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In articulo mortis

by sasso67 (31/08/2007 - 13:36)

La Viaccia (Italia/Francia, 1961) di Mauro Bolognini. Con Jean-Paul Belmondo (Amerigo Casamonti), Claudia Cardinale (Bianca), Pietro Germi (Stefano Casamonti), Paul Frankeur (Ferdinando Casamonti), Gabriella Pallotta (Carmelinda), Franco Balducci (Tognaccio), Romolo Valli (Dante), Emma Baron (Giovanna), Claudio Biava (Arlecchino), Marcella Valeri (Beppa), Gina Sammarco (la maitresse).

La ViacciaOttimo film, checché ne dica qualche critico abbonato ad imputare a Bolognini l'eccessiva cura formale e la scarsa cura per la sostanza del racconto. Qui i due aspetti si coniugano bene, formando un insieme che dà vita, probabilmente, al miglior Bolognini di sempre. Il film si apre come una sorta di Viceré (inteso come il grande romanzo di De Roberto) dei poveri, con la morte del patriarca, un vecchio contadino della campagna fiorentina, che detta le sue ultime volontà ai figli riuniti al suo capezzale: il podere della Viaccia non dovrà essere diviso, ma restare a uno solo dei figli. Il prescelto è Stefano, il figlio più simile al defunto capofamiglia, nonché padre del nipote prediletto Amerigo, detto Ghigo. Quest'ultimo, però, ha una mentalità diversa da quella degli avi: ha un animo meno gretto e più sognatore, ed è affascinato dagli ideali egualitari del socialismo e dell'anarchia. Quando viene mandato a Firenze, per stare a bottega con lo zio vinaio, giovanotto e benestante, Ghigo non tarda a recarsi in una casa di tolleranza, dove conosce la bella prostituta Bianca. Questa frequentazione ne causerà l'allontanamento dalla famiglia, mentre l'amore per la donna perduta si rivelerà impossibile, anche per la mentalità rassegnata di lei.

Gli interpreti contribuiscono alla riuscita del film, sia Belmondo, incredibilmente misurato, che la Cardinale, bellissima e maledetta. Ma i migliori sono i vecchi, a cominciare da Germi e dal grande attore francese Paul Frankeur.

Tag: cinema

Fra la Via Aurelia e il West

by sasso67 (30/08/2007 - 21:05)

B. B. e il cormorano (Italia, 2003) di Edoardo Gabbriellini. Con Edoardo Gabbriellini (Mario), Carolina Felline (Gaia), Giorgio Algranti (Nevio Ulivieri), Selen (Gabriella), Marco Giallini (zio Piero), Paolo Vivaldi (Guido).

Gabbriellini, Giallini, FellineCerte persone hanno un culo che non si reggono in piedi. Non sto parlando di Selen, qui, fra l'altro, sempre vestita, ma di Edoardo Gabbriellini, valoroso protagonista di Ovosodo (1997). Dopo avere prestato il volto al Piero Mansani del film di Virzì, l'attore livornese si becca i soldi di Procacci e della Fandango con una sceneggiatura assolutamente inconsistente. Almeno apparentemente debitore nei confronti di Wenders più che verso Virzì, il film di Gabbriellini ha nel falso movimento (in direzione di New York) il suo nucleo fondamentale. Ma se era questa l'idea centrale dell'esordiente regista, non è arduo notare che tutto poteva essere detto meglio e con maggiore efficacia spettacolare. Qualche cenno di verità, qua e là, si coglie, ma, stranamente, si coglie soprattutto nelle scene nelle quali è presente il romano Marco Giallini, il miglior attore del mazzo, che dev'essersi divertito un mondo a imparare il livornese. Alla Felline, cui viene regalato un personaggio abbastanza interessante, doveva essere risparmiata la scena del karaoke.

Un'occasione sprecata da Gabbriellini. Speriamo nella prossima chance, se gliela daranno. Il titolo, nonostante le fantasiose ipotesi di qualche critico, resta un mistero.

Tag: cinema

Il figliastro picchiatello

by sasso67 (28/08/2007 - 22:41)

Il Cenerentolo (USA, 1960) di Frank Tashlin. Con Jerry Lewis (Freddy), Ed Wynn (il mago padrino), Judith Anderson (la matrigna), Henry Silva (Maximilian), Robert Hutton (Rupert), Anna Maria Alberghetti (la principessa), Count Basie (sé stesso).

Alla morte del padre, ricchissimo, Freddy resta affidato alle cure della matrigna e dei fratellastri, che sperano di accaparrarsi un tesoro nascosto dal de cuius. Quando la matrigna organizza un ballo per combinare il fidanzamento tra il figlio Rupert e una bella principessina europea, un mago consente a Freddy di parteciparvi, almeno fino a mezzanotte...

Meno brutto di Artisti e modelle, Il Cenerentolo è comunque l'ennesima bambocciata al servizio degli estri surreali del picchiatello per antonomasia. Qualche scena sinceramente comica non manca, come quella della cena con matrigna e fratellastri alla tavola lunghissima, ma è difficile divertirsi se si ha più di dieci anni. Immaginarie le allusioni gay sul personaggio del mago-padrino intraviste da qualche critico cinematografico. Buona la sequenza in cui Freddy mima la musica jazz che proviene dalla radio.

Grande Sertão

by sasso67 (28/08/2007 - 20:14)

João Guimarães Rosa, Grande Sertão, Feltrinelli, 2003, p. 499 € 13,00.

«Ma, in quello stesso giorno, sui nostri cavalli così buoni, percorremmo nove leghe. Nove. E in più altre dieci, fino al lago dell'Amarume. E sette per arrivare a una cascata nel Gorutuba. E dieci, facendo tappa tra Quem-Quem e Solidão; e molte marce: sempre sertão. Il sertão è questo; uno lo spinge indietro, ma di colpo quello torna a circondarti da tutte le parti. Il sertão è quando meno lo si aspetta; dico.» (p. 238)

Questo libro fu consigliato da Claudio Magris, al cospetto della cui autorità umilmente m'inchino, durante la trasmissione di Fabio Fazio, poco prima di Natale dell'anno scorso. Ipse dixit. Magris disse che in questo libro c'è tutto: l'amore, l'avventura, la guerra, la morte. Ed è vero, ma che fatica! Considerato un capolavoro della letteratura del Novecento, definito l'Ulisse (nel senso di Joyce, ovviamente) della letteratura brasiliana, a me è sembrato piuttosto una sorta di Cent'anni di solitudine riscritto dal Gadda della Cognizione del dolore. È una lettura molto faticosa (la traduzione è piuttosto difficoltosa) che non sempre ripaga dello sforzo patito. Protagonista assoluto è il sertão, un ambiente petroso ma anche boscoso del nord est brasiliano, comprendente anche una parte dello stato meridionale del Minas Gerais. Narrato da Riobaldo, detto Tatarana, jagunço promesso sposo alla bella Otacilia, ma fortemente attratto dal compagno Diadorim, vissuto nel mito di capi leggendari come Joca Ramiro e Medeiro Vaz, il romanzo di Guimarães Rosa narra le avventure di queste bande di fuorilegge - giustizieri che scorrazzano per gli altipiani incorniciati tra sentieri e canali, come gli antichi paladini, in cerca di avventure. E dappertutto appare e scompare, con la sua fauna (anche umana) e la sua flora, il sertão, invadente e discreto al tempo stesso. Alla fine, come in tutti i buoni romanzi di formazione, il protagonista, passato anche attraverso la stipula di un patto col Diavolo, segnato dal dolore per la perdita di compagni e dell'amore della sua vita, avrà imparato la lezione. Il prezzo che, però, avrà pagato il lettore sarà molto più alto del valore acquistato. Insomma, se questo libro è stato caldamente consigliato dal grande critico, non è consigliato dal piccolo lettore.

Tag: libro,romanzo

Dar Tufello cor cortello

by sasso67 (27/08/2007 - 19:49)

Ultrà (Italia, 1990) di Ricky Tognazzi. Con Claudio Amendola (Principe), Ricky Memphis (Red), Giuppy Izzo (Cinzia), Gianmarco Tognazzi (Ciafretta), Alessandro Tiberi (Fabietto), Fabio Vidale (lo Smilzo), Krum De Nicola (Morfino), Antonello Morroni (Teschio), Michele Camparino (Nerone), Fabrizio Franceschi (Nazi), Claudio Del Falco (capo Drugo), Bruno Del Turco (Patata), Simona Izzo (passeggera del treno), Michele Plastino (sé stesso), Sandro Ghiani (il capotreno).

Il Principe, capo ultrà della Roma, s'è fatto due anni di carcere per rapina. Quando esce si rende conto che Cinzia, la sua ragazza, s'è messa con il suo migliore amico, Red, anch'egli del commando ultrà. Durante una trasferta a Torino, fra una sassaiola e una scazzottata con gli ultrà della Juve, i nodi verranno al pettine, ma, se perfino le amicizie finiscono, non viene mai meno l'omertà del branco, pronta a coprire anche i gesti criminali. Testimone di tutto è Fabio, fratellino undicenne di Cinzia, che gli ultrà si portano incoscientemente dietro.

