Ciao sono sasso67
Vedi il mio profilo


Co-autori

Ciao sono

Giugno 2008

DLMMGVS
1 2 3 4 5 6 7
8 9 10 11 12 13 14
15 16 17 18 19 20 21
22 23 24 25 26 27 28
29 30

Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us
Archivio Giugno 2008

Facciamola finita

by sasso67 (28/06/2008 - 18:45)

Il diavolo probabilmente (Francia, 1977) di Robert Bresson. Con Antoine Monnier (Charles), Tina Irissari (Alberte), Henri de Maublanc (Michel), Laetitia Carcano (Edwige), Régis Hanrion (il Dott. Mime, psicanalista), Geoffroy Gaussen (il libraio), Roger Honorat (il commissario), Nicolas Deguy (Valentin).

Un ragazzo intelligentissimo, deluso dalla vita e da chi gli sta intorno, sceglie la via del suicidio, un po' alla maniera degli antichi romani, un po' sacrificandosi come Gesù Cristo. Il cinema di Bresson non è mai stato "per tutti", ma qui è aancora più criptico, e la sensazione di straniamento cui è sottoposto lo spettatore è acentuata dalla recitazione catatonica, da teatro brechtiano, degli attori, tutti rigorosamente non professionisti. Il discorso sembra farsi fin troppo complicato dal punto di vista concettuale, mentre sul piano puramente cinematografico, pur mantenendo i suoi tempi e i suoi metodi, Bresson sembra piegare il capo a una sorta di manierismo godardiano, che per troppi anni in Francia è sembrato vincente, allontanando dal cinema transalpino molti spettatori, disposti, sì, ad ascoltare discorsoni, ma non a farsi prendere per il culo da un regista qualunque. In ogni caso, per concludere, Il diavolo probabilmente... è un film intelligente, ma non coinvolgente: a chi volesse accostarsi al cinema di Bresson, consiglierei di cominciare dal Diario di un curato di campagna (1950), da Pickpocket (1959) o perfino da L'argent (1983), successivo a questo ed ultimo film del Maestro.

Tag: cinema

Comica finale

by sasso67 (28/06/2008 - 18:22)

Kurt Vonnegut, Comica finale, Elèuthera, 1998, p. 238, € 15,00

Nell'aprile del 2007, quando morì Kurt Vonnegut, Michele Serra su Repubblica gli dedicò la sua rubrica L'amaca, scrivendo che era morto un grande scrittore ed invitando a leggere le sue opere. Diceva che i suoi romanzi più noti sono Mattatoio n. 5, Ghiaccio nove e La colazione dei campioni, ma consigliava chi non avesse ancora letto niente dello scrittore americano, a cominciare da Comica finale. Io ho fatto così e ne sono rimasto deluso. Ho letto un romanzo postmoderno, che brulicherà pure di idee, come scrive Goffredo Fofi nella prefazione, ma lascia interdetti ed insoddisfatti. Nell'ambito della dissoluzione del mondo, e degli Stati Uniti in particolare (che si frammentano in una serie di staterelli medievali, come il Regno del michigan e il Ducato dell'Oklahoma), si racconta la storia del personaggio deforme William Giunchiglia-11 Swain, essere mostruoso e quasi neanderthaliano, che assurge alla carica di ultimo Presidente degli USA. Ma il libro non decolla e non riesce ad emozionare neanche nelle ultime pagine, nelle quali l'assurdo sfacelo di un'umanità ormai ridotta dalle guerre e dalle malattie (la terribile Morte Verde) allo stato brado lascia intravedere qualche briciola d'umanità nella persona di una bambina che si è portata dietro, lungo un viaggio allucinante tra le rovine americane, il candeliere di Dresda, novello Sacro Graal di una civiltà ridotta al lumicino.

Sia chiaro: Comica finale non fa ridere. Come anticipa Vonnegut nelle prime pagine del libro, il titolo è dovuto, sì, alle comiche di Stanlio e Ollio, ma perché i due personaggi, nelle loro patetiche avventure, qualsiasi cosa stessero facendo, ci mettevano tutti sé stessi, andando inevitabilmente incontro ad un tragico fallimento.

Tag: libro,romanzo

Giustiziere a marechiaro

by sasso67 (28/06/2008 - 18:20)

Napoli: serenata calibro 9 (Italia, 1978) di Alfonso Brescia. Con Mario Merola (Don Salvatore Savastano), Nick Jordan (Totonno o' Pazzo), Ria De Simone (Marilì), Marco Gilardino (Gennarino), Lucio Montanaro (brigadiere Capezzuto), Nunzio Gallo (il commissario), Leopoldo Mastelloni (la Tigre di Forcella).

I film di Mario Merola hanno tutti lo stesso schema: il camorrista buono, attuale o ex contrabbandiere, con notevoli doti canore, subisce l'ingiusta uccisione della moglie o del figlio o di tutt'e due e cerca la vendetta.

Qui lo schema si ripete, ma la situazione, seppure risaputa, funziona, nonostante le riserve morali che si debbono fare su un film che propone come modello un camorrista quasi onesto, di quelli che trafficano con le sigarette ma disdegnano la droga, e che ammazzano solo per un senso di giustizia e nonostante il tentativo miserando di inserire della comicità in questa sceneggiata (la scena madre è affidata a Ria De Simone): il solito Montanaro proprio non ne vuol sapere di far ridere. Comunque si capisce che Alfonso Brescia è uno che la macchina da presa la sa tenere in mano, e già che c'è aggiunge allo schema usuale l'inseguimento tipico del poliziesco, ma stavolta in motoscafo.

Tag: cinema

La vita potrebbe essere meravigliosa

by sasso67 (28/06/2008 - 18:17)

Il ferroviere (Italia, 1956) di Pietro Germi. Con Pietro Germi (Andrea Marcocci), Luisa Della Noce (Sara Marcocci), Edoardo nevola (Sandrino Marcocci), Sylva Koscina (Giulia Marcocci), Renato Speziali (Marcello Marcocci), Saro Urzì (Gigi Liverani), Carlo Giuffrè (Renato Borghi), Amedeo Trilli (il Sor Ugo), Antonio Acqua (il commissario).

Il macchinista Marcocci ha un incidente sul lavoro e viene sospeso dal servizio. Nel frattempo scopre che la figlia, cui ha fatto sposare l'uomo che l'aveva messa incinta, ha un amante: sconvolto la picchia. Reintegrato in servizio, non partecipa ad uno sciopero e si comporta da crumiro, per cui viene isolato da amici e colleghi. Rientrato nel gruppo, anche grazie al figlioletto Sandrino e al collega Gigi, Marcocci sarà colpito da infarto e morirà dopo una maestosa festa di Natale che ha riunito amici e parenti.

Uno dei capolavori della filmografia di Germi ed un qualcosa che, a mio parere, mutatis mutandis, potrebbe costituire una sorta di La vita è meravigliosa all'italiana. Qui non c'è dietro il New Deal ed il boom economico è ancora di là da venire, ma Germi sopperisce all'assenza dei grandi ideali suggerendo il ricorso ai valori più tradizionali, quali l'affetto della famiglia e degli amici. A fare da collante e da espediente narrativo, il piccolo Sandrino, la cui voce, sentita oggi, suona alquanto retorica. Ma colpisce tuttora a cinquant'anni di distanza, il messaggio umanitario e il ritratto per niente agiografico di un personaggio che Germi modella sul proprio fisico e sulle proprie movenze, pur senza, per questo, identificarvisi totalmente.

Molto criticato al tempo della sua uscita, specialmente dalla critica di sinistra, che non apprezzò l'atto di crumiraggio del protagonista (ma bisognava essere proprio miopi per non capire che descrivere un'azione in un film non significa necessariamente sposarla), Il ferroviere è il ritratto di un personaggio che si pensa il centro dell'universo, senza rendersi conto che il mondo intorno a lui continua a girare anche senza la sua presenza: perfino il piccolo Sandrino riesce a sopravvivere (e a migliorare il proprio rendimento scolastico) senza il padre. Per non parlare delle due donne della famiglia, che, pur addolorate, continuano a tirare avanti anche senza quel testone del "capofamiglia".

Il ferroviere è da annoverare fra i migliori prodotti del cinema italiano di sempre, grazie a moltissimi fattori, non ultimo la grande prova di Germi, che fu ottimo attore oltre che regista, e del caratterista insostituibile Saro Urzì.

Tag: cinema

Sabato all'inferno, domenica in chiesa

by sasso67 (27/06/2008 - 20:11)

Chi sta bussando alla mia porta? (USA, 1969) di Martin Scorsese. Con Harvey Keitel (J.R.), Zina Bethune (la ragazza), Anne Collette (la ragazza del sogno), Laennard Kuras (Joey), Michael Scala (Sally Gaga), Phil Carlson (la guida in campagna), Robert Uricola (il giovane armato), Susan Wood (Susan), Marissa Joffrey (Rosie), Catherine Scorsese (la madre di J.R.).

Un giovane italoamericano trascorre le sue giornate di scioperato tra funzioni religiose e feste con gli amici. Incontra una ragazza e se ne innamora, ma non riesce a vincere i propri pregiudizi quando lei gli confessa di non essere più vergine.

Il film d'esordio di Scorsese, covato e cullato per quattro anni, con intere parti girate tra il 1965 e il 1967, uscito finalmente nel 1969, è un prodotto sfornato sotto il segno di Godard e (ancora di più) di Cassavetes. È un'opera forse immatura, ma si nota già che dietro alla macchina da presa c'è del talento, messo in luce anche grazie all'interpretazione di un attore che resterà tra i preferiti del regista newyorkese, cioè Harvey Keitel, un ebreo polacco sempre a suo agio in parti da italoamericano. Chi sta bussando alla mia porta? è il primo film che inserisce nella colonna sonora la canzone The End dei Doors - dieci anni prima di Apocalypse Now di Coppola - nella scena, scollegata dalla trama, nella quale J.R. immagina di fare l'amore con una ragazza. È bellissima la sequenza finale, girata in chiesa e sottofondata dalla canzone che dà il titolo al film (Who's That Knocking On My Door? dei Genies), dove il protagonista resta quasi stordito da un tourbillon di immagini sacre e si ferisce a un labbro baciando un crocifisso. Ma resta nella memoria anche la gentile figura della ragazza, interpretata da Zina Bethune, docile, ma modernamente determinata.

