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recensioni farlocche

by sasso67 (21/10/2007 - 23:57)

Zombophagus

Dopo aver ingerito alcune porzioni di involtini primavera andati a male, i passeggeri della nave da crociera Enlarge your penis si trasformano in zombie affamati di carne umana. In seguito al naufragio dell?imbarcazione alcuni morti viventi riescono a mettersi in salvo raggiungendo una sperduta isoletta abitata da una feroce tribù di cannibali, i Timanjo. Chi mangerà chi?
Vera pietra miliare dell?horror-splatter, Zombophagus fu girato da Vince Renato, uno dei maestri del genere, con un budget ristrettissimo, tanto che nel corso delle riprese la troupe non poteva lavarsi ed era costretta a riutilizzare i piatti e le posate di plastica usate durante i pasti. Alcune sequenze memorabili, come quella in cui il capo dei Timanjo, dopo aver ingoiato in un solo boccone la testa di un neonato-zombie, viene poi divorato dall?interno dalla testina, espellendo un fiotto di sangue violaceo dal retto. Per palati fini.

(Guglielmo)

Dal sito Morelli's Movie Guide

Troy 2 - Il ritorno di Ettore

Ettore non è morto come tutti credevano. Il suo corpo è stato conservato nelle acque dello Stige e, dopo dieci anni di coma, grazie all'intervento di Esculapio si risveglia in una Troia distrutta. Avendo perduto tutto, uccide Paride, sposa Elena e, riunendo i suoi vecchi compagni d'arme, fonda una nuova città, ancora più grande e maestosa della precedente: Troiona. Ma quando tutto sembra andare per il meglio, gli eserciti achei accerchiano di nuovo la fortezza: Achille, grazie ad un patto con Ade, è tornato più forte e più arrabbiato di prima, e stavolta, senza il proverbiale tallone.
Si sente in questo discreto sequel la mano di Tim Burton, la cui direzione riesce a tappare qua e la le falle della sceneggiatura. Il suo tocco visionario si sbizzarrisce specie nella sua Troiona gotica, che strizza l'occhio a "Notre dame de Paris". Bene la new entry Vin Diesel nella parte di Ettore, cui conferisce grinta e spessore psicologico, mentre di nuovo non convince Brad Pitt nei panni di Achille, inutilmente bamboccio e appesantito nel fisico. Durante le riprese alcuni attori, impressionati dalla saga ellenica, si sono convertiti al politeismo. (Guglielmo e Filippo C.)

Particelle e altre catalisi

Intrecciando sapientemente il tema del tradimento con quello della fisica quantistica, il geniale scrittore Pulvanelli, autore di Mio marito è un tachione?, il libro che è in cima alla classifica dei più sfogliati nelle librerie d'Italia - ci propone una profonda riflessione sul perché della vita e sul perché della morte, cogliendo l?elemento comune alle due domande ? e dunque la loro essenza - nella congiunzione "perché", non a caso la parola più pronunciata del film (soltanto nella prima inquadratura se ne contano novantasette). Sebbene non manchino alcuni passaggi a vuoto (la sequenza dell'attacco di diarrea convulsa di Marcus, il timido fratello del criceto del protagonista) il film offre un tale quantità di interessantissimi spunti che lo spettatore non potrà uscire dalla sala senza essersi prima svegliato.

(Sasha)

The X Protocol - Codice X

Un'antichissima setta religiosa orientale cerca di influenzare la politica internazionale ricattando i capi di governo, condizionando le coscienze dei suoi adepti e minacciando, per chi osi contrastarla, terribili castighi nell'aldilà.
Mai distribuito in Italia a causa della strenua opposizione da parte della Chiesa Cattolica, è un interessante thriller fanta-religioso sulla scia de 'Il codice Da Vinci', nonostante l'ipotetica società futura descritta nel film difetti spesso di credibilità (si pensi, ad esempio, ai simboli religiosi affissi addirittura all'interno di scuole e tribunali). Buona prova di Ian McDiarmid (l'Imperatore Palpatine della saga di 'Star Wars') nel ruolo del malvagio Gran Sacerdote Bianco.

(Guglielmo)

Formicalion

La vita tranquilla e sonnolenta della cittadina di Ogallala, nel Nebraska, viene sconvolta da un?orda di formiche carnivore geneticamente modificate, fuggite da un vicino laboratorio ortofrutticolo. Gli insetti attaccano la popolazione, distruggono gli tutto quello che incontrano e pretendono di imporre agli abitanti i propri costumi e stili di vita. Ma proprio nel bel mezzo dell? invasione, arrivano in città Jeff (Dick Head) e Jake (Will Beefakt), con il loro circo di formichieri e pangolini giganti.
Gustoso action movie, a metà strada tra l'horror, il catastrofico e la commedia sofisticata anni '50, si segnala soprattutto per l'incredibile prestazione recitativa del formichiere Sligo, in seguito protagonista del serial poliziesco televisivo 'Il commissario Sly'.

(Guglielmo)

Cretini miei

by sasso67 (21/10/2007 - 12:55)

La dottoressa sotto il lenzuolo (Italia, 1976) di Gianni Martucci. Con Karin Schubert (Dott.ssa Laura Bonetti), Alvaro Vitali (Alvaro), Gastone Pescucci (Dott. Paolino Cicchirini), Gigi Ballista (Prof. Ciotti), Orchidea De Santis (Italia, l'infermiera), Angelo Pellegrino (Benito Moroni), Eligio Zamara (Sandro Santarelli), Ely Galleani (Lella), Enzo Andronico (il bidello), Tom Felleghy (il tedesco), Elizabeth Turner (la tedesca).

Tre studenti di medicina dell'Università di Pisa non pensano ad altro che ad assediare le ragazze e a tirare brutti scherzi all'antipatico dottor Cicchirini, ruffiano del professor Ciotti, primario della clinica universitaria.

Un film che potrebbe benissimo (e forse lo fa) fare a meno della sceneggiatura. E' un tentativo, maldestro, di sfruttare il successo di Amici miei (1975), in salsa goliardica, dove lo spunto d'amarezza è fornito dallo studente trentaduenne che decide di sposarsi e di prendere la laurea. Per quanto mi riguarda, l'unico motivo d'interesse è dato dall'ambientazione pisana, per la quale mi sono divertito a riconoscere alcuni luoghi: a parte le immancabili piazze dei Miracoli e dei Cavalieri, la Sapienza e Piazza Santa Caterina. Notevole, come sempre, il compianto Gigi Ballista. Orchidea De Santis non si spoglia, Karin Schubert ed Ely Galleani anche troppo.

Tag: cinema

Nematodi in scatola

by sasso67 (20/10/2007 - 15:15)

Consigli per gli acquisti (Italia, 1997) di Sandro Baldoni. Con Ennio Fantastichini (Giulio Stucchi), Carlo Croccolo (il cav. Ciro Esposito), Silvia Cohen (Vanda Crespi Cicogna), Ivano Marescotti (Gianfranco Pedone), Maurizio Crozza (Claudio Bonelli), Pietro Biondi (Pierluigi Colombo), Mariella Valentini (Titti Melidoni), Flavio Bonacci (Massimo Bertotti), Barbara Cupisti (Mary Cantucci), Johnny Dell'Orto (Faccia da Matto), Sebastiano Filocamo (Toto Pescante), Emanuela Giordano (Lella Cappa), Mauro marino (Carlo Esposito), Cosimo Cinieri (prof. Gianluigi Querciasecca), Carolina Salomé (Marisa Quartariello).

