Cinderella Man - Una ragione per lottare (USA, 2005) di Ron Howard. Con Russell Crowe (James J. Braddock), Renée Zellweger (Mae Braddock), Paul Giamatti (Joe Gould), Craig Bierko (Max Baer), Paddy Considine (Mike Wilson), Bruce McGill (Jimmy Johnston), Rosemarie DeWitt (Sara Wilson), Linda Kash (Lucille Gould), Nicholas Campbell (Sporty Lewis), Chuck Shamata (padre Rorick).
Un film realizzato con grande professionismo dall'ottimo mestierante Ron Howard, il buon vecchio Ricky Cunningham di Happy Days, che realizza filmoni in serie spaziando da un genere all'altro come i vecchi negozi di merceria che vendevano dall'ago al cannone. La trama si segue con facilità dall'inizio alla fine, la ricostruzione storica sfiora la perfezione, ma la cosa che colpisce di più è, per così dire, metacinematografica. Si tratta della scelta del protagonista: il ruolo per cui è universalmente noto l'attore australiano (seppure neozelandese di nascita) Russell Crowe è quello del Gladiatore (2000) di Ridley Scott. Fargli interpretare un campione del ring sottintende la volontà di creare una similitudine tra gli antichi combattimenti gladiatori e il moderno pugilato. E, vedendo la violenza dei combattimenti sul quadrato e la spietatezza con la quale chi non era più considerato una macchina da soldi veniva emarginato dal mondo della boxe, viene da concordare con questo accostamento. In ogni caso, Crowe è bravo a dipingersi sul volto la soddisfazione, ottenuta dopo anni di umiliazioni, di essere considerato di nuovo un pugile a tutti gli effetti.
La vera storia del pugile Jim Braddock, dagli altari del Madison Square Garden alla fine degli anni Venti, alla polvere della disoccupazione durante gli anni della Grande Depressione. E poi la difficile risalita, fino alla conquista del titolo mondiale contro il terribile picchiatore Max Baer.
Dalle stalle alle stelle
Manu Chao - La Radiolina
Manu Chao, La Radiolina, 2007
Manu Chao è sempre di moda, anche perché lui le mode, più che seguirle, le crea. Potrà rimanere antipatico, non si discute. Odiato da una parte per essere la colonna sonora del movimento no global e dall'altra perché, grazie alla musica, è diventato miliardario, José Manuel Thomas-Arthur "Manu" Chao, già leader dei Mano Negra, uno dei gruppi musicali più geniali e innovativi degli anni Ottanta, continua invariabilmente a sfornare album politicamente impegnati, musicalmente fatti bene e, allo stesso tempo, di successo (si può dire?) globale, con una formula abbastanza semplice e ormai collaudata. Alternando motivetti semplici e orecchiabili a pezzi più tirati e anche un po' incazzati, usando nei testi una specie di mantra da ripetere e che si ricordano dopo appena qualche ascolto, La Radiolina contiene pezzi che rimangono scolpiti dentro. Rainin' In Paradize, A Cosa (in duetto con Tonino Carotone, se non mi sbaglio), The Bleedin' Clown, Siberia, La Vida Tómbola (la seconda canzone di Manu Chao, dopo Santa Maradona, nell'album Casa Babylon dei Mano Negra, del 1994, dedicata al grande calciatore argentino, e dove Chao dice "se io fossi Maradona vivrei come lui, perché il mondo è una palla che si vive a fior di pelle"), alternati ad altre canzoni comunque valide, sono le punte di diamante di un lavoro che è sicuramente tra i migliori del 2007.
New Maps Of Hell
Bad Religion, New Maps Of Hell, 2007.
«Welcome to the new dark ages
I hope you're living right
These are the new dark ages
And the world might end tonight»
(New Dark Ages)
(Benvenuti nei nuovi tempi bui, spero che conduciate una vita giusta. Questi sono i nuovi tempi bui, e il mondo potrebbe finire stanotte)
I Bad Religion sono grandi perché se ne sbattono delle mode e delle tendenze musicali e paramusicali. Tanto per dire, ai concerti, dopo due ore di sudate, non concedono bis e nei dischi non inseriscono bonus né hidden tracks. Questo New Maps Of Hell procede sulla strada dei migliori Bad Religion, quelli di Against The Grain (1991), Generator (1992) e Recipe For Hate (1993), nel solco dei vecchi lavori della band, ripreso con il penultimo album The Empire Strikes First del 2004. I singoli pezzi sono tutti validi, e la perizia tecnica con la quale sono suonati fa sì che si apprezzino meglio dopo ripetuti ascolti, che valorizzano i continui cambi di ritmo - caratteristica che costituisce una indubbia evoluzione rispetto alle origini del punk - e perfino i coretti di sottofondo (gli oozin oohs and aahs, come li definisce il libretto), ci si rende conto, sono più apocalittici che enfatici. Inutile citare le singole canzoni (vabbe', cito New Dark Ages, perché si può ascoltare qui): non c'è una 21st Century Digital Boy, una Generator o una American Jesus, che spicchi sulle altre. New Maps Of Hell costituisce comunque una salda roccia nel mare della musica contemporanea.
Palle asimmetriche in volteggio libero
Stick It - Sfida e conquista (Germania/USA, 2006) di Jessica Bendinger. Con Missy Peregrym (Haley Graham), Jeff Bridges (Burt Vickerman), Vanessa Lengies (Joanne Charis), Nikki SooHoo (Wei Wei Yong), Maddy Curley (Mina Hoyt), Kellan Lutz (Frank), John Patrick Amedori (Poot), Svetlana Efremova (Dorrie), John Gries (Brice Graham), Gia Carides (Alice Graham), Tarah Paige (Tricia Skilken), Julie
Warner (la madre di Joanne), Annie Corley (giudice Ferguson).
Una specie di Million Dollar Baby in versione per ragazzine decerebrate. O forse un Gioventù, amore e rabbia per le stesse ragazzine decerebrate di prima, e un po' titillatorio nei confronti dei loro coetanei maschi, in fregola di masturbazioni poco mentali e molto fisiche. Le ragazzine del film, infatti, sono tutte troppo carine - e le loro mamme troppo fighe e un po' rifatte - per essere vere. E la storia di sport, sudore e ribellione è troppo strarivista e strabusata per non irritare profondamente lo spettatore che non abbia mandato il cervello all'ammasso. Insomma, sul fatto che il film sia orripilante non ci piove. Il mistero, semmai, è come mai un attore dignitoso come Jeff Bridges (evidentemente affetto dalla sindrome di denirizzazione) possa svendersi ed accettare una parte in una minchiata simile. L'unica cosa buona del film è la colonna sonora, che comprende pezzi dei Green Day, degli Electric Six e dei Blink 182.
