Ciao sono sasso67
Vedi il mio profilo


Co-autori

Ciao sono

Gennaio 2008

DLMMGVS
1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29 30 31

Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us
Archivio Gennaio 2008

Noir revisited

by sasso67 (27/01/2008 - 20:50)

Blood Simple - Sangue facile (USA, 1984) di Joel Coen. Con Frances McDormand (Abby), John Getz (Ray), Dan Hedaya (Julian Marty), M. Emmet Walsh (Loren Visser, il dtective privato), Samm-Art Williams (Meurice).

M. Emmett Walsh in "Blood Simple"Il proprietario di un bar, scoperta l'infedeltà della moglie, incarica un detective privato di far fuori lei e il suo amante, che è un barista alle dipendenze del marito tradito. Il detective, però, fa il doppio gioco, ma le cose non andranno bene neanche per lui.

L'esordio dei fratelli Coen (Ethan, che non compare, è sceneggiatore e produttore) è all'insegna del noir, ma rivisitato secondo un'ottica del tutto personale e con elementi che non soltanto sono innovativi rispetto ai canoni classici del noir, ma spesso confliggono con essi. Qui il sogno s'intreccia con la realtà, i morti non sono poi così morti (ma qualcosa di simile accadeva anche ad un personaggio del romanzo Il grande sonno di Chandler, da cui tutto ebbe inizio), alcuni particolari saltano, le pistole sparano anche con un semplice calcio e via dicendo. Lo stile dei fratelli di Minneapolis è ancora abbastanza acerbo, ma la stoffa si vede che c'è. Nonostante il grande apprezzamento che fin da subito accompagnò i due cineasti americani, Blood Simple è un film che almeno in Italia passò quasi inosservato (non se ne trovano tracce negli annuari più rinomati dell'epoca, come quelli di Kezich e Grazzini), salvo essere rivalutato dopo i primi film di successo degli anni seguenti (Arizona Junior, Barton Fink, eccetera). Ottima la prova dell'esordiente Frances McDormand (eccezionale nel successivo Fargo, sempre dei fratelli Coen), una delle scoperte migliori dei due autori di questo filmetto non perfetto ma interessante.

Tag: cinema

Cento milioni per la galera

by sasso67 (27/01/2008 - 20:47)

Perdutamente tuo... mi firmo Macaluso Carmelo fu Giuseppe (Italia, 1975) di Vittorio Sindoni. Con Stefano Satta Flores (Carmelo Macaluso), Macha Méril (la baronessa Valeria Lamìa), Cinzia Monreale (Jessica), Luciano Salce (il barone Alfonso Lamìa), Leopoldo Trieste (don Calogero Liotti), Umberto Orsini (l'avvocato Vito Buscemi), Marisa Laurito (Tindara Liotti), Deddi Savagnone (la moglie di don Calogero), Pino Ferrara (l'avvocato difensore), Renato Pinciroli (don Saverio), Roberto Della Casa (l'impiegato di banca).

Un emigrato siciliano torna dalla Germania nell'isola natale, dalla quale era partito poverissimo, con una Mercedes e cento milioni in contanti. Si vuole riscattare nei confronti del barone che causò il suicidio del padre per un debito di 500 mila lire. Ma la famiglia del barone è ancora rampante...

Perdutamente tuo... è una commedia garbata, di cosiddetta satira sociale, che regge abbastanza bene il ritmo dall'inizio alla fine, senza scadere in inutili volgarità, abbastanza frequenti nei film  di analogo argomento che venivano realizzati durante gli anni settanta. La misura del regista Sindoni, siciliano di Capo d'Orlando, e l'intelligente interpretazione di un attore bravo e molto rimpianto come Stefano Satta Flores (1937-1985) evitano che il film scivoli lungo il pericoloso crinale del filone siculo-buzzanchiano, con maschi ruspanti e dongiovanni da strapazzo. Del resto, anche la presenza di attori di un certo spessore, come la buñueliana Macha Méril (era stata una collega di Catherine Deneuve in Bella di giorno), il felliniano Leopoldo Trieste, nonché di Umberto Orsini, garantiscono una riuscita al di fuori dei binari della volgarità. L'ambientazione siciliana è dignitosissima, e così pure la presenza di Luciano Salce, nella parte di un barone un po' rincoglionito. A titolo di curiosità, si segnala la presenza di una giovane Marisa Laurito, che cerca un paio di volte di spogliarsi, durante un goffo tentativo di seduzione del protagonista.

«Il ritratto è mesto, ma umano; paradossale, ma sostanzialmente credibile.» (B. Caporale, 1976)

Tag: cinema,commedia

Una carriera da stra-pazzo

by sasso67 (25/01/2008 - 20:26)

Kinski, il mio nemico più caro (Finlandia/Germania/GB/USA, 1999) di Werner Herzog. Con Werner Herzog, Eva Mattes, Claudia Cardinale, Beat Presser, Justo González (sé stessi).

Il regista Werner Herzog rivive e rivela il suo rapporto di vero e proprio amore/odio con il suo amico e attore preferito Klaus Kinski, un pazzoide prestato al cinema, ma anche un grande attore, perfetto per i film titanici del cineasta tedesco.

Anche Herzog ha fama di pazzo genialoide, ma non è niente in confronto agli accessi di pura follia di Kinski, che se la prendeva un po' con tutti. Ne esce il ritratto di un essere umano con tratti quasi animaleschi, ma più spesso con un animale che ogni tanto aveva dei comportamenti umani. Kinski, descritto da Herzog, ne esce come un titano dell'egocentrismo ("egomaniaco", lo definisce), ma anche come un bravissimo attore, autodidatta, i cui impeti di pazzia sono spesso risultati funzionali alle scene drammatiche girate. Con Herzog, Kinski si è trovato spesso a girare film in situazione di estremo pericolo (Aguirre furore di Dio e Fitzcarraldo furono veramente imprese provanti), dimostrando, secondo la sua natura contraddittoria un grande coraggio e un'altrettanto grande vigliaccheria. Il film che ne risulta, ora commovente ora comico, è uno dei migliori e dei più sentiti dell'ultimo Herzog, che, con una narrazione pacatissima e affascinante, racconta di un rapporto sia professionale che umano durato per oltre trent'anni e che ha lasciato in chi è rimasto un profondo senso di vuoto, tanto che il regista bavarese ha raramente utilizzato attori nei suoi film successivi alla morte di Kinski, avvenuta nel 1991. Kinski, il mio nemico più caro è, però, innanzitutto, un grandissimo film sull'amicizia.

Tag: cinema,documentario

Hasta la sconfitta siempre

by sasso67 (21/01/2008 - 20:26)

Il ruggito del topo (GB, 1959) di Jack Arnold. Con Peter Sellers (la Granduchessa Gloriana XII/il Primo Ministro Conte Rupert Mountjoy/Tullio Bascombe), Jean Seberg (Helen Kokintz), Leo McKern (Benter, il capo dell'opposizione), William Hartnell (Will Buckley), David Kossoff  (il professor Alfred Kokintz), MacDonald Parke (il generale Snippet), Austin Willis (il ministro della difesa americano).

Un granducato che sorge nel cuore dell'Europa, rovinato nell'economia da un commerciante americano, decide di dichiarare guerra agli Stati Uniti, per ottenere gli aiuti del dopoguerra. Invia dunque una spedizione militare a New York, al comando di un connestabile pasticcione, che rischia di sconfiggere la potenza americana e mandare all'aria i piani dei politici.

