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Beati gli zoppi, perché essi parleranno (San Gimmi)

by sasso67 (30/12/2007 - 21:02)

Federico Maria Sardelli - I MIRACOLI di PADREPIO - Mario Cardinali Editore srl, 2002, pp. 100, € 10,00

"Allora cera un uomme che mette 'na pentola di fagioli a i'ffuoche e poi guardava la tivvù che se ne dimentiche di guardare la pentola co'i faggiuole". A un uomo così sbadato sarebbe potuta capitare una disgrazia, ovviamente senza il provvidenziale intervento di Padrepio, sempre pronto a sventare le sciagure provocate da uomini sbadati e anche poco devoti. La narrazione dei miracoli di Padrepio fatta fatta da Federico Maria "Boria" Sardelli in questo libriccino, che porta come sottotitolo "che avvenettero veramende, potesse stiantare chi non ci crede. Ame.", comincia sempre, più o meno, così. Il Sardelli è un genio, ancora non pienamente riconosciuto. È un musicista di grande valore, direttore di un'orchestra barocca, addirittura nominato due volte ai Grammy Awards per le sue incisioni di musica antica. È anche un pittore affermato, che già a quattordici anni poteva vantare un'esposizione personale. Ed è conosciuto, almeno nella sua città natale - Livorno - come uno degli autori di punta del Vernacoliere di Mario Cardinali. Ma, a parte questo, va detto che il libro del Sardelli, già autore di almeno due opere fondamentali come Il Libro Cuore (forse) - un capolavoro, forse la migliore parodia di romanzo mai scritta - e Proesìe, fa stiantare (dal ridere non per scarsa fede nei miracoli del frate di Pietralcina). Ma la genialità dell'autore si vede anche dal rigore che mette nella postfazione, dove, con la precisione del filologo che dimostra anche nella sua professione di musicsta, ripercorre sinteticamente la storia della "santità" di Padrepio, mai riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa e dagli scienziati che aveva mandato ad esaminare il caso, fino alla frettolosa santificazione voluta da papa Wojtyla negli ultimi anni del suo pontificato. Un libro da leggere per ridere, ma, come succede con i testi dei veramente grandi, anche per pensare.

Basso o macellaio

by sasso67 (30/12/2007 - 19:57)

Mi permette babbo! (Italia, 1956) di Mario Bonnard. Con Alberto Sordi (Rodolfo Nardi), Aldo Fabrizi (Alessandro Biagi), Marisa De Leza (Marina Biagi), Franco Silva (Gigi Biagi), Rita Giannuzzi (Isa), Sergio Raimondi (Tullio Biagi), Turi Pandolfini (nonno Giovanni), Achille Majeroni (il maestro Edmondo d'Aragona), Paola Borboni (Sonia d'Aragona), Elli Parvo (la Fasoli), Nerio Bernardi (il direttore d'orchestra Enzo Bernard), Riccardo Billi (Romoletto), Pina Bottin (Rosetta), Mino Doro (il maestro Santini), Fulvio Manes (Peppetto Biagi), Renato Navarrini (Manfredi), Mario Passante (il direttore del teatro), Edda Soligo (impiegata del teatro), Giulio Neri (sé stesso), Mimmo Poli (un facchino), Zoe Incrocci (cliente della macelleria).

Nella famiglia Biagi sono tutti macellai, tranne Rodolfo, il marito di Marina, l'unica figlia femmina, il quale studia per fare il cantante lirico. La situazione è mal tollerata dal capofamiglia Alessandro, anche perché si accorge che il maestro di canto, un anziano e scalcinato ex tenore, sta cercando di approfittare dell'ingenuo aspirante basso. Quando, però, Rodolfo esordisce in un'opera, nonostante lo scandalo che genera per avere cantato una parte tagliata della Traviata, i parenti gli consentono di continuare gli studi.

Probabilmente è vero, com'è stato scritto, che Mario Bonnard (che nel 1945 aveva diretto anche Il ratto delle sabine con Totò)non era un regista raffinato, ma qui sa giocare bene le sue carte, in una commedia con due primattori, Sordi e Fabrizi, che riescono a piazzare diverse situazioni divertenti. Tra i due, è in maggiore evidenza Sordi, alora nel suo periodo d'oro, con una serie di battute originate dalla sua smodata passione per il canto lirico, che lo portano a situazioni imbarazzanti, come quando cerca di duettare con il basso Giulio Neri o quando intona l'Ivan sul loggione, subito zittito dagli altri spettatori. Imperdibile il finale, quando Sordi non resiste alla tentazione di cantare l'ultima battuta attribuita al suo personaggio, ma che Verdi in persona aveva deciso di abolire, dopo il disastroso esito della prima rappresentazione. A merito del regista va ascritta la creazione del personaggio del patetico maestro di canto, interpretato da Achille Majeroni, ma anche la divertente macchietta del nonnetto, affidata a Turi Pandolfini (una specie di feticcio per il Sordi dell'epoca), sempre a caccia di qualcosa da mangiare, e ossessionato da tavoli e sedie con le gambe più lunghe, che cerca di livellare con una sega da falegname. Giudizio sintetico: sufficientemente divertente.

Tag: cinema

Il piccolo sonno

by sasso67 (30/12/2007 - 00:28)

La maledizione dello scorpione di giada (USA, 2001) di Woody Allen. Con Woody Allen (C. W. Briggs), Helen Hunt (Fitzgerald), Dan Aykroyd (Chris Magruder), Wallace Shawn (George Bond), David Ogden Stiers (Voltan), Charlize Theron (Laura Kensington), Elizabeth Berkley (Jill), John Tormey (Sam), John Schuck (Mize), Brian Markinson (Al).

L'anziano impiegato al servizio, come investigatore, di una compagnia assicurativa, una sera durante uno spettacolo viene ipnotizzato da un mago, che approfitterà della situazione per costringerlo, sotto ipnosi, a rubare dei gioielli assicurati. Il pover'uomo, che non si ricorda niente, diventerà il maggior sospettato.

Parodia abbastanza riuscita dei noir degli anni quaranta, La maledizione dello scorpione di giada è uno dei film meno peggiori del Woody Allen degli ultimi anni. Si tratta, quanto meno, di un ritorno alle origini comiche dell'autore newyorkese, quelle che lo avevano portato a scrivere pezzi irresistibili come Uno sguardo alla criminalità organizzata (in Rivincite, ed. Bompiani). Cosa che gli consente di scartare di lato rispetto alla pericolosa china che Allen ha imboccato, realizzando, quanto meno da Alice in poi, e con pochissime eccezioni, una cazzata dietro l'altra. Oddio, non è che anche nella Maledizione ci si scompisci dalle risate: diciamo che, comunque, le cose funzionano, anche grazie a un cast di attori bravi, che comprende, oltre al regista, gli ottimi Wallace Shawn e Dan Aykroyd, oltre a Helen Hunt, che è cento volte più brava della nuova musa di Woody, Scarlett Johansson. Divertente senza impegno.

Luridi Sporchi e Drogati

by sasso67 (29/12/2007 - 23:53)

Paura e delirio a Las Vegas (USA, 1998) di Terry Gilliam. Con Johnny Depp (Raoul Duke), Benicio Del Toro (Dott. Gonzo), Tobey Maguire (l'autostoppista), Christina Ricci (Lucy), Ellen Barkin (proprietaria della tavola calda), Gary Busey (poliziotto sull'autostrada), Mark Harmon (reporter della rivista), Cameron Diaz (reporter sull'ascensore), Katherine Helmond (receptionist al Mint Hotel).

Nel 1971 due strani tipi, un giornalista e il suo avvocato, si recano in macchina da Los Angeles a Las Vegas. Dopo di che compiono altri viaggi, alcuni in macchina e molti di più in acido.

Parente molto stretto di film quali Il pasto nudo (Cronenberg, 1991), Trainspotting (Boyle, 1996) e Larry Flint (Forman, 1996), questo allucinato delirio surrealista si sostanzia in un film senza capo né coda, e certifica, in modo si spera non irreversibile, il declino cinematografico di Terry Gilliam, regista visionario anche quando non è chiamato a mettere in scena gli effetti del LSD. All'inizio, desta almeno qualche curiosità il look tardo hippie dietro al quale si celano due attori altrove bravi, come Depp e Del Toro, poi si comincia a sperare che il film, da un momento all'altro, possa decollare, o quanto meno dare qualche colpetto d'ala. E il giochino, invece, resta fine a sé stesso e alla lunga stanca. Il film è noioso e lo spettatore è indotto a pensare a particolari secondari, come domandarsi in quale modo si guadagnino da vivere questi miserevoli perdigiorno, oppure avere il forte desiderio che personaggi come questi siano condannati a zappare le radici degli ulivi per un lungo periodo della loro vita. Un film necessario come la peluria sugli orecchi.

"Delirante, nel pieno senso della parola, pasticcio surreale, tratto da uno strampalato romanzo sulla cosidetta beat generation, dove la libertà di droga faceva rima con la guerra alla società. Tra immagini impazzite e una musica da frastornare un sordo, l'esaltato Terry Gilliam divide i critici, molti dei quali ancora pronti a dargli la patente di genio. Invece di ritirargliela per sempre". (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 21 ottobre 2002)

Tag: cinema

belmierode!

by sasso67 (29/12/2007 - 23:17)

Ma come si può uccidere un bambino? (Spagna, 1976) di Narciso Ibañez Serrador. Con Lewis Fiander (Tom), Prunella Ransome (Evelyn), Antonio Iranzo (il padre della ragazzina), Miguel Narros (il capo dei guardiacoste), Luis Ciges (impiegato postale), Fabián Conde (venditore di materiale fotografico), Lourdes De La Camara (Lourdes), Maria Druille (la bambina che piange), Javier De La Camara (il capo dei bambini).