I cacciatori di antipodi
The Proposition (Australia/GB, 2005) di John Hillcoat. Con Guy Pierce (Charlie Burns), Ray Winstone (capitano Morris Stanley), Danny Huston (Arthur Burns), Emily Watson (Martha Stanley), Richard Wilson (Mike Burns), David Gulpilil
(Jacko), John Hurt (Jellon Lamb), Tom Budge (Samuel Stoat).
Bello, veramente bello.
Australia, fine dell'Ottocento. I due più giovani dei tre fratelli Burns sono catturati dal capitano Stanley, che rappresenta la legge di Sua Maestà Britannica (mai come qui lontana). Il poliziotto fa un patto con il fratello mezzano: terrà in ostaggio il più giovane, mentre il fratello avrà dieci giorni di tempo per uccidere il fratello maggiore, il capo e il più terribile dei tre. Se non adempierà questo compito, il fratello minore sarà impiccato il giorno di Natale.
Quando gli inglesi si resero conto di non poter più mandare galeotti nelle colonie dell'America del Nord, cominciarono a spedirli in Australia. E questo western australiano, scritto da Nick Cave, uno dei più grandi cantautori del nuovissimo continente, è davvero un ottimo film, che ci propone una storia di pistoleros e sceriffi - con gli aborigeni a fare la parte dei pellerossa - a metà tra l'epica decadente alla Pat Garrett & Billy The Kid (1973) e l'allucinazione alla Dead Man (1995), ambientata in un'Australia inquietante e misteriosa, degnissima erede di quella vista nei primi film di Peter Weir come Picnic ad Hanging Rock (1975) e L'ultima onda (1977). Il risultato è, appunto, un western sporco e cattivissimo che, se ha un difetto, lo denota quando entra in scena la moglie del capitano Stanley (interpretata dalla peraltro brava Emily Watson). Il resto lo fanno la bellezza del paesaggio australiano, magnificamente cinematografato da Benôit Delhomme e alcune belle interpretazioni, in particolare di Pierce (quasi spettrale), Winstone, Huston, Hurt. Un egregio lavoro, quello del regista aussie John Hillcoat, per un film che in chi lo vede non può non lasciare il segno.

narf, sgnurf, puff, ronf, proott...
Lady In The Water (USA, 2006) di M. Night Shyamalan. Con Paul Giamatti (Cleveland Heep), Bryce Dallas Howard (Story), Jeffrey Wright (Mr. Drury), Bob Balaban (Harry Farber), Sarita Choudhury (Anna Ran ), Cindy Cheung (Yung-Soon Choi), M. Night Shyamalan (Vick Ran), Freddy Rodríguez (Reggie), Mary Beth Hurth (la signora Bell), Noah Gray-Cabey (Joey Dury), Jared Harris (fumatore col pizzetto), Joseph D. Reitman (fumatore capellone).
Quando avevo cinque anni e mi raccontavano la fiaba di Cappuccetto Rosso, l'ascoltavo a bocca aperta. Se me la raccontassero oggi, comincerei a guardare l'orologio dopo dieci secondi e dopo trenta me ne andrei. La medesima reazione non può che riprodursi nello spettatore di fronte a questa favoletta piuttosto idiota e dalla trama anche poco raccontabile. L'unica cosa che si riesce a capire è che in un condominio della periferia di Philadelphia giungono, non si sa né perché né come, alcuni personaggi, più o meno mostruosi, che si comportano secondo quanto narrato in certe vecchie leggende coreane. In sostanza, giunge sulla terra una narf (ninfa buona) che dovrebbe trovare tra gli umani coloro che possono aiutarla a salvare il mondo dalll'attacco di certe creature mostruose e malvagie. Guarda caso, tutti i personaggi che le servono sono radunati in questo condominio squinternato, in cui funge da fulcro il balbuziente guardiano della piscina. Il quale - miracolo! - riuscirà, non solo a salvare l'umanità, ma perfino a guarire dal suo disturbo del linguaggio.
Dopo film celebrati come Sesto senso, Signs e The Village, il sopravvalutato (ma visivamente efficace, dobbiamo ammetterlo) Shyamalan fa un passo indietro. E, per usare il linguaggio fiabesco a lui caro, lo fa con gli stivali dalle sette leghe. Insomma, la sceneggiatura era già di per sé una schifezza, anche perché tra narf, snurtf e karabuk non ci si capisce una mazza. Aggiungere al pastrocchio qualche tocco di risaputissima ironia (ma fa ancora ridere la balbuzie di un personaggio?), anche metacinematografica (le considerazioni del critico cinematografico sui personaggi antipatici), nonché condirlo con una fotografia leccatissima e una musica melodica in (cattivo) odore di new age rende tutto l'insieme ancora più irritante.
Fra gli attori, va detto che se la cavano due vecchie volpi come Balaban e Giamatti (azz... ho chiamato vecchia volpe un attore che ha la mia età), mentre la figlia di Ron Howard ha un'espressività facciale prossima allo zero assoluto. Sugli altri interpreti è d'uopo tacere: hanno parti troppo stupide per poter emergere. Film sconsigliato, specialmente a chi abbia sofferto, anche in tempi remoti, di orchite.
Humberto D.
Bombón: el perro (Argentina/Spagna, 2004) di Carlos Sorín. Con Juan Villegas (Juan Villegas, detto Coco), Walter Donado (Walter Donado), Mariela Diaz (la figlia di Coco), Leda Cacho (la moglie di Walter), Carlos Rossi (direttore di banca),
Adrián Giampani (Galván), Rosa Valsecchi (Susana, la cantante), Mario Lescano (Tucumano), Claudina Fazzini (Claudina), Kita Ca (la madre di Claudina).
A 52 anni (pur dimostrandone almeno settanta), Juan Villegas detto Coco si ritrova disoccupato. Se l'Argentina è un paese in crisi, la Patagonia è una zona depressa dell'Argentina, per cui trovare un lavoro, per l'uomo, è un'impresa disperata. Un giorno incontra una signora che, per sdebitarsi di un passaggio offertole da Coco, le regala un bell'esemplare da competizione di dogo argentino. Da questo momento in poi il protagonista non si sentirà più un semplice disoccupato, ma diventerà un "espositore di cani".
Il film di Sorín, in passato regista di qualche ambizione, ha un andamento scorrevole ma lento, come le strade ondulate, ma sostanzialmente pianeggianti, della Patagonia. Se nella malinconia dell'uomo di una certa età che si sente ormai inutile ai parenti e alla societàcon un unico amico rimasto, di mascella volitiva e a quattro zampe, Bombón: el perro fa venire alla mente Umberto D. (1952) di De Sica, al tirar delle somme si vede come il regista argentino non riesca ad andare in profondità con i personaggi, come invece aveva saputo fare il nostro maestro del neorealismo. Con qualche piccola incongruenza di troppo (il cane che scappa ad un allevatore esperto come Walter Donado ed è ritrovato, pochi chilometri più in là, dall'anziano protagonista), il film si avvia ad un lieto fine di maniera, con la solita coppia di giovincelli, presagio di una rinascita, che sperano di trovare un futuro migliore a Buenos Aires. Si deve apprezzare, comunque, l'uso che il regista sa fare dei paesaggi.
