè è un film pallosissimo. Paolo Mereghetti, invece, avverte che «tanta solennità non scaccia l'ombra della maniera». Secondo Tullio Kezich, filosoficamente, «l'impervio discorso è forse più alto dello stile, l'intensità concettuale prevale su una qualità estetica che non va oltre la lezione dei maestri». Giovanni Grazzini, infine, lodò il film di Kumai, definendolo «un'opera di qualità molto alta», e descrivendone la trama nei seguenti termini: «...egli infatti rende omaggio a Rikyu (1522-1591), che a quanto dicono gli storici del Sol Levante seppe per primo trasformare il rituale del the in un'opera d'arte. Nel senso che per primo, in un'apposita camera, spoglia d'ogni ornamento, dinanzi a simboli divini e a "memento" che favorivano la meditazione e l'annullamento delle passioni, posò un pizzico di the verde in una ciotola, vi versò sopra l'acqua calda, portò la tazza alle labbra, e bevve, ma muovendo le mani in una sorta di spazio sacro, nel rispetto d'una geometria che voleva replicare l'ordine del Creato e appagare così, in una specie di ascesi anche figurativa, l'ansia umana di assoluto». Ritenendo che il venerabile Rikyu avesse scoperto l'acqua calda (a Livorno avrebbero detto "il buo alla 'onca", mentre l'Umiliana avrebbe parlato della "scoperta di Caone che a mezzanotte è buio"), prosaicamente glossai, a margine dell'aulica recensione del Grazzini, in caratteri scatolari, CHE CAZZATA. A distanza di circa quindici anni, devo parzialmente rivedere il mio affrettato giudizio critico, nel senso che il film di Kumai è uno spettacolo dignitosissimo, seppure, inevitabilmente, destinato a pochi. Molto buona la - purtroppo breve - scena di battaglia, ispirata alle battaglie di Paolo Uccello e ovviamente ai capolavori cinematografici di Kurosawa.
Definito da Marco Giusti «cultissimo spaghetti-noir [...] qualcosa di pre-tarantiniano» e via vaneggiando, Roma come Chicago è pre-tarantiniano così come lo sono Dracula e La principessa Sissi, nel senso che sono stati realizzati alcuni anni prima. In realtà si tratta di un pasticciaccio che non sta né in cielo né in terra, con protagonista un bravo attore americano (Cassavetes) che, anche soltanto dal modo di muoversi, si capisce subito che mai su questa terra potrebbe fare l'italiano (a parte la chioma scura da emigrante greco). Il film di De Martino è pieno di inseguimenti noiosi e mal fatti, sparatorie che non hanno un centesimo della credibilità di quelle mostrate da Leone e Peckimpah, nonché buchi di sceneggiatura come piovesse (l'evasione dal carcere di Corda è meno credibile di quella del Conte di Montecristo dal carcere dell'abate Faria). Se il film ha una sua pur minima tenuta spettacolare è grazie a un cast (sia artistico che tecnico) più che dignitoso, con nomi che, almeno nel cinema di genere costituivano una garanzia assoluta: lo stesso Cassavetes, Ferzetti, Pistilli, Cucciolla, Guerrini.
Un giovane garzone di barbiere (Lewis), dopo avere combinato una serie inenarrabile di guai, si ritrova casualmente in tasca un preziosissimo diamante rubato da un pericoloso criminale (Burr). Messosi in viaggio in treno travestito da dodicenne per pagare il biglietto ridotto, è costretto a deviare verso il collegio femminile, dove un paziente insegnante di musica e ginnastica (Martin) gli fa da zio per amore della bella collega (Lynn).
Fisicamente e gestualmente ispirato all'allora arbitro siciliano di calcio Concetto Lo Bello, questo Lo Cascio interpretato da Buzzanca con la consueta dose di smorfie mimiche e facciali riesce, nonostante la volgarità (almeno pari a quella del filone scollacciato dell'epoca) di certe scene e la pochezza dell'insieme, a strappare, con le unghie e con i denti, qualche risataccia. La sceneggiatura segna un punto a suo favore nel tratteggiare il rapporto quasi simbiotico tra arbitro e guardalinee (il bravo Ignazio Leone), ma perde di credibilità con l'inserimento del personaggio inutilmente titillatorio della giornalista femminista (interpretata da Joan Collins), che ricorda una versione spregiudicata della giovane Oriana Fallaci. E comunque, sul mondo del calcio, si farà di molto peggio negli anni ottanta, con i vari Paulo Roberto Cotechiño (1983) e con Il tifoso, l'arbitro e il calciatore (1983).
Fenomeno (campagnolo), Dino Cassio (poliziotto pirata), Pongo (il medico).
