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Monaci e calciatori

by sasso67 (30/06/2007 - 20:35)

La coppa - The Cup (Bhutan/Australia, 1999) di Khyentse Norbu. Con Jamyang Lodro (Orgyen), Lama Chonjor (l'abate), Orgyen Tobgyal (Geko, l'aiutante), Kunsang Nyima (Palden), Neten Chokling (Lodo), Godu Lama (vecchio lama), Dhan Pat Singh (il noleggiatore di televisori).

La coppa - The CupDurante i campionati mondiali di calcio del 1998, alcuni giovani allievi di una scuola buddista tibetana smaniano per vedere le partite. Dopo averne vista una (il quarto tra Francia e Italia), riescono a convincere l'abate a noleggiare un apparecchio tv per seguire la finale tra Francia e Brasile. Nonostante la funzione aggregativa del calcio (l'abate si informa previamente se questo "strano" sport comporti la violenza e le tentazioni della carne), gli aspiranti monaci comprenderanno che vi sono anche altre cose importanti nella vita, come gli affetti, la solidarietà e la serietà negli studi.

Allegramente superficiale, il film di Norbu (nel 2003 autore del più maturo Maghi e viaggiatori) è perfetto per smitizzare l'alone mitico/mistico che è stato creato intorno al buddismo tibetano, soprattutto grazie all'adesione di alcuni vippi, più che per la positiva predicazione del Dalai Lama, nonché per farsi beffe di quanti, in piena epoca New Age, sono pronti a cadere in deliquio non appena sentano l'ohm accompagnato da un lieve profumo d'incenso. Sufficiente.

P. S. Le partite sono rimontate alla maniera dell'organo sessuale del migliore amico dell'uomo (scilicet "a cazzo di cane").

Tag: cinema

Più lo mandi giù, più fai seppuku

by sasso67 (30/06/2007 - 19:39)

Morte di un maestro del tè (Giappone, 1989) di Kei Kumai. Con Toshiro Mifune (Rikyu), Eiji Okuda (Honkakubo), Kinnosuke Yorozuya (Uraku), Go Kato (Oribe), Shinsuke Ashida (Hideyoshi, il signore della guerra), Tsunehiko Kamijyo (Soji).

Per valutare un film come questo, è necessario partire da certe definizioni recensorie. Morando Morandini, ad esempio, ne parla come di «un film di algida eleganza e di impervia comprensione per un occidentale con un sospetto di manierismo accademico». Cosa che, a dispetto del Leone d'oro ricevuto a Venezia nel 1989 (ex aequo con Ricordi della casa gialla di Monteiro), per me significa, fuor di perifrasi, che Morte di un maestro del tè è un film pallosissimo. Paolo Mereghetti, invece, avverte che «tanta solennità non scaccia l'ombra della maniera». Secondo Tullio Kezich, filosoficamente, «l'impervio discorso è forse più alto dello stile, l'intensità concettuale prevale su una qualità estetica che non va oltre la lezione dei maestri». Giovanni Grazzini, infine, lodò il film di Kumai, definendolo «un'opera di qualità molto alta», e descrivendone la trama nei seguenti termini: «...egli infatti rende omaggio a Rikyu (1522-1591), che a quanto dicono gli storici del Sol Levante seppe per primo trasformare il rituale del the in un'opera d'arte. Nel senso che per primo, in un'apposita camera, spoglia d'ogni ornamento, dinanzi a simboli divini e a "memento" che favorivano la meditazione e l'annullamento delle passioni, posò un pizzico di the verde in una ciotola, vi versò sopra l'acqua calda, portò la tazza alle labbra, e bevve, ma muovendo le mani in una sorta di spazio sacro, nel rispetto d'una geometria che voleva replicare l'ordine del Creato e appagare così, in una specie di ascesi anche figurativa, l'ansia umana di assoluto». Ritenendo che il venerabile Rikyu avesse scoperto l'acqua calda (a Livorno avrebbero detto "il buo alla 'onca", mentre l'Umiliana avrebbe parlato della "scoperta di Caone che a mezzanotte è buio"), prosaicamente glossai, a margine dell'aulica recensione del Grazzini, in caratteri scatolari, CHE CAZZATA. A distanza di circa quindici anni, devo parzialmente rivedere il mio affrettato giudizio critico, nel senso che il film di Kumai è uno spettacolo dignitosissimo, seppure, inevitabilmente, destinato a pochi. Molto buona la - purtroppo breve - scena di battaglia, ispirata alle battaglie di Paolo Uccello e ovviamente ai capolavori cinematografici di Kurosawa.

Tag: cinema

Roma come Chicago, P come pastrocchio

by sasso67 (29/06/2007 - 20:29)

Roma come Chicago - Banditi a Roma (Italia, 1968) di Alberto De Martino. Con John Cassavetes (Mario Corda), Gabriele Ferzetti (il commissario), Anita Sanders (Lea Corda), Nikos Kourkoulos (Enrico), Riccardo Cucciolla (commissario Pascuttini), Luigi Pistilli (Colangeli), Osvaldo Ruggieri (ispettore Sernesi), Guido Lollobrigida (Angelo Scotese), Piero Morgia (Carlo Taddei), Luigi Casellato (vicecommissario Angeletti), Fausto Pollicino (Luigino), Orso Maria Guerrini (Lo Cascio), Ivan Giovanni Scratuglia (il cieco), Marisa Traversi (la prostituta bionda), Fajda NIchols (la prostituta bruna).

