Massoni & mattoni
by sasso67 (29/04/2008 - 23:31)
I banchieri di Dio - Il caso Calvi (Italia, 2002) di Giuseppe Ferrara. Con Omero Antonutti (Roberto Calvi), Rutger Hauer (Mons. Marcinkus), Alessandro Gassman (Francesco Pazienza), Pamela Villoresi (Clara Calvi), Giancarlo Giannini (Flavio Carboni), Vincenzo Peluso (Silvano Vittor), Pier Paolo Capponi (Roberto Rosone), Alessandra Bellini (Anna Calvi), Franco Diogene (Luigi Pennini), Maurizio Reti (il giudice istruttore), Pietro Di Legami (Emilio Pellicani), Antonio Invadi (uomo di Andreotti nel c.d.a.), Mario Marchetti (Andreotti), Camillo Milli (Licio Gelli), Franco Olivero (Michele Sindona), Augusto Zucchi (Umberto Ortolani), Liliana Paganini
(Graziella Corrocher), Gaetano Amato (un boss romano), Francesco Cordio (Carlo Calvi), Stefano Gragnani (Bruno Tassan Din), Pierluigi Zerbinati (Craxi).
Gli ultimi mesi di vita del banchiere Roberto Calvi, dallo scoppio della crisi del Banco Ambrosiano, da lui presieduto, al suo arresto e al ritrovamento del suo cadavere, impiccato, sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra. Calvi, intrallazzato con la malavita di mezzo mondo, dai dittatori sudamericani alla mafia siciliana, fu lasciato solo anche dai pochi alleati che aveva, primo tra tutti - ci dice il film - Monsignor Marcinkus, capo dello IOR, la banca vaticana.
Criticatissimo, come tutti i film di Giuseppe Ferrara, per la sua schematicità, inserito addirittura da Marco Giusti nel suo Dizionario dei film italiani Stracult (dove gli nega credibilità), I banchieri di Dio ha il pregio di assumere una tesi - non campata in aria, ma basata su emergenze processuali - e tenta di raccontare ciò che avvenne in Italia, intorno alla figura di Calvi, a cavallo tra il 1981 e il 1982. Difficile fare chiarezza su un episodio in cui di chiarezza ce n'è ben poca, ed infatti il rischio è che la trama del film possa risultare incomprensibile a chi di quegli avvenimenti non sa o non ricorda niente. Ma Ferrara ce lo dice chiaramente, che di chiaro (bisticcio di parole voluto) non c'è niente: il banchiere milanese aveva troppi nemici, dalla mafia alla massoneria, da certi partiti politici alla cosiddetta "finanza laica", dai servizi segreti, più o meno deviati, al Vaticano, che probabilmente, tramite Marcinkus, non fece granché per tirarlo fuori dalle peste. Personalmente, non mi sarebbe dispiaciuto un film che spiegasse come avesse fatto un uomo, entrato in azienda come semplice impiegato, a diventare presidente di un così importante gruppo bancario. Mastodontica interpretazione mimetica di Omero Antonutti.
Il lato B dell'assistente sociale
by sasso67 (27/04/2008 - 20:40)
L'assistente sociale tutto pepe (Italia, 1981) di Nando Cicero. Con Nadia Cassini (Nadia), Renzo Montagnani (Gratta), Yorgo Voyagis (Bel Ami), Irene Papas (la signora), Fiorenzo Fiorentini ("Monsignore"), Nino Terzo (Lacrima), Gigi Ballista (il vescovo), Elvira Cortese (la nonna).
Un'assistente sociale americana, capitata chissà come e perché in una borgata romana, tenta di redimere un gruppetto di ladruncoli, tra i quali l'aitante Bel Ami, di cui si è innamorata.
L'assistente sociale tutto pepe è, letteralmente, un film senza capo né coda, poiché la protagonista, tuffatasi nella missione sociale di cui al titolo, ha anche ambizioni da showgirl, pretesto utilizzato, tramite alcuni sogni inseriti qua e là, per allungare la minestra di una trama insipida. Il solo Nino Terzo, nella parte di un "prèfico", riesce a strappare qualche risata. Resta da capire cosa ci faccia in un film simile un'attrice seria come Irene Papas, probabilmente coinvolta dal connazionale Voyagis, già Giuseppe nel Gesù di Nazareth targato Zeffirelli, nonché compagno, all'epoca, della Cassini. La quale, ça va sans dire, recita quasi sempre di spalle. È, purtroppo, l'ultimo film di Gigi Ballista.
Mangia, bevi e 'un pensà a niente
by sasso67 (27/04/2008 - 20:38)
Venga a prendere il caffè... da noi (Italia, 1970) di Alberto Lattuada. Con Ugo Tognazzi (Emerenziano Paronzini), Francesca Romana Coluzzi (Tarsilla Tettamanzi), Angela Goodwin (Fortunata Tettamanzi), Milena Vukotic (Camilla Tettamanzi), Jean Jeacques Fourgeaud (Paolino), Valentine (Catherine), Checco Rissone (Mansueto Tettamanzi), Piero Chiara (Pozzi), Antonio Piovanelli (Don Casimiro), Nazzareno Natale (il giardiniere), Carla Mancini (la studentessa), Alberto Lattuada (il dott. Raggi).