Uscito in prima edizione nel 2001con il sottotitolo Corsivi diabolici per tragedie evitabili, Dottor Niù raccoglie i pezzi di Benni usciti su Repubblica nel periodo del primo governo ulivista, e in particolare tra la fine del 1998 (governo D'Alema) e i primi mesi del 2001 (governo Amato), quando la vittoria di Berlusconi alle successive elezioni politiche (una delle tragedie evitabili di cui al sottotitolo) appariva ormai scontata. La maggior parte dei pezzi sono piuttosto datati, se si pensa che sono stati tutti scritti prima dell'11 settembre 2001, e alcuni riferimenti - a Clinton, Eltsin, Milosevic - sembrano arrivare da un'altra era geologica. Alcuni articoli, però, mantengono intatta la loro validità, e, nonostante che gli avvenimenti degli ultimi anni si susseguano a ritmi vertiginosi, anche grazie al moltiplicarsi delle televisioni satellitari, e quindi qualsiasi riferimento all'attualità rischi di essere inutilizzabile a distanza di pochi giorni, grazie alla maestria di Benni, sono ancora divertenti. Per brevità cito soltanto tre pezzi che secondo me sono tra le cose migliori: Natale a Monte Candido (20/12/2000), Confessione di un povero compagno (22/10/1998) e La Storia (31/12/2000). Benni, che è notoriamente di sinistra, in questo libro è bipartisan negli attacchi satirici a Berlusconi come a D'Alema, e ciò fa di Dottor Niù una lettura ancora godibilissima.
Non ho letto Bulgakov, ma, a prescindere da questo, il film di Petrovic, mi sembra veramente mal riuscito. Nel tentativo di condensare surrealismo e spunti di satira politica e sociale, il film è confuso e si limita a una critica, nemmeno tanto efficace, della gestione burocratica dell'arte da parte delle gerarchie sovietiche. E' fin troppo facile far notare che questa critica veniva da un regista della Jugoslavia titoista (e antisovietica), al quale, per contrappasso, si dovrebbe far vedere cento volte il film di Kusturica Papà è in viaggio d'affari (1985), nel quale un poveraccio finisce nei campi di rieducazione socialista soltanto per avere detto "forse esagerano un po'" di fronte a una vignetta che satireggiava Stalin.
Sottoprodotto di serie C, il film di Grieco e Felisatti nasce sulla scia dei fattacci del Circeo e poggia la sua ragion d'essere sulla sensazione d'impunità ispirata dalle vicende giudiziarie e carcerarie dei responsabili di quel massacro. Il film affastella le une sulle altre situazioni le più disparate, sciorinando una serie imponente di violazioni del codice penale: si va dalle rapine a mano armata allo spaccio e all'uso della droga, dalla violenza sessuale all'esposizione della filosofia nietschiana, mettendo a confronto il palazzinaro, il giudice cavilloso, il giovanotto viziato di buona famiglia e il poliziotto anarchico. E in questa confusione ormai non si capisce se siano più fascisti i giovincelli pasolinianamente figli della presunta Roma bene o il poliziotto che vorrebbe incriminarli anche senza prove. Per il resto, Grieco e Felisatti propongono il solito repertorio di inseguimenti (con prevalenza delle corse in moto da cross) e violenze assortite, con l'aggiunta di scene ridicolmente montate a velocità aumentata per rendere più credibili le scazzottate. Il tutto è messo in scena con una recitazione che definire cinofila sarebbe far torto al migliore amico dell'uomo.
Immaginiamo la sorpresa quando la ragazza legge il giornale di alcuni giorni dopo e per di più ci trova scritta la notizia della propria morte ad opera di un maniaco assassino. Ma cos'è successo? Difficile da spiegare in poche parole, ma sostanzialmente è successo che a Londra, nel 1893, lo scrittore e scienziato H. G. Wells, l'autore della Macchina del tempo e della Guerra dei mondi, ha inventato, appunto, una macchina per viaggiare attraverso il tempo. Tra i suoi amici vi è un rispettabile medico che è, in realtà, Jack lo Squartatore, il quale utilizza il macchinario di Wells per sfuggire a Scotland Yard. Lo scienziato lo insegue nel futuro, venendo catapultato, così come il criminale, nella San Francisco del 1979, dove si avranno una serie di gag dovute allo spaesamento dell'uomo ottocentesco alle prese con i marchingegni della vita moderna di una metropoli americana (l'azione è spostata a San Francisco con la scusa che vi si trova il museo contenente la macchina di Wells).
Pur proponendo un'idea cara alla destra d'opposizione (che se fosse di governo, non ce ne sarebbe bisogno), cioè quella della necessità di squadre di "bravi cittadini" armati per mantenere l'ordine pubblico nelle città, specialmente di notte (e specialmente nei confronti di giovani capelloni, indiscutibilmente identificabili come estremisti di sinistra), il film di Franco Martinelli alias Marino Girolami si fa guardare per una sua robusta tenuta spettacolare. In quanto film di genere, a Roma violenta non manca proprio niente: dalla violenza, anche sessuale (una scena di stupro è molto più esplicita che in Arancia meccanica, tutt'oggi vietato ai minori di diciotto anni), agli inseguimenti in automobile, che costituiscono un vero e proprio tòpos di questo cinema. Certo è, comunque, che la proposta delle ronde armate non è poi così esplicita come sembrò all'epoca dell'uscita del film, tanto è vero che nella trama è previsto che i criminali si vendichino sulla figlia del promotore delle ronde, generando in tal modo una spirale di violenza, che somiglia da vicino alle faide medievali. Altrettanto certo è, in questo film, il rimando ai primi episodi della saga dell'ispettore Callaghan, uno dei personaggi storici interpretati da Clint Eastwood, con questo poliziotto manesco e violento, anarchico e individualista, espulso dal corpo di polizia per i suoi metodi eterodossi, che continua la sua guerra personale da privato cittadino.
