I capolavori nascosti (2)
by sasso67 (29/11/2007 - 23:52)
dal sito Morelli's Movie Guide
Tetris - Il film
Megaproduzione da 300 milioni di dollari, interamente ispirato alla trama dell'omonimo videogioco, "Tetris" si affida alla regia visionaria di Barry Levinson e ad un cast d'eccezione: Robin Williams, Jeff Bridges, Carrie Ann Moss, Ian McKellen e Jeremy Irons, quest'ultimo nella parte dell'odioso pezzo a "Z" che uno non sa mai dove mettere. Flop inevitabile al botteghino, resta comunque da segnalare la bella colonna sonora, in cui spicca l'originale riarrangiamento con trombe e tromboni del noto motivetto, realizzato da John Williams poco prima di diventere completamente sordo.
(Guglielmo)
Travellones Viados
Provocatoria opera prima di Pablo Almunia ambientata nelle sordide perferie di Madrid, in cui si racconta la grottesca vicenda di Rosario (Penelope Cruz), un transessuale brasiliano che si è fatto impiantare un secondo organo sessuale maschile in una zona imprecisata del corpo, che scopriremo solo alla fine del film (il tallone). La fotografia, a cura del maestro Cesar Prates, esalta la brillantezza dei colori e le tonalità calde (rosso, rosso fuoco, granata, carminio e sangue di piccione), rimarcando il tono surreale dell'opera e producendo nello spettatore un persistente e fastidioso mal di testa.
(Guglielmo)
Duro Ramo e Stretta Via in vacanza nell'Hotel dell'Oriente porcone
Insulso biopic che racconta la vera storia di Hongwen Qing (Arnulfa Knightsley) e Wang Chunqiao (Isaiah Menendez), la coppia di scienziati cinesi inventori delle mutande imbottite di carbone attivo, per catturare i cattivi odori prima che si diffondano nell'atmosfera. Logica narrativa piuttosto confusionaria e oscura, se solo si considera che 85 dei 90 minuti della pellicola riguardano l?incontro del tutto casuale di un cugino di secondo grado di Chunqiao con un suo vecchio compagno di scuola delle elementari.
(Guglielmo con Marco B.)
Jason vs i Comunisti (Friday the 13th Part XVIII - Jason vs Communists)
La diciottesima avventura di Jason si svolge in Italia. Il cadavere del temuto killer di Cristal Lake viene segretamente portato a Roma da alcuni cospiratori comunisti. Siamo in piena campagna elettorale e i comunisti hanno intenzione di resuscitare Jason per scagliarlo contro i candidati della Casa delle Libertà, vincendo così le elezioni con l?inganno e la violenza, come al solito. Qualcosa, però, va storto: Jason, ormai nel pieno delle sue forze, si rende conto della malvagità sconfinata dei comunisti e decide di trucidarli tutti. Catturato da una pattuglia di carabinieri, riesce a farla franca grazie all?elezione come senatore nelle liste di Forza Italia. Regia stanca dell?italiano Grazzottini (già autore di IperFantozzi, quarantaduesimo episodio della serie) e sceneggiatura pesantemente rimaneggiata dai produttori della Medusa Film di Berlusconi. La tagline sul poster: ?This summer, terror votes for hammer and machete?.
(Sasha e Filippo)
Attenzione, bimbi radioattivi!
by sasso67 (29/11/2007 - 23:51)
Hallucination (GB, 1962) di Joseph Losey. Con Macdonald Carey (Simon Wells), Shirley Anne Field (Joan), Viveca Lindfors (Freya Neilson), Alexander Knox (Bernard), Oliver Reed (King), Walter Gotell (il maggiore Holland), James Villiers (il capitano Gregory), James Maxwell (Talbot), Rachel Clay (Victoria).
In una cittadina balneare britannica, un attempato americano e una ragazza inglese, in fuga d'amore dal presunto fratello (ma più probabile fidanzato) di lei, incappano in una grotta in cui i servizi segreti tengono segregati alcuni bambini radioattivi, frutto di un esperimento atomico/genetico.
Intitolato in originale The Damned, cioè I dannati (o meglio: I condannati), questo non è certo uno dei migliori film di Losey. Ispirato da un ideale politicamente giusto, da un umatarismo pacifista dal quale è difficile poter dissentire, specialmente in un periodo nel quale la guerra atomica appariva un'eventualità tutt'altro che remota (il 1962 è l'anno della crisi dei missili di Cuba), Hallucination soffre di mancanza di unitarietà: in sede di sceneggiatura non si è riusciti ad amalgamare sufficientemente la mediocre storia d'amore (o la storia di un amore mediocre) con il racconto di fantascienza. E perfino il tragico destino dei bambini, per come è gestita tutta la faccenda, non sembra interessare granché né ai protagonisti né al regista. Non che nel film sia tutto negativo, intendiamoci; è che non vi si ritrova quella maestria registica che Losey saprà riversare, appena un anno dopo, nel Servo. Anche qui, forse, come in Cerimonia segreta, si avverte l'assenza di un copione all'altezza; come George Tabori, neanche lo sceneggiatore Evan Jones ha la finezza narrativa di Harold Pinter, e, forse per questo, si assiste a forzature e a momenti eccessivamente didascalici, nei quali la metafora diventa fin troppo scoperta: ed ecco i contrasti, purtroppo scontati, tra la libertà della scultrice («se sapessi cosa rappresentano le mie statue, non le scolpirei», afferma) e l'ottusità di funzionari e poliziotti.
In ogni caso, anche nei film meno riusciti, vale sempre la pena di vedere il compianto Oliver Reed (1938-1999), qui giovanissimo e forse ancora da sgrossare da qualche orpello di derivazione teatrale (come quando, dopo avere ucciso un poliziotto, appoggia per un attimo una mano e la testa a uno scaffale, stringendo gli occhi in segno di rimorso).
Giudizio sul film: sufficiente.
300 (secondo palomba)
by sasso67 (29/11/2007 - 23:50)
treppiotte
"ERAN TRECENTO,
ERAN GIOVANI E FORTI,
LAMIO SEPORTI"
trecento parla de nagguera antica teribbilissima chenfatti cestà erpopolo delli spartesi che èffamoso intutto ermonno perché cià iguerieri dopati che sò gonfi come cocommeri che deveno combatte contro lesercito dedorceggabbana allora erré spartese che è uncoatto dice cuesti ifamio cabbrio cuesti siimagmamo iedamodupizze eselimettemio inzaccoccia enfatti poi vanno armare effanno lafamosa battaiia dii pornofili chenfatti sottutti mezzi nudi effanno nammucchiata teribbile e ispartesi coatti stanno avvince eppiano pecculo lesercito dedorceggabbana iedicheno ecose teribbili iefanno ergesto collorecchio enfatti allora poi erré dedorceggabbana sencazza eddice aregà maché davero? famoiie lamessa impiega asticuattro buzzurroni burini che sevestono da upim allora poi lammucchiata diventa sempre più teribbile esse staccheno iditideemano ibbracci semozzicheno iporpacci sestaccheno lecapoccie se sdrumeno sesgraffieno tutti poi però fanno ercontrollo antidopping e ispartesi perdeno.
chenfatti lantro giorno stavo ammorì decapitato. stavo accombatte contro na persiana.
ventiseim'arzodumilessette
(Roxy sala Rubino 20.30, fila C posto 1)
Da Montelupo si vede Capraia...
by sasso67 (28/11/2007 - 18:24)
Panico a Needle Park (USA, 1971) di Jerry Schatzberg. Con Al Pacino (Bobby), Kitty Winn (Helen), Alan Vint (detective Hotch), Raul Julia (Marco), Richard
Bright (Hank), Paul Sorvino (Samuels), Vic Ramano (Santo), Sully Boyar (il dottore).
Helen, ragazzina di New York, s'innamora del ladruncolo drogato Bobby, che la costringe a prostituirsi per comprarsi la "roba" e per restare nel giro. Quando viene sequestrata una grossa partita di droga e c'è penuria di polverina a Needle Park, la ragazza cederà al ricatto della polizia e consegnerà Bobby, che nel frattempo è diventato uno spacciatore di medio calibro. Ma, come si dice in Toscana, "da Montelupo si vede Capraia, Dio li fa e poi li appaia". Il primo ruolo importante per Al Pacino, che qui recita un personaggio che riporta alla mente il Rico interpretato da Dustin Hoffman in Un uomo da marciapiede. L'attore newyorkese lavora qui per Schatzberg, uno dei registi che rappresentò la speranza della New Hollywood. Qui Alfredino gigioneggia fin troppo, e infatti al Festival di Cannes del 1971 fu premiata la sua partner Kitty Winn. Insomma, il film non è perfettamente riuscito, e nemmeno Pacino riesce ancora a trovare la misura giusta: siamo lontani dal Padrino e da Quel pomeriggio di un giorno da cani, ma il film si può vedere, anche grazie all'ottima fotografia di Adam Holender.
Al reverendo non far sapere...
by sasso67 (26/11/2007 - 20:53)
Omicidio al neon per l'ispettore Tibbs (USA, 1971) di Gordon Douglas. Con Sydney Poitier (l'ispettore Virgil Tibbs), Martin Landau (rev. Logan Sharpe), Barbara MacNair (Valerie Tibbs), Anthony Zerbe (Rice Weedon), Edward Asner (Woody Garfield), Jeff Corey (il capitano Marden), Norma Crane (Marge Garfield),
Beverly Todd (Puff), Juano Hernandez (Mealie Williamson), Linda Towne (Joey Sturges), George Spell )Andy Tibbs), Wanda Spell (Ginger Tibbs).