Due giovani coniugi inglesi lasciano i due figli a casa per passare una vacanza in Spagna. Giunti sull'isoletta di Almanzora, si accorgono che sono scomparsi tutti gli adulti: sono rimasti soltanto i ragazzini, che hanno un comportamento stranamente minaccioso...

Uno dei primi film spagnoli ad arrivare sul mercato internazionale dopo la fine della dittatura franchista, Ma come si può uccidere un bambino? è anche un ottimo horror, tra i più originali e inquietanti mai realizzati. Ad una prima occhiata sembrerebbe un film di derivazione tipicamente britannica, filone da cui si distacca, però, per l'ambientazione che, anziché giovarsi di scenari notturni, lampi-tuoni-fulmini&saette, rumori di catene e cose simili, si svolge tutto sotto un sole abbacinante e tra le casette bianche di un'isoletta immersa nel Mediterraneo. All'epoca, i critici (come Grazzini e Kezich) citarono, a proposito di questo film, Gli uccelli (1963) di Hitchcock, ma i genitori e i fratellini di Ma come si può uccidere un bambino? sono molteplici: per citarne soltanto alcuni, vengono in mente Il villaggio dei dannati (1960), l'ottimo e (almeno da noi) poco conosciuto The Wicker Man (1973), senza trascurare qualche influenza del primo Dario Argento. Senza filosofeggiare su interpretazioni più o meno sociologiche, che potrebbero essere accreditate dal prologo che mostra la lunga strage degli innocenti perpetrata dagli adulti di tutti i tempi sui bambini, bisogna riconoscere che questo filmetto diretto dal regista spagnolo (di nascita uruguayana) riesce nell'intento di inquietare e, all'occasione, anche di spaventare lo spettatore. Talvolta perfino a commuoverlo, come nella scena dell'omicidio, molto originale, della protagonista.

«Stretto tra una tensione ribellistica e uno scatenamento reazionario, il film vale soprattutto per le atmosfere alla Antonioni che il regista riesce a creare nelle vie del paese deserto, per il suo carattere di romanzo gotico esposto al sole abbacinante del Mediterraneo» (Tullio Kezich, 1977)

Tag: cinema

BUON ANNO A TUTTI

by sasso67 (29/12/2007 - 14:29)

ABBA - HAPPY NEW YEAR

Tag: musica

Amara strega...

by sasso67 (29/12/2007 - 14:13)

Gostanza da Libbiano (Italia, 2000) di Paolo Benvenuti. Con Lucia Poli (Gostanza da Libbiano), Valentino Davanzati (Monsignor Roffia), Renzo Cerrato (Padre Costacciaro), Paolo Spaziani (Padre Porcacchi), Lele Biagi (il notaio Viviani), Nadia Capocchini (Monna Lisabetta), Teresa Soldaini (Dianora).

Gostanza da LibbianoUn processo per stregoneria nel Granducato di Toscana del 1594: una certa Gostanza è accusata di avere guarito con arti magiche, invocando il demonio. La donna, sotto tortura, ammette tutto e s'inventa storie di sabba con altre streghe per adorare Lucifero. Poi un esperto inquisitore, proveniente da Firenze, smonta tutte le accuse e la confessione.

Basato su documenti autentici, Gostanza da Libbiano è il miglior film del pisano Benvenuti, sia per i contenuti che per tecnica puramente cinematografica. Dal punto di vista concettuale il film sarebbe piaciuto, con ogni probabilità, al Verri e al Beccaria, nonché al Manzoni della Colonna infame. La condanna dell'uso della tortura, finalizzato ad estorcere delle confessioni dagli accusati, è infatti più che esplicita. Benvenuti ci fa vedere, inoltre, che all'interno della Chiesa vi erano delle menti aperte, in grado di ragionare e di capire che le accuse di stregoneria erano per la stragrandissima parte delle bufale. È storicamente provato, del resto, che i processi per stregoneria interessavano assai poco all'Inquisizione (ed erano spesso imbastiti dalle autorità civili per ragioni più che altro "politiche"), che invece puntava molto di più alla repressione degli "eretici". Dal punto di vista cinematografico, è evidente l'influenza degli Autori che hanno realizzato film sul processo di Giovanna d'Arco: la lezione di Dreyer, Bresson e Rossellini non è scivolata invano sulle spalle del regista pisano. Dal punto di vista figurativo, non passa inosservato l'imprinting del grande autore danese, anche nelle sequenze di raccordo, con l'inquadratura della torre, che si staglia, nera. sullo sfondo di un cielo chiaro, e ricorda non soltanto La passione di Giovanna d'Arco (1928), ma anche Il vampiro (1932) e Dies Irae (1943).

A merito di Benvenuti va anche la scelta degli interpreti: perfetta, com'era prevedibile, Lucia Poli, per intensità drammatica ed aderenza al personaggio, ma è ottimamente in parte anche il sacerdote livornese Valentino Davanzati, che ha i tempi e i modi richiesti per la parte che sta recitando.

P.S. Libbiano è una frazione del comune di Pomarance (PI).

Tag: cinema

Maremma maiala

by sasso67 (28/12/2007 - 20:47)

Tiburzi (Italia, 1996) di Paolo Benvenuti. Con Pio Gianelli (Domenico Tiburzi), Marcello Bartolomei (capitano Giacheri), Stefano Bambini (tenente Rizzoli), Dario Marconcini (il Principe Corsini), Atos Davini (Monsignor Luchetti), Felice Tazzini (il poeta carbonaio).

Alla fine dell'Ottocento, i Regi Carabinieri decidono di porre fine alle azioni del brigante Tiburzi, che imperversa per la Maremma toscana e laziale. Il bandito è in realtà un anziano, ormai soppiantato da altri briganti più giovani. Ma rappresenta un simbolo e deve essere eliminato.

Benvenuti, più che una storia, vuole raccontare un'atmosfera, che è la Maremma, con le sue paludi e le sue foreste quasi impenetrabili, così come lo è, per i Carabinieri, la rete di connivenze e omertà che protegge, dal principe al carbonaio, il brigante Tiburzi. Quello del regista pisano è un film ellittico, dove l'azione non conta niente e poco conta anche la caratterizzazione dei personaggi: il brigante che dà il titolo al film si vede per pochi attimi e non parla mai. Si capisce, però, quali erano i rapporti sociali nella Maremma dell'Ottocento, e quali abissi di miseria nascondevano le ragioni per cui un poveraccio si desse al brigantaggio. E la barbarie, sembra volerci dire il regista, era sia dalla parte dei predoni che da quella della cosiddetta legge: tanto è vero che alla fine i Carabinieri, ucciso a freddo Tiburzi, non rinunciano al rito di mettere il cadavere in piedi appoggiato a un muro e di fotografarlo come se fosse ancora vivo. E il prete rifiuta di seppellirlo in terra consacrata.

Tag: cinema

A prova di noia

by sasso67 (28/12/2007 - 20:31)

Grindhouse - A prova di morte (USA, 2007) di Quentin Tarantino. Con Kurt Russell (Stuntman Mike), Sidney Tamiia Poitier (Jungle Julia), Zoe Bell (Zoe), Rosario Dawson (Abernathy), Vanessa Ferlito (Arlene), Tracie Thoms (Kim), Rose McGowan (Pam), Jordan Ladd (Shanna Banana), Mary Elizabeth Winstead (Lee), Quentin Tarantino (Warren), Marcy Harriell (Marcy).

Un malvagio stuntman, armato di un'automobile carrozzata "a prova di morte", uccide tre ragazze dopo un micidiale inseguimento. Dopo di che riprova il giochino con un altro terzetto di ragazze, ma stavolta mal gliene incoglie.

Ormai è chiaro e lampante: Tarantino ci prende ampiamente per il culo. È molto probabile che il talentuoso Autore delle Iene (1992) e di Pulp Fiction (1994) non abbia più granché da dire. È altrettanto probabile che il buon Quentin abbia voglia di giocare con la storia del cinema di genere, ma, allo stesso modo, il suddetto regista non può pretendere che si resti tutti ammaliati dalla paccottiglia che da un po' di tempoi cerca di ammannirci. E A prova di morte è, appunto, paccottiglia. La trama è sostanzialmente data da due lunghi inseguimenti automobilistici intervallati da chiacchiere senza senso - dette da personaggi inconsistenti - che vorrebbero ripetere, inutilmente, la riuscita del dialogo iniziale delle Iene. I personaggi sono marionette unidimensionali e, per quanto riguarda le ragazze, intercambiabili tra loro. Quanto, invece, a Kurt Russell, piange il cuore vedendo che schifezza di film si è risotto ad interpretare.

A prova di morte, a dispetto dell'indiscutibile tecnica registica (ma cosa ce ne frega, se è al servizio di una colossale ciofeca?), è un film cinematograficamente insussistente, al confronto del quale perfino lo scombiccheratissimo Kill Bill (2003/04) è un'opera compatta e coerente.

