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Il libro nero della RAI

by sasso67 (28/02/2008 - 20:22)

Loris Mazzetti, Il libro nero della RAI, BUR, 2007, pp. 420 € 10,20.

Usando come fulcro la vicenda professionale ed umana di Enzo Biagi, a partire dal famoso "editto bulgaro" di Berlusconi, Loris Mazzetti, dirigente RAI, coautore del programma televisivo Il fatto ed amico di Biagi compie un excursus sui misfatti RAI degli ultimi sei anni. Soffermandosi in particolare sulle figure quasi patetiche di Saccà, Baldassarre, Del Noce, solerti funzionari nell'obbedire all'ormai tristemente famoso diktat berlusconiano, Mazzetti svela un po' di magagne dell'azienda pubblica italiana, un tempo considerata la più grande industria produttrice di cultura del nostro paese. Secondo Mazzetti, la RAI è diventata, sotto le ultime presidenze e con consigli d'amministrazione totalmente asserviti alla politica (e al governo), un'azienda nella quale o ci si autocensura o si è censurati, un'azienda che non riesce più neppure a fare il proprio interesse (e il sospetto che abbia spesso fatto il gioco della concorrenza è forte), se lascia centinaia di milioni in risarcimenti nei confronti di dipendenti maltrattati o demansionati e se si priva di alcuni dei suoi personaggi di punta, come, appunto, Enzo Biagi. Basti pensare a quanto costò, in termini di mancati introiti pubblicitari, la soppressione del Fatto e la sua sostituzione (uno degli eventi più tragicamente grotteschi nella storia della RAI) con il programma Max e Tux: a parte i soldi dati a Biagi e ai suoi collaboratori per non fare più il programma, ci sono da calcolare quelli spesi prima per Solenghi e Lopez, poi quelli per i molto presunti surrogati di Biagi, Battista e Giannino, senza contare la perdita, ben più consistente, in introiti pubblicitari, dovuti al fatto che proprio dopo l'abolizione del Fatto, Striscia la notizia di Canale 5 registrò i suoi record d'ascolto.

Purtroppo, Mazzetti non è uno scrittore di professione e si sente nell'esposizione dei fatti, che colpisce negativamente per gli errori d'ortografia e le ripetizioni di particolari già detti, difetto che si ripercuote sull'attenzione del lettore. Leggendo Il libro nero della RAI monta la rabbia del cittadino italiano che oltre tutto è anche costretto a pagare il canone, ma soprattutto si nota la differenza con un giornalista che quando tratta queste materie è assolutamente imperdibile, e cioè Marco Travaglio. Il libro di Mazzetti, invece, è utile, ma sicuramente non indispensabile.

Tag: libro,saggio

E poi siamo arrivati alla fine

by sasso67 (28/02/2008 - 19:19)

Joshua Ferris, E poi siamo arrivati alla fine, Neri Pozza, 2006, pp. 398, € 17,00.

Anche le agenzie pubblicitarie hanno un'anima. Ed è l'anima pulsante di coloro che vi lavorano e, come tutti i lavoratori del mondo, aspirano a una posizione migliore (un vero ufficio anziché un cibicolo), sperano in una retribuzione più alta, temono di essere licenziati (lo spaventoso "volo alla spagnola"). Chiunque abbia lavorato in un ufficio, specie se di grandi dimensioni, sa che le dinamiche e i meccanismi descritti dall'americano Joshua Ferris (classe 1974) rispondono a ciò che effettivamente avviene tra i colleghi di lavoro. Era proprio questo che mi aveva spinto a comprare e poi a leggere questo romanzo che profuma di realtà. Ed è forse proprio questo - far capire al lettore che dietro alle campagne pubblicitarie che si vedono in tv, così come dentro ai grattacieli di settanta piani, vi sono persone vive che pensano e soffrono ogni giorno - che voleva dire il giovane romanziere, che non per caso narra tutta la storia con la prima persona plurale, senza identificarsi con nessuno dei suoi personaggi in particolare, ma comunicando che al di là delle invidie, delle ripicche e del mors tua vita mea che inevitabilmente si creano all'interno di un ufficio, i colleghi pensano e sentano come un'unica grande anima.

Non è un romanzo perfetto: a momenti sfiora la noia ed immagino che la sensazione sia accentuata per ch non abbia mai lavorato in un ufficio. Però Ferris, pur non avendo le qualità narrative di un Franzen o di un Lethem, si capisce che ha del talento di scrittore.

«Romanzo claustrofobico per il predominio dei rapporti interni all'ufficio e per la costante rilettura dell'esterno attraverso le vicende del lavoro, l'assoluta mancanza di un protagonista e l'ostentazione di un punto di vista collettivo rappresentano una visione narrativa che è rappresentazione di un ulteriore modo di sentirsi umani. La vita, quella vera, non inizia alla fine del lavoro, ai vecchi tempi segnalata con la sirena e oggi scandita con il beep del lettore di badge, ma dal tempo del lavoro che invade ogni altra ora del giorno, vampirescamente, fino a spegnere la vitalità di queste persone.» (Domenico Gallo, PULP libri #64)

Tag: libro,romanzo

Gli spostasoldi

by sasso67 (28/02/2008 - 13:29)

Squadra speciale "44 Magnum" (Australia, 1978) di Bruce Beresford. Con Terence Donovan (Eric Jackson), Bryan Brown (Brian Jackson), Tony Bonner (Leo Bassett), Ed Devereaux (Dick Martin).

Alcuni componenti di una squadra di portavalori progettano una rapina ai danni della compagnia per la quale lavorano. Ma non tutti i colleghi sono complici.

Un filmetto australiano poco conosciuto (sottotitolato in Italia con l'inappropriato La morte fa l'appello), ma ben fatto, da un regista che diventerà uno dei maggiori autori a Hollywood negli anni ottanta. Lo si potrebbe definire un poliziottesco australiano, che però ha i suoi modelli più che nel cinema italiano, nei film americani degli anni settanta, tipo Serpico (1973) o I ragazzi del coro (1977). Il risultato è teso e riuscito, anche grazie agli interpreti, ed in particolare i due attori che impersonano i "cattivi" fratelli Jackson, Terence Donovan e Bryan Brown (anche quest'ultimo destinato ad una buona carriera negli U.S.A.).

«Film d'azione con il piede sull'acceleratore. Il modello è spiccatamente americano, ma l'australiano B. Beresford lo imita con mestiere. Sono nuove le facce, nuovi i personaggi.» (Morando Morandini)

Tag: cinema

Strategia della pensione

by sasso67 (28/02/2008 - 12:18)

La polizia sta a guardare (Italia, 1973) di Roberto Infascelli. Con Enrico Maria Salerno (il questore Cardone), Lee J. Cobb (il dott. Jovine), Jean Sorel (il procuratore Aloisi), Luciana Paluzzi (Renata Boletti), Claudio Gora (l'avv. Samperi), Laura Belli (Laura Ponti), Gianni Bonagura (il dott. Zenoni), Ezio Sancrotti (Catalano), Ignazio Leone (il maresciallo), Ennio Balbo (il prefetto), Franco Angrisano (un giornalista), Tino Bianchi (il medico legale), Enrico Ostermann (Alvaro Verganò), Philippe Hersent (Alvise Riccardi), Gian Battista Salerno (Massimo Cardone).