Tag: cinema

Vedi Napoli e poi squaglia

by sasso67 (27/06/2008 - 20:09)

Colpo in canna (Italia, 1974) di Fernando Di Leo. Con Ursula Andress (Nora Green), Marc Porel (Manuel), Woody Strode (Silvera), Isabella Biagini (Rosy), Carla Brait (Carmen), Aldo Giuffrè (don Calò), Lino banfi (il commissario Calogero/il tassista), Maurizio Arena (il falso prete), Jimmy il Fenomeno (il maniaco), Pietro Ceccarelli (lo scagnozzo pelato).

Una hostess della British sbarca a Napoli e va a consegnare un messaggio a un boss della mala. Da quel momento gliene capitano di tutti i colori.

Colpo in canna è una sorta di poliziesco comico, che segna l'inizio della decadenza di un buon regista - altrove addirittura ottimo - come Fernando Di Leo. Qui manca la trama: il film e la statuaria Ursula Andress girano sul nulla, con l'unico scopo di agevolare l'attrice svizzera nel mettere in evidenza le proprie doti migliori, ossia le chiappe. Se, comunque, l'inizio del film sembra guardarsi intorno per decidere in quale direzione partire, da metà in poi è chiaro che non sa più dove andare a parare: e allora comincia una lunga sequela di confusionarie scazzottate, con gag di un'ingenuità tale che, al confronto, quelle dei film con Bud Spencer sembrano scritte da Buster Keaton. Insomma, questo film non ha motivi d'interesse, se si escludono le rotondità della protagonista. Per gli amanti del trash, comunque, c'è una delle scene più emblematiche del genere, che è quella in cui Jimmy il Fenomeno si denuda davanti alla Andress che sta facendo il bagno nella vasca e vi si butta a culo nudo. (Im)Perdibile.

«Il tono volutamente fumettistico e stilizzato induce a sorvolare sulle frequenti falle di sceneggiatura, specialmente quando e' di scena Ursula Andress che, al massimo della forma, domina totalmente la scena con la sua presenza fiammeggiante, distraendo spesso e volentieri lo spettatore dall'intreccio della storia.» (Capitantrash)

Tag: cinema

Il salame del signor maggiore

by sasso67 (27/06/2008 - 20:05)

Tutti a casa (Italia/Francia, 1960) di Luigi Comencini. Con Alberto Sordi (il sottotenente Alberto Innocenzi), Serge Reggiani (il geniere Assunto Ceccarelli), Eduardo De Filippo (il padre di Alberto), Carla Gravina (Silvia Modena), Martin Balsam (il serg. Fornaciari), Didi Perego (Caterina Brisigoni), Nino Castelnuovo (l'artigliere Codegato), Mac Ronay (Evaristo Brisigoni), Claudio Gora (il colonnello), Mario Feliciani (il capitano Passerin), Mino Doro (il magg. Nocella), Ugo D'Alessio (il prete).

Lo sbandamento di un battaglione dell'esercito italiano dopo l'8 settembre 1943.

Uno dei migliori film degli annni Sessanta, da vedere e rivedere, grazie ad una serie di situazioni buffe e drammatiche, di personaggi indimenticabili, di battute da mandare a memoria. Stupendi i duetti tra due grandissimi attori, come Sordi e Reggiani. Il giovanissimo Castelnuovo fa la corte alla ragazza ebrea Carla Gravina, dicendole «non siamo tutti cristiani alla fine?».

Il film fu girato, almeno parzialmente, tra le macerie degli edifici bombardati di Livorno.

Tag: cinema,commedia

Le castagne fanno schifo

by sasso67 (27/06/2008 - 19:42)

Le castagne sono buone (Italia, 1970) di Pietro Germi. Con Gianni Morandi (Luigi Vivarelli), Stefania Casini (Carla Lotito), Nicoletta Machiavelli (Teresa Lotito), Patricia Allison (la madre di Carla), Franco Fabrizi (Bernardo Bembarbi), Milla Sannoner (Maria Luisa), Giuseppe Rinaldi (il medico), Silla Bettini (il montatore), Stephen Zacharias (don Raffaele), Memè Perlini (il vescovo al teatro), Amedeo Trilli (l'attore), Pino Ferrara (il banditore d'asta).

Un giovane regista televisivo s'innamora di una brava ragazza di campagna.

Il penultimo e il peggior film di Germi è anche quello che più denuncia i limiti della sua retorica passatista. In pieno periodo di contestazione era normale che qualcuno avesse una sorta di ripulsa verso chi, spesso in maniera semplicistica, buttava tutto nel cesso, ma qui il laudator temporis acti Germi esagera nel senso opposto. E, quel che è peggio, realizza un film che non sta né in cielo né in terra. Sembra una specie di parabola del topo di campagna e del topo di città, opportunamente riveduta e corretta, ma senza alcuno spunto inventivo che non si risolva in un risaputo invito a tornare alle radici. Mario Sesti, autore di una delle opere più importanti sul regista genovese, dedica al film poche paginette e lo bolla così: «il risultato è pietoso». Ed in effetti non c'è niente che richiami al riconosciuta abilità germiana nel confezionare un prodotto solido, nel proporre un'etica umanista, quanto meno nel saper dirigere gli attori. Qui, infatti, se Stefania Casini può proporre almeno un'ingenua freschezza, Gianni Morandi, nonostante un paio di baffi che ci stanno come i cavoli a merenda, sembra sempre sul punto di intonare Fatti mandare dalla mamma. Le castagne sono buone resta, a distanza di 38 anni, un prodotto d'epoca anche interessante, ma reazionario e retorico.

Tag: cinema

Mandarino meccanico

by sasso67 (27/06/2008 - 19:20)

Come cani arrabiati (Italia, 1976) di Mario Imperoli. Con Paolo Carlini (il commissario Muzi), Jean-Pierre Sabagh (Tony Ardenghi), Paola Senatore (Germana), Anna Rita Grapputo (Silvia), Cesare Barro (Rico).

Un figlio di papà compie, con alcuni amici, annoiati come lui, omicidi, rapine e gratuiti atti di violenza, per rivalsa nei confronti del padre, frequentatore di prostitute. Un commissario e una poliziotta riusciranno, con grandi difficoltà a smascherarlo, ma il giovane sarà linciato da un gruppo di manifestanti in corteo.

Confuso nell'ideologia e debole nella sceneggiatura, il film del milite ignoto Imperoli rappresenta uno dei punti più bassi del cinema italiano di serie zeta degli anni Settanta. Naturalmente non giova alla sua riuscita l'estrema ristrettezza produttiva, che consiglia al regista di avvalersi di interpreti di quart'ordine, tra i quali spicca, se non altro per avvenenza, Paola Senatore, in uno dei suoi ruoli precedenti alla controversa conversione hard (anche se qui, ovviamente, non manca di spogliarsi). L'unico merito del film è di avere inserito nella colonna sonora due canzoni di Fabrizio De André, che sono, per la cronaca, Delitto di paese e La canzone di Marinella.

Tag: cinema

Marcatura a Zona

by sasso67 (23/06/2008 - 20:13)

Stalker (URSS, 1979) di Andrej Tarkovskij. Con Aleksandr Kajdanovskij (Stalker), Anatolij Solonitsyn (lo Scrittore), Nikolaj Grinko (lo Scienziato), Alisa Frejndlich (la moglie), Natasha Abramova (Scimmietta).

Cominciamo così: «Lo chiamano Stalker - da to stalk, andare di soppiatto sulle piste della selvaggina...» (Giovanni Grazzini).

«Il gruppetto, guidato da uno stalker (letteralmente: colui che si avvicina di soppiatto)...» (Tullio Kezich).

«Uno scrittore e uno scienziato si fanno guidare da uno stalker (Kajdanovskij) - in inglese: cacciatore alla posta...» (Paolo Mereghetti).

«Guidati da uno "stalker" ("to stalk" = inseguire furtivamente)...» (Morando Morandini).

Date queste premesse, appare evidente che non sia per niente facile districarsi fra le trappole disseminate da Tarkovskij, anche se mi sembra che in questo film cominci ad anticipare le tematiche che tanto lo faranno apprezzare da certi ambienti nel nostro paese. La necessità della fede è l'oggetto che sta idealmente al centro della Stanza, la quale a sua volta si trova al centro della Zona. Il cinema di Tarkovskij, un regista inevitabilmente destinato a dividere pubblico e critica, si interroga ancora una volta sull'Uomo, e il fascino globale del film va molto al di là delle idee, per loro stessa natura, finite e perfettibili dell'Autore. E in alcuni momenti sembra davvero di essere sulla soglia dell'Inferno dantesco, con quel cane nero che si aggira per gli anfratti melmosi della Zona.

Tag: cinema

Manda il piccolo nazista sulla luna...

by sasso67 (23/06/2008 - 20:11)

Cuore di mamma (Italia, 1969) di Salvatore Samperi. Con Carla Gravina (Lorenza Garroni), Philippe Leroy (Andrea Franti), Beba Loncar (Magda Franti), Yorgo Voyagis (Carlo), Paolo Graziosi (Mariano), Mauro Gravina (Massimo), Monica Gravina (Anna), Massimiliano Ferendeles (Sebastiano), Sara Di Nepi (Rosa), Nicoletta Rizzi (Eleonora), Rina Franchetti (Berta), Paolo Ciarchi (il cantautore).

