DELITTO AL BLUE GAY (Italia/Germania, 1984) di Bruno Corbucci. Con Tomas Milian (l'ispettore Nico Giraldi), Bombolo (Venticello), Olimpia Di Nardo (Angela), Paco Fabrini (Rocky Giraldi), Vinicio Diamanti (Colomba Lamar), Enzo Garinei (giudice), Franco Caracciolo (regista), Angelo Pellegrino (il direttore del Blue Gay), Marcello Martana (Trentini), Anita Kupsch (Brigitte), Monica Gruber (Trizzy), Holger Münzer (Kurt Linder), Marina Hedman (la bionda che adesca Venticello). Un ragazzo che lavorava al Blue Gay, un cabaret di travestiti, viene trovato ucciso, strangolato. Il maresciallo Nico Giraldi (Tomas Milian) viene incaricato di indagare, infiltrandosi nell'ambiente gay romano. Nico accetta, se non altro per allontanarsi dalla figlia neonata che piange tutta la notte e dalla moglie (Olimpia Di Nardo) esaurita. Va a vivere a casa di Venticello (Bombolo), il quale lo aiuta nelle indagini fingendosi un travestito. Sotto copertura Giraldi avvicina Colomba Lamar, prima "donna" del locale e principale sospettata. (<http://it.wikipedia.org>) L'ultima avventura dell'ormai ispettore Giraldi (evidentemente, a dispetto delle brutte maniere, la polizia italiana promuove chi ottiene i risultati) è stanca e poco divertente, ma soprattutto si arena nelle secche di battute stereotipate sui gay, che spesso sembrano dei rimasugli esclusi dalla sceneggiatura del Vizietto. L'unico elemento di sicuro divertimento è dato, come al solito, dalla presenza di Bombolo, che, fingendosi la moglie di Giraldi, viene definito "una budellona" e si immedesima talmente nella parte da pretendere la donna di servizio. Il finale ambientato a Berlino, inserito quale onere verso la coproduzione tedesca, sembra appiccicato con lo sputo, e vede il solito Bombolo nelle vesti di improbabile ultrà della Juventus.
MILANO ROVENTE (Italia, 1972) di Umberto Lenzi. Con Antonio Sabàto (Salvatore Cangemi), Philippe Leroy (Roger Daverty), Marisa Mell (Jasmina Sanders), Antonio Casagrande (Lino Carruzi), Carla Romanelli (Virginia), Tano Cimarosa (Bartolo), Franco Fantasia (il commissario). Sotto le mentite spoglie di un rispettabile commerciante all'ingrosso di frutta e verdura, il siciliano Salvatore Cangemi gestisce in grande un giro di prostituzione. Un boss francese del traffico di stupefacenti gli propone di sfruttare le prostitute anche per lo spaccio della droga, ma il siciliano rifiuta, poiché gli viene offerta una percentuale troppo bassa. Viene richiesta un'opera di mediazione da parte del boss italoamericano Billy Barone. La guerra di malavita, comunque, prosegue e, alla fine, tra i due litiganti sarà il terzo a godere. Un poliziesco stilizzato e violento, diretto con mestiere, ma poca inventiva, da Umberto Lenzi. La sceneggiatura è inutilmente ingarbugliata e il risultato è ben lontano dalla riuscita di Milano calibro 9 di Fernando Di Leo, cui è accomunato dalla presenza di Leroy. La violenza fredda di Lenzi fa di Milano rovente un poliziottesco nichilista che, però, scivola via sulla faccia non molto espressiva di Sabàto. Decorativa la presenza della bellissima attrice austriaca Marisa Mell.
GLI AMICI DI NICK HEZARD (Italia, 1975) di Fernando Di Leo. Con Luc Merenda (Nick Hezard), Lee J. Cobb (Robert Clark, "l'americano"), Valentina Cortese (la madre di Nick), Gabriele Ferzetti (Maurice), Luciana Paluzzi, Dagmar Lassander (Chantal). Per vendicare l'amico ucciso, Hezard escogita un tiro mancino contro un boss e gli fa sganciare un bel malloppo. Una stangata all'italiana raccontata con mano pesante. Comicità mal bilanciata. (Il Morandini) Secondo lo stesso Di Leo, da un'ottima sceneggiatura non riuscì a fare un buon film, un po' a causa della mancanza di personalità dell'attore protagonista un po' per i rimaneggiamenti che dovette apportare al testo. In realtà, già sulla carta il film non si presentava nuovissimo, trattandosi di una sorta di rifacimento europeo della Stangata con Redford e Newman. Se Lee J. Cobb (che tuttavia si spese fin troppo nel cinema italiano di genere) interpreta un cattivo degno di questo nome, Luc Merenda non è certo all'altezza dei suoi omologhi americani; e se Ferzetti riesce comunque a dare credibilità al suo personaggio, Valentina Cortese, bravissima attrice teatrale, al cinema non è mai riuscita ad offrire prestazioni realmente credibili.
LA RAGAZZA DEL LAGO (Italia, 2007) di Andrea Molaioli. Con Toni Servillo, Fabrizio Gifuni, Valeria Golino, Omero Antonutti, Anna Bonaiuto, Marco Baliani, Nello
Mascia. Il cadavere di una ragazzina viene ritrovato sulle sponde di un lago, nei pressi di un paesino del Friuli. Il primo sospettato è il fidanzato, ma le cose sono sempre un po' più complicate di come sembrano. Come nei romanzi di Simenon e nei film di Chabrol, l'indagine poliziesca in sé conta molto meno del contesto umano e sociale nel quale si svolge. L'ambientazione rarefatta del paesaggio prealpino, poi, rimanda anche a Dürrenmatt, mentre la messinscena nel suo complesso non può non ricordare il nuovo cinema italiano d'autore, alla Garrone e alla Sorrentino. Con l'intento di rifiutare qualsiasi soluzione che possa risultare rassicurante, l'ottimo esordiente Molaioli esagera, semmai, sul versante opposto, creando una serie di elementi disturbanti nel campo dell'indagine e in quello della vita privata del poliziotto. Così si affastellano bambini morti e baby sitter maliziose, mogli pazze e allenatori satiri, handicappati in sospetto di pedofilia e bravi cittadini che risolvono i problemi con la morte altrui. Il film è comunque ben riuscito (seppure, forse, alquanto sopravvalutato), anche grazie ad attori come Toni Servillo, il cui unico rischio è, oramai, quello di gigioneggiare in quel suo minimalismo recitativo. «[...] Il regista è delicato e implacabile nel dipingere un ritratto di umanità dolente, debole, soffocata, incapace di affrontare la diversità. Film di genere su un mondo degenere.» (Boris Sollazzo, Rolling Stone)
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