Una grossa agenzia pubblicitaria del nord è incaricata da un industriale napoletano di reclamizzare del cibo per cani infestato dai vermi. Non sarà impresa semplice.

Satira grottesca e graffiante sul mondo della pubblicità, Consigli per gli acquisti - che già dal titolo ironizza su un'ipocrita formuletta ideata da Maurizio Costanzo per definire quelli che una volta avremmo chiamato "caroselli" - riesce alla perfezione dal punto di vista ideologico, laddove ci mostra quale cinismo si nasconde dietro al mondo patinato e al linguaggio anglofono ma vuoto dei cosiddetti creativi. Del resto, Baldoni proviene proprio da quell'ambiente e lo conosce bene. E ci mostra come, proprio quando sembra che questo mondo stia per crollare, la pubblicità continua subdolamente a fregarci: così vediamo il fattorino licenziato e luddista con la casa invasa dalle valigie, acquistate dalla moglie a una televendita, nonché il corteo dei sindacalisti in sciopero sponsorizzato da una nota marca di calzature. Dove il film riesce un po' meno, invece, è proprio sul piano prettamente artistico: mentre sono validi gli spot finti che si vedono durante la riunione (stupendo quello finale, diretto e sfacciato, ideato dal volgarissimo industriale), la sceneggiatura sembra un po' sfilacciata Baldonie le psicologie dei personaggi tirate via, ragione per cui, forse, ci sono così tanti personaggi sulla scena. Lo stile, poi, sembra, ironia della sorte, televisivo, anche se, da questo punto di vista, molte frecciate vanno a segno, a cominciare dalla presenza dell'intellettuale da salotto tv Querciasecca, oppure da quella del pubblicitario new age Pedone, che ricorda molto, barba (quella di Oliviero Toscani?) a parte, il guru della pubblicità Gavino Sanna.

Gli attori sono bravi (nomi come Fantastichini, Marescotti, Cohen sono una garanzia) e fra questi si nota un quasi giovane Maurizio Crozza, ancora non famoso. Ma su tutti primeggia naturalmente il vecchio lupo degli schermi Carlo Croccolo, che negli ultimi dieci anni ha conosciuto una seconda giovinezza artistica, forse migliore della prima, quando faceva da spalla a Totò e a Peppino. Infastidisce un po', invece, il personaggio, infoiato e assurdo, affidato a Mariella Valentini.

«Direi che il film, in un'alternanza avanguardistica di bianconero e colore, si smarrisce un po' inseguendo invano le evanescenti psicologie dei personaggi; ma imbocca la via maestra quando al gran tavolone del 'brain storming' arriva il padrone del vapore, un Carlo Croccolo in forma stupenda che vale da solo il prezzo del biglietto.» (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 20 settembre 1997)

Tag: cinema

commediola RISIbile

by sasso67 (19/10/2007 - 20:24)

Tre mogli (Italia/Spagna, 2001) di Marco Risi. Con Francesca D'Aloja (Beatrice), Iaia Forte (Bianca), Silke Klein (Billie), Greg (Amedeo), Loles León (Consuelo), Juan Palomino (Ramon), Patricia Echegoyen (Catherine), Beppe Fiorello (Miguelito), Natale Tulli (il pizzicagnolo).

Tre mogliUn direttore, un cassiere e una guardia giurata di una banca se la svignano all'improvviso, la notte dell'ultimo dell'anno, con nove miliardi di lire rubati. Le tre rispettive mogli, messe sulla pista buona, vanno a cercarli in Argentina. Sceglieranno di rimanervi.

Dopo le pessime riuscite del Branco (1994) e dell'Ultimo capodanno (1998), non era facile fare di peggio, ma Marco Risi, con inusitato virtuosismo, riesce nell'impresa di battere in scempiaggine i due film precedenti. Realizzando questa sorta di film on the road latinoamericana tutta al femminile, il regista milanese consume gli ultimi spiccioli di una credibilità conquistata sul campo, con opere vigorose d'impegno civile, girate a cavallo tra gli anni ottanta e novanta. C'è un detto, nel mondo del cinema, secondo il quale in un film qualche luogo comune dà fastidio, ma cento luoghi comuni rendono quel film un classico; se questo è vero, allora Tre mogli è un superclassico. Marco Risi, da questo punto di vista, non si fa mancare niente, dall'odio tra donne che si trasforma in amicizia, alla Buenos Aires del tango, allo chef omosessuale e isterico, fino alla Patagonia con i pinguini. Per non parlare delle svolte drammatiche e dei presunti colpi di scena: tutto prevedibile come le reazioni dei bambini. E' chiaramente un film che si presentava sbagliato già in sede di sceneggiatura, ed è sconcertante come un regista esperto, qual è indubbiamente Risi, non se ne sia accorto prima di realizzare questo obbrobrio.

«Il film non è riuscito e neppure è interessante o innovativo quanto il grottesco 'L'ultimo Capodanno'». (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 26 ottobre 2001)

«Divertimento ragionevole, causticità e satira praticamente assenti, happy-end consolatorio per tutti». (Roberto Nepoti,'la Repubblica', 10 novembre 2001)

Tag: cinema

Se sei vivo, muori!

by sasso67 (17/10/2007 - 20:08)

Oro Hondo - Se sei vivo spara (Italia/Spagna, 1967) di Giulio Questi. Con Tomas Milian (Hermano), Ray Lovelock (Evan), Piero Lulli (Oaks), Marilù Tolo (Flory), Roberto Camardiel (Sorro), Milo Quesada (Ackerman), Patrizia Valturri (Elizabeth Ackerman), Sancho Gracia (Willy).

Una banda di criminali capeggiata da un certo Oaks stermina un distaccamento dell'esercito americano e lo deruba dell'oro che trasportava. Dopo essersi sbarazzati dei componenti messicani della banda, Oaks e gli uomini rimasti vanno a fare rifornimento in un villaggio, dove, però, non sono bene accetti. Nel frattempo, uno dei banditi messicani, salvato dalla morte da due indiani, medita la sua vendetta.

Se sei vivo spara, più tardi rititolato Oro Hondo, è un riuscito spaghetti western molto sui generis. A una trama prettamente western, basata sulla spasmodica ricerca di accaparrarsi un favoloso bottino, si affiancano ambientazioni che sembrano uscire dal Manoscritto trovato a Saragozza di Potocki (pertinente la citazione di Marco Giusti, ispirata dai campi lunghi con gli impiccati penzolanti dalla forca sullo sfondo) o da certi racconti di Kafka, pullulanti di villani apparentemente innocui, ma in realtà infidi ed inquietanti (un'atmosfera del genere saprà renderla alla perfezione Walter Hill nel finale dei Guerrieri della palude silenziosa). La violenza, in questo western post-djanghiano - all'estero il film fu rititolato Django Kills! -, è talmente esibita da risultare iperrealista ed allucinata: restano nella memoria le prime impiccagioni, da antologia del cinema, e quella sorta di operazione chirurgica - in realtà bassa macelleria - che dovrebbe servire a tenere in vita il povero Oaks, ferito a morte da Hermano, ma che si trasforma in una gara ad estrarre a mani nude i proiettili dal corpo del malcapitato, una volta che gli avidi cowboys si rendono conto che il capobanda non è stato riempito di piombo, ma d'oro. Quasi quarant'anni prima di Brokeback Mountain (2005), inoltre, viene mostrata una banda di malviventi omosessuali, in divisa neroargentata alla Village People, che cercano di farsi in gruppo un ragazzino, interpretato dal giovanissimo e biondo Ray Lovelock. Oltre all'attore angloitaliano, si apprezza, una volta di più, Tomas Milian, e un cast di attori spagnoli tutti funzionali. Va detto, però, che il merito della riuscita del film va innanzitutto allo sceneggiatore Arcalli e al regista Giulio Questi (nato a Bergamo nel 1924), che, a dispetto di un talento qui evidentissimo, ha girato pochissimo, e il cui ultimo film per il grande schermo, Arcana, risale a trentacinque anni fa.