Lorenza Garroni, signora borghese, separata con figli, lavora in una libreria ed è attratta, ricambiata, dalla cognata Magda. Un giorno, quasi per caso, si uniosce ad un gruppetto di contestatori anarchici. Nel frattempo, il figlio maggiore uccide i suoi due fratellini. La donna risolverà drasticamente la situazione.

Il secondo film di Samperi dovrebbe figurare di diritto in un'ideale antologia del cinema sessantottesco. La logorrea del bambino assassino, godardianamente bardato con un elmetto nazista, fa pendant con il mutismo assoluto della madre. Il film non è riuscitissimo, dal momento che il regista indulge a qualche vezzo intellettualistico di troppo. E però... Samperi riesce ad evitare di cadere nella noia, difetto di cui si macchiano la maggior parte delle pellicole d'analogo argomento girate da qualche suo collega. E poi c'è Carla Gravina, che resta nella mente sia perché per tutto il film non profferisce verbo, sia perché si mostra, almeno dalla cintola in su, generosamente nuda.

Tag: cinema

Canto n. 6

by sasso67 (23/06/2008 - 20:09)

Canto n. 6

Io come Orlando

corro nudo e furioso

nella pioggia.

Non canto cavalier né canto armi

né amori o donne

ma soffro e offro la testa

ai sassi e al boia

e alla sua scura scure

che semi di buio pianti

nel giardino dei miei occhi.Opera di Charles Keegan

Tag: poesia

"Tutto il cinema di Pietro Germi"

by sasso67 (23/06/2008 - 20:08)

Mario Sesti, Tutto il cinema di Pietro Germi, Baldini&Castoldi, 1997, p. 303, € 6,72
Mario SestiQuella del critico Mario Sesti è una delle analisi più esaustive sull’opera di uno dei più importanti cineasti della nostra storia. Con documentati accenni alla biografia di Germi, il critico cinematografico passa in rassegna le opere del regista genovese e le analizza dal punto di vista estetico, le inquadra nel contesto storico che le produsse e le correla anche agli stati d’animo personali che condussero Germi stesso a realizzarle, o a realizzarle in un certo modo anziché in un altro. Il libro, oltre che di estremo interesse per l’appassionato di cinema, è di piacevole lettura, anche grazie allo stile, quasi narrativo, di Sesti, nel quale si avverte una certa ammirazione per il soggetto trattato. Ciò non impedisce, tuttavia, al critico di esercitare appieno le proprie prerogative, e quindi di criticare i film quando lo ritiene il caso, ovvero di difenderli dagli eccessivi attacchi dei suoi colleghi, quando appare abbastanza evidente che essi non sono animati esclusivamente da esigenze estetiche. L’excursus di Sesti, infatti, ci permette di farci un panorama sulla critica cinematografica italiana dal dopoguerra ad oggi, con gli scrittori di cinema che, appena risorti dal torpore del Ventennio, subito dopo la guerra furono quasi tutti animati da una sorta di furore neorealista, che li portò a fondare qualsiasi giudizio critico sul contenuto più o meno sociale delle pellicole che uscivano nei cinematografi. Con questi schemi, il cinema di Germi ha avuto, nel corso degli anni, alterne fortune di pubblico e critica, nonché variegatissime qualificazioni ed incasellamenti. Considerato all’inizio della carriera (Il testimone, Gioventù perduta) come un paladino del neorealismo, appena mezzo gradino sotto a Rossellini e De Sica, sembrò assurgere, all’inizio degli anni Sessanta, al ruolo di alfiere della commedia all’italiana (in particolare con Divorzio all’italiana e Sedotta e abbandonata). Uno dei meriti di Mario Sesti è di saper andare al di là delle etichette e, anche grazie alla distanza cronologica che gli fornisce un’ottica più svincolata dalle contingenze politiche e culturali, di attribuire, con equilibrio, la giusta importanza ad uno dei nostri maggiori registi di sempre, cui, peraltro, nessuno ha mai potuto negare una notevolissima perizia tecnica. Altro merito di Sesti è di non lasciarsi andare – forse anche per non condizionare il lettore/spettatore dal suo pulpito di esperto della materia – a giudizi troppo marcati e a termini enfatici come “capolavoro” e consimili. Anche se poi, va detto, qualche preferenza, qua e là sembra di coglierla, tanto che mi permetto di indovinare che i film germiani prediletti dal critico siciliano siano In nome della legge (1948), Il ferroviere (1955), Divorzio all’italiana (1961) e Signore e signori (1965).

Tag: libro,cinema,saggio

Roma pappona

by sasso67 (23/06/2008 - 20:07)

Remo e Romolo. Storia di due figli di una lupa (Italia, 1975) di Pier Francesco Pingitore e Mario Castellacci. Con Enrico Montesano (Remo; Papirio), Pippo Franco (Romolo), Gabriella Ferri (Lupa), Maria Grazia Buccella (Rea Silvia), Maurizio Arena (Marte), Oreste Lionello (Etrusco), Gianfranco D’Angelo (Tito Tazio), Paola Maiolini (Ersilia), Ugo Fangareggi (Faustolo), Solveig D’Assunta (Metella), Daniel Sander (Amulio), Pino La Licata (il burino), Bombolo (Pappo), Salvatore Baccaro (un romano).
La storia dei due gemelli, figli di Marte e Rea Silvia, allattati da una lupa (in realtà una prostituta di nome Lupa), poi fondatori di Roma, con molti riferimenti storici più alla politica moderna che a quella di tremila anni fa. Romolo è la forza bruta che ha la meglio sul fratello intelligente e godereccio Remo, che, dopo la morte si reincarna in tale Papirio e va ad insediarsi su un trono sul colle del Vaticano… Sì, l’antifona è proprio quella, tanto che Montesano si produce proprio nell’imitazione di Paolo VI. Il primo vero film bagaglinesco è un’esaltazione di Roma caput mundi nunc et semper, anche nel ventesimo secolo, quando ormai non ci credeva più nessuno. Questo film sembra un Rugantino dell’antichità, con canti e balli e parecchie tette e culi in bella vista. Anche la comicità si adegua ed è volgarotta, anche se la prima apparizione cinematografica di Bombolo riscatta un po’ la situazione.

Roma pappona

by sasso67 (22/06/2008 - 20:23)

Remo e Romolo. Storia di due figli di una lupa (Italia, 1975) di Pier Francesco Pingitore e Mario Castellacci. Con Enrico Montesano (Remo; Papirio), Pippo Franco (Romolo), Gabriella Ferri (Lupa), Maria Grazia Buccella (Rea Silvia), Maurizio Arena (Marte), Oreste Lionello (Etrusco), Gianfranco D’Angelo (Tito Tazio), Paola Maiolini (Ersilia), Ugo Fangareggi (Faustolo), Solveig D’Assunta (Metella), Daniel Sander (Amulio), Pino La Licata (il burino), Bombolo (Pappo), Salvatore Baccaro (un romano).
La storia dei due gemelli, figli di Marte e Rea Silvia, allattati da una lupa (in realtà una prostituta di nome Lupa), poi fondatori di Roma, con molti riferimenti storici più alla politica moderna che a quella di tremila anni fa. Romolo è la forza bruta che ha la meglio sul fratello intelligente e godereccio Remo, che, dopo la morte si reincarna in tale Papirio e va ad insediarsi su un trono sul colle del Vaticano… Sì, l’antifona è proprio quella, tanto che Montesano si produce proprio nell’imitazione di Paolo VI. Il primo vero film bagaglinesco è un’esaltazione di Roma caput mundi nunc et semper, anche nel ventesimo secolo, quando ormai non ci credeva più nessuno. Questo film sembra un Rugantino dell’antichità, con canti e balli e parecchie tette e culi in bella vista. Anche la comicità si adegua ed è volgarotta, anche se la prima apparizione cinematografica di Bombolo riscatta un po’ la situazione.

Casa salata casa

by sasso67 (22/06/2008 - 19:09)

Sfrattato cerca casa equo canone (Italia, 1983) di Pier Francesco Pingitore. Con Pippo Franco (Mario Stroppaghetti), Anna Mazzamauro (Angelica Stroppaghetti), Oreste Lionello (il nonno), Bombolo (Maciste), Marisa Merlini (la moglie di Maciste), Enzo Cannavale (Gildo, il guardiano del cimitero), Tano Cimarosa (Carmelo Laganà), Gigi Reder (Pellecchia), Sergio Di Pinto (il figlio maggiore), Daniela De Carmine (Tiziana), Francesco Pezzulli (Massimiliano), Ennio Antonelli (il custode del condominio), Corrado Olmi (il commissario), Maurizio Mattioli (l’uomo della schedina), Fabrizio Martufello (l’uomo in fila), Roberto Della Casa (l’ufficiale giudiziario), Salvatore Baccaro (lo schiattamorto), Marcello Martana (il poliziotto).
 
Mario Stroppaghetti, disoccupato e con a carico famiglia composta da moglie, tre figli e un padre rimbambito, subisce lo sfratto con forza pubblica e viene buttato fuori di casa. Recatosi all’ufficio comunale per l’assegnazione delle case popolari, il pover’uomo ottiene la promessa di un alloggio, in cambio di una bustarella di tre milioni di lire. In realtà, l’autore della proposta non è un funzionario del comune, ma un astuto truffatore: la famiglia Stroppaghetti sarà di nuovo cacciata e finirà prima ad alloggiare su un autobus, poi in un cimitero e infine nei cassonetti dell’immondizia.
Il tema della difficoltà di reperire la casa era già stato sfruttato da Totò in almeno due film (rispettivamente del 1949 e del 1959), cioè Totò cerca casa e Arrangiatevi!. Nel primo la famiglia del protagonista finiva prima in un cimitero e poi in una scuola, mentre nel secondo addirittura in un appena dismesso bordello. Qui Pippo Franco affronta – per modo di dire – un tema che ancora oggi è più che mai attuale. Nel film di Pingitore vi è indubbiamente qualche accenno interessante, come la descrizione dell’esecuzione dello sfratto con la forza pubblica, dove spesso la tragedia confina con la farsa, anche grazie all’italica arte d’arrangiarsi. Il tono generale del film, però, è abbastanza anodino, e nonostante la presenza di comici di vaglia (lo stesso Pippo Franco, Bombolo, Cannavale), si ride poco.

