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Libertà, uguaglianza e fratellanza taviana

by sasso67 (27/07/2007 - 19:33)

Fiorile (Italia/Francia, 1993) di Paolo e Vittorio Taviani. Con Claudio Bigagli (Corrado e Alessandro Benedetti), Galatea Ranzi (Elisabetta e Elisa Benedetti), Michael Vartan (Jean/Massimo Benedetti), Lino Capolicchio (Luigi), Constanze Engelbrecht (Juliette), Athina Cenci (Gina), Pier Paolo Capponi (Duilio Benedetti), Renato Carpentieri (Massimo Benedetti da vecchio), Giovanni Guidelli (Elio), Chiara Caselli (Chiara), Carlo Luca De Ruggieri (Renzo Benedetti), Norma Martelli (Livia), Elisa Giami (Simona), Ciro Esposito (Emilio), Giovanni Cassinelli (Massimo da ragazzo).

Un uomo d'affari torna in Italia con la famiglia dalla Francia, per visitare il padre, che vive nella campagna toscana. Per strada, racconta ai figli la storia della propria famiglia, i Bendetti, soprannominati Maledetti, dalla fine del Settecento ai giorni nostri. La famiglia, orginariamente di umili contadini, si arricchisce grazie a un misfatto durante l'occupazione della Toscana da parte delle truppe napoleoniche. Da questo peccato originale, discenderanno tutte le successive avventure e sventure della famiglia.

Nonostante un inizio promettente, che a momenti fa venire alla mente il Manoscritto trovato a Saragozza di Potocki, per circa un'ora e mezza ci si chiede, annoiati, cosa vogliano dire i due fratelloni del cinema italiano (lasciamo perdere i Vanzina, che non fanno neppure testo), salvo poi accorgersi che, probabilmente, vogliono presentare un discorso sull'avidità umana, ma anche e soprattutto sullo stato della democrazia in Italia: non è un caso che i membri della famiglia Benedetti (che poi, come facciano a chiamarsi tutti Benedetti, visto che la discendenza è quasi sempre femminile) attraversino le fasi cruciali della storia italiana, dall'epoca napoleonica a quella dell'Italia unita, dal Fascismo, alla Resistenza, ai giorni nostri. E secondo i Taviani lo stato della nostra democrazia non è poi così buono - il film uscì in pieno periodo di Tangentopoli - tanto che sembrano suggerire un ritorno alla Francia, intendendo a quei principi che la Rivoluzione Francese esportò in tutto il mondo, quando Libertà, Uguaglianza e Fratellanza non erano soltanto parole. Non sarà un caso che l'unico personaggio veramente positivo di tutto il film è il tenente francese Jean, progenitore dei protagonisti. Purtroppo, il discorso dei Taviani è incastonato in un pasticcio che mischia il grande romanzo e l'estetica del Mulino Bianco, la riflessione politica e il racconto di paura per bambini. Troppi snodi drammatici sanno di posticcio, a cominciare da quei bambini concepiti un'ora prima che il padre fosse fucilato a quelli nati un'ora prima che la mamma morisse sotto i bombardamenti, fino ai repentini cambiamenti d'umore e di carattere di troppi personaggi.

Meno new age del Bertolucci di Io ballo da sola (1996), i Taviani ripropongono tuttavia, con la bella fotografia di Giuseppe Lanci, una Toscana da cartolina. E se il film non è un totale naufragio, lo deve a qualche spunto sinceramente toscaneggiante e a qualche attore davvero bravo, primo tra tutti, a mio parere, Pier Paolo Capponi, nella parte del capostipite dei Maledetti. Chiara Caselli ha una particina, ma fa in tempo ad offrire l'immancabile scena di nudo.

Tag: cinema

Ridi, ridi, che mamma ha fatto gli gnocchi

by sasso67 (27/07/2007 - 14:30)

Tu ridi (Italia, 1998) di Paolo e Vittorio Taviani. Con Antonio Albanese (Felice), Sabrina Ferilli (Nora), Giuseppe Cederna (Rambaldi), Luca Zingaretti (Migliori), Elena Ghiaurov (Mariska), Dario Cantarelli (il medico), Turi Ferro (Ballarò), Lello Arena (Rocco), Steve Spedicato (Vincenzo).

Ormai non si sa più dove i due fratelli Taviani vogliano andare a parare. In questo film suddiviso in due episodi completamente slegati tra loro, se non per l'ispirazione pirandelliana, molto più sensibile nel primo segmento, a parte una sapienza tecnica, che i due registi hanno sempre dimostrato e che hanno affinato nel corso degli anni, non c'è niente. Perfino i bravi attori, soprattutto nel primo episodio (Felice) costretti in "levare", finiscono per perdersi in una storia poco significativa, che accumula carinerie stucchevoli, nonostante la drammaticità dell'insieme. Va un po' meglio nel secondo episodio (Due sequestri), soprattutto grazie all'ambientazione rusticana e all'ultima prova del grande Turi Ferro (1921-2001), anche se la parte ambientata ai nostri giorni, chiaramente ispirata al sequestro mafioso del piccolo Giuseppe Di Matteo, è gestita malissimo (Lello Arena, fra l'altro, c'entra come i cavoli a merenda). I Taviani, sostanzialmente, girano un film in chiaro debito d'ispirazione, nonostante il riferimento a uno dei loro numi tutelari come Luigi Pirandello, la cui materia riescono a trasformare in paccottiglia. Insomma: tu ridi, ma c'è davvero poco da ridere.

Tag: cinema

Non trombarmi, non ti sento

by sasso67 (26/07/2007 - 15:01)

Il sole anche di notte (Italia/Francia/Germania, 1990) di Paolo e Vittorio Taviani. Con Julian Sands (Sergio Giuramondo), Charlotte Gainsbourg (Matilda), Massimo Bonetti (il principe Santobuono), Patricia Millardet (Aurelia), Pamela Villoresi (Giuseppina Giuramondo); Margarita Lozano (la madre), Nastassja Kinski (Cristina), Rüdiger Vogler (Re Carlo), Tony Sperandeo (Gesuino), Sonia Gessner (Duchessa Del Carpio), Riccardo Parisio Perrotti (Duca Del Carpio), Geppy Gleijeses (il vescovo), Vittorio Capotorto (il padre di Matilda), Biagio Barone (padre Biagio), Matilde Piana (la contadina), Carlo Luca De Ruggieri (il figlio di Gesuino).