L'omicidio di una prostituta, del quale è accusato un sacerdote amico dell'ispettore Tibbs, sembra in realtà coprire un losco giro di droga e usura. La verità, però, come spesso accade, è più prosaica.
All'inizio degli anni settanta l'ispettore Tibbs diventa un poliziotto come tanti altri. La sue rivendicazioni razziali si sono assopite: almeno apparentemente, a San Francisco, nessuno contesta l'autorità del poliziotto per il colore della sua pelle. Non siamo nel profondo sud della Calda notte, ma nella progressista (eh? quella che ha eletto Schwarzenegger governatore?) California e l'unico aspetto in comune con il film di Jewison è che risulta più importante l'atmosfera che non la trama "gialla". Del resto, qui, più che nel giallo classico, come genere siamo nel noir (come tema letterario e non razziale), e se La calda notte si riallacciava idealmente a Indovina chi viene a cena (entrambi i film sono del 1967), con Omicidio al neon siamo dalle parti di Raymond Chandler, seppure riveduto e corretto alla luce della nuova epoca scaturita dalle proteste culminate con il 1968. Ovviamente, non siamo ai livelli del capostipite tibbsiano: mancano troppe cose, dall'atmosfera sudaticcia del Mississippi al rude Rod Steiger. Siamo, qui, di fronte a un ispettore Tibbs più intimista, diviso tra la necessità di giungere alla verità, a costo di incastrare un amico di vecchia di data - per di più un religioso, impegnato nel sociale - e i problemi che gli danno i figli: a un certo punto, Tibbs, così sicuro di sé nella vita professionale, sembra incapace di trovare il bandolo della matassa in famiglia. Un film comunque riuscito, grazie al buon professionismo che lo sostiene. A parte Poitier (doppiato, come Sean Connery, da Pino Locchi), ottimi i caratteristi, dal viscido Zerbe al solido Corey, senza dimenticare il "fantascientifico" Martin Landau.
Vipere di nido
by sasso67 (26/11/2007 - 20:16)
Il corvo (Francia, 1943) di Henri-Georges Clouzot. Con Pierre Fresnay (il dott. Remy Germain), Pierre Larquey (il dott. Michel Vorzet), Ginette Leclerc (Denise
Saillens), Héléna Manson (Marie Corbin, l'infermiera), Micheline Francey (Laura Vorzet), Sylvie (la madre del moribondo), Noël Roquevert (Saillens, l'insegnante), Jean Brochard (Bonnevie, il tesoriere dell'ospedale), Pierre Bertin (il sottoprefetto), Roger Blin (François, l'ammalato del 13).
Una tranquilla cittadina della provincia francese è sconvolta da una serie di lettere anonime, firmate "Il Corvo", che spargono veleno sulle persone più in vista, ed in particolare su coloro che stanno intorno al dottor Germain, del locale ospedale.
Giallo quasi (ma solo formalmente) metafisico: in rtealtà il film tira fuori piccoli e grandi drammi della cittadina presa di mira dal Corvo. Il film di Clouzot è una crudelissima satira, nel senso che il termine aveva ai tempi dello scrittore romano Giovenale. Nonostante tutto (anche nonostante il fatto che il film fu realizzato durante l'occupazione tedesca, cosa che provocò un lungo ostracismo contro il regista), Il corvo non è un film cupo, ma riesce ad offrire sprazzi di umorismo, seppure contaminato da una punta di cattiveria.
Non entrate in quella casbah
by sasso67 (26/11/2007 - 19:48)
Il bandito della Casbah (Francia, 1937) di Julien Duvivier. Con Jean Gabin (Pépé Lé Moko), Mireille Balin (Gaby Gould), Gabriel Gabrio (Carlos), Saturnin Fabre (il Conte), Fernand Charpin (Régis), Lucas Gridoux (l'ispettore Slimane), Gilbert Gil (Pierrot), Marcel Dalio (L'Arbi), Gaston Modot (Jimmy).
Jean Gabin, caracolla, fronte popolare, realismo poetico, pepé, popò, fez, traditore, informatore e polizia, femme fatale, nave in porto, Carné, Camus, Duvivier, non entrate in quella casbah. Voto: 8.
P.S. Da vedere, subito dopo questo, Totò Le Mokò.
Cerimonia infinita
by sasso67 (20/11/2007 - 21:50)
Cerimonia segreta (GB, 1968) di Joseph Losey. Con Elizabeth Taylor (Leonora), Mia Farrow (Cinzia), Robert Mitchum (Albert), Peggy Ashcroft (Hannah), Pamela Brown (Hilda).
Una prostituta, che anni prima ha perduto una figlia, viene circuita da una ragazza, orfana e poco normale, perché reciti la parte della madre perduta. La donna, un po' per convenienza, un po' per recuperare il sentimento materno tragicamente perduto, accetta. La convivenza tra le due donne va avanti in maniera altalenante, finché non si rifarà presente il patrigno di Cinzia, che farà precipitare la situazione.
C'è sempre una prima volta per tutto, anche per vedere un film brutto di Losey. Ricreando più o meno la situazione che stava alla base del capolavoro Il servo (1963), il regista americano adottato dall'Inghilterra poteva tirarne fuori un altro ottimo film, ma si vede che a Losey è necessaria una solida base in sede di scrittura: qui, però, anziché un copione del grande Harold Pinter, ha una sceneggiatura dell'ungherese George Tabori (scomparso il 23 luglio di quest'anno), che all'attivo aveva soltanto la collaborazione con William Archibald per la sceneggiatura di Io confesso di Hitchcock. E la differenza si sente. Al di là delle possibili critiche alla trama, che fa molto romanzo d'appendice in salsa psicanalitica, c'è la gestione dell'insieme. Laddove, nel Servo, la casa d'antico stile britannico creava l'atmosfera giusta per le morbose vicende del "piccolo lord" interpretato da James Fox, qui la lussureggiante casa londinese della giovane Cinzia dà solo un'impressione d'ammuffito o, avoler essere teneri, delle "buone cose di pessimo gusto" della nonna Speranza gozzaniana¹.
La buona prova di una Elizabeth Taylor in via di disfacimento fisico non salva l'opera di Losey, anche a causa di una scialbissima Mia Farrow, talmente diafana da non risultare neanche inquietante, e di un insussistente Robert Mitchum, con barbetta o senza. Molto migliori le sequenze in cui compaiono le antipatiche vecchiette, zie di Cinzia, interpretate da due signore delle scene come Peggy Ashcroft e Pamela Brown. Purtroppo, però, le scene in cui compaiono sono troppo poche per aiutare il film.
¹ "Loreto impagliato ed il busto d'Alfieri, di Napoleone
i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto),
il caminetto un po' tetro, le scatole senza confetti,
i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro,
un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve,
gli oggetti col monito, salve, ricordo, le noci di cocco,
Venezia ritratta a musaici, gli acquarelli un po' scialbi,
le stampe, i cofani, gli albi dipinti d'anemoni arcaici,
le tele di Massimo d'Azeglio, le miniature,
i dagherottìpi: figure sognanti in perplessità,
il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone
e immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto,
il cùcu dell'ore che canta, le sedie parate a damasco
chèrmisi... rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta!"
(Guido Gozzano, L'amica di nonna Speranza, I)
Fuga da Le Havre
by sasso67 (18/11/2007 - 20:35)
Il porto delle nebbie (Francia, 1938) di Marcel Carné. Con Jean Gabin (Jean),
Michèle Morgan (Nelly), Michel Simon (Zabel), Pierre Brasseur (Lucien), Édouard Delmont (Panama), Raymond Aimos (Quart Vittel), Robert Le Vigan (Michel, il pittore), René Génin (il medico), Marcel Pérès (il camionista), Roger Legris (il cameriere dell'albergo).
Un disertore delle truppe coloniali giunge a Le Havre, deciso ad imbarcarsi su una nave per il Venezuela. Una serie di circostanze lo porterà a conoscere la giovane Nelly, a commettere un omicidio e anon poter partire...
Uno dei film (non il primo, però) che ha contribuito a creare il mito di Jean Gabin, un grande esempio del realismo poetico francese e del pessimismo cosmico che riflette alcune idee dell'esistenzialismo e sembra preludere alla disfatta francese del 1940 di fronte agli eserciti tedeschi. Si può sicuramente dare ragione a Morando Morandini quando dice che si
tratta di "un falso capolavoro" (anche se la critica va fatta non al film stesso, bensì ai critici che lo considerarono tale), ma si tratta comunque di un buon film, molto debitore, per la sua riuscita, della bravura degli interpreti, da un Jean Gabin dall'andatura caracollante al punto giusto, al Michel Simon che sa essere al tempo stesso debole e minaccioso, fino ad una Michèle Morgan appena diciottene. Restano, però, nella memoria anche altri personaggi, come il bandito impaurito, interpretato con faccia cerea da Pierre Brasseur, e il Panama di buon cuore e pochi discorsi di Delmont. E il porto di Le Havre, dove Carné traspose l'azione originariamente (nel romanzo di Pierre Mac Orlan) ambientata a Parigi. La scena dell'agguato a Jean, nella sua concisione, è al contemporaneamente efficace, poetica e commovente.