Sulla scia di un altro figlio d'arte, Marco Risi, che in quel periodo realizzò alcune opere fondamentali per un nuovo modo di fare cinema in Italia, come Mery per sempre (1989), Ragazzi fuori (1990) e Il muro di gomma (1991), anche Ricky Tognazzi s'inserisce in questo filone con un film piuttosto crudo sul fenomeno ultrà agli albori degli anni novanta. Quello degli ultras, come concepito in questo film, e come descritto in romanzi quali Sensomutanti di Domenico Mungo, è un fenomeno collaterale, ma che ben poco ha a che vedere con il calcio.  Le partite sono soltanto il pretesto per darsele di santa ragione, con le mani, con i sassi, con le spranghe e, talvolta, con le lame, con gli omologhi dell'altra squadra. Si creano, così, strani gemellaggi, in dipendenza della geografia, anche politica, delle città e delle squadre. Ma ogni occasione è buona per mettere in scena una assurda parodia delle battaglie degli antichi romani, dove la cosa più importante è portare via il trofeo, cioè la sciarpa o la bandiera avversaria. Per seguire una trasferta dei supporters della Roma, Tognazzi crea un filo conduttore esile, che vede i due capi carismatici del gruppo divisi dall'amore per la stessa ragazza, con la quale uno dei due, quello che sembra avere un granellino di sale in zucca, progetta di trasferirsi addirittura a Terni e di trovarsi un lavoro stabile. Ultrà è, in ogni caso, un buon film (anche se non ci si deve attendere chissà quale indagine sociologica), che però testimonia della mentalità distorta di questi pseudotifosi, che nutrono un micidiale mix di amore, invidia e odio, per la loro squadra e per gli strapagati campioni dai quali pretendono quanto meno sangue e sudore sul campo di gioco, quello stesso sangue che loro sono disposti a versare nei pressi degli stadi e delle stazioni ferroviarie, dove non esitano a mettere a repentaglio la vita dei pischelli. Ultrà è anche un documento d'epoca, di quando i romanisti avevano un tifo orientato a sinistra, in contrapposizione a quello di stampo neofascista dei nemici laziali. Oggi, ormai, le croci celtiche imperano ovunque, così come gli striscioni contro gli ebrei e i buu razzisti nei confronti dei "negri".

Ottimo Claudio Amendola.

Tag: cinema

Arsenico e merle vecchiette

by sasso67 (27/08/2007 - 00:25)

Monsieur Verdoux (USA, 1947) di Charlie Chaplin. Con Charlie Chaplin (Henri Verdoux), Mady Correll (Mona [it.: Monica] Verdoux), Allison Roddan (Peter Verdoux), Robert Lewis (Maurice, il farmacista), Audrey Betz (Marta, la moglie del farmacista), Martha Raye (Annabella Bonheur), Isobel Elsom (Marie Grosnay), Marilyn Nash (la ragazza).

Monsieur VerdouxNella Francia degli anni trenta, un ex impiegato di banca, rimasto disoccupato, per mantenere il figlio e la moglie invalida, sposa delle ricche signore di mezza età e le uccide. Indebitato fino al collo a causa di alcuni investimenti divorati dalla crisi finanziaria del periodo, compie un paio di mosse false e si fa scoprire. Venuto a sapere che la moglie e il figlio sono morti si lascia arrestare e ghigliottinare.

Troppe cose si potrebbero dire a proposito di questo ennesimo capolavoro di Chaplin, il capolavoro dell'età matura. Monsieur Verdoux è innanzitutto una riflessione, amarissima, sul Novecento "un precipitato di velocità e di confusione", secondo le parole del protagonista. Secondo Giorgio Cremonini (nel Castoro su Chaplin), Verdoux non è Charlot, ma ne rappresenta "la continuazione critica", servendo allo spettatore da cartina di tornasole per elaborare un giudizio su quest'epoca cinica e spietata, della quale bisogna adottare le stesse armi per potersene difendere, come dice Verdoux alla ragazza che aspira a suicidarsi. Ed è necessario che questo personaggio venuto dal nulla (chi potrebbe credere a una reincarnazione di Charlot, fatto scomparire da Chaplin già con il Grande dittatore?), sia eliminato da questa società spietata con un taglio netto, quello della ghigliottina, una volta che egli stesso ha constatato come non vi sia più alcun appiglio che lo trattenga in questa vita. Del resto, Verdoux ha visto un massacro come quello della Grande Guerra, nonché le crisi finanziarie, più cattive e dipendenti dalla mano dell'uomo che non le antiche carestie, e vede nella morte, la sua come quella delle signore che fa fuori con una certa noncuranza, come una vera e propria liberazione. In più, Chaplin gira il film all'indomani della Seconda Guerra Mondiale, secondo catastrofico mondiale scoppiato a poco più di vent'anni dal precedente, e non può non constatare come l'omicidio sia considerato tale soltanto quando è praticato su piccola scala: in proporzioni colossali esso è considerato, al contrario, eroismo. Per questa ragione, forse, Chaplin conferisce al suo Verdoux una caratteristica che lo accomuna a Charlot: la simpatia. Né mancano, seppure velati e quasi nascosti dallo sguardo nerissimo del regista, spunti di commedia, come la fuga disperata di Verdoux al matrimonio con Marie Grosnay, i tentativi di omicidio in barca, o gli effetti del veleno sui capelli della domestica di Annabella.

Tag: cinema

Chi è senza peccato scagli la prima pietra contro Golia

by sasso67 (26/08/2007 - 00:31)

Il pellegrino (USA, 1923) di Charlie Chaplin. Con Charlie Chaplin (l'evaso), Edna Purviance (Miss Brown), Kitty Bradbury (la signora Brown), Sydney Chaplin (il Il pellegrinopadre del bambino), Mack Swain (il diacono), Mai Wells (la madre del bambino), Dinky Reisner (il bambino), Loyal Underwood (Anziano), Chuck Reisner (Howard Huntington, il borsaiolo), Tom Murray (sceriffo Bryan), Henry Bergman (lo sceriffo sul treno).

Un povero carcerato evade e si traveste da prete, capitando per caso in una comunità puritana, dove stanno appunto aspettando l'arrivo del nuovo parroco, che nessuno ha mai visto.

Bellissimo filmetto chapliniano, situato tra Il monello (1921) e i grandi capolavori che prenderanno il via a partire dalla Febbre dell'oro (1925). Le gag e le tematiche del Chaplin maturo ci sono già tutte, ma la più bella, degna di entrare in un'ideale antologia chapliniana, è il sermone sullo scontro tra David e Golia.

Il regista di matrimoni

by sasso67 (26/08/2007 - 00:02)

Il testimone dello sposo (Italia, 1996) di Pupi Avati. Con Diego Abatantuono (Angelo Beliossi), Inés Sastre (Franceschina Babini), Dario Cantarelli (Edgardo Osti), Cinzia Mascoli (Peppina Campeggi), Valeria D'Obici (Olimpia Campeggi Babini), Mario Erpichini (Sisto Babini), Ugo Conti (Marziano Beliossi), Nini Salerno (Sauro Ghinassi), Toni Santagata (Manlio Lobianco), Carmela Vincenti (la moglie di Lobianco).

Ormai Pupi Avati sembra poter fare (e pare piacergli, pure) il regista di matrimoni. Gli riesce ormai soltanto di organizzare grandiose feste di matrimonio, come occasione per far scoppiare piccoli e grandi conflitti tra i tanti invitati alla festa, che poi si trasforma in tutt'altra cosa, spesso più somigliante a un dramma. E il fatto che ad Avati riesca mettere in piedi queste grandi feste di matrimonio non significa che poi ne sappia trarre un bel film. Basti vedere questa scempiaggine con Abatantuono protagonista che proprio non si sa cosa c'entri con tutto il resto. Ma non vi è un solo personaggio azzeccato e un solo interprete che sembri al suo posto. Il bravo Dario Cantarelli, quando non recita in un film di Nanni Moretti, sembra un pesce fuor d'acqua. Inés Sastre è bella, ma il suo personaggio, specialmente da un certo momento in poi, diventa qualcosa di indefinibile e non si capisce più se sia pazza oppure se si ribelli, giustamente, a un matrimonio combinato e d'interesse. Il difetto, ovviamente, è nel manico, forse ancor prima che nella sceneggiatura, nella concezione di un film come questo, più vecchio del diciannovesimo secolo che Avati smania di far scomparire prima del tempo. Mamma mia, quanto siamo lontani dal Matrimonio di Altman!

Tag: cinema

O MARTE O MORTE!

by sasso67 (24/08/2007 - 16:52)

Fascisti su Marte (Italia, 2006) di Corrado Guzzanti e Igor Skofic. Con Corrado Guzzanti (Gerarca Gaetano Maria Barbagli), Andrea Purgatori (Fecchia), Marco Marzocca (Freghieri), Lillo Petrolo (Pini), Andrea Blarzino (Santodio), Andrea Salerno (Balilla Bruno Caorso), Irene Ferri (capo amazzone), Caterina Guzzanti (prima amazzone), Simona Banchi (la Madonna del manganello), Paola Minaccioni (Befana fascista).