«Death Proof è un pollo gonfiato in batteria. A un festival può funzionare come pezzo di curiosità. Prenderlo sul serio è omicida nei confronti del comune spettatore.» (Giorgio Carbone, 'Libero', 23 maggio 2007)

«Se pensiamo al ragazzaccio di Pulp Fiction che proprio qui a Cannes, vincendo una Palma d'Oro nel 1994, si è conquistato l'appellativo di nuovo Godard, non possiamo non rimanere delusi da questa fragile operina in due atti e convulsamente logorroica che, estrapolata dal contesto del progetto originario, ha ancora meno senso.» (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 23 maggio 2007)

Tag: cinema

Miracoli di celluloide

by sasso67 (26/12/2007 - 21:03)

La vita è meravigliosa (USA, 1946) di Frank Capra. Con James Stewart (George Bailey), Donna Reed (Mary Hatch), Lionel Barrymore (Henry Potter), Thomas Mitchell (zio Billy), Henry Travers (Clarence, l'angelo), Beulah Bondi (mamma Bailey), Ward Bond (Bert), Frank Faylen (Ernie), Todd Karns (Harry bailey), Gloria Graham (Violet), Samuel S. Hinds (Peter Bailey, il padre), H. B. Warner (Gower), Bill Edmunds (Martini).

La vita di George Bailey, un bravo ragazzo di Bedford Falls, immaginaria cittadina della provincia americana: dall'infanzia, durante la quale salva la vita al fratello, la giovinezza, quando s'innamora e sposa la dolce Mary, la maturità, nella quale, rinunciando agli studi universitari, rileva la piccola banca di famiglia, che gestisce insieme allo zio. Quando la banca giunge sull'orlo del tracollo, e sta per cadere in mano al turpe milionario Henry Potter, George medita il suicidio. E qui viene salvato, proprio alla vigilia di Natale, da un angelo custode di seconda classe, che gli mostra come sarebbero andate le cose se George, come da lui stesso auspicato, non fosse mai nato. Ha ancora senso, oggi, vedere e commentare il film natalizio per eccellenza? Direi di sì, soprattutto vederlo. Quanto a commentarlo, è già stato detto praticamente tutto, dalle interpretazioni sociopolitiche a quelle psicanalitiche, per concludere con il dibattito sul dubbio che si tratti o meno di un'opera minore di Frank Capra. A mio modestissimo parere, si tratta di una favoletta che si adattava particolarmente al periodo della ricostruzione postbellica, ma che per il suo ottimismo, molto sui generis, dal retrogusto amaro (il riccastro malvagio non subisce alcuna punizione) funziona benissimo ancora oggi. Probabilmente il film servì a Capra anche per voltare pagina dopo le pellicole di propaganda bellica (della serie Perché combattiamo) che lo videro in prima linea, e di cui qualche immagine si vede anche in questo film (quando si parla del fratello eroe di guerra). E probabilmente si riverberano in La vita è meravigliosa le vicende finanziarie dello stesso Capra, legate ai rovesci della sua casa di produzione indipendente. Come fa notare Vito Zagarrio nel suo Castoro sul regista di Bisacquino, «nella realtà dello show biz non avvengono i miracoli di Bedford Falls». Grandissima prova di James Stewart, perfetto sia quando fa il bravo giovinotto sia quando s'incazza come una iena.

Tag: cinema

A dorso d'orso

by sasso67 (26/12/2007 - 19:21)

Boog & Elliott a caccia di amici (USA, 2006) di Jill Culton, Roger Allers, Anthony Stacchi.

Boog & Elliott a caccia di amiciUn orso grizzly, adottato da cucciolo da una ragazzina che lo tratta come un cane ammaestrato, un bel giorno aiuta a fuggire un cervo catturato da un cacciatore. Da quel momento dovrà salvarsi dalla vendetta del cacciatore e soprattutto dall'appiccicosa riconoscenza del cervo. Queste due esigenze, unite all'insopprimibile richiamo della foresta, porteranno i due amici animali ad affrontare una lunga serie di avventurose peripezie e a fare tanti incontri con i colleghi abitanti della foresta.

C'è il messaggio ecologista. C'è l'elogio dell'amicizia anche fra creature diverse. C'è tutto questo e c'è, forse, poca originalità di fondo. Ma in un'operazione come quella di Boog & Elliott ciò che conta è il divertimento, che è presente e sgorga dalla simpatia dei due protagonisti, i quali ricordano la strana coppia dell'Era glaciale: l'uno, il grizzly, taciturno come il mammut, e l'altro, il cervo, petulante e chiacchierone come il bradipo del cartoon di Saldanha e Wedge. Fondamentali sono, inoltre, gli incontri che i due amici fanno nella foresta (in particolare una tribù di scoiattoli artiglieri, comandati da un anziano che ricorda un ufficiale prussiano) e da alcune trovate molto buffe, come il bombardamento sui cacciatori, effettuato dallo stormo di anatre che trasportano le puzzole, le quali sganciano gas fetidi. Ecologicamente divertente.

Tag: cinema,animazione

Il cartaRio

by sasso67 (25/12/2007 - 20:31)

Il cacciatore di teste (Belgio/Francia/Spagna, 2005) di Costa-Gavras. Con José Garcia (Bruno Davert), Karin Viard (Marlène Davert), Geordy Monfils (Maxime Davert), Christa Theret (Betty Davert), Ulrich Tukur (Gérard Hutchinson), Olivier Gourmet (Raymond Machefer), Yvon Back (Etienne Barnet), Thierry Hancisse (ispettore Kesler), Yolande Moreau (impiegata postale), Olga Grumberg (Iris Thompson), Dieudonné Kabongo (Quinlan Longus).

Per una riorganizzazione del personale, il capacissimo funzionario di un'azienda cartacea, viene licenziato. Essendo molto qualificato, ritiene di poter trovare ben presto un nuovo impiego. Ma non è così: il mercato è saturo di persona preparate quanto lui che non riescono a reinserirsi nel mondo del lavoro. Per mantenere alla propria famiglia il tenore di vita che ha sempre avuto, l'uomo decide di far fuori tutti i possibili concorrenti sulla piazza. Il crimine paga.

Il cacciatore di teste (il titolo si riferisce al lavoro svolto dal protagonista per l'azienda che l'ha cacciato, dove ha fatto tagliare il personale in esubero) è un film nel quale, come per miracolo, tutto funziona quasi alla perfezione, dalla seneggiatura, desunta dal regista e da Jean-Claude Grumberg da un romanzo di Donald E. Westlake (che compare hitchcockianamente in una scena). Raramente Costa-Gavras, cui siamo peraltro debitori di varie opere meritorie, è stato così poco retorico (merito anche di Jean-Pierre Dardenne, qui in veste di co-produttore?) ed attento esclusivamente allo sviluppo narrativo del suo film. Non facile dal punto di vista drammatico, l'opera numero venti del regista greco non sbaglia un colpo: ogni segmento s'incastra nell'altro quasi alla perfezione, e la recitazione degli ottimi interpreti - primo, naturalmente, José Garcia, ma non sono da meno Karin Viard e tutti gli altri -, che non vanno mai oltre le righe idealmente tracciate dal direttore di quest'orchestra intonatissima, fa il resto. Socialmente, politicamente e artisticamente, Il cacciatore di teste è uno dei migliori film europei degli ultimi anni. Voto: 8.

«Nel perfido e intelligente film di Costa-Gavras, tratto da un giallo di Donald Westlake, un manager dell' industria cartaria licenziato per esubero multinazionale, per evitare la concorrenza, decide di uccidere spietatamente, complice il fermo posta, i quadri sul mercato al suo livello, killer spietato ma di una commedia nera degli equivoci, mantenendo in casa il ruolo nevrotico ma innocente del buon padre e marito. Anche per merito del bravo José Garcia, che fa del male con gran naturalezza come una brava persona travolta dalla solitudine, il film svolge la sua paradossale tesi, fino al finale aperto e pessimista, col professionismo di un autore impegnato ('Z', 'La confessione') che raggira un tema morale in scorciatoia sindacale come un altro dramma sociale, 'A tempo pieno' di Cantet.» (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 10 febbraio 2006)

Tag: cinema

Gambamitraglia

by sasso67 (25/12/2007 - 20:03)

Grindhouse - Planet Terror (USA, 2007) di Robert Rodriguez. Con Rose MacGowan (Cherry Darling), Freddy Rodríguez (El Wray), Josh Brolin (Dott. William Block), Marley Shelton (Dott.ssa Dakota Block), Jeff Fahey (J. T. Hague/il boss di Machete), Michael Biehn (sceriffo Hague), Bruce Willis (ten. Muldoon), Naveen Planet Terror (Rose MacGowan)Andrews (Abby), Nicky Katt (Joe), Tom Savini (agente Tolo), Quentin Tarantino (primo violentatore), Danny Trejo (Machete), Cheech Marin (Padre Benicio Del Toro).

A causa di una fuga di gas radioattivi, una cittadina degli Stati Uniti è invasa da gruppi di morti viventi famelici di carne umana. L'infezione è, per di più, contagiosa. A combattere i cadaveri cannibali ci penseranno un ex soldato, una spogliarellista con una gamba sola, uno sceriffo di provincia e una dottoressa, figlia di un poliziotto.

Fumettaccio sanguinolento, pieno di effettacci (per ironia, Tom Savini interpreta un poliziotto che spara sempre alla persona sbagliata) e narrativamente, com'è ovvio attendersi, incongruente, anche se a tutto dovrebbe esserci un limite. Si tratta di una baracconata sinistramente fracassona, che fa venire in mente un'opera letteraria come La notte del drive-in di Joe R. Lansdale. Derivato, se non ricalcato, nella trama, dalla Notte dei morti viventi (1968) e messo in scena con l'estetica di Sin City (2005), seppure a colori, Grindhouse - Planet Terror non presenta alcuna originalità. Nonostante ciò, si segue senza noia dal principio alla fine, anche se l'insieme non raggiunge la sufficienza, e la cosa migliore resta il falso trailer (ma quanto sia davvero falso lo si vedrà soltanto in futuro, poiché sembra in preparazione un vero e proprio film con quel titolo e quei personaggi) di Machete, dove un terrificante Danny Trejo si trasforma in spietato giustiziere armato di lame. Tra tanti attori che simuovono come marionette sulla scena di Planet Terror, fa piacere rivedere, dimagrito, un Bruce Willis che sostiene di avere fatto fuori niente me no che Osama Bin Laden, ed anche, ingrassatissimo, Quentin Tarantino in una parte odiosa.