Il questore Cardone utilizza metodi spicci per avere ragione della criminalità, incurante degli avvertimenti che gli vengono dal sostituto procuratore della repubblica. In particolare, il questore si oppone al pagamento dei riscatti nei casi di sequestro di persona. Gli si porrà un caso di coscienza quando sarà rapito proprio suo figlio e gli verrà richiesto il pagamento di un riscatto simbolico.

Poliziottesco "di sinistra" - in quanto dietro alla criminalità comune e alla conseguente repressione poliziesca si fa intravedere quella che all'epoca era chiamata "strategia della tensione" - realizzato con buon professionismo da parte del regista (che perì prematuramente a 42 anni nel 1977), e recitato bene da alcuni attori di valore (Salerno, Cobb, Sorel, Gora erano una garanzia), il film non convince in quanto spettacolo, poiché è realizzato con piattezza e risulta alla fine piuttosto noioso.

Tag: cinema

Oceano di coscienza

by sasso67 (25/02/2008 - 19:11)

Solaris (URSS, 1972) di Andrej Tarkovskij. Con Donatas Banionis (Kris Kelvin), Natalya Bondarchuk (Hari), Jüri Järvet (il dott. Snaut), Nikolai Grinko (il padre di Kris), Anatoli Solonitsyn (il dott. Sartorius), Sos Sargsyan (il dott. Gibarian), Olga Barnet (la madre di Kris).

Lo scienziato Kris Kelvin è inviato presso la missione orbitante intorno al pianeta Solaris con lo scopo di chiuderla e riportare a terra i suoi tre occupanti. Giunto sul posto, però, Kelvin si accorge che sulla missione stanno accadendo strani fenomeni: Gibarian, il capo è morto, mentre i due superstiti sono soggetti ad assistere a strane apparizioni, apparentemente dovute all'influsso del misterioso Oceano di Solaris.

Il Solaris versione Tarkovskij (che avevo già visto una ventina d'anni fa) è un grande film, solitamente conosciuto come la risposta sovietica a 2001: Odissea nello spazio (1968) di Kubrick. In realtà, benché molte analogie appaiano evidenti, mentre il monolite del capolavoro kubrickiano sembra rimandare a un'entità superiore e la sua esistenza prelude ad un'indagine sull'origine e sui fini ultimi dell'universo, l'Oceano di Solaris fa da filtro per una ricerca che l'uomo deve compiere dentro sé stesso. Non a caso, mentre in 2001 a fare da contraltare ai personaggi (o meglio: al solo personaggio rimasto) in carne ed ossa c'è il computer Hal 9000, nel film sovietico vi sono le proiezioni della coscienza dei protagonisti, incarnate, nel caso di Kelvin, dalla defunta ex moglie Hari. La stessa differenza tra i due film si estrinseca anche in una maggiore spettacolarità del film tratto da Clarke rispetto a quello desunto da Lem, più riflessivo e giocato sui dialoghi, anziché sui movimenti degli astronauti e delle navicelle nello spazio. Entrambi i film sono, comunque, esempi gloriosi di "fantascienza filosofica" che si deve vedere per capire qualcosa di più su un genere spesso bistrattato, sul cinema in generale e perfino su noi stessi come esseri pensanti.

Azzeccata la scelta di affidare il ruolo di protagonista all'attore lituano Donatas Banionis (si veda quanta differenza corra con la scelta dell'americano Soderbergh di contare, nel brutto remake del 2002, su un attore bravo ma troppo divo come George Clooney) e quello della moglie a Natalya Bondarchuk, figlia del famoso regista Sergej. Anche l'interprete della madre di Kelvin, Olga Barnet, è figlia d'arte, nella persona del grande regista Boris Barnet (1902-1965), morto suicida, autore di quel capolavoro che è Okraina (1933).

Pare che Tarkovskij deplorò la versione italiana, curata da Dacia Maraini, considerandola in antitesi con il significato del film originario.

Tag: cinema,fantascienza

Pasticci giuridici

by sasso67 (23/02/2008 - 20:10)

Riuscirà l'avvocato Franco Benenato a sconfiggere il suo acerrimo nemico il pretore Ciccio De Ingras? (Italia, 1971) di Mino Guerrini. Con Franco Franchi (l'avv. Franco Benenato), Ciccio Ingrassia (il pretore Ciccio De Ingras), Lino Banfi (il cancelliere), Ignazio Leone (l'avv. La Prego), Francesco Mulè (l'On. Merlini), Gino Pagnani (Gino Pagnani), Alfredo Pistoni (Alfredo Pistoni), Dante Cleri (il poliziotto), Memmo Carotenuto (Romolo Li Gatti detto Claudio Villa), Ennio Antonelli (il ladruncolo all'osteria), Mimmo Poli (il barman del film western), Tony Norton (Ghirardi, il campione di boxe), Renato Malavasi (il testimone Padovan), Natale Tulli (una comparsa del film).

Il pretore Ciccio De Ingras soffre di mal di fegato, perché ogni giorno si trova a discutere varie cause patrocinate sempre dal pasticcione avvocato Franco Benenato, che, con i più svariati mezzi, molto spesso extragiuridici, riesce a far assolvere i propri clienti. Alla fine riuscirà a liberarsi del suo nemico scoprendo che questi non è neanche laureato, ma la liberazione avrà breve durata.

Valutato dalla critica tra i meno peggiori film della coppia Franchi - Ingrassia, questo di Guerrini mi sembra in realtà uno dei più penosi pastrocchi del duo siciliano. E non che Franco e Ciccio non ci diano dentro: è proprio che manca una sia pur minima idea di sceneggiatura che possa dirsi tale. Il film è piuttosto un'accozzaglia di mediocri episodi, spesso ripresi da altri film o da sketch televisivi o d'avanspettacolo (come nell'episodio della compagnia di giro, in cui i guitti si esibiscono in un famoso cavallo di battaglia dei fratelli De Rege), in cui Franco e Ciccio tentano di reggere sulle loro spalle quello che in altri tempi sarebbe stato un film ad episodi con tanti personaggi diversi. Tra le poche cose divertenti del film c'è un'imitazione che Franco fa di Totò e una caratterizzazione di Memmo Carotenuto, in una delle sue ultime apparizioni cinematografiche. Penosetto.

Tag: cinema

Tira a campà

by sasso67 (23/02/2008 - 00:01)

Pasqualino Settebellezze (Italia, 1975) di Lina Wertmüller. Con Giancarlo Giannini (Pasqualino Settebellezze), Elena Fiore (la sorella Concettina), Fernando Rey (Pedro, l'anarchico), Shirley Stoler (Hilde, la sorvegliante tedesca), Piero Di Iorio (Francesco), Enzo Vitale (Don Raffaele), Roberto Herlitzka (il prigioniero socialista), Ermelinda De Felice (la madre di Pasqualino), Lucio Amelio (l'avv. Cangemi), Bianca D'Origlia (la dottoressa del manicomio), Francesca Marciano (Carolina), Pietro Ceccarelli (il matto pelato), Mario Conti (Totonno "18 Carati").

Il malavitoso napoletano di mezza tacca Pasqualino (detto Settebellezze perché, nonostante la sua bruttezza, ha sempre tante donne) si mette nei guai per vendicare una sorella finita al bordello: passerà dal carcere al manicomio, dall'esercito al lager nazista, ma, grazie alla sua pervicace volontà di sopravvivere, riuscirà a tornare a casa sano e salvo dopo la guerra.