Girotondo sadico
13 Tzameti (Francia/Georgia, 2005) di Géla Babluani. Con George Babluani (Sébastien), Pascal Bongard (il maestro di cerimonie), Aurélien Recoing (Jacky), Fred
Ulysse (Alain), Nicolas Pignon (il padrino), Vania Vilers (Schlondorff), Olga Legrand (la moglie di Godon), Augustin Legrand (José), Serge Chambon (l'organizzatore), Philippe Passon (Jean-François Godon), Avtandil Makharadze (il padre di Sébastien).
Un giovane muratore si sostituisce a un defunto morfinomane, per il quale stava lavorando, in un misterioso affare dal quale pensa di poter ricvavare un sacco di soldi. Non si tratta di droga, come forse pensava il giovane, ma di scommesse clandestine. Per non rovinare la sorpresa a chi volesse vedere il film, non dirò di più.
Girato in un bianco e nero autoriale che rimanda, a mio parere, un po' ai maestri della nouvelle vague (Godard, Truffaut, ma anche Melville), un po' al Kassowitz dell'Odio e un po' anche ad un regista con il quale Babluani condivide le origini georgiane (sono nati entrambi a Tiblisi, seppure a 45 anni di distanza) e l'adozione francese, come l'Otar Ioseliani di C'era una volta un merlo canterino (1970) e di Pastorale (1975), 13 Tzameti è un film che sa creare la tensione come da tempo non si vedeva. Con una sapiente direzione di attori dalle facce poco note ma quanto mai espressive (notevoli, in particolare, Aurélien Recoing e il mio preferito, Augustin Legrand, una specie di Gattuso alto), con un sapiente tocco dato in sede di montaggio, il giovane regista - ventiseienne al momento dell'uscita del film - ottiene un risultato che pone il suo film vicino ad opere del passato come Rapina a mano armata (1956) di Kubrick e Tirate sul pianista (1960) di Truffaut. 13 Tzameti (non so cosa significhi... tzameti potrebbe semplicemente essere la parola georgiana per tredici) è ottimo, teso come un noir americano e intelligente come un film europeo. Assolutamente da vedere per chi abbia a cuore il buon cinema. L'unica notizia negativa è che Babluani sta preparando un remake di 13 Tzameti, la cui uscita è prevista per il 2008. Che sia l'ennesimo tentativo yankee di rovinare un cristallino talento cinematografico?
«Per dare sostanza alla storia, mi piace inseguire i personaggi con la mia cinepresa nell’esecuzione meccanica di ruoli non scritti e, attraverso la direzione precisa degli attori, rivelarne la complessità e l’individualità. Usando inquadrature larghe e luci direzionali per rendere il passaggio dall’ombra alla lucentezza più forte, cerco di trovare il tono giusto per il film e preparare l’ultimo gradino del processo creativo: il montaggio.» (Géla Babluani)
Profumi di Manhattan
Friends With Money (USA, 2006) di Nicole Holofcener. Con Frances McDormand (Jane), Simon McBurney (Aaron), Catherine Keener (Christine), Jason Isaacs (David), Jennifer Aniston (Olivia), Bob Stephenson (Marty), Joan Cusack (Franny), Greg Germann (Matt), Ty Burrell (l'altro Aaron).
Spira il vento di Manhattan in questa commediola diretta da una Woody Allen in gonnella, fattasi le ossa con la serie televisiva Sex And The City. E purtroppo non è un gran bel vento, sentendosi la forte impronta del Woody Allen degli ultimi tempi, quello dei suoi film più fiacchi, verbosi e ripetitivi. Qui si narra delle vicende preminentemente sentimentali di quattro donne e dei loro (per chi ce l'ha) mariti. Jane è una stilista, sposata ad un bravissimo uomo in odore di omosessualità, la quale sfoga la propria aggressività nei luoghi pubblici (parcheggi, negozi, ristoranti). Christine è una sceneggiatrice il cui rapporto con il marito è ormai alle ballodole, e decide di cambiare tutto perché nulla (salvare il matrimonio) cambi, salvo far finire proprio tutto a carte quarantotto. Olivia è una zitella sventatella che non sa bene cosa fare della propria vita e, dopo una relazione con un uomo sposato, si mette a fare la donna delle pulizie in appartamenti di lusso, così come uno potrebbe fare il nuoto sincronizzato o diventare buddista. Franny e il marito Matt, invece, sono ricchissimi e partecipano in continuazione a cene ed eventi per la donazione di soldi a nobili cause. Incastonate tra due cene, le vicende del film propongono alla fine la stessa situazione di partenza - tre coppie e un'anatra zoppa - anche se leggermente rimescolata (Christine si è separata e Olivia ha trovato un buon cazzone). Per la verità, film come questo, che mischiano l'ultimo Allen alla pubblicità poco occulta di grandi marchi (qui spopolano, senza alcuna necessità narrativa, la Apple e la Lancome), interessano meno che niente. Girano a vuoto intorno a un'umanità che non si capisce bene fino a che punto la regista intenda veramente satireggiare e mettere alla berlina oppure indicare come possibile modello di felicità. La mancanza di valutazione riguardo alle conseguenze dei propri comportamenti (la ristrutturazione della casa di Christine) e la difficoltà di comunicare con il resto dell'umanità (ancora Christine e gli operai ispanici), se non in forme aggressive (basti pensare alle scenate di Jane) pongono questa alta borghesia all'interno di un mondo tutto suo impenetrabile e impermeabile da e verso l'esterno. Ma non sono troppo convinto che questo, per la Holofcener, rappresenti un difetto, tanto è vero che anche lo sgraziato nuovo fidanzato di Olivia, alla fine, si rivela essere un riccone. E vissero felici e contenti.
L'unico personaggio descritto come veramente positivo è Aaron (interpretato da un bravo Simon McBurney), il marito di Jane, che tutti ritengono omosessuale, anche se forse è soltanto in cerca di amicizie più vere di quelle dei gala di beneficenza. La regista, però, gli mette intorno troppi gay veri o presunti che sembrano tutti concupirlo, con il rischio di eccedere in grottesco e di apparire sempre sul punto di scivolare nella farsaccia becera.
Un film citrullo
La corona di ferro (Italia, 1941) di Alessandro Blasetti. Con Gino Cervi (Re Sedemondo), Massimo Girotti (Arminio), Elisa Cegani (Elsa, figlia di Sedemondo/sua madre), Luisa Ferida (Kavaora e Tundra), Rina Morelli (la vecchia del fuso), Paolo
Stoppa (Trifilli), Osvaldo Valenti (Eriberto), Primo Carnera (Klasa).