Nikos KourkoulosDefinito da Marco Giusti «cultissimo spaghetti-noir [...] qualcosa di pre-tarantiniano» e via vaneggiando, Roma come Chicago è pre-tarantiniano così come lo sono Dracula e La principessa Sissi, nel senso che sono stati realizzati alcuni anni prima. In realtà si tratta di un pasticciaccio che non sta né in cielo né in terra, con protagonista un bravo attore americano (Cassavetes) che, anche soltanto dal modo di muoversi, si capisce subito che mai su questa terra potrebbe fare l'italiano (a parte la chioma scura da emigrante greco). Il film di De Martino è pieno di inseguimenti noiosi e mal fatti, sparatorie che non hanno un centesimo della credibilità di quelle mostrate da Leone e Peckimpah, nonché buchi di sceneggiatura come piovesse (l'evasione dal carcere di Corda è meno credibile di quella del Conte di Montecristo dal carcere dell'abate Faria). Se il film ha una sua pur minima tenuta spettacolare è grazie a un cast (sia artistico che tecnico) più che dignitoso, con nomi che, almeno nel cinema di genere costituivano una garanzia assoluta: lo stesso Cassavetes, Ferzetti, Pistilli, Cucciolla, Guerrini.

Fra le mirabolanti scene inserite in questo pastrocchio, è da segnalare una rapina a una gioielleria: per non dare troppo nell'occhio, gli astuti rapinatori della banda dello psicopatico Enrico scelgono un negozio di Piazza Navona.

Tag: cinema

Non è mai troppo tardi per avere un'infanzia infelice

by sasso67 (29/06/2007 - 19:22)

Il nipote picchiatello (USA, 1955) di Norman Taurog. Con Jerry Lewis (Wilbur Hoolick), Dean Martin (Bob Miles), Diana Lynn (Nancy Collins), Raymond Burr (Noonan), Nina Foch (Gretchen Brendan), Mitzi McCall (Skeets Powell), Veda Ann Borg (la moglie di Noonan), Romo Vincent (il bigliettaio).

Martin e LewisUn giovane garzone di barbiere (Lewis), dopo avere combinato una serie inenarrabile di guai, si ritrova casualmente in tasca un preziosissimo diamante rubato da un pericoloso criminale (Burr). Messosi in viaggio in treno travestito da dodicenne per pagare il biglietto ridotto, è costretto a deviare verso il collegio femminile, dove un paziente insegnante di musica e ginnastica (Martin) gli fa da zio per amore della bella collega (Lynn).

La solita commedia degli equivoci per la coppia Lewis - Martin, dove il pasticcione rischia di avere la meglio, anche in amore, sul bravo e bel ragazzo pienamente normale. Il nipote picchiatello è uno dei classici della comicità di Jerry Lewis, uno di quelli che più lo ha identificato nella macchietta scioccherella e lamentosa resa celebre qui da noi anche dall'azzeccato doppiaggio di Carletto Romano. Non c'è molto di più da dire: se non che la sequenza centrale è, a parer mio, quella della biglietteria del treno, quando Wilbur è prima infastidito dal ragazzino dodicenne con la pistola a schizzo e poi decide di prenderne le sembianze, entrando, ora e per sempre, nei panni imperituri del picchiatello.

Tag: cinema,comicit

Dalla Sicilia col fischietto

by sasso67 (28/06/2007 - 22:16)

L'arbitro (Italia, 1974) di Luigi Filippo D'Amico. Con Lando Buzzanca (Carmelo Lo Cascio), Joan Collins (Elena Sperani), Gabriella Pallotta (Laura Lo Cascio), Ignazio Leone (Vito Fichera, il guardialinee), Marisa Solinas (Luisella Fichera), Masimo Mollica (La Forgia), Umberto D'Orsi (il medico), Dino Curcio (il sindaco), Dante Cleri (Patanè), Giovanni Rosselli (il figlio), Alvaro Vitali (il postino), Nello Pazzafini (invasore di campo), Daniele Vargas (il presidente della commissione arbitrale), Gianfranco Barra (il celerino), Elizabet Turner (Evelin La Forgia), Bruno Pizzul, Nicolò Carosio, Alfredo Pigna, Maurizio Barendson (sé stessi).

Fisicamente e gestualmente ispirato all'allora arbitro siciliano di calcio Concetto Lo Bello, questo Lo Cascio interpretato da Buzzanca con la consueta dose di smorfie mimiche e facciali riesce, nonostante la volgarità (almeno pari a quella del filone scollacciato dell'epoca) di certe scene e la pochezza dell'insieme, a strappare, con le unghie e con i denti, qualche risataccia. La sceneggiatura segna un punto a suo favore nel tratteggiare il rapporto quasi simbiotico tra arbitro e guardalinee (il bravo Ignazio Leone), ma perde di credibilità con l'inserimento del personaggio inutilmente titillatorio della giornalista femminista (interpretata da Joan Collins), che ricorda una versione spregiudicata della giovane Oriana Fallaci. E comunque, sul mondo del calcio, si farà di molto peggio negli anni ottanta, con i vari Paulo Roberto Cotechiño (1983) e con Il tifoso, l'arbitro e il calciatore (1983). Qui siamo ancora su un piano, seppur piattamente, dignitoso. Anche se Il presidente del Borgorosso Football Club (1970, sempre di D'Amico) era un'altra cosa.

Tag: cinema,comicit

Scorreggiando a Milano

by sasso67 (27/06/2007 - 21:42)

Il ragazzo di campagna (Italia, 1984) di Castellano e Pipolo. Con Renato Pozzetto (Artemio), Massimo Boldi (Severino Cicerchia), Donna Osterbuhr (Angela Corsi), Renato D'Amore (l'idraulico), Enzo Cannavale (il cieco), Enzo Garinei (il direttore del residence), Bella (Maria Rosa), Clara Colosimo (la madre di Artemio), Franco Diogene (selezionatore), Enzo De Toma (paziente in ospedale), Jimmy il Fenomeno (campagnolo), Dino Cassio (poliziotto pirata), Pongo (il medico).