"Io sono un uomm' d'onore" dice all'inizio del film Pasqualino: tutto il resto della storia lo passerà a smentire e smontare pezzo per pezzo questa sua affermazione. Deciso a vendicare la sorella, compie un omicidio che più maldestro non si può; costretto a sbarazzarsi del cadavere dopo averlo goffamente tagliato a pezzi, confessa l'omicidio immediatamente dopo l'arresto; fintosi pazzo per evitare il carcere, viene rinchiuso in un manicomio criminale; determinato a rinsavire per uscire da quell'inferno, viene spedito in guerra sul fronte russo e, in fuga attraverso la Germania, è catturato dai nazisti e internato in un lager. Qui, umiliandosi davanti ad un'orrenda aguzzina tedesca, diventa kapò ed è costretto a tradire i suoi amici più cari, tanto che la morte di un anarchico spagnolo che si annega della merda delle latrine è molto più dignitosa della vita di Pasqualino. Ma ora il suo motto è diventato "sopravvivere a tutti i costi". E sopravviverà, per tornare a Napoli e vedere che non solo Concettina, ma anche tutte le altre sorelle e perfino la madre (ma anche la fidanzatina Carolina) fanno le "segnorine" con i militari americani.

Pasqualino Settebellezze è il culmine dello stile grottesco e rutilante della Wertmüller, il suo film anche più internazionale (ottenne una nomination come miglior film straniero) e il suo ultimo piccolo capolavoro della tetralogia comprendente anche Mimì metallurgico ferito nell'onore (1971), Film d'amore e d'anarchia (1973) e Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto (1974), tutti con Giancarlo Giannini come protagonista. Bellissime le scene girate nel lager, che sembrano provenire da un qualche girone dell'Inferno dantesco e ottima l'interpretazione di Giannini, di Fernando Rey (purtroppo confinato in un piccolo ruolo) e del mascherone grottesco di Elena Fiore. Un film riuscitissimo che costituisce, secondo Tullio Kezich «un ritratto, tutto negativo, dell'uomo mediterraneo invidiato dai nordici per il suo vitalismo esasperato, biologicamente convinto che sopravvivere è tutto». Sui titoli di testa scorrono cinegiornali d'epoca, commentati dalla canzone Quelli che... di Jannacci.

Tag: cinema

La verità è bella anche quando fa schifo

by sasso67 (20/02/2008 - 20:47)

Perché si uccide un magistrato (Italia, 1974) di Damiano Damiani. Con Franco Nero (Giacomo Solaris), Françoise Fabian (Antonia Traini), Marco Guglielmi (il procuratore Alberto Traini), Renzo Palmer (Vincenzo Terrasini), Mico Cundari (il direttore del giornale), Giancarlo Badessi (l'On. De Rasi), Pier Luigi Aprà (il dott. De Fornari), Ennio Balbo (il giudice istruttore), Luciano Catenacci (l'avv. Melodia), Eva Czemerys (Sibilla), Tano Cimarosa (Tano Barra, il guardamacchine), Claudio Gora (l'attore che interpreta il magistrato nel film), Elio Zamuto (l'On. Ugo Selimi), Damiano Damiani (l'avvocato difensore), Giorgio Cerioni (Toluzzo), Claudio Nicastro (un altro deputato), Vincenzo Norvese (il boss).

Un regista di sinistra si trova in Sicilia, dove ha realizzato un film sulla mafia, nel quale un giudice corrotto (che somiglia molto al reale procuratore Traini) viene infine ammazzato. Quando il vero Traini viene davvero ucciso, i maggiorenti locali cercano di incolpare un poveraccio, facendolo Françoise Fabian nel filmper un disperato esaltato dal film del regista. Il quale, però, sospetta che dietro all'omicidio vi siano giochi di mafia, appalti e potere. Ma la realtà sfugge un po' a tutti.

Damiani, uno dei creatori del film di denuncia in Italia - un cinema diretto, realistico, a volte stilizzato e sempre alieno dagli agganci con la commedia all'italiana - sottopone a critica la propria creatura, come se volesse dire che anche l'arma dell'impegno politico dev'essere usata cum grano salis. Tanto è vero che il protagonista del film sembra soffrire di un complesso di colpa nei confronti della vedova del giudice ucciso, sentendosi in obbligo di dimostrare che il suo film non c'entra con il delitto. Damiani sembra anche voler mettere in guardia una certa stampa, sempre tesa ad accusare il politico di turno, caricando lancia in resta e talvolta in dispregio della verità. Il difetto principale del film, peraltro sempre apprezzabile su tutti i punti di vista fondamentali, è che Damiani, autore del Giorno della civetta (1968), sembra essere rimasto con l'osso in gola di non essere stato lui a trasporre in pellicola il miglior romanzo di Sciascia, cioè A ciascuno il suo, portato sugli schermi da Elio Petri nel 1967. Ed infatti, ad un certo punto, si ha l'impressione di seguire le tragiche avventure del professor Laurana. La bellezza di Françoise Fabian contribuisce ad ingenerare il sospetto che l'altrettanto bel protagonista s'innamori ad un certo punto della vedovella: la bravura di Damiani, però, sta, a questo punto, anche nel fare in modo di non cedere ad un finale che sarebbe stato tanto insulso.

Tag: cinema

L'assassino sullo specchio

by sasso67 (20/02/2008 - 20:13)

Mio caro assassino (Italia/Spagna, 1972) di Tonino Valerii. Con George Hilton (commissario Luca Peretti), Salvo Randone (Marò), William Berger (Giorgio Canavese), Manuel Zarzo (brigadiere Bozzi), Patty Shepard (Paola Rossi, l'insegnate), Piero Lulli (Alessandro Moroni), Helga Liné (la compagna di Paradisi), Tullio Valli (Oliviero Moroni), Dante Maggio (Mattia Guardapelle), Dana Ghia (Eleonora Moroni), Alfredo Mayo (Beniamino), Mónica Randall (Carla Moroni), Corrado Gaipa (funzionario delle assicurazioni), Lara Wendel (Stefania Moroni), Lola Gaos (Adele), Marilù Tolo (la dottoressa Anna Borgese), Guerrino Crivello (il barman).

Un certo Paradisi muore decapitato da una ruspa. Il commissario Peretti scopre che questa morte, così come altre che seguono a breve tempo, si ricollegano al rapimento di una bambina e al duplice omicidio di lei e suo padre, avvenuto circa un anno prima. Peretti indagherà per scoprire chi ci sia dietro a tutti questi assassinii.

Il solido mestiere di Tonino Valerii è al servizio di un film che sembra nascere da una costola dell'argentiano Uccello dalle piume di cristallo (1970): molte cose riportano all'illustre capostipite del thriller all'italiana anni settanta, prima tra tutte l'inconfondibile musica di Ennio Morricone, le cui note si odono fin dai primi fotogrammi. Intendiamoci: non si tratta certo di un capolavoro, ma Mio caro assassino è un prodotto che funziona dall'inizio alla fine (buona anche la fotografia dello spagnolo Manuel Rojas), nonostante un attore protagonista che, nonostante la bella presenza, non era certo il massimo dell'espressività recitativa. Per fortuna, a controbilanciare un primattore niente più che dignitoso c'è una spalla come Salvo Randone, affiancato da un buon gruppo di caratteristi di valore, italiani e stranieri. La tensione, comunque, è ben gestita, così come la rivelazione finale del colpevole, che avviene alla presenza di tutti i sospettati, come in un buon vecchio giallo di Agatha Christie. Insieme a Il mio nome è Nessuno (1973), questo è il miglior film di Valerii.

