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Una mano santa

by sasso67 (24/03/2008 - 18:30)

Il prode Anselmo e il suo scudiero (Italia, 1972) di Sergio Corbucci. Con Alighiero Noschese (Anselmo da Montebello), Enrico Montesano (Gian Puccio Senzaterra), Mario Carotenuto (il vescovo), Marie Sophie (Leonzia), Lino Banfi (il castrato effeminato), Erminio Macario (Fra' Prosdocimo Zatterin), Renzo Montagnani (Ottone), Maria Baxa (Fiammetta), Femi Benussi (Laura), Sandro Dori (un villico), Rosalba Neri (la sorella di Laura), Mimmo Poli (l'oste), Tamara Baroni (il fantasma), Marcello Martana (il becchino), Ignazio Leone (prete all'esecuzione).

Il prode cavaliere Anselmo da Montebello, dopo avere sfidato a singolar tenzone l'alemanno Ottone per la mano di Leonzia, nipote del vescovo, deve partire per Roma dove dovrà consegnare una preziosa reliquia al papa ed ottenere ventimila scudi per partecipare alla terza crociata in Terrasanta. Lo segue l'infingardo scudiero Gian Puccio, attratto dal denaro e dalle grazie della tutt'altro che illibata Leonzia.

Ultimo film della coppia Noschese - Montesano, che avevo già visto in Io non scappo... fuggo (1970), che costituisce, rivisto e corretto alla luce del nascente filone decamerotico, una rivisitazione del capolavoro di Monicelli L'armata Brancaleone (1966), esplicitamente citato nella scena dell'attraversamento del ponticello di legno. Il film risulta abbastanza divertente, soprattutto grazie alla comicità per niente bonaria di Noschese (ahi ahi, che perdita fu il suo suicidio...), che parla con accento toscano risultante da un mix di livornese ("scappiamo deh!") e fiorentino e dal giovane Montesano, che ha un paio di gag davvero riuscite, come quando interpreta San Mancinello durante la processione. Oltre ai due protagonisti, vi sono alcune riuscite caratterizzazioni, come quella del vescovo interpretato da Mario Carotenuto e quella del frate castratore affidata a Macario. Senza raggiungere vette eccelse o lasciare in eredità battute da mandare a memoria, il film è, entro i limiti autoimposti, abbastanza riuscito e si vede con piacere.

Storia pettegola del Risorgimento italiano

by sasso67 (23/03/2008 - 20:57)

Lorenzo Del Boca, Indietro Savoia!, Piemme, 2004, p. 281, € 7,90.

Indietro Savoia! è uno dei peggiori libri che io abbia mai letto. Pubblicando per le Edizioni Piemme (che credo siano d'ispirazione cattolica) Lorenzo Del Boca si lascia andare ad un'interpretazione del Risorgimento che, più che controcorrente, risulta pettegola: un capitolo s'intitola addirittura La diplomazia nelle mutande. Lungi dal contestare i fatti riportati alla luce dall'autore (che pur ne tace altri di segno opposto), è l'impostazione che disturba, tutta tesa a gettare nel fango i Savoia e tutti coloro che collaborarono all'unità d'Italia (compresi Cavour, Garibaldi e Mazzini, persone di tendenze diversissime, ma ammucchiate da Del Boca in unico infernale calderone), per rivalutare, se non esaltare - e qui casca veramente l'asino - figure del calibro di Pio IX e Francesco II di Borbone, ultimo re delle Due Sicilie, ricordato con l'appellativo di Franceschiello. Stando a quanto ci racconta Del Boca, prima dell'annessione al regno sabaudo, il Sud d'Italia era una specie di paese del ben godi, ben governato, dove tutti viveano d'amore e d'accordo sotto la mano generosa e benevola del Borbone, così come accadeva nello Stato Pontificio, governato con illuminata sagacia da papa Mastai Ferretti. La "questione meridionale" sarebbe addirittura nata con l'unità d'Italia: se dal punto di vista geografico, questa può essere un'affermazione condivisibile (nel senso che, essendo un regno a sé stante, non poteva certo chiamarsi "meridionale" una questione che lo riguardasse), dal punto di vista storico mi pare una solenne castroneria, a meno che non si voglia negare che, specialmente in certe regioni rurali vigeva ancora una sorta di regime feudale, soprattutto nella gestione delle terre, per gran parte organizzate in latifondo. Si potrebbe a lungo obiettare su singole affermazioni contenute nel libro, alcune pleonastiche (Carlo Alberto era perennemente indeciso? che scoperta, gli alunni della quinta elementare sanno che era noto con il nomignolo di "Re Tentenna"), altre incomprensibili e di cattivo gusto, come l'insistenza sull'artrite di Garibaldi, costretto a farsi trasportare a cavacecio dal suo aiutante uruguayano Ignazio Bueno. Così come si potrebbe obiettare su altre affermazioni, che non sembrano, neanche nel linguaggio, propriamente da storici degni di questo nome (e poco anche da seri divulgatori), come questa "È, però, certo che le guerre d'Indipendenza le pagarono i frati, i preti e le suore con i loro beni e con i loro sacrifici. Sostenevano - i liberaloni di allora - che il clero doveva limitarsi al potere sullo spirito e sulle anime e che, dunque, per conseguenza logica, non doveva avere nemmeno un tetto sopra la testa" (p. 138) o come questo giudizio sul Conte di Cavour: "Presidente del Consiglio era Massimo d'Azeglio, ma il rampante del Governo si chiamava Camillo Benso, conte di Cavour, che era un impiccione di genio, un secchione con la testa sempre fra le carte, preparatissimo su ogni questione e tanto puntiglioso da intervenire, alla Camera, anche sette o otto volte per rispondere alla più piccola contestazione". È linguaggio da storico, questo? La cosa più fastidiosa è, però, il sospetto che l'autore di questo libro voglia utilizzare la materia per squallidi scopi di polemica politica legati all'Italia d'oggidì, come farebbero pensare le accuse al governo D'Alema per la "Missione Arcobaleno" (ditemi voi cosa c'entra con il Risorgimento), le critiche alla tassa di successione (cavallo di battaglia berlusconiano nella campagna elettorale del 2001), o altre frasi che rappresentano vere e proprie perle di comicità involontaria, per chi sappia apprezzarle, sulla presunta sinistra parlamentare che gridava "morte al Papa", mentre il centro si schierava a difesa del Santo Padre. In questo senso, il libro di Del Boca, oltre a contenere passi che possono far arrabbiare, come il paragone tra Cavour (per la scelta cinica di mandare a morire i Bersaglieri in Crimea) e Mussolini che, scendendo in guerra al fianco di Hitler (dice niente questo nome?), attaccò proditoriamente la Francia nel giugno del 1940, quando i tedeschi erano già a Parigi, o l'affermazione secondo la quale "Le SS dell'Ottocento indossavano la divisa dell'esercito del Piemonte" (p. 232), proporne anche ipotesi fantasiose, come quella secondo cui la scelta di Roma capitale passò attraverso una specie di bega regionale che vide come candidata anche Napoli, poiché "i piemontesi, scontenti di aver perduto il ruolo di prima città [si noti l'anacoluto, n.d.r.] per togliere quel privilegio ai fiorentini, con i quali non avevano mai simpatizzato, avrebbero potuto accordarsi con i meridionali e scendere più a sud" (p. 244), che riescono a mettere, nonostante la rabbia per i soldi spesi inutilmente, di buonumore.