Vissuto in campagna insieme all'anziana madre vedova, Artemio, compiuti i quarant'anni, decide di andare a tentare l'avventura in città.

Proposto in Tv almeno cinquanta volte, Il ragazzo di campagna lo conosce anche chi non l'ha mai visto per intero. I due registi del Bagaglino cercano di sfruttare gli ultimi rimasugli della verve comica di Pozzetto, che all'epoca cominciava a mostrare la corda. La trama, fra l'altro, poggia su un filo conduttore esilissimo, ai limiti del puro pretesto che tiene insieme le varie gag. Nonostante tutti questi difetti, il filmaccio di Castellano e Pipolo riesce a strappare allo spettatore qualche risata, grazie ad alcune scenette che sfruttano l'originaria vena surreale del comico varesino (le notizie davanti al televisore, il passaggio del treno, la sorpresa quando Pozzetto si spoglia in casa di Angela) ed altre decisamente più volgari, che, come le scorregge del cugino Severino, colpiscono i nostri istinti più bassi.

Tag: cinema

La frusta e la puszta

by sasso67 (20/06/2007 - 17:48)

Elettra, amore mio (Ungheria, 1974) di Miklos Jancsó. Con Mari Torocsik (Elettra), Jozsef Madaras (Egisto), Gyorgy Cserhalmi (Oreste), Mária Bajcsay (la messaggera), Lajos Balázsovits (il messaggero), Gabi Jobba (Crisotemi, la sorella).

Elettra, amore mioEgisto festeggia i quindici anni del suo regno, iniziato con l'omicidio del fratello Agamennone. Nel frattempo Clitemnestra è morta e Oreste se n'è andato chissà dove ed è dato per morto. Soltanto Elettra rimane a fungere da cattiva coscienza del sovrano e a ricordarle l'orrendo delitto del quale s'è macchiato per scalare il potere. La ragazza spera nel ritorno di Oreste, perché il fratello compia la vendetta. E poi Oreste torna, uccide il tiranno e is uoi scherani, ma poi si scontra fatalmente con la sorella e i due si uccidono a vicenda, salvo poi risorgere e fuggire su un rosso e radioso elicottero.

Messo in scena secondo i canoni di una sorta di balletto, ispirato direttamente agli schemi della tragedia greca, e tutto ambientato nella puszta ungherese, Elettra, amore mio è un vero film maoista, con la sua esaltazione della necessità di una rivoluzione permanente, contro l'inevitabile imborghesimento di ogni tiranno, che per forza di cose instaura con il popolo un rapporto di padrone/schiavo (forse per questo, Jancsó era poco ben visto dal regime comunista ungherese, più legato alla nomenklatura sovietica di stampo staliniano e brezneviano).

Con un uso poderoso e ponderoso del piano sequenza, il regista magiaro realizza comunque un film che riesce a non essere noioso né verboso, nonostante che i dialoghi procedano a raffiche discontinue. Gli attori, tutti aficionados di Jancsó, sono bravi, in particolare la Torocsik e Madaras. Come un po' in tutti i film del regista di Vac, abbondano i nudi, femminili e maschili.

Tag: cinema

Dottor Niù

by sasso67 (16/06/2007 - 20:37)

Stefano Benni, Dottor Niù, Feltrinelli, 2007, pp. 155, € 6,00.

Uscito in prima edizione nel 2001con il sottotitolo Corsivi diabolici per tragedie evitabili, Dottor Niù raccoglie i pezzi di Benni usciti su Repubblica nel periodo del primo governo ulivista, e in particolare tra la fine del 1998 (governo D'Alema) e i primi mesi del 2001 (governo Amato), quando la vittoria di Berlusconi alle successive elezioni politiche (una delle tragedie evitabili di cui al sottotitolo) appariva ormai scontata. La maggior parte dei pezzi sono piuttosto datati, se si pensa che sono stati tutti scritti prima dell'11 settembre 2001, e alcuni riferimenti - a Clinton, Eltsin, Milosevic - sembrano arrivare da un'altra era geologica. Alcuni articoli, però, mantengono intatta la loro validità, e, nonostante che gli avvenimenti degli ultimi anni si susseguano a ritmi vertiginosi, anche grazie al moltiplicarsi delle televisioni satellitari, e quindi qualsiasi riferimento all'attualità rischi di essere inutilizzabile a distanza di pochi giorni, grazie alla maestria di Benni, sono ancora divertenti. Per brevità cito soltanto tre pezzi che secondo me sono tra le cose migliori: Natale a Monte Candido (20/12/2000), Confessione di un povero compagno (22/10/1998) e La Storia (31/12/2000). Benni, che è notoriamente di sinistra, in questo libro è bipartisan negli attacchi satirici a Berlusconi come a D'Alema, e ciò fa di Dottor Niù una lettura ancora godibilissima.

La Storia

Da "Storia d'Italia" di Gasparri, Previti e Storace. Testo per le scuole medie e superiori dell'anno 2010