Gli animali dell'era glaciale vivono tranquilli e beati nella valle che giace tra i ghiacciai, come se fosse un parco dei divertimenti, quando i primi scricchiolii annunciano il disgelo, che rischia di inondare la vallata, annegando tutte le creature. Intanto, il surriscaldamento terrestre provoca strani fenomeni, come lo scongelamento di mostri antidiluviani feroci e famelici e la presenza dei piranha in acque un tempo gelide. E mentre il vecchio branco, formato dal bradipo, dalla tigre zannuta e dal mammut, emigra in direzione di una barca che può mettere in salvo gli animali, con il pachiderma che cerca di convivere con la consapevolezza di essere l'ultimo esemplare della propria specie, destinata all'estinzione, proseguono le disavventure di Scrat, lo scoiattolo mannaro, sempre alle prese con la sua ghianda, della quale non riesce ad ottenere il pieno possesso.
«Gli anni del carcere (1928-33) a Turi (Bari) di A. Gramsci, massimo dirigente del PCI, sempre più solo, amareggiato, malato, quando viene aggredito dalla storia, dalla politica, dalle scelte del suo partito che non condivide e di cui discute con i compagni detenuti, cercando vanamente di distoglierli dal settarismo e dall'ottusa disciplina ideologica. Apprezzabile impegno storico-culturale, ma ha il piombo nelle ali: verboso, didattico, enunciativo, troppo tetro e, negli scorci privati e sentimentali, goffo. Assai curato nell'ambientazione: fotografia di G. Pogany, scene di A. Fago, costumi di M. D'Andrea. Bravo Cucciolla, bravissimo Bonacelli nella parte di Bocchini, ministro degli Interni del governo fascista.» (Morando Morandini)
Lars Von Trier è uno dei registi meno coerenti della storia. Fa tanto puzzo con il Dogma, con corollari quali l'unità di tempo e di luogo, o come la camera a spalla, e poi ti tira fuori una cagata come Idioti (1998) e due film che rispetto a quello non potrebbero essere più agli antipodi, come Dancer In The Dark e Dogville (2003). Qui si tratta di un ibrido tra il melodramma e il musical, con tanto di finale tragico/scioccante, girato con uno stile, anch'esso ibrido, che mischia le riprese con la camera a mano con la fotografia virtuosistica di Robby Müller. La tragica storia di Selma, immigrata cecoslovacca negli USA, appassionata di musical, operaia con grave patologia progressiva degli occhi, ragazza madre di un bambino, anch'egli affetto dalla malattia ereditaria della mamma, porterà la protagonista sul patibolo per un'ingiusta accusa d'omicidio. La storia è poco credibile, come pure l'accusa, ormai scontata, alla società americana, che macina esistenze, al di là dell'amore dimostrato dai singoli individui.
Il film di Larry Clark e Edward Lachman comincia con il suicidio di Ken la Merda (il ragazzino che dà il titolo al film). Poi si passa alle vicende di Shawn, che si fa la madre della sua ragazzina del liceo; a quelle di Tate, maniaco ossessivo, che vive con i nonni un po' rincoglioniti; a quelle di Peaches, orfana di madre, che vive con il padre fanatico religioso e in sospetto d'incesto; infine a quelle di Claude, che subisce la presenza soffocante di un padre rude e macho (ma quanto lo sia veramente lo si vedrà alla fine).
In Blow è raccontata la storia, apparentemente vera, del trafficante di droga George Jung, attualmente - e giustamente - detenuto nelle carceri americane. Le mirabolanti avventure del trafficante cominciano sulla East Coast americana, per trasferirsi in California, dove George diventa il più grande importatore di cocaina di tutto il Nord America, con i contatti in Messico e addirittura personalmente con Pablo Escobar in Colombia. Ma tutto sembra affondare le radici in una carenza affettiva del protagonista, soprattutto nei confronti della madre (che non esita a mandarlo in galera) e delle donne in generale. L'unico rapporto umano veramente duraturo è quello con il padre, un uomo leale, ma, purtroppo per George, debole. La figura del vecchio Jung è quella meglio descritta nel film del povero Ted Demme (morto nel 2002 ad appena 38 anni, proprio per un'overdose di cocaina), autore di un lavoro che, pur ispirandosi allo stile di Tarantino (in particolare a quello di Jackie Brown) e al Traffic (2000) di Soderbergh, è poco riuscito. Proprio l'ottimo Ray Liotta, il padre, è la nota più lieta di questo film, che conferma una volta di più l'enigma Johnny Depp (ridicolmente incorniciato in una parrucca bionda): è stato scelto per rendere ancora più antipatico il protagonista, oppure l'effetto, perfettamente raggiunto, è puramente casuale?
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