Tag: cinema,western

Italiani, brutta gente

by sasso67 (15/10/2007 - 21:27)

Il leone del deserto (Libia/USA, 1981) di Moustapha Akkad. Con Anthony Quinn (Omar Mukhtar), Oliver Reed (gen. Rodolfo Graziani), Rod Steiger (Benito Mussolini), Irene Papas (Mabrouka), John Gielgud (Sharif el-Gariani), Raf vallone (col. Diodece), Gastone Moschin (Tomelli), Andrew Keir (Salem), Sky Dumont (il principe Amedeo d'Aosta), Takis Emmanuel (Bu-Matari), Stefano Patrizi (ten. Sandrini), Eleonora Stathopoulou (la madre di Alì), Rodolfo Bigotti (Ismail), Lino Capolicchio (pubblico ministero), Claudio Gora (il giudice), Pietro brambilla (soldato che cattura Omar), Mario Feliciani (Lobitto), Piero Gerlini (Barillo), Adolfo Lastretti (col. Sarsani), Ihab Werfali (Alì), Tom Felleghy (ufficiale italiano).

Domande: a) chi inventò i bombardamenti aerei? b) chi inventò l'utilizzo dei campi di concentramento? c) in quale paese occidentale la censura vieta ancora questo film? Risposte: a) e b), gli italiani; c) in Italia.

In questo film libico si narrano le imprese dell'anziano Omar Mukhtad, esperto del Corano e capo della ribellione libica all'occupazione italiana della Libia tra il 1911, anno della conquista, e il 1931, anno della sua impiccagione.

Lungo due ore e mezzo (forse un pochino troppo), finanziato in parte dal colonnello Gheddafi, Il leone del deserto è un buon film. Uno spettacolo in ogni caso da vedere, anche per sfatare, una volta per tutte, il mito sgonfio degli "italiani brava gente". Se gli italiani non furono mai molto umani con gli arabi conquistati, la situazione, probabilmente, degenerò durante il periodo fascista: il generale Graziani e i suoi scherani non si risparmiarono nessuna atrocità, pur di mettere a tacere, inutilmente, la resistenza dei nazionalisti libici. È incredibile e intollerabile che a ventisei anni di distanza dalla sua uscita questo film sia ancora invedibile nel nostro paese, ed infatti la versione che circola è fin troppo artigianale nella (pur meritoria) realizzazione dei sottotitoli. Eppure, una gran parte del cast è italiano, a cominciare dai sempre bravi Raf Vallone (uno dei pochi soldati italiani a non fare la figura del quaquaraquà) e Gastone Moschin (un odioso capo della Milizia). Cn qualche eccesso di retorica, ma con una ricostruzione d'epoca che, anche grazie agli ingenti capitali american-gheddafiani, appare accuratissima, il regista siriano Akkad (ucciso nel 2005 da un attentato terroristico in Giordania) realizza un film che funziona sia per rigore morale che per tenuta spettacolare: vi sono addirittura delle scene quasi splatter, quando i congolati italiani passano sui corpi dei ribelli libici. Ottima la prova - forse una delle migliori della sua carriera - di Anthony Quinn (1915-2001). Buona anche quella di Oliver Reed (1937-1999), anche se non risulta la scelta più indovinata in qualità di interprete del generale Graziani. Rod Steiger (1925-2002), per la cronaca, dopo Mussolini: Ultimo atto (1974), interpreta Mussolini per la seconda volta.

Tag: cinema,guerra,storia

L'Elba del vicino è sempre più verde

by sasso67 (14/10/2007 - 19:05)

N (Io e Napoleone) (Italia/Spagna/Francia/USA, 2006) di Paolo Virzì. Con Elio Germano (Martino Papucci), Daniel Auteuil (Napoleone Bonaparte), Monica Bellucci (la baronessa Emilia Speziali), Sabrina Impacciatore (Diamantina Papucci), Valerio Mastandrea (Ferrante Papucci), Francesca Inaudi (Mirella), Massimo Ceccherini (Cosimo Bartolini), Omero Antonutti (il maestro Fontanelli), Margarita Lozano (Pascalina), Josè Ángel Egidio (Marchand), Achille Brugnini (col. Campbell), Vincent Lo Monaco (gen. Drouot), Vittorio Amandola (il sindaco Egisto Lonzi Tognarini), Emanuele Barresi (il segretario comunale), Carlo Monni (il notaio Bonci Bacelli), Fausto Caroli (Alì), Andrea Cambi (Oreste), Raffaella Lebboroni (la governante), Giorgio Algranti (un servitore), Simone Caroti (il verduraio), Andrea Buscemi (coadiutore), Pietro Fornaciari (il pescivendolo), Giovanni Rindi (aiutante del col. Campbell), Mirko Modesti (Secondo).

Nel 1814, a seguito della sconfitta di Lipsia, Napoleone viene esiliato all'Isola d'Elba. Il giovane maestro Martino Papucci vede nell' ex imperatore il simbolo della tirannide che ha mandato al macello migliaia di giovani europei e progetta di ucciderlo. Scelto come bibliotecario di Napoleone, Martino diventa titubante, perché il sovrano si dimostra persona intelligente e simpatica, e, in più, ha grandi progetti per l'isola e per la sua gente. Alla fine, Martino, deluso, cercherà di realizzare il suo antico progetto, ma sarà troppo tardi: Napoleone ha già lasciato l'isola per la sua ultima avventura che troverà conclusione a Waterloo. Al maestrino non resterà che ripiegare sugli ideali particolari della sua attività commerciale.

Elio GermanoVicenda poco verosimile, ma utile per adombrare parecchi riferimenti al presente, il film di Virzì lascia delusi su quasi tutti gli aspetti. Le allusioni all'attualità (Napoleone ha un passato che fa pensare a Bush jr. e un presente che sembra quello di Berlusconi) sono molto superficiali - si riducono a un "majesté mi consenta" e aun acenno a un improbabile "miracolo elbano" - mentre la tematica delle aspirazioni giovanili e alle disillusioni della maturità Virzì l'aveva già sviluppata, e molto meglio, in Ovosodo (1997). Gli sviluppi narrativi sono spesso forzati e quasi tutti prevedibili, i personaggi troppo incoerenti per essere veri (solo per fare un esempio: Martino odia il tiranno e amoreggia con una baronessa, si atteggia a democratico sulla scia di un suo vecchio insegnate, ma disdegna le attenzioni della servetta innamorata di lui). La ricostruzione d'epoca, accurata fin quasi al kubrickismo, cozza con una popolazione che parla con accento eccessivamente livornese (un pescivendolo giunge ad apostrofare Napoleone dicendogli "te sei un ber ganzo, perché vai ner culo a tutti!"), spesso messo in bocca ad attori di tutt'altra provenienza. Tra gli attori protagonisti, il solo toscano - per la precisione fiorentino - è Ceccherini, peraltro bravissimo. Ma non è certo il cast a rappresentare il problema di questo film: da Germano a Mastandrea alla Impacciatore gli interpreti fanno il loro degnissimo lavoro. Il difetto, si direbbe, è nel manico di una sceneggiatura irrisolta e forzatamente rivolta al presente dell'anno 2006, anziché aspirare all'universale. Sicuramente migliore di film recenti e di ambientazione analoga realizzate dai fratelli Taviani (si pensi a Fiorile e alle Affinità elettive), il film di Virzì ci doveva però risparmiare il carràmba che sorpresa tra Napoleone e la sua nutrice còrsa (Margarita Lozano). Così come è inutile il personaggio della baronessa, affidato a una Bellucci formato esportazione.