«Lasciando in pace la metafora sempre implicita nel filone (il popolo di cannibali), soprattutto una visita al luna park per gli amanti del genere.» (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 28 settembre 2007)

Tag: cinema

Il fascino indiscreto della fantasia

by sasso67 (21/12/2007 - 20:35)

Buñuel e la tavola di Re Salomone (Spagna/Messico/Germania, 2001) di Carlos Saura. Con El Gran Wyoming [José Miguel Monzón Navarro] (Luis Buñuel anziano), Pere Arquillué (Luis Buñuel giovane), Ernesto Alterio (Salvador Dalí), Adrià Collado (Federico García Lorca), Valeria Marini (Ana María de Zayas), Amira Casar (Fátima), Jean-Claude Carrière (David Goldmann), Juan Luis Galiardo (il critico cinematografico), Armando De Razza (Obispo Abilio Avedaño), Eusebio Lázaro (l'ebreo errante), Jorge Cañibano (Pacheco), Martín Mujica (lo stilita).

Un Luis Buñuel (1900-1983) ormai anziano pensa ad un film che gli sarebbe piaciuto fare ma che non ha mai potuto realizzare. I protagonisti di questo film nel film nel film (tre volte) sono lui, Salvador Dalí (1904-1989) e Federico García Lorca (1898-1936), in un tempo indefinito nel quale gli amici sono tutti e tre giovani, ma nel quale il regista ha già realizzato i suoi capolavori futuri, dall'Age d'or a Viridiana.

Cinema all'ennesima potenza, questo film di Saura (amico personale di Buñuel), vergognosamente ignorato in Italia, nonostante la presenza di due attori (purtroppo non tra i migliori) nel cast, si tratta di un film fantastico, come potrebbe essere un Harry Potter per adulti o una rivisitazione moderna del Manoscritto trovato a Saragozza di Potocki, ma anche di un'operazione profondamente cinefila, oltre che di un'omaggio affettuoso al grande regista spagnolo di Calanda e al suo immaginifico mondo. Al di là della ricerca della verità sul proprio futuro, che può anche essere dolorosissima (come impara a sue spese il personaggio Federico García Lorca), contano le bellissime immagini di Saura, che ricreano il mondo fantastico dell'amico Buñuel, dalla città di Toledo, in cui il regista girò Tristana, a San Simeone lo Stilita, fino all'automa di Metropolis di Fritz Lang (che Buñuel esaltò e criticò al tempo stesso), passando per alcuni dipinti di Dalí e per alcuni ambienti e personaggi che sembrano usciti direttamente dal Manoscritto trovato a Saragozza: i musulmani, l'ebreo errante e l'immancabile nano, che guarda caso si chiama Pacheco.

Valeria Marini stranamente non sfigura, e, meno stranamente, si spoglia.

Tag: cinema

Vuoto spinto on the road

by sasso67 (21/12/2007 - 12:36)

Non bussare alla mia porta - Don't Come Knocking (Francia/Germania/USA, 2005) di Wim Wenders. Con Sam Shepard (Howard Spence), Jessica Lange (Doreen), Eve Marie Saint (la madre di Howard), Sarah Polley (Sky), Tim Roth (Sutter), Gabriel Mann (Earl), Fairuza Balk (Amber), Tim Matheson (un produttore), Marley Shelton (l'attrice), George Kennedy (il regista), Rodney A. Grant (Occhio Selvaggio).

Un attore western in declino lascia improvvisamente il set e scappa dalla mamma. Questa gli rivela che anni prima le telefonò una donna dal Montana, sostenendo di avere avuto un figlio da lui. L'attore va quindi alla ricerca della donna e del figlio.

Wenders torna sul luogo del delitto. Dopo più di vent'anni va nuovamente a girare in America e riesce nell'impresa di fare un film perfino peggiore di Paris, Texas, uno dei suoi film più noiosi. Situazioni ad effetto, dialoghi che non stanno né in cielo né in terra né al cinema (caro Sam Shepard, ma per piacere!) e, quel che è peggio, già sentiti - e forse scopiazzati - in film di autori più dozzinali di Wenders. Non c'è una spiegazione logica al fatto che il regista tedesco, da ormai più di vent'anni, realizzi film del genere. Probabilmente si tratta di una cronica carenza d'ispirazione, o forse l'ha fatto soltanto per amicizia con Sam Shepard (ma il sopravvalutato SCENEGGIATTORE-regista non poteva girarselo da solo questo film?). Certo, qualche progresso rispetto a Paris, Texas c'è stato: a parte un tocco di tarantinismo, con la figura dell'ufficiale giudiziario psicotico Tim Roth, c'è un'attrice vera al posto della bambolotta Nastassja Kinski. Per dirla tutta, però, con la bocca, il naso, gli zigomi e gli occhi rifatti e stirati, la pur bravissima Jessica Lange può sembrare tutto tranne una cameriera di bar-tavola calda. Questo film troverà di sicuro qualche qualificato estimatore, come lo trovò il film di Lynch Una storia vera (Emanuela Martini, purtroppo, docet), ma pur cercando di indurre lo spettatore alla lacrimuccia facile, non riesce mai ad emozionare. La cosa migliore, come spesso accade per i film di Wenders, è la colonna sonora, anche se qui si esagera con la musica country. Da segnalare, nel naufragio generale, un blooper da film quasi dilettantesco: mentre l'indiano spara al pneumatico sinistro della macchina di Howard, suo figlio sostituisce il destro.

"Grosse nuvole attraversano il cielo di 'Don't Come Knocking', variando l'illuminazione dell'inquadratura. A Wenders, invece, non passa più nulla per la testa. Ci avesse risparmiato, almeno, la solita tirata con annesso 'volemose bene', come nel penultimo 'La terra dell'abbondanza'." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 20 maggio 2005)

Tag: cinema

Billy's Bones

by sasso67 (20/12/2007 - 23:34)

The Pogues - Billy's Bones

Billy ran around with the rare old crew
And he knew an arsenal from tottenham blue
We'd be a darn sight better of if we knew
Where billy's bones are resting now
Billy saw a copper and he hit him in the knee
And he took him down from six foot to five foot three
Then he hit him fair and square in the do-re-mi
That copper won't be having any family

Hey Billy son where are you now
Don't you know that we need you now
With a ra-ta-ta and the old kow-tow
Where are billy's bones resting now

Billy went away with the peace-keeping force
'cause he liked a bloody good fight of course
Went away in an old khaki van to the banks of the river jordan
Billy saw the arabs and he had 'em on the run
When he got 'em in the range of his sub-machine gun
Then he had the israelis in his sights, went a ra-ta-ta
And they ran like shiites

Hey Billy son where are you now
Don't you know that we need you now
With a ra-ta-ta and the old kow-tow
Where are billy's bones resting now

One night billy had a rare old time,
Laughing and singing on the lebanon line
Came back to camp not looking too pretty
Never even got to see the holy city
Now billy's out there in the desert sun
And his mother cries when the morning comes
And there's mothers crying all over this world
For their poor dead darling boys and girls

Hey Billy son where are you now
Don't you know that we need you now
With a ra-ta-ta and the old kow-tow
Where are billy's bones resting now

Have a billy holiday
Born on a monday
Married on a tuesday
Drunk on a wednesday
Got plugged on a thursday
Sick on a friday
Died on a saturday
Buried on a sunday

LE OSSA DI BILLY

Billy girava con la formidabile vecchia banda

E distingueva uno dell'Arsenal da un azzurro del Tottenham

Noi staremmo un casino meglio se sapessimo

Dove le ossa di Billy riposano ora

Billy vide uno sbirro e lo colpì al ginocchio

E lo abbassò da uno e ottanta a uno e sessanta

Poi lo colpì dritto spaccato sul do-re-mi

Quello sbirro non avrebbe più messo su famiglia

Ehi Billy figliolo dove sei adesso, non sai che

Ora abbiamo bisogno di te

Con un ra-ta-ta e la vecchia riverenza

chissà dove le ossa di Billy

Riposano ora

Billy se ne andò con il contingente di pacificazione perché

Naturalmente gli sarebbe piaciuto un combattimento come si deve

Se ne andò dentro un vecchio furgone kaki

verso le sponde del Giordano

Billy vide gli Arabi e li mise in fuga come li ebbe

A tiro del suo mitra

Poi avvistò gli Israeliani, fece ra-ta-ta

E quelli scapparono come mer-da

Ehi Billy figliolo dove sei adesso, non sai che

Ora abbiamo bisogno di te

Con un ra-ta-ta e la vecchia riverenza

chissà dove le ossa di Billy

Riposano ora

Una notte se la spassò come ai vecchi tempi, ridendo e cantando

Sul confine del Libano

Tornò al campo conciato non troppo bene,

nemmeno riuscì

A vedere la città Santa

Ora Billy è là sotto il sole del deserto

e sua madre piange

Quando si fa mattino

E in tutto il mondo ci sono madri che piangono,

per i loro poveri

Cari ragazzi e ragazze morti

Ehi Billy figliolo dove sei adesso, non sai che

Ora abbiamo bisogno di te

Con un ra-ta-ta e la vecchia riverenza

chissà dove le ossa di Billy

Riposano ora

Fatti una vacanza come BIlly

Nato il lunedì

Sposato il martedì

Ubriaco il mercoledì

Impallinato il giovedì

Malconcio il venerdì

Morto il sabato

Seppellito la domenica.