Datatissimo, il film regge per i primi venticinque minuti, quando descrive gli strani costumi del granducato, una specie di mix tra Andorra e San Marino, le cui usanze sembrano essersi fermate al Cinquecento. Poi, dopo lo sbarco a New York le cose peggiorano e l'umorismo ingenuo e desueto non fa più ridere neppure i ragazzini del cinema parrocchiale. La bravura di Peter Sellers, ancora una volta trasformisticamente nei panni di tre personaggi, fa sì che l'operazione riesca a galleggiare affannosamente fino alla fine. Ingenuo.

Col sesso in campagna la noia ci guadagna

by sasso67 (21/01/2008 - 20:13)

L'iniziazione (Francia/Italia, 1987) di Gianfranco Mingozzi. Con Fabrice Josso (Roger), Serena Grandi (Ursula), Claudine Auger (la madre), Marina Vlady (la signora Muller), François Perrot (il padre), Aurelien Recoing (Adolphe), Rosette (Helene), Laurent Spielvogel (Franck), Alexandra Vandernoot (Elisa), Marion Peterson (Kate), Virginie Ledoyen (Berthe), Rufus (il monaco), Bérangère Bonvoisin (zia Margherita), Yves Lambrecht (Roland), Daniel Langlet (il signor Muller).

Un ragazzo borghese passa l'estate del 1914 nella villa di famiglia, nella campagna francese. Voglioso di fare le prime esperienze sessuali, viene frustrato (e talvolta frustato) da tutte le donne cui si propone, finché non scoppia la guerra e tutti gli uomini validi devono partire per il fronte. A questo punto tutte le donne gli si buttano ai piedi, comprese una sorella e la zia, e lui se le fa allegramente, mettendone addirittura incinte tre.

Il peggio del peggio del cinema anni ottanta. Ricordo di avere letto, alcuni anni fa il librettino erotico di Guillaume Apollinaire Le prodezze di un giovane don Giovanni, e non mi piacque un granché: si tratta indubbiamente di un'opera minore nella produzione del poeta francese, precursore del surrealismo (per il poco che ho letto, consiglio il testo teatrale Le mammelle di Tiresia). Ma se già il testo di partenza non era granché, Mingozzi e l'onusto sceneggiatore Jean-Claude Carrière, riescono a banalizzare il poco di buono che c'era, realizzando un'opera che sembra uscita dalle pagine fotografate da David Hamilton. Con un occhio particolare, com'è ovvio, per le forme di Serena Grandi, che all'epoca andavano per la maggiore. Non è per moralismo che questo film mi sembra assolutamente brutto, è che lo stesso argomento erotico è trattato in una maniera falsamente gioiosa, con un protagonista che non riesce mai ad essere (non simpatico, che sarebbe chiedere troppo) credibile, passando in un batter d'occhio da oggetto delle cinghiate inflittele dalla madre perché la spiava dal buco della serratura, al ruolo di "tromber de femmes" (il refuso è voluto). E, in più, aleggia minaccioso e incombente, come capita spesso in produzioni di questo tipo, lo spettro della noia (no, non ho detto gioia, ma noia, noia, noia...). Da salvare sono soltanto le musiche di Nicola Piovani, quanto meno rispondenti ai canoni della belle epoque.

Tag: cinema

La stella nella polvere

by sasso67 (20/01/2008 - 20:20)

Mezzogiorno di fuoco (U.S.A., 1952) di Fred Zinnemann. Con Gary Cooper (Will Kane), Grace Kelly (Amy Fowler Kane), Thomas Mitchell (il sindaco Jonas Henderson), Lloyd Bridges (Harvey Pell, il vice sceriffo), Katy Jurado (Helen Ramírez), Ian McDonald (Frank Miller), Otto Kruger (il giudice Percy Mettrick), Lon Chaney Jr. (Martin Howe), Lee Van Cleef (Jack Colby), Robert J. Wilke (Jim Pierce), Harry Morgan (Sam Fuller), Eve McVeagh (Mildred Fuller), Morgan Farley (il dott. Mahin, predicatore), Howland Chamberlain (l'impiegato dell'hotel), Jack Elam (Charlie, l'uomo in cella).

Lo sceriffo Will Kane di Hadleyville s'è sposato e ha dato le dimissioni: il giorno dopo arriverà il funzionario che prenderà il suo posto. Purtroppo, però, proprio quel giorno esce di prigione un criminale che cinque anni prima, Kane aveva fatto arrestare e condannare, e l'uomo è deciso a tornare al villaggio e, con l'aiuto di tre complici, uccidere l'ex sceriffo e riprendere a spadroneggiare con la forza delle armi. Kane, seppure non più in carica, torna indietro per formare una squadra ed affrontare i fuorilegge. Nessuno, per paura, lo aiuterà, e si troverà ad affrontare da solo i quattro pericolosi criminali. Solo la moglie saprà dargli una mano.

Un classico del western, anche se è sicuramente un esemplare molto particolare del genere, un po' come 2001: Odissea nello spazio è un film di fantascienza. Al centro dell'attenzione del regista e del suo sceneggiatore c'è sicuramente l'imperativo morale che impone al protagonista di tornare a difendere la cittadina, pur nell'indifferenza, quando non nell'ostilità (esemplare in questo senso il discorso pronunciato in chiesa dal sindaco Henderson), della popolazione. Anche la vigliaccheria dell'animo umano è uno dei temi centrali di questo dramma umano, prima ancora che della frontiera. Se però si pensa al fatto che il film fu girato durante il periodo del maccartismo e se si fa mente locale sul gesto compiuto dal protagonista nel finale, quando getta la stella di latta nella polvere, non si può non pensare che vi sia qualche riferimento alla realtà politica del periodo: è una relazione oggettiva, che è nella realtà delle cose, così come vi erano riferimenti alla paura del comunismo nei film fantascientifici di quel periodo.

Ma Mezzogiorno di fuoco è soprattutto un bel film, girato rispettando con un rigore sorprendente l'unità di tempo (il film segue in tempo reale il susseguirsi dei fatti), e valendosi soprattutto di una grande fotografia del veterano Floyd Crosby, già collaboratore di Flaherty, e di un protagonista quanto mai adatto, come l'allora cinquantenne Gary Cooper, dal volto bello e tormentato, perfetto per rappresentare i rovelli dell'uomo di legge che ha paura ma sceglie ugualmente di compiere il proprio dovere. In più Zinnemann si avvale di un nutrito gruppo di caratteristi (primo fra tutti l'ottimo Thomas Mitchell, l'attore che lega questo film ad Ombre rosse), la più grande ricchezza - a parte i soldi degli studios - del cinema americano.

Tag: cinema,western

Quando la ragione dorme

by sasso67 (20/01/2008 - 16:00)

INLAND EMPIRE - L'impero della mente (U.S.A., 2006) di David Lynch. Con Laura Dern (Nikki Grace/Susan Blue), Grace Zabriskie (la nuova vicina), Jeremy Irons (Kingsley Stewart), Justin Theroux (Devon Berk/Billy Side), Harry Dean Stanton (Freddie Howard), Krzysztof Majchrzak (il fantasma), Ian Abercrombie (Henry, il maggiordomo), Diane Ladd (Marilyn Levens), Julia Ormond (Doris Side).

Un'attrice di Hollywood riceve la visita di un'anziana vicina, che le predice che otterrà la parte in un importante film. La predizione contiene, però, alcune oscure minacce che inquietano l'attrice. Il film è il remake di un vecchio film polacco, intitolato 47, che non fu mai portato a termine per alcuni tragici e misteriosi fatti.