Specchio delle mie trame

by sasso67 (22/06/2008 - 18:18)

Lo specchio (URSS, 1974) di Andrej Tarkovskij. Con Margarita Terechova (la madre Maria; la moglie Natalia), Alla Demidova (Lisa), Anatolj Solonitsyn (lo sconosciuto), Nikolai Grinko (il caporeparto della tipografia), Ignat Danilcev (Ignat), Larissa Tarkovskaia (la madre anziana), Tamara Ogorodnikova (la donna in nero), Oleg Jankovskij (il padre), Tatiana Resetnkova (la segretaria della tipografia).
Un uomo, separato dalla moglie, ricorda quando il padre abbandonò la madre, i tempi della guerra e dello stalinismo, quando la madre del protagonista, collaborando ad un giornale, temette che le fosse sfuggito un grave errore.
Uno dei film più simbolici e letterari della non lunga carriera cinematografica di Tarkovskij. Lo specchio non raggiunge le vette dell’Andrej Roublev o di Solaris, ma non è neppure da condannare per eccesso di simbolismi, come avrebbe potuto fare, all’epoca, un qualsiasi funzionario della censura brezneviana. Lo specchio del titolo è quello della memoria, e questa, come gli specchi, si può offuscare e quindi rimandare immagini talvolta appannate del passato. Come è stato giustamente osservato da Giovanni Grazzini (Il Corriere della sera del 8 aprile 1979), questi momenti di vita familiare, più che rievocati, sono «risognati» dall’autore. Sono presenti, in questo film, quasi tutti i tòpoi del cinema tarkovskiano – prati spazzati dal vento, case ed alberi in fiamme, acqua che cola nelle abitazioni – ma il regista è riuscito, in questo caso, a disporli in un ordine che tocca le corde più intime dello spettatore.

Tag: cinema

Ombre rozze

by sasso67 (16/06/2008 - 20:20)

Il brigante di Tacca del Lupo (Italia, 1952) di Pietro Germi. Con Amedeo Nazzari (il cap. Giordani), Cosetta Greco (Zita Maria), Saro Urzì (il commissario Francesco Siceni), Fausto Tozzi (il ten. Magistrelli), Aldo Bufi Landi (il ten. Righi), Amedeo Trilli (il serg. Trilli), Natale Cirino (il sindaco Lo Cascio), Vincenzo Musolino (Carmine), Alfredo Bini (il soldato toscano), Aldo Lorenzon (il tenente medico), Oscar Andriani (il generale), Vittorio Scarabello (Tonin), Saro Arcidiacono (Domenico Strafaci), Paolo Reale (Ferioli), Lilli Cerasoli (la sorella di Zita Maria), Oreste Romoli (Raffa Raffa).
Nel 1863, in Calabria, un brigante e la sua banda terrorizzano i villaggi, rubando, devastando ed uccidendo tutti coloro che collaborano con lo Stato Sabaudo. Dal comando militare di napoli viene spedito sul posto un valoroso capitano dell’esercito per fronteggiare il fenomeno. Con l’aiuto di un accorto commissario di polizia, l’ufficiale riuscirà a stanare il brigante e ad ucciderlo in combattimento.
Vero e proprio western italiano (attenzione: non all’italiana), diretto da Germi con grandissimo mestiere ed entrambi gli occhi puntati in direzione delle opere del periodo “classico” di John Ford. Nel Brigante di Tacca del Lupo c’è sia l’eco di Ombre rosse (i briganti, come gli indiani, sulle montagne) sia quella della Pattuglia sperduta (i soldati colpiti dalle armi di nemici invisibili). Questo non sarà il capolavoro di Germi, ma si tratta pur sempre di un film nel quale il regista porta a maturazione una sua idea di fare cinema, al centro della quale c’è l’intento di costruire un solido e valido spettacolo. Hanno torto, pertanto, tutti coloro che hanno criticato Il brigante di Tacca del Lupo perché non indaga a sufficienza le cause del fenomeno del brigantaggio nell’Italia meridionale. Siamo in un film, non in un trattato sociologico: le inchieste di Franchetti e Sonnino abitano altrove; sono un presupposto di questo film, anche se non quanto i film di Ford o di Ejzenstein (anche qui, le inquadrature dal basso sembrano rimandare all’Aleksander Nevskij). Il film, raccontato senza inutili romanticherie, amorose o patriottiche, funziona alla perfezione, così come la presenza, per una volta tutt’altro che retorica di Amedeo Nazzari, che pare un italico corrispondente dell’hollywoodiano Errol Flynn.

Tag: cinema

Tutto il male viene per nuocere

by sasso67 (16/06/2008 - 20:18)

Sotto il sole di Satana (Francia, 1987) di Maurice Pialat. Con Gérard Depardieu (l’abate Donissan), Sandrine Bonnaire (Germaine Malorthy, detta Mouchette), Maurice Pialat (padre Menou-Segrais), Alain Artur (il marchese Cadignan).
Un rozzo prete di campagna, che spera di redimere una ragazza macchiatasi d’omicidio, viene tentato da Satana, gli resiste, compie un miracolo, ed è tenuto dalla gente in odore di santità.
Ispirato al romanzo omonimo di Bernanos, il film di Pialat fa rimpiangere prove analoghe, basate sulle opere dello stesso scrittore, realizzate da un vero grande del cinema francese, come Bresson (il paragone con Il diario di un curato di campagna è impietoso). Gérard Depardieu, psicosomaticamente adatto alla parte, non mi sembra al meglio delle sue possibilità espressive, ma questo è un parere personale, così come quello sull’immeritata Palma d’oro di Cannes 1987. Chi, però, ha parlato di Ordet in riferimento al miracolo dell’abate Donissan è indubbiamente preda di possessione satanica.

Tag: cinema

Stangata western

by sasso67 (16/06/2008 - 20:14)

Un genio, due compari, un pollo (Italia/Francia/Germania, 1975) di Damiano Damiani. Con Terence Hill (Joe Thanks), Miou Miou (Lucy), Robert Charlebois (Locomotiva Bill), Patrick McGoohan (il magg. Cabot), Raymund Harmstorf (il serg. Milton), Klaus Kinski (Doc Faster), Jean Martin (il col. Pembroke), Piero Vida (Jelly Roll), Clara Colosimo (la madame), Fernando Cerulli (il tenutario), Benito Stefanelli (Mortimer), Renato Baldini (lo sceriffo nel saloon), Roy Bosier (Jeremy), Friedrich Von Ledebuhr (il prete).
Nel West, un imbroglioncello si associa a un mezzo indiano e a una ragazza un po’ strana, per impadronirsi di un gruzzolo, frutto di una truffa perpetrata da un colonnello dell’esercito ai danni di una tribù indiana.
Western comico, girato sulla scia del successo di Trinità e dei suoi vari cloni, con Terence Hill, ma senza Bud Spencer. La regia di Damiani è, come sempre, garanzia di buona qualità, ma l’assenza del compare usuale di Terence Hill priva il film di qualche freccia che poteva scoccare dal suo arco. Del resto, la coppia protagonista francese, clausola obbligatoria del contratto di coproduzione italo-franco-tedesca, è piuttosto anonima. Qualche buona sequenza acrobatica contribuisce alla riuscita del film, che, però, funziona soltanto dal punto di vista formale, mentre il ribaltamento – che si presupporrebbe comico – di alcuni luoghi comuni del western lascia a desiderare. Bisogna accontentarsi di ciò che passa il convento di San Damiano.

Diversi, ma uguali... a che?

by sasso67 (15/06/2008 - 23:46)

La cosa (Italia, 1990) di Nanni Moretti.

Il dibattito nelle sezioni comuniste di mezza Italia, alla vigilia dello scioglimento del Partito Comunista Italiano, verso una formazione che ancora non si capiva che cosa sarebbe stata.

Intelligente operazione di Moretti, girata durante i giorni seguenti alla caduta del Muro di Berlino, che solo formalmente può definirsi un documentario. Dalla Sicilia a Genova, poi a Bologna, a Napoli, a Torino, a Milano, a Firenze a Roma Testaccio, si sviluppa la discussione, tra chi chiede appassionatamente di non abbandonare la falce e martello o la denominazione di comunisti e chi ricorda che ormai da decenni non si è altro che socialdemocratici. Parlano gli ex partigiani, iscritti dai tempi della guerra, ma anche chi si è iscritto solo da pochi mesi. Alcuni rappresentano uno spaesamento personale e politico, mentre altri sono più consapevoli delle proprie idee. Altri ritengono necessario lo svecchiamento per rendere possibile un'alleanza con le forze progressiste del socialismo e del cattolicesimo italiano, mentre altri, scetticamente, ritengono che quest'alleanza non sarà mai realmente possibile. Fino al gran finale nella sezione testaccina, dove un militante relativamente giovane fa un discorso del quale non è che si capisca granché, ma risulta teneramente buffo. Credo che Moretti, pur  soffrendo, si sia divertito a girare questo film (è lui stesso che lo chiama così, nelle note di chiusura), anche perché rappresenta una sorta di compendio iperneorealista di quanto aveva mostrato qualche mese prima in Palombella rossa: al di là degli orpelli pallanuotistici e delle reminiscenze zivaghiane, la realtà è quella del "cosa significa essere comunisti oggi?" (o del non esserlo più), dell'essere diversi, ma uguali.