Il maturo impiegato del catasto Emerenziano Paronzini decide di accasarsi con una delle sorelle Tettamanzi, ricche ereditiere. Una di loro ha già in corso una relazione con lo spiantato rigattiere Paolino, ma il ragioniere riesce a sposare la maggiore, iniziando tuttavia un menage a quattro, che lo vede passare da un letto all'altro delle tre sorelle, fino a quando la salute lo sorregge.
Felice trasposizione, da parte di Lattuada, del romanzo dello scrittore luinese Piero Chiara, La spartizione. Si capisce fin troppo bene quale sia "l'oggetto" da spartire, ma al di là della trama, è da notare l'ottima messinscena, tutta ambientata tra le brume autunnali del Lago Maggiore, dove Chiara ha ambientato la quasi totalità dei suoi romanzi e racconti. Trascurando forse un pochino il personaggio di Paolino, e forse anche buttando qualche particolare in macchietta (come la scena in cui il prete sorprende la Tarsilla con l'amante), si deve convenire, comunque, che il film è riuscito, e ciò anche grazie alle interpretazioni di un ottimo Ugo Tognazzi e di una superlativa Milena Vukotic (coppia che ritroveremo qualche anno dopo, insieme ad Angela Goodwin, in Amici miei, dove Tognazzi ripeterà anche la smorfia del paralitico), grandissima nella caratterizzazione di una zitella isterica. Molto brava anche Francesca Romana Coluzzi, probabilmente nella sua interpretazione migliore.
«...Lattuada è pur sempre regista di stile ed intelligenza fine, così che il suo riesce ad essere un divertimento non di rado vivace e acuto, anche nella scelta di tipi spettacolarmente validi, come quelli delle tre protagoniste e del personaggio reso con la solita bravura da Tognazzi.» (G. Gambetti, Bianco e nero, 11/12, 1970)
Dalli ar marziano
by sasso67 (25/04/2008 - 15:36)
Ciao marziano (Italia, 1979) di Pier Francesco Pingitore. Con Pippo Franco (Bix), Silvia Dionisio (Maddalena), Laura Troschel (Judy), Bombolo (Pietro, il brigadiere), Teo Teocoli (Don Paolo), Giancarlo Magalli (il sindaco di Roma), Dino Emanuelli (il cardinale), Isabella Biagini (Isabella), Aldo Giuffrè (il procuratore Ponzio), Oreste Lionello (il boss mafioso), Franco Citti (er Cinese), Gil Cagné (il visagista), Adriana Russo (la giornalista), Luciana Turina (la cantante), Sergio Leonardi (il benzinaio), Enzo Liberti (il dottore).
Un extraterrestre viene spedito a Roma per portare sul suo pianeta, considerato gemello del nostro, dodici terrestri, per studiare la possibilità che gli abitanti della Terra vivano su quel pianeta. Accolto come un eroe, Bix viene pian piano abbandonato da tutti e tradito dalla malavitosa Judy. Costretto a ripartire sulla sua astronave parcheggiata vicino al Colosseo, una bomba distrugge il mezzo spaziale e Bix è costretto a rimanere a Roma come un normale terrestre.
A parte la risibile parabola cristologica (i dodici discepoli, Pietro, Judy, la Maddalena eccetera), il film di Pingitore ha il difetto di non far quasi mai ridere, se si esclude qualche battutaccia qua e là di Bombolo, qui nelle vesti di questurino. Da antologia del trash di tutti i tempi la scena in cui viene organizzato uno spettacolo contro la fame nel mondo, dove l'attrazione della serata è Luciana Turina che canta W la pappa col pomodoro. Non basta la buona volontà di Pippo Franco, che canta e porta la croce, a salvare il film dall'insulsaggine.
Breve storia del cinema giapponese
by sasso67 (25/04/2008 - 15:28)
Max Tessier, Breve storia del cinema giapponese, Lindau, 1998, pp. 142, € 7,75
Interessante panoramica sul cinema giapponese dalle origini fino al 1997, anno di pubblicazione del libello in Francia, paese dell'autore. Si parla, naturalmente, del periodo d'oro della cinematografia nipponica - gli anni Cinquanta - e di Kurosawa, Mizoguchi e Ozu, ma anche degli autori meno noti in occidente, come Naruse, e di coloro che portarono in Giappone le istanze della nouvelle vague francese, da Oshima a Imamura, passando per Ichikawa (il regista dell'Arpa birmana) e Kobayashi (autore di Harakiri). Importanti sono gli accenni alla politica produttiva (spesso suicida) delle cosiddette major nipponiche, come la Toho, la Shochiku e la Daiei. Gli ultimi trent'anni, infine, sono stati di decadenza per l'arte cinematografica del Sol Levante, se si escludono i cartoni di Hayao Miyazaki e l'ascesa prepotente, avvenuta essenzialmente negli ultimi quindici anni, di Takeshi Kitano. Utile, in appendice, un glossario di termini giapponesi, da Bake-mono (i tradizionali film di fantasmi) a Zen (la più celebre delle sette buddiste).
San Michele del riflusso
by sasso67 (25/04/2008 - 13:04)
Maledetti vi amerò (Italia, 1979) di Marco Tullio Giordana. Con Flavio Bucci (Riccardo, detto Svitòl), Biagio Pelligra (il commissario), Micaela Pignatelli (Letizia), Anna Miserocchi (la madre), Agnès de Nobecourt (Guya), Alfredo Pea (Vincenzo), Franco Bizzoccoli (il partigiano), Massimo Jacoboni (Umberto), Stefano Manca di Villahermosa (Carlino), David Riondino (Beniamino), Pasquale Zito (Gigi).