Locandina ingleseGuardare un film che s'intitola Il sole anche di notte di questi tempi può contenere spunti di sadomasochismo. Anche perché, poi, il film non è che sia quel granché. E questo sebbene siano innegabili la maestria dei due registi toscani e la bravura del direttore della fotografia Giuseppe Lanci, che si vale dei panorami mozzafiato abruzzesi (ecco un film dove Johnny Palomba non sbaglierebbe l'ambientazione) e lucani. Secondo Tullio Kezich, nonostante la tematica similare, i fratelli Taviani non raggiungono le vette di registi come Dreyer o Tarkovskij perché, mancandone loro per primi, non riescono ad infondere nel loro film la fede. Io riscontro soltanto la carenza di una potenza drammatica, che avrebbe potuto produrre un capolavoro. E la colpa, benché si noti un qualcosa di troppo programmatico nell'impostazione del film, non è solo imputabili ai registi, quanto meno fino a quando non sia dimostrabile che sono stati loro a volere a tutti i costi il freddo Julian Sands come protagonista (credo che se i Taviani avessero scelto un attore quale il compianto Vittorio Mezzogiorno, morto poi nel 1994, la riuscita sarebbe stata assolutamente migliore). Questa concessione alla distribuzione internazionale del prodotto, costa la buona riuscita artistica del film, che alterna in maniera poco sapiente scene gridate ad altre fin troppo sussurrate. Questa parabola del soldato che diventa santo controvoglia e poi peccatore contro le intenzioni, ambientata non per caso in un sud borbonico talvolta messo in scena in maniera fin troppo idilliaca, lascia, insomma, l'amaro in bocca, per quanto poteva essere e per quanto, invece, è stato concretamente realizzato.

All'attivo del film, va comunque accreditata la scelta registica di abbinare all'evoluzione psicologica del protagonista la sua lotta con i sensi, benissimo rappresentata dalla volontà di sentire alcuni rumori per non sentirne altri: le voci in chiesa come nel Cuore rivelatore di Poe, la pioggia per evitare la tentazione della carne durante la visita della voluttuosa Aurelia eccetera. Pensiamo a cosa poteva essere con un attore diverso.

Tag: cinema

Serpichetto

by sasso67 (26/07/2007 - 00:39)

Mark il poliziotto (Italia, 1975) di Stelvio Massi. Con Franco Gasparri (commissario Mark Terzi), Lee J. Cobb (Avv. Benzi), Giampiero Albertini (Bonetti), Giorgio Albertazzi (il commissario capo), Sara Sperati (Irene), Carlos Duran (Grüber), Andrea Aureli (assistente di Benzi), Francesco D'Adda (il giudice istruttore), Danilo Massi (Ferri).

Mark il poliziotto spara per primo (Italia, 1975) di Stelvio Massi. Con Franco Gasparri (commissario Mark Terzi), Lee J. Cobb (Avv. Benzi), Nino Benvenuti (Ghini), Massimo Girotti (il questore), Spiros Focas (Morini), Andrea Aureli (il giornalista), Ely Galleani (Angela Frizzo), Ida Meda (Franca Frizzo), Guido Celano (Borelli), Francesco D'Adda (il contabile), Tom Felleghi (lo psichiatra), Mauro Vestri (il direttore dell'albergo).

Franco Gasparri (1948-1999), divo incontrastato dei fotoromanzi negli anni settanta, entra nel filone poliziottesco con i film dedicati a Mark il poliziotto, commissario in quel di Milano (anche se la seconda avventura è ambientata a Genova), dove ha il compito di sgominare un imponente traffico di droga organizzato da un potente avvocato con agganci nella politica. Mark, somigliante al personaggio Billy Bis dei fumetti dell'Intrepido (una delle tante icone dei nostri anni settanta), s'ispira all'ispettore Callaghan di Clint Eastwood, ma in parte anche al Serpico di Al Pacino (il cagnolone al guinzaglio) e, almeno per quanto riguarda la colonna sonora jazz-funk, perfino al detective Shaft. Gasparri, va detto, se la cava dignitosamente, anche se, da bravo eroe dei fotoromanzi, è piuttosto statico all'interno dell'inquadratura (per la gioia dell'operatore, penso). Ovviamente questo influisce anche sullo sviluppo delle storie, nelle quali sono scarse, grazie a Dio, le scazzottate e gli inseguimenti in auto e in moto. Com'è prevedibile, comunque, talvolta questa caratteristica rischia di far sconfinare qualche scena nel ridicolo involontario, come quando il commissario picchia Grüber (un altro nome no eh, per un pugile dagli inconfondibili tratti somatici andini?), interepretato dall'ex campione di boxe Carlos Duran. Questi primi due episodi delle avventure di Mark Terzi (nel 1976 ne fu girato un terzo, Mark colpisce ancora) sono nobilitati dalla presenza di alcuni ottimi attori, tra i quali Albertazzi (nel primo), un po' sacrificato, Girotti (nel secondo), questore antipatico ma non troppo, e, da citare, Giampiero Albertini (1927-1991), che, in parti da comprimario, fa sempre la sua bella figura. Sorprendentemente credibile, nel secondo film, l'altro ex grande campione di pugilato Nino Benvenuti. Per non parlare dell'ottimo Lee J. Cobb (1911-1976), che, secondo me, resta uno dei più grandi attori americani di sempre.

Le storie di questi film sono abbastanza elementari e poco elaborate. In entrambi i casi filano via abbastanza lisce, senza grandi sorprese o colpi di scena, salvo qualche deduzione geniale da parte del commissario Terzi che, nel secondo film, risolve gli enigmi lanciati da un giustiziere vendicatore che si autobattezza "Sfinge".Franco Gasparri

Tag: cinema

In che stato siamo...

by sasso67 (24/07/2007 - 20:32)

In un altro paese (Italia, 2005) di Marco Turco.

In un altro paese questi uomini, dopo aver fatto condannare tutta la cupola mafiosa nel maxiprocesso di Palermo, sarebbero diventati eroi nazionali. In Italia, invece, furono lasciati soli, il loro lavoro smembrato pezzetto per pezzetto. E' in queste poche parole, riferite al pool antimafia di Caponnetto, Falcone e Borsellino, tutto il senso del bellissimo documentario di Marco Turco, tratto da un libro-inchiesta del giornalista Alexander Stille. Dove si parla degli ultimi quarant'anni di mafia siciliana, da Bontate a Liggio, da Buscetta a Provenzano, da Inzerillo a Riina. E dove non si tacciono le complicità e le responsabilità dei politici eccellenti, anche di quelli che, oggi, non sono senatori a vita. Si parla, grazie alla trestimonianza della fotografa Letizia Battaglia, delle vittorie e delle troppe sconfitte dello Stato italiano nella lunga guerra alla mafia, degli omicidi, delle stragi, ma anche dei processi, delle catture dei boss mafiosi, della bella pagina della cosiddetta primavera di Palermo della giunta Orlando, affossata all'inizio degli anni novanta dalla DC del CAF, e perfino della terribile, ma gravida di speranza, reazione dei palermitani al funerale di Paolo Borsellino (dove gridavano "fuori la mafia dallo Stato!"). Si parla, ovviamente, delle uccisioni di Falcone e Borsellino e dei poveri agenti della loro scorta, dell'omicidio di Salvo Lima, del voltafaccia delle famiglie mafiose, che nelle elezioni politiche del 1992 votano e fanno votare per il PSI e per i Radicali. E, dopo Tangentopoli, che spazza via la classe dirigente verso la quale avevano guardato per anni, dopo le stragi del 1993, i mafiosi si mettono "nelle mani giuste" (come recita il titolo dell'ultimo romanzo di Giancarlo De Cataldo*), tanto è vero che dopo la vittoria elettorale di Berlusconi, per un po', tutto tace.