Tag: cinema

Mezzogiorno di sangue

by sasso67 (23/03/2008 - 19:40)

Non è un paese per vecchi (USA, 2007) di Joel ed Ethan Coen. Con Josh Brolin (Llewelyn Moss), Tommy Lee Jones (Ed Tom Bell), Javier Bardem (Anton Chigurh), Woody Harrelson (Carson Wells), Kelly Macdonald (Carla Jean Moss), Garrett Dillahunt (Wendell), Tess Harper (Loretta Bell), Barry Corbin (Ellis), Rodger Boyce (lo sceriffo di El Paso), Beth Grant (la madre di Carla Jean).

Texas, 1980. L'ex saldatore Moss, a caccia nel deserto, s'imbatte nella scena del regolamento di conti tra due bande di spacciatori di droga messicani. Impadronitosi di una valigetta contenente un milione e mezzo di dollari, deve sfuggire alla caccia di un killer psicopatico che vuole quei soldi, ma soprattutto lo vuole morto. In parallelo, si seguono le vicende dell'anziano sceriffo Bell, ultimo discendente di una famiglia di sceriffi, al quale hanno da poco ucciso il figlio, anch'egli sceriffo.

Quest'ultimo film dei fratelli Coen è bellissimo, al livello dei loro lavori migliori, come Crocevia della morte (1990) e Fargo (1996). Ha un inizio davvero folgorante e un continuo comunque all'altezza. La trama si segue secondo una struttura tripartita, scandita a seconda delle mosse dei tre personaggi principali, che allegoricamente rappresentano il Bene, il Male e l'uomo medio (anche se molto americano, visto come maneggia le armi da fuoco), onesto, ma pronto a farsi rendere ladro dalla prima occasione. Tratto da un romanzo di Cormac McCarthy, che viene voglia di leggere, il film dei Coen è spettacolare e filosofico come le loro opere più riuscite e come i film più belli di Tarantino (Le iene, Pulp Fiction, Jackie Brown, l'inizio di Kill Bill Vol. 1): il cinema dei Coen e di Tarantino sembrano anzi nutrirsi della stessa linfa vitale, composta essenzialmente di ironia e filosofia, non disgiunta da una dose d'azione ben giocata da un mestiere molto vicino alla perfezione. No, l'America non è un paese per vecchi, o almeno non lo è più, da quando i giovani hanno smesso di dire "grazie e per favore", come dice il vecchio sceriffo, che sembra rispecchiare il punto di vista di McCarthy. Paga la scelta di aver fatto di Tommy Lee Jones uno dei protagonisti del film, secondo canoni recitativi lontani dal cliché del sessantunenne attore texano. Figurativamente vicino allo sceriffo sfiduciato di Mezzogiorno di fuoco, interpretato da Gary Cooper, qui l'anziano Bell di Jones, al contrario, va in pensione senza avere risolto il caso (dichiara, anzi, che i gangsters sono morti "di morte naturale, naturale per chi fa quel tipo di vita"), così come non sapremo mai se l'affascinante psicopatico interpretato da Bardem ce la farà a salvarsi dopo l'incidente d'auto, se Moss riuscirà a godersi il suo malloppo e se la monetina abbia arriso alla dolce e sfortunata Carla Jean. Si rivela molto intelligente anche la scelta di Javier Bardem (giusto il suo premio Oscar) per la parte del killer armato di bombola d'ossigeno.

Tag: cinema

Fuga da Torino

by sasso67 (23/03/2008 - 18:19)

Portami via (Italia, 1994) di Gianluca Maria Tavarelli. Con Sergio Troiano (Alberto), Michele Di Mauro (Luigi), Stefania Orsola Garello (Cinzia), France Demoulin (Cristina), Fabrizio Monetti (Paolo), Riccardo Montanaro (Mario).

Sergio TroianoA Torino, due amici sulla trentina, uno assistente sociale e l'altro rappresentante di elettrodomestici, vivono le rispettive crisi, sul lavoro e nei loro (inesistenti) rapporti con le donne. Nello stesso momento due prostitute dell'est europeo vivono il loro dramma nella stessa città. Le due coppie si incontrano e cercheranno un a salvifica fuga in Francia.

Un inizio molto interessante non è sufficiente a fare del lungometraggio d'esordio del torinese Tavarelli un film completamente riuscito. Le valide sequenze relative ai due amici, con dialoghi che rasentano il vero, sono la parte migliore del film ("Le conoscenze" dice il rappresentante all'amico assistente sociale "si fanno sul posto di lavoro. Tu puoi conoscere solo degli handicappati e a me neanche aprono la porta"), che, però, rischia di cadere nel ridicolo con la parte dedicata alle due prostitute, soprattutto per la scelta (forse obbligata) di affidare ad un'attrice italiana (la Garello) la parte di una bulgara e a una francese quella della professionista russa. Il film strappa, con le unghie, la sufficienza, soprattutto grazie ad alcuni scorci di Torino che profumano - o meglio: puzzano - di squallida realtà.