All'inizio può sembrare, specialmente a chi ha amato la serie nata all'interno del programma televisivo Il caso Scafroglia, una rimasticatura stiracchiata ed allungata per formare un film. Però, mano a mano che il film va vanti e le trovate si accumulano, sommando alla parodia della retorica fascista i riferimenti all'oggi, valicando spesso - ed era l'ora! - i confini del politicamente corretto, il film acquista spessore ed autonomia rispetto all'originale televisivo, aggiunge alla satira politica, abbastanza blanda, citazioni cinematografiche le più disparate, da Guerre stellari a Incontri ravvicinati del terzo tipo, da 2001: Odissea nello spazio fino a Donne amazzoni sulla Luna. E, cosa più importante, il film del geniale Corrado Guzzanti (meno cattivo e graffiante della sorella Sabina), senza mai prendersi sul serio, fa ridere, con la meritata parodia dei cinegiornali Luce e del linguagio tronfio e retorico che mascherava la tragica realtà di una dittatura criminale quanto ridicola. Esilaranti le frasi mussoliniane scritte sulle sabbiose pareti marziane dagli eroici cosmonauti, dove, accanto a CREDERE, OBBEDIRE COMBATTERE si legge anche un più prosaico A CHI TOCCA NUN SE INGRUGNA. Eccellente il finale, dove, dopo la caduta del fascismo, anche i prodi miliziani si imborghesiscono, e addirittura l'ex intrepido Santodio si presenta sottobraccio a una femmina (???) mimimma. Imperdibile.

La sigla del programma TV.

Nostalgia canaglia

by sasso67 (24/08/2007 - 12:47)

Gerarchi si muore (Italia, 1961) di Giorgio C. Simonelli. Con Aldo Fabrizi (Commendator Friolli), Luigi Pavese (Ambrogio Marletti), Franco Franchi (Scilla), Ciccio Ingrassia (Cariddi), Raimondo Vianello (il fantasma), Ubaldo Lay (Giuseppe, il maggiordomo/il Gatto), Hélène Chanel (l'infermiera Italia/la Volpe), Vittorio Congia (Benito Adolfo Maria Frioppi), Vicki Ludovisi (Maddalena), Fanfulla (il commissario), Silvio Bagolini (il poliziotto), Nino Fuscagni (Roberto).

Commedia virante in farsa pochissimo riuscita. In tempi di revival, spacciato come un film con Franchi e Ingrassia, Gerarchi si muore propone invece soprattutto una serie di duetti con Fabrizi e Pavese (peraltro bravissimi), con Vianello a fare da vero e proprio deus ex machina. I due comici siciliani sono invece sullo sfondo, come aiutanti falsari pasticcioni di un famoso ladro e truffatore internazionale conosciuto come il Gatto. La cosa più divertente di Franco e Ciccio sono i loro nomi, Scilla e Cariddi, e la scenetta nella quale (dopo avere coniato banconote con errori di stampa), dopo una partita a carte nella quale Ciccio vince ventimila lire al socio, Franco prende il torchio e fabbrica due banconote da diecimila nuove di zecca (e a Ciccio che le osserva controluce, domanda "Che c'è, non ti fidi???"). La farsa sui nostalgici del fascismo è poco riuscita, anche perché il personaggio che dovrebbe fare da contraltare all'ex gerarca, quello affidato a Pavese, è poco riuscito, e lo si capisce fin dalle prime battute, quando l'industrialotto che "si è fatto da sé", pur proclamandosi un compagno, licenzia in tronco un dipendente, colpevole di fare il filo alla figlia e di averlo definito rimbambito. Il film di Simonelli poteva essere ridotto ad uno sketch o ad un accenno, come qualche riuscito flashback dei film con Fabrizi e Totò: basti pensare a quanto sia più eloquente la scena del "giù il cappello!" in Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi (1960), che forse ha offerto lo spunto per questo film davvero mediocre.

Sayonara time

by sasso67 (24/08/2007 - 00:45)

Memorie di una geisha (USA, 2005) di Rob Marshall. Con Zhang Ziyi (Chyio/Sayuri), Ken Watanabe (il direttore generale), Michelle Yeoh (Mameha), Koiji Yakusho (Nobu), Youki Kudoh (Zucca), Kaori Momoi (la Madre), Suzuka Ohgo (Chyio bambina), Gong Li (Hatsumomo), Cary-Hiroyuki Tagawa (il barone), Randall Duk Kim Memorie di una geisha(il dottor Granchio), Togo Igawa (Tanaka), Mako (Sakamoto).

"Okay, it's time for sayonara, come on yankee break my heart...". Così cantavano i Pogues (in Sayonara, da Hell's Ditch, 1990), e cioè "Dunque è il momento del sayonara (addio), forza, yankee, spezzami il cuore". Questo sembra essere il senso di un'operazione come quella di Memorie di una geisha, prodotto dagli americani e diretto dall'americano Rob Marshall. Un prodotto perfetto dal punto di vista formale, con una fotografia e una ricostruzione d'ambienti da fare invidia al nostro povero cinema italico. Il problema è che, però, qui contano di più gli aspetti legati alla superproduzione, che non quelli contenutistici. Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che siano state scritturate, per due tra i ruoli più importanti, le due più lucenti stelle del cinema cinese, per interpretare il ruolo di due geishe. Siamo, insomma, nella superproduzione hollywoodiana più smaccata, e quindi il film può piacere o non piacere, a seconda di quanto si apprezzino tali superproduzioni. Per quanto riguarda la storia, quella di una ragazzina giapponese che nel secolo scorso viene venduta dai genitori alla tenutaria di un bordello perché ne faccia una geisha (mestiere molto ambito, all'epoca, e del quale in occidente abbiamo un'idea distorta), essa sarà apprezzata soprattutto dagli animi sensibili ai (melo)drammi umani, dove ogni fatto è accentuato e dove è d'obbligo la rivalità tra i buoni e i cattivi. E proprio per non scontentare coloro che si appassionano a questo tipo di storie, il lieto fine, seppure dilazionato all'infinito, non può non arrivare.

Tag: cinema

La guerriglia di Piero

by sasso67 (22/08/2007 - 12:48)


Ovosodo (Italia, 1997) di Paolo Virzì.
Con Edoardo Gabbriellini (Piero), Marco Cocci (Tommaso Paladini), Nicoletta Braschi (prof. Giovanna Fornari), Claudia Pandolfi (Susy), Toto Barbato (Mirko), Regina Orioli (Lisa), Pietro Fornaciari (Nedo), Monica Brachini (Mara), Alessio Fantozzi (Ivanone), Giada Pieri (Katia), Piero Gremigni (un operaio), Paolo Ruffini (Galgani), Raffaele Vannoli (il conte), Fabio Vannozzi (Furio Brondi), Malcolm Lunghi (Piero a 13 anni), Matteo Campus (Piero a 7 anni), Daniela Morozzi (Luana).

Da zero a ventitre anni, la vita di Piero, giovane livornese di famiglia disagiata, al quale la vita sembra un boccone che non va né in su né in giù, "come avere inghiottito un uovo sodo col guscio e tutto".

Bisogna dirlo subito: il film, salvo qualche difettuccio qua e là (la tirata alla maturità, con tanto di citazione di scrittori di tendenza, poteva andare bene per un personaggio meno maturo del nostro Piero), funziona magnificamente, a cominciare dal titolo, che riprende il nome di un quartiere di Livorno, che però non è quello dove vive il protagonista (il film è stato girato nel blocco di case popolari detto "la cassa da morto", nella zona di Fiorentina o dell'Aguglia, cosiddetta dall'obelisco che campeggia al centro della piazza). E funziona soprattutto la prima parte, quella ambientata nelle zone popolari della città, con quei cortili dove la gente non si fa mai i cazzi suoi e dove i bimbi tirano calci al pallone finché non fa buio, mentre qualche tossico cerca di rimediare gli spiccioli per la dose quotidiana. Ma anche il resto del film Virzì (che già all'esordio colpì nel segno con La bella vita, 1994) se lo è saputo giocare più che bene ed ha saputo incanalare sui binari giusti la tematica dell'impermeabilità dei due mondi in cui si divide Livorno: quello delle case popolari e quello delle ville con piscina, dei quali gli abitanti delle prime non sospettano neppure l'esistenza. E comunque i temi toccati da Virzì, che qui fa un cinema medio, raggiungendo risultati più alti della media, sono tanti e importanti: apparentemente il romanzo di formazione di Piero potrebbe avere come facile moraletta che la felicità è dietro l'angolo, se non che, a grattare un po' la superficie, si scopre che il succo è più amaro di quanto era sembrato, soprattutto se si pensa che il protagonista non riesce, per le condizioni economiche disagiate, ad esprimere le proprie potenzialità dimostrate a scuola, avendo vinto quello che lui chiama "l'oscar della scalogna": mamma morta, babbo in carcere e fratello handicappato.

Parte della riuscita del film è da attribuirsi a merito degli attori, intelligentemente scelti da Virzì: bravissimo Edoardo Gabbriellini con lo sguardo sempre stupito di fronte alla vita, ed anche attrici altrove poco più che mediocri, come la Pandolfi e la Braschi. Ma la rivelazione del film è Marco Cocci, ottimo in quel ruolo di rampollo di buona famiglia, ribelle ma non troppo.