Fa tristezza vedere le testimonianze dei colleghi di Falcone e Borsellino, sempre più anziani (almeno loro ce l'hanno fatta ad invecchaire), ricordare come i due magistrati di punta vivessero prima nella consapevolezza dell'eventualità - e alla fine della certezza - che sarebbero stati uccisi. Quella di Paolo Borsellino fu, infatti, una consapevole corsa contro il tempo, tempo rubato alla morte. In un altro paese questi uomini sarebbero stati aiutati e protetti dallo Stato, anche perché, come s'è visto, quando lo Stato combatte la mafia, è lui a vincere. In un altro paese, appunto...

* "D - E così le mani giuste in cui finiscono gli italiani sono quelle di Berlusconi... R - Sì, e lo dico esplicitamente." (Dall'intervista di Fabio Zucchella a Giancarlo De Cataldo su PULP #68).

Tag: cinema,politica,documentario

Madame Verdoux

by sasso67 (24/07/2007 - 20:28)

Gran bollito (Italia, 1977) di Mauro Bolognini. Con Shelley Winters (Lea), Max Von Sydow (Lisa Carpi/il funzionario di polizia), Alberto Lionello (Berta Maner), Renato Pozzetto (Stella Kraus), Laura Antonelli (Sandra), Mario Scaccia (Rosario, il marito), Antonio Marsina (Michele), Adriana Asti (Palma), Milena Vukotic (Tina), Liù Bosisio (la vicina zoppa), Maria Monti (l'altra vicina), Franco Branciaroli (Don Onorio), Giancarlo Badessi (l'amica di Lisa).

Lea è una fattucchiera meridionale che, nei primi anni del Novecento, emigra a Bologna per gestire un banco lotto insieme al marito. Lea ha un passato tragico, di quattordici aborti, prima di essere riuscita ad avere l'agognato figlio Michele, studente, ormai in età di naja. La donna è affabile, prevede il futuro ed ha buoni consigli per tutti: dopo che il marito è rimasto paralizzato per un colpo apoplettico, diventa amica di tre zitelle senza figli (e per questo le considera persone inutili) e le fa fuori, facendo poi scomparire i cadaveri in un calderone pieno di soda caustica. Quando il figlio verrà richiamato per andare in guerra (la Grande Guerra), a Lea darà ancor più di balta il cervello e tenterà di ammazzare anche Sandra, la fidanzata di Michele, una ballerina che rischia di portarle via il figlio.

Gran bollito (Lionello, Von Sydow, Pozzetto)Siamo sicuri che il gran bollito del titolo sia quello che prepara la fattucchiera Lea, trasformando le amiche in biscotti al sangue e saponette, e non il calderone nel quale bruceranno milioni di giovani vite di tutto il mondo nella Prima Guerra Mondiale? Qualche critico ha negato alla Lea di BologniniShelley Winters la dignità di un altro Monsieur Verdoux, ma, personalmente, non vedo perché si debba negare il diritto, a lei, dotata tra l'altro del dono della preveggenza, di paventare il massacro nel quale l'ancien regime sta per di più gettando il suo agognatissimo figlio. Questo aspetto, è anzi, secondo me, quello più apprezzabile di un film tutto sommato irrisolto in un eccesso di grottesco, dovuto anche alla scelta di far interpretare il ruolo delle tre vittime di Lea da tre attori maschi, scelta che non premierò mai con il mio consenso, visto che aborrisco, nei film (salvo rarissime eccezioni), gli uomini che recitano parti femminili. Per il resto, va detto che gli attori fanno la loro degnissima figura, in particolare Shelley Winters, Mario Scaccia (che ha sguardi da grande attore teatrale qual è) e Milena Vukotic (la servetta mentecatta).

Nota personale. Il figlio che va soldato è (era, dato che, fortunatamente, è stata abrogata la leva obbligatoria) un elemento che può far perdere la testa alle mamme. Ad esempio, mia madre ha sempre odiato il calcio (e cosa c'entra? aspettate). L'unica cosa del calcio che le piace sono le sconfitte della Juventus. A parte questo, quando giocava la nazionale, per lei, le partite si riducevano all'esecuzione degli inni nazionali, in quanto le è sempre piaciuto quello di Mameli. Dopo che mio fratello fu chiamato in servizio di leva e, nonostante che la mia mamma fosse convinta che esistesse una legge che prevedeva che il servizio di leva si svolgesse entro i confini della regione (e in Toscana le caserme non mancano certo (da Pisa a Firenze a Livorno a Lucca ad Arezzo e Grosseto), fu mandato a svolgere il CAR ad Udine e poi in servizio effettivo a Casarsa e San Vito al Tagliamento (neanche ci fosse un'invasione degli austroungarici), ebbene, la mia mamma non ha più voluto ascoltare neppure l'inno di Mameli. E l'unica cosa che non le è piaciuta del settennato del Presidente Ciampi sono stati gli appelli alla nazione, alla bandiera tricolore e all'inno nazionale. Questo tanto per dire... Amen.

Tag: cinema

Destinazione Obitorio - Avvelenamento

by sasso67 (23/07/2007 - 18:05)

Due ore ancora (USA, 1949) di Rudolph Maté. Con Edmond O'Brien (Frank Bigelow), Luther Adler (Majak), Pamela Britton (Paula Gibson), Beverly Campbell (Miss Foster), William Ching (Halliday), Lynn Baggett (la signora Phillips), Henry Hart (Stanley Phillips), Neville Brand (Chester), Laurette Luez (Marla Rakubian), Frank Jaquet (dott. Matson), Lawrence Dobkin (dott. Schaefer), Carol Hughes (Kitty).

D.O.A.Folgorantissimo l'inizio di questo film, considerato minore in quanto a mezzi produttivi, ma sicuramente non nella concezione e nella realizzazione: un tizio entra in una stazione di polizia di Los Angeles e chiede concitatamente di vedere con urgenza il capo della squadra omicidi. Trovatolo, sporge denuncia per un omicidio avvenuto a San Francisco la sera precedente. Quando l'ufficiale della polizia gli chiede di specificare chi sia la vittima, l'uomo risponde "me medesimo".

Un gotico moderno, figlio delle atmosfere chandleriane, ma più secco e diretto, ad esempio, del Grande sonno, oggi quasi incomprensibile. Il film di Maté, ottimo cinematografaro di origine polacca (quasi mai assurto agli onori e ai budget del cinema della serie A hollywoodiana), sembra addirittura anticipare alcune atmosfere, sinistramente stranianti, che ritroveremo, decenni dopo nel cinema di Tarantino o in un gioiellino come I soliti sospetti (1995).

Il titolo originale del film, D.O.A., è una sigla che sta per dead on arrival, "morto all'arrivo", come scrivono i medici del pronto soccorso quando l'ambulanza scarica un cadavere. In italiano il titolo riproduce le iniziali della sigla originaria (Due Ore Ancora), anche se al protagonista non restano due ore di vita, ma due giorni. Due giorni che gli servono, se non per salvarsi, quanto meno per capire chi abbia voluto ammazzarlo e perché, e per decidersi, finalmente, di dichiarare il proprio amore alla fedele segretaria Paula.