Tag: cinema

A me m'ha lovinato la guèla

by sasso67 (22/03/2008 - 01:01)

Una meravigliosa domenica (Giappone, 1947) di Akira Kurosawa. Con Isao Numasaki (Yuzo), Chieko Nakakita (Masako), Ichiro Sugai (Yamiya, il borsaro nero), Midori Ariyama (Sono, la moglie del borsaro), Masao Shimizu (il proprietario della sala da ballo), Zeko Nakamura (il proprietario del negozio di dolci), Katao Numazaki (gestore della pasticceria).

Una domenica tra due fidanzati squattrinati nella Tokyo semidistrutta del 1946. Tra l'umiliazione del presente e un futuro tutto da sognare e da costruire, la giornata scorre via fino all'inevitabile separazione, che però lascia un quid d'esperienza anche nel giovanotto, segnato profondamente dall'esperienza della guerra. Se il film di Kurosawa del 1949 Cane randagio è stato più volte paragonato al nostro Ladri di biciclette, questa Meravigliosa domenica - titolo quanto mai amaramente ironico - sembra un mix del capolavoro di De Sica con l'altro suo film Miracolo a Milano (1951). Di Una meravigliosa domenica è ottimo l'inizio e la lunga parentesi centrale, nella quale Yuzo sembra scendere nelle viscere di Tokyo alla ricerca dell'ex commilitone che ha fatto fortuna. Il finale "poetico", con la ragazza Masako che si rivolge alla macchina da presa per chiedere l'incitamento del pubblico verso il fidanzato che deve dirigere un'inesistente orchestra per eseguire l'Incompiuta di Schubert, convince molto meno. Kurosawa era grande quando riusciva ad essere involontariamente neorealista (la definizione è di Aldo Tassone), mentre, come avverte ancora l'autore del Castoro sul maestro nipponico, «il sentimentalismo è il tallone d'Achille del giovane Kurosawa». La differenza sostanziale tra questi primi film di Una meravigliosa domenicaKurosawa e il neorealismo italiano è che, mentre dietro ai film di De Sica e Rossellini era sottesa una filosofia cinematografica ed esistenziale ed opere come Roma città aperta, Paisà e Ladri di biciclette rappresentarono le opere più mature e riuscite dei loro autori, film come Una meravigliosa domenica sembrano piuttosto esperimenti preparatori per i capolavori kurosawiani degli anni successivi. Questo filmetto è comunque riuscito, anche a dispetto della sostanziale inespressività dei due attori protagonisti, Numasaki e Nakakita (una specie di Maria Pia Casilio giapponese).

Tag: cinema

Questo film non sa di una sega (leggere il commento prima di accusarmi di volgarità)

by sasso67 (19/03/2008 - 20:46)

Irina Palm - Il talento di una donna inglese (Belgio/Francia/Germania/GB/Lussemburgo, 2007) di Sam Garbarski. Con Marianne Faithfull (Maggie/Irina Palm), Predrag "Miki" Manojlovic (Miki), Kevin Bishop (Tom), Siobhan Hewlett (Sarah), Dorka Gryllus (Luisa), Jenny Agutter (Jane), Corey Burke (Ollie), Meg Wynn Owen (Julia), Susan Hitch (Beth), Jules Werner (il dottore), Jonathan Coyne (Dave).

Una vedova londinese di mezza età, la cui unica occupazione è il tè pomeridiano con le vicine benpensanti, scopre che l'unica speranza per salvare l'unico nipotino (figlio del suo unico figlio), malato terminale, è una costosissima cura in Australia. Si fa coraggio e s'impiega come masturbatrice in un localaccio sexy del quartiere di Soho. In questo modo racimola la somma necessaria a curare il nipote, ma è messa al bando dalle amiche ipocrite.

Il film del tedesco Garbarski mi sembra molto sopravvalutato. A parte le perplessità sulla reale esistenza di locali siffatti (la perversione umana non ha limiti, ma pensare che questi ominacci facciano la fila per infilare il loro organo sessuale tutti, a turno, nello stesso buco non mi pare realistica), neanche la pur brava Marianne Faithfull mi sembra azzeccata per la parte. La rocker ha il mascherone, ma, non so perché, mi sembra falsa nella parte di una donna piccolo borghese, se non proprio proletaria. I buoni sentimenti del tenutario, poi, sono a dir poco, azzardati, così come le mattane del figlio Tom che, saputa l'origine del denaro che la madre gli ha offerto, vorrebbe restituirlo, rinunciando all'unica speranza di cura per il figlioletto gravemente malato. La svolta finale con lo sbocciare di un amore tra l'autoproclamatasi "vedova delle seghe" e il tenutario un po' pirata e un po' signore è troppo falsa per farci cascare lo spettatore. Il film, insomma, nonostante qualche snodo patetico, non riesce mai a commuovere e quasi mai a suscitare il riso: siamo lontani, insomma, dal miglior Ken Loach, per non parlare della distanza che separa Garbarski dal grande Mike Leigh. Il personaggio meglio costruito mi pare, quindi, quello della nuora Sarah, la cui svolta nel comportamento tenuto nei confronti della suocera denota quanto meno una buona dose di coerenza: il suo non amore per quella suocera "snaturata" si trasforma in riconoscenza, accresciuta dalla consapevolezza che i soldi Maggie se li è guadagnati ingoiandosi una bella fetta di dignità e sono letteralmente frutto del suo lavoro manuale. Ottima la colonna sonora.

Tag: cinema

Umanità all'ammasso

by sasso67 (19/03/2008 - 19:26)

I bassifondi (Giappone, 1957) di Akira Kurosawa. Con Toshiro Mifune (Sutekichi, il ladro), Isuzu Yamada (Osugi, la padrona), Ganjiro Nakamura (Rokubei, il padrone), Kyoko Kagawa (Okayo, la sorella di Osugi), Bokuzen Hidari (Kahei, il pellegrino), Minoru Chiaki (l'ex samurai), Kamatari Fujiwara (l'attore), Eijiro Tono (Tomekichi, il calderaio), Eiko Miyoshi (Asa, sua moglie), Akemi Negishi (Osen, la prostituta), Koji Mitsui (Yoshisaburo, il giocatore), Nijiko Kyokawa (Otaki), Haruo Tanaka (Tatsu), Kichijiro Ueda (il poliziotto).