Strullata fantasy di Blasetti, che continua ad essere sopravvalutata fino ai giorni nostri. Con una trama insulsa e quasi irraccontabile, Blasetti sembra voler fondare una mitologia pagana-italica-fascista, sulla scorta del film I Nibelunghi di Fritz Lang, che tanto era piaciuto a Hitler e Goebbels. La reazione del ministro tedesco per la propaganda si concretizzò nel dichiarare che se un regista tedesco avesse realizzato un'opera simile sarebbe stato messo al muro. Il film, cavallo di battaglia di intere generazioni di cinema parrocchiali, si regge sulle interpretazioni di bravi attori quali Gino Cervi, Luisa Ferida (bellissima), Elisa Cegani (allora legata al regista), e un Massimo Girotti atletico, che recita una parte a metà strada tra Sigfrido e Tarzan. Ma anche gli attori, tra i quali si notano il povero Osvaldo Valenti e il campione di pugilato Primo Carnera, possono fare ben poco per salvare un film citrullo come questo. È da notare, ancora una volta, che il regista ha la libertà di mostrare un personaggio femminile a seni nudi, possibilità che, nel dopoguerra cattocomunista, il cinema italiano si scorderà per almeno vent'anni.
Neri per sempre
Ragazzi fuori (Italia, 1990) di Marco Risi. Con Francesco Benigno (Natale), Alessandro Di Sanzo (Mery/Mario), Roberto Mariano (Antonio), Alfredo Li Bassi (Carmelo), Maurizio Prollo (Claudio), Filippo Genzardi (Matteo), Salvatore Termini (Ching Cong), Carlo Berretta (Salvo), Antonino Marino (Veronica), Enza Attardo (Vita), Tatu La Vecchia (il poliziotto), Aurora Quattrocchi (la madre di Mery), Guia Jelo (la bottana), Tano Cimarosa (il capomastro), Tony Sperandeo (la guardia carceraria).
Insieme al film gemello Mery per sempre (1989), è uno dei migliori prodotti artistici della primavera palermitana che si ebbe ai tempi del sindaco Leoluca Orlando. Pur avendo perduto la carica di originalità del capostipite, Ragazzi fuori è stilisticamente addirittura migliore, sia perché, appunto, i ragazzi sono lasciati liberi di scorrazzare nel loro mondo, senza la costrizione rappresentata dai muri di una prigione, anche se molto di loro vi rientreranno, come calamitati da una forza superiore, sia perché manca, qui, il polo d'attrazione incarnato in Mery per sempre dalla figura del maestro (degnamente interpretato da Michele Placido), che inevitabilmente diluiva l'attenzione sui singoli personaggi, che, invece, in questo film si riappropriano del proscenio fornito dalla città di Palermo. Vero è che la presenza dell'insegnate incombe anche su Ragazzi fuori, con una specie di parola magica appresa durante la reclusione, democrazia, che fuori dal carcere, paradossalmente, suona ancora più astratta e lontana. Come la libertà di verghiana memoria, la democrazia imparata sui banchi del Malaspina non si traduce in lavoro, in soldi, in pane, tanto che, chi per necessità e chi per vocazione (come il povero Ching Cong), i ragazzi devono quasi tutti tornare a delinquere. Più pessimista di Mery per sempre, dove il finale sembrava regalare ai personaggi una speranza di reinserirsi nel mondo, Ragazzi fuori rappresenta un'umanità al tempo stesso vitalissima e disperata, dove però anche chi dovrebbe rappresentare la legge rischia di perdere l'autocontrollo. L'unico barlume di speranza è dato dal rigurgito di coscienza di Natale, il più bullo di tutti, che impedisce ai propri compari del branco di violentare una ragazza tunisina. Positivamente pasoliniano.
Tito Tazio, in arte Gaetano
Il ratto delle Sabine (Italia, 1945) di Mario Bonnard. Con Totò (cav. Aristide Tromboni), Carlo Campanini (maestro Ernesto Molmenti), Clelia Matania (Rosina), Laura Gore (Paolina), Olga Solbelli (Matilde), Luisa Alliani (Ermenegilda), Aldo Silvani (Tancredi), Lia Corelli (Mariannina), Mario Pisu (Alberto Randoni), Giuseppe Rinaldi (Emilio), Claudio Ermelli (Germani), Mario Castellani (proprietario del teatro), Fosca Spadaro (la figlia di Tancredi), Giuseppe Spadaro (Turiddu, il macchinista), Aristide
Garbini (Bartolomeo), Ciro Berardi (brigadiere dei carabinieri), Italo Pirani (direttore didattico), Erminio Spalla (Giovanni, il cugino di Rosina).
«Una sequela di cretinerie, di sinistri luoghi comuni, per i quali sarebbe stato inutile sprecare non diciamo pellicola, ma anche carta igienica. Con siffatta produzione si osa parlare di "rinascita", e i noleggiatori hanno lo stomaco e la responsabilità d'incoraggiare tentativi del genere [...]. Ad ogni modo, questo Ratto delle Sabine ha indubbiamente diritto al brevetto del più insulso, aberrante film prodotto dalla cinematografia italiana postbellica». Così Vincenzo Talarico, ignaro di quanto sarebbe stato prodotto qualche anno dopo, recensiva, su L'indipendente del 7 dicembre 1945, il film di Bonnard con Totò. Benché più virulenta della media, questa recensione è indicativa di come venissero generalmente accolte dalla critica le pellicole di Totò negli anni quaranta e cinquanta. Si deve bensì ammettere che Il ratto delle Sabine non è uno dei migliori film del comico napoletano, ma non è nemmeno scandaloso come sostenne la maggior parte degli addetti ai lavori all'epoca della sua uscita. Sono qua e là presenti scene comunque divertenti, e basti pensare a Totò vestito da Romolo, che, non riuscendo a pronunciare il nome di Tito Tazio, lo chiama Gaetano. Alcuni snodi della trama e qualche scenetta risultano forzate e stiracchiate (ad esempio la storia d'amore tra l'ex studente scapestrato che promette di mettere la testa a partito con la figlia del maestro) ed altre situazioni - come Totò sposato con la primadonna cicciona - sono, per la natura stessa dei personaggi, poco credibili. I duetti fra Totò e Campanini sono, in ogni caso, sempre godibili.
Arrotino da combattimento
Storia di fifa e di coltello - Er seguito d'er più (Italia, 1972) di Mario Amendola. Con Franco Franchi (Franco), Ciccio Ingrassia (Ciccio Pennisi), Maurizio Arena (Bartolo Di Lorenzo), Fiorenzo Fiorentini (er Frascataro), Ninetto Davoli (Totarello), Lando Fiorini (Verdicchio), Umberto D'Orsi (ingegner Brambilla), Nino Terzo (Zu' Nino), Mario Carotenuto (il maresciallo), Ileana Riganò (Silvana), Anna Campori (donna Teresa), Enzo Andronico (il carabiniere).