L'ex contestatore Svitòl torna in Italia, dopo avere passato cinque anni di latitanza in Sud America. Tra i suoi amici tutto è cambiato: qualcuno si è integrato e sta facendo affari, qualcun altro è perso nel mondo della droga. Nessuno sembra più interessarsi alla lotta politica, specialmente dopo il delitto Moro, se non un commissario di polizia con il quale intesse una relazione quasi di amicizia.
Il film d'esordio di Giordana è una sorta di San Michele aveva un gallo (Fratelli Taviani, 1972) all'epoca del riflusso: il protagonista è ormai fuori dal mondo, portatore di idee, per quanto belle, ormai desuete. Ciò che gli resta da fare per dimostrare di esistere, e di non meritare il senso di compassione che i vecchi amici provano per lui, sarà un gesto estremo ed insensato.
Maledetti vi amerò rivelò un regista interessante, che purtroppo fallì la seconda prova (La caduta degli angeli ribelli) e solo in seguito si è dimostrato direttore di solido mestiere. Non tutti i critici capirono il film (lo stesso Mereghetti gli dà solo due pallini), perché probabilmente sfuggì loro che la cifra stilistica fondamentale dell'opera prima di Giordana è l'ironia. Questo film, infatti, anche grazie all'eccellente prova di Flavio Bucci, merita di figurare accanto ad un'opera simbolo del periodo del riflusso come Ecce bombo (1978) di Nanni Moretti. Tra i critici che, nell'immediatezza, compresero il valore di Maledetti vi amerò è Tullio Kezich, il quale scrisse (1980) che «è un film ben scritto e spesso ben girato, che colpisce molti dei suoi bersagli con una satira venata dall'amaro della grande delusione giovanile».
Quando la moglie di Raskolnikov è in vacanza
by sasso67 (21/04/2008 - 19:51)
L'uomo di paglia (Italia, 1957) di Pietro Germi. Con Pietro Germi (Andrea Zaccardi), Luisa Della Noce (Luisa Zaccardi), Franca Bettoja (Rita Fabiani), Saro Urzì (Beppe Colamonici), Edoardo Nevola (Giulio Zaccardi), Milly Monti (la madre di Rita), Romolo Giordani ("Caporetto" Fabiani), Luciano Marin (Gino Fabiani), Renato Montalbano (il fidanzato di Rita), Andrea Fantacci (Festucci, il toscano), Marcella Rovena (la portinaia).
Un operaio specializzato, sposato, durante l'assenza della moglie, al mare per la salute del figlio, intreccia una relazione con una dattilografa vicina di casa. Quando la moglie torna a casa, l'uomo rientra in famiglia. Disperata, la ragazza si uccide. L'uomo confessa tutto alla moglie, la quale se ne va di casa con il figlio. Durante un ultimo dell'anno in cui l'uomo si sente particolarmente solo e disperato, i familiari tornano a casa.
Secondo capitolo della "dilogia" familiare di Germi, L'uomo di paglia è forse meno riuscito del Ferroviere (1955), ma resta un'opera sentita e sincera. Si tratta indubbiamente di un film sulla famiglia, ma sarebbe molto da discutere se si tratti effettivamente di un film per la famiglia. È fuori di dubbio che Germi fosse un uomo all'antica e quindi attaccato alla famiglia tradizionale, ma il finale, che all'epoca molti giudicarono un lieto fine piuttosto incongruo, a vederlo bene tanto lieto non sembra, poiché la voce fuori campo della moglie del protagonista ci informa che "niente potrà più essere come prima". E in quest'uomo di paglia non potrà non rimanere un'ombra sia per il tradimento dei valori familiari (perpetrato non soltanto nei confronti della moglie, ma anche del figlioletto) sia per la morte della ragazza che ha compiuto il tragico gesto a causa sua. Nonostante qualche piccolo eccesso di patetismo (la morte del cane forse non era proprio necessaria), Germi riesce a raccontare con "malinconica spietatezza" (Sesti) il dramma di un uomo lacerato, che ci tocca ancora oggi, a più di cinquant'anni di distanza.
Due padrini al prezzo di uno
by sasso67 (21/04/2008 - 18:37)
L'altra faccia del padrino (Italia, 1973) di Franco Prosperi. Con Alighiero Noschese (Nick Buglione/Don Vito Monreale), Minnie Minoprio (Bonnie), Raymond Bussières (Don Gennaro Magliulo), Lino Banfi (Rocky Canosa), Fausto Tozzi (Malonzo), Elena Fiore (la moglie di Don Vito), Stefano Satta Flores (Jimmy Salvozzo), Guido Leontini (Tom Lager), Haidée Politoff (Angelica Magliulo), Mario Pilar (Tartaglioni), Romano PUppo e Claudio Ruffini (scagnozzi di Don Vito), Lenny Montana (Saro).
Testimone involontario di un omicidio, l'imitatore Nick Buglione si salva dai killer travestendosi come il padrino mafioso Don Vito Monreale, che è il mandante del delitto. Il boss utilizzerà l'imitatore come sosia, per sfuggire agli attentati dei suoi nemici.