INLAND EMPIRE è probabilmente un capolavoro (probabilmente nel senso che forse in futuro sarà considerato tale: per me già lo è). E' un film praticamente senza trama, perché vive della commistione tra realtà, finzione cinematografica, sogno e proiezioni della mente, che sia essa sana oppure disturbata. Il cinema di Lynch nasce laddove comincia il sonno della ragione, che, come si sa, genera mostri. E il regista americano, che proprio oggi compie 62 anni, gode a far sorgere più mostri possibile dagli anfratti oscuri della nostra mente. Lynch è sicuramente una figura irregolare nel panorama cinematografico americano, ed è stupefacente che riesca ancora a trovare grossi finanziamenti per questi suoi affascinanti deliri cinematografici (stavo per dire filmici, ma l'opera è interamente girata in digitale, e quindi ciò che manca è proprio il film, nel senso di pellicola). Ma, grazie a Dio, c'è ancora qualcuno che finanzia film fuori dagli schemi come questo, e tra questi c'è da apprezzare Laura Dern che, oltre che comparire in qualità di coproduttrice, dimostra finalmente di essere anche una bravissima attrice. Lunga vita a registi come questo.

Tag: cinema

Nuvolaris

by sasso67 (18/01/2008 - 19:58)

Solaris (U.S.A., 2002) di Steven Soderbergh. Con George Clooney (Chris Kelvin), Natascha McElhone (Rheya), Viola Davis (Helen Gordon), Jeremy Davies (Snow), Ulrich Tukur (Gibarian).

Clooney in SolarisChiamato da un amico astronauta sulla stazione orbitale Solaris, lo psicologo Chris Kelvin, vedovo in seguito al suicidio della moglie Rheya, vi si reca e vi trova soltanto altri due astronauti, che presentano uno strano comportamento, a seguito di alcune visioni, assai simili alla realtà, generate dallo stesso satellite artificiale.

Solaris (1972) di Tarkovskij è uno di quei film di cui dovrebbe essere vietato dalla legge fare un remake. Il sopravvalutato Soderbergh, invece, ci prova e batte una sonora musata. Anche il film russo scontava una certa lentezza, dovuta sia alla trama, influenzata molto più dagli intenti filosofici che dall’azione drammatica, sia al carattere riflessivo dello stesso Tarkovskij e del suo cinema. Però, dove lì c’era sostanza, per l’appunto, filosofica, produttiva di un alone di fascino che circonda il film russo a distanza di trentacinque anni, nel film di Soderbergh c’è noia e una sensazione di vuoto spinto che non riescono a colmare né la rivelazione finale ad opera di Rheya né la fugace scena di nudo di George Clooney che avrà attirato (e deluso) diverse fan di sesso femminile.

In questo film totalmente sbagliato non convincono neppure gli interpreti: né Clooney che, specialmente nella prima parte sembra un po’ troppo no martini no party e un po’ trooppo nespresso what else, né una Natascha McElhone dal fascino impercettibile e dalla recitazione impalpabile.

Tag: cinema

Servetta padroncina

by sasso67 (18/01/2008 - 19:56)

La nipote (Italia, 1974) di Nello Rossati. Con Francesca Muzio (Adele), Daniele Vargas (Luigi), Giorgio Ardisson (Piero), Annie Karole Edel (Zoraide), Orchidea De Santis (Doris), Ezio Marano (Romeo), Roberto Proietti (Antonio), Otello Cazzola (il prete), Susy Kaster (la moglie di Romeo).

In una villa del Veneto, alla fine degli anni Cinquanta, l’ingegnere Luigi, cinquantenne assatanato, sposato in seconde nozze con una donna molto più giovane, se la fa con la cameriera. L’arrivo del figlio di lui per le vacanze estive e della nipote della moglie, rimasta orfana, sconvolgeranno il ménage, che comportava anche la presenza ingombrante ed ambigua dell’amministratore.

Pensato sulla scia del successo di Malizia (1973), il film di Rossati è una commedia che si sostanzia nella presa di coscienza da parte della protagonista che, con le proprie grazie fisiche, può aspirare a una posizione di potere, nei confronti di un gruppo di maschi rimbecilliti dalle più varie pratiche sessuali (da quelle eterosessuali poste in essere nei luoghi più strani, al voyeurismo e all’onanismo). L’operazione è risaputa e condotta secondo i più abusati e vieti canoni della commediaccia erotica, con abbondanti nudi delle tre attrici, e il film non sarebbe neanche da menzionare se non fosse per quel po’ di simpatia che ispirano Daniele Vargas e il suo personaggio di vecchio satiro, che sacrifica la vita sull’altare della propria verga.

Tag: cinema

Gente di mare

by sasso67 (18/01/2008 - 19:53)

Mare matto (Italia/Francia, 1963) di Renato Castellani. Con Gina Lollobrigida (Margherita), Jean-Paul Belmondo (il livornese), Odoardo Spadaro (Drudo Parenti), Piero Morgia (Benedetto Lo Russo), Tomas Milian (Efisio Trombetti), Anita Durante (Rosaria Lo Russo), Pietro Tordi (il "poeta"), Lamberto Maggiorani (l'uomo che paga per l'imbarco), Michele Abruzzo (Oreste), Gaetano Cimarosa (uno dei fratelli Castelluzzo), Rossana Di Rocco (Nedda Lo Russo).

Belmondo in "Mare matto"A Genova un marinaio siciliano lascia alla chetichella, per non saldare il conto, la pensione dove soggiornava. Tornato a Messina, sarà chiamato, unico uomo di casa, a risolvere i guai delle sorelle nubili. Nel frattempo, un marinaio livornese, che ha preso il posto-letto del siciliano, seduce la proprietaria della pensione. Poi s'imbarca per la Sicilia, da dove tornerà verso nord su una nave che trasporta vino. Il comando del natante sarà preso da un anziano capitano a riposo di Livorno, che nella sua città ha fatto venire l'esaurimento nervoso ai quattro figli, a causa dei debiti contratti.

Questo film ha avuto essenzialmente due tipi di sfortuna: il primo produttivo e il secondo critico. Dal primo punto di vista, il produttore Cristaldi sforbiciò spietatamente i quattordici episodi che Castellani aveva inizialmente previsto, riducendoli a tre, tanto che alcuni passaggi (i vinai trasportano il carico dalla Sicilia a Genova o viceversa?) e personaggi (che funzione ha il marinaio veneto interpretato da Tomas Milian?) risultano quasi incomprensibili. Sul piano della critica, la cosa è quasi grottesca: dopo avere stentato a lungo a riconoscere il valore del neorealismo, la critica italiana ha continuato per anni a valutare qualsiasi film prodotto nel nostro paese con la cartina di tornasole dei canoni neorealisti. In questo modo, qualunque commedia scontava un inevitabile gap rispetto ai capolavori di De Sica e Rossellini (ecco perché il lungo ostracismo nei riguardi di Totò). Ed ogni filone cinematografico che spuntava in Italia necessitava di una primogenitura neorealista, come dimostrano film quali Pane, amore e fantasia e simili, subito etichettati con l'appellativo di "neorealismo rosa".

Mare matto è, in realtà, un buon lavoro, che non scade nel bozzettismo, ma anzi sa usufruire degli umori dei luoghi, forniti da sfondi validissimi e sapidi come Genova, Livorno e Messina. E si vale di un grande interprete, come il cantante fiorentino Odoardo Spadaro, assai efficace nella parte del vecchio lupo di mare labronico un po' rincoglionito.