Volendo, per un attimo, uscire dalla trama in sé stessa, in ogni caso abbastanza complicata e bene congegnata dagli sceneggiatori Russell Rouse e Clarence Greene, si può forse notare come l'inizio dell'avventura del commercialista a San Francisco risenta di un'impostazione apparentemente moralistica, basata su un presupposto cinematograficamente hitchcockiano. Bigelow, infatti, si reca a San Francisco per una settimana di vacanza, con lo scopo dichiarato di divertirsi, e per questo rifiuta la compagnia che gli offre la devotissima segretaria. Le disavventure cominciano (anche se traggono origine in un episodio precedente), appunto, quando il protagonista si lascia coinvolgere nei festini organizzati dai rappresentanti, che sono a convegno proprio nel suo albergo, e poi quando, in un locale di jazz, cerca di abbordare una procace biondona. Naturalmente, il giorno dopo, se ne sono andati tutti. Questo moderno Andreuccio da Perugia (personaggio del Decameron di Boccaccio che subisce una disavventura notturna in quel di Napoli) avrà modo di imparare la lezione dalle sue nottatacce californiane, ma non avrà la possibilità, purtroppo per lui, di metterla a frutto.

Buone le interpretazioni, specialmente dell'attore protagonista Edmond O'Brien e del mellifluo Luther Adler. Ormai desueto e, forse, da rivedere il doppiaggio italiano.

Tag: cinema

Addavenì Basaglia

by sasso67 (22/07/2007 - 17:45)

Per le antiche scale (Italia, 1975) di Mauro Bolognini. Con Marcello Mastroianni (prof. Bonaccorsi), Françoise Fabian (dott.ssa Anna), Marthe Keller (Bianca), Barbara Bouchet (Carla), Lucia Bosè (Francesca), Pierre Blaise (Tonio), Adriana Asti (Gianna), Charles Fawcett (dott. Sfameni, il direttore), Silvano Tranquilli (prof. Rospigliosi), Ferruccio De Ceresa (fascista in treno), Enzo Robutti (il poeta), Nerina Montagnani (la mistica), Maria Teresa Albani (l'artista).

Non c'è proprio bisogno di conoscere il romanzo di Mario Tobino, da cui è tratto il soggetto, per rendersi conto che questo film non è completamente riuscito. Dove si narra come, in un manicomio dell'Italia degli anni trenta, un tale professor Bonaccorsi, temendo di essere lui stesso minato dalla follia (suo padre si suicidò e la sorella è alienata) e rifugiatosi in un'intensa attività sessuale con tutte le donne che gli capitano a tiro, credette di avere isolato in laboratorio il germe della pazzia.

Probabilmente non avrebbe dovuto essere un regista decoratore come Bolognini ad assumersi l'onere di trasporre in immagini filmiche il romanzo di Tobino, che fu veramente medico in un ospedale psichiatrico: se la ricostruzione dell'epoca non fa una piega, convince poco quel manicomio lindo e pinto, dove i ricoverati ricordano a malapena quelli delle barzellette, mentre le donne, con l'eccezione della dottoressa Anna, sia quelle dentro le mura dell'ospedale sia quelle al di fuori, sentono prevalentemente le pulsioni animalesche del sesso. Nello scontro di caratteri tra il prof. Bonaccorsi e la dottoressa Anna si confrontano due concezioni diverse della scienza mesica e forse anche della politica, con lui che pretende di individuare in un microbo la causa della pazzia e lei che segue le teorie della psicanalisi freudiana, tendente a guarire le anomalie della mente con il dialogo. E quando lui penserà, fuggendo, di avere chiuso per sempre la follia che lo perseguita da sempre dentro le mura di un manicomio, si renderà conto, tramite i discorsi di un gerarca fascista incontrato sul treno, che quel pericoloso germe, per ricercare il quale aveva speso la sua reputazione di medico, si stava ormai diffondendo per tutta l'Italia.

A mio parere, neanche la scelta di Mastroianni può dirsi azzeccata: nonostante che si confermi un attore impeccabile, credo che per una parte del genere sarebbe stato più adatto un attore più sanguigno, del tipo, a puro titolo d'esempio, di Mario Adorf. Anche la presenza di Mastroianni, in questo film, è un po' come tutto il resto. Decorativo.

Tag: cinema

Cristo e i suoi flagelli

by sasso67 (22/07/2007 - 17:13)

Secondo Ponzio Pilato (Italia, 1987) di Luigi Magni. Con Nino Manfredi (Ponzio Pilato), Stefania Sandrelli (Claudia Procula), Lando Buzzanca (Valeriano), Flavio Bucci (Erode Antipa), Mario Scaccia (Tiberio), Luisa De Santis (Esterina), Antonio Pierfederici (Giuseppe d'Arimatea), Relja Basic (Caifa), Cosimo Cinieri (Anna), Roberto Herlitzka (Barabba), Lara Naszinsky (l'angelo), Sergio Nicolai, Nini Salerno e Ricky Tognazzi (i legionari), Pino Quartullo (Longino), Dalia Lahav (Erodiade), Rita Capobianco (Salomè), Carlo Panchetti (Gesù), Renato Montalbano (Cumano).

Il disco della colonna sonora di BranduardiColpito dalla conversione al cristianesimo della moglie Claudia e del centurione Valeriano, il governatore romano della Palestina, Ponzio Pilato, uomo laico, sentendosi in colpa per avere collaborato all'uccisione di quell'uomo che è resuscitato dai morti, indaga sul caso, sentendo puzza di rivolta contro Roma.

Luigi Magni torna a rappresentare l'antica Roma, in questo caso in un momento veramente cruciale (le parole sono importanti...), per parlarci del presente. Qui, sembra di capire, siamo all'appello alla tolleranza religiosa, con questo Pilato che, davanti al suo imperatore, a nome del quale si era lavato le mani, si assume la responsabilità dell'uccisione del Cristo, scagionando gli ebrei. Qui Magni ci presenta un Pilato originario di Sutri (attualmente in provincia di Viterbo) che parla con l'accento ciociaro di Nino Manfredi, originario di Castro dei Volsci (provincia di Frosinone) - che si rivolge a Giuseppe d'Arimatea con l'appellativo "a sor Giusè" - scettico sull'essenza divina del Cristo, ma affascinato dal suo messaggio egualitario e pacifico. Il risultato del film, tra inverosimiglianze storiche (la destituzione di Pilato da parte di Tiberio per la crocifissione di Gesù; l'accusa di deicidio che pende sugli ebrei appena dopo la resurrezione del Cristo; Barabba che consegna a Pilato il telo della Veronica, e via discorrendo) e interpretazioni da recita parrocchiale (vedansi la Sandrelli e un inutile Buzzanca), particolari triti e ritriti come la danza di Salomè, è appena sufficiente, in considerazione del messaggio laicamente cristiano di un regista che evidentemente ama Cristo ma disprezza la Chiesa che se ne è arrogato il monopolio, della buona prova di Manfredi (anche se, un paio di volte, si teme di vederlo accendersi una Muratti), e di qualche lampo di genio, come la disquisizione "revisionista" di Erode Antipa (un ottimo Flavio Bucci), che ridimensiona la strage degli innocenti messa in atto dal padre*.