(Trad. di Alberto Campo, da Poguesìe, Arcana, 1989)

Tag: musica,punk

Paolo il tiepido

by sasso67 (20/12/2007 - 23:33)

Paolo Barca, maestro elementare, praticamente nudista (Italia, 1975) di Flavio Mogherini. Con Renato Pozzetto (Paolo Barca), Magali Noël (Rosaria Cacchiò), Janet Agren (Giulia), Liana Trouché (Ines Badalamenti), Paola Borboni (la contessa Felicita Barca, nonna di Paolo), Miranda Martino (Assunta Calabrò), Stefano Satta Flores (il direttore didattico), Fabrizio Mazzotta (Carmelo Padelà), Valeria Fabrizi (la signora Manzotti), Pinuccio Ardia (Maccaluso), Gennaro Ombra (il portinaio dell'albergo).

Un ingenuo nudista brianzolo, condizionato da una nonna invadente e autoritaria, vince un concorso statale e va ad insegnare in una scuola elementare di Catania. Con il suo comportamento sprovveduto e la sua inarrestabile logorrea, l'insegnante creerà scompiglio tra le colleghe e metterà in subbuglio le famiglie degli alunni.

Indubbiamente invecchiato, Paolo Barca è un film che, nell'epoca in cui è stato fatto "ci stava". La logorrea di Pozzetto era di gran moda e, in questo caso, riesce a far risaltare tutta la sua sprovvedutezza in ambito sessuale, specialmente messo a contatto con una società al tempo stesso spregiudicata ma ipocrita com'era la Sicilia trent'anni fa (ma le cose sono davvero cambiate di molto?). La morale era "si fa tutto, basta che non si sappia in giro". Questo sistema è messo in crisi dalla reazione inusitatamente ingenua dell'insegnante di fronte alle domande maliziose degli alunni della quinta elementare: cos'è la minchia? cos'è l'orgasmo? Al di là, comunque, di qualsivoglia (forse abusiva) interpretazione sociologica di questo film, a me pare che si tratti di una sorta di rivisitazione, con un protagonista settentrionale, di film precedenti quali Paolo il caldo (1973) di Marco Vicario (dal romanzo di Brancati) e della sua parodia Paolo il Freddo (1974) di Ciccio Ingrassia con Franco Franchi. Vi sono, in più, elementi surreali e surrealisti (i sogni, le improvvise apparizioni della nonna eccetera) e perfino qualche eccesso di fellinismo, testimoniato dalla bella e generosa Magali Noël. E in ogni caso il film è un perfetto veicolo per il Pozzetto debordante, recitativamente e pure fisicamente, del periodo. Ottimo anche il compianto Satta Flores.Paolo Barca

Rapina per vivere, rapina per morire

by sasso67 (20/12/2007 - 16:55)

La banda Casaroli (Italia, 1962) di Florestano Vancini. Con Tomas Milian (Gabriele Ingenis), Renato Salvatori (Paolo Casaroli), Jean-Claude Brialy (Corrado Minguzzi), Gabriele Tinti (l'agente Spinelli), Mariella Zanetti (Elvia), Calisto Calisti (il commissario Marotta), Marcella Rovena (la madre di Gabriele), Isa Querio (la madre di Paolo), Adriano Micantoni (Rinaldi), Marcello Tusco (Rossi), Leonardo Severini (Pietro Seria), Michele Sakara (il biondino), Yvette Masson (la prostituta veneta).

La banda CasaroliNel 1950, a Bologna, il giovane Gabriele, profugo istriano, conosce, tramite l'amico Corrado, l'ex repubblichino Paolo Casaroli. Questi, deluso e incattivito per la sconfitta di guerra, cerca una rivalsa rapinando le banche. Gabriele lo segue affascinato, ma la fine sarà tragica per tutti.

Lo stile sembra cercare una strada nuova tra il neorealismo e la commedia all'italiana, con un occhio al noir di matrice più francese che americana. C'è, inoltre, una comunanza di sguardo con i primi film di Pasolini. In più, è da segnalare, contenutisticamente, il rapporto di fascinazione del giovane protagonista nei confronti dello scafato criminale, che gli consente uno slancio vitalistico (non è il denaro che conta; i colpi non sono pianificati né è prevista una via di fuga), in un approccio alla vita che è invece caratterizzato dallo sradicamento e dalla disillusione. Il finale, a mio parere, indulge un po' troppo La banda Casarolisui rovelli del protagonista, ma tutto il resto del film, cadenzato sulle rapide sequenze delle rapine in banca, raccontante con giusta concisione, scorre via, non senza lasciare una forte impressione sullo spettatore. Qualche merito, oltre cha a Vancini (Ferrara, 1926), va dato anche ai tre protagonisti Milian, Salvatori e Brialy.

«La banda Casaroli, in questo senso, rappresentò l'evoluzione negativa del disastro morale della guerra. Dalla soddisfazione dei bisogni più elementari (mangiare, avere un'abitazione), di cui parlavamo innanzi, si era passati al bisogno di vivere tutto, il più velocemente possibile. La violenza, bacillo inesorabile, iniettata in povere menti semplici con la legittimazione bellica, aveva via via eroso ogni senso morale e anche lo stesso istinto di conservazione. La sfera affettiva risultava completamente stravolta: pensiamo che due suicidi, due giovani di ventitré anni che si ammazzano, legittimino questa affermazione» (Paolo Deotto sul sito storiain).

Tag: cinema

Un film bestiale

by sasso67 (20/12/2007 - 14:23)

Una vacanza bestiale (Italia, 1980) di Carlo Vanzina. Con i Gatti di Vicolo Miracoli: Jerry Calà (Guido, il tassista), Ninì Salerno (il capitano Frustalupi), Umberto Smaila (Eros Castiglioni, l'indossatore), Franco Oppini (il decatleta), Diego Abatantuono (Galeazzi), Teo Teocoli (il marocchino), Lorella Morlotti (la ragazza in rosso), Sandro Ghiani (lo sposino), Eolo Capritti (la spia russa), Renzo Rinaldi (l'emiro), Andrew Miller (Benny), Antonino Faà Di Bruno (l'ambasciatore italiano), Nello Pazzafini (il capo dei giannizzeri), Ennio Antonelli (il camionista), Luigi Rossi (il conte Turacciolo), Franca Scagnetti (la hostess marocchina), Guido Nicheli (il primitivo).

Lorella MorlottiUn gruppo di italiani sprovveduti si affida a un'agenzia di viaggi gestita da un imbroglione per fare una vcanza in Marocco. Gliene capitano di tutti i colori.

Il secondo e, per fortuna, ultimo film dei Gatti di Vicolo Miracoli è "una cagata pazzesca". Se proprio si deve trovare un motivo per vedere questo film (la cui unica battuta riuscita èì quando Ninì e Umberto ordinano a Jerry e Franco «copriteci le spalle!» e questi, mettendo loro uno scialle addosso si raccomandano «non prendete freddo eh!») è nel topless della bella Lorella Morlotti, durante la corsa per le scale per accaparrarsi i pochi posti letto disponibili in albergo, oppure la scena trash nella quale la mitica figurante Franca Scagnetti, nei panni di una hostess marocchina, suona la chitarra e canta Pensami, fingendo la filodiffusione della canzone di Julio Iglesias. Per il resto, più che una sala cinematografica o uno schermo televisivo, per questo film di Vanzina sarebbe servito un inceneritore.

La vendetta è nostra?

by sasso67 (17/12/2007 - 21:00)

Fratelli (USA, 1996) di Abel Ferrara. Con Christopher Walken (Ray Tempio), Chris Penn (Cesare Tempio), Vincent Gallo (Johnny Tempio), Annabella Sciorra (Jean Tempio), Isabella Rossellini (Clara Tempio), Benicio Del Toro (Gaspare), Gretchen Mol (Helen), John Ventimiglia (Sali), Amber Smith (Bridgette), Patrick McGaw (il meccanico), Paul Hipp (Ghouly), Frank John Hughes (Bacco).

Stati Uniti, anni Trenta. Durante la veglia funebre per il terzogenito, i due fratelli Tempio più grandi devono decidere come individuarne l'assassino ed organizzare la vendetta.

Il difetto principale del film, probabilmente già insito nella sceneggiatura di Nicholas St. John, è che tutti i personaggi, perfino i killer più scalcagnati, sono fin troppo ideologizzati (come Johnny, che abbraccia il verbo comunista) o filosofeggianti (in primo luogo Ray, ma anche sua moglie Jean e perfino il giovane che ha sparato a Johnny). Detto questo, però, si deve convenire che Fratelli è un gran bel film. L'ambientazione gangsteristica - gli anni della Grande Depressione, la malavita italoamericana - è solo uno sfondo per le tematiche consuete di Ferrara, in particolare il problema del libero arbitrio e la scelta che ogni uomo può compiere tra bene e male. In questo senso, vi sono alcuni dialoghi, in primis quello fra Ray e la moglie, veramente magistrali. Proprio queste termatiche ricollegano Fratelli al Cattivo tenente (1992), e proprio questi due sono, secondo me, i film che, molto più del sopravvalutato The Addiction (1995), si devono vedere per primi coloro che, non conoscendo Ferrara, volessero cominciare ad apprezzarlo. In più, qui, c'è una grande compagnia d'attori: mentre nel Cattivo tenente tutto il peso dell'interpretazione gravava sulle robuste spalle di Harvey Keitel, in Fratelli ci sono almeno sei attori di altissimo livello, da Christopher Walken (ottimo, anche se fisicamente non potrà mai sembrare italoamericano) al compianto Chris Penn (strepitoso, giustamente premiato a Venezia), da Vincent Gallo a Benicio Del Toro, da Annabella Sciorra a Isabella Rossellini.