Morto Er Più del film precedente (dove era interpretato da Celentano), il quartiere Borgo è rimasto in balia d'er più di San Giovanni (Arena), che spadroneggia e vorrebbe sposare una ragazza di Borgo, la sorella di Verdicchio. Per succedere al Più scomparso, viene fatto arrivare dalla Sicilia un fratellastro, conosciuto come uomo di coltello. Soltanto che il pacifico Franco è un semplice arrotino e non ha la minima intenzione di fare alle coltellate con il prepotente e pericoloso Bartolo.
Poco più che una farsa con Franco e Ciccio (dove però la presenza di Ciccio comincia ad essere quasi superflua), abbastanza banale, ma con qualche momento divertente: quando Franco arriva a Roma, richiesto di dire una frase ad effetto, esclama "bacio le mani a tutti!"; quando è sfidato a duello ed invitato a presentarsi da solo con un coltello da sedici centimetri, domanda se è possibile presentarsi in sedici con coltelli da un centimetro. Certo, è dura anche per sceneggiatori scafati come Mario Amendola e Bruno Corbucci allungare il brodo, già non molto saporito, della saga der Più, cominciata l'anno prima, tanto che alla fine devono ricorrere alle vecchie e ultra abusate torte in faccia. Gli interpreti e i comprimari, comunque, fanno tutti la loro degnissima figura.
blowuppami tutta
Red Road (GB, 2006) di Andrea Arnold. Con Kate Dickie (Jackie), Tony Curran (Clyde), Martin Compston (Stevie), Nathalie Press (April).
Glasgow, oggi. Un'addetta alla videosorveglianza vede in giro un ex carcerato che le aveva fatto del male in passato. La donna comincia a pedinarlo fino ad introdursi nella sua vita.
Red Road è un buon film, forse perfino un po' sopravvalutato. In ogni caso un buon esordio, a 45 anni, della regista inglese Andrea Arnold. Il film, tutto girato in digitale, si situa in una linea cinematografica che sembra partire dall'Antonioni di Blow Up (1967), per arrivare al Ken Loach delle periferie urbane, passando per Trainspotting (1996), con qualche spruzzatina di Dogma. Non credo che alla regista interessi la morale (il passato non può tornare; la vendetta è un piatto che si serve freddo, ma fa schifo) che si può trarre da una trama che disvela piano piano il passato e il rapporto che ha casualmente legato quella donna e quell'uomo che vive in uno squallidissimo casermone dei suburbi scozzesi. Probabilmente sono proprio questi ad interessare l'autrice del film, e le relazioni di disperata amicizia che tengono questa umanità stranita aggrappata con le unghie alla vita. Intensa ed espressiva la protagonista Kate Dickie.
"Si arriva al top di un viaggio nella notte in cui è difficile separare fatti e morale in un clima allucinato che parte dall'attuale psicosi del monitor e approda al degrado morale e materiale nel trionfo di un'ambiguità esistenziale e che un buon taglio di cinema supporta con frammenti di panico, trasvolando dalle atmosfere metafisiche di Atom Egoyan al terrore voyeur stile De Palma. Psicodramma di ottima tenuta narrativa: Katie Dickie resta nella memoria." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 30 marzo 2007)
In cauda venenum
La fiammiferaia (Finlandia, 1989) di Aki Kaurismaki. Con Kati Outinen (Iiris), Elina Salo (la madre), Esko Nikkari (il patrigno), Vesa Vierikko (Aarne), Reijo Taipale (il cantante), Silu Seppälä (il fratello di Iiris), Outi Mäenpää (la collega di Iiris).
Scordiamoci la fiaba di Andersen. Qui siamo in Finlandia, non in Danimarca, e Iiris, ragazza bruttina, ha un lavoro alienante in una fabbrica di fiammiferi e una vita squallida, passata a servire e riverire la madre ed il patrigno.
La vicenda della ragazza, che giunge fino all'omicidio come una logica e quasi naturale conseguenza delle ingiustizie subite, è narrata con asciuttezza pressoché bressoniana, seguendo il personaggio come a sottolineare il suo bisogno di vivere e di comunicare, come se fosse la necessità di respirare per un qualunque essere vivente. E questa necessità, lungi dal venire soddisfatta, le viene progressivamente e continuamente negata dalle persone che le stanno intorno, e che vorrebbero ridurre la protagonista a un mero oggetto d'arredamento, per di più produttivo di reddito. Molto brava Kati Outinen, attrice sempre misurata (si veda il più recente L'uomo senza passato), perfetta per le corde artistiche di Kaurismaki. 70 minuti di silenziosa intensità.
Via (Crucis) Veneto
La dolce vita (Italia, 1960) di Federico Fellini. Con Marcello Mastroianni (Marcello Rubini), Anita Ekberg (Sylvia), Anouk Aimée (Maddalena), Yvonne Furneaux (Emma), Magali Noël (Fanny), Alain Cuny (Steiner), Annibale Ninchi (il padre di Marcello), Walter Santesso (Paparazzo), Valeria Ciangottini (Paola), Riccardo Garrone (Riccardo), Nadia Gray (Nadia), Polidor (il clown), Enzo Cerusico (un
fotografo), Lex Barker (Robert), Mino Doro (l'amante di Nadia), Jacques Sernas (l'attore), Laura Betti (Laura), Gio Staiano (Pierone), Iris Tree (la poetessa), Adriano Celentano (il cantante), Giulio Girola (il commissario di polizia).
Su questo film è stato ormai detto tutto: dagli anatemi dell'Osservaore romano ai riconoscimenti festivalieri (la Palma d'oro a Cannes), dalle stroncature successive alle rivalutazioni postume. La dolce vita è una sorta di via crucis della borghesia romana o romanizzata, dove le stazioni si susseguono l'una all'altra quasi senza soluzione di continuità. Fellini ha intuito e intercettato il clima di un dato momento storico e l'ha trasposto con intelligenza e (impietosa) umanità sullo schermo. In più, in un mosaico che prevede una serie incredibile di personaggi (poi ci si domanda da dove provengano gli affreschi altmaniani di Nashville, Un matrimonio e America oggi), ha indovinato alla perfezione almeno una decina di caratteri con relativi interpreti (Mastroianni, Aimée, Cuny, Furneaux, Ekberg, Barker, Ciangottini, Gray, Garrone, Ninchi), tutti volti giusti al posto giusto. E, per siglare degnamente questa sacra rappresentazione del jet set romano agli albori degli anni sessanta (o al calare dei cinquanta), bastano i volti muti di Mastroianni e della Ciangottini alla fine del film.