Chasing The Wild Goose
by sasso67 (18/11/2007 - 20:31)
Bad Religion - Chasing The Wild Goose (album: Into The Unknown)
there was a man who banged his head against a wall
he banged for 20 years, the damn thing wouldn't fall
he left an honest life
he left a broken wife
he left it all behind, just to see what he could find
millions and millions chase the wild goose tonight
to conquer loneliness they'll chase it all their lives
and when they find it they can just lay down and die
it seems the game is mostly pointless in the presence of the prize.
there was a woman who had a man as cold as ice
he built four walls so strong and he kept her locked inside
she harbored loneliness
her husband couldn't guess
that she'd take off her dress
and kill herself without a mess
A caccia d'anatre selvatiche
C'era un uomo che sbatteva la testa contro il muro
ce la sbatté per vent'anni, ma quel maledetto oggetto non ne volle sapere di cadere
lasciò una vita onesta
lasciò una moglie disperata.
Milioni di milioni vanno a caccia d'anatre selvatiche stanotte
per conquistarsi la solitudine di cui andranno a caccia per tutta la vita
e quando la troveranno potranno solo sdraiarsi e morire
sembra che il gioco non valga la candela, a giudicare dal premio.
C'era una donna che aveva un uomo freddo come il ghiaccio
lui costruì quattro mura solidissime e ce la chiuse dentro
lei coltivò la solitudine
suo marito non poteva immaginare
che lei si sarebbe tolta il vestito
e si sarebbe suicidata senza tanto chiasso.
Er tassinaro de Cinecittà
by sasso67 (17/11/2007 - 22:54)
Intervista (Italia, 1987) di Federico Fellini. Con Federico Fellini (sé stesso), Sergio Rubini (il giornalista/sé stesso), Marcello Mastroianni (sé stesso), Anita Ekberg (sé stessa), Antonella Ponziani (Antonella), Paola Liguori (la star del cinema), Lara Wendel (la sposa), Antonio Cantafora (lo sposo), Maurizio Mein (sé stesso), Nadia
Ottaviani (la vestale), Adriana Facchetti (la cameriera della diva), Eva Grimaldi (l'attrice), Francesca Reggiani (la segretaria della diva), Mario Miyakawa (giornalista giapponese), Tonino Delli Colli (sé stesso), Gino Millozza (sé stesso), Pietro Notarianni (sé stesso).
Una troupe giapponese giunge a Cinecittà per intervistare Fellini. È l'occasione per una sorta di bilancio sull'attività del regista, più indaffarato che mai nei provini per il nuovo film tratto da Amerika di Kafka.
Gli ultimi due film di Fellini sono veramente brutti e patetici, simbolo di una decadenza fisiologica di un grande cineasta. Meglio sarebbe, per la carriera del regista riminese, chiudere in bellezza con Ginger e Fred. Intervista è interessante per quanto spiega i metodi di lavoro di un (ex) grande regista, con quella commistione tra alta professionalità e improvvisazione perfettamente sintetizzata nelle opere migliori di Fellini. È interessante, ad esempio, e perfino poetica, la confessione che fa Maurizio Mein, eterno aiuto regista del Maestro, di non aspirare a diventare regista in proprio, ma di sentirsi realizzato nel fare, appunto, il perpetuo aiuto regista di Fellini, "come un bambino che si rifiuta di crescere". Per quanto riguarda, invece, le rievocazioni sulla Roma che conobbe il giovane Fellini proveniente da Rimini - peraltro già messe in film, con risultati migliori, nel film del 1972 intitolato alla capitale - è meglio stendere un velo pietoso, così come sull'incontro, che non si sa se definire patetico o furbesco (nel senso deteriore del termine), tra Mastroianni e la Ekberg, quasi trenta anni dopo La dolce vita. E se davanti a certe espressioni messe in faccia a Sergio Rubini (non si dimentichi che proprio Rubini era il cognome del Marcello della Dolce vita), non si può non domandarsi "ma come si può essere così scemi?", tutto l'insieme fa tristemente venire alla mente l'esempio infelice del tardo regista Sordi e dei suoi patetici omaggi ai notabili nel Tassinaro. Da evitare accuratamente, in favore di altre opere di Fellini, come La dolce vita, Roma, o qualsiasi altra, esclusa La voce della luna (1990).
Il prezzo della dignità
by sasso67 (17/11/2007 - 22:39)
Quel treno per Yuma (USA, 1957) di Delmer Daves. Con Van Heflin (Dan Evans), Glenn Ford (Ben Wade), Leora Dana (Alice Evans), Felicia Farr (Emmy), Henry Jones (Alex Potter), Richard Jaeckel (Charlie Prince), Robert Emhardt (Mr. Butterfield), Sheridan Comerate (Bob Moons).
Un pacifico allevatore è ingaggiato da un ricco portavalori perché conduca un pericoloso fuorilegge, macchiatosi di una rapina e di un duplice omicidio, al treno che lo porterà al penitenziario di Yuma.
Ottimo western psicologico, classico nello stile, ma già moderno nei contenuti. Conciso nella durata, per niente retorico - salvo che nella canzone, peraltro bella, che porta il titolo originale del film (3:10 to Yuma) - alieno dall'accodarsi alla logica della contrapposizione manichea tra bene e male, Daves, già maturato attraverso esperienze passate alla storia, come L'amante indiana (1950) e Rullo di tamburi (1954), ha capacità tecniche e narrative di prim'ordine. Se su quest'ultimo piano sa creare un racconto teso con il minimo indispensabile di elementi a disposizione, dal punto di vista della pura tecnica cinematografica, utilizza con padronanza tutti gli espedienti finalizzati allo sviluppo drammatico: riprese dal basso e gru si alternano ai primi piani dei due protagonisti. Altrettanto importante è lo sfalsamento dei piani geometrici sui quali si trovano spesso i vari personaggi: e non sempre chi sta più in alto si trova in situazione di vantaggio, come dimostra il personaggio di Dan Evans, molto più a proprio agio quando può piantare i piedi sul polveroso suolo dell'Arizona. Ottimi tutti gli attori, in particolare i due protagonisti: l'aspirante uomo tranquillo Van Heflin e un Glenn Ford che sprizza dagli occhi una calma luciferina.
Ostia di morte
by sasso67 (17/11/2007 - 22:30)
Ostia (Italia, 1970) di Sergio Citti. Con Franco Citti (Rabbino), Laurent Térzieff (Bandiera), Anita Sanders (la ragazza), Ninetto Davoli (Fiorino), Lamberto Maggiorani (il padre della ragazza), Celestino Compagnoni (il padre dei fratelli), Luisa Tirinnanzi (la madre dei fratelli), Alberto Del Prete (Aria), Settimio Piconi (Baffo), Filippo Costanzo (Rabbino bambino), Maurizio Bianconi (Bandiera bambino).
Due fratelli che vivono in una torre nei pressi di Ostia trovano una ragazza in un campo e la portano a casa. Finiti i due giovani in carcere per l'ennesimo furtarello, la ragazza si finge la convivente di uno dei due, per potere andare ai colloqui. Più per noia che per gelosia, uno dei due fratelli uccide l'altro e si sbarazza del cadavere.
Il primo film di Sergio Citti è, per molti, il suo migliore. Secondo me, no. Pasoliniano fin nel midollo (difatti il regista friulano ha scritto, insieme a Citti, la sceneggiatura), del Pasolini poetico della Terra vista dalla Luna, il film è ottimamente fotografato da Mario Mancini e si giova di alcuni ottimi interpreti, anch'essi superpasoliniani. Manca, però, a mio parere, un vero sviluppo drammatico dei personaggi, che, in sostanza, restano gli eterni bambini che una trentina d'anni prima hanno causato la morte del padre, anarchico ed impenitente imbecille. L'elemento che più colpisce, in questo film, è la sinistra premonizione della morte di Pier Paolo Pasolini: non per caso, l'attore Térzieff, fisicamente somigliantissimo al poeta-regista, viene ucciso a bastonate sul lido di Ostia e la sua sagoma allampanata ricorda in maniera impressionante il cadavere orrendamente massacrato, ritrovato tra le baracche della periferia romana. Gli ultimi cinque minuti si guardano a bocca aperta.
L'accendino d'oro
by sasso67 (14/11/2007 - 20:37)
Il buco (Francia/Italia, 1960) di Jacques Becker. Con Michel Costantin (Géo Cassine), Philippe Leroy (Manu Borelli), Jean Keraudy (Roland Darbant), Raymond Meunier (Monsignore), André Bervil (il direttore del carcere), Jean-Paul Coquelin (brigadiere Grinval), Catherine Spaak (Nicole).
Un giovane detenuto, accusato del tentato omicidio della moglie, viene inserito nella cella di quattro compagni, tra i quali vige un regime di cameratesca ed assoluta condivisione. Questi stanno anche progettando una rocambolesca evasione, attraverso un buco che consenta loro di raggiungere le fognature.
Lo stile secco e il ritmo sostenuto fanno del Buco, ultimo film di Jacques Becker, uno dei migliori prodotti del filone carcerario. L'atmosfera tesa e il contrasto tra la sicurezza degli aspiranti evasi, ed in più l'odore, che si respira, di ineluttabile fallimento, ricordano Giungla d'asfalto di John Huston. Ispirato a fatti vissuti da Josè Giovanni, l'autore del romanzo che sta alla base del film (oltre che autore della sceneggiatura), Il buco è un'opera che accumula pochi elementi - la messinscena sembra quasi bressoniana -, ma saggiamente non lascia niente al caso: si nutre di ferraglia e calcinacci, di rumori sordi e metallici, nonché del contrasto tra i rudimentali utensili dei galeotti e l'accendino d'oro di uno dei personaggi principali. Tra gli ottimi attori, si segnalano due giovani che faranno una buona carriera cinematografica: Philippe Leroy e Michel Costantin.