Ai primi del Novecento un giovane pittore di nome Adolf Hitler, si accorse che la dittatura comunista stava cingendo d'assedio la Germania e il mondo. Dopo essere stato perseguitato dalla magistratura e incarcerato, scrisse un veemente saggio sulla superiorità della razza nordica, che lo rese assai popolare. Egli si recò con una piccola scorta militare in Polonia, per promuovere le sue idee. Subito l'Europa filocomunista e parcondicionista gridò all'invasione e lo attaccò. Hitler si difese eroicamente. Per evitare danni ai civili, evacuò alcune città e sistemò gli abitanti in centri di accoglienza quali Auschwitz e Buchenwald. Purtroppo il grande numero di persone causò disagi e carenze nell'accoglienza. La storiografia marxista, con la consueta enfasi settaria, bollò l'accaduto col termine "Olocausto". In realtà, anche se ci fu qualche eccesso da parte dei militari tedeschi, la vicenda è ancora così oscura che, per la sua delicatezza e la violenza di alcune immagini, il ministro dell'istruzione Rovagnati l'ha vietata ai minori di anni 18. Potrete eventualmente studiarla all'università se passerete l'esame delle "quattro i": (Internet, Impresa, Inglese e "ll papà mi dà trenta milioni per iscrivermi"). Dopo il presunto Olocausto, tutti si accanirono contro il povero Adolf. Egli affrontò con coraggio le armate staliniane, la lobby giudaica, i depravati inglesi e i sanguinari francesi. Ma alla fine fu travolto da un massiccio sbarco di extracomunitari in Normandia, favorito dalla politica lassista delle sinistre italiane. Intanto in Italia Benito Mussolini e altri carbonari, che avevano appoggiato il generoso sforzo liberista hitleriano, furono rovesciati da una congiura di partigiani sostenuti dalla magistratura. La dittatura comunista regnò per molti anni, con la collaborazione dei cattolici rossi, dei massoni e della lobby omosessuale. Uomini come Fanfani, Rumor, Scelba, e Taviani, tutti di stretta osservanza marxista, detennero a lungo il potere, e nelle scuole la propaganda stalinista cancellò ogni traccia di verità storica. Lo scoppio di una caldaia alla stazione di Bologna, sostenuto a lungo dal solo perseguitato Bruno Vespa, fu contrabbandato per strage, e così pure venne deviata la verità su Ustica (l'aereo scontratosi contro un sottomarino russo impazzito) e sul guasto meccanico dell' Italicus. Si giunse persino a dire che Hitler era dotato di un membro sotto la media, mentre invece… (vedi illustrazione pagina 145 in alto). Ma ecco irrompere sulla scena mondiale un giovane eroico lombardo, Silvio Berlusconi (vedi illustrazione pagina 145 in basso). Egli cantava in un piano-bar e non pensava alla politica, quando un giorno vide apparire, su un prato alla periferia di Milano, un angelo con la spada fiammeggiante che gli disse: "O unto da Dio, tu sei il prescelto: libererai l'Italia dai comunisti e diventerai ricco e famoso. Eccoti i fondi per fare tre televisioni". E di colpo Berlusconi si ritrovò pieno di monete d'oro. I magistrati persecutori gli chiesero a lungo come avesse fatto quei soldi così in fretta, ma dovettero arrendersi di fronte al miracolo. Nella cantina della sua modesta abitazione di Arcore, Silvio preparò la riscossa insieme a patrioti come Dell'Utri, Previti, Confalonieri e Pilo. Con pochi mezzi e coi i media tutti in mano al nemico bolscevico, riuscì a vincere le elezioni, ma il tradimento di un altro lombardo, Bossi, lo privò del giusto diritto a governare. La dittatura rossa tornò a opprimere l'Italia. I comunisti tolsero a Berlusconi ogni avere, tutte le televisioni e lo incarcerarono per lunghi anni. Silvio Berlusconi fu rinchiuso insieme a Silvio Pellico allo Spielberg, un castello appartenuto al produttore americano. Ma un giorno l'angelo fiammeggiante riapparve e liberò Berlusconi, che rivinse le elezioni a capo di un triumvirato. Questa volta non commise gli errori precedenti. Liquidò con un congruo assegno gli altri triumviri Bossi e Fini e divenne imperatore d'Italia col nome di Silviodoro primo. Sotto di lui la Fininvest e il paese godettero di un periodo di prosperità senza pari. Fu iniziato il ponte di Messina, per congiungere Messina a Reggio Emilia. Fu genialmente creato un milione di posti di lavoro licenziando un milione di vecchi lavoratori. La battaglia tra magistratura e mafia fu finalmente vinta, sconfiggendo la magistratura. Oggi nel 2010, il nostro paese è invidiato e temuto, anche se è tuttora accerchiato dai centri sociali, dall'Europa bolscevica e dai molli americani del primo presidente ex nero Michael Jackson. Ma l'imperatore Silviodoro si prepara a fare dell'Italia la più grande potenza del mondo libero. Le nostre truppe e le nostre parabole televisive hanno già conquistato la Svizzera, e dall'Austria del nostro alleato Kaiser Haider accerchiano Praga e puntano verso la Polonia. E stavolta, non falliremo.

Tag: libro,satira,umorismo

Ponzio Pilato contro Stalin

by sasso67 (16/06/2007 - 19:34)

Il maestro e Margherita (Italia/Jugoslavia, 1971) di Aleksandar Petrovic. Con Ugo Tognazzi (Nikolaj Afanasijevic Maksudov, Il Maestro), Mimsy Farmer (Margherita Nikolajevna), Alain Cuny (Satana alias il Professor Woland), Velimir "Bata" Zivojinovic (Korovjev, aiutante di Satana), Pavle Vujisic (Azazel, aiutante di Satana), Fabijan Sovagovic (Berlioz), Ljuba Tadic (Ponzio Pilato), Tamsko Racic (Rimsky, direttore del teatro), Danilo Stojkovic (Bobov, il critico), Zlatko Madunic (Oskar Danilovic).

Il maestro e Margherita (una scena)Non ho letto Bulgakov, ma, a prescindere da questo, il film di Petrovic, mi sembra veramente mal riuscito. Nel tentativo di condensare surrealismo e spunti di satira politica e sociale, il film è confuso e si limita a una critica, nemmeno tanto efficace, della gestione burocratica dell'arte da parte delle gerarchie sovietiche. E' fin troppo facile far notare che questa critica veniva da un regista della Jugoslavia titoista (e antisovietica), al quale, per contrappasso, si dovrebbe far vedere cento volte il film di Kusturica Papà è in viaggio d'affari (1985), nel quale un poveraccio finisce nei campi di rieducazione socialista soltanto per avere detto "forse esagerano un po'" di fronte a una vignetta che satireggiava Stalin.