Questo film rappresenta anche la summa del cinema del primo Fellini: dopo La dolce vita, la sua filmografia diventerà bilancio (Otto e mezzo), memoria (Roma, Amarcord), divagazione (Satyricon, Casanova), eccedendo talvolta in quelli che saranno cinematograficamente definiti fellinismi (Giulietta degli spiriti, La città delle donne).
paparani e barbacazzi
Totò, Peppino e... la dolce vita (Italia, 1961) di Sergio Corbucci. Con Totò (Antonio Barbacane), Peppino De Filippo (Peppino Barbacane), Francesco Mulè (Guglielmo), Mara Berni (Elena), Gloria Paul (Patricia, l'americana), Tania Béryl (Alice, l'americana bionda), Peppino De Martino (il ministro), Daniele Vargas (il marchese Daniele), Giancarlo Zarfati (Renato), Gio Staiano (l'omosessuale), Mario Castellani (il presidente).
Peppino Barbacane dal paesello si reca a Roma per ottenere un appoggio dal cugino Antonio (Totò), presidente della fantomatica S.P.A. In realtà il cugino è uno spiantato che fa il parcheggiatore abusivo in Via Veneto e vive in una baracca talmente umida da sembrare una riproduzione di Venezia. E la S.P.A. non è che la Società Parcheggatori Abusivi.
È una felice parodia della Dolce vita felliniana, dove Totò e Peppino ripercorrono alcuni episodi (la visita alla baracca umida, la serata al night club, la seduta spiritica) dell'epocale film di Fellini, ma spesso sono lasciati liberi di improvvisare, come è successo per le loro migliori riuscite. Visono, è vero, momenti di stanca, ma i due comici complessivamente non deludono, regalando qualche momento davvero esilarante, come l'incontro con le due turiste americane a Via Veneto, oppure la gag ormai divenuta proverbiale, al night club, del Möet Chandon.
Storia di una metamorfosi
A History Of Violence (USA, 2005) di David Cronenberg. Con Viggo Mortensen (Tom Stall), Maria Bello (Edie Stall), Ed Harris (Carl Fogarty), William Hurt (Richie Cusack), Ashton Holmes (Jack Stall), Peter MacNeill (lo sceriffo Sam Carney), Stephen McHattie (Leland), Greg Bryk (Billy).
Hmmm... ma cosa sta succedendo...? Vabbe', andiamo per ordine. Il mite gestore di un bar diventa improvvisamente un eroe popolare, dopo avere ucciso, per legittima difesa, due sadici rapinatori che avevano fatto irruzione nel suo locale. La non richiesta popolarità attira la presenza di loschi figuri che chiamano il nostro Tom con un altro nome e fanno riferimento a un suo presunto passato criminale. Anche lo sceriffo amico di famiglia s'insospettisce e domanda all'uomo se per caso sia un ex delinquente in regime di protezione. Sarà lui o non sarà lui? È lui, e l'uomo dovrà alla fine affrontare il suo imbarazzante passato di criminale pentito.
La reazione di fronte a questo film è di domandarsi se veramente siamo di fronte a un film di Cronenberg. Rispetto all'intero film, è soprattutto questo a spiazzare lo spettatore, molto più di una trama che ha ben poco di nuovo. Non si può che essere d'accordo con Lietta Tornabuoni, quando sostiene che A History Of Violence «è un film del tutto inusuale nella storia creativa di David Cronenberg che a 62 anni sembra diventato un altro, un piccolo film vendibile molto ben fatto ma non troppo diverso da tanti, una vicenda semplice su problemi difficili: l'identità di un uomo, la complicità della famiglia. [...] Spariti le crudeltà e gli orrori di Cronenberg. [...] Viggo Mortensen, Maria Bello, Ed Harris, William Hurt: hanno fatto un bel film, però sembra diretto da qualcun altro». L'unica considerazione della Tornabuoni con la quale non concordo è che si tratti di un
bel film, ed anzi, direi, con Mariarosa Mancuso del Foglio, che questa sceneggiatura, tratta da una graphic novel, «sullo schermo è di una piattezza esasperante». Il solo attore che fornisce una prestazione sopra l'ordinario, e per il quale può valere la pena l'esborso del prezzo del biglietto cinematografico o del noleggio del dvd, è Ed Harris, notevole nella parte di un sadico e raffinato gangster, mentre William Hurt tende pericolosamente a gigioneggiare, e quanto a Viggo Mortensen, che nel finale si trasforma inopinatamente in un clone di Van Damme, be', non me la sento di dare tutta la colpa a lui. Sono puramente riempitive, come i salami nelle vignette di Jacovitti, le sequenze ambientate nel liceo del giovane Jack Stall.
Nessuno è perfetto
Monster's Ball - L'ombra della vita (USA, 2001) di Marc Forster. Con Billy Bob Thornton (Hank Grotowski), Halle Berry (Leticia Musgrove), Peter Boyle (Buck Grotowski), Heath Ledger (Sonny Grotowski), Mos Def (Ryrus Cooper), Taylor LaGrange (Darryl Cooper), Sean Combs (Lawrence Musgrove), Coronji Calhoun (Tyrell Musgrove), Amber Rules (Vera).
La guardia carceraria Hank Grotowski, che lavora nel braccio della morte di un penitenziario della Georgia, fa una vita abbastanza triste in compagnia dell'anziano padre semiparalizzato e del figlio Sonny, che odia da quando la moglie è morta, lasciandogli questo figlio ipersensibile e troppo diverso da lui. Dopo il suicidio del figlio, incontra la vedova di un condannato di colore cui ha eseguito la condanna alla sedia elettrica. Nasce l'amore.
Il film è stato reso celebre soprattutto da due fattori: la scena di sesso esplicito tra Halle Berry e Billy Bob Thornton e il fatto che l'attrice afroamericana, per questo film, s'è beccata l'Oscar© come migliore attrice protagonista. Di ragioni, secondo me, non ve ne sono altre. Il film è realizzato da un buon professionista con dei bravi attori (da non trascurare la prova di Peter Boyle nella parte del vecchio), anche se il premio Oscar a Halle Berry fa veramente sorridere: a Thornton, molto più bravo, dovevano dare il Nobel? Non riesco a non essere d'accordo, in questo caso, con Piera Detassis, quando dice che "Il film sfida la retorica e non sempre vince la partita, si sparpaglia spesso e volentieri, coccola fin troppo la recitazione sottotraccia di Billy Bob. E soprattutto non sa bene come e quando chiudere. Il suo pregio, però, sta nell'atmosfera lenta e depressa, che riesce a costruire, e dentro cui gli esseri umani si muovono sospesi e pesanti, in debito di ossigeno. Un film a tratti esibizionista, un pochino volgare e gonfio di vero malessere".