Imbroglioni sì, ma da strapazzo
by sasso67 (13/11/2007 - 00:47)
Gli imbroglioni (Italia/Spagna, 1963) di Lucio Fulci. Con José Luis López Vásquez (il giudice), Pietro De Vico (il cancelliere), Francisco Merino (Pallavicini), Raimondo Vianello (Ing. Tabanelli), Aroldo Tieri (Taverna), Dominique Boschero (signora Taverna), Alberto Bonucci (il presidente), Franco Giacobini (Avv. Ovidio),
Franco Franchi (Salvatore), Ciccio Ingrassia (Napoleone), Umberto D'Orsi (On. Lucarini), Elio Crovetto (Gustav Schultz), Margaret Rose Keil (la figlia di Schultz), Nino Terzo (guardiano della tomba), Antonella Lualdi (Suor Celestina), José Calvo (brigadiere della tributaria), Anna Maria Bottini (proprietaria della boutique), Walter Chiari (Dott. Mario Corti), Luciana Gigli (Liliana), Xenia Valderi (Avv.ssa Ferri), Margaret Lee (Adelina, l'infermiera), Nerio Bernardi (il monsignore), Oreste Lionello (Rag. Ciocchi), Seina Seyn (ragazza orientale), Mario De Simone (cliente al supermercato), Claudio Gora (commendator Spianelli).
Film ad episodi, tenuti insieme dall'espediente delle cause giudiziarie che si svolgono durante una giornata davanti a un giudice del Tribunale di Roma.
Si tratta di uno dei tanti film che venivano prodotti all'inizio degli anni sessanta, sfruttando brevi comparsate dei comici allora in voga. Qui sono in primo piano, in particolare, Walter Chiari e Raimondo Vianello, protagonisti di un episodio ciascuno. La maggior parte dei segmenti è
poco divertente, tentando di colpire il lato pruriginoso, ma neanche troppo, in ossequio alla morale cattolica e alla censura, entrambe piuttosto forti nei due paesi della coproduzione: l'Italia papalina e la Spagna franchista (rappresentata da un paio di attori, come Calvo e López Vásquez). Dove il film si accende è quando entrano in scena Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, piuttosto giovani e freschissimi nella loro comicità ingenua ma ruspante. Naturalmente i due comici siciliani non possono sbizzarrirsi nei loro tipici giochi di parole e di mimica, come faranno in seguito, quando avranno acquisito una loro personalità definita, ma riescono a mettere a segno qualche bel colpo, come quando erntrano in tribunale per la terza volta nella stessa mattinata, facendosi largo tra la folla gridando "abbonàti!", oppure quando vendono al turista tedesco una tomba etrusca con tanto di mummia incorporata (che è ovviamente Franco), con Ciccio che spiega come "nell'antica Grecia, gli Etruschi mummificavano i Faraoni".
matti & militi
by sasso67 (11/11/2007 - 18:02)
I carabbimatti (Italia, 1981) di Giuliano Carnimeo. Con Andy Luotto ("l'autiere"), Giorgio Ariani (il direttore della clinica Villa Verde), Daniele Formica (il carabiniere Ceci), Leo Gullotta (il carabiniere Pasta), Gianni Agus (il Commendator
Marrone), Licinia Lentini (Valeria), Paolo Baroni ("il nipote"), Renzo Montagnani (Dallas), Ria De Simone (la signora Marrone), Giorgio Bracardi ("il generale"), Enzo Robutti (ufficiale nazista), Enzo Liberti (Bulldog), Lucio Montanaro ("il verme"), Jimmy il Fenomeno (Suola da scarpe), Guerrino Crivello ("il marajah"), Renzo Ozzano (il barista), Angelo Pellegrino (il tenente dei Carabinieri), Franca Scagnetti (la futura suocera del tenente), Tom Felleghy (generale dei Carabinieri), Fabio Grossi (autista volante), Nicoletta Piersanti (la bigliettaia del cinema).
Il seguito, per modo di dire, dei Carabbinieri è in realtà un mix tra il film barzelletta sulla Benemerita e quello sui matti. Anzi, il secondo filone prevale decisamente sul primo. Il film è visto secondo un duplice punto di vista, quello di un bancarottiere che, per sfuggire alla cattura da parte dei Carabinieri, finisce, per errore, in una clinica psichiatrica (con le conseguenze facilmente immaginabili), e quello dei due agenti dell'Arma Pasta e Ceci, scemi come pochi. E per una mezz'ora il film funzionerebbe anche, nonostante l'eccesso di macchiette, grazie a quel mitico caratterista che fu Gianni Agus, la cui boria è messa a dura
prova dall'improntitudine dei matti. Dopo di che, il film si avvita su sé stesso, eccedendo con una serie infinita di barzellette sui Carabinieri e sui matti. Tanto che il film, alla fine dei conti, si raccomanda soltanto ai fan di Licinia Lentini, che qui concede uno dei pochi nudi della sua carriera.
«Il tentativo di risuscitare un patrimonio comico popolaresco, ormai morto e sepolto, è inutile. Lo sbraco è totale e tutti i personaggi, regista compreso, affondano nella palude della farsaccia.» (Segnalazioni cinematografiche)
Benemerita farsa affettuosa
by sasso67 (10/11/2007 - 20:13)
I carabbinieri (Italia, 1981) di Francesco Massaro. Con Renzo Montagnani (gen. Nencini), Giorgio Bracardi (capitano Marchetti), Diego Abatantuono (brigadiere Esposito), Bombolo (Mozzarella), Ennio Antonelli (Provolone), Leo Gullotta (carabiniere Salvatore Caruso), Andy Luotto (l'autista), Maurizio Micheli (Dante Toni), Carlo Monni (Walter Musante), Mario Marenco (l'On. Pastrocchi), Donatella Damiani (Beatrice), Simona Marchini (la moglie di Pastrocchi), Sandro Ghiani (Alka), Lucio
Montanaro (Seltzer), Pietro brambilla (carabiniere Brambilla), Luigi Uzzo (Zampaglione), Giovanni Attanasio (il furiere), Nando Paone (il barista), Marcello Di Falco (il sor Aroldo), Sergio Di Pinto (il portinaio), Eolo Capritti (il Samurai), Antonio Petrocelli (un carabiniere).
Una compagnia romana dei Carabinieri ne combina di tutti i colori, ma alla fine riesce a portare a compimento due importanti indagini: il brigadiere Esposito arresta il pericoloso maniaco detto il Samurai e gli altri bloccheranno la fuga dell'ipocrita On. Pastrocchi, responsabile dello scandalo del metano.
Vidi questo film al cinema insieme a Paolo all'epoca della sua uscita: a lui piacque, a me no. A distanza di tanti anni, il film di Massaro può tranquillamente essere rivalutato. Naturalmente, la maggior parte delle gag derivano da risapute barzellette sui carabinieri, e alcuni dei protagonisti restano, primo fra tutti Bracardi, compressi nel loro ruolo, impossibilitati a dare il meglio di sé stessi. Ma la presenza di Abatantuono, protagonista di due o tre sproloqui da antologia, e della coppia di ladruncoli Bombolo-Antonelli solleva il film, almeno in alcuni suoi momenti, quasi al livello del miglior Totò. Tutto il film è giocato sulle coppie, secondo la ben nota barzelletta per cui i carabinierei viaggiano sempre in coppia perché uno sa leggere e l'altro sa scrivere. Così, alla coppia di ladri Mozzarella e Provolone rispondono le coppie di militi Toni e Musante e i due carabinieri del laboratorio scientifico Alka e Seltzer. In più, il carabiniere Toni di nome fa Dante e s'innamora della servetta Beatrice, originaria di Livorno.
Va detto che il film è tutt'altro che irrispettoso nei confronti dell'Arma: ed anzi, il discorso del generale Nencini (Montagnani), pronunciato in sottofinale, è quasi commovente e sembra uscito da una vecchia pagina di Pasolini.
P.S. Il giornalista corrotto che parla dello scandalo del metano sul giornale "La Repubblichetta", si chiama Vice, come usava firmarsi, tempo fa, il noto critico cinematografico Morando Morandini. Sarà soltanto un caso?
Audio: Bombolo; Bombolo (che brutto vizio!); Bombolo (elenco invitati); Bombolo (ladro gentiluomo); Bombolo (il metano); Abatantuono (parla dei gay).
Soldati sul fondo (del cinema)
by sasso67 (10/11/2007 - 19:17)
Kakkientruppen (Italia, 1977) di Marino Girolami. Con Lino Banfi (soldato Otto), Gianfranco D'Angelo (soldato Fritz), Oreste Lionello (l'ispettore generale), Mario Carotenuto (il cappellano militare), Donald O'Brien (il comandante), Ric e Gian (i due chirurghi), Florence Barnes (matrona), Ugo Fangareggi (soldato Schultz), Francesco Mulè (il cuoco), Daniele Dublino (il tenente), Francesco De Rosa (Rosenkrantz), Enzo Andronico (il sergente), Dante Cleri (Hitler), Fortunato Arena ("Marlene"), Luciana Turina (ausiliaria).