Tag: cinema

Il regista di mattoni

by sasso67 (13/10/2007 - 15:54)

Porzûs (Italia, 1997) di Renzo Martinelli. Con Lorenzo Crespi (Geko da giovane), Gianni Cavina (Spaccaossi), Lorenzo Flaherty (Storno da giovane), Gastone Moschin (Geko da vecchio), Gabriele Ferzetti (Storno da vecchio), Giuseppe Cederna (Nullo), Giulia Boschi (Ada Zambon), Mariella Valentini (Albina), Lino Capolicchio (Galvano), Massimo Bonetti (Gobbo), Victor Cavallo (Scabbia), Bruno Bilotta (Dinamo), Pietro Ghislandi (Facciasmorta), Gaston Gortan (Lienki, il russo), Paco Reconti (Rapido), Nicola Russo (Bimbo).

La locandina è bella, il film no.L'eccidio di Porzûs, in Friuli, dove nel febbraio 1945 alcuni partigiani dei G.A.P. (comunisti) uccisero 19 membri della Brigata Osoppo, composta da partigiani d'ispirazione cattolica e socialista. Si trattò di un episodio complesso e controverso, nel quale un movente quasi marginale (l'ospitalità offerta dagli osovani a una giovane donna, denunciata da Radio Londra come spia fascista), funge da casus belli per l'esplosione di mai risolti conflitti sia politici (nazifascisti contro partigiani; partigiani comunisti contro partigiani non comunisti) che nazionalisti (partigiani italiani contro partigiani sloveni). Il film di Martinelli, pur cambiando i nomi dei personaggi, ripercorre fedelmente la vicenda, come riconosce Tullio Kezich (triestino, classe 1928), vicino ai fatti per età e provenienza geografica. Gli eventi vengono ripercorsi attraverso le parole di due protagonisti sopravvissuti, che, ormai anziani, si incontrano in Jugoslavia nel 1980.

Lo stesso Tullio Kezich afferma che il film, andando a riaprire una piaga mai del tutto suturata «ha avviato una proficua discussione, ma i suoi meriti si fermano qui». Ed in effetti il film è di una sciatteria più unica che rara, assai vicina a quella, messa in mostra dallo stesso Martinelli anche nello sciagurato Vajont (2001). Parafrasando chi per strada grida all'autista indisciplinato e/o incompetente "ma chi t'ha dato la patente?" verrebbe da apostrofare il regista milanese con un "ma chi t'ha dato la macchina da presa?". Martinelli, difatti, banalizza una materia altamente drammatica con una messinscena dilettantesca infarcita di errori registici anche marchiani (uno per tutti: Geko da giovane parla con l'accento siciliano di Crespi e da vecchio con l'accento veneto di Moschin), facendo scempio di un cast tecnico-artistico di tutto rispetto (fra gli attori ci sono Bonetti, Cavina, Capolicchio, Cederna ed altri bravi professionisti), con un uso abnorme di musica classica nei momenti topici della narrazione e con l'inusitato utilizzo del morphing per passare da un'epoca all'altra. Perfino i duetti dei due ex partigiani ormai vecchi, interpretati da due attori d'alta scuola teatrale come Ferzetti e Moschin deludono ogni aspettativa, come se i due maestri si stessero rendendo conto di mettere la loro sapienza artistica al servizio di una recita scolastica. Alla sceneggiatura ha collaborato con Martinelli il glorioso Furio Scarpelli che, ormai separato dal fido collega Agenore Incrocci detto Age (1919-2005), deve avervi posto mano - mi si perdoni il bisticcio di parole - con il piede sinistro.

Tag: cinema,storia,politica

Le due giornate di Dida

by sasso67 (13/10/2007 - 14:44)

Due le giornate di squalifica inflitte al portiere milanista Dida, per la sceneggiata di Glasgow durante la partita di calcio Celtic Glasgow - Milan, finita 2 a 1.

Le reazioni nel mondo sportivo e culturale italiano.

Galliani: "Faremo ricorso contro la sentenza. Di tutta questa vicenda, non è stato Dida il protagonista. al massimo si meritava l'oscar come non protagonista".

Berlusconi: "E' l'ennesima conferma che questi giudici, collusi con la sinistra, stanno cercando di mettere fuori gioco il capo dell'opposizione. Come Forza Italia, abbiamo già presentato a Bruxelles una proposta di legge, affinché su tutti i campi di calcio si usi, al posto dei cartellini rossi, la Brambilla".

Abatantuono: "Due giornate a Dida? Si meritava come minimo un'intera tournée".

Albertazzi: "E' il mio allievo prediletto".

Ramaccioni: "Chi? Cos'è successo? Dida? E Albertosi?"

Tag: calcio

Guerra e pece

by sasso67 (13/10/2007 - 14:33)

Nascita di una nazione (USA, 1915) di David W. Griffith. Con Henry B. Walthall (Benjamin Cameron "il piccolo colonnello"), Mae Marsh (Flora Cameron da grande), Lillian Gish (Elsie Stoneman), Spottiswoode Aitken (il dott. Cameron), Josephine Crowell (la signora Cameron), Miriam Cooper (Margaret Cameron), Ralph Lewis (l'on. Austin Stoneman), Elmer Clifton (Phil Stoneman), Sam De Grasse (il sen. Charles Sumner), George Siegmann (Silas Lynch), Walter Long (Gus, il soldato negro rinnegato), Joseph Henabery (Abraham Lincoln), Alberta Lee (la moglie di Lincoln), Donald Crisp (il gen. Grant), Howard Gaye (il gen. Lee), Raoul Walsh (John Wilkes Booth), Tom Wilson (il servo negro di Stoneman), Jennie Lee (la serva negra dei Cameron).

Nella seconda metà dell'Ottocento, l'amicizia di due famiglie americane, una del sud (i Cameron del South Carolina) e una del nord (gli Stoneman della Pennsylvania) è interrotta dall'irrompere della Guerra Civile, causata dalla secessione degli stati confederati del sud, e a sua volta originata dalla volontà degli stati del nord di abolire la schiavitù dei negri (c'è un motivo per cui uso questa dicitura). Finita la guerra con la sconfitta dei Confederati, l'attore di simpatie sudiste John Wilkes Booth uccide il presidente Lincoln, che faceva da garante di un trattamento leale nei confronti degli stati sconfitti. Morto il presidente, a Washington prevale l'ala radicale dei politici abolizionisti che pretendono dure condizioni per gli stati del sud, dove imperversano bande di soldati negri, mentre un politicante mulatto, Silas Lynch, viene addirittura eletto governatore della Carolina del Sud. Alla fine, ristabilito l'ordine grazie alla fondazione e all'intervento del Ku Klux Klan, i rampolli delle famiglie Cameron e Stoneman sposano le rispettive sorelle, gettando le basi per un'America finalmente unita.