La parodia del Padrino coppoliano è scoperta, anche per la presenza di Lenny Montana, che fu Luca Brasi nel film capostipite. Le citazioni, del Padrino e di altri film, sono numerose, ma il risultato complessivo non è divertente come ci si potrebbe aspettare, nonostante la bravura di Noschese e degli altri comprimari. Un ottimo Lino Banfi impersona il cognato di Don Vito, prende schiaffi da tutti, e porta il buffissimo nome di Rocky Canosa. Il regista Franco Prosperi non è lo stesso che collaborò con Gualtiero Jacopetti alla famigerata serie dei mondo movies (da Mondo cane in poi), ma un omonimo: nell'equivoco è caduto perfino l'Internet Movie Database, nonché il sito Cinematografo e la Garzantina dedicata al cinema e curata da Gianni Canova (che, infatti, arzigogola un po' di motivazioni per giustificare i passaggi repentini del regista dagli squallidi falsi reportage alle commedie con Noschese).
Aragosta muffita
by sasso67 (21/04/2008 - 18:24)
Aragosta a colazione (Italia/Francia, 1979) di Giorgio Capitani. Con Enrico Montesano (Enrico Tucci), Claude Brasseur (Mario Spinosi), Claudine Auger (Carla Spinosi), Janet Agren (Monique), Silvia Dionisio (Matilde Tucci), Geoffrey Copleston (Duchamp), Cesare Gelli (Franzi), Adriana Innocenti (la cantante), Franca Scagnetti (la vicina dei Tucci), Renzo Ozzano (il maitre del ristorante), Letizia D'Adderio (Domitilla Tucci), Roberto Della Casa (sommelier), Roberto Bonacini (Trocchia).
Un misero rappresentante di commercio pensa di chiedere aiuto economico ad un vecchio compagno di scuola, consorte di una miliardaria. Questi, però, ha bisogno che l'amico, in cambio, si finga il marito dell'amante che ha ospitato in casa all'insaputa della moglie.
Risaputa farsa che ripesca i rimasugli dal repertorio di Feydeau, con un Brasseur impegnato a sembrare frenetico, con un repertorio di smorfie che non convincerebbero un pubblico di bambini, e un Montesano che rispolvera la parodia di Jerry Lewis e qualche fiacca gag del Peter Sellers di Hollywood Party. Va bene che il film di Capitani è stato girato quasi trent'anni fa, ma anche allora sapeva già di muffa. L'unico motivo d'interesse è il corpo di Janet Agren, invitata a spogliarsi ogniqualvolta era presumibile che gli spettatori, nel buio della sala, cominciassero a ronfare.
Il placido Gange
by sasso67 (20/04/2008 - 02:07)
Aparajito (India, 1956) di Satyajit Ray. Con Pinaki Sengupta (Apu bambino), Smaran Ghosal (Apu ragazzo), Karuna Bannerjee (Sarbojaya Ray), Kanu Bannerjee (Harihar Ray), Sudipta Roy (Nirupama), Subodh Ganguli (il preside), Mani Srimani (l'ispettore), Kalicharan Roy (il tipografo).
Muore il padre del piccolo Apu, ragazzino bengalese di Benares, sul Gange. Destinato a diventare un sacerdote, come il padre, Apu chiede ed ottiene dalla madre di poter frequentare anche la scuola laica. Classificatosi come uno dei migliori del distretto, il ragazzo, ormai adolescente, ottiene una borsa di studio per completare gli studi a Calcutta. Si separa, così, dalla madre, la quale rimane dolorosamente, ma silenziosamente, sola. E il figlio, quando la madre muore, non tornerà in tempo neppure per i funerali.
Secondo capitolo della trilogia Pather Panchali, incentrata sulla figura di Apu, Aparajito è uno dei capolavori della cinematografia indiana. Satyajit Ray si ispira chiaramente al neorealismo italiano, nelle forme e nello spirito. Figlio di un paese nuovo, nella sua fresca indipendenza, Ray ha una visione più ottimista dei neorealisti, e, nel suo profondo umanesimo, vede nel sacrificio dei "vecchi" una condizione necessaria per il progresso e l'affermazione dei giovani. Così la madre di Apu si rassegna alla perdita dell'unico figlio, dopo avere perduto inespettatamente il marito per un improvviso malore.
In questo film, accanto agli scorci voluti da Ray, del placido Gange e dei treni superaffollati, contano le facce dei personaggi, ed è eccezionale quella di Karuna Bannerjee (un'attrice non professionista, e comunque qui alle prime armi), che interpreta la parte della madre di Apu: con un semplice movimento degli occhi riesce, con naturalezza, a far percepire allo spettatore un sentimento profondo dell'animo. Anche a distanza di più di cinquant'anni.
Ultimo giro di valzer per Mark
by sasso67 (19/04/2008 - 12:46)
Mark colpisce ancora (Italia, 1976) di Stelvio Massi. Con Franco Gasparri (Mark Patti), John Saxon (l'ispettore Altman), John Steiner (Paul Henkel), Marcella Michelangeli (Olga Kuber), Giampiero Albertini (il commissario Mantelli), Paul Muller (l'uomo dell'interpol), Malisa Longo (Isa), Andrea Aureli (Pappadato), Pasquale Basile (l'autista a Vienna).
Il poliziotto romano Mark Patti s'infiltra in quella che sembra una sorta di banda Baader-Meinhof, dedita al terrorismo internazionale, che trascina il protagonista fino a Vienna.