Nel film c'è qualche attore bravo (a parte Tognazzi, qui un po' spaesato, citerei il solito Cuny e Vujisic) e qualche scorcio ben fotografato, ma nel complesso, Il maestro e Margherita resta un'occasione sprecata, anche se fa venir voglia di leggere il romanzo.

«Questo film, che fa polpette di un capolavoro della moderna letteratura sovietica, merita soltanto di venir segnato nel libro nero» (Tullio Kezich, 1972).

Tag: cinema

Roma male

by sasso67 (13/06/2007 - 20:35)

I violenti di Roma bene (Italia, 1976) di Segri e Ferrara [Sergio Grieco e Massimo Felisatti]. Con Antonio Sabàto (commissario De Gregori), Pierre Marfurt (Stefano Donnini), Franca Gonella (la sorella di Marco), Giacomo Rossi Stuart (ingegner Donnini), Pupo De Luca (maresciallo Turrini), Gloria Piedimonte (l'altra ragazza seviziata).

SabàtoSottoprodotto di serie C, il film di Grieco e Felisatti nasce sulla scia dei fattacci del Circeo e poggia la sua ragion d'essere sulla sensazione d'impunità ispirata dalle vicende giudiziarie e carcerarie dei responsabili di quel massacro. Il film affastella le une sulle altre situazioni le più disparate, sciorinando una serie imponente di violazioni del codice penale: si va dalle rapine a mano armata allo spaccio e all'uso della droga, dalla violenza sessuale all'esposizione della filosofia nietschiana, mettendo a confronto il palazzinaro, il giudice cavilloso, il giovanotto viziato di buona famiglia e il poliziotto anarchico. E in questa confusione ormai non si capisce se siano più fascisti i giovincelli pasolinianamente figli della presunta Roma bene o il poliziotto che vorrebbe incriminarli anche senza prove. Per il resto, Grieco e Felisatti propongono il solito repertorio di inseguimenti (con prevalenza delle corse in moto da cross) e violenze assortite, con l'aggiunta di scene ridicolmente montate a velocità aumentata per rendere più credibili le scazzottate. Il tutto è messo in scena con una recitazione che definire cinofila sarebbe far torto al migliore amico dell'uomo.

«truce e rozzo dramma urbano incentrato sulle gesta di alcuni pariolini della Roma viziata e viziosa guidati dal figlio di un noto palazzinaro.» (dal sito buioomega.com)

Tag: cinema

A scazzo nel tempo

by sasso67 (11/06/2007 - 20:04)

L'uomo venuto dall'impossibile (USA, 1979) di Nicholas Meyer. Con Malcolm McDowell (Herbert George Wells), David Warner (Dott. John Stevenson), Mary Steenburgen (Amy Robbins), Charles Cioffi (ten. Mitchell), Kent Williams (assistente di Mitchell), Andonia Katsaros (signora Turner), Patti D'arbanville (Shirley), Geraldine Baron (Carol), Karin Mary Shea (Jenny), Ray Reinhardt (il gioielliere), Shirley Marchant (Dolores).

Wells e le patatine fritteImmaginiamo la sorpresa quando la ragazza legge il giornale di alcuni giorni dopo e per di più ci trova scritta la notizia della propria morte ad opera di un maniaco assassino. Ma cos'è successo? Difficile da spiegare in poche parole, ma sostanzialmente è successo che a Londra, nel 1893, lo scrittore e scienziato H. G. Wells, l'autore della Macchina del tempo e della Guerra dei mondi, ha inventato, appunto, una macchina per viaggiare attraverso il tempo. Tra i suoi amici vi è un rispettabile medico che è, in realtà, Jack lo Squartatore, il quale utilizza il macchinario di Wells per sfuggire a Scotland Yard. Lo scienziato lo insegue nel futuro, venendo catapultato, così come il criminale, nella San Francisco del 1979, dove si avranno una serie di gag dovute allo spaesamento dell'uomo ottocentesco alle prese con i marchingegni della vita moderna di una metropoli americana (l'azione è spostata a San Francisco con la scusa che vi si trova il museo contenente la macchina di Wells).

Il film di Meyer non è certo un capolavoro della fantascienza, ma si può guardare come una stralunata commedia gialla con morale facilina, secondo la quale il nostro mondo non è meno violento di quello di cent'anni fa e che, ora come allora, soltanto l'amore può salvare l'umanità.

Le gag dovute allo spaesamento dell'uomo dell'ottocento nella "Frisco" moderna (chiama McDonald's "il ristorante scozzese") sono, ormai, tutte un po' già viste, capovolgendo quelle di Ritorno al futuro, dove un ragazzo d'oggi viaggiava nel passato, e quindi alla fin fine risultano prevedibili, ma tra queste fa ridere l'espediente che usa lo scrittore davanti alla polizia californiana, incredula di fronte alla storia che gli viene raccontata da Wells: questi, per non rivelare il proprio nome, afferma di essere un investigatore privato in incognito, e fornisce il nome di un personaggio di un romanzo che aveva appena letto a Londra: Sherlock Holmes (i primi tre romanzi della serie sono rispettivamente del 1887, del 1890 e del 1892).

Tag: cinema

A mezzanotte va la ronda del questurino...

by sasso67 (10/06/2007 - 20:20)

Roma violenta (Italia, 1975) di Franco Martinelli. Con Maurizio Merli (commissario Betti), Richard Conte (avvocato Sartori), Silvano Tranquilli (il questore), Ray Lovelock (Biondi), John Steiner (Franco Spadoni detto Er Chiodo), Daniela Giordano (Erika), Mimmo Palmara (vicequestore), Benito Stefanelli (un rapinatore).