Tag: cinema

Quant'è brutta la donna vampiro!

by sasso67 (21/08/2007 - 20:46)

Artisti e modelle (USA, 1955) di Frank Tashlin. Con Jerry Lewis (Eugene Fullstack), Dean Martin (Rick Todd), Shirley MacLaine (Bessie Sparrowbrush), Dorothy Malone (Abigail Parker), Anita Ekberg (Anita), Eddie Mayehoff (Murdock), Eva Gabor (Sonia), Jack Elam (Ivan), George Winslow (Richard Stilton), Alan Lee (Otto), Otto Waldis (Kurt).

Artisti e modellePer una volta si deve dare ragione agli americani, quando ridono degli europei, che hanno messo Jerry Lewis su un piedistallo. Artisti e modelle è l'ennesima bambocciata della coppia Lewis/Martin, apparentemente indirizzata soprattutto ai bambini (sebbene contenga qualche malizia di troppo), ma purtroppo sopravvalutata anche dalla critica. Qualche situazione e qualche battuta qua e là fanno anche ridere, ma il più delle volte si resta stupiti di fronte a tanta ingenuità e talvolta non si sa se ridere o piangere. Dispiace, perché sia Jerry Lewis che Dean Martin mi sono sempre stati simpatici, ma è proprio il film che non funziona, con macchiette insulse quali l'editore o il bambino pestifero; e poi la svolta spionistica del finale sarebbe accettabile soltanto dentro un fumetto di Cino e Franco. In ogni caso, cadono le braccia (specialmente a chi non sia un patito del musical) ogni volta che Martin attacca con le sue canzoni melodiche, ma il numero in cui Shirley MacLaine (un'attrice che, invece, non mi è mai piaciuta) canta la canzone Enamorada, già eseguita in precedenza da Martin, mentre Jerry sta salendo le scale con una sdraio sotto il braccio, è addirittura insopportabile. Infantile.

Tag: cinema

K. K. e il gancio destro

by sasso67 (20/08/2007 - 22:34)

I due maghi del pallone (Italia, 1970) di Mariano Laurenti. Con Franco Franchi (il mago K. K.), Ciccio Ingrassia (Ciccio Ingrassetti), Oreste Lionello (Tonino), Elio Crovetto (Baldinotti), Umberto D'Orsi (Cazzaniga), Karin Schubert (Greta), Tiberio Murgia (Concettino Lo Brutto), Paola Tedesco (la figlia del sindaco), Enzo Andronico (il sindaco di Pizzosiccu), Luca Sportelli (il presidente della Ghiandineddese), Nino Vingelli (il boss mafioso).

I due assi del guantone (Italia, 1971) di Mariano Laurenti. Con Franco Franchi (Franco Marsala), Ciccio Ingrassia (Ciccio Trapani), Mario Carotenuto (Amleto Rossetti), Ave Ninchi (Adele Rossetti), Umberto D'Orsi (Giovanni), Gino Milli (Enzo), Paola Tedesco (Marisa), Giulio Rinaldi (Golia), Tibero Murgia (il viglie), Enzo Andronico (il teorico della boxe), Luca Sportelli (il proprietario del supermercato).

Due parodie sportive con Franchi e Ingrassia, entrambe per la regia di Laurenti. Si tratta di due tra i film meno dozzinali e più divertenti della coppia siciliana. Ovviamente le trame sono sempre abbastanza risibili e costituiscono semplici canovacci sui quali inserire i numeri, alcuni più riusciti, altri meno, dei due comici. Il film sul calcio sembra una parodia del Presidente del Borgorosso Football Club con Alberto Sordi (peraltro anche questo del 1970), che già faceva la macchietta del dorato mondo del pallone, con tanto di allenatore sudamericano somigliantissimo ad Helenio Herrera, detto il Mago. Qui tutto nasce dall'equivoco che irretisce Ciccio, messo dall'azienda chimica del Nord Italia a gestire la squadra di Pizzosiccu, sponsorizzata dalla ditta, nonostante sia totalmente a digiuno di calcio. Istruitosi di tattiche calcistiche sugli appositi manuali nel giro di pochi giorni, Ciccio non riesce a capire che quando il presidente lo incarica di trovargli un mago per affidargli la squadra, si riferisce ad un allenatore carismatico come H. H., cioè Helenio Herrera, e gli porta invece K. K., un veggente siciliano che sbarca il lunario a Milano tra fatture false e false fatturazioni. Chi guarda con attenzione la sigla iniziale, cantata proprio da Franco Franchi, capisce già come va a finire la storia. Il film sulla boxe, visibilmente girato con tre lire, è riuscito ancora meglio del precedente, nonostante la ristrettezza dei mezzi, anche grazie a una coppia di comprimari - Mario Carotenuto e Ave Ninchi - che tiene botta con bravura ai due protagonisti. Notevoli sono i duetti tra Carotenuto, titolare della scuola pugilistica Rom.Po., e il rivale macellaro Umberto D'Orsi (uno che con Franco e Ciccio ha interpretato una miriade di personaggi), presidente della Pu.Zo.Ne. (Pugilistica Zona Nemorense). Negli incontri di boxe Franco si ispira a famosi incontri cinematografici, primo fra tutti quello di Chaplin in Luci della città (1931), ovviamente con meno genialità e più umori viscerali. Molto divertente la lezione di teoria puglistica impartita al neofita Franco Marsala dal professore Enzo Andronico, quando Franco, cui viene chiesto se anziché il peso Mosca preferisca fare il Gallo, risponde "Chicchirchiii!!!".

A la guerre comme a la mer

by sasso67 (20/08/2007 - 20:50)

Estate violenta (Italia/Francia, 1959) di Valerio Zurlini. Con Eleonora Rossi Drago (Roberta Parmesan), Jean-Louis Trintignant (Carlo Caremoli), Jacqueline Sassard (Rossana), Cathia Caro (Serena), Enrico Maria Salerno (Ettore Caremoli), Lilla Brignone (la madre di Roberta), Raf Mattioli (Giorgio), Federica Ranchi (Maddalena), Bruno Carotenuto (Giulio), Giampiero Littera (Daniele), Tina Gloriani (Emma), Sergio Paolini (Sergio).

Estate violentaL'estate violenta è quella del 1943. Mentre l'Italia vive il dramma della guerra e dei fatti che, tra il 25 luglio e l'8 settembre, matureranno le condizioni per la guerra civile, a Riccione il ventenne Carlo, figlio di un gerarca fascista che gli ha risparmiato l'arruolamento, s'innamora della vedova di guerra trentenne Roberta, madre di una bambina.

Come la maggior parte delle opere di Zurlini, Estate violenta è un discreto film, seppure non esaltante. La guerra costituisce lo sfondo - anche se nel finale irrompe in maniera violenta e brutale - per una storia d'amore mal vista, secondo le convenzioni del tempo (ma anche oggi, chissà...). Per Carlo si tratta si un'esperienza che lo porterà, in ogni caso, a maturare (si fa per dire), tanto è vero che alla fine del film deciderà di non scappare e di andare a presentarsi alle autorità militari. Per Roberta, invece, l'esperienza sarà molto più drammatica e lacerante, perché la donna è messa di fronte ad una scelta tra l'amore e i doveri della propria condizione: di donna più matura, di madre e di vedova di guerra. Come le dice la madre, "hai trent'anni e una figlia, non farmi dire altro!".

Buona la prova degli attori, anche di Eleonora Rossi Drago, diversamente non una grandissima attrice, e di un giovane Trintignant. Ma il migliore, non c'è bisogno di dirlo, è Enrico Maria Salerno, seppure confinato in una parte minore, di fascista incattivito e spaventato.

Tag: cinema

Pace tra gli ulivi

by sasso67 (16/08/2007 - 20:07)

Sotto gli ulivi (Iran/Francia, 1994) di Abbas Kiarostami. Con Mohamad Ali Keshavarz (il regista), Zarifeh Shiva (la signora Shiva, assistente), Hossein Rezai (Hossein), Tahereh Ladanian (Tahereh), Ahmad Ahmadpoor (sé stesso), Babak Ahmadpoor (sé stesso).

Sotto gli uliviÈ un buon film, anche se non il migliore di Kiarostami. Il fatto stesso che da parte di molti critici se ne faccia dipendere parte del valore dalla conoscenza di altre opere dell'autore iraniano non mi pare certo un merito. Vi si trova, comunque, il consueto rigore formale e morale, nonché l'abilità di Kiarostami di costruire storie toccanti ed interessanti anche con pochissimi mezzi. Fra l'altro, la scelta di fare un film nel film (seppure chiaramente un pretesto) era abbastanza rischiosa, ma il risultato dà ragione al regista. L'assunto di partenza è il terremoto dell'anno precedente, l'evento che corrisponde alla guerra dell'anno zero nella Germania rosselliniana, oppure alla peste manzoniana. Il terremoto è il fenomeno che, terribilmente democratico, parifica chi ha una casa con chi non ce l'ha, avendole rase al suolo pressoché tutte. E allo stesso tempo è l'elemento che, specialmente sui giovani, ha l'effetto di far riflettere sulla caducità delle cose umane. Anche se abbattere certi pregiudizi millenari è più facile che distruggere un muro di pietre.