Terza apparizione cinematografica del poliziotto Mark, che però qui cambia nome e ruolo: non si chiama più Terzi ma Patti ed è un semplice agente di p. s., con spiccato accento romanesco. Il film funziona per due terzi - con un personaggio che enuncia chiaramente la teoria della strategia della tensione -, poi resta un po' avviluppato su sé stesso, con questi personaggi in cerca di un finale plausibile, che tuttavia stenta ad arrivare. Ed infatti questa è l'ultima avventura di Mark ed anche l'ultimo film di Gasparri. Ed è un peccato, perché lo sfortunato divo dei fotoromanzi cominciava a sapersi muovere all'interno dell'inquadratura, al contrario dei suoi primi film, in cui, da buom modello fotografico era piuttosto statico e legnoso nei movimenti. Steiner si conferma un ottimo cattivo, Albertini ha una parte un po' troppo scarna e Malisa Longo si fa ammirare in tutta la sua bellezza.
«Rispetto ai film del filone “all’italiana”, il nostro poliziotto ha imparato a sparare meno, a spargere meno sangue e a inseguire meno gonnelle. Ma tutto rimane in un ambito da fumetto, senza alcun riferimento preciso ai motivi storici e politici del terrorismo, guardandosi bene dallo spiegare chiaramente a chi giova la politica del disordine.» Al.Fe. (Alessandro Ferraù) - Paese Sera - 28/01/1977
Ulisse tra epica e tv
by sasso67 (19/04/2008 - 11:50)
Le avventure di Ulisse (Italia/Jugoslavia/RFT, 1968) di Franco Rossi. Con Bekim Fehmiu (Ulisse), Irene Papas (Penelope), Juliette Mayniel (Circe), Barbara Gregorini [Bach] (Nausicaa), Michèle Breton (Atena), Roy Purcell (Alcinoo), Marina Berti (Arete), Renaud Verley (Telemaco), Ivica Pajer (Euriloco), Giulio Donnini (Tiresia), Marcella Valeri (Euriclea), Constantin Nepo (Antinoo), Karl-Otto Alberty (Eurimaco), Husein Cokic (Eumeo).
Si tratta della versione cinematografica, e quindi abbreviata (benché duri più di tre ore), dello sceneggiato tratto da Franco Rossi dall'Odissea per la Tv pubblica italiana. È un tuffo nell'antichità preclassica, e il fascino dell'opera funziona anche se mancano all'appello diversi celebri episodi del poema omerico (per fare un esempio, quello di Polifemo). L'azione comincia con Ulisse già accolto presso la corte dell'isola dei Feaci, e si concentra, in flashback (un procedimento già presente nell'Odissea), sulla permanenza di Ulisse presso la maga Circe, la discesa nell'Ade, e la riconquista di Itaca, con la necessaria vendetta sui Proci. L'esperimento di Franco Rossi dovrebbe costituire un paradigma per chiunque si voglia cimentare con opere simili: forse privo di guizzi, ma rispondente con le immagini ad un mondo arcaico per niente arcadico. Fra tanti volti di attori provenienti soprattutto dall'ex Jugoslavia, spicca quello di Penelope, che avrà per sempre le sembianze della corinzia Irene Papas.
Chi ha paura della gatta 'gnuda?
by sasso67 (15/04/2008 - 20:14)
LA GATTA DA PELARE (Italia, 1981) di Pippo Franco. Con Pippo Franco (Stefano Valenti), Janet Agren (Margaret), Daniela Poggi (Luisa Valenti), Orso Maria Guerrini (il prof. Maraldi), Franco Bisazza (Enzo Cantoni), Tuccio Musumeci (Carlotti), Nando Paone (Luigi Donizetti), Giancarlo Magalli (il capitano dei Carabinieri), Clara Colosimo (la madre di Donizetti).
Disegnatore umoristico geloso uccide, nei suoi fumetti, lo psicoanalista della moglie, malata di agorafobia. Quando l'omicidio accade nella realtà, naturalmente il maggior indiziato è lui. Per il suo primo film di regista, P. Franco ha scritto il copione, con l'aiuto di Ugo Liberatore, e composto le musiche. Lasco e verboso. (Il Morandini) Nonostante la continua frenesia del protagonista, il film riesce a risultare di una lentezza quasi esasperante. Fra l'altro, la parodia della psicoanalisi freudiana interessa a pochi e non è la stessa cosa se chi la propone si chiama Pippo Franco anziché Woody Allen. In altri film gli sceneggiatori e i registi sono stati capaci di fornire al mattatore del Bagaglino personaggi - se non credibili - almeno divertenti (ma qui, ahimè, in sceneggiatura c'è il disastroso Magalli!). Questo Valenti funziona davvero pochino. Il maggior pregio di questo film è l'aver fatto comprendere a Pippo Franco che la regia non fa per lui. (G.P.)
La musica del diavolo (perché ce l'hanno mandata)
by sasso67 (15/04/2008 - 20:11)
IL MIELE DEL DIAVOLO (Italia, 1986) di Lucio Fulci. Con Brett Halsey (il dott. Wendell Simpson), Corinne Cléry (Carol Simpson), Paula Molina (Sandra), Blanca Marsillach (Cecilia), Stefano Madia (Gaetano).