Roma violenta (M. Merli)Pur proponendo un'idea cara alla destra d'opposizione (che se fosse di governo, non ce ne sarebbe bisogno), cioè quella della necessità di squadre di "bravi cittadini" armati per mantenere l'ordine pubblico nelle città, specialmente di notte (e specialmente nei confronti di giovani capelloni, indiscutibilmente identificabili come estremisti di sinistra), il film di Franco Martinelli alias Marino Girolami si fa guardare per una sua robusta tenuta spettacolare. In quanto film di genere, a Roma violenta non manca proprio niente: dalla violenza, anche sessuale (una scena di stupro è molto più esplicita che in Arancia meccanica, tutt'oggi vietato ai minori di diciotto anni), agli inseguimenti in automobile, che costituiscono un vero e proprio tòpos di questo cinema. Certo è, comunque, che la proposta delle ronde armate non è poi così esplicita come sembrò all'epoca dell'uscita del film, tanto è vero che nella trama è previsto che i criminali si vendichino sulla figlia del promotore delle ronde, generando in tal modo una spirale di violenza, che somiglia da vicino alle faide medievali. Altrettanto certo è, in questo film, il rimando ai primi episodi della saga dell'ispettore Callaghan, uno dei personaggi storici interpretati da Clint Eastwood, con questo poliziotto manesco e violento, anarchico e individualista, espulso dal corpo di polizia per i suoi metodi eterodossi, che continua la sua guerra personale da privato cittadino.

Intorno a Maurizio Merli, altamente idoneo ad interpretare, fisicamente e psicologicamente, la parte, ruotano alcuni caratteristi del nostro cinema anni settanta: da Silvano Tranquilli a John Steiner, da Ray Lovelock a Richard Conte, giunto al capolinea della sua ultima interpretazione.

Tag: cinema

Mammut, babbut e figliut

by sasso67 (10/06/2007 - 19:14)

L'era glaciale 2 - Il disgelo (USA, 2006) di Carlos Saldanha.

ScratGli animali dell'era glaciale vivono tranquilli e beati nella valle che giace tra i ghiacciai, come se fosse un parco dei divertimenti, quando i primi scricchiolii annunciano il disgelo, che rischia di inondare la vallata, annegando tutte le creature. Intanto, il surriscaldamento terrestre provoca strani fenomeni, come lo scongelamento di mostri antidiluviani feroci e famelici e la presenza dei piranha in acque un tempo gelide. E mentre il vecchio branco, formato dal bradipo, dalla tigre zannuta e dal mammut, emigra in direzione di una barca che può mettere in salvo gli animali, con il pachiderma che cerca di convivere con la consapevolezza di essere l'ultimo esemplare della propria specie, destinata all'estinzione, proseguono le disavventure di Scrat, lo scoiattolo mannaro, sempre alle prese con la sua ghianda, della quale non riesce ad ottenere il pieno possesso.

Nonostante qualche invenzione per tenere viva l'attenzione sul gruppetto di animali preistorici, la seconda puntata dell'era glaciale soffre inevitabilmente di una carenza d'originalità rispetto al primo episodio. All'elogio dell'amicizia, che stava alla base del primo episodio, si aggiunge qui il panegirico dell'amore, visto anche come viatico al perpetuarsi della specie, altrimenti destinata all'estinzione (sotto questo aspetto il film potrebbe piacere al cardinale Ruini e all'on. Buttiglione). Gli autori aggiungono alla vicenda qualche personaggio buffo, come i due opossum Crash e Eddie, la mammutta Ellie e gli avvoltoi, che attendono pazientemente l'inondazione per avere molto cibo a portata di becco. Ma l'attenzione di tutti è, ovviamente, catalizzata da Scrat, poiché tutti vogliono sapere se riuscirà finalmente ad impadronirsi della sua ghianda. Anche perché è lui, nel prologo, a far precipitare gli eventi. L'era glaciale 2 è un film assai divertente, anche se non raggiunge le vette del prototipo.

«Nonostante lo spartito sia ben conosciuto, tutto funziona a meraviglia (anche il doppiaggio): i monologhi del bradipo e la malinconia dei mammut, la minaccia del pesci zannuti e il balletto degli avvoltoi pazienti. Ed è bello sognare alla ricerca della ghianda perduta.» (Claudio Carabba, "Corriere della Sera Magazine", 4 maggio 2006)

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Filosofare in carcere

by sasso67 (09/06/2007 - 21:07)

Antonio Gramsci. Gli anni del carcere (Italia, 1977) di Lino Del Fra. Con Riccardo Cucciolla (Antonio Gramsci), Paolo Bonacelli (il ministro Bocchini), Jacques Herlin (il compagno anziano), John Steiner (il compagno veneto), Mimsy Farmer (Giulia Schucht), Lea Massari (Tatjana Schucht), Luigi Pistilli (il compagno libero), Pier Paolo Capponi (il compagno massimalista).