La cosa non è mai stato proiettato in una sala cinamatografica, ma andò in onda il 16 marzo 1990, alla vigilia del congresso del PCI che decretò lo scioglimento del partito. "Tra cinema e TV La cosa è comunque «film» che all'interno mette in rilievo il più classico, appunto, degli specifici filmici, il montaggio. Un montaggio irriducibile al palinsesto per il divieto di finire «blobbizzato»: un film-cellula, politicamente e in accezione videobiologica." (Flavio De Bernardinis, Il Castoro)

Tag: cinema,documentario

Se fossi il Manzoni... gli farei causa

by sasso67 (14/06/2008 - 15:04)

La vera storia della Monaca di Monza (Italia, 1980) di Bruno Mattei. Con Zora Kerova (Marianna De Leyva/ Suor Virginia), Mario Cutini (Gianpaolo Osio), Franco Garofalo (Don Arrigone), Paola Corazzi (Suor Candida), Paola Montenero (Benedetta), Leda Simonetti (Margherita), Franca Stoppi (la madre Superiora), Giovanni Attanasio (il frate inquisitore), Andrea Aureli (Don Martino De Leyva).

La giovane Marianna, figlia di nobile famiglia, è costretta dal padre a farsi monaca, nella Lombardia del Seicento. La giovane religiosa è concupita e poi violentata dal nobilastro Giampaolo Osio, con la complicità del corrotto sacerdote confessore del convento, Don Arrigone. Questo primo passo verso la perdizione condurrà la suora a commettere una serie di delitti. L'Inquisizione, venuta a conoscenza dei fatti, indagherà e condannerà la suora ad essere murata viva.

Di vero, in questa storia, ci sono probabilmente solo i nomi dei protagonisti, che il Manzoni, nei Promessi Sposi, aveva tenuto celati sotto personificazioni letterarie, quali Geltrude e Egidio. Ma qui non c'è niente di manzoniano né di filologicamente plausibile: soltanto una sequela di corpi nudi in pose sessuali oppure nell'atto di subire sanguinose punizioni. L'insieme è talmente vergognoso, che persino il regista, l'italianissimo (purtroppo) Bruno Mattei si presentò sotto le mentite spoglie di un improbabile autore cecoslovacco di nome Stefan Oblowsky.

Tag: cinema

Capretto espiatorio postumo

by sasso67 (14/06/2008 - 14:55)

QUANDO C'ERA LUI... CARO LEI! (Italia, 1978) di Giancarlo Santi. Con Paolo Villaggio (Beretta), Gianni Cavina (Pavanati), Hugo Pratt (Rossetti), Orietta Berti (la moglie di Lui), Mario Carotenuto (il Papa), Salvatore Furnari (il Re), Maria Grazia Buccella (Lauretta), Memè Perlini (Hitler), Gianni Magni (il Generale), Al Capri (Lui), Tiberio Murgia (l'autista), Ennio Antonelli (un fascista), Giuliana Calandra (la Regina), Dante Cleri (il podestà di San Filippo), Marcello Bonini Olas (Gabriele, il Vate). Un umile benzinaio incontra per caso un questore, suo vecchio camerata di quando era uno scagnozzo del Duce, e un ex anarchico, oggi deputato al Parlamento. I tre rivivono i fasti del ventennio, ma poi il benzinaio è utilizzato come capro espiatorio per una serie di atti terroristici. Lento e stiracchiato, blanda satira del fascismo di ieri e del trasformismo di sempre, il film non funziona mai, come le barzellette su Mussolini che il compagno Puccioni mi raccontava appena sette - otto anni fa, quando veniva in ufficio da noi. Sprecato il buon cast, in particolare Paolo Villaggio, all'epoca sulla cresta dell'onda.

Tag: cinema

Ceccaccioni

by sasso67 (11/06/2008 - 20:33)

La mia vita a stelle e strisce (Italia, 2004) di Massimo Ceccherini. Con Massimo Ceccherini (Lando), Victoria Silvstedt (Wendy), Novello Novelli (il padre di Lando), Manuela Magherini (la zia Giuly), Cyrus Elias (lo zio Jack), Isabella Cecchi (la ragazza di Lando), James Holly (Nicholas), David Corbett (Matt).

Il contadino toscano Lando, che vive da solo con il padre paralizzato, è stato a "Carràmaba che sorpresa!" per incontrare la famigla della zia che vive in America da molti anni. La donna, con suo marito, si installa nel casale del giovane. Dopo di che dagli USA arriva la bionda cuginetta. Lando s'innamora, gran casino e lieto fine.

Oddio! Ceccherini ci è diventato Pieraccioni! La mia vita a stelle e strisce diventa ben presto Il ciclone, sotto forma di formosa bionda, impersonata dall'inutile pseudoattrice svedese Victoria Silvstedt. Purtroppo l'ex ruspnate Ceccherini s'incarta in un filmaccio insulso, che non mantiene le promesse esibite nei suoi film precedenti, che non erano affatto male. Qui c'è l'intenzione di criticare l'american way of life, e in particolare gli aspetti deleteri dell'attuale (in)civiltà statunitense: la bulimia globale (di cibo, di soldi, di divertimento, di tutto), il nazionalismo portato al fanatismo, il culto per l'efficienza, ma anche il militarismo, la pena di morte, l'aggressività bellica. Il tutto, però, annega purtroppo in una serie impressionante di luoghi comuni sull'America e sulla dolce campagna toscana, che fa cascare le braccia. Non basta rispolverare il vecchio Novello Novelli per raddrizzare questa glicemica parabola pieraccioniana.

Forza valanga!

by sasso67 (11/06/2008 - 20:32)

Vacanze di Natale '91 (Italia, 1991) di Enrico Oldoini. Con Christian De Sica (Enzo), Massimo Boldi (Nanni), Ezio Greggio (Leopoldo), Andrea Roncato (Mimmo), Nino Frassica (Rino), Alberto Sordi (Sabino), Ornella Muti (Giuliana), Nadia Rinaldi (Fernanda), Claudio Gora (l'on. Mariotti), Geppy Glejeses (Filippo), Francesco Benigno (Salvatore), Connie Nielsen (Brunilde/Vanessa), Susana Becquer (Marta), Daniele Dublino (il direttore dell'hotel), Herry Hubbard (Ingrid), Francesco Caracciolo (Lenzi), Paolo Paoloni (Martelli), Franco Angrisano (Pistolesi), Jimmy il Fenomeno (lanciatore di piattelli), Gianni Zullo (il sacerdote).

Un gruppo di persone, chissà perché tutte italiane, in un lussuoso hotel di Saint Moritz durante le vacanze di Natale del '91. Qualche coppia scoppierà, qualche altra si ricomporrà, in un trionfo di pacchianeria e furbizia tutta italica.

Un film insulso e squallido che dovrebbe far vergognare chi l'ha progettato e realizzato, anche a distanza di diciassette anni. Chissà cosa avranno pensato, all'uscita dal cinema, gli spettatori che avevano pagato il biglietto questo squallore. Credo che questo sia il punto in assoluto più basso della lunga carriera di Alberto Sordi. Ed è sicuramente uno dei più bassi della carriera di Greggio, che fuori dal piccolo schermo non è mai riuscito a realizzare qualcosa di meno che plausibile. Da salvare c'è poco o niente: forse, ma proprio tirati per i capelli, si potrebbero escludere dal naufragio generale Boldi e Frassica. Tutto il resto, via nella pattumiera del cinema italiano.

La capanna delle arpie

by sasso67 (11/06/2008 - 20:30)

Onibaba - Le assassine (Giappone, 1964) di Kaneto Shindô. Con Nobuko Otowa (la suocera), Jitsuko Yoshimura (la nuora), Kei Sato (Hachi), Taiji Tonoyama (Ushi), Jukichi Uno (il samurai).

In un medioevo barbarico in cui una guerra infuria senza lasciar intravedere la fine, due donne, suocera e nuora, vivono in una cpanna nei pressi di uno specchio d'acqua. L'uomo di casa, figlio dell'una e marito dell'altra, è partito per la guerra, e le due donne si arrangiano uccidendo i feriti che capitano nelle vicinanze della loro capanna, derubano i cadaveri, li gettano in una specie di foiba che si apre nel terreno, e vendono il loro bottino ad un ricettatore che dà loro in cambio generi alimentari. Un giorno torna, reduce dalla guerra, Hachi, un vicino di capanna, che racconta di avere visto il loro uomo morire in battaglia. Hachi comincia a concupire la vedovella, mentre la suocera pretenderebbe che ella portasse rispetto alla memoria del figlio morto. La ragazza per un po' resiste, poi cede alle voglie della carne. Quando la suocera si accorge della tresca, tenta di spaventare la nuora con i castighi del purgatorio, indosando una maschera da spirito che poi le si attacca alla faccia. Finale tragico per tutti.

Bellissimo film del giapponese Kaneto Shindô, più noto in occidente per un altro film, L'isola nuda (1960), regista inossidabile: ha novantasei anni ed ha appena completato le riprese di un nuovo lungometraggio (Hanawa Chiredomo). Qui, in un bianco e nero che contribuisce a rendere più arcano il clima, torrido, di questo medioevo che in niente differisce da quello che dev'essere stato dalle nostre parti, racconta la storia di queste due donne, che racchiude in sé, oltre alla giusta denuncia degli orrrori, ora e sempre, della guerra, il conflitto tra due diverse mentalità, pur tuttavia entrambe tese in primis al soddisfacimento dei bisogni materiali (cibo, sonno, sesso). In questo luogo ai margini del purgatorio (si ode in lontananza il clangore delle battaglie), giungono talvolta dei malcapitati guerrieri feriti o fuggiaschi, che cadono nelle grinfie di queste due furie, che non conoscono alcun sentimento di pietà. Il loro segreto è un buco nascosto dalla vegetazione, nel quale fanno cadere, vive o morte, tutte le loro vittime, senza minimamente curarsi di chi esse siano (tanto è vero che quando la vecchia vi fa precipitare il samurai mascherato, lo spettatore, ma non lei, teme che possa essere suo figlio).