Una giovane ragazza perdutamente innamorata di un sassofonista che la umilia in continuazione e la costringe ad abbandonarsi a giochi erotici e a gesti di sottomissione continui, non riesce a ribellarsi anzi pare provare piacere nel sentirsi usata. Un incidente stradale condurrà il sassofonista in uno stato di coma profondo ed il medico, causa una negligenza in sala operatoria, ne causerà involontariamente la morte. La ragazza deciderà di vendicarsi prima con telefonate minatorie poi con il rapimento del medico e le successive torture principalmente a sfondo sessuale. Ma tra il prigioniero e la sua carceriera nasce un rapporto malato basato su violenza e amore, passione e tortura per un lieto fine azzardato e difficile da digerire. (Wikipedia) L. Fulci passa dall'horror al porno soft con una vena accentuata di sadomasochismo, ma il suo cinema rimane nell'ambito di un provincialismo perverso che soltanto i cultori modaioli del trash sono in grado di apprezzare. (Il Morandini) La sceneggiatura è completamente sconnessa, tanto da rendere la trama un semplice e banale pretesto per consentire alle attrici di spogliarsi il più spesso possibile. La recitazione degli interpreti - quasi tutti dedicatisi in seguito ad attività nelle quali sono meno scarsi - è pressoché catatonica, e tutto l'insieme risulta talmente insulso da non riuscire a far ridere neanche involontariamente (G.P.)
L'uomo di pagliacciata
by sasso67 (15/04/2008 - 19:23)
Le braghe del padrone (Italia, 1978) di Flavio Mogherini. Con Enrico Montesano (Vittorio Pieroni), Adolfo Celi (Eugenio, il presidente), Milena Vukotic (Lilly), Paolo Poli (il diavolo), Enrico Beruschi (l'architetto Silvestri), Felice Andreasi
(Verzelli), Annabella Incontrera (Giulia), Eugene Walter (De Dominicis), Rebecca Reder (Marzia), Vanna Brosio (l'intervistatrice).
Un pulitore di vetri, grazie al proprio "diavolo custode", fa molto disonestamente carriera all'interno di una casa editrice. Alla fine, però, si accorgerà di essere stato usato come testa di legno dal molto più diabolico presidente.
Il film non funziona né come rivisitazione del mito di Faust né come variante gogoliana e/o cecoviana delle tragicomiche avventure dei vari ragionieri Fantozzi e Fracchia. Da questo punto di vista, Montesano si dimostra ancora immaturo, non riuscendo ancora a sbozzolarsi da una sorta di personaggio ad imitazione del primo Jerry Lewis. Mogherini, invece, pur essendo un ottimo scenografo, è incapace di dare nerbo alla storia, che ne risulta fiacca e confusa. Adolfo Celi, nella parte del diabolico presidente, è bravo, come al solito, ma l'insieme manca di mordente e di una vera ragion d'essere.
L'angelo sterminatore con lo spinterogeno
by sasso67 (09/04/2008 - 20:07)
L'ingorgo - Una storia impossibile (Italia/Francia/RFT/Spagna, 1978) di Luigi Comencini. Con Alberto Sordi (l'avv. De Benedetti), Marcello Mastroianni (Marco Montefoschi), Ugo Tognazzi (il professore), Gérard Depardieu (Franco), Miou-Miou (Angela), Annie Girardot (Irene), Fernando Rey (Carlo), Orazio Orlando (Ferretti), Stefania Sandrelli (Teresa), Gianni Cavina (Pompeo), Angela Molina (Martina), Harry Baer (Mario), Ciccio Ingrassia (il ferito), Patrick Dewaere (il monologante), Giovannella Grifeo (Germana), Nando Orfei (l'autista di Montefoschi), Eleonora Comencini (la ragazza in taxi), Ferdinando Murolo (un gangster).
Il comportamento di una serie di personaggi delle estrazioni sociali più diverse, durante un gigantesco ingorgo, durato la bellezza di trentasei ore, sul raccordo anulare di Roma. Alcuni sviluppi saranno comici, altri patetici, altri addirittura tragici.
Da uno spunto interessante, che poteva preludere ad un grande apologo grottesco, nasce un film poco riuscito, forse anche per la volontà degli autori della sceneggiatura (tra i quali i pur validi Maccari e Zapponi) di inserire fin troppi spunti di attualità, a partire dall'aborto fino alla violenza di gruppo in stile Circeo. Contribuiscono alla scarsa riuscita dell'insieme una serie di attori singolarmente grandissimi, ma la cui scelta è qui dettata più dalle ragioni della coproduzione che dall'effettiva aderenza ai personaggi creati da Comencini e dai suoi complici. Se, accanto ad una riuscita coppia Alberto Sordi - Orazio Orlando, Depardieu c'entra come il cavolo a merenda, risultano assolutamente sprecati i ferreriani Ugo Tognazzi e Annie Girardot, nonché i buñueliani Fernando Rey e Angela Molina. Sicché conviene accodarsi all'opinione di Tullio Kezich, che all'epoca scrisse: «Se gli altri interpreti fossero all'altezza di Sordi non avremmo ancora la grande metafora apocalittica che era nelle intenzioni dell'autore, ma almeno un risentito specchio dei tempi. Purtroppo i tipi residui e le relative storie sono senza sale [...] Piantato come un metropolitano al centro di questo groviglio automobilistico, Comencini non riesce a disciplinare il traffico dei personaggi e rischia l'ingorgo narrativo».
La vendetta è un piatto che si serve freddato
by sasso67 (08/04/2008 - 22:55)
I CATTIVI DORMONO IN PACE (Giappone, 1960) di Akira Kurosawa. Con Toshiro Mifune (Koichi Nishi), Takashi Shimura (Moriyama), Takeshi Kato (Itakura), Kyoko Kagawa (Keiko Nishi), Masayuki Mori (il vicepresidente Iwabuchi), Tatsuya Mihashi (Tatsuo Iwabuchi), Chishu Ryu (il procuratore Nonaka).