Avventure demenziali di un reparto della Wehrmacht che non si capisce cosa faccia: non combatte né custodisce un campo di concentramento. Il soldato Otto, in particolare, ha mille risorse per spillare qualche marco ai commilitoni.
Insulso film poco comico e per niente originale (basandosi esclusivamente sul successo di Sturmtruppen), dove il totale è molto inferiore alla somma delle singole componenti. Alla base, comunque, manca la striscia di Bonvi, né Girolami ha la verve surreale di Samperi. Per di più, Andronico, come sergente, non vale Andreasi. L'unico momento di vera comicità - che vale a risollevare temporaneamente questa commediaccia dai bassifondi del cinema italiano - si ha quando il soldato Fritz (D'Angelo), durante l'amplesso, buca la bambola gonfiabile che il soldato Otto (Banfi) noleggia ai commilitoni, ed è poi costretto a sostituire l'oggetto erotico, costretto a truccarsi, appunto, da bambola gonfiabile. Pessimo.
truppen truppe marescià
by sasso67 (10/11/2007 - 17:56)
Sturmtruppen n. 2 - Tutti al fronte (Italia, 1982) di Salvatore Samperi. Con Massimo Boldi (soldato bambino), Teo Teocoli (Aurelio), Felice Andreasi (il sergente), Giorgio Ariani (soldato grasso), Franco Oppini (lo Smilzo), Giorgio Porcaro (soldato sudtirolese), Bonvi [Franco Bonvicini] (il capitano), Leo Gullotta (il generale), Enzo Cannavale (il fiero alleato Galeazzo Musolesi), Bombolo (il poeta soldato), Francesco Salvi (l'eroico portaordini), Sergio Di Pinto (soldato travestito), Serena Grandi e Ramona Dell'Abate (le eroiche portantine), Giancarlo Magalli (Sigfrid Von Nibelunghen).
La guerra continua, e continuano anche le avventure delle Sturmtruppen, più assurde e più strampalatate che mai.
Il film è meno divertente, ma, se possibile, ancora più demenziale del predecessore. La maggior parte delle gag sono stiracchiate e risapute, però con qualche lodevole eccezione, rappresentata soprattutto da Bombolo, il poeta soldato che parla con l'accento tedescheggiante del fumetto originario (è l'unico personaggio che lo fa), da Cannavale, nella parte del vigliacchissimo "fiero alleato Galeazzo Musolesi" e da Porcaro, nei panni del soldato tirolese, che dà anche origine ad una gag cinematografica: mentre il sergente è sul letto di morte (con una sciarpa del Milan al collo), Porcaro gli si avvicina e gli dice "sergente, devo dirci una cosa importantissima: tra i due, chi ha inventato il dialetto, so' stato io" e il sergente gli risponde "però Abatantuono fa la grana".
Nudi all'assalten
by sasso67 (10/11/2007 - 15:20)
Sturmtruppen (Italia/Francia, 1976) di Salvatore Samperi. Con Renato Pozzetto (soldato tonto), Cochi Ponzoni (il generale), Lino Toffolo (soldato sognatore), Teo Teocoli (il capitano), Jean-Pierre Marielle (il milite ignoto), Corinne Cléry (la donna; l'attrice), Felice Andreasi (il sergente; il papa), Plinio Fernando (il chirurgo), Enzo Robutti (lo
psichiatra prof. Nadar), Massimo Boldi (soldato meneghino), Franco Agostini (soldato meridionale), Maurizio Bonuglia (il presentatore dello spettacolo), Francesco D'Adda (il venditore di auto), Gianfranco Bullo (l'infermiere Dracula), Emilio Lo Curcio (lo scippatore), Sandro Ghiani (soldato sardo), Umberto Smaila (il cuoco), Paolo Baroni, Guerrino Crivello, Licinia Lentini, Enrico Papa, Bonvi [Franco Bonvicini].
Dal famoso fumetto degli anni settanta di Bonvi, il film mette in immagini cinematografiche le strampalate e stralunate avventure dei soldatini tedeschi, divisi tra la categorica necessità dell'obbedienza assoluta e cieca agli ordini superiori del fuhrer e l'umanissima paura della guerra. Nonostante i tentativi di ribellione al fanatico sergente e il messaggio di Dio, che invita alla pace, grazie al papa, che, con un'ostia avvelenata fa fuori il messaggero divino (il milite ignoto francese), la guerra va avanti.
Le strisce delle Sturmtruppen sono state tra quelle che più ho amato ai tempi del liceo. Non era impresa facile trarre una sceneggiatura e quindi un film accettabile, però va detto che Samperi non fallisce del tutto l'impresa. Purtroppo si perde il buffo linguaggio dato da un tedesco maccheronico, ma l'impianto funziona, con qualche caduta qua e là, ma anche con momenti godibili, dati soprattutto dalla presenza di questo sergente fanatico e un po' stupido, ottimamente interpretato da Felice Andreasi (interprete anche del papa), probabilmente in una delle sue migliori interpretazioni sul grande schermo. Sturmtruppen è un film che non consiglierei a mia madre, ma il divertimento è sufficientemente assicurato.
Qual buon vento?
by sasso67 (10/11/2007 - 15:19)
Vento di terra (Italia, 2003) di Vincenzo Marra. Con Vincenzo Pacilli (Vincenzo Pacilli), Giovanna Ribera (Marina), Francesco Giuffrida (Luca), Edoardo Melone (Bruno), Vincenza Modica (Antonietta), Francesco Di Leva (Tarantino).
Vincenzo, giovane di Secondigliano, ha un lavoretto precario. In famiglia, il padre lavora duro, la madre fa la sarta in nero a casa, e la sorella è frustrata perché non riesce a trovare lavoro. All'improvviso il padre muore. Persa l'occupazione, Vincenzo tenta una rapina. Pentito, si arruola nell'esercito e, dopo avere salvato la madre che minacciava di lanciarsi dal balcone per evitare lo sfratto, va in Kosovo. Durante una licenza scopre che la sorella è incinta di un collega più anziano e sposato. Dopo avere tentato di vendicarsi sull'uomo, il nipotino è accettato e benvoluto, ma, all'improvviso, Vincenzo scopre di avere contratto il cancro per l'esposizione all'uranio impoverito.
Troppe disgrazie per un uomo solo, verrebbe da dire. Superata, però, questa prima obiezione, va detto che il film di Marra è gestito abbastanza bene. Le vicende raccontano di una vita vera, con i suoi stacchi e con i suoi strappi. Gli unici momenti felici di Vincenzo sembrano quelli che lo vedono girare in motorino per una città di Napoli che ha il sapore del vero e rifugge da qualsiasi stereotipo turistico e cinematografico della città buoncazzona che ci è stata ammannita fin troppe volte.
"Un film che potrebbe essere solo un film e non un'inchiesta, un romanzo, una serie tv, come accade troppo spesso. Perché rende nuovamente visibile ciò che l'abitudine o i media hanno cancellato alla vista. E lo fa non mostrando mai una cosa alla volta, ma due: la povertà e la dignità, l'orgoglio e il disonore, l'amore e la paura. Nascosti in un destino come tanti, quello di Vincenzo, disoccupato napoletano costretto a entrare in aeronautica per campare. E seguito mese dopo mese, in famiglia, in caserma o in Kosovo, con un'attenzione e una sensibilità che rendono nuovi strumenti logori come il dialetto e il mescolare attori e non-attori. Un perfetto antidoto a tanto mediocre e pessimo cinema italiano." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 8 settembre 2004)
"Anche se viviamo in tempi difficili, l'affastellarsi delle sciagure appare perfino esagerata, programmatica come in un vecchio romanzo verista: Marra, però, lo affronta senza il minimo cedimento al melodramma; con un linguaggio scarno e prosciugato, narrando per lunghe sequenze divise da dissolvenze al nero." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 9 settembre 2004)
Milano sangue e rabbia
by sasso67 (09/11/2007 - 20:00)
Liberi, armati, pericolosi (Italia, 1976) di Romolo Guerrieri. Con Tomas Milian (il commissario), Stefano Patrizi (il Biondo), Max Delys (Luis), Benjamin Lev (Giò), Eleonora Giorgi (Lea), Diego Abatantuono (Lucio), Tom Felleghi (il padre del
Biondo), Venantino Venantini (il padre di Luis), Carmelo Reale (un mafioso).
Per salvare il fidanzato dai guai, una ragazza rivela alla polizia che il giovane due suoi amici stanno per compiere una rapina a un distributore di carburante, armati di pistole giocattolo. In realtà, i tre sono balordi fascistelli e le armi ce le hanno vere: la rapina costerà la vita a quattro persone e la fuga lascerà una vera e propria scia di sangue.
Memore delle imprese dei tre bravi ragazzi del Circeo e di altre bande criminali che insanguinarono l'Italia all'inizio degli anni settanta, ispirato anche ad alcuni racconti di Giorgio Scerbanenco, Liberi, armati, pericolosi, è un buon film, che si ricorda anche per l'esordio cinematografico di Diego Abatantuono, pressoché irriconoscibile. Si sente, dietro alla regia, la mano di Fernando Di Leo, che ha elaborato soggetto e sceneggiatura, ricordandosi delle belle atmosfere già create per il suo capolavoro, Milano calibro 9 (1971). Qui si parla di criminalità, ma anche delle dinamiche del potere interne ai gruppi giovanili in generale: qui, ad esempio, si vede come tutti siano soggiogati dal carisma del Biondo, il quale a un certo punto si libera l'unico altro personaggio che avrebbe potuto fargli ombra, cioè proprio Lucio (che, citando Amici miei, viene definito "il supercazzolo con scappellamento a destra"). Il ritmo del racconto funziona, la fotografia di Erico Menczer è notevole, ed il film di Guerrieri si giova di una delle migliori interpretazioni di un misurato Tomas Milian.