Va da sé che la serietà di un libro come Il tempo dei miracoli di Borislav Pekic, che avanzava una sorta di "Vangelo alternativo" alla "versione ufficiale", veleggia su un altro pianeta.

* In sostanza egli sostiene che all'epoca della nascita di Gesù Betlemme aveva all'incirca 1.000 abitanti; tra questi potevano esservi più o meno cento bambini, dei quali, sotto i due anni (che erano quelli che interessavano ad Erode il Grande), potevano essere una ventina; di questi almeno la metà erano femmine e tra i dieci maschi rimasti qualcuno riuscì a salvarsi, come del resto accadde allo stesso Gesù. Erode Antipa dice: "mio padre ne uccise cinque o sei... Che è una strage, questa? Sarà una mascalzonata, che so, un delitto, ma a dire strage ce ne corre!".

Tag: cinema

A Scipio', che te serve?

by sasso67 (20/07/2007 - 23:00)

Scipione, detto anche l'Africano (Italia/Francia/RFT, 1971) di Luigi Magni. Con Marcello Mastroianni (Cornelio Scipione Africano), Ruggero Mastroianni (Lucio Scipione Asiatico), Vittorio Gassman (Catone il Censore), Woody Strode (Massinissa), Silvana Mangano (Emilia, moglie dell'Africano), Turi Ferro (GioveCapitolino), Ben Ekland (Sempronio Gracco), Philippe Hersent (il console Marcello), Fosco Giachetti (Aulo Gellio).

Ruggero e Marcello Mastroianni nel filmCornelio Scipione detto l'Africano (per la vittoria sui Cartaginesi di Annibale) e il fratello Lucio Scipione detto l'Asiatico sono messi sotto accusa da Catone il Censore, difensore della repubblica, per essersi impadroniti di cinquecento talenti offerti come tributo dal re della Siria. L'integerrimo Africano scopre che il colpevole è il fratello, ma dimostrare la propria integrità morale di fronte al Senato non gli servirà a niente.

Magni tratta i conflitti politici della Roma repubblicana secondo il linguaggio dialettale tipico della Roma moderna ("a Scipio'!"). Ed anche i riferimenti politici all'attualità sono abbastanza evidenti. La materia è trattata, però, con molta superficialità, secondo uno schema che ricorda molto da vicino la goliardia degli scherzi liceali.

La cosa migliore del film (insieme alla colonna sonora composta ed eseguita da Severino Gazzelloni)sono i duetti tra i due fratelli Mastroianni (sorprendente Ruggero, quotato montatore, in un personaggio cinico e scanzonato), fisicamente somigliantissimi, seppure interpreti di due personaggi eticamente agli antipodi.

Qualitativamente, è da condividere il giudizio di Claudio G. Fava, che del film di Magni scrisse: «nel complesso un'operetta bizzarra ma mediocre, e spesso uggiosa nella sua trascuratezza melensa e furbastra».

Tag: cinema

Non aprite 'sto campeggio

by sasso67 (20/07/2007 - 22:15)

Il camping del terrore (Italia, 1987) di Ruggero Deodato. Con Bruce Penhall (Dave Calloway), Mimsy Farmer (Julia Ritchie), David Hess (Robert Ritchie), Nicola Farron (Ben Ritchie), Nancy Brilli (Tracy), Charles Napier (Charly, lo sceriffo), Ivan Rassimov (Ted, l'aiuto sceriffo), Andrew J. Lederer (Sid, detto Panzerotto), Stefano Madia (Tony), John Steiner (Doc Olsen), Cynthia Thompson (Cissy), Valentina Forte (Pamela Hicks), Elena Pompei (Sharon).

Il signore dei cannibali (Deodato) realizza un clone di Venerdì 13, condito di antichi cimiteri indiani, traumi infantili, insospettabili maniaci assassini e ragazzotti idioti, il tutto ambientato in una falsa montagna americana tutta girata nel Parco dell'Abruzzo. Condito dalle musiche, ormai insopportabili, di Claudio Simonetti, il film ha qualche indubbio spunto d'interesse, nel campo del genere slasher, anche per un cast per niente disprezzabile, che annovera un pezzo pregiato del cinema horror, quel David Hess, che già fu il maniaco dell'Ultima casa a sinistra (1972) e di Autostop rosso sangue (1977). La trama è inutilmente arzigogolata, banale e già vista, anche se ciò che colpisce è soprattutto l'idiozia dei giovani campeggiatori che continuano a cazzeggiare allegramente, mentre alcuni di loro cadono sotto le lame del maniaco uno dopo l'altro. Non ultimo particolare è la pervicace volontà del regista di spogliare le ragazze (tra le quali una giovane Nancy Brilli), inventandosi un improbabile spogliatoio abbandonato in mezzo alla foresta abruzzo-americana. Adolescenziale.

Tag: cinema

Spazzatura in 35 mm

by sasso67 (18/07/2007 - 20:46)

L'affittacamere (Italia, 1976) di Mariano Laurenti. Con Gloria Guida (Giorgia Mainardi), Fran Fullenwider (Angela Mainardi), Lino Banfi (Lillino), Enzo Cannavale (maresciallo Pasquale Esposito), Vittorio Caprioli (On. Vincenzi), Adolfo Celi (giudice Damiani), Giancarlo Dettori (avv. Mandelli), Giuseppe Pambieri (Anselmo Bresci), Luciano Salce (prof. Edoardo Settebeni), Marilda Donà (Rosaria Damiani), Giuliana Gloria GuidaCalandra (Adele Bazziconi, moglie di Settebeni), Dino Emanuelli (il notaio), Francesco D'Adda (il nipote del chirurgo), Vincenzo Crocitti (il paziente in sala operatoria).

Un film come questo avrebbe ottime probabilità di far cambiare idea a Quentin Tarantino in merito al cinema italiano degli anni settanta. Mai come in questo caso si può dire di un film che è una vera e propria schifezza. E dirlo dispiace soprattutto per qualche serissimo professionista incappato in un infortunio professionale come questo, del quale ci si dovrebbe tutti vergognare. E non mi riferisco al contenuto pseudoerotico del film, che oggi fa sorridere, ma alla pochezza del soggetto e della sceneggiatura, che fanno con chiarezza trasparire come gli intermezzi erotici (affidati soprattutto a Gloria Guida e Marilda Donà) siano in realtà il pietoso perno intorno al quale ruota il nulla. Mentre è inguardabile Fran Fullenwider ed insulso il suo personaggio, Celi, Caprioli, Dettori, Pambieri e Salce recitano in questa nullità cinematografica. Ma perfino Banfi e Cannavale, che di filmacci ne hanno fatti a bizzeffe, sono diverse spanne al di sopra di questa robaccia. E guai a chi la rivaluta.