Tag: cinema

Carne esangue

by sasso67 (19/02/2008 - 23:09)

Millennium Mambo (Taiwan, 2001) di Hou Hsiao-hsien. Con Qi Shu (Vicky), Jack Kao (Jack), Chun-hao Tuan (Hao-Hao), Jun Takeuchi (Jun).

Nel 2010 vengono raccontate le vicende, accadute dieci anni prima, di una ragazza taiwanese che sta con un tossicodipendente un po' psicopatico. I due si lasciano e si riprendono, finché la ragazza conosce un ragazzo giapponese e poi si mette con Jack, che lavora nella discoteca frequentata dalla ragazza.

Millennium Mambo è uno di quei film destinati a piacere molto di più alla critica che agli spettatori. E' uno di quei film che fanno la gioia dei curatori di Fuori Orario, specialmente per quel carrello iniziale (la cosa migliore del film), che indica la corsa in discesa della protagonista verso gli inferi del terzo millennio. Ma è anche un'opera rarefatta e fredda, le cui atmosfere vanno a detrimento della caratterizzazione dei personaggi, molto più simili a pupazzi che a persone di carne e sangue. Se questo è il cinema asiatico del nuovo millennio, allora aridatece Ozu e Mizoguchi. Hou Hsiao-hsien farà pure, come dice Bérenice Reynaud nel Dizionario dei registi del cinema mondiale, «un uso generoso, poetico, di musica extra-diegetica», ma qui la techno, martellante come quella che spesso proviene dalle casse dell'auto del foggianello di turno, è francamente fastidiosa.

Tag: cinema

Capolavori nascosti (3)

by sasso67 (17/02/2008 - 23:20)

dal sito Morelli's Movie Guide

Venerdì 13 parte XXIV - 400 colpi di sangue (Friday the 13th Part XXIV - Jason vs Antoine Doinel aka La Nuit de Sang américaine)

Contro ogni previsione, questo ennesimo episodio della saga del mostro di Crystal Lake risulta essere uno dei più freschi e divertenti degli ultimi 20 anni. Stavolta Jason se la vede con un appesantito Jean Pierre Leaud, ritiratosi a vita privata nella sua villa in Provenza, vicino al lago di Serre-Pon'on. Quando Jason riesce a scovarlo, anziché uccidere il francese, si toglie la maschera, mostrando a tutti il volto dell'attore che lo interpreta. L'inquadratura si allarga e ci accorgiamo così di essere su un set cinematografico. Finzione o realtà? Lo scopriamo nel momento esatto in cui il vero Jason ammazza con un colpo di machete sia l'attore che lo interpreta, sia Leaud, nei panni di Doinel. Ma l'inquadratura si allarga di nuovo e scopriamo che era tutta finzione nella finzione. Ma, mentre Leaud si ritira in camerino, appare il vero Jason, che squarta metà della troupe. A questo punto l?inquadratura si allarga e scopriamo di essere sul set di un film horror, in cui è stata ricostruita una "finta" Provenza: non ci troviamo in Francia, ma proprio a Crystal Lake. Il vero Jason, però, disturbato dalla presenza inopportuna della troupe, si risveglia e ammazza tutti gli attori durante la scena del pranzo dello zio di Antoine Doinel. Ma l'inquadratura si allarga.

(Sasha)

Venerdì 13 parte XXXI ? Ciclone di sangue (Friday the 13th Part XXXI - Jason vs Pieraccioni)

La penultima pellicola della serie di Venerdì 13 è stata fortemente voluta da un gruppo di critici, organizzatosi in una cooperativa finanziata in parte con i proventi di un sito di recensioni cinematografiche. Girato in digitale e con pochi mezzi, rappresenta comunque una tappa importante nell'evoluzione del personaggio di Jason. Il terribile assassino sembra infatti acquisire una nuova coscienza nella determinazione omicida con la quale squarta a destra e a manca, prima di raggiungere il suo obiettivo. Nell?epica sequenza finale, quando Jason si trova faccia a faccia con Leonardo Pieraccioni, sembra quasi baluginare una strana consapevolezza nel suo sguardo. E il rabbioso accanimento con il quale riduce in poltiglia il corpo del malcapitato attore toscano (mentre quest?ultimo, tentando la carta della simpatia, grida: "Aspettas! Ho vistos tuttis i tuois film! Sonos un tuos fans! Non farlos!") non trova precedenti negli episodi del passato.

(Sasha)

Venerdì 13 parte XXVII ? Balletto di sangue (Friday the 13th Part XXVII ? Jason takes the Bolshoj)

Una ventata di novità sembra caratterizzare questo nuovo episodio della serie, grazie alla regia affidata al celebre coreografo russo Kazimenov, famoso per i suoi balletti ispirati alle malattie gastrointestinali. L'idea di ambientare la storia nel Bolshoj di Mosca, in cui si sta preparando una nuova versione dell'Uccello di Fuoco, è buona; il finale con Jason in tutù e calzamaglia che esegue un pas de deux sul palcoscenico mentre spacca in due una ballerina con una mannaia, appare invece un pochino forzato. Interessante l'arrangiamento heavy metal delle musiche di Stravinskij, affidato ad Yngwie Malmsteen.

(Sasha)

"Le vite degli altri" secondo Johnny Palomba

by sasso67 (17/02/2008 - 22:45)

vitadellantri
 


"S0' CAZZI VOSTRA"
 
vitedellantri è unfirm chenfatti parla popo che decerti spioni teribbili chenunzefanno icazzi loro manco appagalli anzi forze appagalli sì chenfatti allora cestà staspece de derric pelato che spia uno scrivitore che scrive deecose morto pericolose e ogni tanto sammucchia co una mezza attrice allora però poi derric ancerto momento serenne conto che chi fa laspia nunè fiio demaria allora umpo' diventa bono eppoi sammucchia co ummignottone gigante eppoi sepenza trassé essé io faccio tarmente schifo che mesà tipo che devo pregà inginocco cuarcuno pé spiamme allora poi allafine oscivitore dice alla mezzattrice ma tu pellantra metà chi sei? e lei ierisponne io sò mezza attrice emmezza mignotta mattù ciai dù corna intere emmò scusame che devo piià ertram.
 
chenfatti pure micuggino ciaveva navita namoiie e soprattutto na machina. ma tutto cuesto prima der muro.
 
dùm'aggiodumilessette
(King sala 1 22.30 centrale. 7 Euri)

Il fuhrer della noia

by sasso67 (17/02/2008 - 22:35)

Salon Kitty (Italia/RFT/Francia, 1976) di Tinto Brass. Con Helmut Berger (Helmut Wallenberg), Ingrid Thulin (Kitty Kellermann), Teresa Ann Savoy (Margherita), John Steiner (il Biondo), Rosemarie Lindt (Susan), Paola Senatore (Marika), John Ireland (Cliff), Stefano Satta Flores (Dino), Tina Aumont (Herta Wallenberg), Dan van Husen (Rauss), Bekim Fehmiu (Hans Steiner), Margherita Horowitz (la madre di Margherita), Salvatore Baccaro (il bruto dell'esperimento), John Bartha e Tom Felleghy (agenti della gestapo), Geoffrey Copleston (ospite alla cena), Aldo Valletti (cliente che fa tirassegno), Pietro Torrisi (lo zingaro tatuato).