Come per i film di Leni Riefenstahl od altre opere di epoca nazista o staliniana, parlando di Nascita di una nazione, bisogna distinguere il piano tecnico-narrativo dall'aspetto ideologico. Anche al di là del puro dato di fatto che Griffith fosse razzista o meno (e sicuramente lo era, essendo figlio di un colonnello confederato soprannominato "Jake Ruggito"), il suo film più noto e di maggior successo è oggettivamente un film razzista e favorevole alla segregazione razziale. E lo è sia dal punto di vista ideologico che realizzativo: se nel primo aspetto i negri sono descritti come pura forza lavoro, cui è consentito al massimo fare i camerieri nelle case dei bianchi e ballare come scimmie per divertire i padroni, e per di più lo scopo del film è di esaltare la funzione "sociale" di una formazione criminale come il Ku Klux Klan, sul piano della realizzazione del film la maggior parte dei personaggi di colore sono recitati da attori bianchi con la faccia coperta da lucido da scarpe, come a voler simboleggiare che i negri non avevano diritto di cittadinanza a Hollywood (e quanto a lungo è durata questa concezione!). Detto tutto il male possibile, dunque, dell'ideologia che sta alla base della nascita di una nazione, bisogna, però, sottolineare, con Mereghetti, che il film di Griffith «resta una pietra miliare della cinematografia per la raggiunta maturità dei mezzi espressivi: il montaggio parallelo, l'alternanza di campi lunghissimi e primi piani, l'attenta caratterizzazione dei personaggi e il perfetto controllo degli attori, le grandiose scene di massa, gli effetti luministici». Se il cinema americano ha avuto, negli ultimi novant'anni, quella posizione predominante dalla quale ha esercitato anche un dominio culturale, politico ed economico su un po' tutto il mondo, è anche grazie a film come questo, che hanno edificato - e si noti su quali basi ideologiche - la potenza di Hollywood, sostenuta su poderose filmografie come quelle di registi quali Cecil B. De Mille e di John Ford, che probabilmente non avremmo avuto senza Griffith.

Non si può certo dare tutta la responsabilità dell'aberrazione ispiratrice di Nascita di una nazione ai romanzi che stanno alla base del film The Clansman e The Leopard's Spots del reverendo battista Thomas Dixon jr.: anche il regista ha ovviamente le sue belle responsabilità. Garantito da quelle libertà di pensiero e d'espressione sulle quali (oltre che sul dollaro) poggiano gli Stati Uniti d'America, Griffith ha tentato di lavarsi le mani ponendo ad epigrafe del suo film alcune citazioni dell'allora Presidente democratico Woodrow Wilson, il padre della Lega delle Nazioni. Probabilmente anche l'uomo politico era un razzista e citarlo più o meno a proposito non aggiunge un barlume di luce a un film tecnicamente sontuoso e ideologicamente bieco.

P.S. La verione che ho visto io, in originale (con didascalie in inglese), dura esattamente 180 minuti.Nascita di una nazione

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agg., s.m.
AD
1 agg., s.m., che, chi appartiene alle diverse razze del ceppo negride, originarie del continente africano, caratterizzate da pelle scura, naso largo e schiacciato, capelli crespi, labbra pronunciate (il termine talvolta è avvertito o usato con valore spreg. e sostituito da nero): popolazioni negre, atleta, cantante n., la tratta dei negri | iperb., lavorare come un n., lavorare duramente, con riferimento alle condizioni di vita degli schiavi negri in America nei secoli scorsi.

mu|làt|to
agg., s.m.
CO che, chi è nato da genitori uno di razza bianca e uno di razza negra.

(http://www.demauroparavia.it/)

Tag: cinema,storia

Fuga dall'ex Italia

by sasso67 (08/10/2007 - 20:03)

La repubblica di San Gennaro (Italia, 2003) di Massimo Costa. Con Gianfelice Imparato (Gennaro Strummolo), Anna Ammirati (Addolorata Strummolo), Lucrezia Lante Della Rovere (Olga), Vincenzo Peluso (Ciro), Aldo Giuffrè (il Professore), Maria Piscopo (Maria), Anita Ruggieri (operaia della maglieria), Federico Rinaldi (Umbertino), Laura Fo (la madre di Umbertino), Alessandra Borgia (Nadja), Francesca Imparato (la figlia di Maria), Carlo Molfese (il Cav. Luigi), Gianluigi Fogacci (Corrado), Ernesto lama (Peppe 'o Luongo), Big Jimmy [Girolamo Di Stolfo] (Totore), Francesco De Rosa (Nicola), Renato Cecchetto (funzionario della riserva), Raffaele Vannoli (un operaio), Mario Patanè (un operaio).

La repubblica di San GennaroNel 2013 un referendum divide in due l'Italia. Nella repubblica del nord rimangono tanti meridionali che al sud non si vogliono riprendere. Questi vengono dunque rinchiusi in casermoni che fungono da riserve come gli indiani in america. Il povero Strummolo si finge oriundo tedesco (facendosi chiamare Strum) e frequenta dei corsi per diventare lumbard, innamorandosi della controllora Olga. Ma alla fine la napoletanità viene allo scoperto e non resterà che un'azione di forza: fuggire in Jugoslavia e, fingendosi profughi, tornare in Italia con un barcone e chiedere asilo politico.

L'idea, almneno sulla carta, non era male. Peccato che Imparato, autore del soggetto, e il regista non sappiano trarne un risultato migliore. Il film è infatti macchiettistico e, nonostante la simpatia del protagonista sfigatissimo, nonché l'insospettabile bravura dell'ex monella brassiana Anna Ammirati, non si esce da un bozzettismo fantapolitico che intreccia una sottomarca di Orwell con lo strapaese di Luciano De Crescenzo.

«Supertrash Vincenzo Peluso e Lucrezia Lante della Rovere in versione sadonazi che ballano il tango.» Emiliano Morreale, FilmTV.

Tag: cinema

Stupro al cinema

by sasso67 (07/10/2007 - 18:29)

Il branco (Italia/USA, 1994) di Marco Risi. Con Giampiero Lisarelli (Raniero, detto Caruba), Ricky Memphis (Pallesecche), Giorgio Tirabassi (er Sòla), Salvatore Spada (Ciccio), Luxa Zingaretti (Ottorino), Natale Tulli (Sor Quinto), Angelika Krautzberger (Marion), Tamara Simunovic (Sylvia), Vittorio Amandola (il padre di Raniero), Sasha Altea (Esterina).

Nella provincia laziale, il giovane Raniero attende di essere chiamato nei Carabinieri e, nel frattempo, frequenta compagnie poco raccomandabili. Una sera viene coinvolto dagli "amici" nello stupro di due autostoppiste tedesche.