«"Fratelli" non è un film di mafia, ma una tragedia classica, guidata dal tocco mortuario della nemesi, e che ha il coraggio di non rinnegare il genere, di esplodere improvvisamente nella violenza, di farci vedere la morte in faccia, in primo piano, a occhi spalancati.» (FilmTV)

Tag: cinema

Chiave inglese

by sasso67 (15/12/2007 - 14:05)

Piovono pietre (GB, 1993) di Ken Loach. Con Bruce Jones (Bob), Ricky Tomlinson (Tommy), Julie Brown (Emma), Gemma Phoenix (Coleen), Tom Hickey (padre Barry), Mike Fallon (Jimmy), Ronny Ravey (il macellaio), Jonathan James (Tansey).

Bob, proletario disoccupato della periferia di Manchester, s'indebita con una finanziaria per comperare il vestito alla figlia che deve fare la prima comunione. La finanziaria cede il proprio debito a un malvivente che minaccia la famiglia di Bob. Questi affronta il delinquente e ne causa la morte. Il prete cattolico assolve il responsabile.

Troppo ideologizzato per raggiungere le vette poetiche dei film di Mike Leigh, Ken Loach fa spesso film più utili che belli. Anche Piovono pietre, considerato uno dei suoi migliori, soffre, a mio parere, di questi difetti. Nonostante ciò, è un film da vedere per constatare i disastri di quindici anni di thatcherismo in Inghilterra. E chissà se le cose, dopo il decennio radioso e progressivo di Blair (concluso ingloriosamente con l'avventura irakena), sono davvero cambiate in meglio.

La cosa più interessante del film è la descrizione di questo proletariato tenuto nell'ignoranza, che s'indebita per una cerimonia religiosa, contro il parere stesso del parroco. E proprio la presenza di quest'ultimo rappresenta una novità nel panorama del cinema d'ispirazione dichiaratamente marxista. Insomma, se la religione assolve tuttora la funzione di "oppio dei popoli", vi sono indubbiamente sacerdoti capaci di interpretare nel senso migliore lo spirito del cristianesimo. Tanto è vero che padre Barry assolve in confessione il povero bob che gli confessa la colpa di un omicidio, senza obbligarlo a denunciarsi alla polizia. E qui, secondo me, Loach si dimostra un po' ambiguo dal punto di vista morale: vuol dire che il prete convince il proletario che si è trattato di un imperscrutabile disegno divino oppure che non è riprovevole ammazzare chi affama la povera gente?

In ogni caso, Piovono pietre è un film abbastanza riuscito, anche se non adeguatamente servito dal doppiaggio italiano, ragione per cui sarebbe consigliato vedere una versione originale sottotitolata. Voto: 6½.

"Questo film picaresco e allarmante, bizzarro e puntuto è un piccolo capolavoro della commedia neopopulista: di nuovo, rispetto ai classici del veteromarxismo, ha che non teme di sposare la causa di quel tipico eroe sottoproletario e mascalzoncello che ai tempi di Stalin sarebbe finito fra i reprobi in omaggio al mito dell'operaio cosciente. Né Loach si tira indietro nel riconoscere che spesso il prete (proprio il prete, non la religione) diventa per forza, nelle situazioni di emarginazione, l'unico difensore degli ultimi. In questo senso non credo si sia mai visto sullo schermo un sacerdote come padre Barry che si assume la responsabilità di coprire un omicidio per la pace di tutti. In comune con il neorealismo d'epoca i film di Ken Loach hanno l'ostilità dei governanti e l'antipatia che gli dimostra il pubblico: proprio come accadeva da noi ai tempi di Andreotti sottosegretario e delle campagne dei bempensanti contro i "panni sporchi". Però la presenza di una produzione televisiva d'avanguardia come Channel Four e il radicale abbattimento dei costi rendono possibile la realizzazione di un prodotto che ha valori sufficienti per affermarsi e ripagarsi sui mercati internazionali. Il miracolo sarebbe possibile anche in Viale Mazzini se avessimo Jim Allen, se avessimo Ken Loach e soprattutto se avessimo una direzione televisiva che anzichè gestire vetusti gattopardeschi cambi della guardia trovasse finalmente la volontà, la capacità e il coraggio di entrare nel vivo del discorso culturale riguardante la funzionalità artistica e sociale del cinema". (Il Corriere della Sera, Tullio Kezich 25-10-93)

Tag: cinema

Fenomenologia del calcio di rigore

by sasso67 (15/12/2007 - 12:46)

Prima del calcio di rigore (RFT, 1971) di Wim Wenders. Con Arthur Brauss (Joseph Bloch), Kai Fischer (Hertha Gabler), Erika Pluhar (Gloria T.), Libgart Schwarz (Anna, la barista), Marie Bardischewski (la cameriera), Beret Fortell (il doganiere), Mario Kranz (il bidello), Ernst Meister (il pignoratore), Rosl Dorena (la signora in pullman), Rudi Schippel (il padrone della pensione di Vienna), Monika Poschl e Sybille Danzer (le parrucchiere), Rüdiger Vogler (lo scemo del villaggio), Karl Krittl (il custode del castello).

Una scenaUn portiere di calcio, espulso dal campo per proteste dopo avere subito un gol, vaga per Vienna, uccide una ragazza, si trasferisce in un paesino dove incontra una sua vecchia fiamma.

Tratto dal romanzo di Peter Handke La paura del portiere prima del calcio di rigore (edito in Italia, con il titolo del film, da Feltrinelli), quello di Wenders è cinema fenomenologico allo stato puro: si privilegia l'elencazione di una serie di comportamenti alla loro spiegazione dal punto di vista della psicologia dei personaggi. Così ha perfettamente sintetizzato il giudizio Filippo D'Angelo nel Castoro su Wenders: «...tappa fondamentale nella filmografia di Wenders, non solo per l'introduzione di alcune costanti tematiche e narrative (l'incomunicabilità, il viaggio, la frontiera) ma anche per la sperimentazione di una scrittura che antepone la descrizione alla narrazione, l'oggettività dello sguardo alle mistificazioni della messa in scena». Probabilmente anche per questo, mi sembra di poter dire che Wenders rifugge dalla pretesa di fornire una parabola valida in assoluto e generalizzabile. In questo senso si spiega pure la scelta di affidare il ruolo di protagonista del film (e prima ancora del romanzo di Handke) a un personaggio per molti versi "marginale". Quello del portiere, infatti, è un ruolo particolare, completamente diverso da quello di tutti gli altri calciatori in campo. Oltre tutto, il portiere ha anche una visione della propria porta opposta a quella degli altri calciatori, avversari e compagni: come dimostra Joseph quando racconta a Gloria dell'autogol subito, per lui l'angolo destro e quello sinistro della porta sono opposti a quelli visti dai calciatori, perfino rispetto alla visuale del difensore che da pochi metri gli ha messo la palla dietro le spalle. Al di là di questo, è certo che il comportamento di Joseph risulta inspiegabile, sia in campo che fuori, indifferente a tutto, dal gol subito (in porta sembra interessarsi a tutto tranne che al gioco) all'omicidio commesso. Gli unici suoi interessi sembrano essere la musica rock (sono frequentissimi i momenti in cui lo si vede inserire monetine nei juke-box) e il cinema, anche se Joseph non porta mai a termine qualsiasi cosa si accinga a fare (ha la continua smania di non stare mai fermo, soprattutto se deve ascoltare gli altri), come sottolinea Wenders con le frequenti dissolvenze in nero che interrompono continuamente l'azione cinematografica.

Un film abbastanza lento, per alcuni aspetti anche un po' datato, ma sicuramente interessante. Voto: 6½.

Tag: cinema

Stratagemma di Kurosawa

by sasso67 (14/12/2007 - 19:23)

Gli uomini che camminavano sulla coda della tigre (Giappone, 1945) di Akira Kurosawa. Con Denjiro Okochi (Benkei), Susumu Fujita (Tokashi), Masayuki Mori (Kamei), Takashi Shimura (Kataoka), Hanshiro Iwai (Yoshitsune), Kenichi Enomoto [Enoken] (il portatore).

Gli uomini che camminavano...Durante una delle tante guerre civili del XIII secolo, un signore spodestato, accompaganto da sei suoi guardiani, travestiti da monaci vaganti, deve attraversare un posto di blocco dell'esercito nemico. Riuscirà a salvarsi grazie all'astuzia di uno dei suoi uomini.

Il primo film di cappa e spada diretto da Kurosawa è una specie di mediometraggio (dura 59') avventuroso, virato al farsesco dalla presenza dell'attore comico Enoken, una specie di Totò giapponese. Il film, derivato da opere del teatro Kabuki e Nô, è un elogio dell'astuzia umana, che prevale (e deve prevalere) sempre sulla forza bruta e sull'obbedienza cieca. Sono presenti, in nuce, molte delle dinamiche che Kurosawa saprà sviluppare nel prosieguo del suo cammino cinematografico. Così come sono presenti, in alcuni casi, purtroppo, in ruoli poco sviluppati, gli attorei che contribuiranno al successo dei film kurosawiani: Shimura, Mori, Terajima. Voto 6½.