Agli inizi dell'Ottocento, in una specie di discarica che dà su un cortile, una coppia di usurai ospita come affittuari un gruppo di persone allo sbando a causa di vicende personali: il ladro e la prostituta, l'ex samurai e l'attore fallito. Solo la fugace apparizione di uno sconosciuto pellegrino riuscirà a portare nella "casa" uno spiraglio di speranza.

Non è uno dei miei Kurosawa preferiti. Va anche detto, però, che il film contiene alcuni pezzi di bravura - primo tra tutti il balletto finale - degni del miglior Kurosawa. Ispirandosi ad un dramma dello scrittore russo Gorkij, il regista nipponico, rispettandone l'umanesimo di fondo, ha cercato di trarne i succhi meno tragici, pur confermando la descrizione di un mondo derelitto profondamente segnato dalla povertà materiale, che spesso si traduce anche in miseria morale. Come fa giustamente notare Aldo Tassone nel Castoro su Kurosawa, «Convinto (come Shakespeare e Ford) che la tragedia non è mai completamente tragica, Kurosawa sottolinea tutti i risvolti comici della pièce e ne inventa di nuovi, trasformando così il dramma gorkiano in una moderna tragicommedia dell'assurdo». Il film, specialmente in questo senso, è valido, anche se raramente riesce ad evitare una sensazione di staticità, che è difetto raro nelle altre opere del maestro giapponese. Ben recitato, con personaggi costruiti a dovere («Questi personaggi vivono, soffrono, piangono, sanguinano, sono prodigiosamente vivi», dice Aldo Tassone), I bassifondi risente più del dovuto del doppiaggio italiano, fin troppo buffonesco nell'affrontare il personaggio centrale del dramma, che è quello del pellegrino Kahei.

Tag: cinema

L'angolo della poesia

by sasso67 (19/03/2008 - 19:23)

Alla maniera del poeta E. B. (ma forse anche meglio)

Tratto autostradale Ovada - Masone

Laddove il Piemonte

con la sorpresa di una subitanea

galleria

diventa Liguria.

(e scusate l'enjambe-

-ment, la classe non è acqua)

Esorcizzami 'sta cippa

by sasso67 (12/03/2008 - 23:47)

L'eretica (Spagna, 1975) di Amando de Ossorio. Con Julián Mateos (Padre Juan), Marián Salgado (Susan Barnes), Fernando Sancho (il capo della polizia), Lone Fleming (Anne Crawford), Ángel del Pozo (il ministro Barnes), Kali Hansa (la strega zingara), Tota Alba (madre Gautère), Daniel Martin (William Grant), María Kosty (Esther).

La figlia del ministro degli interni viene posseduta dallo spirito di una vecchia strega che si è suicidata per sfuggire alla polizia. Dopo averne combinate di tutti i colori, la bambina cercherà di sacrificare a Lucifero un nenonato non ancora battezzato.

Tra la saga dei resuscitati ciechi e l'uscita di questo film, c'era stato il grande successo internazionale dell'Esorcista di Friedkin. Come in Italia c'era stato L'anticristo di De Martino, in Spagna de Ossorio se ne viene bel bello con questo film ridicolo che tenta di riproporre qualcuna delle situazioni più raccapriccianti del film americano. In un paio di scene de Ossorio riesce, inopinatamente, anche a spaventare lo spettatore, ma il tutto resta di una mediocrità sconcertante, anche se in alcuni momenti il film, senza volerlo, fa ridere a crepapelle, come quando la bambina chiede all'esterrefatto sacerdoti se anch'essi, come tutti gli altri uomini abbiano "il cazzo", oppure quando si rivolge all'infermiera, che sta per farle un'iniezione, dicendole di non azzardarsi ad infilarle "quell'ago nel culo".

Tag: cinema,horror

La spiaggia dei resuscitati ciechi

by sasso67 (12/03/2008 - 23:43)

Terror Beach (Spagna, 1975) di Amando de Ossorio. Con Victor Petit (Dott. Henry Stein), Maria Kosty (Joan Stein), Sandra Mozarowsky (Lucy), José Antonio Calvo (Teddy), Julia Saly (Tilda Flanagan), Javier de Rivera (il vecchio dottore), Maria Vidal (la madre di Tilda), Susana Estrada (prima ragazza sacrificata).

I resuscitati ciechi questa volta arrivano cavalcando al rallentatore sulla spiaggia, come il cavallo della vecchia pubblicità del bagnoschiuma Vidal. Strappano il cuore ad una vergine che i simpatici compaesani hanno appositamente incatenato sulla scogliera, e lo danno in pasto a una specie di idolo che somiglia un po' a Dini. Nel frattempo nel villaggio arriva il nuovo dottore che sostituisce il vecchio medico condotto, il quale se la dà neanche tanto elegantemente a gambe. Poi lo scemo del villaggio a la spia, i compaesani lo bastonano, il medico lo cura e i Templari l'ammazzano. Alla fine il medico e la fidanzata, che hanno cercato invano di salvare dal sacrificio la loro domestica Lucy, distruggono l'idolo a cui si erano votati i malefici Templari e questo dovrebbe costituire la fine della saga.

De Ossorio, per questo film che è conosciuto con vari titoli (oltre a quello inglese, anche come La notte dei gabbiani e La notte dei resuscitati ciechi), sceglie un'ambientazione vagamente celtica - potrebbe essere l'Irlanda o la Scozia - in cui far muovere i suoi ossuti personaggi. Ma il risultato, almeno rispetto al capitolo precedente, non cambia: a una trama ripetitiva si aggiungono brani di pellicola riciclati dal film capostipite, una sceneggiatura banale quasi come quella della Nave maledetta e dei dialoghi di una banalità sconcertante. L'unica nota positiva di questo film è che pone fine alla ormai spossata saga dei morti senza occhi.

Tag: cinema,horror

La crociera dei resuscitati ciechi

by sasso67 (09/03/2008 - 12:29)

La nave maledetta (Spagna, 1974) di Amando de Ossorio. Con Maria Perschy (Lilian), Jack Taylor (Howard Tucker), Bárbara Rey (Noemi), Carlos Lemos (il professor Grüber), Blanca Estrada (Kathy), Manuel de Blas (Sergio), Margarita Merino (Lorena Kay).