Onibaba è un film di una sensualità impressionante, nel senso che è posto dal regista l'accento su tutto quanto fa soffrire o appaga i sensi dei personaggi. Sono molto forti e coinvolgenti, infatti, le scene di sesso (anche se, assurdamente, un ridicolo toppino nero copre in una scena le pudenda della ragazza, secondo un tabù giapponese ancora invalicabile a metà anni Sessanta), capaci di un erotismo che il Nagisa Oshima dell'Impero dei sensi può solamente sognarsi. Questo aspetto, in particolare, fu apprezzato, all'epoca, da Alberto Moravia, il quale, giustamente, scrisse che «i critici sessuofobi che hanno condannato questa parte del film, accusando il regista di aver voluto sollecitare la sensualità degli spettatori, mostrano di non aver capito niente» (Al cinema, Bompiani). Anche se poi lo scrittore degli Indifferenti si sputtana un po' apprezzando l'interpretazione di Toshiro Mifune, che non compare - caso strano - in questo affascinante film giapponese. Interpretazioni intense da parte delle due attrici.

Tag: cinema

Panem et circenses

by sasso67 (11/06/2008 - 20:28)

Tre pazzi a zonzo (USA, 1939) di Edward Buzzell. Con Groucho Marx (J. Cheever Loophole), Harpo Marx (Punchy), Chico Marx (Antonio Pirelli), Margaret Dumont (Mrs. Dukesbury), Florence Rice (Julie Randall), Kenny Baker (Jeff Wilson), Eve Arden (Peerless Pauline), Nat Pendleton (Goliath), Fritz Feld (Jardinet), James Burke (John Carter), Jerry Marenghi (il piccolo professor Atom).

Il giovane Jeff Wilson, proprietario del Circo Wonder, è diseredato dalla ricca zia Mrs. Dukesbury. Oberato dai debiti, dovrà cedere il circo se non pagherà l'avido John Carter. Quest'ultimo, con l'aiuto del forzuto Goliath e del piccolo professor Atom, deruba Jeff dei soldi degli incassi del circo, costringendo il giovane a dichiarare fallimento. Interverranno in suo aiuto l'acrobata circense Punchy, il musicista italoamericano Pirelli e il bislacco avvocato Loophole.

Tre pazzi a zonzo fa già parte della parabola discendente dei Fratelli Marx al cinema. Si può tranquillamente affermare che con Un giorno alle corse (1937) i tre geniali fratelli americani avevano detto tutto. Dopo quel film (nel mezzo c'è Room Service del 1938), si limiteranno a ripetere una formula già collaudata, senza aggiungere elementi nuovi, nel tentativo di sfruttare i loro punti di forza più sperimentati e via via sempre più logori. Costretti a questo modus operandi dalle nuove strategie della Metro Goldwyn Mayer, specialmente dopo il decesso del geniale produttore Irving Thalberg, i Marx non riescono più a dare il meglio di sé stessi. Nonostante che qualche gag riesca ancora a divertire il pubblico, i pezzi musicali cominciano a diventare fastidiosi (fa eccezione Groucho che si esibisce in Lydia, The Tattooed Lady), le situazioni ripetono quelle più famose dei film precedenti: così quella del distintivo ricorda (in peggio) quella della parola d'ordine di Horse Feathers (1932), mentre quella della casetta del nano ricalca quella della cabina della nave di Una notte all'opera (1935). «...è solo grazie all'estro con cui i Marx gestiscono anche i minimi scarti rispetto ai modelli di riferimento se tutto non si riduce a pura iterazione» (Andrea Martini, Il Castoro)

Brutto, sporco e cattivo

by sasso67 (11/06/2008 - 20:27)

Lucignolo (Italia, 1999) di Massimo Ceccherini. Con Massimo Ceccherini (Lucio, detto Lucignolo), Alessandro Paci (Pino), Claudia Gerini (Fatima Turchini), Flavio Bucci (il babbo di Lucignolo), Carlo Monni (il babbo di Pino), Tinto Brass (l'avvocato difensore), Gino Menicucci (il giudice), Giancarlo Antognoni e Paolo Rossi (i giurati), Sergio Forconi (Marini), Cosetta Mercatelli (la mamma di Lucignolo), Evelina Gori (la contessa), Alessia Dina Barela (l'infermiera), Giovanni Cacioppo (il guardiano), Giuliano Del Taglia (Giulianino), Bruno Arena (il cameriere).

Il nullafacente Lucignolo sostituisce per qualche giorno la sorella come inserviente presso una casa di riposo. Lì conosce la bella direttrice Fatima, che vuole organizzare una recita. Lucignolo si offre volontario e coinvolge l'amico scansafatiche Pinocchio, ma poi le cose si complicano perché entrambi s'innamorano della ragazza.

La trama del film è, naturalmente, inconsistente, però, sarà anche la mia simpatia per Ceccherini, il filmetto funziona. Sul versante puramente comico, è anche più riuscito di Faccia di Picasso (2000), anche grazie a qualche intervento di comici bravi come Cacioppo. Certo, il mondo di Ceccherini è sempre quello: il calcio (non per caso i giudici sono un ex arbitro e due ex calciatori), i film di Tinto Brass e le seghe. Rispetto al primo Benigni - quello di Berlinguer ti voglio bene - cui pure è stato paragonato, manca una vera consapevolezza politica, sociale e culturale (insomma, non vedremo mai Ceccherini leggere la Divina Commedia in Piazza Santa Croce, ci è bastata ed avanzata la sua rilettura di Pinocchio), però il comico fiorentino qualcosa di suo ci mette e lo sa offrire al pubblico con molta maggiore onestà di, per fare un nome, Pieraccioni. Quest'ultimo offre agli spettatori la Firenze da bere, lastricata a suo tempo dai Medici, o i casali di campagna in stile Mulino Bianco, Ceccherini si aggira tra i barrettacci che sembrano usciti dal Bar Sport di Stefano Benni, ma anche dai primi film di Nuti e Benvenuti, nonché dalle canzoni popolari degli anni Settanta di Pupo ("I primi pendolari la mattina/quest'anno è forte la tua Fiorentina/la colazione con i bomboloni/e guai a chi parla male di Antognoni" cantava in Firenze Santa Maria Novella). Il difetto principale del film è, a parte il processo, una lunga sequenza finale che sembra appiccicata con lo sputo, forse dovuta al fatto che l'esordiente regista non sapeva come congedarsi da questa sua storiella, e qualche indugio di troppo sulle resistibili grazie della Gerini (fiorentina come i senegalesi di Ponte Vecchio). E' da condividere, almeno fino a un certo punto, il commento di Marco Giusti, che scrive: «Grande inizio con belle trovate e grandi personaggi toscani. La sgradevolezza del protagonista, il suo insistere sulle donne e sulle seghe funziona e ricorda il primo Benigni. Sono ottimi anche il Paci come amico e soprattutto Carlo Monni che fa un misto di Geppetto e del vecchio Bozzone di Berlinguer ti voglio bene. Per un po' il miracolo resiste. Poi il film crolla» (non si capisce poi se Giusti, quando parla di "un terribile incubo calcistico" che butta tutto sul grottesco, si riferisca al processo, che è, in effetti, la parte meno riuscita del film). Comunque un Ceccherini da vedere.

A mali estremi...

by sasso67 (09/06/2008 - 23:19)

Divorzio all'italiana (Italia, 1961) di Pietro Germi. Con Marcello Mastroianni (il barone Fefè Cefalù), Daniela Rocca (Rosalia), Stefania Sandrelli (Angela), Leopoldo Trieste (Carmelo Patanè), Odoardo Spadaro (don Gaetano Cefalù), Angela Cardile (Agnese Cefalù), Lando Buzzanca (Rosario Mulè), Margherita Girelli (Sisina), Laura Tomiselli (zia Fifidda), Pietro Tordi (l'avv. De Marzi), Ugo Torrente (don Calogero), Antonio Acqua (il parroco), Saro Arcidiacono (il dott. Talamone), Renzo Marignano (il dirigente comunista), Renato Pinciroli (il membro pelato del circolo), Francesco Nicastro (il giudice).

Un barone siciliano, sposato da quindici anni, s'invaghisce della cugina sedicenne. Non essendo previsto il divorzio nell'ordinamento giuridico italiano, il nobile pensa di poter approfittare dell'articolo del codice penale che prevede il tradimento come circostanza attenuante per l'omicidio del coniuge fedifrago. Architetta, così, di far cadere la moglie tra le braccia di un amante per poi ammazzarla.

Probabilmente il capolavoro assoluto di Germi, che affonda la lama nella psicologia e nella sociologia siciliane, come se, al suo terzo film realizzato nell'isola, il regista fosse espertissimo conoscitore dell'ambiente. Ma, oltre alla maestria da sociologo, che proviene anche da una sceneggiatura pressoché perfetta, Germi dimostra, per l'ennesima volta, una grande perizia registica. Il racconto è serrato e i colpi di scena si susseguono con studiata frequenza, punteggiati dalla voce off da narratore dell'avvocato De Marzi che, con linguaggio tipicamente forense, commenta le sequenze, sempre pronto a cambiare il corso della propria arringa, a seconda delle immagini che scorrono sullo schermo. E una delle ricchezze del film è senza dubbio la varietà dei registri linguistici utilizzati, da quello del pigro nobilastro (genialmente interpretato da Mastroianni), a quello da romanzo d'appendice della moglie, passando per il linguaggio avvocatesco e per quello intellettualoide del pittore, fino a quello, tutto fatto di ammicchi e sottintesi, del mafioso Mattara.