In un grnade albergo si sta celebrando il matrimonio tra la figlia del vicepresidente dell'ente statale per la gestione dei terreni incolti e un giovane dirigente dello stesso ente. Ma i giornalisti sono accorsi sul posto anche perché sta per essere arrestato il responsabile dei contratti dell'ente pubblico, accusato di corruzione per una speculazione edilizia condotta in combutta con un'impresa edile. Da questo momento si dipana una serie di eventi, con al centro il progetto di vendetta da parte del figlio di un ex funzionario dell'ente statale, costretto dai suoi superiori al suicidio. "Vigoroso melodramma di denuncia della corruzione dilagante nell'alta finanza giapponese, con cadenze di un giallo satirico. Dopo un'ottima prima parte, diventa un po' schematico e didattico verso la fine". (Il Morandini) Il film è forse troppo lungo e, in alcuni snodi, fin troppo melodrammatico, ma è necessario ricordarsi che Kurosawa è probabilmente l'erede legittimo di Shakespeare in terra d'oriente. Qualche scena madre, pertanto, e qualche appassionato monologo rientrano nei canoni della moderna tragedia di stampo elisabettiano. Su un altro versante, quello della denuncia sociale e politica, invece, I cattivi dormono in pace (titolo tutt'altro che ironico, anzi, per la verità assai amaro) sembra anticipare certe prove di Francesco Rosi, come Le mani sulla città, in cui il tono è più asciutto e la requisitoria sulla corruttela connessa alla speculazione edilizia - e, più in generale, nei confronti del malcostume politico italo-partenopeo - è più diretta e meno condizionata da elementi melodrammatici. Nel film di Kurosawa spicca, invece, la figura della giovane figlia del vicepresidente, fisicamente menomata, sposa innamorata di un uomo che invece non può amarla, perché è completamente preso dal suo progetto di vendetta. Nonostante che non sia uno dei film più noti di Kurosawa, I cattivi dormono in pace è uno dei suoi migliori film d'ambientazione contemporanea, anche per il coraggio di affrontare argomenti di un'attualità tremendamente scottante, un po' come Porci, geishe e marinai (1961) di Imamura. Magistrale la sequenza iniziale del matrimonio, paragonabile a quella del Padrino di Coppola. (G.P.)
Microcosmo di via Merulana
by sasso67 (06/04/2008 - 01:34)
Un maledetto imbroglio (Italia, 1959) di Pietro Germi. Con Pietro Germi (il commissario Ingravallo), Saro Urzì (Saro), Eleonora Rossi Drago (Liliana Banducci), Claudio Gora (Remo Banducci), Franco Fabrizi (Massimo Valdarena), Claudia Cardinale (Assuntina Jacovacci), Nino Castelnuovo (Diomede Lanciani), Toni Ucci (er Patata).
Il furto avvenuto in un ricco appartamento e il cadavere trovato in un altro appartamento hanno qualcosa in comune? Ingravallo, commissario della Squadra Mobile di Roma, indaga. Liberamente tratto dal romanzo (1947-57) di Carlo Emilio Gadda Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, fu, quando apparve, il miglior giallo in assoluto del cinema italiano. Preannuncia sia l'imminente commedia all'italiana degli anni '60 sia le lenti deformanti e impietose con cui P. Germi racconta la borghesia italiana in Sedotta e abbandonata (1963) e Signori e signore (1965). "La gestione dei due registri (quello comico, quello poliziesco-drammatico) è saldamente nelle mani della sua interpretazione e del modo cui il Germi regista... riesce a tenerli separati senza che si confondano o neghino l'un l'altro" (Mario Sesti). Nastro d'argento 1960 per la sceneggiatura di Alfredo Giannetti, Ennio De Concini, P. Germi. (Il Morandini)
La gestione “all’americana” della trama gaddiana (nel film, a differenza che nel romanzo il colpevole dell’omicidio è individuato) rende avvincente e perfino gradevole la visione di un film tratto dal libro di un autore difficilmente traducibile in pellicola. La torma di personaggi che gravitano attorno al filone principale del film prelude alla svolta comico-satirica che Germi darà al proprio cinema negli anni sessanta, e fanno di questo giallo anomalo (simile, per certi aspetti, al successivo La donna della domenica di Comencini, da Fruttero & Lucentini) uno dei migliori esempi del nostro cinema di genere di sempre. Gran parte della riuscita del film, a parte un'ottima sceneggiatura di Germi, De Concini e Giannetti e un buon montaggio curato da Roberto Cinquini, va ascritta a merito del regista, che ha saputo scegliere gli interpreti giusti: più che lo stesso Germi nella parte del caracollante Ingravallo, modellato su tanti esempi americani, sono da apprezzare Gora e F. Fabrizi nella consueta (per entrambi) caratterizzazione di personaggi squallidi e patetici al tempo stesso, e all’impagabile Saro Urzì, sicuramente uno dei migliori caratteristi italiani di ogni tempo. (G.P.)