Masaniello a New York
by sasso67 (09/11/2007 - 16:02)
Napoli Palermo New York, il triangolo della camorra (Italia, 1981) di Alfonso Brescia. Con Mario Merola (Don Gennaro Savarese), Howard Ross [Renato Rossini] (il commissario Galante), Lucio Montanaro (Bambinello), Giacomo Rizzo (Peppinello), Massimo Mollica (Don Raffaele), Liana Trouché (Teresa), Guido Alberti (il questore), Biagio Pelligra (Coppola), Guido Leontini (Malvasia), Ugo Bologna (direttore della TV palermitana), Fabrizio Nascimbene (Masaniello), Nello Pazzafini (serg. Martinez).
Un ex camorrista uscito dal giro, che ormai gestisce un ristorante tipico, viene risucchiato nella guerra di camorra, dopo che, per errore, gli viene assassinata la moglie.
Luoghi comuni a non finire, inseriti, però, questa volta, in un contesto ancora meno credibile del solito: solo come esempio, New York è strapiena di napoletani che sembra Fuorigrotta, mentre proprio non si riesce a capire come sia potuto capitare il milanesissimo Ugo Bologna a dirigere una stazione televisiva di Palermo. Che il capoluogo siciliano, poi, possa costituire uno dei vertici del cosiddetto "triangolo della camorra" è un altro mistero della fede meroliano. Immancabili le canzoni di Merola, le lacrime sul cadavere della moglie ("povera muglierella mia, me l'hanno accisa!") e il lieto fine di maniera. Il romano Howard Ross, alias Renato Rossini, faccia da cattivo da spaghetti western, cerca di rilanciarsi come commissario, mentre Nello Pazzafini, qui quasi un deus ex machina, interpreta un valoroso poliziotto ispanico.
Due cose, in questo film, sono da culto: il nome del figlioletto del protagonista, che si chiama Masaniello (e perché non Pulcinella?), e la sparatoria tra Merola e Ugo Bologna.
...e Gennarino prese il fucile
by sasso67 (09/11/2007 - 15:29)
Napoli... la camorra sfida la città risponde (Italia, 1979) di Alfonso Brescia. Con Mario Merola (Francesco Gargiulo), Antonio Sabàto (Vito), Jeff Blynn (un commissario di polizia), Walter Ricciardi (il commissario De Stefani), Benito Artesi
(Marco Gargiulo), Liana Trouché (Elvira Gargiulo), Rick Battaglia (Rampone), Ciro Ippolito (Perez, il giornalista), Alessandro Partexano (un mafioso), Sabrina Siani (la fidanzata di Marco), Lucio Montanaro (il padre).
Anche Mario Merola fa il Charles Bronson, e c'è un commissario di polizia che, accortosi che i criminali non si riesce a batterli con i mezzi che offre la legge (spesso supina nei confronti di avvocati di malaffare), è pronto a cancellare le prove e a scagionarlo dai sospetti. Qui il buon Mario è un ex portuale divenuto costruttore di barche, che all'inizio soggiace alle estorsioni della criminalità organizzata e poi, sulla scorta dell'esempio civico del figlio, cui hanno per dispregio violentato la fidanzata, reagisce, fino a mettere su una banda di commercianti, che sterminerà i malviventi.
Infarcito di luoghi comuni sulla napoletanità e sulla camorra, il film di Alfonso Brescia è il classico spettacolo sul bravo cittadino che s'incazza, con contorno di canzoni e lacrime napulitane. La messinscena è da dopolavoro, Merola è statico come un menhir, Sabàto, in evidente decadenza di popolarità, fa il cattivo siculo, e gli intermezzi comici affidati a Lucio Montanaro, abituale compare di Alvaro Vitali (nonché specializzato in diarree alluvionali), sono penosi.
Taja ch'è rosa!
by sasso67 (08/11/2007 - 01:02)
Storie scellerate (Italia, 1973) di Sergio Citti. Con Franco Citti (Mammone), Ninetto Davoli (Bernardino), Nicoletta Rangoni Machiavelli (la duchessa Caterina di Ronciglione), Silvano Gatti (il duca di Ronciglione), Enzo Petriglia (Nicolino), Sebastiano Soldati (il papa), Santino Citti (il padreterno), Giacomo Rizzo (don Leopoldo), Gianni Rizzo (il cardinale), Ennio Panosetti (Chiavone), Oscar Fochetti (Agostino), Fabrizio Mennoni (Cacchione), Pino Andruccioli (Peppe Bellomo), Francesca Saracini (Margherita), Gianni Aieta (Piuccio), Elisabetta Genovese (Bertolina), Ettore Garofalo (un giovanotto).
Forse il capolavoro di Citti. Scritto da Pasolini sulla scia dei suoi Decameron e I racconti di Canterbury, il film di Citti accumula episodi ed elementi derivati dalla tradizione novellistica italiana, e ambientati in epoche diverse, oscillanti tra il Cinquecento e l'Ottocento. Le storie scellerate del titolo sono raccontate da due ladruncoli che, per avere commesso un omicidio, attendono l'impiccagione. Il tratto che accomuna tutti i personaggi del film è la sensualità: trombano, mangiano, cacano e muoiono - quasi sempre ammazzati - in un tripudio di carne e sangue che unisce con un filo rosso il papa e l'ultimo tagliagole. La violenza, in questo film, regna sovrana e non mancano le scene francamente forti, come un paio di evirazioni descritte con dovizia di particolari.
Concepito per sfruttare il successo dei film boccacceschi di Pasolini, Storie scellerate (ottimamente fotografato da Tonino Delli Colli) risulta migliore della "trilogia della vita" del regista friulano: carico di umori romaneschi amaramente comici, perfettamente nelle corde del regista e dei protagonisti Franco Citti e Ninetto Davoli, questo film sembra la migliore trasposizione possibile, quanto a cinematografia diambientazione storica, dei Ragazzi di vita pasoliniani.
Il Padrino è mio e me lo gestisco io
by sasso67 (07/11/2007 - 20:40)
Baciamo le mani (Italia, 1973) di Vittorio Schiraldi. Con Arthur Kennedy (Angelino Ferrante), John Saxon (Gaspare Ardizzone), Agostina Belli (Mariuccia Ferrante), Pino Colizzi (Masino), Spiros Focás (Luca Ferrante), Giuseppe Addobbati (Nicola), Anna Orso (la moglie di Ardizzone), Corrado Gaipa (Emilio Grisanti), Marino Masè (Luciano Ferrante), Daniele Vargas (Santino Billeci), Paolo Turco (Mario Ferrante).
Una trama complicatissima contempla l'ascesa del violento boss mafioso Ardizzone, a scapito del capomafia all'antica Angelino Ferrante, la cui famiglia viene sistematicamente sterminata. In realtà anche Ardizzone viene ucciso, ma, come si vede dalla scena finale, i suoi metodi hanno trionfato.
Vittorio Schiraldi, giornalista prima di essere scrittore e regista, attualmente tiene una non indispensabile rubrica radiofonica su Radiouno la mattina alle cinque e mezza (che io spesso mi sorbisco, in quanto vittima della radiosveglia). Le banalità enunciate via etere, spesso genericamente condivisibili, sono esposte con un linguaggio ampolloso che le rende talvolta indigeste (è quasi più divertente la rubrica "Il Santo del giorno" di Monsignor Cosmo Francesco Ruppi). La stessa considerazione vale per questo film tratto dal primo romanzo del regista: la denuncia della nuova mafia aggressiva e palazzinara è sacrosanta, ma la vecchia mafia non era migliore; in più, tutto è raccontato in maniera confusa e con uno stile che tenta malamente di emulare quello del Padrino. Dimenticabile.
«Regista esordiente, Vittorio Schiraldi non domina bene le situazioni e scivola nel melodramma. Deludente la graziosa Agostina Belli, ma efficiente Arthur Kennedy.» Pietro Bianchi - Il Giorno - 03/03/1973
Lebbroso sarà lei!
by sasso67 (06/11/2007 - 00:27)
Tempo di uccidere (Italia/Francia, 1989) di Giuliano Montaldo. Con NIcolas Cage (ten. Enrico Silvestri), Ricky Tognazzi (Mario), Giancarlo Giannini (il maggiore),
Patrice-Flora Praxo (Mariam), Gianluca Favilla (Autista), Georges Claisse (il dottore), Robert Lienasol (Johannes).
Durante la Guerra d'Etiopia, un tenente italiano pensa di avere contratto la lebbra da una ragazza africana con cui ha avuto una breve relazione e che ha ucciso per sbaglio. Credutosi scoperto dalle autorità sanitarie e temendo di essere rinchiuso in un lebbrosario, l'ufficiale tenta di rientrare in Italia di nascosto.