Due modelle sono mandate in mezzo al mare con un motoscafo per un misterioso lancio pubblicitario. Purtroppo la loro rotta è incrociata da un antico galeone sul quale viaggiano, comodamente adagiati nei loro sepolcri, gli scheletri di un gruppo di cavalieri templari, morti da secoli, ma che, grazie ad antichi riti orientali che prevedono sacrifici umani, tornano ogni tanto ad un simulacro di vita.

Il terzo episodio della saga dei resuscitati ciechi segna l'inesorabile fine del ciclo. De Ossorio non sembra più in grado di inventarsi una trama plausibile che giustifichi anche lontanamente le imprese dei suoi morti senza occhi. E non è che la trama risulti più o meno credibile rispetto agli altri episodi - lo spettatore sa già che deve aspettarsi qualcosa di non credibile - è che tutto puzza lontano un miglio di pretesto per mostrare le sequenze in cui compaioni i morti senza occhi: la sceneggiatura è impalpabile, i dialoghi risibili, gli interpreti inadeguati e il tutto, più che incutere terrore, induce nello spettatore un senso misto tra pietà e noia.

Tag: cinema,horror

Pericoloso con-templare

by sasso67 (08/03/2008 - 15:29)

La cavalcata dei resuscitati ciechi (Spagna, 1973) di Amando de Ossorio. Con Tony Kendall [Luciano Stella] (Luis Marlos), Fernando Sancho (il sindaco Ortiz), Esperanza Roy (Vivian), Frank Braña (Da Costa), José Canalejas (Murdo), Loreta Tovar (Marta), Lone Fleming (Amelia), Ramó Lillo (il marito di Amelia), Maria Nuria (la bambina), José Thelman (Juan, l'amante di Marta), Juan Cazalilla (il ministro dell'interno), Betsabé Ruiz (l'amante del ministro), Luis Barboo (il Templare giustiziato), Francisco Sanz (il capostazione).

Seconda avventura per i morti senza occhi. Se nelle Tombe dei resuscitati ciechi i Templari uscivano dai sepolcri di un cimitero adiacente ad un monastero abbandonato posto in una regione deserta, qui, non si sa perché, escono da un camposanto vicinissimo ad un villaggio. Gli abitanti - stranissima gente - di un villaggio spagnolo o portoghese (non si capisce bene) festeggiano (?) con i fuochi artificiali il cinquecentesimo anniversario del rogo con il quale i loro antenati giustiziarono una setta di Templari rientrati dall'oriente importando dei riti satanici tesi a vincere la morte mediante sacrifici umani e laute bevute di sangue di vergine. Il primo problema, piccolo in confronto agli altri, è che il pirotecnico è l'ex amante dell'attuale fidanzata del sindaco del paesino, un anziano ciccione avido di denaro. Come se non bastasse, la ragazza (della quale da ragazzi avremmo detto "è brutta ma ci ha der maiale addosso") è concupita anche dal forzuto aiutante del primo cittadino. Oltre tutto, c'è uno scemo del villaggio che è convinto che i Templari resuscitino per vendicare le angherie che è sempre stato costretto a subire dai compaesani, adulti e bambini. Quando la festa è in pieno svolgimento, e tutti stanno ballando in piazza, i resuscitati ciechi arrivano con i loro cavalli al rallentatore (v. il film precedente) e, con una ben coordinata carica di cavalleria, sterminano la brava gente di Berzano. Riescono a fuggire soltanto poche persone: il fuochista, il sindaco, l'aiutante, la fidanzata, una famigliola con una bambina, lo scemo del villaggio e una biondina un po' ninfomane. Il gruppetto si rifugia in chiesa, ma i morti senza occhi li assediano da fuori. Per fortuna i satanici cavalieri hanno paura del fuoco e rispettano i bambini. E soprattutto, diversamente da quanto avveniva nelle Tombe dei resuscitati ciechi (dove caricavano alla luce del sole come se niente fosse), si dissolvono all'apparire dell'alba, come se fossero spaventapasseri di cencio e paglia.

Il secondo film di de Ossorio sui resuscitati ciechi fa intravedere che ormai la saga è già al termine, perché un'idea, seppure brillante (anche se ricavata dall'intuizione zombesca di George A. Romero), non può essere spolpata all'infinito. Il difficile è, in modo particolare, imbastire una sceneggiatura credibile che giustifichi gli sviluppi drammatici che conducono ad un finale tutto sommato abbastanza lieto. Il talento (più che registico) visivo e visionario di de Ossorio non è in discussione, perché anche qui sono inserite immagini inquietanti di paesini iberici che sembrano usciti dai villaggi del Don Chisciotte o del Manoscritto trovato a Saragozza, ma la trama sconta cadute nella satira di bassa lega, come dimostra la figura macchiettistica del ministro dell'interno, che si riempie la bocca di belle parole ma pensa soltanto alle gozzoviglie (ed è forse per questo che il film si pensa ambientato in Portogallo, dato che il generalissimo Franco non avrebbe apprezzato più di tanto che si ridicolizzasse un suo ministro). E poi vi sono cadute nell'incredibile che non si possono accettare neanche in un horror di questo tipo: passino i Templari arsi sul rogo che si risvegliano nel quinto centenario per vendicarsi dei discendenti di coloro che li misero a morte, passi anche che mentre i pochi superstiti sono assediati in chiesa da quegli scheletri malintenzionati l'aitante Da Costa pensi a farsi l'atticciata Vivian, ma quando gli assediati trovano un telefono in chiesa (mah!) non potevano telefonare alla più vicina stazione di polizia anziché chiamare due volte quell'imbecille del ministro?

Gli attori fanno quello che possono, soprattutto il nostro Luciano Stella (in arte Tony Kendall), anche se vedere il grassoccio Fernando Sancho, che siamo abituati a vedere nella parte del cattivo messicano nei film di Franco e Ciccio, recitare una parte seria lascia una certa sensazione di straniamento quasi brechtiano. Giudizio critico sintetico sul film: sufficiente, nonostante tutto.