Dopo l'inizio della seconda guerra mondiale, un alto ufficiale tedesco incarica un sottoposto di organizzare un bordello che ospiti prostitute ariane e di provata fede nazista per soddisfare i bisogni dei soldati della Wehrmacht e all'occorrenza collabori per smascherare i traditori. Questo ufficiale si affida all'abile entraineuse Kitty Kellermann, che organizza il tutto alla perfezione. Se non che un a delle prostitute, già amante dell'ufficiale che aveva organizzato il bordello, s'innamora di un capitano dell'esercito che manifesta l'intenzione di disertare.

Un discorso sull'immoralità del potere, nella sua incarnazione più brutale e subdola al tempo stesso, cioè quella del Reich nazista. Ma è un discorso che il già provocatorio Brass estremizza, abusando, oltre che delle proprie ossessioni sessuali, dei riferimenti ad altri film del periodo, dal Portiere di notte (1974) a Salò (1976), passando per La caduta degli dei (1969). Accolto da un minor numero di stroncature rispetto a tanti altri suoi film (Giovanni Grazzini parlò di un risultato non turpe, grazie alle gocce d'ironia che il regista sparge qua e là), Salon Kitty ha la medesima caratteristica di tutti gli altri film di Tinto Brass che ho visto: è noioso.

Riguardo alle interpretazioni, c'è soprattutto da chiedersi cosa ci faccia un'attrice seria come Ingrid Thulin in un film come questo, interrogativo che si pone anche per il nostro bravo Stefano Satta Flores: ci si domanda cosa li abbia spinti a partecipare a Salon Kitty, in mezzo ad un cast che recita soprattutto con le pudenda.

Tag: cinema

Prima ti sposo e poi te la cucio

by sasso67 (16/02/2008 - 17:42)

El (Messico, 1953) di Luis Buñuel. Con Arturo De Córdova (Don Francisco Galván de Montemayor), Delia Garcés (Gloria Milalta), Aurora Walker (Esperanza Peralta, la madre), Carlos Martinez Baena (Padre Velasco), Luis Beristáin (Raul Conde), Manuel Dondé (Pablo), Rafael Banquells (Ricardo Lujan), Fernando Casanova (l'avvocato Beltran), Carmen Dorronsoro De Roces (il pianista).

Un ricco possidente non più giovane s'innamora di una ragazza molto più giovane, fidanzata con un suo amico, e la sposa. Dopo il matrimonio si rivela un marito geloso, possessivo e dispotico fino ad arrivare al punto di progettare di cucire il sesso alla moglie. Dopo una crisi di follia, l'uomo troverà la pace tra le mura di un convento.

El (che in italiano significa Lui) è uno dei capolavori messicani di Buñuel. Sotto l'aspetto di thriller di derivazione americana, si nasconde un dramma a tinte fosche che in più punti rimanda alle origini surrealiste del regista spagnolo, e nel quale egli ha modo di piazzare più di qualche zampata. Dal punto di vista della teoria surrealista, il protagonista del film (interpretato dalla maschera inquietante di Arturo De Córdova) enuncia la teoria del colpo di fulmine e dell'amour fou, tanto cara al gruppo di Bréton e compagni. Le zampate di Buñuel, inoltre, sono assestate ai suoi bersagli consueti, della borghesia e del clero, che si reggono a vicenda (agghiacciante la scena nella quale Gloria va a chiedere il conforto di Padre Velasco) finché c'è l'osso da spolpare, salvo azzannarsi tra loro (esemplare la scena dell'aggressione del sacerdote all'altare), quando le cose non vanno bene. Naturalmente, il film parla della gelosia soltanto come pretesto per descrivere l'ossessione del possesso da parte di un borghese la cui principale preoccupazione è quella di non perdere certi possedimenti aviti nella cittadina di Guanaguato.

Come fa acutamente notare Alberto Cattini nel suo Castoro su Buñuel, Don Francisco è, come i protagonisti dell'Age d'or (1930), di Ensayo de un crimen (1955) e di Viridiana (1961), una diversa incarnazione (a seconda delle età) della figura di Don Juan - qui con parecchi tocchi riguardanti il regista stesso - che nell'immaginario iberico rappresenta colui che «conosce il desiderio e non può soddisfarlo». Sempre a proposito di El, è interessante l'osservazione di Giorgio Tinazzi (voce Buñuel del Dizionario dei registi del cinema mondiale, Einaudi, 2008), secondo il quale «Dietro una storia individuale si chiariscono meccanismi di classe: i processi di attribuzione di valore basati sull'appartenenza, le connessioni stranianti (tra sesso e denaro), le alleanze atte a mantenere il privilegio e a garantire la ricompensazione esterna». Non un film "minore", ma anzi, un capolavoro.

Tag: cinema

Vedi Washington e poi muori

by sasso67 (14/02/2008 - 20:13)

Sicko (USA, 2007) di Michael Moore. Con Michael Moore, George W. Bush e i soliti del liscio.

Un viaggio, molto allucinante, nel sistema sanitario degli Stati Uniti d'America, l'unico, tra i paesi occidentali, a non prevedere l'assistenza gratuita per i mutuati.

Bisognerebbe vedere questo film di Moore ogni volta che ci si lamenta del nostro Servizio Sanitario Nazionale per qualche lungaggine o per qualche coda che si fa alla ASL. Sempre più controcorrente, Michael Moore ci conduce in un itinerario - all'inizio un po' noioso, ma sempre più coinvolgente - che si conclude con un gruppetto di cittadini statunitensi che vengono curati gratuitamente in un ospedale cubano. E se all'inizio la pur interessante materia resta confinata nell'ambito del documentario di denuncia (con una punta di fastidio per quella combriccola di americani di stanza a Parigi), il film diventa addirittura emozionante con l'incontro dei reduci di Ground Zero con i pompieri dell'Avana. Michael Moore ha, secondo me, fatto di meglio, ma è da premiare ancora una volta per la coerenza con la quale prosegue il suo discorso che non guarda in faccia a nessuno (nemmeno a Hillary Clinton, che prima propone la creazione della Mutua e poi, avendo rinunciato al progetto, si becca i finanziamenti delle case farmaceutiche).

Tag: cinema,documentario

Il piombo sopra Berlino

by sasso67 (13/02/2008 - 18:16)

Le vite degli altri (Germania, 2006) di Florian Henckel von Donnersmarck. Con Martina Gedeck (Christa-Maria Sieland), Ulrich Mühe (il capitano Gerd Wiesler), Sebastian Koch (Georg Dreymann), Ulrich Tukur (il tenente-colonnello Anton Grubitz), Thomas Thieme (il ministro Bruno Hempf), Hans-Uwe Bauer (Paul Hauser), Volkmar Kleinert (Albert Jerska), Marie Gruber (la signorina Meineke), Volker Michalowski (esperto di scrittura).

A metà degli anni ottanta, il capitano della Stasi Wiesler è incaricato di sorvegliare, su impulso del ministro della cultura Hempf, lo scrittore Dreymann, fidanzato con l'amante del politico. In realtà Dreymann è persona leale verso il regime, anche se le persecuzioni subite da alcuni suoi amici intellettuali lo fa dubitare della bontà del regime comunista. Lo scrittore, convintosi infine della necessità di impegnarsi per denunciare le iniquità del regime di Honecker (scrive per questo un articolo per un settimanale della Germania Ovest), compie alcuni passi falsi, ma è inaspettatamente salvato proprio dall'ufficiale addetto alla sua sorveglianza.