«Se il cinema di Germi è profondamente caratterizzato dalla ricerca della solidità e perfezione di una struttura narrativa, Divorzio all'italiana è qualcosa che somiglia al suo zenith.» (Mario Sesti, Tutto il cinema di Pietro Germi)

Tag: cinema,commedia

Fanno venire freddo

by sasso67 (08/06/2008 - 19:10)

La maestra di sci (Italia, 1981) di Alessandro Lucidi. Con Carmen Russo (Celia), Andy Luotto (Franco Landi, il fotografo), Cinzia De Ponti (Carla), Renzo Ozzano (il prof. Thompson), Ghigo Masino (Manzi, il direttore dell'hotel), Giacomo Rizzo (uno dei due rapitori), Sonia Otero (Stella), Daniele Vargas (l'emiro).

Celia, modella di riviste per soli uomini, riceve un'eredità, di cui potrà, però, entrare in possesso, soltanto se si dimostrerà di specchiata moralità. Parte quindi per la montagna, doce proverà a riciclarsi come maestra di sci. A controllare sulla sua moralità sarà il presidente dell'associazione benefica che riceverebbe l'eredità se Celia non si rivelasse degna. A complicare le cose, ci si mettono un fotografo imbranato, un emiro arabo, e tre poveracci che lo vogliono rapire.

Un film imbastito sulle generose grazie di Carmen Russo, messa soltanto un paio di volte in condizione di non deludere i suoi fan. Di tutto l'ambaradàn si salva soltanto Ghigo Masino (ed è anche l'unica ragione per cui ho guardato il film), nella parte del direttore dell'hotel, mentre gli altri comici non fanno ridere mai e il rimanente è meno che desolante. Andy Luotto si rivela anche qui una delle invenzioni meno riuscite di Renzo Arbore.

Indietro non si torna, parola della mafia

by sasso67 (08/06/2008 - 19:05)

Tony Arzenta - Big Guns (Italia/Francia, 1973) di Duccio Tessari. Con Alain Delon (Tony Arzenta), Richard Conte (Nick Gusto), Carla Gravina (Sandra), Marc Porel (Domenico Maggio), Giancarlo Sbragia (Luca), Umberto Orsini (Avv. Isnello), Roger Hanin (Carré), Anton Diffring (Hans Grünwald), Silvano Tranquilli (Montani, agente dell'Interpol), Nicoletta Machiavelli (Anna), Guido Alberti (Don Mariano), Lino Troisi (Rocco Cutitta), Erika Blanc (l'italiana pestata a Copenhagen), Rosalba Neri (la moglie di Cutitta), Ettore Manni (Gismundo), Carla Calò (Nunziata. la madre di Tony), Corrado Gaipa (il padre di Tony), Nazzareno Zamperla (sicario di Grünwald).

Dopo l'ennesimo omicidio, condotto con l'usuale ed impeccabile perfezionismo, il killer della criminalità organizzata Tony Arzenta, di origini siciliane, decide di ritirarsi dall'attività. Ma l'organizzazione non lascia andare impunemente i propri "figli"... Comincia così una serie di vendette incrociate che spingono il sicario ad intraprendere la sua personale vendetta contro i capi della mala, fino ad un finale che lascia l'amaro in bocca.

 Tony Arzenta è uno dei migliori esempi del genere noir italiano anni Settanta. Certo, per chi (come me) si attendeva qualcosa di vagamente simile all'ottima riuscita di Milano calibro 9 (1972), un po' di delusione è inevitabile, ma va detto che il mestiere di Tessari, un regista che mai si è adagiato sugli schemi di un genere cinematografico, fa di questo film un prodotto di qualità molto più elevata rispetto alla media. Oltre a qualche pezzo musicale particolarmente indovinato (si pensi a L'appuntamento di Ornella Vanoni), anche il buon cast (Orsini, Conte, la Gravina, Sbragia, il mitico Diffring, come comprimari, non sono cosa da poco) contribuisce in maniera determinante alla riuscita dell'insieme. Delon coproduce, recita e fa lo stunt di sé stesso: non sarà mai bravo per quanto è bello, ma insomma qui se la cava, e fa pensare che forse i suoi risultati migliori li ha dati più in Italia (Rocco e i suoi fratelli, L'eclisse, Il gattopardo...) che in Francia.

Tag: cinema

Scambio alla pari

by sasso67 (06/06/2008 - 20:29)

La vittima designata (Italia, 1971) di Maurizio Lucidi. Con Tomas Milian (Stefano Augenti), Pierre Clementi (il conte Matteo Tiepolo), Katia Christine (Fabienne Beranger), Luigi Casellato (il commissario Finzi), Marisa Bartoli (Luisa Augenti), Sandra Cardini (Christine Muller), Enzo Tarascio (Del Bosco), Giuseppe Alotta (l'uomo arrestato).

Un pubblicitario milanese che vuole liberarsi della moglie ricca che non ama più incontra un conte veneziano che gli propone uno scambio alla pari: lui gli ucciderà la moglie e in cambio il pubblicitario dovrà uccidere il fratello del nobile. L'uomo rifiuta, ma l'altro forza la mano.

Un buon thriller, poco originale (il tema è quello reso celebre dal film di Hitchcock L'altro uomo, tratto da un romanzo di Patricia Highsmith), e, visto a distanza di anni, piuttosto invecchiato. La cosa migliore sono alcune atmosfere morbose e soprattutto l'interpretazione: ottima quella di un Tomas Milian a suo agio in questo personaggio ambiguo e la figura allampanata e inquietante di Pierre Clementi. Da non dimenticare neppure le musiche di Luis Enrique Bacalov, con alcuni pezzi del Concerto grosso dei New Trolls appositamente riarrangiati.

Tag: cinema

La faccia trista dell'America

by sasso67 (06/06/2008 - 19:49)

Tepepa (Italia, 1968) di Giulio Petroni. Con Tomas Milian (Jesus Maria Moran, alias Tepepa), Orson Welles (il col. Cascorro), John Steiner (il dott. Henry Brice), José Torres (Pedro Pereira, detto El Piojo), Luciano Casamonica (Paquito), George Wang (Mr. Chu), Anna Maria Lanciaprima (Maria Virgen Escalande), Giancarlo Badessi (il sergente), Clara Colosimo (la moglie del sergente), Paloma Cela (Consuelo).

Nel Messico dei primi del Novecento, un medico inglese salva dalla condanna a morte un peón, condannato per sedizione rivoluzionaria. In realtà, l'ha salvato perché vuole ucciderlo in prima persona, per vendetta, poiché il messicano, anni prima, gli ha violentato la fidanzata. Il peón, però, riesce, almeno temporaneamente, a liberarsi del medico, anche se entrambi sono inseguiti dalle truppe regolari del colonnello Cascorro, al servizio del governo presieduto dal traditore Presidente Madero.

Il Messico è stato terreno fertile per il cinema italiano impegnato degli Sessanta e dei primi anni Settanta, da Quien sabe? (1966) di Damiano Damiani a Giù la testa (1971) di Sergio Leone: il paese delle tante revolucciones, purtroppo quasi tutte fallite, permetteva agli autori di fare un discorso sulle masse sfruttate (i campesinos sporchi e laceri erano un esempio ideale) e la rivoluzione possibile (il riferimento abbastanza chiaro era alla revolucion castrista), se le masse fossero state unite (el pueblo unido jamás será vencido), con un linguaggio piacevole e seguito come quello dello spaghetti western. In effetti, qui basta cambiare un paio di nomi e siamo in pieno nella storia vera del Messico degli anni Dieci del Novecento. Basta mettere i nomi al posto giusto: Zapata invece che Tepepa e Huerta invece che Cascorro; Madero è mantenuto con il suo vero nome. In più, vi era di solito la presenza di uno straniero: il killer americano Lou Castel in Quien sabe?, il bombarolo irlandese James Coburn in Giù la testa, il medico inglese John Steiner qui. E generalmente le lande assolate del Messico hanno portato fortuna al nostro cinema: anche in questo caso il film funziona, anche grazie alle ottime interpretazioni, soprattutto dell'intenso Tomas Milian (un attore da noi noto soprattutto per il suo personaggio meno significativo, quello del Monnezza), ma anche di un divertito Orson Welles (che ripropone un infernale Quinlan in salsa chili) e di un John Steiner, per una volta non costretto nel ruolo di un cattivo troppo stilizzato. Ottima anche la fotografia di Francisco Marin.

Tag: cinema

All American Director

by sasso67 (06/06/2008 - 19:41)

Spetters - Spruzzi (Olanda, 1980) di Paul Verhoeven. Con Hans Van Tongeren (Rien), Renée Soutendijk (Fientje), Toon Agterberg (Eef), Maarten Spanjer (Hans), Marianne Boyer (Maya), Ab Abspoel (il padre di Rien), Rutger Hauer (Gerrit Witkamp), Jeroen Krabbé (Frans Henkhof), Jonna Koster (la moglie di Gerrit).

Tre giovani amici olandesi sono appassionati di motocross e sognano di emulare le gesta del campione mondiale Gerrit Witkamp: uno di loro, dotato di vero talento, resterà paralizzato a seguito di un incidente, un altro si dimostrerà una schiappa e preferirà il matrimonio con la fidanzatina ufficiale, il terzo, ottimo meccanico, si scoprirà omosessuale. Tutti e tre avranno nel frattempo corteggiato e deluso la bella Fientje, che gestisce insieme al fratello una friggitoria ambulante.

Verhoeven dimostra un buon talento registico, anche se nel 1980 era difficile prevedere che sarebbe divenuto uno dei maggiori direttori di Hollywood. Sfruttando anche la tradizionale libertà olandese in materia di morale sessuale, poi, Verhoeven può permettersi di affrontare tematiche che alle nostre latitudini si stenta a mettere in scena perfino oggi, e il regista di Amsterdam lo fa, mostrando sul grande schermo scene che si avvicinano molto all'hardcore, specialmente sul versante gay (c'è una scena di violenza omosessuale che lascia quasi esterrefatti). Il clima del film, seppure affrontato con un approccio più cupo, sembra lo stesso del contemporaneo filmetto americano All American Boys (1980) di Peter Yates, ma qui non tutto funziona a dovere. Insomma, sembra più un film su commissione che un film d'autore, più un film all'americana che all'europea: ecco, forse sta qui il sgreto del successo hollywoodiano di Verhoeven.