Tag: cinema

Operazione nostalgia

by sasso67 (12/12/2007 - 23:37)

Arrivano i gatti (Italia, 1980) di Carlo Vanzina. Con Jerry Calà (Jerry), Umberto Smaila (Umberto), Franco Oppini (Franco), Nini Salerno (Nini), Diego Abatantuono (Felice), Aldo Puglisi (tenente La Pezza), Ennio Antonelli (Braciola), Bruno Lauzi (il direttore del supermercato), Ugo Bologna (Commendator Bonivento), Cesare Gelli (il regista), Orchidea De Santis (l'attrice), Danila Trebbi (Danila), Franca Scagnetti (la serva), Nicoletta Piersanti (la cassiera).

Metto le mani avanti: non voglio assolutamente dire che Arrivano i gatti sia un bel film. Però bisogna ammettere che un suo fascino, oserei dire postumo, ce l'ha. Il film di Vanzina con i Gatti di Vicolo Miracoli è lontano dalla volgarità della commediaccia, imperante tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli anni ottanta. Purtroppo, manca la consistenza quasi sociuologica che i cosiddetti "nuovi comici", più intellettuali (Verdone, Troisi, Benigni, Nuti) rispetto ai Gatti, hanno saputo inserire fin dai loro film d'esordio, ma c'è un velleitarismo ingenuo e una vena goliardica di stampo liceale che ricordano l'arte naïf, e fanno molta tenerezza. In più, c'è l'ambizione di ispirarsi a modelli "alti" (si veda il tormentone di Nini «la nostra comicità affonda le radici nel più puro spirito ebraico newyorkese»), pur nella consapevolezza,amara, che nel cinema italiano del periodo bisognava adattarsi a fare film come La dottoressa del distretto ogni notte ci ha il vizietto de portà un alpino a letto. Il rifiuto della volgarità - anche se poi i quattro amici avranno successo, al party del produttore Bonivento, con il gioco delle puzzette - porterà ancora Nini ad esclamare, di fronte aòòa dottoressa seminuda, quasi sentendosi un novello Nanni Moretti di fronte al mito di Alberto Sordi o all'usanza del dibattito cinematografico: «eh no! la scena della doccia, per favore no!». E chissà quanto quei continui rimandi al cinema classicosiano una captatio benevolentiae nei confronti dei critici, naturalmente mal disposti verso i quattro comici veronesi, piuttosto che un reale omaggio al cinema che amrebbero vedere e (avendone le capacità) fare: quando giungono alla Stazione Termini di Roma, l'altoparlante annuncia che è in partenza «quel treno per Yuma», mentre il dialogo con i turisti svedesi si svolge citando i titoli dei film di Bergman, finché il capofamiglia, di evidenti tendenze omosessuali, invita Umberto a fare una passeggiata verso «il posto delle fragole». Il tono del film è preannunciato, del resto, dalla canzone (Verona beat di Smaila) che si sente mentre scorrono i titoli di testa, il tono struggente di un periodo destinato a finire presto: dopo un secondo film, Una vacanza bestiale, i Gatti si scioglieranno, vittime dell'immeritato successo personale di Jerry Calà.

Nel cast si segnalano Diego Abatantuono, Orchidea De Santis, Ennio Antonelli e Ugo Bologna.

Tag: cinema

Fellini 1985

by sasso67 (10/12/2007 - 21:02)

Ginger e Fred (Italia/Francia/RFT, 1985) di Federico Fellini. Con Giulietta Masina (Amelia Bonetti, alias Ginger), Marcello Mastroianni (Pippo Botticella, alias Fred), Franco Fabrizi (il presentatore), Friedrich von Ledebur (l'ammiraglio Aulenti), Augusto Poderosi (il travestito), Jacques Henri Lartigue (fra' Gerolamo), Toto Mignone (Toto), Ezio Marano (l'intellettuale), Friedrich von Thun (l'industriale rapito), Antonio Iuorio (ispettore TV), Barbara Scoppa (la giornalista), Elisabetta Flumeri (una giornalista), Salvatore Billa (il sosia si Clark Gable), Ginestra Spinola (la veggente), Francesco Casale (il camorrista), Filippo Ascione )il pianista), Elena Cantarone (l'infermiera), Sergio Ciulli (il figlio della veggente), Fabrizio Fontana (On. Tartina), Luigi Leoni (il sindaco), Elena Magoia (la critica letteraria), Luigi Rossi (il superdecorato), Ennio Antonelli (il facchino), Claudio Botosso (un reporter), Alessandro Partexano (il marinaio), Moana Pozzi (ragazza bionda della pubblicità).

Due anziani ex ballerini, conosciuti ai loro tempi con i nomi di Ginger e Fred, sono invitati a uno show televisivo, per far rivivere agli spettatori i tempi che furono.

L'ultimo film degno di Fellini è, nel suo genere, un piccolo capolavoro. Ginger e Fred è, secondo me, essenzialmente tre cose: un'elegia della terza età, tempo da non sprecare checché ne sia stato degli anni precedenti; una satira della televisione; un'amara riflessione sulla volgarità imperante alla fine del Novecento. Ovviamente, con il senno di poi, il secondo aspetto è quello che più balza agli occhi, e quello per cui il film di Fellini acquista quasi la qualità di una centuria di Nostradamus: qui la pellicola del Riminese sembra davvero una descrizione della televisione berlusconiana (intendendo non soltanto quella delle reti Fininvest, ma anche quella della RAI che ne ha mutuato modi e contenuti) degli ultimi vent'anni. Con Ginger e Fred, Fellini pare voler portare il fellinismo nell'era del postmoderno, e cerca di far capire, forse disperatamente, che il suo pirotecnico luna park stenta ad adattarsi agli spazi angusti degli studi televisivi, ributtanti, letteralmente di nani e ballerine. E accanto a questa umanità volgare (lontano dalle telecamere) e falsa (davanti alla lucina rossa), risaltano le interpretazioni dell'ottima Giulietta Masina, del bravo Franco Fabrizi (una presenza quasi d'obbligo del cinema felliniano) e di un Mastroianni mostruoso, da applausi, da Oscar e da Premio Nobel, probabilmente nella migliore interpretazione della sua grandissima carriera.

«Prevale la malinconia, ma il carattere visionario non s'è perso (se il protagonista è come il Calvero di Chaplin, il quadro è un grottesco 1984 visto a posteriori col presentatore al posto del Grande Fratello» (Stefano Reggiani, 1986)

Tag: cinema

Il tempo ritrovato

by sasso67 (08/12/2007 - 20:34)

Nel corso del tempo (RFT, 1976) di Wim Wenders. Con Rüdiger Vogler (Bruno Winter, detto King of the road), Hanns Zischler (Robert Lander, detto Kamikaze), Lisa Kreuzer (Pauline), Rudolf Schündler (il padre di Robert), Marquand Bohm (l'uomo dell'incidente), Hans Dieter Trayer (Paul), Franziska Stömmer (la proprietaria del cinema Weisse Wand), Patrick Kreuzer (il bambino della stazione).

Bruno Winter, un riparatore di proiettori cinematografici, che gira con il suo camion per le cittadine tedesche al confine con la Germania Est, raccoglie Robert, uno strano tipo che si è buttato nel Reno con la sua Volkswagen. Tra i due, così diversi, nascerà un sentimento d'amicizia e l'incontro servirà ad entrambi per impadronirsi della propria storia personale.

Ci vuole pazienza, con il cinema di Wenders. Ma, almeno in questo caso, lo sforzo dello spettatore è ampiamente ripagato. Le quasi tre ore di questo film costituiscono insieme un omaggio e un rifiuto del cinema americano (come dimostrano le lunghe sequenze on the road, ma con un bianco e nero che striderebbe a Hollywood), ma sono anche omaggio e superamento del cinema tedesco dei padri, in particolare quello dell'espressionismo di Lang e Murnau. Nel suo riallacciarsi anche al cinema muto (la lunga parte di Bruno e Pauline al luna park ricorda Chaplin), e perfino nel richiamarsi, in qualche maniera, al western (alcuni momenti, in cui assume rilievo l'alternanza tra primi piani e sottofondo musicale, fanno addirittura venire in mente Pat Garrett & Billy The Kid di Peckimpah), Nel corso del tempo è un film profondamente moderno - soprattutto nel senso del legame con con i temi e i tempi di quando fu concepito e girato - e di profondamente europeo, in quanto figlio delle nuove ondate cinematografiche degli anni sessanta e nipotino del filone, tutto tedesco, che ha un elemento costante nella necessità di ottenere delle risposte dai padri, siano essi biologici, storici, o semplicemente cinematografici. Nel corso del tempo (Zischler e Vogler)Ciò significa, innanzitutto, affrontare di petto la realtà (quest'esigenza di realismo è testimoniata dalla descrizione dei gesti quotidiani dei personaggi, fino a mostrare la defecazione di uno dei due), ma anche proporre l'esigenza - ribadita all'inizio e alla fine del film - di un ritorno del cinema alla semplicità delle origini, come dimostra la sequenza delle ombre cinesi, in cui gli scontri tra i corpi dei protagonisti manda in sollucchero una platea di spettatori-bambini.

Molti film del primo Wenders hanno dei riferimenti letterari, dai testi di Handke al Wilhelm Meister di Goethe, da Hawthorne alla Highsmith: qui, mai esplicitato, mi sembra che si possa intravedere nel Narciso e Boccadoro (non certo un capolavoro) di Hesse, con la contrapposizione di un personaggio tutto sensualità (Bruno) ad un altro in cui prevale nettamente l'elemento intellettuale (Robert).