Tag: cinema

Agonia e morte nel giardino delle tagliole

by sasso67 (16/01/2008 - 20:09)

Amore e morte nel giardino degli dei (Italia, 1972) di Sauro Scavolini. Con Erika Blanc [Enrica Bianchi](Azzurra), Peter Lee Lawrence [Karl Hirenbach] (Manfredi), Orchidea De Santis (Viola), Richard Melville [Rosario Borelli] (Timothy), Ezio Marano (Martin, lo psichiatra), Franz Von Teuberg (il professore), Vittorio Duse (Dominici, l'amministratore).

locandinaRampollo di una ricca famiglia, dopo la morte dei genitori Manfredi sviluppa un rapporto molto particolare con la sorella Azzurra. Quando quest'ultima si sposa, l'equilibrio psichico del giovane entra in crisi, per andare completamente a farsi benedire quando la sorella gli rivela che i genitori l'avevano in realtà adottato, acquistandolo da una famiglia di contadini.

Si tratta di una specie di giallo ambizioso a sfondo psicanalitico e un po' anche sociale (la discendenza agricola provoca a Manfredi lo shock definitivo), che purtroppo resta irrisolto tra l'altezza delle ambizioni e la banalità della sceneggiatura che accumula troppe inverosimiglianze per essere credibile. Qualche notazione qua e là è azzeccata (il fattore con nostalgie mussoliniane), ma nel complesso quello di Scavolini, che sembra anche volersi ispirare alle saghe delle antiche famiglie italiane (i Borgia, i Cenci e così via) resta un film poco riuscito.

Tag: cinema

Il ruggito del coniglio

by sasso67 (14/01/2008 - 19:47)

Il dittatore dello stato libero di Bananas (USA, 1971) di Woody Allen. Con Woody Allen (Fielding Mellish), Louise Lasser (Nancy), Carlos Montalban (il generale Vargas), Natividad Abascal (Yolanda), Jacobo Morales (Castrado), Miguel Suarez (luis), David Ortiz (Sanchez), Rene Enriquez (Diaz), Jack Axelrod (Arroyo), Howard Cosell (sé stesso), Roger Grimsby (sé stesso), Don Dunphy (sé stesso), Charlotte Rae (la madre di Fielding), Stanley Ackerman (il padre di Fielding), Dan Frazer (il sacerdote), Martha Greehouse (dott.ssa Feigen), Axel Anderson (l'uomo torturato), Dorthi Fox (J. Edgar Hoover), Sylvester Stallone (un teppista nella metro).

Un imbranatissimo collaudatore industriale americano finisce nello staterello sudamericano di Bananas, dove partecipa a una rivoluzione contro il regime appoggiato e, al tempo stesso, avversato dalla CIA, divenendo addirittura presidente.

Una delle prime commedie cinematografiche di Woody Allen, del suo periodo più fresco e più comico (il film sta tra Prendi i soldi e scappa e Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso...). Il regista newyorkese infila una serie sterminata di gag spesso riuscite (ottima la battuta sul Vaticano in Danimarca), contaminate con intelligenti rimandi e citazioni cinematografiche: cinque anni prima di Villaggio/Fantozzi e quindici anni prima di De Palma, ripropone la citazione della carrozzina della Corazzata Potëmkin. Certo, non tutte le battute sono riuscite, ma ce ne sono talmente tante che si resta quasi inebriati dal tourbillon. La satira politica rischia di essere qualunquista, prendendo indifferentemente in giro le strategie della CIA e il mito della revolucciòn cubana (ma chissà perché il barbudo presidente si trasforma dall'Esposito della versione originale al Castrado della versione italiana), entrando, seppur superficialmente, nei meccanismi che conducono un rivoluzionario puro ed onesto a diventare un despota stravagante ("il potere gli ha dato alla testa" commenta sconsolato Fielding). Il sarcasmo che Allen esercita su fenomeni in voga come il femminismo non va a discapito di una sana autoironia, che è sempre e comunque alla base della comicità alleniana. Il dittatore dello stato libero di Bananas è una piccola gemma da rispolverare, specialmente oggi che Woody Allen sembra avere smarrito definitivamente la sua vena comica, che è quanto lo ha reso famoso nel mondo.

«Avevo un buon rapporto, direi, con i miei genitori. Di rado mi picchiavano. Anzi, credo che mi picchiarono, in effetti, una unica volta, durante l'infanzia. Loro cominciarono a picchiarmi di santa ragione il 23 dicembre del 1942 e smisero nel '44, a primavera inoltrata.» (Fielding)

Aretino X aretino meglio Fanfani

by sasso67 (13/01/2008 - 18:14)

I giochi proibiti de l'Aretino Pietro (Italia, 1972) di Piero Regnoli. Con Angela Covello (Suor Angelica della Carità), Orchidea De Santis (Lisa Martini), Rosita Torosh (la badessa), Femi Benussi (Violetta de' Bardi), Pupo De Luca (Francesco de' Bardi), Luigi Leoni (il pubblico accusatore), Mario Carrara (il giudice), Franco Agostini (Enrico Baldazzi), Tony Kendal (Bitto Ranieri; frate Lucio), Shirley Corrigan (Eugenia), Fausto Tommei (il banchiere), Tiberio Murgia (il marito livornese), Luigi Montini (messer Salvatore), Franco Mazzieri (frate Polibio), Rosemarie Lindt (Berta), Luigi [Guerrino] Crivello (il frate pendolare).

locandina aretinoDurante il Cinquecento, un tribunale di Gubbio processa quattro donne accusate dai loro uomini di reati inerenti alla sfera sessuale.

Senza entrare nel merito di un film che col pretesto di Pietro Aretino cerca di sfruttare biecamente il successo del filone decamerotico, bisogna dire che questa vera e propria ciofeca in pellicola cinematografica non fa mai ridere né, a dispetto dell'avvenenza fisica delle protagoniste femminili, regala mai un qualsiasi fremito erotico. Questo film di Piero Regnoli è un prodotto desolante, purtroppo non isolato e rappresentativo di un certo modo di intendere il cinema nel nostro paese per un lungo periodo degli anni settanta: una cinematografia spesso fondata sull'unico scopo di sfruttare un filone potenzialmente redditizio con produzioni da quattro soldi basate su sceneggiature pressoché inesistenti. Questo è uno dei peggiori sottoprodotti di questo sottogenere. L'ultimo episodio è quasi dignitoso; sugli altri, meglio stendere uno spesso velo pietoso. Da dimenticare assolutamente il povero Tiberio Murgia (già glorioso Ferribotte dei Soliti ignoti), costretto a parlare con accento livornese.

2007: i migliori e i peggiori film visti

by sasso67 (13/01/2008 - 18:12)

I dieci migliori film visti nel 2007.

  1. Matti da slegare, 1975 (di Silvano Agosti, Marco Bellocchio, Sandro Petraglia, Stefano Rulli);
  2. Il vampiro, 1932 (di Carl Theodor Dreyer;
  3. I racconti della luna pallida d'agosto, 1954 (di Kenji Mizoguchi);
  4. Tommy, 1975 (di Ken Russell);
  5. La ballata di Stroszek, 1977 (di Werner Herzog);
  6. Il gabinetto del dottor Caligari, 1920 (di Robert Wiene);
  7. The Proposition, 2005 (di John Hillcoat);
  8. 13 Tzameti, 2005 (di Géla Babluani);
  9. Il signore delle mosche, 1963 (di Peter Brook);
  10. Le notti di Cabiria, 1957 (di Federico Fellini).