«Gli anni del carcere (1928-33) a Turi (Bari) di A. Gramsci, massimo dirigente del PCI, sempre più solo, amareggiato, malato, quando viene aggredito dalla storia, dalla politica, dalle scelte del suo partito che non condivide e di cui discute con i compagni detenuti, cercando vanamente di distoglierli dal settarismo e dall'ottusa disciplina ideologica. Apprezzabile impegno storico-culturale, ma ha il piombo nelle ali: verboso, didattico, enunciativo, troppo tetro e, negli scorci privati e sentimentali, goffo. Assai curato nell'ambientazione: fotografia di G. Pogany, scene di A. Fago, costumi di M. D'Andrea. Bravo Cucciolla, bravissimo Bonacelli nella parte di Bocchini, ministro degli Interni del governo fascista.» (Morando Morandini)

Cosa c'è da aggiungere? Per chi non sappia niente di Gramsci, il film è consigliato (ne esce l'immagine di un politico modernissimo e concreto: parla di lotta alla miseria, ma anche di tasse e di fuga di capitali all'estero...), anche perché aiuta, grazie al personaggio mefistofelico interpretato da Bonacelli, a comprendere l'atteggiamento psicologico usato dai capi fascisti nei confronti degli ultimi oppositori ormai relegati in carcere. Per chi va in cerca di uno spettacolo valido, il film, benché contenga degli accenni di sano realismo (un'ispezione anale vista quasi in soggettiva, gli scatarramenti dei detenuti, le malattie del protagonista), risulta alla fine piuttosto noioso. Cucciolla aveva già interpretato Gramsci nel film Il delitto Matteotti (1973) di Florestano Vancini.

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e cantando salì sul patibolo

by sasso67 (09/06/2007 - 20:19)

Dancer In The Dark (Danimarca; Francia; Olanda; USA; GB; Germania; Svezia; Finlandia; Islanda; Norvegia, 2000) di Lars Von Trier. Con Björk (Selma Jezkova), Catherine Deneuve (Kathy), David Morse (Bill Houston), Peter Stormare (Jeff), Joel Grey (Oldrich Novy), Cara Seymour (Linda Houston), Vladica Kostic (Gene), Jean-Marc Barr (Norman), Udo Kier (Dott. Porkorny).

Bjork e Catherine DeneuveLars Von Trier è uno dei registi meno coerenti della storia. Fa tanto puzzo con il Dogma, con corollari quali l'unità di tempo e di luogo, o come la camera a spalla, e poi ti tira fuori una cagata come Idioti (1998) e due film che rispetto a quello non potrebbero essere più agli antipodi, come Dancer In The Dark e Dogville (2003). Qui si tratta di un ibrido tra il melodramma e il musical, con tanto di finale tragico/scioccante, girato con uno stile, anch'esso ibrido, che mischia le riprese con la camera a mano con la fotografia virtuosistica di Robby Müller. La tragica storia di Selma, immigrata cecoslovacca negli USA, appassionata di musical, operaia con grave patologia progressiva degli occhi, ragazza madre di un bambino, anch'egli affetto dalla malattia ereditaria della mamma, porterà la protagonista sul patibolo per un'ingiusta accusa d'omicidio. La storia è poco credibile, come pure l'accusa, ormai scontata, alla società americana, che macina esistenze, al di là dell'amore dimostrato dai singoli individui.

Dancer In The Dark è un film, secondo me, non riuscito e che fa dubitare sul futuro di Lars Von Trier in quanto regista. Björk, musicista (di valore? boh?) prestata al cinema, è la degna erede della Emily Watson delle Onde del destino (1996), ma non è un'attrice. Gli altri interpreti (Deneuve compresa) si muovono nell'ambito di un buon professionismo.

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Il Family Gay

by sasso67 (09/06/2007 - 19:27)

Ken Park (USA, 2002) di Larry Clark e Edward Lachman. Con Adam Chubbuck (Ken Park), James Bullard (Shawn), Stephen Jasso (Claude), James Ransone (Tate), Tiffany Limos (Peaches), Maeve Quinlan (Rhonda), Wade Williams (il padre di Claude), Julio Oscar Mechoso (il padre di Peaches), Amanda Plummer (la madre di Claude), Eddie Daniels (la madre di Shawn), Patricia Place (la nonna di Tate), Harrison Young (il nonno di Tate), Mike Apaletegui (Curtis), Larry Clark (il venditore di hotdog), Richard Riehle (Murph).

Ken Park (Jasso, Limos, Bullard)Il film di Larry Clark e Edward Lachman comincia con il suicidio di Ken la Merda (il ragazzino che dà il titolo al film). Poi si passa alle vicende di Shawn, che si fa la madre della sua ragazzina del liceo; a quelle di Tate, maniaco ossessivo, che vive con i nonni un po' rincoglioniti; a quelle di Peaches, orfana di madre, che vive con il padre fanatico religioso e in sospetto d'incesto; infine a quelle di Claude, che subisce la presenza soffocante di un padre rude e macho (ma quanto lo sia veramente lo si vedrà alla fine).

Ken Park sarebbe piaciuto, credo, al Lars Von Trier di Idioti (1998), e forse ancora di più al Vinterberg di Festen (1998, rispettivamente i film Dogma numero 2 e numero 1), di cui sembra voler rappresentare la versione americana. Avvicinabile anche, per sgradevolezza, alla Pianista (2001) di Haneke, Ken Park mette in scena il vuoto esistenziale di una generazione americana che, sotto le piacevolezze delle villette a schiera californiane, dietro al football, alle reginette di bellezza, alle ragazze pon pon, nasconde una totale assenza di valori, che si sfoga nella violenza familiare (qui l'omicidio di due anziani, gli unici due personaggi del film che si vogliono davvero bene, come, nelle cronache, le stragi a fucilate nei licei e nei campus universitari) e in una sessualità aggressiva ed eccentrica.

Se il film voleva essere una critica della società americana, fallisce il bersaglio per eccesso di grottesco degli obiettivi scelti (nel senso che i personaggi sono fin troppo caricati e le vicende troppo concentrate per costituire davvero un campione rappresentativo), ma come spettacolo di critica sociale ha un suo, seppur perverso, fascino. Quel che voglio dire è che il fotografo Larry Clark probabilmente fallisce il bersaglio che si era proposto, ma indubbiamente colpisce lo spettatore. Un film crudissimo, che non si/ci risparmia niente in termini di sessualità esplicita ed efferatezze assortite, pieno di difetti, ma con una sua particolarissima efficacia. Riuscito, a mio parere, soprattutto il personaggio di Claude (Jasso), che risulta quello più problematico e sincero.