Imprescindibile ed eccezionale - una delle migliori di sempre - la colonna sonora, affidata, eccetto qualche canzone, al gruppo progressive tedesco Improved Sound Limited. Ottime le interpretazioni dei due protagonisti (con una leggera preferenza per Vogler) e fondamentale la fotografia di Robby Müller.

Un Wenders fresco e genuino, assolutamente da vedere, lontano mille miglia dagli assurdi svolazzamenti di angeli che lo abbaglieranno una decina d'anni più tardi.

Tag: cinema

Incidente di caccia...

by sasso67 (04/12/2007 - 18:30)

L'incidente (GB, 1967) di Joseph Losey. Con Dirk Bogarde (Stephen), Stanley Baker (Charley), Michael York (William), Jacqueline Sassard (Anna), Vivien Merchant (Rosalind), Delphine Seyrig (Francesca), Alexander Knox (il rettore del college), Anne Firbank (Laura), Harold Pinter (Bell), Freddie Jones (l'uomo nell'ufficio di Bell).

L'incidente: la Sassard e BogardDue professori dell'università di Oxford si contendono le grazie di una bella studentessa austriaca, concupita anche da un loro studente. Lo strano ménage ha un tragico epilogo.

Buon film di Losey, anche se, inevitabilmente, sconta il confronto con Il servo, non possedendone gli spunti di cattiveria morbosa. Si tratta, ad ogni modo, di un buon film, scritto con la consueta intelligenza da Harold Pinter (che compare in una particina), e che, significativamente, esce lo stesso anno di Blow Up di Antonioni e di Bella di giorno di Buñuel. Come il primo, il film di Losey gioca con il colore e, come il secondo, con l'ambiguità del reale.

Ottimo, come sempre, Bogarde, in una parte che divide la scena con altri tre personaggi, che riescono ad essere più ambigui di lui.

«L'incidente si potrebbe far rientrare in quel gruppo di commedie di Pinter che, come rileva il critico John Russell Taylor, "sono studi sulla vita coniugale tra gente ricca, colta ed educata, che trattano dell'ambiguità dell'esperienza, dell'impossibilità di conoscere a fondo una persona, dei misteri delle motivazioni individuali, delle possibilità che le cose siano vere e false al tempo stesso". [...] L'incidente è un film destinato a restare nel ricordo come un'opera perfettamente in equilibrio fra tradizione e novità, radicata con discrezione e ferocia nella zona d'ombra dell'animo umano.» (Tullio Kezich, 1967)

Tag: cinema

Amleto sul ring

by sasso67 (02/12/2007 - 17:17)

Il sentiero della gloria (USA, 1942) di Raoul Walsh. Con Errol Flynn (James Corbett), Alexis Smith (Victoria Ware), Ward Bond (John Sullivan), Alan Hale (Pat Corbett), Jack Carson (Walter Lowrie), William Frawley (Billy Delaney), Minor Watson (Buck Ware), Rhys Williams (Harry Watson), Arthur Shields (padre Burke), Dorothy Vaughan (Ma' Corbett), Wallis Clark (il giudice Geary), John Loder (Carlton Il sentiero della gloriaDe Witt), Pat Flaherty (Harry Corbett), James Flavin (George Corbett), Marilyn Phillips (Mary Corbett).

Sorta di biografia romanzata del pugile James J. Corbett, detto Gentleman Jim, che alla fine dell'Ottocento conquistò il titolo mondiale dei pesi massimi. Proveniente da umile famiglia, unico dei fratelli, studiò al college. In un mondo di rozzi pugilatori, Jim coltivò l'interesse per la letteratura (in particolare per Shakespeare e il suo Amleto) e per le buone maniere, a motivo del quale gli fu affibbiato il soprannome che dà il titolo originale al film di Walsh. Film che si guarda volentieri, perché è costruito con brio e ironia, anche grazie ad alcuni tormentoni che accompagnano la vicenda dall'inizio alla fine, come quei "i Corbett se le danno!", oppure "vogliono il signor Corbett!". È molto simpatica anche la scena del ricevimento al club, durante il quale Walter, l'amico di Jim, non avvezzo alle buone maniere, fa una figuraccia dopo l'altra. Certo, vi sono alcuni particolari che ormai suonano desueti, come le scene di corteggiamento tra Jim e la spocchiosissima figlia del senatore Ware (fra l'altro, non si capisce dove vada a finire il suo fidanzato Carlton); in particolare, l'ultima sequenza, durante la quale Victoria dichiara di amare Jim, sa di falso conferisce a tutto il finale un'aria di tirato via che il film, nel suo complesso, non meriterebbe. Buona la prova di Flynn, fin troppo leccato, e del gigante Ward Bond, nella parte del rude Sullivan, "l'uomo più forte del mondo". Giudizio: più che sufficiente.

Tag: cinema

Gangster vecchio fa buon brodo

by sasso67 (02/12/2007 - 00:26)

Grisbi (Francia/Italia, 1954) di Jacques Becker. Con Jean Gabin (Max il Bugiardo), René Dary (Riton), Paul Frankeur (Pierrot), Lino Ventura (Angelo Fraiser), Jeanne Moreau (Josy), Delia Scala (Huguette), Dora Doll (Lola), Vittorio Sanipoli (Ramon), Marilyn Buferd (Betty), Gaby Basset (Marinette), Alain Buvette (il tassista), Daniel Cauchy (Fifi), Denise Clair (Madame Bouche), Angelo Dessy (Bastien), Lucilla Solivani (Nana), Michel Jourdan (Marco), Paul Oettly (zio Oscar).

Un anziano gangster parigino, che vorrebbe ritirarsi dal giro, dopo avere venduto una serie di lingotti d'oro, frutto di una rapina all'aeroporto di Orly (il grisbi), è costretto a venire a patti con una banda rivale, che ha rapito il suo migliore amico Riton.

Più che un film di gangster, si tratta, come giustamente scrisse Georges Sadoul, di «un soliloquio sull'amicizia e l'inizio della vecchiaia», affidato a un grande Jean Gabin, che, rispetto ai film dell'anteguerra, ha perso in atletismo ma ha acquistato in finezza interpretativa. Qui si ha anche un passaggio di consegne con l'emergente Lino Ventura, qui al suo primo film, in un ruolo già di un certo spessore. Il film di Becker (uno dei registi più profondamente francesi del cinema francese), serrato come un buon noir d'annata, come i film americani di gangster, ha il suo forte nell'atmosfera che sa creare intorno ai suoi personaggi. Qui, tra malavitosi che spesso hanno nomi di derivazione italiana (Angelo, Marco, ecc.), sembra d'essere dentro una canzone dei Negresses Verts dell'album Mlah!, tra Zobi La Mouche e Marcelle Ratafia ("la Madonne de la mafia"). Anche se il tema musicale del film, composto da Jean Wiener, è bello di per sé, senza bisogno di riferimenti moderni. Voto al film: 8.

Tag: cinema

Rififigli di cani

by sasso67 (01/12/2007 - 23:59)

Rififi (Francia, 1955) di Jules Dassin. Con Jean Servais (Tony, il Laureato), Carl Möhner (Jo), Robert Manuel (Mario Ferrati), Perlo Vita [Jules Dassin] (Cesare il Milanese), Marcelle Lupovici (Pierre Grutter), Robert Hossein (Remi Grutter), Janine Darcey (Louise), Pierre Grasset (Louis Grutter), Dominique Maurin (Tonio), Magali Noël (Viviane), Marie Sabouret (Mado), Claude Sylvain (Ida Ferrati).

Uscito di galera dopo cinque anni, Toni il Laureato mette insieme una banda per un furto con la tecnica del buco ai danni di una gioielleria. Il colpo riuscirà perfettamente, ma a causa di una storia di donne una banda rivale verrà a conoscenza dell'esistenza del bottino e scatenerà una spietata lotta per la conquista del malloppo.

Il film ha, secondo me, due difetti principali: il finale fin troppo moralista, e l'inizio, che stenta acreare la giusta tensione. Superato, però, questo scoglio iniziale, il film francese di Dassin (regista americano, fuggito dagli USA a causa del maccartismo e tuttora vivente, a 97 anni, ad Atene, in Grecia, dove aveva seguito la moglie, l'attrice Melina Mercouri) fila spedito come un treno fino alla tragedia finale, di sapore quasi elisabettiano. Dassin porta, con questo film, il film di genere noir e gangsteristico, uno dei filoni cinematografici tipicamente americani, sul suolo europeo, e lo fa con successo. Parigi non ha niente da invidiare alle metropoli statunitensi come New York, Chicago o San Francisco, né le Citroën sfigurano al cospetto delle Ford. I dialoghi sono serrati, e il ritmo non cala nemmeno durante la lunga sequenza centrale di circa mezz'ora, durante la quale nessuno parla, mentre i quattro protagonisti scavano il buco ed aprono la cassaforte. La corsa finale in macchina di Toni verso la casa dell'amico Jo, poi, è un pezzo di virtuosismo registico.

Ottimi sono gli interpreti, tra i quali spicca il disincantato Servais, che ricorda lo Sterling Hayden di Giungla d'asfalto di Huston e di Rapina a mano armata di Kubrick, ma anche un giovane Robert Hossein, nei panni di un gangster cocainomane e una giovanissima Magali Noël, sciantosa da tabarin. È lei che canta la canzone che dà il titolo al film, e che indica, nel gergo della mala, la lotta di due bande rivali per impadronirsi di un bottino.

Tag: cinema
Archivio Dicembre 2007