Le vite degli altri è, a mio parere, uno dei migliori film degli due o tre anni. Vi funziona tutto, dalla regia dell'esordiente Henckel von Donnersmarck (che Dio ce lo mantenga!) - autoriale senza essere astruso, spettacolare senza cadere nella ridondanza hollywoodiana - alla recitazione di un ottimo gruppo d'attori, tra i quali spicca lo strepitoso Ulrich Mühe, purtroppo deceduto lo scorso mese di luglio a soli 54 anni. Funziona la fotografia di una Berlino plumbea di Hagen Bogdanski e sono ottime anche le musiche di Stéphane Moucha e Gabriel Yared.

Ovviamente, tra gli spunti di riflessione suscitati da questo film vi è quello del ruolo degli intellettuali nei confronti delle dittature, nonché quello della penetrazione di uno stato di polizia nella vita privata ed intima dei singoli cittadini (i solerti funzionari della Stasi registrano anche gli amplessi delle persone spiate), ma vi è anche un'analisi della solitudine del controllore, nonché la fisiologica presa di coscienza dell'ingiustizia, che avviene attraverso la letteratura e la poesia: non è un caso che gli oppositori del regime siano tutti scrittori o registi teatrali e che lo stesso Wiesler cominci a rendersi conto dell'infamia del compito affidatogli, leggendo una poesia di Brecht. Vi sono poi altri elementi che colpiscono l'intelligenza dello spettatore, come il fatto che il capitano Wiesler indossi sempre, anche quando non è in servizio, una giacca grigia che somiglia tremendamente all'uniforme della polizia, oppure che il film prenda l'avvio nel 1984, un anno oltremodo significativo: sia per l'evocazione del famoso romanzo di Orwell sul quale incombe il Grande Fratello, sia perché segna la data di una grande viglia, poiché di lì a pochi mesi in Unione Sovietica prenderà il potere Gorbaciov e comincerà il lavorìo di sgretolamento dei regimi comunisti dell'Europa Orientale. Il film ci fa anche vedere, in una specie di post scriptum, quanto succede dopo il crollo del Muro di Berlino, con i destini ormai incrociati dei due personaggi principali, Wiesler e Dreymann, uniti dalla dedica su un libro. E Henckel von Donnersmarck riesce sempre a commuovere lo spettatore, senza calcare la mano sugli aspetti patetici. Voto: 9 (quasi 10).

Tag: cinema

La malavita non attacca

by sasso67 (13/02/2008 - 17:28)

La malavita attacca... la polizia risponde (Italia, 1977) di Mario Caiano. Con Leonard Mann [Leonardo Manzella] (il commissario Baldi), Maria Rosaria Omaggio (Laura Olivieri), John Steiner (Rudy), Chris Avram (il prof. Salviati, detto Principe), Ettore Manni (Rampelli), Corrado Gaipa (il dottore), Liana Trouché (Irene Baldi), Franco Ressel (Franco, il gioielliere), Pino Ferrara (il "padovano"), Dante Cleri ("il maestro"), Thomas Rudy (il "cinese").

Un commissario di polizia romano indaga sulle malefatte di un malavitoso di mezza tacca di nome Rudy, ma s'imbatte anche negli sporchi maneggi, presenti e passati, di un boss d'alto bordo, conosciuto come il Principe.

Il nome di Mario Caiano è garanzia di un prodotto di buon professionismo, ma qui, al suo ultimo film, il regista napoletano non riesce ad offrire granché d'altro. Il protagonista ha un comportamento eccessivamente moderato, quasi catatonico (quando gli fanno ritrovare la casa sottosopra e il cane nel frigo commenta che in fondo "il mobilio era quasi tutto da buttare") e i dominatori della scena sono i soliti J&B e Punt e Mes. La sceneggiatura è piuttosto confusa e la recitazione - lo si avverte specialmente nel doppiaggio di John Steiner - fin troppo caricata sul versante del romanesco. Per il resto, sono utilizzati tutti gli stereotipi del genere poliziottesco, e Leonard Mann, pur non avendone un briciolo del carisma, alla fine usa un trucchetto degno di James Bond.

Tag: cinema

Fascisti rossi

by sasso67 (12/02/2008 - 16:23)

Paolo Buchignani, Fascisti rossi, Mondadori, 2007, p. 316, € 9,80.

Qui si parla essenzialmente dei primi anni di vita (1947-1953) della rivista Pensiero Nazionale, che riunì, nel dopoguerra, una serie di personalità le quali, dopo la fine del fascismo, si accostarono ai partiti di sinistra e in particolare al PCI. Gli avversari politici li definivano "fascisti rossi", mentre essi preferivano chiamarsi "ex fascisti di sinistra". Capeggiati dal giornalista sardo Giovanni De Rosas, meglio conosciuto come Stanis Ruinas, i fascisti rossi che facevano capo al Pensiero Nazionale, sostenevano di avere aderito al Fascismo per le istanze che portava avanti originariamente: l'idea repubblicana, laica e di socializzazione delle risorse e dei mezzi di produzione. Propugnavano sostanzialmente un ideale socialista, sulla base della loro idea che Mussolini fosse un rivoluzionario di sinistra, i cui ideali furono traditi dai tanti gerarchi compromessi con il grande capitale. Ruinas ce l'aveva soprattutto con quei gerarchi che definiva "il Granducato di Toscana", quelli alla Ciano, per intenderci, che intesero l'adesione al Fascismo in funzione conservatrice. Dopo la guerra, Ruinas e i suoi sodali (per la maggior parte ex marò della Repubblica Sociale Italiana, come Lando Dell'Amico, Giampaolo Testa e Alvise Gigante) sentirono che, mentre il neonato MSI si spostava su posizioni conservatrici, filomonarchiche e filoatlantiche - andando ad abbracciare i tradizionali avversari dell'Inghilterra e degli Stati Uniti d'America -, le istanze tipiche del Fascismo delle origini erano ormai portate avanti soltanto dal blocco socialcomunista. Più o meno in segreto, dunque, gli aderenti alle ideee del Pensiero Nazionale intavolarono trattative con Botteghe Oscure, di cui si fecero (come diceva senza mezzi termini lo stesso Ruinas) fiancheggiatori nelle campagne elettorali e politiche in genere. La presa di posizione di redattori e simpatizzanti del Pensiero Nazionale non fu certo dovuta a ragioni opportunistiche, poiché è un dato di fatto che essi scontarono anni di solitudine politica e non soltanto politica; alcuni di loro, in primis Ruinas medesimo, furono anche incarcerati  e comunque sempre tenuti sotto controllo dalla polizia del Ministro degli Interni Mario Scelba. Quello che chiedevano Ruinas e soci era in sostanza una sorta di riconoscimento del loro essere sempre stati dalla parte delle forze lavoratrici, anche quando, sbagliando in buona fede, avevano ritenuto che le istanze delle classi più deboli fossero rappresentate dal Fascismo. La rivista Pensiero Nazionale fu pubblicata fino al 1977 (Ruinas morì a Roma nel 1984), ma già dopo le elezioni politiche del 1953, quelle della famosa "legge truffa", con la cessazione della collaborazione con il PCI di Togliatti, essa aveva cessato la sua funzione storica, quella di "traghettare" i repubblichini verso i partiti di sinistra.

Il saggio di Buchignani è molto interessante e documentato, anche se inevitabilmente indirizzato ad un pubblico se non di addetti ai lavori, quanto meno di iniziati delle vicende politiche del nostro paese.