Non convince a fondo neanche la particolarità delle situazioni descritte, basti pensare che: 1) Hank è vedovo; 2) Hank ha un padre quasi paralizzato e un figlio che odia; 3) il figlio un giorno gli si suicida davanti; 4) Leticia ha un marito che viene giustiziato sulla sedia elettrica; 5) il figlio obeso di Leticia è ucciso da un'auto pirata. Troppe disgrazie per un film solo. In più, Hank deve vincere un pregiudizio, ancora fortissimo nel padre, nei confronti dei neri, ancora considerati (siamo in Georgia) degli esseri inferiori. Per concludere va considerato il particolare che la sceneggiatura descrive tutti i personaggi con tantissimi difetti (padre e figlio Grotowski fanno sesso mercenario con la stessa prostituta), con il risultato che l'unica persona per bene sembra essere il condannato a morte. Parafrasando i giudizi delle Segnalazioni Cinematografiche, si potrebbe definire Monster's Ball "discutibile - compresso".
La disfida di Blasetti
Ettore Fieramosca (Italia, 1938) di Alessandro Blasetti. Con Gino Cervi (Ettore Fieramosca), Mario Ferrari (Graiano d'Asti), Elisa Cegani (Giovanna di Morreale), Osvaldo Valenti (Guy de la Motte), Lamberto Picasso (Prospero Colonna), Corrado Racca (Don Diego Garcia de Paredes), Clara Calamai (Fulvia), Carlo Duse (Jacopo, lo scudiero di Graiano), Mario Mazza (Fanfulla da Lodi), Andrea Checchi (Gentilino), Renato Chiantoni (il messaggero sfregiato di Graiano), Paolo Ferrari (il figlio del torriere), Arnoldo Foà (gentiluomo).
Prologo e disputa della disfida di Barletta, tra cavalieri italiani e francesi, nell'ambito del conflitto che oppose, all'alba del 1500, spagnoli e francesi sul suolo italiano.
Blasetti costruisce un film d'avventura con sottofondo nazionalista (siamo all'antivigilia della Seconda Guerra Mondiale), secondo un'estetica che si avvicina molto al cinema di Eizenstejn, in particolare al suo Aleksandr Nevskij, che pure è anch'esso del 1938 (ignoro quale dei due film sia stato girato prima). Nonostante questa impostazione e i chiari scopi di esaltazione dell'italianità, Ettore Fieramosca non è un film di becera propaganda: per intenderci, nazionalista sì, ma fascista no. Vi sono vari aspetti da apprezzare di questa produzione italiana, oggi spesso bollata come "cinema di regime": primo fra tutti la vigorosa messinscena di Blasetti, coadiuvato da un'ottima fotografia, l'interpretazione non retorica di un giovane Gino Cervi dai boccoli al vento, e un'insospettabile libertà dai condizionamenti moralistici che si imporranno invece nel dopoguerra: nella prima scena ambientata alle terme di Pau si vedono chiaramente delle ragazze a seno nudo.
Il grande balzo all'indietro
Addio mia concubina (Cina, 1993) di Chen Kaige. Con Leslie Cheung (Douzi), Zhang Fengyi (Shitou), Gong Li (Juxian), Lu Qi (maestro Guan Jifa), Ge Yu (maestro Yuan), Da Ying (il manager), Han Lei (Xiao Si).
Trent'anni di storia cinese, visti attraverso le vicende di due attori dell'Opera, specializzati nel recitare Addio mia concubina, l'uno nella parte del re (Fengyi), l'altro nella parte della concubina. L'amicizia tra i due, iniziata quando erano ancora ragazzini nella feroce accademia teatrale gestita da un anziano maestro, si incrina diverse volte. La prima è quando Shitou decide di sposare la bella prostituta Juxian, successivamente quando, durante la rivoluzione culturale, egli è costretto a denunciare l'amico Douzi.
Addio mia concubina rappresenta un po' l'apogeo del cinema cinese degli anni novanta: con la Palma d'oro ottenuta a Cannes, infatti, Chen Kaige sembrò addirittura poter superare, almeno in quanto a riconoscimenti occidentali, il collega e rivale Zhang Yimou. Il film è bello (e mi scuso per la banalità del giudizio) sotto diversi aspetti, primo tra tutti quello figurativo e della ricostruzione storica, così come per quanto riguarda il racconto di un'amicizia che spesso sconfina nella rivalità professionale tra i due protagonisti. Il difetto, rivelato a mio parere da un'impressione di superficialità che resta nello spettatore alla fine del film, è lo stesso di altre grandi opere che tentano (pretendono?) di inserire le vicende personali dei loro protagonisti, piccoli (come, ad esempio, in La meglio gioventù di Giordana) o grandi (come nel caso dell'Ultimo imperatore) che siano, ponendo in primo piano i grandi avvenimenti storici e i rivolgimenti sociali che si verificano in un paese nell'arco di un periodo di tempo piuttosto lungo (generalmente almeno trenta o quarant'anni). In realtà il film funziona, soprattutto nella descrizione di questo rapporto che, nelle sue gelosie e nei suoi isterismi, non è solo professionale, sfociando spesso, quanto meno da parte di Douzi, in una relazione d'amore, repressa alla meno peggio. Resta un po' l'impressione, comunque, che Zhang Yimou sia un regista più profondo, soprattutto nella descrizione dell'animo femminile (qui un po' trascurato sia nel personaggio di Juxian che nel lato muliebre di Douzi) e che sarebbe stato in grado di trarre dal soggetto di questo film qualcosa di più profondo. In ogni caso, rimane nella memoria anche la grande prova d'attore di Leslie Cheung, ottimo interprete sia al naturale che nei costumi della concubina.
Due mafiosi contro la mafia
I due mafiosi (Italia, 1964) di Giorgio Simonelli. Con Franco Franchi (Franco Fisichella), Ciccio Ingrassia (Ciccio Spampinato), Aroldo Tieri (il commissario Dupont), Mischa Auer (il favoloso Mischa), Gino Buzzanca (Don Calogero), Moira Orfei (Claudette), Isabella Biagini (Jacqueline), Silvia Solar (Clementine), Carmelo Oliviero (Fifì), Pino Renzi (Rosario).
Due ingenui siciliani, aspiranti picciotti, sono incaricati da un boss di consegnare una valigetta piena d'oro ai mafiosi ("la mamma") di Parigi. In realtà la valigetta contiene una bomba per una spia, e anche i due inconsapevoli corrieri dovranno esplodere con essa. Ovviamente, però, durante il viaggio, ci sarà uno scambio di valigie...
Anche in questo caso siamo di fronte a un prodotto di modestissime ambizioni, ma nel quale la comicità di Franchi e Ingrassia è ancora fresca e ruspante. Purtroppo, un po' come successe per alcuni film di Totò (tipo Totò di notte n. 1 o Totò sexy), il pellegrinaggio per i locali osé di Parigi, come il Lido, il Moulin Rouge e le Folies Bérgeres, è utilizzato per far vedere qualche numeretto di varietà ed allungare un po' il brodo del film. In ogni caso, il film di Simonelli contempla diverse gag divertenti, specialmente nella prima parte: indimenticabile il "buongiorno, signor morto, noi non l'abbiamo vista" di Franco Franchi di fronte al boss Don Calogero.