Il branco è uno dei peggiori film della storia del cinema italiano, e non tanto perché è insistente e disturbante nel mostrare una violenza reiterata e continuata da parte di un gruppo di ragazzi di una provincia lontana dal mondo, ma perché il film di Risi è brutto, concepito male e realizzato peggio. Se i primi quindici - venti minuti, con la descrizione, seppure sommaria, dell'ambiente in cui vive il protagonista e in cui matura lo stupro di gruppo, può passare, il resto è veramente orribile. Probabilmente c'era materia per un cortometraggio o, al massimo, per un episodio. La sensazione, a un certo punto, è che il soggetto, sebbene tratto da un romanzo - che non viene voglia di leggere - di Andrea Carraro, non sappia più da che parte andare a parare. Gli attori stessi sembrano spaesati, e i soli Zingaretti e Tirabassi salvano la pellaccia da un totale disastro. La descrizione della decadenza morale (ma forse siamo su un piano perfino peggiore) di un paesino di provincia non è campata in aria e, col senno di poi, sembra di assistere a una premonizione del terribile delitto di Arce (FR), avvenuto nel 2001. Su questo piano, almeno, il film di Risi non viene meno al proprio compito di denuncia sociale, ma è proprio in quanto opera cinematografica che denuncia tutta una serie di limiti difficilmente prevedibili nell'autore di opere fondamentali per il nostro cinema come Mery per sempre (1989), Ragazzi fuori (1990) e Il muro di gomma (1991). La scena del rave paesano con stupro incorporato non sta né in cielo né in terra e grida vendetta davanti agli dei del cinema.

Tag: cinema

La CIA batte dove il dente duole

by sasso67 (07/10/2007 - 17:43)

002 agenti segretissimi (Italia, 1964) di Lucio Fulci. Con Franco Franchi (Franco), Ciccio Ingrassia (Ciccio), Aroldo Tieri (il dentista), Ingrid Schoeller (la moglie del dentista), Luca Sportelli (il capo dei servizi segreti americani), Carla Calò (l'agente russa), Annie Gorassini (la cameriera), Enzo Andronico e Nino Terzo (agenti russi), Poldo Bendandi (capitano russo), Pietro Ceccarelli (torturatore cinese).

Due deficienti (Franco e Ciccio, ovviamente) sono inconsapevolmente ingaggiati dai servizi americani, che incapsulano in un dente di Franco una falsa formula, come specchietto delle allodole per i servizi segreti russi e cinesi, che, data l'insulsaggine dei due, dovranno impadronirsi velocemente della formula sbagliata. L'imprevedibilità dei due idioti spiazza, però, gli agenti segreti di tutto il mondo, anche se alla fine gli americani si accorgeranno di avere incapsulato nel dente di Franco la formula giusta.

Si tratta di una pura e semplice parodia dei primi film con protagonista l'agente 007. Pur realizzato con due lire, il film risulta sufficientemente divertente, anche perché mette a confronto due personaggi sempliciotti con situazioni che coinvolgono l'ordine mondiale. Da schiantare dalle risate quando Franco dialoga con il cervellone elettronico della CIA, chiamandolo "signor jubbòcchiso".

Fiorentina - Juve

by sasso67 (07/10/2007 - 17:42)

Pareggio tutto sommato giusto, con qualche episodio dubbio per parte a determinare gli episodi decisivi della partita. Il gioco è stato abbastanza duro ma tutto sommato corretto per tutta la partita, anche se nel finale i giocatori si sono innervositi. Per fortuna il tutto è avvenuto a pochi minuti dal triplice fischio, perché l'arbitro non è sembrato in grado di tenere in pugno l'ordine del match (nel finale Vieri meritava l'espulsione).

A titolo informativo, riporto dal sito della Fiorentina la descrizione dell'esecuzione del calcio di rigore da parte di Mutu. Chi ha seguito la partita, sa che il tiro forte del romeno è stato sfiorato da Buffon, che, però, non è riuscito a deviare sufficientemente la palla. Ecco cosa dice il sito viola:

87' Goal su rigore Mutu A.
  87' Mutu spiazza Buffon con uno splenidido calcio di rigore.

Tag: calcio

Elmore Leonard - Hot Kid

by sasso67 (06/10/2007 - 17:43)

Elmore Leonard, Hot Kid, Einaudi, 2006, pp. 313, € 14,50

«Resto sempre meravigliato quando qualcuno mi viene a parlare di una certa idea in un mio libro. Certo, ci può essere un tema, ma io non me ne rendo conto, perché quando scrivo un romanzo lo faccio per scoprire cosa succede, per scoprire cosa fanno i personaggi» (Elmore Leonard, intervista a Fabio Zucchella su PULP #65)

Oklahoma, gli anni della Grande Depressione. Il giovane Carlos Webster ha - rivelatasi quando era ragazzino - la vocazione a diventare poliziotto, anzi: il poliziotto più famoso d'America. Il suo coetaneo Jack Belmont, figlio di un miliardario, mancandogli invece una vocazione, aspira a diventare il criminale più famoso d'America. Poi c'è la giovanissima Louly, aspirante fidanzata di Pretty Boy Floyd, notissimo criminale. E c'è, infine, Tony Antonelli, che rende immortali le gesta di poliziotti e criminali, diventando anch'egli stesso parte della leggenda.

Non lo so se Hot Kid sia il capolavoro di Elmore Leonard, essendo il primo romanzo dello scrittore americano che leggo. Di sicuro, posso dire che non mi sembra un capolavoro della letteratura. È anche vero che non amo particolarmente la letteratura noir, ma se un libro è scritto particolarmente bene ed esce dai confini del genere non esito ad apprezzarlo. Si tratta indubbiamente di un buon romanzo, teso e secco, particolarmente ben dialogato, che si legge bene dall'inizio alla fine, ma senza guizzi che facciano gridare al miracolo letterario. Del resto, come ammette lo stesso Leonard "io non faccio mai uso di metafore [...] soprattutto perché non sono capace di usarle bene". A parte il merito di essere un noir ben fatto, Hot Kid ha il merito - ma questa è una caratteristica di un po' tutti i romanzi, perfino di quelli di Moccia - di dirci qualcosa sulla società e sui tempi di cui parlano, in questo caso sull'America della Grande Depressione. In particolare sulla provincia americana, quella che generalmente non viene raccontata dal cinema hollywoodiano, quella che sta negli enormi spazi che stanno tra i due poli rappresentati da Los Angeles e New York. Qui si parla di una società, ancora profondamente colpita dal crack di Wall Street, ma beneficiata in alcuni possidenti fondiari dalla scoperta del petrolio che costruisce alcune improvvise fortune, gettando, però, alcuni figli di quest'America profonda nella confusione. Allo stesso tempo, si diffondono, in questa periferia americana, attraverso le riviste specializzate, le leggende sui grandi criminali che scorrazzano a bordo di automobili rapinando le banche (Dillinger, Pretty Boy Floyd, Bonnie e Clyde), e sui poliziotti che danno loro la caccia. Al di là di questo, si può andare a vedere le caratteristiche dei singoli personaggi, le cause lontane ed i meccanismi che li spingono sulla strada che intraprendono. Il poliziotto Webster, ad esempio, è figlio di una cubana (morta quando lui era piccolissimo) e si porta dietro un nome, Carlos, che egli muta nel più anglofono Carl, ma è anche flglio di un uomo che da giovane è stato fuciliere, ed eroe, nella guerra ispanoamericana del 1898. Jack Belmont, figlio di un miliardario, non è accettato dalla propria famiglia, che lo ritiene responsabile dell'infermità che ha colpito la sorellina.