Tag: cinema,horror

Botte da orbi

by sasso67 (07/03/2008 - 19:59)

Le tombe dei resuscitati ciechi (Spagna/Portogallo, 1972) di Amando de Ossorio. Con Lone Fleming (Betty Turner), César Burner (Roger Whelan), Helen Harp [María Elena Arpón] (Virginia White), José Thelman (Pedro Candal), Rufino Inglés (l'isp. Oliveira), Véronica Llimera (Nina), Simón Arriaga (il custode dell'obitorio), Francisco Sanz (il prof. Candal), Juan Cortés (il medico legale), Antonio Orengo (il macchinista), Maria Silva (Maria), Britt Nichols (la vergine sacrificata).

Virginia è una ragazza straniera in vacanza in Spagna insieme al fidanzato Roger. Incontrata la vecchia amica Betty, con la quale anni prima aveva avuto una relazione, la ragazza s'ingelosisce e fugge dal treno che sta attraversando una landa desolata. Passerà la notte in un antico monastero, nei pressi del quale giacciono i cadaveri di una setta di Templari, dediti a riti satanici e bruciati sul rogo cinque secoli prima, che hanno la brutta abitudine di risvegliarsi ogni notte per andare a dissetarsi con il sangue altrui.

Amando (senza erre) de Ossorio (galiziano, 1918 - 2001) riesce nell'impresa, abbastanza difficile, di far sembrare originale una versione iberica ed autarchica della Notte dei morti viventi (1968) di Romero. Là erano i cadaveri risvegliati dalle radiazioni nucleari, qui i Templari risvegliati dalla sete di vendetta per la morte violenta patita secoli prima: in america è la tecnologia che genera i mostri, nella vecchia Europa è la Storia che torna a flagellare il genere umano con la propria violenza (e non a caso la Spagna in cui uscì il film di de Ossorio assisteva agli ultimi rantoli del regime franchista). Ovviamente i primi ad essere colpiti sono coloro che si comportano con ingenuità, senza tenere conto del prso delle tradizioni: così come la giovane Virginia, che si butta dal treno in corsa per avventurarsi in quella landa desolata, dalla quale era stata diffidata, e passa la notte nel vecchio convento, addirittura indossando il baby doll ed addormentandosi con la radiolina che trasmette musica jazz. E i Templari raramente apprezzano la musica jazz.

La notte dei resuscitati ciechi - un titolo che mette paura da solo - è un film spregiudicato anche per la truculenza di certe scene (che comunque non disturba mai) ed anche per una certa audacia in campo sessuale, anche se moralisticamente la nudità e il sesso sono sempre associate al sangue che sgorga dai tagli causati dalle spade dei cavalieri. I quali sono sì ciechi, ma ci sentono benissimo e (trovata geniale del regista) riescono ad individuare le proprie vittime ascoltandone il battito cardiaco, come se si fosse nel racconto Il cuore rivelatore di Poe. Trattandosi di cavalieri, era impossibile per il regista riprodurre l'andatura catatonica degli zombi romeriani, anche per la difficoltà di costringere i cavalli a mantenere un simile passo, ragion per cui de Ossorio ricorre all'espediente di far muovere sempre i cavalieri al ralenty, anche per dare alle vittime designate il vantaggio della mobilità. Ma neppure il treno servirà per sfuggire alla sete di sangue dei terribili guerrieri medievali: approfittando della lentezza del mezzo (neanche fosse la littorina per Saline di Volterra), i Templari fanno strage di donne e bambini e si apprestano a scendere alla stazione successiva, provocando l'urlo finale di terrore dell'unica sopravvissuta e del capostazione.

Tag: cinema,horror

Il peccato di continuare a fare film a dispetto dei santi

by sasso67 (07/03/2008 - 19:21)

L'innocenza del peccato (Germania/Francia, 2007) di Claude Chabrol. Con Ludivine Sagnier (Gabrielle Deneige), Benoît Magimel (Paul Gaudens), François Berléand (Charles Saint-Denis), Mathilda May (Capucine Jamet), Caroline Sihol (Geneviève Gaudens), Valeria Cavalli (Dona Saint-Denis), Etienne Chicot (Denis Deneige), Thomas Chabrol (l'Avv. Stéphane Lorbach).

Benoit Magimel e Ludivine SagnierUna giovane presentatrice televisiva s'innamora di un anziano scrittore sposato. Di lei s'invaghisce, però, un giovane miliardario, che odia lo scrittore. La ragazza, dopo vari tentennamenti, sposa il giovane, ma pensa all'anziano.

Chabrol, quando era Chabrol, era famoso per la descrizione di certi ambienti, specialmente della provincia francese, di cui sapeva mettere a nudo vizi e meschinerie. Questa caratteristica era presente, spesso anzi accentuata, anche nei suoi film più brutti, talvola addirittura indifendibili, ai quali sapeva tuttavia lasciare in eredità una zampata o almeno un'unghiata delle sue. Qui il vecchio regista ha l'intuizione di muoversi a Lione anziché a Parigi, ma è l'unica idea sostenibile del film. Per il resto, siamo nel buio più completo: Chabrol è ormai il fantasma di sé stesso e la speranza è che da ora in avanti si goda una lunga e meritata pensione, lasciando spazio e soldi a qualche nuova leva transalpina. L'innocenza del peccato è cinema francese al suo peggio, con una serie di personaggi male scritti, con una sceneggiatura insussistente, capace soltanto di tentare qualche goffa imitazione di situazione buñueliane buttate là alla bell'e meglio, con un cast di attori (specialmente i più giovani) impresentabile e mal sfruttato. Magimel, in particolare, sembra, in questo film, una pessima imitazione del primo Sean Penn, che dovrebbe fare causa per la contraffazione del marchio. Ma neanche la biondiccia e formosa Ludivine Sagnier riesce mai ad essere espressiva né a rappresentare in alcun modo, appunto, l'innocenza del peccato. In un cast di donne tutte troppo belle per essere vere - anche nel mondo raffinato della letteratura - con uomini che non dimostrano un briciolo del fascino necessario a zonquistarle (a meno che nella categoria del fascino non si debbano includere anche soldi e fama), è particolarmente sprecata l'ancor bella Mathilda May, che scoprimmo (molto) ai tempi di Space Vampires (1985) di Tobe Hooper. Insomma, è chiaro che, cinematograficamente, Chabrol non ha più nulla da dire: è un regista che ormai fa film per continuare ad essere considerato tale, ma è soltanto l'ombra del cineasta che fu, e sarebbe davvero un bene se in futuro ci risparmiasse simili patinatissime cacchiate.