L'uomo dalla frusta di cuoio
Le colt cantarono la morte e fu... tempo di massacro (Italia, 1966) di Lucio Fulci. Con Franco Nero (Tom Corbett), Nino Castelnuovo (Junior Scott), George Hilton (Jeffrey Corbett), John McDouglas [Giuseppe Addobbati] (Scott padre), Lyn Shayne [Linda Sini] (Brady), Tchang Yu (il becchino), Janos Bartha (Carradine), Rina Franchetti (Mercedes), Aysanoa Runachagua (Souko).
Richiamato dalla lettera di un conoscente, un cowboy torna al paesello d'origine, dove tutto è ormai nelle mani del ricco possidente Scott, e alla mercé del suo psicopatico figlio Junior.
Intendiamoci: niente di trascendentale, però questo film scaturito dalla penna di Fernando Di Leo e diretto con mano ferma da Fulci, al suo primo western, funziona. La sua carta vincente, oltre a un Castelnuovo pre-tramagliniano, paranoico e armato di frusta, è una trama consistente e che ha finalmente un senso. Anche i riferimenti edipici (c'è qualcosa che sanno tutti, in paese, tranne il protagonista) non sono campati in aria come spesso succede in pellicole di questo tipo. Il rapporto del protagonista con il fratello è ben sviluppato e, alla fine, si ha l'impressione di un prodotto modesto ma ben confezionato.
Cacca d'elefante
Good Morning Babilonia (Italia, 1987) di Paolo e Vittorio Taviani. Con Vincent Spano (Nicola Bonanni), Joaquim de Almeida (Andrea Bonanni), Omero Antonutti (Bonanno Bonanni), Greta Scacchi (Edna), Desirée Becker (Mabel), Charles
Dance (David W. Griffith), David Brandon (Grass), Bérangère Bonvoisin (la moglie di Griffith), Massimo Venturiello (Duccio Bonanni), Margarita Lozano (la veneziana).
Il peggiore dei film dei Taviani, che, pure, negli ultimi anni, ne hanno fatti di pessimi. Good Morning Babilonia è tronfio, sciovinista, perfino ingenuo, per quanto possa sembrare incredibile, provenendo il film da mani tanto esperte. Vi sono momenti addirittura imbarazzanti (Griffith che esclama "questi dannati italiani!", da brividi di vergogna...), e, nonostante una pretesa di gigantismo produttivo, pare di notare un insolito dilettantismo di fondo. Non è un caso che le sequenze migliori siano quelle di repertorio, prese dai film di Griffith. Il paragone tra gli antichi artisti e artigiani che hanno edificato i grandi monumenti rinascimentali e coloro che oggi lavorano a vario titolo nell'industria (arte?) cinematografica regge; ma è l'unica cosa: tutto il resto non sta in piedi. Se Spano e de Almeida sono poco espressivi per loro natura, persino un ottimo attore come Antonutti, costretto a recitare un copione sgangherato, rasenta spesso il ridicolo. Elefantiaco.
Il ritorno der tristezza
Il ritorno del Monnezza (Italia, 2005) di Carlo Vanzina. Con Claudio Amendola (Rocky Girladi), Elisabetta Rocchetti (Betta), Enzo Salvi (Tramezzino), Kaspar Capparoni (Avv. Lamantia), Gabriella Labate (Patrizia), Paolo Triestino (il questore), Alessandro Di Carlo (Cesare), Luis Molteni (On. Bonini), Gianni Parisi (ispettore capo Ramacci), Roberto Brunetti (Caccola), Mariano d'Angelo (Zagaglia), Andrea Perroni (Franchino), Yoon C. Joyce (scagnozzo cinese).
Rocky Giraldi, figlio di Nico, è entrato, non si sa come, nella polizia, al pari del padre, detto Er Monnezza, e, come il padre, usa metodi originali e un linguaggio poco ortodosso. Indagando sulla morte di un ladruncolo da appartamenti, scopre un losco giro di droga che coinvolge un viscido avvocato, un politico untuoso e un corrotto dirigente della polizia.
Nonostante un inizio che potrebbe far pensare a un film d'azione alla Jackie Chan, il tono della commedia di Vanzina è dimesso e quasi malinconico, anche nelle gag affidate a Enzo Salvi, che qui interpreta Tramezzino, figlio del mitico Venticello (il personaggio reso immortale da Bombolo), "specializzato" nel fare il palo durante i furti. Persino la vena parolacciara di Giraldi jr. è mitigata da qualcuno sempre pronto a mettergli una mano davanti alla bocca. Il momento migliore è quello affidato al bravo imitatore Andrea Perroni, impegnato nel ruolo dell'altro figlio di Venticello, tale e quale a papà.
L'intera operazione, insomma, lungi dal possedere il fascino "monnezzaro" dei predecessori, è fortemente condizionata e, almeno in parte, rovinata da un'impostazione buonista. Veltroniano.
P.S. Certo che una particina, un flashback, un cammeo potevano farlo fare a Tomas Milian, neanche citato nei ringraziamenti. Eppure, registi e sceneggiatori a parte, la maschera dell'attore cubano e la voce di Ferruccio Amendola erano un vero e proprio marchio di fabbrica.
L'orco del vicino è sempre più verde
Shrek Terzo (USA, 2007) di Chris Miller e Raman Hui.
Muore il re del regno di Molto Molto Lontano e lascia erede Shrek, primo nella linea di successione maschile, in quanto marito della Principessa Fiona. L'orco, però, non si ritiene all'altezza del compito e parte alla ricerca del secondo aspirante al trono, il giovane Arthur. Quando torna a casa, però, Shrek trova il regno in mano al prepotente Principe Azzurro, che ha soggiogato la popolazione grazie a i cattivi delle fiabe.
Delusione. Il terzo è il peggiore episodio della saga di Shrek che comincia, inevitabilmente, a mostrare la corda. Se il primo film era geniale soprattutto per l'originalità dell'idea di partenza e il secondo, pur perdendo in originalità, azzeccava la novità del Gatto con gli stivali, questo Shrek Terzo aumenta soltanto la dose di moralismo e il numero, ormai pletorico, dei personaggi. Con il risultato di non riuscire a caratterizzarne bene nessuno. Qualche risata qua e là ci viene strappata (in particolare quando il Gatto tenta il numero del micino tenero, dimenticandosi di avere le sembianze del Ciuchino), e i ragazzini in sala accennano qualche timido applauso, ma quello che emerge è soprattutto la scontata moraletta all american secondo la quale per avere successo nella vita bisogna smettere di ritenersi degli sfigati e credere in sé stessi. Grandiosi, comunque, gli effetti visivi, spesso più realistici del vero.






Ultimi commenti
@*dtcomment*@@*titolopost*@
@*nome*@