 

I dieci film più brutti visti nel 2007.

  1. L'ultimo capodanno, 1998 (di Marco Risi);
  2. L'affittacamere, 1976 (di Mariano Laurenti);
  3. Il branco, 1994 (di Marco Risi);
  4. Porzus, 1997 (di Renzo Martinelli);
  5. Io zombo, tu zombi, lei zomba, 1979 (di Nello Rossati);
  6. L'idolo delle donne, 1961 (di Jerry Lewis);
  7. Dancer In The Dark, 2000 (di Lars Von Trier);
  8. Lili Marleen, 1981 (di Rainer Werner Fassbinder);
  9. Ecco l'impero dei sensi, 1976 (di Nagisa Oshima);
  10. Chocolat, 2000 (di Lasse Hallstrom).

Tag: cinema

Il poeta Bernhard Landau

by sasso67 (12/01/2008 - 17:00)

Ero ancora nel dormiveglia e già sentivo le campane suonare

Una era così martellante che ebbi un dolore fisico

Sopravvenne l'angoscia e subito mi trascinò nell'oblio.

La sensazione di essere soltanto un'ombra senza contorno nell'universo era terribile

Ero un'ameba, vago e informe come nel sogno

E scivolavo in lenta caduta attraverso le sfere.

Venne un bimbo a pestarmi

E, simile a un fungo che le lumache hanno fatto marcire,

mi ridusse in gelatina.

Avrei voluto che scendesse dell'acqua

per trascinarmi giù con sé nel profondo delle fogne.

Ora ero completamente a mio agio,

Tremolante e trasparente gelatina nella bottega di un macellaio.

Cadendo in un trabocchetto, fui precipitato in un ultimo sogno

 E mi trovai a pendere da un gancio,

come un pezzo di carne messo a frollare.

Un impiccato con un cartello

"io sono un traditore del popolo”

si dibatteva inutilmente penzolante da un albero.

Dal membro rigido ed eretto per la paura

Usciva lo sperma e gocciolava bagnando il bianco lenzuolo.

Da quel momento vivo sotto una campana di vetro

E lascio che la mia coscienza si decomponga

E appanni il vetro con le sue esalazioni.

Perché fra me e la realtà deve esserci questa differenza smisurata?


Poesia di Bernhard Landau, in Falso movimento (1975), film di Wim Wenders.

Tag: poesia

Impara a zufolar

by sasso67 (12/01/2008 - 15:10)

L'eterna illusione (USA, 1938) di Frank Capra. Con Jean Arthur (Alice Sycamore), James Stewart (Tony Kirby), Lionel Barrymore (nonno Vanderhof), Edward Arnold (Anthony Kirby), Spring Byington (Penny Sycamore), Samuel S. Hinds (Paul Sycamore), Ann Miller (Essie Carmichael), Dub Taylor (Ed Carmichael), Mischa Auer (Kolenkhov), Mary Forbes (la signora Kirby), Donald Meek (Poppins), H. B. Warner (Ramsey), Halliwell Hobbes (De Pinna), Eddie "Rochester" Anderson (Donald), Harry Davenport (il giudice), Lillian Yarbo (Rheba).

Il rampollo di un ricco e spietato banchiere s'innamora di una delle sue dipendenti, proveniente da una famiglia dignitosamente folle. Scoppieranno dei contrasti tra le due famiglie, ma alla fine l'amore saprà trionfare.

Sì, d'accordo, è un vecchio film, ma soprattutto, e a differenza di altri film di Capra (si pensa in particolare a La vita è meravigliosa e ad Arsenico e vecchi merletti), è un film vecchio. Si ammira, indubbiamente la capacità del regista di orchestrare in maniera sapiente scene con anche dieci personaggi che si muovono contemporaneamente sullo schermo, azzeccando sempre l'angolo di ripresa, così come si apprezza la freschezza interpretativa del giovane James Stewart e dell'anziano Lionel Barrymore, sempre costretto a recitare con le stampelle, ed anche rintracciabile una certa qual spregiudicatezza dei costumi, come dimostrano le sequenze in cui è presente Essie (Ann Miller), la sorella sposata di Alice, che nelle sue evoluzioni danzanti mostra spesso le gambe nude ad un'altezza che supera ogni tanto il livello di guardia. Come giustamente sostengono Alessandro Bencivenni e Guido Di Falco nel Dizionario del cinema americano (Editori Riuniti, 1996), «la morale troppo semplicistica e la satira priva di vero mordente lo hanno fatto molto invecchiare, a paragone delle altre commedie a sfondo sociale di Capra». In effetti, se nessuno può mettere in dubbio l'assunto che il denaro non ci si può portare dietro quando inevitabilmente si andrà a finire all'altro mondo (il titolo originale suona appunto You Can't Take It With You, cioè "non te lo puoi portare dietro"), la moraletta secondo la quale, prafrasando il proverbio "con il denaro non si compra la felicità", con la felicità si può acquistare il denaro (anche qui, come successivamente in La vita è meravigliosa, si assiste a una colletta della gente comune), è più che discutibile. E quando, poi, alla fine, i due anziani del film, Vandenhof e Kirby senior, cercano di risolvere i loro problemi suonando l'armonica a bocca, dimenticandosi fra l'altro il fresco suicidio di una persona (Ramsey), sembrano agire secondo l'etica enunciata nella canzoncina per bambini Impara a fischiettar. Archeologia cinematografica.

Tag: commedia,cinema

Fiore morto

by sasso67 (11/01/2008 - 16:45)

Black Dahlia (Germania/USA, 2006) di Brian De Palma. Con Josh Hartnett (Dwight "Bucky" Bleichert), Scarlett Johansson (Kay Lake), Aaron Eckhart (Lee Blanchard), Hilary Swank (Madeleine Linscott), Mia Kirshner (Elizabeth Short), Mike Starr (detective Russ Millard), Fiona Shaw (Ramona Linscott), James Otis (Dolph Bleichert), John Kavanagh (Emmett Linscott), Rachel Miner (Martha Linscott).

Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, due ex pugili entrano nella polizia investigativa di Los Angeles, e sono chiamati a dipanare una serie di casi che ruotano attorno all'omicidio della giovane prostituta Elizabeth Short, conosciuta come "la Dalia Nera".

Black Dahlia conferma, una volta di più, che l'ispirazione artistica ha ormai definitivamente abbandonato Brian De Palma. Naturalmente il talento puramente tecnico resta ed anzi, se possibile, si è affinato. Con il suo stile virtuosistico e un po' antipatico, infatti, il regista mette in scena questa storia con le atmosfere tipiche del genere noir, inaugurato dal Grande sonno (1946) di Hawks, esploso negli anni Quaranta e via via riemerso nel corso degli anni (ad esempio con Chinatown del 1974 e L. A. Confidential del 1997). E proprio secondo i canoni del genere noir, ciò che conta nel film sono le atmosfere, mentre la trama è spesso complicata e ingarbugliata ai limiti dell'incomprensibilità. Insomma, secondo me Black Dahlia è un film poco riuscito, per di più interpretato da attori poco espressivi, compresa la tanto decantata Scarlett Johansson, che proprio non mi vuole piacere. Per chi si vuol divertire con un bel noir, molto meglio guardarsi L. A. Confidential di Curtis Hanson.