C'è da stigmatizzare la superficialità con la quale l'Einaudi ha mandato in libreria questo romanzo, con una serie di refusi quasi inspiegabili e, a memoria mia, senza precedenti per la casa editrice torinese. Soltanto tra pagina 72 e pagina 73, a parte un "affittava camere a di Kansas City", si assiste a un Joe Young che all'improvviso diventa Jim Young, all'età di Louly Brown che nel capitolo Cinque non quadra mai, a un Oris (Belmont) che una volta diventa Otis e un'altra, addirittura, Orin (e per fortuna che non si tratta di una donna), e alla località di Coalgate che si trasforma in Colgate, neanche fosse un dentifricio. In più, sia all'inizio che alla fine del romanzo, ci viene elargito un bel "dò" (prima persona singolare dell'indicativo presente del verbo dare) di petto. Colpa del traduttore o meno, l'editore avrebbe dovuto controllare meglio.

Tag: libro,romanzo

Brutto, sporco e strozzino

by sasso67 (06/10/2007 - 15:01)

L'amico di famiglia (Italia, 2006) di Paolo Sorrentino. Con Giacomo Rizzo (Geremia De Geremei), Fabrizio Bentivoglio (Gino), Laura Chiatti (Rosalba De Luca), Luigi Angelillo (Saverio, il padre di Rosalba), Clara Bindi (la madre di Geremia), Roberta Fiorentini (la madre di Rosalba), Fabio Grossi (il cognato di Saverio), Giorgio Colangeli (Massa), Luisa De Santis (Silvia), Marco Giallini (Attanasio), Geremia Longobardo (Giacomo), Alina Nadela (Belana), Lucia Ragni (la cassiera), Barbara Scoppa (Tiziana Senatore), Barbara Valmorin (la nonna del bingo), Lorenzo Sorrentino (il nipote dell'anziana), Francesco e Nicola Grittani (i gemelli Contessa).

Nella notte dell'Agro Pontino, tra le architetture da pittura metafisica delle città costruite in epoca fscista, si muove, gobbo e furtivo, un ometto con un braccio ingessato, un cappotto di cammello sulle spalle e un sacchetto della coop in mano. È Geremia De Geremei, un usuraio, colui che, nei momenti di difficoltà economica, diventa indispensabile e fastidioso come un amico di famiglia.

Il difetto principale dell'Amico di famiglia - diciamolo subito - è rappresentato dalla constatazione che non rappresenta un passo avanti di Sorrentino rispetto a L'uomo in più e a Le conseguenze dell'amore. Costituisce, probabilmente, un (riuscito) film di passaggio per uno dei pochi autori del nostro cinema, uno dei rarissimi che, come dice Gianni Canova "sa pensare visivamente". E qui la critica alla società italiana si interseca a uno stile che, anche grazie alla fotografia di Luca Bigazzi, sa unire il surrealismo buñueliano (la suora sepolta nella sabbia fino al collo, lo spaventapasseri nella palude) all'espressionismo di Wiene e Murnau (la traballante figurina che scorrazza per la città di notte). Nel film di Sorrentino vi sono delle forzature, ma anche delle idee forti e delle sequenze che paiono in sordina, ma sono fondamentali, come quella della pesca, quando Gino chiede a Geremia se loro due siano amici.

Il messaggio fondamentale del film, comunque, mi sembra essere che se in Italia ci sono tanti usurai, uguali o diversi (molto più spesso diversi) da Geremia, è perché c'è tanta gente che, pur schifandoli in teoria, li cerca. E il vero mostro, si badi, non è Geremia, con la sua ricerca della purezza e della bellezza (la figura della sposina Rosalba, effimera Miss Agro Pontino), con il suo stile di vita quasi miserabile (la sua casa è umida, agli ospiti non offre mai più che acqua corrente, viaggia suna FIAT 127 anni settanta, che definire vintage è un complimento) e con un suo pur perverso codice morale, che prevede, sì, l'intimidazione e la violenza fisica nei confronti dei debitori, ma anche la valutazione "etica" sulle ragioni della richiesta di denaro: così, l'usuraio dà immediatamente i soldi, quasi senza garanzie, alla vecchietta che gli dice di averne bidogno per le cure contro il tumore che la sta divorando, salvo incazzarsi, giustamente, quando scopre che la donna è un'accanita frequentatrice delle sale bingo.

Il film deve molto della sua riuscita alla prova del bravo Giacomo Rizzo, un attore di scuola napoletana che il cinema italiano ha utilizzato poco e male: avuta qualche particina in film di autori importanti (il Decameron di Pasolini, Novecento di Bertolucci, perfino Che cosa è successo tra mio padre e tua madre? di Billy Wilder), la sua carriera cinematografica è trascorsa soprattutto tra marmittoni alle grandi manovre e professoresse di scienze naturali. Buona anche la prova di Bentivoglio, il cui personaggio sembra un'evoluzione del trafficone che aveva interpretato più di quindici anni fa in Americano rosso di D'Alatri.

Resta un unico, piccolo seppure fastidioso, dubbio: perché l'usuraio deve per forza avere un nome ebraico?

Tag: cinema

Il segno di Xorro

by sasso67 (05/10/2007 - 20:56)

I nipoti di Zorro (Italia, 1968) di Marcello Ciorciolini. Con Franco Franchi (Franco La Vacca), Ciccio Ingrassia (Ciccio La Vacca), Dean Reed (Rafael de la Vega/Zorro), Franco Fantasia (Don Diego de la Vega), Agata Flori (Carmencita), Mario maranzana (il giudice Ramirez), Ivano Staccioli (il falso capitano Martinez), Carlo Gaddi (il vero capitano Martinez), Pedro Sanchez (il sergente Alvarez), Carlo Taranto ed Enzo Andronico (i truffatori), Umberto D'Orsi (il capitano della nave), Pietro Ceccarelli (il boia), Lino Banfi (un cercatore d'oro).

 Franco e Ciccio La Vacca, dalla natìa Sicilia, emigrano in California con l'obiettivo di fare i cercatori d'oro. Li ospita uno zio messicano, di nome Don Diego de la Vega, che in gioventù ha vestito i panni e la maschera di Zorro, ereditati poi dal figlio Rafael.

Non sarà il miglior film di Franchi e Ingrassia, ma i momenti di sano divertimento non mancano, come quando i due incontrano Zorro o la coppia di truffatori che offrono sempre un sigaro. Il capolavoro di disarmante umorismo demenziale si raggiunge quando Franco, travestitosi da Zorro per amore della bella Carmencita, innamorata del bandito, richiesto di lasciare il famoso segno di Zorro, la Z, scrive con la spada, invece, una X, e poi si giustifica dicendo "analfabeta sonooo!". Un film senza altra pretesa che quella di far ridere, riuscendoci discretamente.

"Le sfruttate avventure di Zorro sono uno spunto per i due comici che riescono a dar vita a momenti di ilarità [...]". ("Segnalazioni Cinematografiche").

Ciambellana

by sasso67 (03/10/2007 - 20:31)

Due bianchi nell'Africa nera (Italia, 1970) di Bruno Corbucci. Con Franco Franchi (Franco), Ciccio Ingrassia (Ciccio), Francy Fair (Frida Krauser), Alfredo Rizzo (Otto Krauser), Enzo Andronico (Miguel Berrendero), Herbert Silvester (Tarzan), Gino Pagnani (il mercenario portoghese), Luciano Catenacci (Sette).