Si tratta di un cinema che, per certi aspetti, rimanda a quello di Olmi (in particolare all'Albero degli zoccoli) e, per suo mezzo, ricorda comportamenti e modi che sembrano usciti dalle pagine dei Promessi sposi.

Tag: cinema

Charlot toccata e fuga

by sasso67 (15/08/2007 - 19:17)

L'evaso (USA, 1917) di Charlie Chaplin. Con Charlie Chaplin (l'evaso), Edna Purviance (la ragazza), Henry Bergman (il giudice), Eric Campbell (il pretendente), Albert Austin (il cameriere), Frank J. coleman (un poliziotto), Toraichi Kono (l'autista).

L'evasoCharlot evade dal carcere. Per fuggire si getta in mare, dove salva la vita della moglie di un giudice e sua figlia, della quale s'innamora. Le due donne, credendolo un milionario, lo invitano a un party a casa del giudice, ma un pretendente della ragazza, scoperta la verità da un giornale, denuncia il povero evaso.

E' l'ultimo film di Chaplin girato per la casa di produzione Mutual. Ormai diventato una stella di prima grandezza, il comico passerà dall'anno successivo, con un contratto vantaggiosissimo, alla First National. L'evaso comincia con la fuga rocambolesca di Charlot dalle grinfie di alcuni inetti poliziotti ai quali sfugge nelle maniere più acrobatiche. La parte centrale è dominata dalla sequenza dei vari salvataggi in mare, dove a turno finiscono un po' tutti, finché lo stesso fuggitivo, dopo aver tirato fuori dalle acque la moglie del giudice, la bella figlia e il suo spasimante fifone, deve essere raccolto dall'autista del giudice, che lo carica in macchina. La scena si trasferisce quindi a casa del giudice, dove Charlot, ricambiato di tutto punto, viene servito e riverito come un gran signore, oltre che un eroe. La prima scena comica è quella del gelato, nella quale Charlot, in terrazza con la figlia del giudice, non sa come si mangi un gelato e in pratica se lo fa cadere dentro i pantaloni; dopo una serie di buffi contorcimenti, la pallina di gelato gli scivola dai calzoni e cade sotto il balcone nella scollatura posteriore di una signora un po' corpulenta: e si vede, nell'inquadratura divisa orizzontalmente dal piano del terrazzo, come alla soddisfazione di Charlot sia seguita l'agitazione della donna. Il finale scaturisce dalla scoperta che lo sconosciuto è in realtà un evaso, per cui arriva la polizia e si scatena una serie ininterrotta di inseguimenti su e giù per le scale, nel quale la scena più comica è indubbiamente quella in cui Charlot si trasforma in paralume. Il finale, stavolta, non è consolatorio, anche se l'omino, con uno stratagemma, riesce a beffare il poliziotto che l'aveva acciuffato e a fuggire di nuovo. Il film termina, così, com'era cominciato, con l'evaso rincorso dalla polizia.

Pur l'ontano dai capolavori, grandi e piccoli, del miglior Chaplin, L'evaso è uno spettacolo comico che si guarda volentieri e che serve all'autore di affinare certi meccanismi che verranno utili nei film successivi.

Tasche sfondate

by sasso67 (14/08/2007 - 18:19)


Charlot emigrante (USA, 1917) di Charlie Chaplin.
Con Charlie Chaplin (l'emigrante), Edna Purviance (la ragazza), Albert Austin (l'emigrante russo; un cliente del ristorante), Henry Bergman (l'emigrante grassa; l'artista), Stanley Sanford (il ladro), Eric Campbell (il cameriere), Frank J. Coleman (ufficiale di bordo; il proprietario del ristorante), Loyal Underwood (l'emigrante basso), Kitty Bradbury (la madre), John Rand (il cliente brillo).

Charlot si trova su una nave che varca l'oceano per portare in America tanti emigranti che fuggono dall'Europa e dalla miseria. Una volta sbarcato in America, l'emigrante si aggira per la città senza neanche un soldo per mangiare. Casualmente trova una moneta per terra: se la mette in tasca ed entra immediatamente in un ristorante. Peccato, però, che la tasca sia bucata...

Si tratta di un cortometraggio abbastanza divertente, suddiviso in due parti (quella sulla nave e quella sul suolo americano), con gag concatenate, che fanno ridere anche se il sottofondo è tragico. Gli emigranti fuggono da un mondo di miseria, con quasi nessun soldo in tasca, alla mercé del primo malvivente. Charlot si rivela il solito ometto generoso fino all'autolesionismo: vinti dei soldi al gioco dei dadi, li regala ad una ragazza e a sua madre, derubate da un ladro sulla nave. Anche le sequenze ambientate nel ristorante basano la propria riuscita comica su un contesto tragico, che lo spettatore guarda con occhio apprensivo, specialmente dopo che si è visto maltrattare un cliente al quale mancavano dieci cents per saldare il conto, e sapendo che Charlot ha perso la sua moneta da un buco nella tasca. In America, sembra dire Chaplin, il benessere è legato al possesso di denaro e questo è sempre appeso ad un filo, ad un capriccio del destino. Il finale roseo, che sembra un po' appiccicato con lo sputo (forse per intervento della produzione?), trasforma il film in una commedia, che però è tale soltanto in questo in senso. Tanto è vero che il film fu in alcuni punti tagliato, come testimonia la scomparsa di una sequenza nella quale si vedevano gli emigranti manganellati dalla polizia all'ombra della Statua della Libertà. L'emigrante sembra la premessa muta e giovanile al successivo Un re a New York (1957): come ha giustamente fatto notare Giorgio Cremonini sul Castoro dedicato a Chaplin (p. 38), «La suspense serve a Chaplin per rivelare il fondo drammatico d'una realtà precisa. Il comico trova qui la sua dimensione complementare, che è quella del pathos».

Dio li fa e poi li accoppa

by sasso67 (13/08/2007 - 20:29)

Le affinità elettive (Italia/Francia, 1996) di Paolo e Vittorio Taviani. Con Jean-Hugues Anglade (Edoardo), Isabelle Huppert (Carlotta), Fabrizio Bentivoglio (Ottone), Marie Gillain (Ottilia), Massimo Popolizio (il Marchese), Laura Marinoni (la Marchesa), Stefania Fuggetta (Agostina).

Marie Gillain e Jean-Hugues AngladeDopo esseresi amati in gioventù, passati alcuni anni, Edoardo e Carlotta si reincontrano e si sposano. La loro vita scorre tranquilla in una villa della campagna toscana, finché i due non ospitano prima Ottone, un architetto amico di Edoardo, e poi Ottilia, figlioccia di Carlotta. I coniugi saranno attratti dai due ospiti del sesso opposto.

I fratelli Taviani traspongono la vicenda narrata da Goethe nella Toscana del primo Ottocento e la condensano in un pappone poco digeribile. Quello che sembra interessare ai due fratelloni sanminiatesi è il contrasto, al centro del romanzo goethiano, tra istinto naturale e razionalità, nonché le tragiche conseguenze che si verificano quando nella società umana, così piena di regole e remore morali, prevalgono i primi sulla seconda. E nel gioco di coppie organizzato dallo scrittore tedesco, proprio come avviene nella chimica, due elementi originariamente aggregati, in presenza di determinate condizioni e di altri due elementi, si scomnpongono per andare ad unirsi agli altri elementi presenti. «È come se una "forza magnetica", analoga a quella che impera nel mondo fisico, agisse anche sopra le anime, entro le anime» (Giuseppe Gabetti). Purtroppo i Tavianoni condensano e stilizzano troppo i fatti, mentre amplificano i silenzi, rendendo l'insieme troppo lento e i comportamenti poco motivati. Per di più, sbagliano, secondo me, la scelta degli attori, a cominciare da quel Jean-Hugues Anglade (potenza della coproduzione francese?), che dovrebbe rappresentare le scelte dell'istinto. Si tratta, invece, di un attore algido, lento e riflessivo, che mal si adatta a mettere in scena un uomo che si abbandona ai richiami della passione, rischiando di infrangere la legge morale e quella civile (il sacro vincolo del matrimonio!). Il finale, poi, è singolarmente tirato via, con la morte pressoché simultanea dei due amanti, mentre i due registi, con spirito laico e agnostico, annullano quasi completamente il senso ultimo del romanzo di Goethe, che propone, mediante la morte quasi mistica e miracolosa di Ottilia, una via d'uscita teologica - l'annullamento in Dio, trascendente - alle miserie e alle tragedie umane. Un altro film dei Taviani poco riuscito.

Tag: cinema

Rape e rapimenti

by sasso67 (11/08/2007 - 20:40)

I barbieri di Sicilia (Italia, 1967) di Marcello Ciorciolini. Con Franco Franchi (Franco Lo Persico), Ciccio Ingrassia (Ciccio Lo Persico), Daniela Giordano (Rosina), Jean Valmont (capitano Steve Minasi), Carlo Hinterman (colonnello Von Krauss), Giorgia Moll (Helga Von Krauss), Adriana Facchetti (Donna Maruzza), Mario Maranzana (Don Calogero Milazzo), Enzo Andronico (il podestà), Max Turilli (ufficiale tedesco).