«Poteva essere il film dell'anno, è un'occasione del tutto mancata. (...) Troppe sottotrame, troppi fatti da spiegare, troppi pezzi di bravura alternati a scene puramente illustrative. Con una drammaturgia così sbilenca, non c'è talento che tenga.» (Fabio Ferzetti, "Il Messaggero", 29 settembre 2006)

Tag: cinema

Satana Vs. il Papa

by sasso67 (11/01/2008 - 16:43)

Un'ombra nell'ombra (Italia, 1979) di Pier Carpi. Con Anne Heywood (Carlotta), Lara Wendel (Daria), Valentina Cortese (Lena, la professoressa), Irene Papas (Raffaella), Marisa Mell (Agata), Paola Tedesco (Almarosa), Ian Bannen (il professore), Frank Finlay (Paul), John Philip Law (l'esorcista), Ezio Miani (Lucifero), Carmen Russo (un'indemoniata).

Da alcune donne, che hanno avuto rapporti carnali niente meno che con Lucifero, sono nate due figlie il cui padre è proprio l'angelo caduto. Le due ragazze, consapevoli della propria natura, adottano comportamenti diversi: una si toglie la vita, mentre l'altra cerca di sfruttare i propri poteri per impadronirsi del mondo.

Che non si tratti di una cosa seria si capisce subito, quando viene messo in scena una specie di sabba tra alcune ragazze in costume ancillare, o addirittura nude, e Lucifero. Il film prosegue di inverosimiglianza in inverosimiglianza - e ci si domanda come attrici serie, quali Irene Papas e Valentina Cortese, si siano potute prestare a una tale scempiaggine - fino ad un ridicolissimo finale in cui la ragazzina diabolica si fa portare in taxi a Piazza San Pietro per uccidere, si pensa, il papa. La lotta tra Bene e Male non veniva rappresentata in modo così ingenuo neanche nella mitologia sumera. Una coglionata, solo per eventuali fan di Carmen Russo, protagonista assoluta del sabba iniziale.

Tag: cinema,horror

Dalle piramide all'Alpi

by sasso67 (08/01/2008 - 22:20)

Il principe e il pirata (Italia, 2001) di Leonardo Pieraccioni. Con Leonardo Pieraccioni (Leopoldo Natali), Massimo Ceccherini (Melchiorre, detto Gimondi), Giorgio Picchianti (Pierino Natali), Luisa Ranieri (Chiara), Melanie Gerren (Melanie), Claudio Angelini (Ubaldo), Valeria Vitti (Lella), Giuliano Grande (Giulianone), Tatiana Djuric (Ulka), Alessandro Bonanni (Lorenzo), Pietro Ghislandi (il nipote).

Leopoldo è un tranquillo maestro elementare di Firenze. All'improvviso gli muore il babbo. In realtà, però, il babbo non è morto ma è meglio che tutti lo credano morto. In questa occasione una donna rivela a Leopoldo di avere avuto un figlio da suo padre. Il nuovo fratello di Leopoldo, però, è un poco di buono e si trova in carcere a Palermo. Il fratello buono dovrà andarlo a prendere ed attraversare tutta l'Italia per andare a Saint Vincent per ritirare l'eredità del padre.

Non c'è niente di nuovo, in questo film di Pieraccioni, rispetto ai suoi precedenti, anzi, in alcuni momenti si nota una pericoilosa tendenza al "nutismo", intendendo con questo la maniera compiaciuta con cui l'autore guarda e tratta il proprio personaggio. Mereghetti dice giustamente che Pieraccioni "come interprete si ama troppo"; in più, la struttura on the road, già più volte sfruttata nella storia della commedia italiana, almeno dal Sorpasso a Tre uomini e una gamba, è ormai abusata. Pur tuttavia, questo è, secondo me, il miglior film di Pieraccioni, soprattutto grazie a Ceccherini, che dimostra di essere un vero attore. E chi parla di volgarità dimostra di non conoscere lo spirito del popolo toscano e di usare due pesi e due misure tra Benigni e i suoi fratellini minori (ci si riguardi Berlinguer ti voglio bene, per esempio...). Più che sufficiente.

Come un romanzo

by sasso67 (07/01/2008 - 19:13)

Falso movimento (RFT, 1975) di Wim Wenders. Con Rüdiger Vogler (Wilhelm Meister), Marianne Hoppe (la madre), Hanna Schygulla (Therese), Hans Christian Blech (Laertes), Nastassja Nakszynski (Mignon), Peter Kern (Bernhard Landau), Ivan Desny (l'industriale), Lisa Kreuzer (Janine), Adolph Hansen (il controllore).

Un giovane aspirante scrittore tedesco parte da casa per compiere un viaggio (per la cronaca, da Glückstadt a Bonn), allo scopo di favorire la propria vocazione di scrittore. Lungo la strada, incontra vari personaggi, poi li perde e si ritrova al punto di partenza.

Di sicuro questo film non può essere liquidato semplicemente come la trasposizione cinematografica del Wilhelm Meister di Goethe. Vi è sicuramente, alla base, il testo goethiano, ma come sedimentato nelle teste di Wenders e di Handke, che hanno scritto la sceneggiatura con una loro idea di cinema. Si tratta di un bel film, al di là delle miriadi di interpretazioni che se ne possono dare. I mpersonaggi si muovono sulla scena come in un romanzo, come spinti da una forza superiore, che è poi quella del narratore, che è poi, probabilmente, il protagonista stesso. E forse il viaggio iniziatico, che però non è un vero viaggio formativo, si svolge soltanto all'interno della sua testa - che se fosse un viaggio vero sarebbe incompleto e mutilo - per portarlo a concludere, sulla scorta delle esperienze vissute e delle testimonianze raccolte, che tra arte e vita vi è un abisso invalicabile.

Per fortuna molto lontano dagli svolazzamenti angelici dei film a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, qui Wenders ha moltissimo da dire e lo dice in una maniera affascinante, che fa sentire bene lo spettatore, lasciato libero di spaziare fra i tanti spunti e le molteplici interpretazioni possibili degli elementi forniti, dallo sceneggiatore ma ancor più dal regista, anche attraverso una tecnica cinematografica matura e consapevole dei propri mezzi. Quello che il cinema dovrebbe sempre essere.

«Falso Movimento è forse il film di Wenders che più di ogni altro ha bisogno di essere visto «al passato», in diretto rapporto con quanto succedeva nei primissimi anni settanta in Germania (e, perchè no, in Italia), per coglierne invece tutta la forza propositiva e tutto il fascino legato alla scelta di Wilhelm Meister; scelta d'egotismo per nulla compiaciuta e anzi dolente nella sua pacata ricerca delle proprie «radici» e di un proprio possibile futuro - un'ipotesi disincantata di salvezza.» (Adriano Piccardi, Cineforum n. 214, 5/1982).

Tag: cinema

John il buono

by sasso67 (06/01/2008 - 20:22)

Chisum (USA, 1970) di Andrew V. McLaglen. Con John Wayne (John Chisum), Ben Johnson (James Pepper), Forrest Tucker (Lawrence Murphy), Geoffrey Deuel (Billy "The Kid" Bonney), Glenn Corbett (Pat Garrett), Andrew Prine (Alex McSween),Bruce Cabot (lo sceriffo Brady), Patric Knowles (Henry Tunstall), Richard Jaeckel (Jess Evans), Lynda Day George (Sue McSween), Robert Donner (Morton), Pamela McMyler (Sallie Chisum), John Agar (Amos Patton).