Inservienti in un circo, Franco e Ciccio partono per l'Africa al seguito di un cacciatore di animali esotici, che li vuole con sé dato che Franco è capace di comunicare con l'intelligentissimo scimpanzè Filiberto. I due, ovviamente, finiranno in un mare di guai, soprattutto a causa del losco trafficone spagnolo Miguel Berrendero, che prima li venderà a un mercenario tedesco e poi a una tribù di cannibali.

L'umorismo di questa commedia è da cinema parrocchiale, tanto ingenuo da sembrare nato dagli sketch che fanno i pagliacci al circo. Franco e Ciccio, infatti, partono per l'Africa per amore della bella Frida, la quale, una volta giunta nel continente nero, se la svignerà con il muscoloso Tarzan. Franco parla e comunica con Filiberto da pari a pari ed il momento della lettera che lo scimpanzè scrive all'amico umano, comunicandogli la sua rinuncia a tornare in Europa, perché nella savana ha trovato la sua vera casa, è addirittura commovente.

Per me, però, questa farsa dal contenuto vagamente ecologista, è davvero commovente, anche perché mi ha fatto l'effetto della madeleinette proustiana: quando ho sentito il tedesco maccheronico pronunciato da Alfredo Rizzo (1902-1991), che esigeva la presenza dello "scimpanzo" e, alla fine, dalla nave, gettava alla figlia una "ciambellana" (ed in fondo le madeleinettes sono pur sempre dei dolci, anche se non hanno il buco come le ciambelle), sono tornato quattrenne.

«Il film è di una tenerezza paurosa con le sue vecchie gag e le sue battute per bambini» (Marco Giusti, Stracult, 2004)

Faccia di morto

by sasso67 (03/10/2007 - 19:47)

Un mostro e mezzo (Italia, 1964) di Steno. Con Franco Franchi (Franco/Cesarone), Ciccio Ingrassia (il professore), Alberto Bonucci (il prof. Carogni), Margaret Lee (Christine), Lena von Martens (la signora Marini), Susan Clemm (la contessa), Giuseppe Pertile (il direttore del carcere), Consalvo Dell'Arti (il vicedirettore del carcere).

In Francia un ladruncolo di origine siciliana ruba una valigia a un professore che fa strani esperimenti sui cadaveri. Sarà scambiato per un maniaco assassino ed arriverà a meno di un passo dalla ghigliottina...

Un horror comico demenziale, dieci anni in anticipo su Frankenstein Junior, ma anche meno bello e e divertente del film di Mel Brooks. Franco imperversa: prima finisce sulla ghigliottina, poi subisce un trapianto facciale che dovrebbe farne il sosia dell'Aga Khan e invece lo rende uguale a un rapinatore di banche. Ma anche Ciccio ha una parte meno evanescente del solito. Originariamente scritto per la strana, ed effettivamente impossibile coppia Totò - Boris Karloff, il film di Steno è uno di quelli sui quali non si possono fare analisi semiologiche: nei limiti della farsaccia parodica, è abbastanza divertente. Rispolverabile.

"Strampalata, approssimativa ma in certi momenti irresistibile parodia dei film dell'orrore, che più della corretta e un po' sbiadita regia di Steno, autore anche di soggetto e sceneggiatura, si avvale dei lazzi, dei giochi di parole e delle smorfie di Ciccio & Franco, incompreso tandem di geni, degno del'antica commedia dell'arte". (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 28 aprile 2001)

Il "Jacket" de' noantri

by sasso67 (03/10/2007 - 19:28)

Soldati - 365 all'alba (Italia, 1987) di Marco Risi. Con Claudio Amendola (Scanna Claudio), Massimo Dapporto (tenente Fili), Ivo Garrani (il colonnello), Alessandro Benvenuti (Buzzi), Antonino Juorio (Marini), Claudio Botosso (Adalberto, il dottore), Angelo Cabiddu (Cabiddu Angelo), Agostina Belli (Anna Fili), Pietro Ghislandi (Del Grillo Dario), Manlio Dovì (Sciaffa Salvatore), Antonella Ponziani (Annina), Ernesto Lama (Esposito Antonio), Roberto Cavosi (Marasca Alvise), Ugo Conti (sergente Gallo), Enrico Papa (tenente De Lorenzo), Cristina Gentile (Luisa), Alessandro Cavalieri (il "ternano puro"), Giovanni Pellegrino (Arcuti), Sergio Di Pinto (l'infermiere), Sandro Ghiani (caporale Porcu).

Un normale, terribile, anno di naja in una caserma del Friuli, ai tempi - sembra cent'anni fa ma non lo è - della coscrizione obbligatoria.

Nell'anno di Full Metal Jacket, penultimo film di Kubrick, in Italia esce quest'operina, che, tuttavia, colpisce nel segno. Non è ancora un film dirompente, come sarà, appena due anni dopo, Mery per sempre, però Marco Risi è già lanciato sulla strada che lo porterà a realizzare alcuni tra i film italiani (forse non più belli, ma) più importanti del periodo a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta: Mery per sempre (1989), Ragazzi fuori (1990) e Il muro di gomma (1991). È vero, lo stile è ancora un po' troppo televisivo (all'inizio sembra di assistere a una versione su grande schermo, e appena più seria, dei Ragazzi della terza C) e il carattere dei personaggi scolpito con la piccozza (buonissimo Scanna, cattivissimo Fili), però Risi, sulla scia di polemiche suscitate all'epoca da alcuni suicidi avvenuti nelle caserme tra i militari di leva, realizzò un film che, quanto meno, provocò polemiche vive e s'inserì in un dibattito sentito nel paese (che porterà, in anni più recenti, all'abolizione definitiva della naja).

Buone le interpretazioni, in particolare - ed era prevedibile - quella di Massimo Dapporto.

Tag: cinema

Animali inutilmente esagitati

by sasso67 (02/10/2007 - 00:18)

Animali pazzi (Italia, 1939) di Carlo Ludovico Bragaglia. Con Totò (Totò/il barone Tolomeo de' Talamei), Luisa Ferida (Maria Luisa), Calisto Bertramo (Fabrizio, il maggiordomo), Lilia Dale (Ninetta), Dina Perbellini (la direttrice della clinica), Bianca Stagno Bellincioni (zia Elisa), Claudio Ermelli (il notaio), Raffaele Giachini (il pretendente), Cesare Polacco (il creditore), Pina Gallini (la proprietaria del cavallo pazzo), Giuseppe Pierozzi (il veterinario).

Il barone Tolomeo de' Talamei deve sposare la cugina Ninetta entro due giorni, per accedere all'eredità di una vecchia zia, altrimenti il ricco patrimonio finirà a una clinica per animali malati di nervi. Il barone, già legato ad un'altra gelosissima donna, trova un suo sosia, Totò, un miserabile costretto alla canna del gas (che ovviamente gli è stato tagliato), e lo convince a spacciarsi per lui per un giorno, in attesa che il barone stesso possa fare un blitz e sposare la cugina.

Il film, il secondo di Totò, ha qualche momento divertente, e mostra di quali movimenti da marionetta sia capace il comico napoletano, ma nel complesso è poco riuscito, e la regia di bragaglia non riesce minimamente a sfruttare il soggetto e la sceneggiatura di stampo surrealista dovuti ad un autore geniale come Achille Campanile. Probabilmente Totò era fin troppo ingabbiato in un meccanismo pieno zeppo di battute che, però, non erano le sue, anche se, con ogni probabilità, l'attore riuscì a trarre partito dall'esperienza a contatto con un umorista come Campanile. Esagitato ma fiacco.

Archivio Ottobre 2007