Tag: libro,saggio

Delitto senza cadavere

by sasso67 (11/02/2008 - 20:23)

Gli innocenti dalle mani sporche (Francia/Italia/RFT, 1975) di Claude Chabrol. Con Romy Schneider (Julie Wormser), Rod Steiger (Louis Wormser), Paolo Giusti (Jeff Marle), François Maistre (il commissario Lamy), Pierre Santini (il commissario Villon), François Perrot (Georges Thorent), Hans Christian Blech (il giudice), Jean Rochefort (l'avvocato Albert Légal), Serge Bento (il direttore di banca).

Una donna sposata con un uomo ricco e molto più anziano di lei, progetta di ucciderlo con la collaborazione dell'amante, un giovane scrittore straniero. Ma niente andrà come è stato pianificato.

Un giallo hitchcockiano, in alcuni momenti anche un po' noioso, come capita spesso, quando Chabrol si lascia andare a lunghe parentesi dialogate con una lentezza esasperante. Il film ha, però, sequenze particolarmente riuscite, specialmente in coincidenza con le entrate in scena di Jean Rochefort, un avvocato petulante, ma efficace. Va da sé, comunque, che il sole intorno al quale gira tutto il film è Romy Schneider (non so invece quanto sia azzeccata la scelta del pur bravo Steiger), e Gli innocenti dalle mani sporche servirà senza dubbio a tutti coloro che non sono mai riusciti ad apprezzare la bellezza dell'attrice austriaca: bastano i primi due minuti del film per farsene un'idea.

Questo non è lo Chabrol migliore, anche perché mancano le descrizioni di quanto fa da contorno alla vicenda principale (il punto di forza del regista francese sono proprio le sue minuziose osservazioni sociologiche sulla provincia francese), ma il film si lascia guardare e almeno qua e là la vicenda gialla riesce ad appassionare, fino al momento in cui le svolte improvvise diventano fin troppe.

Tag: cinema

Bruto, sporco e cattivo

by sasso67 (11/02/2008 - 19:50)

Il bruto (Messico, 1953) di Luis Buñuel. Con Pedro Armendariz (Pedro, detto el Bruto), Katy Jurado (Paloma), Rosa Arenas (Meche), Andrés Soler (Andrés Cabrera), Roberto Meyer (Carmelo González), Paco Martinez (Don Pepe), Gloria Mestre (María), Paz Villegas (la madre di María).

Il ricco proprietario di una macelleria si serve di Pedro, un suo forzutissimo garzone per eseguire lo sfratto nei confronti degli inquilini di uno stabile di sua proprietà. Pedro s'innamorerà della figlia di un uomo di cui ha causato la morte, mentre la moglie del suo padrone lo vorrà tutto per sé. Tragedia chiama tragedia.

Il bruto appartiene sicuramente alle opere minori di Buñuel, ma non direi, come invece fa Morandini, che è "uno dei suoi film peggiori". Anzi, è sicuramente migliore del Gran calavera (1949). Anche se non si può negare che si tratti essenzialmente di un melodramma a tinte fosche, nel Bruto si notano con maggiore nettezza alcune zampate sulfuree del regista spagnolo, come le sequenze dedicate al vecchio padre di Don Andrés, quasi paralitico e interessato soltanto a mangiare i dolcetti che gli porta il figlio. Tra i personaggi, però, quello che resta più in mente è, anche più del nerboruto protagonista (il cui dramma è di rendersi conto di avere un cervello non all'altezza della forza fisica), quello, quasi da tragedia classica, di Paloma, interpretato con la consueta bravura da Katy Jurado. Buona anche l'ambientazione in un contesto sociale, quello degli sfrattati, che profuma di vero e che sembra anticipare il cortile di Nazarin (1958)

Tag: cinema

Sulle ali del sogno

by sasso67 (09/02/2008 - 23:02)

Strade perdute (USA, 1997) di David Lynch. Con Bill Pullman (Fred Madison), Patricia Arquette (Renee Madison; Alice Wakefield), Balthazar Getty (Peter Dayton), Peter Blake (l'uomo misterioso), Natasha Gregson Warner (Sheila), Robert Loggia (Mr. Eddy; Dick Laurent), Richard Pryor (Arnie), Michael Masee (Andy), Gary Busey (William Dayton), Lucy Butler (Candace Dayton), Jack Nance (Phil), Jack Kehler (il secondino Johnny Mack), Henry Rollins (il secondino Henry), John Roselius (detective Al), Louis Eppolito (detective Ed).

Un sassofonista viene accusato dell'omicidio della moglie, avvenuto in condizioni misteriose, e condannato a morte. Durante la permanenza in cella, però, l'uomo scompare misteriosamente, e al suo posto si trova un giovane che non c'entra niente. Questi, una volta scarcerato, s'innamora di una bionda, amante di un pericoloso boss, che sembra la reincarnazione della moglie del sassofonista.

Dal punto di vista figurativo, il film fa venire alla mente il successivo (e meno riuscito) Eyes Wide Shut (1999) di Kubrick, mentre narrativamente rimanda sia alla Donna che visse due volte (1958) di Hitchcock sia al romanzo Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki. In Strade perdute, più che una trama lineare, si segue il filo del sogno, i nomi e le persone fisiche si sdoppiano e si somigliano (la Arquette interpreta due donne, Loggia è sia Eddy che Dick Laurent, Pullman e Getty come figura si somigliano, in più si stenta spesso a capire quando si parla di Eddy o di Andy eccetera). In più c'è la figura disturbante e inquietante dell'omino misterioso interpretato dall'ex Baretta Robert Blake. Robert Blake in "Strade perdute"Precursore di film lynchani come Mulholland Drive (2001) e Inland Empire (2006), Strade perdute è uno di quei film in cui conta molto di più l'atmosfera che la trama, come se si trattasse di una modernissima versione, riveduta e corretta alla luce dei nostri anni e della sensibilità di un regista dalla forte personalità, del noir classico. Anche se alla figura del detective si sostituisce quella dell'uomo qualunque, incapace ormai di esercitare un impossibile controllo sulla propria vita. Il risultato di questo film mi sembra, in ogni caso, riuscito e tutt'altro che il frutto di una mancanza d'ispirazione. Tra gli interpreti, tutti bravi (eccellente Loggia), è ottima (e abbondante) Patricia Arquette.

Tag: cinema

Jacques Prévèrt - Tempo perso

by sasso67 (08/02/2008 - 18:40)

Davanti alla porta dell'officina
l'operaio s'arresta di scatto
il bel tempo l'ha tirato per la giacca
e come egli si volta
e osserva il sole
tutto rosso tutto tondo
sorridente nel suo cielo di piombo e
strizza l'occhio
familiarmente
Su dimmi compagno Sole
forse non trovi
che è piuttosto una coglionata
offrire una simile giornata
a un padrone?

Tag: poesia

Poveri ma ricchi

by sasso67 (08/02/2008 - 18:29)

El gran calavera (Messico, 1949) di Luis Buñuel. Con Fernando Soler (Don Ramiro), Rosario Granados (Virginia), Rubén Rojo (Pablo), Maruja Griffel (Milagros), Andres Soler (Ladislao), Francisco Jambrina (Gregorio), Luis Alcoriza (Alfredo), Antonio Bravo (Alfonso), Nicolas Rodriguez (Carmelito).