Nel luglio 1943, nel paesino siciliano di Santa Rosalia, un barbiere ed un parrucchiere sono scelti come copertura per un ufficiale dell'esercito americano che deve indagare sulla presenza del feroce colonnello tedesco Von Krauss, soprannominato "la jena di Norimberga", e di due scienziati, incaricati dal regime nazista di sperimentare una terribile arma batteriologica. Il comportamento bislacco dei due, rivali in amore, provocherà lo sbarco degli Alleati in Sicilia.

Un altro film della memoria, che vidi al cinema parrocchiale più di trent'anni fa. La trama - che, più o meno consapevolmente, accenna al ruolo avuto dalla mafia nella presa della Sicilia da parte degli Alleati - è un pretesto per dare a Franco e Ciccio numerosi pretesti per le loro gag mimiche e verbali, alcune veramente irresistibili. Ovviamente, spesso cascano le braccia, vedendo la banalità di certe situazioni comiche, ma in altri momenti non si può che lasciarsi andare di fronte alla comicità elementare della coppia sicula (dove la parte del leone è sicuramente di Franco), come nella scena del duello "rusticano" tra il rasoio del barbiere e il ferro per ricci del coiffeur pour dames, in quella della lavata del viso da parte di franco, o quando quest'ultimo si trova a letto con l'ufficiale tedesco e sua moglie ed esclama "ah! una jena nel mio letto!".

La mamma di Pirandello

by sasso67 (11/08/2007 - 19:54)

Kaos (Italia, 1984) di Paolo e Vittorio Taviani. Con [L'altro figlio] Margarita Lozano (Mariagrazia), Carlo Cartier (il medico), Orazio Torrisi (Comizzi, l'altro figlio). [Mal di luna] Claudio Bigagli (Batà), Enrica Maria Modugno (Sidora), Massimo Bonetti (Saro), Anna Malvica (la madre di Sidora). [La giara] Ciccio Ingrassia (Don Lollò), Franco Franchi (Zi' Dima), Maria Lo Sardo (Sara). [Requiem] Biagio Barone (Salvatore), Salvatore Rossi (il vecchio patriarca), Franco Scaldati (padre Sarso), Pasquale Spadola (il barone), Angelo Mezzasalma (il capitano dei Carabinieri). [Colloquio con la madre] Omero Antonutti (Luigi Pirandello), Regina Bianchi (la madre), Massimo Bonetti (Saro).

Spesso attaccato dalla critica come film calligrafico e poco sentito, Kaos resta l'ultimo film veramente riuscito, in ordine di tempo, dei fratelli Taviani. Suddiviso in episodi basati su varie novelle di Pirandello, questo film è un esempio di quel «realismo lirico» (Giovanni Grazzini) che ha caratterizzato le opere migliori dei due fratelli toscani. Com'è ovvio, non tutti gli episodi sono dello stesso livello ed ottengono la stessa riuscita. Il più debole è il primo, troppo giocato su un'attrice (la Lozano, di buñueliana memoria) che tende a prevaricare il compito assegnatole. Al secondo e al terzo segmento garantisce la riuscita, più che la trama o lo stile, la bravura degli interpreti, in Mal di luna, in particolare, di un eccezionale Bigagli, che sembra uscito da un dipinto dei Bonetti e BigagliMacchiaioli o di Rosai, e di Enrica Maria Modugno, sensuale come mai più nella sua carriera. In La giara, invece, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, dimostrano, ancora una volta, di poter recitare anche in film diversi dalle parodie che li avevano portati in auge negli anni sessanta e settanta: i due attori siciliani si rivelano migliori dell'episodio in sé. Gli ultimi due episodi sono, a mio parere i migliori: Requiem - purtroppo tagliato nella versione che passò al cinema - come esempio lampante di quel realismo lirico di cui parla Grazzini, e dove Pirandello va a braccetto con Verga nel portare la Sicilia nella grande letteratura europea (ed i Taviani sono bravi a sottolineare questa componente) e Colloquio con la madre, dove è messo in scena uno struggente dialogo dell'anziano drammaturgo con l'ombra della madre morta, e dove un sobrio Omero Antonutti fa a gara di bravura con il bravissimo Massimo Bonetti, il quale ha un paio di espressioni che valgono una carriera d'attore.

Tag: cinema

BRUCE SPRINGSTEEN - LIVE IN DUBLIN

by sasso67 (10/08/2007 - 21:34)

BRUCE SPRINGSTEEN (WITH THE SESSIONS BAND) - LIVE IN DUBLIN (2007)

Non lo faccio abitualmente, e tanto meno per Bruce Springsteen, del quale non sono mai stato un fan, ma devo ammettere che questo doppio cd (triplo, se si considera il dvd che documenta filmicamente il concerto) è un capolavoro. Preannunciato da We Shall Overcome. The Seeger Sessions (del quale ripresenta alcuni brani) dell'anno scorso, il live del Boss si presenta come un evento notevolissimo, probabilmente il più importante del 2007, fin dalle prime note, quelle di uno dei classici del rocker del New Jersey, Atlantic City. Accompagnato da una band di musicisti di prodigiosa bravura e strepitosamente affiatati (non ci sono parole per descrivere la prestazione di fiatisti come Art Baron e Clark Gayton), forse avvantaggiato dall'aria di Dublino, particolarmente idonea alla musica, Springsteen, in quelle serate di novembre 2006 ha fornito uno dei live più belli della storia. Basta sentire pezzi, alcuni tradizionali, altri di sua composizione, come Old Dan Tucker, Eyes On The Prize (la mia preferita), O Mary Don't You Weep (un'altra gemma), Jacob's Ladder, Pay Me My Money Down e chi più ne ha più ne metta. Le uniche ulteriori parole che mi sento di scrivere riguardo a questo album bellissimo è di ascoltarlo, possibilmente più e più volte, per apprezzare ogni singola nota che scaturisce dagli strumenti di questi musicanti in stato di grazia (inutile citarli tutti: sono uno più bravo dell'altro), orchestrati da un front man d'eccezione. Un'ultima citazione vorrei dedicarla all'esecuzione di un brano tradizionale come Jesse James, cavallo di battaglia di molti musicisti, in particolare americani, ed eseguita, in passato, dai miei amati Pogues (nell'album Rum, Sodomy & The Lash, 1985): la versione contenuta sul Live In Dublin è eccezionale, e per ritenerla tale basti sentire l'assolo di banjo (strumento spesso abbastanza anonimo) eseguito dal geniale strumentista Greg Liszt. Confessando la mia personale preferenza per il primo cd rispetto al secondo, ritengo che, se nel 2007 c'è un disco da comprare, è questo.Soozie Tyrell, Greg Liszt e il Boss

Tag: musica,rock

I poveri ignoti

by sasso67 (10/08/2007 - 20:44)

I ladri (Italia, 1959) di Lucio Fulci. Con Totò (commissario Gennaro Di Sapio), Armando Calvo (Joe Castagnato), Giacomo Furia (Vincenzo Scognamiglio), Giovanna Ralli (Maddalena Scognamiglio), Enzo Turco (brigadiere La Nocella), Fred Buscaglione (sé stesso), Rafael Luis Calvo (don Antonio Ciardella), Roberto De Simone (zio Alberto), Juan Josè Menendez (Salvatore Scognamiglio), Maria Luisa Rolando (Concetta Improta), Felix Fernandez (dottor Ascione), Leopoldo Valentini (agente della questura).

Un malavitoso italoamericano, noto per averla sempre fatta franca grazie a degli alibi, giunge a Napoli con un carico di sterline rubate. Mentre la polizia partenopea indaga, la famiglia di uno spiantato scaricatore di porto progetta di imapdronirsi del bottino.

Il film d'esordio di Lucio Fulci alla regia denota già una buona padronanza del mezzo cinematografico, ma è contenutisticamente confuso e povero d'idee. La coproduzione italo-spagnola è particolarmente scalcinata (nei bonus del dvd Giacomo Furia racconta di essere stato pagato con del mobilio per la sua casa nuova) e il film risulta spezzato in due tronconi, con le scene girate in Spagna (con Castagnato e la famiglia Scognamiglio) completamente staccate da quelle con Totò, peraltro annunciato in una "partecipazione straordinaria", che non volle muoversi dall'Italia. Purtroppo per la riuscita del film, le gag affidate alla famiglia Scognamiglio non fanno quasi mai ridere (Giacomo Furia, sfortunatamente, non è mai riuscito ad essere nulla più che una buona spalla) e perfino i monologhi di Totò, unico punto di forza della pellicola di Fulci, sembrano spesso forzati e rimasticati. L'unica battuta da mandare a memoria è pronunciata quando il commissario dichiara al collega americano del F.B.I. di appartenere alla Q.D.N., Sezione C.N.F.: Questura di Napoli, Cà Nisciuno è Fesso. Abbastanza stantii appaiono, invece, i giochetti sul cognome del brigadiere La Nocella - che a un certo punto diventa addirittura La Finocchia - interpretato da un Enzo Turco ben poco in parte ed ormai molto lontano dalla valida spalla di Totò che fu in Miseria e nobiltà (1954).