La guerra è un semplice sfondo (non si vede mai un combattimento), mentre l'Africa costituisce lo scenario, per una ricerca filosofica di sé stessi. Tratta da un romanzo di Ennio Flaiano, la vicenda sembra anticipare quella di Mediterraneo (1991), ma senza l'umorismo di Salvatores. Non aiutano certo la riuscita dell'opera lo stile piattamente televisivo e la scelta di un protagonista che, benché italoamericano, non sembra italiano neanche lontanamente. Probabilmente Nicolas Cage è stato imposto dall'esigenza di vendere questa coproduzione italofrancese in America, un po' come quando, nel 1982, Giuliano Montaldo aveva dovuto prendere un attore americano per impersonare il suo Marco Polo televisivo. Giancarlo Giannini, invece, è sprecato.
brighter than a thousand suns
by sasso67 (05/11/2007 - 19:36)
Una delle traduzioni di canzoni più difficili che mi sia mai capitato di fare. A riprova che i testi degli Iron Maiden non sono mai banali. Comunque ci provo, anche perché in rete non sono riuscito a trovare un'altra traduzione.
Iron Maiden - Brighter Than A Thousand Suns
We are not the sons of God
We are not his chosen people now
We have crossed the path he trod
We will feel the pain of his beginning
Shadow fingers rise above
Iron fingers stab the desert sky
Oh behold the power of the Earth.
Are your children ready for the fall?
Locking hands together well
Raze a city, build a living hell
Join the race to suicide
Listen for the tolling of the bell
Out of the the universe, a strange light is born
Unholy union, trinity reformed
Yellow sun it's evil twin
in the black the winds deliver him
We will sleep to souls within
At a siege a nuclear gust is riven
Out of the the universe, a strange light is born
Unholy union, trinity reformed
Out of the darkness, brighter than a thousand suns (x6)
Burying our morals and burying our dead
Burying our head in the sand
E equals MC squared, you can't relate
How we made God with our hands
Whatever would Robert have said to his God
About he made war with the Sun
E equals MC squared, you can't relate
How we made God with our hands
All nations are rising
Through acid bells of love and hate
Chain medals of Satan
Uncertainty led us all to this
All nations are raising
Through acid bells of love and hate
Confusion and Fury
This body carried em' down in vain
I was preaching of a small pray
In the bunker where we'll die
We're the executioners that lie
Bombers launched with no recall
Minute warning of the missile fall
Take a look at your last day
Guessing you won't have the time to cry
Out of the the universe, a strange light was born
Unholy union, trinity reformed
Out of the darkness...
Out of the darkness...
Out of the darkness, brighter than a thousands suns (x5)
Holy father we have sinned...
Noi non siamo i figli di Dio
Non siamo più il Suo popolo eletto
Abbiamo deviato dal sentiero su cui Lui ha camminato
Proveremo il dolore del Suo inizio
Dita d'ombra si sollevano in alto
Dita di ferro pugnalano il cielo deserto
Oh, ecco il potere della Terra
I vostri figli sono pronti per la caduta?
Serrando bene le mani giunte
Radete al suolo una città, costruite un inferno vivente
Partecipate alla corsa al suicidio
Ascoltate i rintocchi della campana
Fuori dall'universo, è nata una strana luce
Empia unione, trinità riformata
Questo sole giallo è il gemello cattivo
nel nero i venti lo liberano
Noi dormiremo nell'anima dentro
A un assedio si squarcia una vampata nucleare
Fuori dall'universo, è nata una strana luce
Empia unione, trinità riformata
Fuori del buio, più splendente di mille soli.
Seppellendo i nostri principi morali, seppellendo i nostri morti
Nascondendo la nostra testa sotto la sabbia
E=mc², non si riesce a collegare
Come abbiamo fatto Dio con le nostre mani
Qualsiasi cosa abbia detto Robert al suo Dio
Sull'aver fatto la guerra al Sole
E=mc², non si riesce a collegare
Come abbiamo fatto Dio con le nostre mani
Medagliette di Satana
Tutte le nazioni si stanno sollevando
Attraverso campane acide d'amore e odio
L'incertezza ci ha ridotto così.
Tutte le nazioni si stanno sollevando
Attraverso campane acide d'amore e odio
Confusione e Furore
Questo corpo li ha portati giù invano
Io predicavo una piccola preghiera
Nel bunker in cui moriremo
Siamo i boia che mentono
Bombardieri lanciati senza possibilità d'essere richiamati
Brevissimo avvertimento sullo sganciamento del missile
Date un'occhiata al vostro ultimo giorno
Immaginando che non avrete il tempo di piangere
Fuori dall'universo, è nata una strana luce
Empia unione, trinità riformata
Fuori dal buio...
Fuori dal buio...
Fuori dal buio, più splendente di mille soli
Padre santo abbiamo peccato...
Inferno nero
by sasso67 (05/11/2007 - 19:34)
Tombolo, paradiso nero (Italia, 1947) di Giorgio Ferroni. Con Aldo Fabrizi (Andrea Rascelli), Nada Fiorelli (Elvira), Dante Maggio (Agostino), Luigi Pavese (maresciallo Pugliesi), Elio Steiner (Alfredo, il "ciclista"), John Kitzmiller (il sergente Jack),
Franca Marzi (Lidia), Luigi Tosi (Renzo), Adriana Benetti (Anna Rascelli), Cesira Vianello (zia Giulietta), Saro Urzì (Pietro).
Nell'immediato dopoguerra, intorno a Livorno, occupata dagli americani, si sviluppano traffici di ogni genere. La bande di contrabbandieri proliferano con la borsa nera e con lo sfruttamento della prostituzione. Un ex poliziotto cerca la figlia, sfollata, e scopre che se la fa con questi trafficanti.
Nel filone del cinema neorealista si inserisce anche questo film con Aldo Fabrizi protagonista, ambientato in una Livorno completamente rasa al suolo dai bombardamenti alleati. Tombolo, paradiso nero (il titolo è assolutamente ironico: la pineta a mare è molto più simile a un inferno)non è niente d'eccezionale, ma si segue con interesse anche per l'interpretazione di alcuni validi attori (fra i quali, il sempre bravo Luigi Pavese). C'è un residuo del razzismo alimentato durante l'epoca fascista, ed è il fatto che tutti considerino il peggiore destino possibile per una donna quello di finire a prostituirsi nella pineta del Tombolo e di andare con i "negri".
Pianofurto
by sasso67 (04/11/2007 - 15:18)
GIUNGLA D'ASFALTO (U.S.A., 1950) di John Huston. Con Sterling Hayden (Dix Handley), Louis Calhern (Alonzo D. Emmerich), Sam Jaffe (Doc Erwin Riedeschneider), Jean Hagen (Doll Conovan), James Whitmore (Gus Minissi), Marilyn Monroe (Angela Phinlay), John McIntire (commissario Hardy), Marc Lawrence (Cobby), Barry Kelley (ten. Ditrich), Anthony Caruso (Louis Ciavelli), Teresa Celli (Maria Ciavelli), Dorothy Tree (May Emmerich).
Un anziano ladro di origine tedesca, teorico del colpo perfetto, uscito dal carcere dopo sette anni, mette insieme una banda per effettuare un furto ai danni di una gioielleria e spartire l'ingente bottino tra i componenti della banda. Se in teoria il piano non fa una piega, alla prova dei fatti s'incepperà subito, conducendo alla rapida rovina di tutti i membri della banda.
Giungla d'asfalto, tratto da un romanzo di William R. Burnett e sceneggiato dal regista con Ben Maddow, è, con la sua asciuttezza narrativa, un capolavoro del cinema e un capostipite per tanti film che ne sono derivati, da Rapina a mano armata di Kubrick, alle Iene di Tarantino. La principale intuizione di Huston (di cui Giungla d'asfalto è probabilmente il capo d'opera) consiste nell'avere ridotto ai minimi termini i particolari tecnici dell'esecuzione del furto, per concentrarsi invece sui vari personaggi, sulle loro storie personali, sulle loro psicologie. E con sapienza di narratore (probabilmente derivata dall'originale letterario) Huston ha saputo individuare il tratto comune di tutti i suoi personaggi nel loro destino di perdenti, dall'avvocato di (ormai tramontato) successo (Calhern) al gangster di mezza tacca (Hayden), dal geniale teorico del “buco” (Jaffe) al barista deforme e bistrattato (Whitmore), ma con il mito dell'amicizia. Chi ha già apprezzato Rapina a mano armata di Kubrick (successivo di alcuni anni ma che riprende, con Hayden, uno dei protagonisti di Giungla d'asfalto) non potrà non gustarsi questo film di una nitidezza narrativa che ha il pari soltanto nell'ottima ed appropriata fotografia dell'operatore Harold Rosson. Nel film di Kubrick era il montaggio a rappresentare l'asso nella manica del regista, qui è la sapienza cinematografica di autore ormai nel pieno della sua maturità artistica, che sa ottenere dei risultati, soprattutto nella prima parte del film (la più riuscita), addirittura geniali.
Giù dalla rupe!
by sasso67 (03/11/2007 - 21:19)
300 (U.S.A., 2007) di Zack Snyder. Con Gerard Butler (Leonida), Lena Headley (la regina Gorgo), David Wenham (Theron), Rodrigo Santoro (Serse), Dominic West (Dilios), Vincent Regan (il capitano), Michael Fassbender (Stelios).