Tag: cinema

Banditi a Torino

by sasso67 (16/07/2007 - 20:02)

Quelli della calibro 38 (Italia, 1976) di Massimo Dallamano. Con Marcel Bozzuffi (commissario Vanni), Ivan Rassimov (il marsigliese), Carole André (Sandra), Riccardo Salvino (Nico Silvestri), Armando Brancia (il questore), Fabrizio Capucci (Ciro), Giancarlo Bonuglia (commissario Petrucci), Antonio Marsina (Guido Pugliese), Carole André in Quelli della calibro 38Franco Garofalo (Gilbert Delange), Eolo Capritti (Listri), Luigi Pezzotti (il figlio di Vanni).

Quelli della calibro 38 è il solito poliziottesco a base di sparatorie e inseguimenti automotociclistici, come se ne sono visti tanti in Italia negli anni settanta. E' indubbiamente più curato rispetto alla media del genere, in particolare grazie all'ottima fotografia di Gabor Pogany (del resto, anche lo stesso Dallamano era stato, agli esordi, un apprezzato direttore della fotografia). Bozzuffi funziona, nella parte del commissario di polizia, e Torino, come set, non è da meno di Roma e Napoli. Risultato sufficiente.

Questo è l'ultimo film di Dallamano, che morì in un incidente stradale il 4 novembre del 1976, ad appena 59 anni, poco dopo la fine delle riprese.

Tag: cinema

Nome: Amélie; cognome: Cristo.

by sasso67 (15/07/2007 - 17:07)

Il codice Da Vinci (USA, 2006) di Ron Howard. Con Tom Hanks (Robert Langdon), Audrey Tautou (Sophie Neveau), Ian McKellen (Sir Leigh Teabing), Jean Reno (capitano Bezu Fache), Paul Bettany (Silas), Alfred Molina (vescovo Manuel Aringarosa), Jürgen Prochnow (André Vernet), Jean-Yves Berthelot (Remy Jean), Il codice Da VinciJean-Pierre Marielle (Jacques Saunière), Etienne Chicot (ten. Collet), Francesco Carnelutti (prefetto dell'Opus Dei).

Come Emanuela Martini quando vide il film (e lo recensì), sono tra i pochi che non ha letto il libro di Dan Brown, ma a differenza della brava critica cinematografica, vedendo il film di Ron Howard, non mi è venuta la voglia di leggerlo.

Lungi da me accodarmi alle polemiche suscitate dalle gerarchie cattoliche per i presunti contenuti blasfemi del film (anche perché, secondo me, quello del vescovo dell'Opus Dei, interpretato da Alfred Molina, è uno dei pochi personaggi credibili dell'intera vicenda), bisogna dire che dopo cinque minuti dall'inizio del film, visto il direttore del Louvre mettersi a fare dei rebus mentre agonizza dopo che gli hanno sparato, si ha già il forte dubbio che non si tratti di una cosa seria. Quando, poi, dopo altri cinque minuti, entra in scena Audrey Tautou (fascinosa come una bezzuca), il dubbio lascia il posto alla certezza. Si arriva, così, di inverosimiglianza in inverosimiglianza, a un punto tale che ci si può attendere l'entrata in scena di Superman oppure di Zidane che distrugge la sede dell'Opus Dei a testate, oppure l'entrata in scena del redivivo papa Wojtyla a bordo di una papamobile volante che si porta i due personaggi all'inferno oppure in paradiso, che tanto non cambierebbe niente. Eppure, nonostante l'improbabilità del tutto e l'inadeguatezza degli attori (sì, anche di sua maestà Tom Hanks, sul cui volto si legge più volte la domanda "ma cosa ci faccio qui?"), il film di Howard, realizzato con grande dispendio di soldi e mezzi, si guarda come si guarderebbe un film di fantascienza, o come un Harry Potter o un Signore degli anelli. E nonostante tutto questo le due ore e mezzo del film trascorrono abbastanza veloci, anche se a momenti serpeggia l'ormai celeberrima domanda che poneva il Tuto agli altri spettatori ai tempi del cinema in piazza e della televisione al bar: "E voi vi fate prendere così per il culo dal regista?"

Tag: cinema

Testamento da Sodoma

by sasso67 (15/07/2007 - 12:24)

Querelle de Brest (Germania Federale, 1982) di Rainer Werner Fassbinder. Con Brad Harris (Querelle), Franco Nero (sottotenente Seblon), Jeanne Moreau (Lysiane), Laurent Malet (Roger), Hanno Pöschl (Robert; Gil), Günther Kaufmann (Nono), Burkhard Driest (Mario), Dieter Schidor (Vic), Roger Fritz (Marcelin), Michael McLernon (Matrose).

Querelle (Brad Davis)Il marinaio Querelle, negli angiporti della città bretone di Brest, sotto gli occhi non disinteressati del suo ufficiale Seblon, frequenta il bordello di Nono, la cui moglie Lysiane è l'amante di Robert, fratello di Querelle. Dopo un omicidio, Querelle si fa sodomizzare da Nono, dopo di che diventa a sua volta un sodomizzatore.

Poco comprensibile, sgradevolmente esplicito sul piano sessuale (ma sarebbe stato sgradevole anche se il sesso fosse stato eterosessuale, anziché omo) sia dal punto di vista visivo che verbale, l'ultimo film di Fassbinder è sicuramente uno dei suoi peggiori, perché il discorso, teoricamente interessante seppure non nuovo, sul sesso come esercizio del potere [(del resto già i soldati romani cantavano "Caesar Galliam subegit, Nicomedes Caesarem (Cesare ha sottomesso la Gallia, ma Nicomede ha sottomesso Cesare)"], è fumoso e nascosto dietro una serie ingarbugliata di discorsi e scene volutamente scioccanti. Anche se dal punto di vista figurativo Querelle si fa apprezzare, sia per la scelta di ambientare tutto il plot in uno studio che riproduce la nave, il bordello e i "carruggi" della città di mare, fotografati magistralmente da Xaver Schwarzenberger e Josef Vavra usando varie tonalità di rosso, ed anche se il film tedesco si vale della musica, sempre apprezzabile, di Peer Raben, nel complesso non se ne può dare un giudizio positivo, e dispiace che Fassbinder non si sia concesso l'opportunità di "giustificare" quest'opera con il prosieguo di una carriera, già molto prolifica, che si concluse prematuramente il 10 giugno 1982, con un suicidio messo in atto mediante una overdose di droga. Il regista aveva appena compiuto 37 anni e il suo ultimo film uscì, al Festival di Venezia, soltanto il 31 agosto 1982, a più di due mesi dalla morte del regista.

Tag: cinema

L'uomo dal fiore in bocca (siciliani si diventa)

by sasso67 (14/07/2007 - 20:58)

Gente di rispetto (Italia, 1975) di Luigi Zampa. Con Jennifer O'Neill (Elena Bardi), Franco Nero (prof. Michele "Filosofia"), James Meson (avv. Bellocampo), Orazio Orlando (sostituto procuratore), Aldo Giuffrè (maresciallo), Claudio Gora (senatore Cataudella), Luigi Bonos (il prete), Franco Fabrizi (dottor Sanguedolce), Gino Pagnani (Profumo, il giornalista), Fernando Jelo (l'importuno).