Tag: cinema

Frustato sì, frustrato mai

by sasso67 (07/03/2008 - 19:19)

Evil - Il ribelle (Svezia/Danimarca, 2003) di Mikael Håfström. Con Andreas Wilson (Erik Ponti), Henrik Lundström (Pierre Tanguy), Gustaf Skarsgård (Otto Silverhielm), Linda Zilliacus (Marja), Johan Rabaeus (il patrigno di Erik), Marie Richardson (la madre di Erik), Björn Granath (il preside).

Lo studente Erik Ponti, nella Svezia degli anni cinquanta, viene espulso da tutte le scuole (pubbliche) del regno. Vittima della violenza del patrigno in famiglia, Erik scarica la propria rabbia picchiando i compagni. La madre, supina alle angherie del secondo marito, si indebita per mandare Erik ad una prestigiosa scuola privata. Qui vigono delle regole ancestrali e assurdamente barbariche, vigilate da una commissione di studenti che ha il potere di espellere chi non vi si sottomette. Erik si scontra con il capetto degli studenti, per non sottostare alle regole imposte nel collegio e per difendere il compagno di stanza Pierre, studente geniale ed alieno dalla violenza.

Niente di nuovo sotto il sole di Svezia, ma raccontato dal regista Håfström con buon senso della suspense e dello spettacolo. La storia del sadismo all'interno dei collegi privati l'abbiamo già vista cento volte, raccontata soprattutto in film inglesi ed americani. La novità è che sostanzialmente tutto il mondo è paese, nel senso che non ci si aspetterebbe di trovare una simile forma di soprusi (ma chi abbia visto film come Fanny e Alexander di Bergman era già sull'avviso) all'interno delle famiglie e delle istituzioni di un paese almeno apparentemente lontano dalla violenza come la Svezia. A parte qualche sequenza che fa ormai parte dello schema del genere, il film è ben gestito ed anche ben recitato, specialmente dai due giovani antagonisti, il "buono" (anche se un buono sui generis, lontano dai classici schemi della καλοκαγαθία|) Andreas Wilson e il cattivo dalla faccia d'angelo Gustaf Skarsgård (che, per la cronaca, s'ingoia una bella secchiata di merda).

Tag: cinema

Verderame

by sasso67 (05/03/2008 - 19:51)

Michele Mari, Verderame, Einaudi, 2007, pp. 164, € 16,50

"Verderame: s.m.inv., miscela contenente solfato di rame usata in agricoltura come anticrittogamico". Se fosse stato un romanzo di Anthony Burgess, sarebbe probabilmente cominciato così. Ma Michele Mari non lesina di certo i nomi dei suoi modelli, più vicini o lontani che siano. Ammiratore di scrittori che hanno saputo "giocare" con il linguaggio parlato e letterario, come Céline e Gadda, qui il professor Mari dell'Università di Milano ricorda anche Umberto Eco e Tommaso Landolfi e cita esplicitamente Hoffmann, Poe, Lovecraft e Kafka, mettendoli sapientemente in cima alla lista degli scrittori preferiti del piccolo Michelino, il protagonista di questo romanzo. Il quale si trova alle prese, durante l'estate del 1969 - scandita dagli sceneggiati RAI interpretati da Arnoldo Foà e Loretta Goggi (protagonisti del mitico La freccia nera), Ugo Pagliai e Umberto Orsini - con la perdita della memoria di Felice, il giardiniere del villone di campagna dei borghesissimi nonni. Sarà l'estate dei quattordici anni, quella che segnerà maggiormente il protagonista, non a caso omonimo dell'autore, che si troverà di fronte ad argomenti mai affrontati prima in vita sua, quali la morte, l'amore, il tradimento, l'abbandono, tutti momenti che al tempo stesso spaventano e incuriosiscono il "Michelìn", e figuriamoci cosa possono avere provocato nella mente ormai devastata di Felice, che sembra veramente essere nato sotto un cavolo, con una madre che sembra non essere mai esistita (non è un caso che la parola verderame nasconda l'anagramma "vera madre") e un padre quasi mitizzato, di cui c'è solo un ricordo in divisa da dragone. Definito da Umberto Rossi su PULP Libri #71 come "un solido, avvincente, vorticoso, inarrestabile thriller", Verderame è uno di quei libri (lo si potrebbe definire un romanzo breve) che, una volta iniziato, è quasi impossibile abbandonare prima di averlo terminato. Una lettura che non fa certo rimpiangere il tempo impiegato.

Tag: romanzo,libro

C'erano una volta i vicerè

by sasso67 (04/03/2008 - 00:02)

I Vicerè (Italia/Spagna, 2007) di Roberto Faenza. Con Alessandro Preziosi (Consalvo de Uzeda), Lando Buzzanca (il Principe Giacomo de Uzeda), Cristiana Capotondi (Teresa de Uzeda), Guido Caprino (Giovannino Radalì), Assumpta Serna (la Duchessa Radalì), Sebastiano Lo Monaco (il Duca Gaspare), Giselda Volodi (Lucrezia), Paolo Calabresi (Benedetto Giulente), Biagio Pelligra (Baldassarre), Giovanna Bozzolo (Graziella), Pep Cruz (Don Blasco), Jorge Calvo (Michele Radalì), Larissa Volpentesta (Concetta), Lucia Bosè (Donna Ferdinanda), Franco Branciaroli (il Conte Raimondo), Vito (Fra' Carmelo), Magdalena Grochowska (Isabella Fersa), Anna Marcello (Chiara), Danilo Maria Valli (Federico), Maria Rita Fenzato (Matilde).