Il buon allevatore Chisum, alleato dell'onesto collega Tunstall e del giovane avvocato McSween, tenta di opporsi alle mire espansionistiche del bieco latifondista Murphy.

Ancora un Billy The Kid, e non certo il migliore della serie. Questa volta ce lo presenta John Wayne, nei panni dell'allevatore Chisum, che qui passa dalla parte dei buoni. E, cosa più incredibile, diventa quasi buono anche Billy The Kid, che uccide esclusivamente per vendicare il padre putativo Tunstall, ammazzato dagli scagnozzi del perfido Murphy, rinunciando consapevolmente all'amore della nipote di Chisum. Insomma, la prospettiva è alquanto spostata rispetto all'ottica tradizionale, e anche un po' sghemba rispetto ai documenti dell'epoca che narrano di un Chisum affarista con non molti scrupoli ma tanti appoggi politici (e che passò qualche breve periodo in prigione), nonché di un Billy Bonney, efferato assassino, morto ad appena 22 anni con un discreto numero di morti ammazzati sulla coscienza. Non si sa per certo se Billy fu al servizio di Chisum durante la "guerra del bestiame della Contea di Lincoln" e se fu proprio l'allevatore originario del Tennessee a farlo uccidere: sono probabilmente veri entrambi questi dati. Quel che è certo è che poco risponde alla storicità dei fatti questo film con il vecchio Duke nei panni del protagonista; meglio sarebbe stato dare ai personaggi di Chisum nomi diversi, anche se si capisce che facesse troppo gola sfruttare nomi celebri come quelli di Pat Garrett e Billy The Kid. Nonostante la presenza di tanti veterani del western, più o meno classico, chi non ha molto tempo da perdere dia retta: si guardi Pat Garrett & Billy The Kid di Peckimpah e lasci perdere questi sottoprodotti.

Il regista (1920) è il figlio di Victor McLaglen, attore che recitò tante volte insieme a John Wayne.

Tag: cinema,western

Agosto 1914

by sasso67 (06/01/2008 - 12:20)

Aleksandr Isaevič Solženicyn, Agosto 1914, Club degli Editori, 1972, pp. 616.

SolzenicynCon tatnta robaccia che esce nelle nostre librerie, non si capisce perché questo bellissimo libro sia da tanti anni fuori catalogo. Sono riuscito a leggerlo soltanto per caso, grazie a Elena, una mia collega, che possiede una copia di quest'opera, nell'edizione del Club degli Editori. Il romanzo costituisce il "primo nodo" di un ciclo intitolato La ruota rossa, che narra di eventi verificatisi durante quelli che per Solženicyn sono i momenti cruciali della storia russa (ma con conseguenza pesanti sull'intera storia mondiale). Agosto 1914 narra con più di 600 pagine gli eventi avvenuti sul fronte russo - tedesco in circa venti giorni, nei primi giorni seguiti allo scoppio della Grande Guerra. Solženicyn racconta, con la sua bella scrittura, ampia e forte, non priva di qualche venatura ironica (e resa perfettamente dall'eccellente traduzione di Pietro Zveteremich, una delle migliori che mi sia mai capitato di leggere), di personaggi storici, come il generale Samsonov e il Granduca Nicola, zio dello Zar e comandante in capo dell'esercito russo, ma inserisce nella narrazione figure immaginarie, come il colonnello Vorotyntsev, il tenente Charitonov e il caporale Blagodarev. E li descrive tutti nelle loro psicologie, mentre si muovono nello scenario della grande tragedia della guerra, con pagine suggestive ed emozionanti (quali la "passeggiata" di Vorotyntsev nelle trincee russe prese di mira dai bombardamenti dell'artiglieria tedesca, o quelle relative al suicidio del generale Samsonov, sconvolto per la disfatta dei Laghi Masuri), che però non rinunciano ad essere minuziose e documentatissime nella descrizione delle operazioni militari. Se un difetto c'è, in questo romanzo, è un'imperfetta opera d'amalgama tra le pagine belliche e quelle che si svolgono in uno scenario di pace, nelle città e nelle campagne lontane dal teatro di guerra, e che sono in parte dedicate ad una famiglia che si capisce adombrare quella avita dello scrittore. Letterariamente ispirato a Guerra e pace di Tolstoj, Agosto 1914 non è emotivamente coinvolgente come All'ovest niente di nuovo di Remarque, ma costituisce senza dubbio un fondamentale tassello nella migliore letteratura ispirata alla Prima Guerra Mondiale.

Nel 1984 Solženicyn ha pubblicato il "secondo nodo" del ciclo, Novembre 1916, mentre nel 1986 è uscito Marzo 1917, "terzo nodo", e nel 1989 il "quarto nodo", Aprile 1917.

Del 1980 è un film sovietico (premio Oscar come miglior film straniero) di Vladimir Menshov, intitolato Mosca non crede alle lacrime. Il titolo del film è ispirato ad una frase che si legge in Agosto 1914 (v. pag. 139), quando un sottufficiale russo, che scorta dei prigionieri polacchi, li apostrofa dicendo «Cammina, cammina, Mosca non crede alle lacrime!».

Tag: romanzo,libro

Cose che capitano

by sasso67 (04/01/2008 - 21:45)

Quelle strane occasioni (Italia, 1976) di Nanni Loy, Luigi Magni, Luigi Comencini. 1. Episodio Italian superman: Paolo Villaggio (Giobatta), Valeria Moriconi (Piera), Flavio Bucci (il regista), Lars Bloch (il direttore del teatro); 2. Episodio Il cavalluccio svedese: Nino Manfredi (Antonio Pecoraro), Giovanna "Jinny" Steffan (Cristina), Olga Karlatos (Giovanna Pecoraro), Giovannella Grifeo (Paola Pecoraro), Bryan Rostron (Adam); 3. Episodio L'ascensore: Alberto Sordi (Mons. Ascanio La Costa), Stefania Sandrelli (Donatella), Beba Loncar (la vedova Adami).

1. Un povero emigrato italiano in Olanda, che tira la carretta come venditore ambulante di castagnaccio e lupini, viene ingaggiato da un teatro a luci rosse come stallone; quando la moglie lo scopre, lo perdona a condizione di lavorare con lui; incapace di esibirsi in pubblico con la moglie, però, il pover'uomo sarà soppiantato da un superdotato turco. 2. Un architetto romano, felicemente sposato, riceve a casa la giovane e disinibita figlia di amici svedesi: ci finirà a letto insieme, ma scoprirà anche che sua moglie aveva avuto una tresca con il padre della ragazza. 3. Un sacerdote e una ragazza restano chiusi nell'ascensore di un grande palazzo della periferia romana durante il ponte di Ferragosto: il sacerdote si dimostrerà assatanato e astuto come un fratacchione medievale.