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Pirata sarà lei!

by sasso67 (08/06/2007 - 20:37)

I pirati di Silicon Valley (USA, 1999) di Martyn Burke. Con Noah Wyle (Steve Jobs), Joey Slotnick (Steve Wozniak), Anthony Michael Hall (Bill Gates), Wayne Pére (Captain Crunch), Sheila Shaw (la signora Wozniak), Markus Giamatti (Dan Kottke), Gema Zamprogna (Arlene), John Di Maggio (Steve Ballmer), Josh Hopkins (Paul Allen).

I pirati di Silicon ValleyOriginariamente un televisivo, ispirato ad un libro verità, I pirati di Silicon Valley ha l'indubbio merito di tentare di farci capire come nacquero i personal computer, le multinazionali che producono i programmi e chi furono gli artefici di questa rivoluzione di silicio. Compito piuttosto difficile ed ingrato, ed infatti alle buone intenzioni non corrisponde un altrettanto buon risultato. Il soggetto, per l'appunto, si addice di più ad un documentario che ad un film con attori. E' dura comprendere in cosa realmente consistette l'intuizione di persone indubbiamente geniali (ma in quale campo? si chiede il film) come Steve Jobs e Bill Gates. L'impressione che se ne ricava è che il primo sia stato davvero un genio dell'informatica e del marketing, rovinato da una smisurata presunzione nonché dalle intemperanze della sua vita privata. Il boss della Microsoft, invece, viene dipinto come uno sfigato che di computer capiva abbastanza poco, ma che ha avuto l'astuzia di trovarsi al posto giusto al momento giusto. E che, come i grandi artisti, ha saputo non solo ispirarsi, ma anche rubare ai suoi colleghi e predecessori.

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Vedi il Messico e poi muori

by sasso67 (06/06/2007 - 20:43)

Blow (USA, 2001) di Ted Demme. Con Johnny Depp (George Jung), Pénelope Cruz (MIrtha Jung), Franka Potente (Barbara Buckley), Rachel Griffiths (Ermine Jung), Ray Liotta (Fred Jung), Paul Reubens (Derek Foreal), Cliff Curtis (Pablo Escobar), Jordi Mollà (Diego Delgado), Ethan Suplee (Tonno).

Johnny Depp in "Blow"In Blow è raccontata la storia, apparentemente vera, del trafficante di droga George Jung, attualmente - e giustamente - detenuto nelle carceri americane. Le mirabolanti avventure del trafficante cominciano sulla East Coast americana, per trasferirsi in California, dove George diventa il più grande importatore di cocaina di tutto il Nord America, con i contatti in Messico e addirittura personalmente con Pablo Escobar in Colombia. Ma tutto sembra affondare le radici in una carenza affettiva del protagonista, soprattutto nei confronti della madre (che non esita a mandarlo in galera) e delle donne in generale. L'unico rapporto umano veramente duraturo è quello con il padre, un uomo leale, ma, purtroppo per George, debole. La figura del vecchio Jung è quella meglio descritta nel film del povero Ted Demme (morto nel 2002 ad appena 38 anni, proprio per un'overdose di cocaina), autore di un lavoro che, pur ispirandosi allo stile di Tarantino (in particolare a quello di Jackie Brown)  e al Traffic (2000) di Soderbergh, è poco riuscito. Proprio l'ottimo Ray Liotta, il padre, è la nota più lieta di questo film, che conferma una volta di più l'enigma Johnny Depp (ridicolmente incorniciato in una parrucca bionda): è stato scelto per rendere ancora più antipatico il protagonista, oppure l'effetto, perfettamente raggiunto, è puramente casuale?

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Ricche e fumose

by sasso67 (06/06/2007 - 20:04)

Ricche e famose (USA, 1981) di George Cukor. Con Jacqueline Bisset (Liz Hamilton), Candice Bergen (Merry Noel Blake), David Selby (Doug Blake), Hart Bochner (Chris Adams), Steven Hill (Jules Levi), Meg Ryan (Debby Blake).

Amiche fin dai tempi del liceo, Liz e Merry Noel continuano a frequentarsi per trent'anni gelosa l'una dei più o meno presunti successi dell'altra nella vita privata e in campo professionale.

Non bisogna dar retta a chi parla di film delizioso o menate simili: Ricche e famose è un film senile dell'ottantaduenne Cukor (il suo ultimo, poiché il regista morì nel 1983) e ha il sapore rancido delle minestre riscaldate. Bene disse Giovanni Grazzini, solitamente attratto dai film che mettono in bella mostra pellicciotti epiume di struzzo, facendo notare che «il difetto è nel manico: in una sceneggiatura che continuamente introduce diversivi nella sfida per il successo e crede che basti riammodernare i comportamenti dei personaggi per ravvivare una vecchia commedia», trovando sostanzialmente «il copione di scarso interesse, poco approfonditi i caratteri, convenzionali molte situazioni, siperficiale la critica all'ambiente letterario americano» (Cinema '82). Personalmente non ci trovo nemmeno le «due scene sexy saporite» che, al contrario, sono piuttosto ridicole, né mi convincono le interpretazioni delle protagoniste: se la Bisset, anche produttrice del film, marcia sui binari di una mediocrità recitativa che le è consueta, Candice Bergen, mai così goffa e impacciata nelle sue pelliccette d'alta moda. Non si può che rimpiangere la battagliera biondaccia di Soldato blu (1970). Ricche e famose ha l'unico motivo di curiosità per avere registrato la prima interpretazione cinematografica di una giovanissima Meg Ryan.

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Archivio Giugno 2007