Una giovane maestra elementare, inviata ad insegnare in un paesotto della provincia di Ragusa, si trova al centro di strane manovre e di misteriosi omicidi, che colpiscono chiunque la importuni, tanto che gli abitanti del luogo comninciano a ritenerla una persona importante e con potenti protezioni.

Basato sull'omonimo romanzo di Giuseppe "Pippo" Fava, giornalista ammazzato dalla mafia nel 1984 (nonché padre del parlamentare europeo Claudio Fava), il film di Zampa parte bene, come una sorta di giallo sciasciano che, volutamente, lascia nel dubbio se gli omicidi che si susseguono sullo schermo siano dovuti a trame mafiose oppure a difesa dell'onore della maestrina venuta dal continente. La conclusione, infatti, è nella migliore tradizione del giallo politico e di denuncia non soltanto della mafia in quanto organizzazione, ma anche della mentalità siciliana, passiva e rassegnata, perfetto brodo di coltura per l'affermarsi degli affaristi più subdoli e prepotenti. In questo senso il libro di Fava e, di conseguenza, il film di Zampa hanno la loro funzione più essenziale: in un recente documentario trasmesso dalla RAI sulla cattura del boss Provenzano, i magistrati raccontano come una grossa azienda siciliana finanziatrice delle cosche abbia, su iniziativa degli stessi membri della cupola, aderito a un'associazione di imprese antiracket, o come un comune fortemente infiltrato dalla mafia abbia concesso, con tanto di cerimonia solenne, un premio a Raoul Bova per la sua interpretazione del capitano dei carabinieri Ultimo. Così, qui, il mafioso più potente e pericoloso è quello che all'apparenza sembra più mite e ragionevole. Ed in realtà è colui che gattopardescamente deriva il proprio potere dall'aristocrazia borbonica, passando per il potere fascista e che si sente custode dei valori più antichi, quali il dovere d'ospitalità e la salvaguardia della virtù delle donne, specialmente se belle. Peccato che, per giungere a questa conclusione, che a metà anni settanta non era nemmeno tanto scontata, si passi attraverso una trama prevedibile e poco plausibile, specialmente nel personaggio del nanetto che, per lanciare messaggi alla protagonista, si comporta come un cagnolino. E peccato anche che alcuni personaggi, che potevano risultare interessanti (vedi ad esempio il giornalista, che sembra somigliare a Fava), siano resi in maniera caricaturale. E peccato infine che, salvo qualche eccezione (direi Orlando e Giuffrè), gli attori siano completamente spaesati: se Jennifer O'Neill, sicuramente non una grande attrice, è comunque qualcosa di più di una bella presenza, l'inglese James Mason non convince nella parte di un avvocato siciliano, e tanto meno lo spaesato Franco Nero: farlo passare dai panni del capitano Bellodi del Giorno della civetta (1968) a quelli del professore siciliano, imbranatissimo nelle scene che si presumerebbero di sesso, equivale a uno dei delitti che si vedono nel film.

Tag: cinema,mafia

Povero patetico picchiatello

by sasso67 (14/07/2007 - 20:20)

L'idolo delle donne (USA, 1961) di Jerry Lewis. Con Jerry Lewis (Herbert H. Heebert; la signora Heebert), Helen Traubel (Miss Helen N. Wellenmellon), Kathleen Freeman (Katie), Jack Kruschen (professore alla laurea), George Raft (sé stesso), Buddy Lester (Willard G. Gainsborough).

Un neolaureato, tradito dalla fidanzata, sviluppa una forte idiosincrasia per le donne. Senza sapere bene dove sia capitato, viene assunto, come primo impiego, presso il pensionato di una ricca signora che ospita un nutrito gruppo di ragazze, le quali aspirano ad entrare nel mondo dello spettacolo.

In assoluto, uno dei peggiori film con il comico americano, qui anche in veste, quanto mai inappropriata, di regista, tutto smorfiette e molleggiamenti che fanno scadere la maniera di Jerry Lewis diventa manierismo. La maggior parte delle scene sono forzate e insulse, la trama quasi inconsistente. Le comparsate di qualche vecchia gloria hollywoodiana, come George Raft, - fra l'altro parecchio bolso - rende l'insieme ancora più patetico.

Tag: cinema

Picchiatello in picchiata

by sasso67 (12/07/2007 - 00:29)

Il marmittone (USA, 1957) di George Marshall. Con Jerry Lewis (soldato Meredith Bixby), David Wayne (caporale Larry Dolan), Joe Mantell (soldato Stan Wenaslavsky), Phyllis Kirk (magg. Shelton), Gene Evans (serg. magg. Elmer Pulley), Il marmittonePeter Lorre (Abdul), Liliane Montevecchi (Zita).

Due soldati di lungo corso sono incaricati da un maggiore donna di prendersi cura di un disadattato per farlo sentire a suo agio nell'esercito. Poi all'improvviso il battaglione si trasferisce, chissà perché, in Marocco.

Uno dei film peggiori di Jerry Lewis, senza Dean Martin e senza un briciolo di verve. La sceneggiatura è inesistente, le sue smorfie ormai stucchevoli, le gag fiacchissime e l'insieme è girato con svogliatezza da un regista abbastanza mediocre. Mette tristezza, soprattutto, vedere il glorioso attore tedesco Peter Lorre nei panni dell'arabo vessato dal picchiatello di turno. Sconsigliatissimo soprattutto agli ammiratori del Jerry Lewis migliore.

Tag: cinema

Il parà picchiatello

by sasso67 (11/07/2007 - 19:13)

Il caporale Sam (USA, 1952) di Norman Taurog. Con Jerry Lewis (Hap Smith), Dean Martin (Chick Allen), Mona Freeman (Betsy Carter), Don DeFore (soldato Kelsey), Robert Strauss (Serg. McClusky), Richard Erdman (Frittella Dolan), Ray Teal (Gen. Timmons).

Il cantante Hap Smith, scartato dall'esercito per sordità (?), si ritrova nella buzzona per aiutare l'amico e collega caporale Allen ad organizzare uno spettacolo per i commilitoni. Dopo avere causato qualche disastro, riuscirà perfino a far vincere le manovre al proprio schieramento.

Non uno dei peggiori film con Jerry Lewis. Qui, almeno, l'attore americano era fresco ed originale ed il suo personaggio ha le movenze giuste per ingranare con l'inseparabile amico e collega Dean Martin. Purtroppo, la banalità della sceneggiatura (di Robert Lees, Fred Rinaldo e Herbert Baker) non aiuta la perfetta riuscita di un film che, tutto sommato, si rivela abbastanza infantile: che dire di battute del tipo «Ti presento Frittella Dolan», «Piacere. Naturalmente i miei genitori non mi chiamano Frittella», «E come ti chiamano?», «Frittata». Buono, comunque, il personaggio del sergente rude e burbero, interpretato da Robert Strauss.

Tag: cinema

La Repubblica dei briganti

by sasso67 (09/07/2007 - 20:07)

Claudio Fracassi, La meravigliosa storia della repubblica dei briganti, Mursia, 2005, pp. 576, € 21,00.