Tag: cinema

Kebab & chips

by sasso67 (09/08/2007 - 20:39)


East Is East (GB, 1999) di Damien O'Donnell.
Con Om Puri (George Khan), Linda Bassett (Ella Khan), Jordan Routledge (Sajid Khan), Archie Panjabi (Meenah Khan), Emil Marwa (Maneer Khan), Chris Bisson (Saleem Khan), Jimi Mistry (Tariq Khan), Raji James (Abdul Khan), Ian Aspinall (Nazir Khan), Emma Rydall (Stella Moorhouse), Ruth Jones (Peggy).

Salford, sobborgo di Manchester, 1971: la famiglia Khan è composta da George, immigrato pakistano, dalla moglie Ella, cattolica, e dai sette figli, sei maschi e una femmina, che non accettano il tradizionalismo e i metodi dispotici del padre.

Nel prologo i ragazzi sono a una processione cattolica, dove portano la statua della Madonna, salvo fuggire precipitosamente a casa con la madre, quando il padre torna all'improvviso. La seconda scena del film è il matrimonio combinato del figlio maggiore Nazir che, al momento del fatidico sì, se la dà a gambe per diventare un ricercato parrucchiere gay alla moda, conosciuto con il nome anglicizzante di Nigel.

Affettuoso e ironico, tragico quando e quanto è necessario, il film del dublinese O'Donnell, classe 1967, sa fondere la descrizione dei problemi dell'integrazione razziale nei sobborghi delle metropoli britanniche, con l'analisi dei rapporti familiari che scaturiscono dall'unione di due culture assai diverse come la cattolica e la musulmana pakistana. Le contraddizioni sussistono innanzitutto all'interno del protagonista (interpretato dal valido Om Puri, che non è pakistano, ma indiano), il quale ha una moglie in Pakistan, ha sposato una bianca cattolica, ma pretende di imporre i matrimoni combinati ai propri figli. I quali gli si ribellano tutti, compreso il più piccolo che va in giro prennemente incappucciato in una giacca a vento. La tragedia esplode quando l'uomo, che non sarebbe neanche malvagio, se non si facesse troppo condizionare dai suoi connazionali integralisti, picchia la moglie, i due figli più miti e devoti e costringe al matrimonio il più ribelle puntandogli un coltello alla gola. Alla fine dovrà rivedere le proprie posizioni se non vorrà rimanere solo.

Quello che più funziona in East Is East è l'impasto di ironia e tenerezza verso un'Inghilterra che sapeva essere accogliente senza paure, all'alba degli anni settanta, anche se non mancano le rivalità etniche (i pakistani apostrofano gli indiani chiamandoli "sporchi adoratori di vacche") né uno xenofobo ottuso, il cui figlio, per ironia della sorte, è molto amico dei pakistani, che saluta sempre con il rituale "Salaam". Il bravo regista O'Donnell riprende lo stile del nuovo cinema inglese degli anni ottanta e sbozzola con intelligenza un ritratto del proletariato urbano inglese di 35 anni fa. Lo fa con carineria e con ruffianeria? Forse un po' sì, ma, se anche fosse, siano le benvenute quando il risultato è di questa riuscita.

Tag: cinema

Il giustiziere de Trastevere

by sasso67 (09/08/2007 - 00:14)

Gardenia, il giustiziere della mala (Italia, 1979) di Domenico Paolella. Con Franco Califano (Gardenia), Martin Balsam (Salluzzo), Robert Webber (Caruso), Eleonora Vallone (Regina), Licinia Lentini (la donna di Caruso), Franco Diogene (l'amico grasso di Gardenia), Venantino Venantini (Nocito), Franca Scagnetti (l'addetta ai cessi), Roberto Della Casa (amico di Gardenia), Fernando Cerulli (il barbiere).

Il proprietario di un ristorante, soprannominato Gardenia, si mette contro la malavita che gestisce il traffico di droga a Roma, proprio per tenere il proprio locale fuori dal giro dello spaccio. Costretto dai metodi violenti dei malviventi, anche Gardenia adotterà le maniere forti, riuscendo a sgominare l'organizzazione.

Califano, ingessato come sempre, fa il bulletto dal cuore d'oro e pronuncia qualche battuta tipica del personaggio ("se il nemico te l'ha messo nel culo, evita di agitarti: faresti il suo gioco"). Paolella dirige, comunque, con buon mestiere, tirando la carretta verso un risultato più che dignitoso, anche considerando la media dei prodotti consimili che venivano propinati agli spettatori in quel periodo.

Dopo questo film, la carriera cinematografica di Califano, appena agli inizi, subisce una brusca interruzione, a causa di una serie di accuse legate al consumo di droga che lo conducono in una cella di Rebibbia. Peccato, poteva rivelarsi un personaggio corrispondente al milanese Celentano o al napoletano Merola. E comunque Gardenia, per il quale il Califfo scrive anche le musiche, è un filmetto che si può tranquillamente guardare.

Tag: cinema

Sempre meglio demenziali che dementi

by sasso67 (08/08/2007 - 20:50)

Donne amazzoni sulla luna (USA, 1987) di John Landis, Joe Dante, Carl Gottlieb, Peter Horton, Robert K. Weiss. Con Arsenio Hall (la vittima dell'appartamento), Lou Jacobi (Murray), Erica Yohn (Selma), Michelle Pfeiffer (Brenda), Peter Horton (Harry), Griffin Dunne (il dottore), Joe Pantoliano (Sy Swerdlow), Steve Forrest (Capitan Nelson), Joey Travolta (Butch), Forrest J. Ackerman (il presidente degli USA), Sybil Danning (la regina Lara), Rosanna Arquette (Karen), Steve Guttenberg (Jerry), Ed Begley Jr. (Griffin), Henry Silva (sé stesso), B. B. King (sé stesso), Matt Adler (George), Kelly Preston (Violet), Archie Hahn (Harvey Pitnik), Belinda Balaski (Bernice Pitnik).

Nonostante la firma a dieci mani, il cervello dell'operazione è John Landis, che si riallaccia, anche grazie agli sceneggiatori Michael Barrie e Jim Mulholland, all'esperienza di Ridere per ridere (1977). Pot-pourri di episodi con scarsi legami tra loro, il film di Landis e Dante dà il meglio quando satireggia il rapporto tra l'uomo e la televisione e soprattutto l'intrusione di quest'ultima nella vita privata dell'uomo medio americano dei nostri tempi. In tal senso, gli episodi migliori sono, a mio parere, quello (Murray in Videoland) dell'anziano che, a causa di un telecomando molto particolare, entra nei programmi televisivi, chiedendo alla moglie Selma di farlo uscire (eccetto quando si trova in compagnia di una coniglietta in una sorta di parodia del Playboy Show), nonché l'episodio L'angolo della critica, nel quale due spocchiosi critici televisivi disquisiscono in maniera sprezzante della vita privata di un pover'uomo che sta guardando la TV, fino a prevederne e causarne la morte, dando origine, poi, ad un funerale-spettacolo che terrà il cartellone per diverse settimane.Donne amazzoni sulla luna

Donne amazzoni sulla luna, seppure lontano da vette quali Animal House (1978) e Blues Brothers (1980), è uno spettacolo dignitosissimo, contenete ottimi momenti di umorismo demenziale, come il film di fantascienza anni cinquanta (quello che dà il titolo all'intera silloge), e come il film erotico interattivo, introdotto da Russ Meyer, nella parte del gestore del videonoleggio. Molto divertente anche gli episodi Ospedale (con Michelle Pfeiffer e Griffin Dunne, quest'ultimo nella parte di un medico incompetente e idiota) e Il figlio dell'uomo invisibile, in cui Ed Begley Jr. interpreta un novello Calandrino.

Se una foto può far finire una guerra...

by sasso67 (08/08/2007 - 00:42)

Flags Of Our Fathers (USA, 2006) di Clint Eastwood. Con Ryan Philippe (John "Doc" Bradley), Jesse Bradford (Rene Gagnon), Adam Beach (Ira Hayes), John Benjamin Hickey (Keyes Beech), Barry Pepper (Mike Strank), Jamie Bell (Ralph "Iggy" Ignatowski), Robert Patrick (colonnello Chandler Johnson), Neal McDonough (capitano Severance), Melanie Lynskey (Pauline Harnois).

Lettere da Iwo Jima (USA, 2006) di Clint Eastwood. Con Ken Watanabe (generale Tadamichi Kuribayashi), Kazunari Ninomiya (Saigo), Tsuyoshi Ihara (Barone Nishi), Ryo Kase (Shimizu), Shido Nakamura (tenente Ito), Hiroshi Watanabe (tenente Fujita), Takumi Bando (capitano Tanida), Eijiro Ozaki (tenente Okubo), Nobumasa Sakagami (ammiraglio Ohsugi), Luke Eberl (Sam).