Un film a episodi tutto sommato passabile. Contrariamente a quanto stabilito dalla critica, l'episodio migliore mi sembra il primo (nonostante che Nanni Loy abbia ritirato la firma), con un Paolo Villaggio che all'epoca furoreggiava dopo il successo dei primi due Fantozzi e del Fracchia televisivo: è un momento di cinema talmente trash che non può non diventare di culto. C'è, fra l'altro, una Valeria Moriconi (1931-2005) che, donna già matura, si mostra disinibitamente nuda senza sfigurare, contrariamente a quantoi ne scrive Marco Giusti in Stracult). Il secondo episodio ha alti e bassi, alternando qualche accento sinceramente comico (come quando Manfredi, parlando della figlia che gliene combina di tutti i colori, dice "me dà tante soddisfazioni...") a momenti iirritanti, nei quali, come fece rabbiosamente notare Nanni Moretti in Ecce bombo, il protagonista esibisce senza motivo il proprio pacchetto di sigarette (molti tra i più giovani, a ragione, ricorderanno manfredi più per la sua pubblicità di una nota marca di caffè che per gli innumerevoli film - alcuni anche memorabili - interpretati). L'ultimo episodio è quello che, almeno a livello di sceneggiatura, prometteva di più. Ed in effetti è quello più famoso, essendoci stato riproposto più e più volte, anche nella famosa trasmissione Storia di un italiano che anni fa celebrò Sordi in televisione. In realtà proprio il grande attore romano risulta il punto debole del segmento sceneggiato da Rodolfo Sonego e diretto da Comencini: il suo gigionismo nel tratteggiare la figura del monsignore è, almeno a tratti, logorroicamente insopportabile.

Una commedia che si può comunque vedere per divertirsi.

Billy The Chi?

by sasso67 (04/01/2008 - 20:39)

Young Guns II - La leggenda di Billy The Kid (USA, 1990) di Geoff Murphy. Con Emilio Estevez (William H. Bonney, detto Billy The Kid), Kiefer Sutherland (Josiah Gordon Scurlock, detto Doc), Lou Diamond Phillips (Jose Chavez y Chavez), Christian Slater ("Arkansas Dave" Rudabaugh), William Petersen (Pat Garrett), Alan Ruck (Hendry William French), James Coburn (John Simpson Chisum), Balthazar Getty (Tom O'Folliard), Viggo Mortensen (John W. Poe), R. D. Call (D. A. Rynerson), Scott Wilson (il governatore Lewis Wallace), Jenny Wright (Jane Greathouse).

Le ultime imprese del leggendario fuorilegge Billy The Kid, raccontate negli anni trenta da un vecchietto che sostiene di essere il bandito in persona, scampato all'ultima sparatoria con lo sceriffo ed ex complice Pat Garrett, assoldato dagli allevatori e dal governatore del New Mexico per farlo fuori.

Qualche giorno fa ho visto una partita dell'Inter, e ad un certo punto è entrato in campo un giovane calciatore di colore di nome Pelè. Secondo me, nel calcio, nessuno dovrebbe avere il diritto di chiamarsi Pelè, salvo che quello sia proprio il suo cognome, oppure fino al momento in cui non abbia dimostrato di valere quanto il fuoriclasse brasiliano. E così, secondo me, nessuno dovrebbe poter fare film su Billy The Kid dopo il film di Peckimpah del 1973. Invece Geoff Murphy (chi era costui?) "ce prova" a rifare Pat Garrett & Billy The Kid con tanto di scena patetica per avvicinare l'emozionante morte dello sceriffo Slim Pickens, qui con la morte di Diamond Phillips. Peccato, però, che abbia Bon Jovi al posto di Bob Dylan e che tutto il film sia impostato come un moderno avventuroso e che non ci sia niente di epico. E questo anche se il regista biecamente utilizza il procedimento del Piccolo grande uomo (1970), di far raccontare l'intera vicenda al protagonista (o presunto tale) invecchiatissimo e incattivito. Young Guns II ha una sola scena che colpisce, ed è quella, assolutamente gratuita nell'economia del film, in cui la prostituta del villaggio (Jenny Wright) si spoglia e se ne va a cavallo nuda come Lady Godiva. Per il resto, va considerato per quello che è: il tentativo di lanciare qualche allora giovane attore di belle speranze; tentativo, peraltro, fallito con quasi tutti i giovinotti, che, salvo forse Viggo Mortensen, pur provenendo da lombi attoriali, sono rimasti nel limbo del senza infamia e senza lode.

Tag: cinema,western

Ottanta voglia di crescere

by sasso67 (02/01/2008 - 19:27)

Il titolo del Tirreno a Livorno stamattina: "OTTANTENNE festeggia l'anno nuovo sparando con la pistola e perde un dito". Commento cinico e baro: ben gli sta. Commento più ragionato: a parte il fatto che le pistole bisognerebbe darle in mano a chi dimostri un po' di cervello; a parte il fatto che a ottant'anni una pistola in mano è pericolosa a prescindere da tutto; a parte il fatto che chi spara con la pistola per festeggiare l'anno nuovo è, non soltanto demente, ma anche criminale perché mette a repentaglio la salute propria e soprattutto quella degli altri (si vedano le notizie sui giornali relative alla strage dell'ultimo dell'anno); a parte tutto questo, dicevo, ma che cazzo ti festeggi l'anno nuovo a ottant'anni? Cosa speri che ti porti l'anno nuovo? la biciclettina da cross? i preservativi con le stecche? Mah!

Tag: cinema

Dove sta Za-Za?

by sasso67 (02/01/2008 - 19:26)

La fumeria d'oppio - Ritorna Za-la-Mort (Italia, 1947) di Raffaello Matarazzo. Con Emilio Ghione jr. (Za-la-Mort), Mariella Lotti (Lina Vidonis), Emilio Cigoli (il Maestro), Armando Francioli (Corrado Vidonis), Paolo Stoppa (amico di Za-la-Mort), Umberto Spadaro (il Ragno), Enrico Glori (il commissario), Checco Durante (Antonio, il finto cieco), Fiore Forges Davanzati (l'infermiera della villa), Adriana De Roberto (Irene), Arnoldo Foà (complice del Ragno), Fedele Gentile (Piero), Augusto Di Giovanni (Giacomo), Erminio Spalla (Il fabbro), Aristide Garbini (il giardiniere).

Un delitto perpetrato da una banda di spacciatori di stupefacenti viene addebitato a un tossicodipendente che non ha più ragioni per vivere. In realtà, la sorella lo cerca ancora e, aiutata da uno strano malvivente, riuscirà a salvarlo.

Si tratta di un film d'avventure, che trae origine dai feuilleton francesi sul genere dei Misteri di Parigi, ma che, sul piano della trama, ricorda anche, per alcuni aspetti marginali (la congrega di ladri e mendicanti che si riunisce per aiutare Za-la-Mort), M di Fritz Lang. Anche il tema affrontato da Matarazzo - lo sfruttamento della tossicodipendenza effettuato tra i ceti sociali più elevati - è interessante e piuttosto inconsueto. Ovviamente l'argomento non è sviscerato con intenti di indagine sociologica, e questo era già assente dalle pagine della sceneggiatura. Ciò che interessava a chi ha progettato "l'operazione Fumeria" era creare un film movimentato e avventuroso in una Roma che avrebbe potuto anche essere la Parigi di Sue o la Londra di Dickens, ma, ancora di più, interessava riportare in auge il personaggio di Za-la-Mort, che era stato portato sugli schermi del muto, come regista ed attore, da Emilio Ghione (1872-1930), padre del protagonista di questo film. A parte il fatto che il personaggio principale non viene mai chiamato Za-la-Mort, l'operazione fallì: agli spettatori italiani ormai interessavano altri tipi di film (il pubblico prediligeva, all'epoca, la commedia alla Totò, e la critica l'impegno del neorealismo), mentre il cinema di stampo salgariano era temporaneamente destinato al dimenticatoio. La fumeria d'oppio, però, nonostante la legnosità di Emilio Ghione jr., si guarda volentieri come puro cinema d'evasione, che però presenta al grosso pubblico i prodromi di un fenomeno, che una ventina d'anni più tardi diventerà una vera piaga sociale.

Tag: cinema
Archivio Gennaio 2008