Come già nella Lunga notte di Mussolini e in Matteotti e Mussolini, Fracassi utilizza la sperimentata tecnica che si richiama al montaggio cinematografico, e che era piaciuta nei libri precedenti dello scrittore-giornalista milanese. Qui si parla della Repubblica Romana - quella di Mazzini, Saffi e Armellini - che funzionò per centocinquanta giorni, tra il febbraio e il giugno del 1849, dopo l'inopinata fuga a Gaeta di Pio IX, avvenuta alla fine dell'anno precedente. Quello della Repubblica Romana fu un caso che sconvolse l'Europa intera, quella dei governi a cui si era rivolto il papa per essere restituito al suo trono di sovrano spirituale e temporale. Seguendo una scansione cronologica, Fracassi ci porta in giro per l'Europa, andando da Gaeta a Parigi e poi, a volo d'uccello sul Tirreno, indietro fino a Roma, dove la Repubblica, nel breve tempo che le fu concesso dalla Reazione, riuscì a sfornare una delle costituzioni più avanzate (dal punto di vista sociale e dei diritti civili) della storia. All'impresa concorsero, fra gli altri (oltre ai cittadini romani, ovviamente), alcuni tra i più bei nomi del patriottismo italiano, da Mazzini a Garibaldi, da Carlo Pisacane ai fratelli Dandolo, da Mameli a Emilio Morosini, considerati pericolosi briganti dall'Europa reazionaria di metà ottocento, ma eroi dalla nostra storia patria. La sorte della Repubblica, purtroppo, fu segnata dall'intervento di quella che i costituenti romani  consideravano una repubblica sorella, la Francia di Luigi Napoleone, formalmente ancora presidente, ma intimamente già avviato sulla strada del colpo di stato che lo avrebbe trasformato nell'imperatore Napoleone III. Il corpo di spedizione francese, inviato nell'ex Stato Pontificio al comando del generale Oudinot, riuscì, nonostante qualche iniziale batosta infertagli da Garibaldi, grazie al numero e alla potenza militare preponderanti, a restaurare Pio IX sul trono di papa re. Per assumere il ruolo di cerberi del papato, i francesi non si fecero scrupolo di utilizzare gli squallidi mezzucci che da sempre hanno macchiato di fango la reputazione di militari e diplomatici di carriera. E nel far questo sporcarono anche l'onore di persone perbene come Ferdinand De Lesseps, che qualche anno più tardi passerà alla storia per essere il promotore della realizzazione del Canale di Suez.

Sul terreno della Repubblica Romana fu versato il sangue di tanti giovani italiani, come Mameli, Manara, Emilo Dandolo e il già citato Morosini: ma quel sangue fu seme per la futura unità italiana. Sul papato (in primis, va da sé su Pio IX), però, non può che continuare a pesare, quel sangue, anche a distanza di più di un secolo e mezzo.

Ottimo Fracassi, che ci restituisce l'atmosfera e le passioni di quel periodo.

Tag: libro,saggio

Casti, tragici amanti del Sol Levante

by sasso67 (06/07/2007 - 12:12)

Gli amanti crocifissi (Giappone, 1954) di Kenji Mizoguchi. Con Kyôko Kagawa (O-San), Kazuo Hasegawa (Mohei), Eitarô Shindô (Ishun), Eitarô Ozawa (Sukeimon), Yôko Minamida (Otama), Haruo Tanaka (Dôki Gifuya), Chieko Naniwa (Okô).

Gli amanti crocifissiTerzo film che vedo, di Mizoguchi - dopo La vita di O-haru, donna galante (1952) e Racconti della luna pallida d'agosto (1953) - e terzo capolavoro assoluto del cinema. Questa storia di Chikamatsu (Chikamatsu Monogatari è, appunto, il titolo originale) è un attacco all'assurdità delle leggi medievali che, ancora nel XVII secolo, regolavano in Giappone i rapporti tra le persone, tanto da imporre la crocifissione per gli amanti adulteri. Ma è anche un richiamo alla necessità di esprimere l'amore fuori dagli schemi imposti dalla società, un invito ai vecchi a capire le aspirazioni dei giovani e a non imporre loro le regole più stantìe. Questi temi il grande Mizoguchi li sa fondere in un impasto filmico intensissimo, che sa coniugare l'estetica seicentesca del teatro kabuki con le esigenze spettacolari moderne, permettendo al maestro nipponico di proporre un racconto fluido e commovente come una tragicommedia di shakespeare, messa in scena con tanta ironia e poca magniloquenza. Vi sono sequenze difficili da dimenticare, come quella della casta dichiarazione d'amore - raramente s'è visto un amore più puro di questo, forse nemmeno quello di Dante per Beatrice può batterlo - in barca, quando la signora, colpita dalle parole dell'artista, decide di non voler più morire, o quelle, strazianti, in cui il padre di Mohei l'implora di non farsi arrestare davanti a lui. Intorno ai due personaggi principali, veri eroi da romanzo classico, si aggira la solita umanità gretta, avara, arrivista, infida e delatrice che offre lo spunto per qualsiasi tragedia, antica e moderna.

Tag: cinema

Alla faccia del Custer!

by sasso67 (04/07/2007 - 17:16)

Custer, eroe del West (USA, 1967) di Robert Siodmak. Con Robert Shaw (gen. George Armstrong Custer), Mary Ure (Elizabeth Custer), Ty Hardin (magg. Marcus Reno), Jeffrey Hunter (capit. Benteen), Lawrence Tierney (gen. Philip Sheridan), Charles Stalmaker (ten. Howells), Kieron Moore (il capo Dull Knife), Robert Ryan (Mulligan), Robert Hall (serg. Buckley).

Biografia in tempo reale (quasi 140 minuti) del generale Custer. Anzi, biografia romanzata in tempo reale. Troppo lungo, il film del glorioso Siodmak e del bravo Shaw mostra bene le contraddizioni di George Armstrong Custer, soldato tentato allo stesso tempo dall'azione militare e dalla carriera politica, considerato dai politici un eroe, ma dagli stessi tenuto a bada come un piantagrane. Una delle pecche principali del film è mostrare, nel finale, il generale Custer quasi come un difensore degli indiani, contro i cattivi politicanti di Washington. Il regista sembra quasi sminuire, alla fin fine, gli errori militari del generale, e perfino dei suoi più stretti collaboratori, il temerario maggiore Reno e il più prudente capitano Benteen. In conclusione, Custer sembra quasi immolarsi di fronte all'avanzata di un diverso e nuovo modello di strategia bellica, basato sulle macchine automatiche corazzate d'acciaio. Forse, la frase più importante del film è quella detta da Custer al capo indiano, quando gli ricorda che gli indiani sono destinati a soccombere di fronte ai bianchi, che rappresentano un'etnia più forte e sviluppata della loro, così come i Cheyenne avevano conquistati quelle terre ad altri popoli, sterminati in quanto più deboli di loro.

Custer, eroe del West è un film che si annunciava interessante, anche perché era tra i primi a promettere una revisione sul mito dell'eroe, ma che, in definitiva, è abbastanza deludente.

Ottima la prova di Robert Ryan - che ritroveremo a dare la caccia al mucchio selvaggio - nella parte del soldato disertore.

Tag: cinema,western
Archivio Luglio 2007