Recentemente, a proposito del suo Milan, Berlusconi ha citato, naturalmente sbagliandola (v. la lettera di Lucio Villari su Repubblica del 30 ottobre 2007, p. 26), una frase del poeta latino Orazio, secondo il quale anche “Omero talvolta sonnecchia”. Nel caso di 300, tratto da una graphic novel (ricordarsi di verificare la differenza tra graphic novel e fumetto, anche per non apparire desueti) di Frank Miller, dormono della grossa anche Erodoto e Tucidide. Com'è ovvio, qui, all'autore nonché agli spettatori, più che la rispondenza dei fatti narrati alla storia, conta l'elemento visivo e, prima ancora, grafico. Certo che, però, alcune forzature, dovute soprattutto alla necessità di far apparire il film coerente nella trama ai prodotti che oggi vanno per la maggiore, potevano essere evitate, dalla figura eroica della moglie di Leonida, ai persiani con l'anello al naso, al traditore Efialte (figura peraltro storicamente documentata), ridotto ad una macchietta a metà tra Giuda Iscariota e il gobbo di Notre Dame. Per di più, anche lasciando da parte le esternazioni isteriche di Ahmadinejad (secondo il quale il film rinfocolerebbe un sentimento antipersiano e dunque anti-iraniano), se effettivamente si deve guardare all'ideologia espressa nel film, c'è da avere paura, per l'esposizione di un machismo superomistico che fa da perfetto pendant alla rudimentale filosofia dei kamikaze musulmani. E se, invece, l'aspetto fondamentale di questa operazione snyderiana e milleriana è proprio l'elemento grafico/visivo, c'è da domandarsi, con un po' d'angoscia, pensando agli sviluppi che questo metodo potrebbe avere in futuro: è ancora cinema questo, dove la regia (per così dire) si esplica fondamentalmente a livello di postproduzione, con location costruite di sana pianta al computer e con un abnorme abuso di sequenze rallentate? Secondo me, no. Il tutto somiglia molto di più a un pessimo videogioco, dove, oltre tutto, allo spettatore non è lasciato alcuno spazio di interazione con quanto scorre sullo schermo: si può soltanto subire l'esposizione dell'ideologia – diciamolo francamente – fascistoide degli autori.
I signori in giallo
by sasso67 (03/11/2007 - 20:59)
SIMPSON – IL FILM (U.S.A., 2007) di David Silverman.
Puntatona del cartone animato creato da Matt Groening, ormai diventato parte integrante dell'immaginario collettivo mondiale, almeno per chi abbia meno di 35 anni. A tratti, il film è- moderatamente – divertente (la gag migliore è quella della scommessa, quando Homer sfida Bart ad andare nudo in skateboard al McDonald's), anche se non presenta alcuna novità, limitandosi a riproporre luoghi comuni e vari altri elementi, naturalmente messi in parodia. In ogni caso, è consigliato soprattutto ai fan della serie televisiva.
Personalmente, poi, devo confessare che i venti minuti di una puntata dei Simpson sono fin troppi. E infatti mi sono addormentato dopo poco più di mezz'ora. Ho dovuto vedermi il film due volte. Decisamente troppe.
La lollo ha fatto l'uovo
by sasso67 (03/11/2007 - 20:53)
LA MORTE HA FATTO L'UOVO (Italia/Francia, 1968) di Giulio Questi. Con Jean-Louis Trintignant (Marco), Gina Lollobrigida (Anna), Ewa Aulin (Gabrielle), Biagio Pelligra (il chimico), Giulio Donnini (direttore dell'hotel), Jean Sobieski (Mondaini), Margherita Horowitz (la segretaria di Marco).
In un allevamento di polli, vengono condotti strani esperimenti genetici per giungere ad un prodotto più economico ed appetibile sul mercato. Ai risultati aberranti di questi esperimenti si oppone il titolare, presunto assassino di giovani donne. Nel frattempo, però, si svela il piano criminale della nipote dei titolari dell'allevamento, per impadronirsi del patrimonio degli zii...
Dopo l'ottimo risultato d'esordio, ottenuto con Se sei vivo, spara!, a Questi viene offerta l'opportunità del bis, ma il regista se la sputtana malamente. La morte ha fatto l'uovo, come già il precedente esordio in salsa spaghetti western, guarda come modello a Buñuel e al surrealismo cinematografico, ma qui manca la necessaria ironia con la quale Questi aveva invece affrontato il genere western, e di conseguenza latita il divertimento, affogando la trama, già abbastanza astrusa di per sé, in un lago (più piatto e meno salato del mare) di noia. Di surrealista, qui, c'è soprattutto il cast, con la Lollo, spesso in deshabillé, a tentare un rilancio intellettuale che fallisce miseramente.
Meglio che non vi veda...
by sasso67 (03/11/2007 - 15:22)
Tre canti su Lenin (URSS, 1934) di Dziga Vertov.
L'arte cinematografica di Dziga Vertov messa al servizio della propaganda sovietica. L'intento celebrativo, nella commemorazione del decennale della morte di Lenin, è evidente, anche se l'operazione è condotta dal regista russo d'origine tedesca con la consueta abilità tecnica ed artistica. Del resto, bisogna anche sottolineare la rischiosità dell'incarico affidato a Vertov, cioè quello di esaltare, in pieno stalinismo, il padre della Rivoluzione d'Ottobre, colui che, sul letto di morte, cercò di avvisare i collaboratori sulla pericolosità politica di Stalin. Il compito è assolto da Vertov in maniera dignitosa, secondo gli schemi del cinema propagandistico del periodo, ancora influenzato dal futurismo, con fulminee scritte che compaiono in sovrimpressione a commentare le immagini di repertorio. E proprio una di queste scritte, sinistramente ripetuta più volte, si presta embelmaticamente a una duplice interpretazione, ottimistica e inquietante a seconda del punto di vista, laddove il regista pare interrogarsi, con la frase "SE LENIN POTESSE VEDERCI OGGI!"
La bolletta dell'aria
by sasso67 (03/11/2007 - 13:45)
Strane storie - Racconti di fine secolo (Italia, 1994) di Sandro Baldoni. Con Flavio Bonacci (il narratore sul treno), Ivano Marescotti (un passeggero; l'utente moroso; il tenero scaduto; il marito milanese), Silvia Cohen (una passeggera; la cliente
del supermercato; la moglie napoletana), Mariella Valentini (una passeggera; la moglie milanese), Alfredo Pea (un passeggero; il marito napoletano), Consuelo Stangarone (la figlia del narratore), Sebastiano Filocamo (il controllore), Johnny Dell'Orto (il muratore straniero), Stefano Accorsi (uomo in vendita).
Tre storie surreali che suggellano il secolo breve con un ritorno, purtroppo basato sulla realtà, alle guerre etniche, come si vede in particolare il terzo episodio. Nei primi due episodi si contempla, invece, un'accusa all'invadenza del fisco e delle aziende erogatrici di pubblici servizi (come si suol dire, "ci faranno pagare anche l'aria che respiriamo!") e quella alla grande distribuzione, che commercializza, nei supermercati, uomini uno più alienato dell'altro, per impiegate single e frustrate.
L'idea di Baldoni è intelligente e la realizzazione, seppure denoti uno stile rudimentale, sufficientemente professionale. Ma tutto sembra un po' fine a sé stesso. Il primo è l'episodio migliore. Ottimo Marescotti.
Purché non si sappia in giro...
by sasso67 (03/11/2007 - 13:43)
Signore & signori (Italia, 1965) di Pietro Germi. Con Gastone Moschin (il ragionier Osvaldo Bisigato), Nora Ricci (Gilda Brisigato), Virna Lisi (Milena Zulian), Alberto Lionello (Toni Gasparini), Olga Villi (Ippolita Gasparini), Franco Fabrizi (Lino Benedetti), Gigi Ballista (il dottor Giacinto Castellan), Beba Loncar (Noemi Castellan), Virginio Gazzolo (Tosatto), Gia Sandri (Betty Scodeler), Quinto Parmeggiani (Bepi
Scodeler), Moira Orfei (Giorgia Casellato), Aldo Puglisi (Mancuso, il carabiniere), Gustavo D'Arpe (Scarabello), Alberto Rabagliati (il commendator Galeazzo Casellato), Patrizia Valturri (Alda, la ragazza minorenne), Carlo Bagno (Bepi Cristofoletto), Giulio Questi (Franco Zaccaria), Antonio Acqua (il procuratore Scarfiotti), Leoni Leon Bert (la madre di Osvaldo).
In una cittadina del Veneto, alcune coppie della buona società sono coinvolte in storie di sesso extraconiugale; tutto bene, finché si scopre che una delle ragazze che tutti si sono "ripassati" è minorenne.
Germi colpisce con ironia graffiante la morale molto elastica del Veneto bianco e produttivo, dimostrando di non avercela con la Sicilia culturalmente arretrata. Mancando un personaggio centrale come il Ferdinando di Divorzio all'italiana, Germi utilizza, come in Sedotta e abbandonata, un coro di figurine tutte sbozzolate e tutte perfette per mettere a fuoco l'ipocrisia che attanaglia quella società del benessere: quell'ipocrisia che fa sì che tutto sia permesso (anche dalla Chiesa) purché non si sappia in giro, purché non si ufficializzino le scappatelle con separazioni, denunce, abbandoni del tetto coniugale. In nome di questa ipocrisia sono accomunati tutti i ceti sociali: professionisti e sacerdoti, commercianti e politici, matronesse e contadini. Qualche personaggio ispira un po' più di comprensione umana (quelli di Gastone Moschin, Olga Villi, Carlo Bagno, Gia Sandri), ma nessuno è completamente simpatico o positivo. E anche la stampa, troppo sensibile agli interessi dei padroni del vapore, ci fa la sua bella figura di merda.
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