Tag: cinema

Poco prima della rivoluzione

by sasso67 (03/06/2008 - 20:28)

Se... (GB, 1968) di Lindsay Anderson. Con Malcolm McDowell (Mick Travis), David Wood (Johnny), Richard Warwick (Wallace), Christine Noonan (la ragazza del bar), Rupert Webster (Phillips), Robert Swann (Rowntree), Hugh Thomas (Denson), Peter Jeffrey (il rettore), Arthur Lowe (Mr. Kemp), Mary MacLeod (Mrs. Kemp), Mona Washbourne (la matrona), Geoffrey Chater (il cappellano), Graham Crowden (il professore di storia), Charles Lloyd Pack (il professore di latino), Anthony Nicholls (il generale Denson), Guy Ross (Stephans), Philip Bagenal (Peanuts), Richard Davis (Machin), Brian Pettifer (Biles), Sean Bury (Jute).

Un anno scolastico in un esclusivo collegio privato inglese: tollerate dal corpo insegnante, si consumano piccole e grandi angherie dei seniors sugli studenti più giovani. Fino a che un gruppetto di questi si ribella...

Uno dei padri fondatori del free cinema inglese, per il quale aveva partorito un'opera fondamentale (un padre che partorisce? mah!) come Io sono un campione (1963), produce un altro film, figlio di quel movimento, e che resterà a futura memoria come una delle più lucide metafore sull'Inghilterra alla fine degli anni Sessanta. Ispirato al film Zero in condotta (1933) di Jean Vigo (tanto che l'Internet Movie Database lo considera apertamente un remake del film francese), Se... è allo stesso tempo una ricognizione sullo stantio tradizionalismo della società britannica ed anche una preconizione su quello che sarebbe potuto accadere di lì a poco. Anderson è geniale nel far di necessità virtù e far apparire come scelte stilistiche delle carenze produttive, come l'alternanza di scene a colori e scene in bianco e nero, senza un'apparente logica, così come nel proporre un film che, a distanza di quarant'anni, continua a far discutere in merito alle sue interpretazioni. A mio parere, il college è una metafora dell'Inghilterra, che sembra, in quello scorcio finale degli anni Sessanta, la Francia prima della Rivoluzione del 1789: la casta dei nobili che governa, insieme a quella del clero e dei militari, mentre borghesi e intellettuali non riescono più a trovare ragioni sufficienti per sopportare il peso della tradizione. Alberto Moravia, nel recensire il film per L'Espresso, pur senza avere capito granché della trama (tanto che confonde gli studenti più anziani con i professori), ha l'intuizione di scrivere che «...il film a ben guardare è quasi un documentario. Persino la contestazione dei tre ragazzi più grandi, che costituisce una sembianza di storia, sembra avere un carattere di cosa già vista, di cinema-verità» (Al cinema, Bompiani, 1975). Ed in effetti la genialità di Anderson consiste proprio nell'avere realizzato una sorta di documentario (lui, allievo della scuola di Humphrey Jennings) che ha valore di metafora.

Già promettente, bravissimo Malcolm McDowell, al suo primo vero grande ruolo cinematografico (a parte qualche partecipazione televisiva, era già comparso in Poor Cow di Ken Loach, ma le sue scene erano state tagliate), che anticipa sia Arancia meccanica (1971) che O Lucky Man! (1973). Con quest'ultimo film Anderson continuerà il suo gioco di rimandi e autocitazioni: in Se... un personaggio si chiama Machin come il protagonista di Io sono un campione ed in O Lucky Man! il protagonista (McDowell stesso) avrà lo stesso nome (Michael Arnold Travis) che porta in Se... Il titolo è lo stesso di una retorica poesia di Rudyard Kipling, che Gigi Marzullo, alcuni anni fa faceva recitare ai suoi ospiti del programma della notte. Nella versione italiana è tagliata la scena in cui Mrs. Kemp (Mary MacLeod), moglie di un anziano professore, gira nuda per le camerate del college.

Tag: cinema

Vantaggi della solitudine

by sasso67 (03/06/2008 - 20:27)

«All'uomo intellettualmente dotato la solitudine offre due vantaggi: prima di tutto quello di essere con se stesso e, in secondo luogo, quello di non essere con gli altri.»  Arthur Schopenhauer http://it.wikiquote.org/wiki/Arthur_Schopenhauer

Schopenhauer

Tag: filosofia

Candido sull'amore

by sasso67 (03/06/2008 - 20:25)

« Non c'è effetto senza causa, - rispose Candido con modestia -, tutto è necessariamente concatenato e ha come fine il meglio. Era necessario che fossi cacciato lontano da Cunegonda, che fossi frustato, ed è necessario che elemosini il pane finché non riuscirò a guadagnarlo; tutto questo non poteva andare altrimenti »
(Voltaire, Candido)

Illustrazione di Marcel Ruijters

Tag: filosofia

Gran casino a Broccolino

by sasso67 (01/06/2008 - 21:05)

ULTIMA FERMATA BROOKLYN (USA, 1989) di Uli Edel. Con Stephen Lang (Harry Black), Alexis Arquette (Georgette), Jennifer Jason Leigh (Tralalà), Burt Young (Big Joe), Stephen Baldwin (Sal), Jerry Orbach (Boyce).

Nei primi anni '50 a Red Hook, uno dei distretti di Brooklyn (New York), sullo sfondo di uno sciopero a muso duro, s'intrecciano le vicende di operai, sindacalisti, soldati (guerra di Corea in corso), puttane, barboni. Uscita, non fermata. Da un romanzo (1957) di Hubert Selby Jr. un pomposo e costoso film che ha le pretese di una tragedia americana, ma è un melodramma di sesso e violenza, un film di taglio iperrealistico a programma sadico con forti componenti di masochismo e algofilia. Pur nella confezione di gran lusso tecnico-decorativo la violenza non è mai riscattata dalla forma, contraddistinta da una palese mancanza di simpatia (di pietà, di solidarietà) verso i personaggi persino nelle scene dello sciopero. (Il Morandini) Ultima fermata Brooklyn è un film con cui il regista effettivamente mette al fuoco più carne di quanta avrebbe mai potuto cuocerne. Edel mette in scena un'America che, dismesso il sogno del New Deal, è diventata un ricettacolo di etnie diverse, accomunate da una sete d'amore che non può esere sopita né dai fiumi di alcool che vengono consumati ogni santa sera, né dagli squallidi e sudaticci amplessi strappati a qualche prostituta che si maschera surrettiziamente da Marilyn di quartiere, né dal denaro, guadagnato spesso in maniera poco pulita. Sarebbe servito un grande regista e non un mestierante che si era costruito una carriera sulla base della descrizione di ambienti abitati da un'umanità degradata.

Tag: cinema

Un perdente di successo

by sasso67 (01/06/2008 - 21:00)

RAPPORTO CONFIDENZIALE (Francia/Spagna/Svizzera, 1952) di Orson Welles. Con Orson Welles (Grigory Arkadin), Paola Mori (Raina Arkadin), Robert Arden (Guy Van Stratten), Akim Tamiroff (Jakob Zouk), Patricia Medina (Mily), Katina Paxinou (Sophie), Michael Redgrave (Bugomil Trebitsch), Grégoire Aslan (Bracco), Mischa Auer (il Professore), Peter Van Eyck (Tadeusz).

Un potentissimo riccone, che sostiene di avere perduto la memoria, assume uno spiantato avventuriero perché ricostruisca il suo passato. In realtà vuole rintracciare gli ultimi testimoni del suo passato di trafficante di esseri umani per eliminarli. Ma anche il grande boss ha un punto debole: la giovane figlia, concupita da un gran numero di cacciatori di dote. Una trama tipicamente wellesiana, con un protagonista, Grigory Arkadin, che più wellesiano non si può. Anche in questo film, come in molti altri del regista americano, però, il meglio è dato dal "come" la materia è trattata, con le atmosfere notturne e le inquadrature sghembe che rendono ambienti e personaggi più ambigui che mai. E su tutto campeggia il solito titanico perdente, interpretato dallo stesso Welles.

Tag: cinema

Maremma un po' bucaiola

by sasso67 (01/06/2008 - 20:57)

Una cavalla tutta nuda (Italia, 1972) di Franco Rossetti. Con Don Backy (Folcacchio de' Folcacchieri), Renzo Montagnani (Gulfardo de' Bardi), Vittorio Congia (Mattias), Barbara Bouchet (Gemmata), Leopoldo Trieste (il marito di Gemmata), Carla Romanelli (Pampinea), Ghigo Masino (l'oste).

Un soldato di ritorno a casa in Toscana dalle guerre tra guelfi e ghibellini viene inviato, insieme a un suo amico scultore, come ambasciatore presso il vescovo di Volterra. Il problema è che i due non hanno capito l'ambasceria, perciò passeranno un sacco di guai.

Nato probabilmente sulla scia del successo del Decameron (1971) di Pasolini, questo film che riunisce il regista senese Rossetti, il fiorentino (seppure nato ad Alessandria) Montagnani e il pisano (di Santa Croce sull'Arno) Aldo Caponi, in arte Don Backy. Ed è un film che, ancora, punta più sulla comicità boccaccesca che non sull'erotismo che imperverserà di lì a poco nel filone cosiddetto decamerotico: c'è qui, un episodio, già messo in scena da Pasolini, di cui è protagonista la Bouchet, che è di un erotismo quasi casto, rispetto a quanto si vedrà pochi anni dopo. Qualche episodio strappa una franca risata; i due protagonisti sono simpatici e funzionano e di contorno c'è qualche azzeccata figura minore, come l'oste interpretato dal vertadero comico fiorentino Ghigo Masino.

Archivio Giugno 2008