Bambini venite parvulos
by sasso67 (03/04/2008 - 00:36)
Non si sevizia un paperino (Italia, 1972) di Lucio Fulci. Con Tomas Milian (Andrea Martelli), Barbara Bouchet (Patrizia), Florinda Bolkan (la maciara), Irene Papas (Aurelia Mallone), Marc Porel (don Alberto Mallone), Georges Wilson (Zio Francesco), Ugo D'Alessio (il maresciallo Modesti), Virginio Gazzolo (il magistrato), Antonello Campodifiori (tenente dei Carabinieri), Vito Passeri (Giuseppe Barra, 'u scemu), Andrea Aureli (Lo Cascio), Linda Sini (la signora Lo Cascio), Franco Balducci (il padre di Michele).
Alcuni ragazzini di un paesino del sud d'Italia vengono uccisi barbaramente. Primo sospettato lo scemo del villaggio, che però non c'entra niente. Seconda sospettata una fattucchiera mezza demente e resa selvaggia dalla morte del figlioletto. Dopo il linciaggio di quest'ultima si scopre che neanche lei era l'assassina.
«Disonesto nella manipolazione della suspense a livello di sceneggiatura, troppo compiaciuto nel ricorso al raccapricciante, ha un indubbio nerbo narrativo che non esclude ambizioni sociologiche.» (Il Morandini)
Tra i film di Fulci, è sicuramente uno dei migliori, grazie ad un'accuratezza tecnica che il regista romano non sempre ha saputo ottenere per i suoi lavori, spesso girati con due soldi. Con un cast d'eccellenza per un'opera del genere (e di genere), Fulci sa ottenere un risultato di tutto rispetto per un film che si pone sulla falsariga dei primi film di Dario Argento. Quanto il film di Fulci perde in tensione narrativa e tenuta spettacolare, rispetto alle coeve opere di Argento, guadagna in ambizioni sociologiche e nel coraggio di parlare di tematiche (l'arretratezza del sud, la passione della gente per la magia, bianca e nera, il linciaggio dei presunti colpevoli, la corruzione dell'infanzia, il disagio dei preti, il ruolo della magistratura e della stampa, eccetera) che restano d'attualità a quasi quarant'anni di distanza. Ottimi i comprimari (Ugo D'Alessio tra tutti); non bravissima ma bellissima la Bouchet.
Se questo è il libro Cuore, c'è bisogno di un cardiologo
by sasso67 (02/04/2008 - 21:26)
Tutti a squola (Italia, 1979) di Pierfrancesco Pingitore. Con Pippo Franco (il prof. Pippo Bottini), Laura Troschel (Laura), Bombolo (Bombolo, il bidello), Oreste Lionello (il prof. Pampuri), Lino Banfi (Pasquale), Gianfranco D'Angelo (il preside), Isabella Biagini (Isa, la prostituta), Sergio Leonardi (Masticone, il pappone), Jack La Cayenne (Don Luca), Francesco De Rosa (Franzo Zelletti), Ester Carloni (zia Maria), Nerina Montagnani (zia Marta), Franca Scagnetti (una vicina del prof. Bottini).
Un professore di liceo, tradizionalista e cultore del libro Cuore di De Amicis, è contestato dai suoi studenti, finché, a causa di un ricatto, non viene arrestato per spaccio di droga, diventando così un idolo.
«Commediaccia di bieco qualunquismo con dialoghi beceri e personaggi bavosi in linea con l'umorismo più basso del Bagaglino» (Il Morandini)
Politicamente scorretto, ("ma chi è 'sto mongoloide?" esclama il pappone Masticone affibbiando un sonoro manrovescio al malcapitato Bottini), il film di Pingitore ha qualche situazione buffa e, qua e là, qualche battuta effettivamente divertente, soprattutto grazie alla verve di Bombolo e del protagonista, ma complessivamente non si solleva da un tono di generale mediocrità, a differenza di altre prove, più riuscite (come Il casinista e L'imbranato), sempre con Pippo Franco primattore. Paragonato a questo, Giovannona Coscialunga è un capolavoro.
La morte del topo
by sasso67 (02/04/2008 - 20:53)
I cospiratori (USA, 1970) di Martin Ritt. Con Richard Harris (James McParlan/McKenna), Sean Connery (Jack Kehoe), Samantha Eggar (Mary Raines), Frank Finlay (il capitano Davies), Anthony Zerbe (Tom Dougherty), Art Lund (Frazier), Philip Bourneuf (padre O'Connor), Brendan Dillon (Dan Raines).
Nel 1876, la setta segreta dei Molly Maguires pensa di difendere gli interessi dei minatori di carbone della Pennsylvania, sabotando le attività delle compagnie estrattive. La polizia infiltra un suo uomo nell'organizzazione per sgominarla.
I cospiratori è uno di quei film che non si può fare a meno di guardare con piacere e con ammirazione. Prodotto tipico della filmografia di Ritt, coniuga quasi alla perfezione l'impegno sociale e politico (non per caso il regista era stato inserito nella lista nera durante il maccartismo) con la tenuta spettacolare. E se alla denuncia dello sfruttamento dei minatori (destinati a una precoce morte nelle viscere della terra o, chi ne scampa, per silicosi) Ritt, che rifugge qualsiasi possa sembrare lo snodo drammatico più prevedibile, si dedica anima e corpo, mettendo in scena un 1876 lontanissimo dagli stereotipi western, al secondo aspetto, quello che gratifica gli occhi, contribuisce in modo determinante la fotografia di James Wong Howe e la recitazione solida di Sean Connery, nonché quella tormentata del giuda Richard Harris.
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