Se Flags Of Our Fathers, preso da solo, è un buon film e Lettere da Iwo Jima è un ottimo film, la dilogia nel suo insieme costituisce un mezzo capolavoro (detto da chi, come me, non è certo un estimatore viscerale del Clint Eastwood regista). Più disteso, più classicamente americano, con quella storia da raccontare a tutti i costi, perfino più spielberghiano - purtroppo, e lo si vede nella scena della morte del vecchio Doc - per quanto invece il "segmento" giapponese era funereo, Flags Of Our Fathers è un film che, pur nell'assenza di divi da copertina, ricorda Salvate il soldato Ryan. Le scene di battaglia sono stupende e talvolta sconvolgenti (si veda, solo ad esempio, quella nella quale i marines trovano i cadaveri dei soldati giapponesi suicidatisi con le bombe nelle caverne), anche se mai come i mitici primi quindici minuti del film di Spielberg. Questa volta, con Eastwood il cinema americano riesce ad essere poco retorico, come nelle prove migliori del regista, anche se egli non rinuncia ad indicarci quelli che furono i veri eroi della guerra (e, quindi, della vita), sia dalla parte americana che da quella nipponica: coloro che si batterono e fecero il loro dovere non soltanto per un concetto astratto come quello di Patria (per altro rappresentato spesso da degli emeriti stronzi), ma per il commilitone vicino, per chi gli combatteva a fianco, o dietro o davanti; in sostanza, per il proprio fratello, bianco, nero o indiano che fosse.

Tra i due film è da preferire Lettere da Iwo Jima, più originale, sia per la scelta di rappresentare "il nemico" sconfitto, ma rassegnato a combattere fino alla fine con una sorta di stoica rassegnazione alla catastrofe, inevitabile di fronte ad un nemico meglio organizzato, pur di difendere il sacro suolo giapponese, ed anche per la scelta di desaturare i colori e mostrare la sconfitta nipponica come un crepuscolo quasi in bianco e nero.

«[...] Intrecciando questi tre piani - la guerra, il mito e il ricordo - Clint racconta, con l'economia dei sentimenti che gli è propria, che cosa vuol dire fare il proprio dovere di soldato (Flags of our fathers non è certo un film pacifista) ma anche le troppe manipolazioni operate dalla politica. Ieri come oggi? Nel film una risposta possibile c'è.» (Paolo Mereghetti, Il corriere della sera)

Tag: cinema,guerra

Charlie in campagna

by sasso67 (07/08/2007 - 21:05)

Un idillio nei campi (USA, 1919) di Charles Chaplin. Con Charles Chaplin (il garzone), Tom Wilson (il padrone dell'albergo), Edna Purviance (la ragazza), Tom Terriss (il giovane cittadino), Henry Bergman (abitante del villaggio; padre della Un idillio nei campiragazza), Tom Wood (abitante grasso), Loyal Underwood (il padre del ragazzo grasso).

Un garzone di un albergo di campagna, maltrattato dal padrone, puritano e dittatore, vede insidiato il proprio amore per una bella campagnola da un bellimbusto di città.

Sogno e relatà si confondono in questo buon cortometraggio - ma non uno dei suoi migliori, almeno a parer mio - ambientato, come elemento di novità rispetto alla media, in campagna anziché nelle più congeniali vie cittadine. Durante un sogno, il protagonista si trova addirittura a danzare con delle ninfe agresti, salvo poi essere svegliato a calci nel sedere dal rudissimo datore di lavoro. Qualche gag azzeccata (in particolare la ricorrenza dei calci nel sedere, che costituiscono ormai una norma per l'inserviente, anche quando il padrone se li dimentica) rende questo cortometraggio, insolito nella filmografia di Chaplin, piacevole, anche se non aggiunge niente al genio che di lì a poco esploderà in tutto il suo fulgore.

Tag: cinema

La guerra di Charlie

by sasso67 (07/08/2007 - 20:41)

Charlot soldato (USA, 1918) di Charles Chaplin. Con Charles Chaplin (la recluta), Edna Purviance (la ragazza francese), Sydney Chaplin (il sergente; il Kaiser), Henry Bergman (il barista; il sergente tedesco grasso; Hindenburg), Albert Austin (un soldato americano; un soldato tedesco; l'autista del Kaiser), Jack Wilson (il principe ereditario), Tom Wilson (il sergente istruttore), Loyal Underwood (l'ufficiale tedesco basso).

Charlot soldatoUn soldato americano è addestrato e poi inviato al fronte durante la prima guerra mondiale. La vita dura della trincea non gli impedirà di comportarsi da eroe, arrivando perfino a prendere prigionieri il Kaiser, il principe ereditario e il generale Hindenburg.

Sebbene sia di breve durata (circa 45 minuti) ed abbia andamento da commedia, si tratta di uno dei film migliori sulla Prima Guerra Mondiale, uno dei pochi che la vede dal lato dei soldati americani. La parte più azzeccata è, secondo me, quella dell'addestramento (un po' come accade con Full Metal Jacket di Kubrick), quando Charlot non riesce a marciare senza tenere i piedi piatti: nonostante le minacce del sergente istruttore i piedi anarchici del soldatino non si piegano alla ferrea disciplina militare. Anche successivamente le scene comiche si sprecano (quando prende prigionieri tredici soldati tedeschi e gli domandano come abbia fatto, risponde "li ho circondati!"), spesso accostate a particolari drammatici, come la notte passata a dormire nella trincea allagata, oppure grotteschi, come la sculacciata al piccolo e bisbetico ufficiale tedesco. Il finale, poi, quando Charlot, travestito da ufficiale tedesco, riesce a prendere prigioniero tutto lo stato maggiore nemico, sembra addirittura anticipare Il grande dittatore (1940), ed è condito da particolari irresistibilmente comici, come quando il protagonista accende un fiammifero alla fiancata della macchina imperiale. Piccolo capolavoro.

Tag: cinema,guerra

Piccoli vagabondi crescono

by sasso67 (07/08/2007 - 19:21)

Vita da cani (USA, 1918) di Charles Chaplin. Con Charles Chaplin (il vagabondo), Edna Purviance (la "ballerina"), Tom Wilson (il poliziotto), Sidney Chaplin (il venditore di salsicce), Albert Austin e James T. Kelly (i due ladri), Henry Bergman Vita da cani(la donnona che piange), Billy White (il padrone del bar).

Un vagabondo, accompagnato da un cane altrettanto vagabondo, cerca inutilmente lavoro, conosce una ballerina in un localaccio malfamato e alla fine trova un portafogli rubato da due ladri a un ubriaco e se ne va con la ballerina.

Chaplin comincia a delineare, con i tratti che lo renderanno immortale, il personaggio dell'omino vagabondo, conosciuto come Charlot. Pur nella durata limitata, che lo rende qualcosa di appena di più di un cortometraggio, Chaplin riesce ad azzeccare alcune gag, miste di simpatica ingenuità e  candida astuzia tipiche del personaggio, come quelle della fuga dai poliziotti, del furto di panini o della sottrazione del portafogli ai due ladri ubriachi. La migliore resta, comunque, quella dell'ufficio di collocamento che, per coordinamento dei movimenti d'insieme sembra anticipare quella dell'incontro di pugilato di Luci della città (1931). Un film breve da vedere e da godere.

Tag: cinema

Il parà-caduto

by sasso67 (06/08/2007 - 22:47)

Il parà-caduto

Isabella Guarino e Corrado Scieri, "Folgore" di morte e di omertà, Kaos, 2007, pp. 260, € 16,00

mediaFolgoreIl 13 agosto 1999 il giovane allievo paracadutista Emanuele Scieri fu ucciso all'interno della caserma "Gamerra" di Pisa, dove era appena arrivato da Scandicci dove aveva sostenuto il C.A.R. I comandanti della Brigata "Folgore" - cui fa capo la Gamerra fornirono versioni più o meno fantasiose dei fatti, come il suicidio o la disgrazia del parà salito su una scala per telefonare con il cellulare. E questo, dopo che era stato rinvenuto il cadavere del giovane parà, tre giorni dopo la tragedia, perché fino a quel momento era stata avvalorata l'ipotesi della fuga volontaria dalla caserma. Il corpo di Scieri, infatti, fu trovato soltanto il 16 agosto. La prima cosa che viene spontaneo domandarsi è come sia possibile che per tre giorni non si trovi un cadavere all'interno di una caserma di paracadutisti, pur sapendo che il militare, quel 13 agosto, era rientrato dalla libera uscita (come risulta dai documenti della caserma). La risposta che si trae da quanto ci viene fornito nel libro è che per trovare bisogna voler cercare; è quando non si cerca, che raramente si trova.

Il libro in questione, che racconta questa assurda vicenda, è stato scritto dai genitori del povero Emanuele, e riporta, grazie soprattutto alla proposizione degli atti ufficiali delle inchieste - quella penale e quella militare - le incongruenze e le aporie che hanno condotto, giocoforza, a un nulla di fatto per quanto riguarda per quanto riguarda l'accertamento degli eventi di quel 13 agosto 1999. Entrambe le inchieste, infatti, si sono concluse con richiesta di archiviazione per l'ipotesi di omicidio preterintenzionale. E l'impressione che rimane è che esse siano state condotte con superficialità e indolenza (a dispetto della mole di accertamenti esperiti e persone interrogate), allo scopo, forse, di non scoperchiare un pentolone contenente episodi di nonnismo, dei quali, ai tempi della leva obbligatoria (e specialmente in corpi quali quello dei paracadutisti), sapevano anche le pietre.

Tag: libro,saggio
Archivio Agosto 2007