Don Ramiro, ricchissimo vedovo datosi alla deboscia, passa le giornate tra una sbornia e un'orgia. Nel frattempo i suoi familiari approfittano di lui: il fratello ozia a sue spese, la cognata, ipocondriaca, usa i soldi di Ramiro per pagarsi le medicine, il figlio sfascia e cambia una macchina dopo l'altra, e la figlia subisce la corte di un bellimbusto cacciatore di dote. A un certo punto, un altro fratello, medico, decide di mettere Ramiro di fronte alla dura realtà, secondo la quale, se va avanti così, dilapiderà in breve tempo tutto il patrimonio.

I primi venti minuti sono buoni e sembrano preludere a un'anticipazione dell'Angelo sterminatore (1962), ma dopo un po' si comprende che questo è un film alimentare per il regista spagnolo. La trama è da commedia morale di stampo spagnoleggiante, dove tutti imparano la lezione dall'esperienza vissuta. Forse proprio per contrastare questo tipo di film con la facile moraletta (anche i ricchi ridono), Buñuel realizzerà, più tardi, film come Nazarin (1958), nei quali la morale finale sarà completamente rovesciata. Qui, al di là di qualche debole zampata qua e là, non si nota troppo che siamo di fronte al film di uno dei più grandi geni della storia del cinema. Solo per la stima che ho del regista, il mio voto è 6.

Tag: cinema

Bertolt Brecht - Ricordo di Mary A.

by sasso67 (07/02/2008 - 00:34)

Bertolt Brecht - Ricordo di Mary A.

Un giorno di settembre, il mese azzurro,
tranquillo sotto un giovane susino
io tenni l'amor mio pallido e quieto
tra le mie braccia come un dolce sogno.
E su di noi nel bel cielo d'estate
c'era una nube ch'io mirai a lungo:
bianchissima nell'alto si perdeva
e quando riguardai era sparita.

E da quel giorno molte molte lune
trascorsero nuotando per il cielo.
Forse i susini ormai sono abbattuti:
Tu chiedi che ne è di quell'amore?
Questo ti dico: più non lo ricordo.
E pure certo, so cosa intendi.
Pure il suo volto più non lo rammento,
questo rammento: l'ho baciato un giorno.

Ed anche il bacio avrei dimenticato
senza la nube apparsa su nel cielo.
Questa ricordo e non potrò scordare:
era molto bianca e veniva giù dall'alto.
Forse i susini fioriscono ancora
e quella donna ha forse sette figli,
ma quella nuvola fiorì solo un istante
e quando riguardai sparì nel vento.

(Un brano di questa poesia è recitato nel film Le vite degli altri (2006) di Florian  Henckel von Donnersmarck)

Tag: poesia

L'assassino ha i vagoni contati

by sasso67 (04/02/2008 - 22:59)

Il treno della notte (Polonia, 1959) di Jerzy Kawalerowicz. Con Lucyna Winnicka (Marta), Leon Niemczyk (Jerzy), Zbigniew Cybulski (Staszek), Teresa Szmigielówna (la moglie dell'avvocato), Helena Dabrowska (la controllora del treno), Roland Glowacki (l'assassino), Aleksander Sewruk (l'avvocato), Zygmunt Zintel (il passeggero insonne), Witold Skaruch (il prete), Zygmunt Malawski (un poliziotto).

Il treno della notteSu un treno che viaggia di notte per una località balneare della Polonia, si trovano tante persone con situazioni e intenzioni diversissime tra loro. Tra di essi si nasconde un uomo che ha ucciso la moglie. Durante la notte si svilupperanno piccoli e grandi drammi di questo concentrato d'umanità ferroviaria.

Ottimo film di Kawalerowicz. Pur essendo contemporaneo degli innovatori polacchi, come Wajda e Polanski, il regista scomparso il 27 dicembre scorso non sembra risentire né essere idelamente agganciato ad alcune delle nuove ondate che animavano l'Europa cinematografica alla fine degli anni cinquanta. Qui si cimenta in un film dall'impianto classico, dove si possono constatare l'unità di tempo e di luogo tanto care al teatro antico, rispettoso dei dettami aristotelici. E comunque il regista riesce a ricreare su quel treno che viaggia lungo la notte polacca tutta l'ambiguità dei rapporti umani, l'ingannevolezza dei giudizi sulle persone, le reazioni isteriche e violente dei cosiddetti cittadini perbene, ma anche le insoddisfazioni e le sofferenze di tante persone ed in particolare delle donne, che sembrano finalmente riuscire ad esprimersi, molto oltre la retorica ufficiale. Assai significativa è, infatti, la corsa della vogliosa moglie dell'avvocato, che si lancia in baby doll all'inseguimento dell'omicida attraverso i campi, insieme alla gran parte dei passeggeri del treno. I quali sono pronti a rendere omaggio al misterioso occupante della cuccetta numero 16 (che si rivelerà essere un valoroso chirurgo), pochi minuti dopo averlo bollato come uno spregevole assassino.

Il bianco e nero dell'ottimo Jan Laskowski rende giustizia a un film narrativamente orchestrato con maestria da Kawalerowicz, anche con la valida collaborazione di un gruppo di ottimi attori.

Tag: cinema

Sacrifici umani: lo spettatore

by sasso67 (04/02/2008 - 22:26)

Apocalypto (USA., 2006) di Mel Gibson. Con Rudy Youngblood (Zampa di giaguaro), Dalia Hérnandez (Seven), Jonathan Brewer (Blunted), Morris Birdyellowhead (Cielo di pietra), Carlos Emilio Báez (Tartaruga che corre), Raoul Trujillo (Lupo Zero), Gerardo Taracena (Occhio di mezzo), María Isabel Díaz (la suocera).

ApocalyptoUn gruppo di Maya della foresta è rapito dai Maya  di città, che intendono vendere le donne sul mercato delle schiave e usare i maschi per i rituali sacrifici umani. Uno dei prigionieri, scampato alla morte grazie ad un eclisse di sole, riuscirà a tornare al villaggio natale e salvare la moglie e il figlio, proprio mentre sulle spiagge messicane stanno sbarcando gli Spagnoli.

La capacità di Mel Gibson di immergere lo spettatore in un'atmosfera arcana e misteriosa, come quella di una civiltà precolombiana di cui si sa davvero poco, annega in una sceneggiatura tipicamente all'americana, che banalizza tutto secondo i soliti vecchi e triti stereotipi. Tanto che il film è apprezzabile soprattutto come un esempio del genere avventuroso, molto al di sotto delle ambizioni filologiche del regista (che chissà cosa s'inventerà al suo prossimo film). Certo, però, che Mel Gibson poteva almeno risparmiarci i siparietti pseudocomici con al centro lo scemo (nonché ciccione) del villaggio, che sembrano presi in prestito dagli spaghetti western degli anni '60 e '70. Anche la morale ecologista enunciata abbastanza chiaramente nel film, pur apprezzabile, è trattata in maniera un po' troppo semplicistica. Per la verità, va detto che il film si anima quando l'azione si trasferisce nella città Maya, con i quartieri dei miserabili e dei lebbrosi, gli altari dai quali rotolano le teste e i corpi dei sacrifici umani, i riti misteriosi che il regista riesce a far rivivere con sufficiente credibilità. Lo splatter, tanto criticato, non dà quasi mai fastidio, e da antologia del cinema è sicuramente (e solamente) la fuga di Zampa di giaguaro attraverso il campo disseminato di tronconi umani in putrefazione.

Secondo me, insomma, la montagna Mel Gibson, forte di un budget di 40 milioni di dollari, ha partorito il solito topolino, ma almeno questa volta il topolino ha spunti intelligenti.

Tag: cinema
Archivio Febbraio 2008