Eccolo qua, il tanto atteso film tratto dal capolavoro di Federico De Roberto, un vero capolavoro della letteratura italiana. Già la scelta di avere lasciato l'impresa in balia di un regista mediocre come Faenza non lasciava presagire niente di buono, ma era difficile immaginare un risultato tanto disastroso, del quale è forse corresponsabile anche l'infelice coproduzione italoiberica. Chi non ha letto il romanzo rischia di capire ben poco della vicenda raccontata sullo schermo, banalizzata in una gattopardesca serie di storiellacce d'amore destinate al fallimento, quando non siano consonanti con la superiore ragion di stato, che è poi quella di far coincidere la classe dirigente borbonica con quella del nuovo stato italiano (e brutalmente condensata da Faenza nella frase messa in bocca al Principe Giacomo secondo la quale "fatta l'Italia, adesso dobbiamo farci gli affari nostri"). Chi invece ha letto il romanzo non può non rimanere dostoevskianamente umiliato e offeso dallo scempio che ne è stato fatto in questo film che speriamo venga al più presto dimenticato da tutti. Diciamo subito dei meriti del film, che sono, essenzialmente, l'aver risvegliato l'interesse su un romanzo ingiustamente dimenticato e l'avere azzeccato i personaggi per un paio di ruoli minori, come il Biagio Pelligra nei panni di Baldassarre e la Lucrezia di Giselda Volodi (e a voler essere generosi ci si potrebbe mettere anche il Fra' Carmelo di Vito e il Giovannino di Guido Caprino). Per il resto è un disastro totale. Qualcuno ha detto che Lando Buzzanca qui è bravo: innanzitutto è sbagliato come interprete, perché De Roberto descriveva il Principe come una persona bassa e tozza, cosa che il buon Lando non è, e poi come recitazione Buzzanca fa rimpiangere gli arbitri, gli onorevoli e i monaci di Monza che interpretò negli anni Settanta. Preziosi non è né carne né pesce e potrebbe anche andare bene nei panni di Consalvo. La Capotondi è meglio ricordarsela nella sua interpretazione migliore, quella dello spot del Maxibon Motta e dimenticarsi che adesso vorrebbe fare l'attrice: per adesso non lo è. Quanto agli altri, si potrebbe discutere su Lucia Bosè, che magari ha anche il viso arcigno di quella che nel libro era chiamata "la Zitellona", ma è difficile dimenticarsi della sua passata bellezza. Su tutto il resto è meglio tacere. Dirò soltanto che il peggiore delitto di Faenza in questo film è di avere tagliato il personaggio di Eugenio de Uzeda, epico nella sua tragicomica decadenza verso una miseria nera e priva di ogni dignità, e di avere quasi neutralizzato il personaggio più bello creato da De Roberto, che è quello del frate Don Blasco, sfrondato dei suoi umori più truci ed affidato ad un interprete anodino come il catalano Pep Cruz. Non parliamo poi di altri personaggi sfrondati senza un minimo di criterio (oltre a Eugenio e a Suor Maria Crocifissa, sono spariti personaggi importanti come il priore Lodovico e il fratello folle Ferdinando) e di episodi inseriti arbitrariamente, come la Fersa a culo nudo o le scene relative alla gamba posticcia di Benedetto Giulente.

L'unico consiglio da dare a chi non abbia visto questo film è di leggersi invece il romanzo, e a chi abbia già visto il film, di leggersi il libro nonostante questo obbrobrio.

Tag: cinema

Il soldatino nello stagno

by sasso67 (03/03/2008 - 20:17)

Woyzeck (RFT, 1979) di Werner Herzog. Con Klaus Kinski (Franz Woyzeck), Eva Mattes (Maria), Wolfgang Reichmann (il capitano), Willy Semmelrogge (il dottore), Josef Bierbichler (il tamburo maggiore), Paul Burian (Andreas), Volker Prechtel (l'ubriaco), Dieter Augustin (l'imbonitore), Irm Hermann (Margret), Wolfgang Bächler (il mercante ebreo), Rosy-Rosy Heinikel (Kate), Herbert Fux (il sottufficiale), Thomas Mettke (l'oste), Maria Mettke (la cameriera della taverna).

Agli inizi dell'Ottocento, il soldato molto semplice Franz Woyzeck fa parte della piccolissima guarnigione di una cittadina tedesca. Deriso per la sua ottusità dal capitano del presidio, usato come cavia umana dal medico del paese, Woyzeck viene a sapere, quasi per scherzo, che la sua donna, quella che gli ha dato un figlio, lo ha tradito con il tamburo maggiore della guarnigione. Sconvolto dal dolore, il soldatino uccide la sua donna e poi annega nello stagno nel quale aveva cercato di nascondere la prova del delitto.

Lo sguardo allucinato di Woyzeck (ancora una volta ben servito da Klaus Kinski, appena reduce da Nosferatu), sembra fissarsi su qualcosa che solo lui riesce a vedere, come se fosse una qualche cosa che noialtri umani non possiamo percepire, e che è invece raggiungibile da lui, quasi fosse l'anello di congiunzione tra l'homo sapiens e la natura. Il film è pervaso da un senso di minaccia, accentuato dalla fretta cui è sempre soggetto il protagonista, e dal fatto che egli è spesso rappresentato con oggetti taglienti in mano (il rasoio, il coltello).

Rispetto ad altri film di Herzog, Woyzeck è meno geniale, limitandosi a trasportare sullo schermo il breve frammento drammatico dello scrittore ottocentesco Büchner, ma, come altri film di Herzog, procede per violenti strappi narrativi (con quei quadri staccati che rimandano, almeno parzialmente, anche al teatro di Brecht): come quando a tranquilli scorci paesani seguono immagini ambientate in una natura per niente tranquillizzante e che sembra suggerire al protagonista la soluzione tragica che lo perderà.

Woyzeck è probabilmente il più breve dei lungometraggi herzoghiani, ma è un film a cui non manca niente, anche per merito, oltre che della consueta bravura del regista, di un cast di ottimi attori, tra i quali spiccano Kinski ed Eva Mattes (e, come dice giustamente Herzog in Kinski, il mio nemico più caro, entrambi avrebbero meritato il premio che la sola Mattes ottenne a Cannes).

«... un conte philosophique di grande stringatezza visiva, privo di ogni patetismo.» (Giovanni Grazzini, 21 maggio 1979)

Tag: cinema
Archivio Marzo 2008