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Fate l'amore

by sasso67 (31/07/2008 - 15:15)

La vergogna (Svezia, 1968) di Ingmar Bergman. Con Liv Ullmann (Eva Rosenberg), Max von Sydow (Jan Rosenberg), Sigge Fürst (Filip), Gunnar Björnstrand (il colonnello Jacobi), Birgitta Valberg (la moglie di Jacobi), Frank Sundström (l'interrogatore), Ulf Johansson (il dottore), Vilgot Sjöman (l'intervistatore), Gösta Prüzelius (il vicario).

Chi ci può essere di più mite, raffinato, acculturato di una coppia di violinisti di un'orchestra per musica classica? Lui, addirittura, la notte, si sogna di eseguire il quarto dei Concerti Brandeburghesi di Bach... Scoppiata la guerra, i due si sono trasferiti su un'isoletta a coltivare mirtilli, ma neanche questo li salverà dalla brutalità del conflitto. Presi ingiustamente prigionieri, interrogati, torturati, accusati di tradimento, presi dalla fame e dalla paura della morte, si abbrutiranno fino al punto che lei diventa l'amante di un potentazzo locale, mentre lui si trasformerà in ubriacone, ladro e assassino.

In pieno 1968 Bergman gira questo atto d'accusa contro la guerra sempre e comunque, senza né domandarsi né spiegare chi faccia guerra a chi, perché essa è sempre ingiusta, barbara e senza speranza. Neanche gli animi nobili riescono a passare indenni attraverso questa follia: se sopravvivono, non sono più gli stessi, dagradati, come sono, allo stato ferino. Ma La vergogna è anche un atto d'accusa nei confronti di coloro, specialmente intellettuali, rifiutino di prendere posizione (Eva, intervistata dai "ribelli", risponde di non avere idee politiche), perché sono le vittime più facili della ferocia bellica.

In questo film Bergman rinuncia a parecchi dei suoi dimboli e dei suoi silenzi, ma non disdegna riferimenti letterari "alti", come Kafka (quanto meno per l'episodio dell'interrogatorio) e Orwell (l'anziano rigattiere che poi si trasforma in capo partigiano non può non ricordare 1984).

Ottima, come sempre l'interpretazione degli interpreti, tutti tra i fedelissimi di Bergman: Liv Ullmann, Max von Sydow e Gunnar Björnstrand.

Tag: cinema

Bamboccioni miei

by sasso67 (28/07/2008 - 13:40)

I laureati (Italia, 1995) di Leonardo Pieraccioni. Con Leonardo Pieraccioni (Leonardo Paci), Massimo Ceccherini (Pino Noferini), Gian marco Tognazzi (Bruno), Rocco Papaleo (Rocco), Maria Grazia Cucinotta (Letizia), Alessandro Haber (il prof. Galliano), Barbara Enrichi (Sonia), Tosca D'Aquino (Anna), Elisabetta Cavallotti (Marta), Sabrina Knaflitz (Cecilia), Adriano Wayskol (Luciano), Manuela Arcuri (la cubista sadomaso), Bruno Colella (l'impresario).

L'esordio cinematografico di Pieraccioni non faceva presagire, per i successivi film, esiti tanto lusinghieri al botteghino né tanto disastrosi dal punto di vista puramente artistico. I laureati non è certo un capolavoro di comicità (la tragica comicità di Amici miei, per capirci, è ancora lontana, anche se Pieraccioni pare aspirare ad ereditare la vis toscana del film di Monicelli), però ha alcune situazioni e momenti divertenti, nonché diversi spunti indovinati anche dal punto di vista sociologico, specialmente quando parla di questi quattro vitelloni fiorentini, sempre incapaci di prendere una sola decisione importante nella vita. Molti elementi sono risaputi (l'innamoramento per la fotomodella, così come la corsa per il conto del ristorante), ma, insomma, qualcosa di buono c'era, soprattutto nella recitazione ancora fresca del protagonista e di Ceccherini, ma anche nel solido professionismo di Papaleo, Haber e Tognazzi (che, comunque, non riesce a competeere con il padre quanto a credibilità toscaneggiante). E poi c'è un elemento quasi profetico, nella bestemmia pronunciata in diretta tv dal comico impersonato da Ceccherini, che si esibirà davvero in questo numero nel 2006, durante L'isola dei famosi. Inguardabile, assolutamente incapace di recitare, la Cucinotta.

Quei bravi vermazzi

by sasso67 (28/07/2008 - 13:39)

Squirm - I carnivori venuti dalla savana (USA, 1976) di Jeff Lieberman. Con Don Scardino (Mick), Patricia Pearcy (Geri Sanders), R. A. Dow (Roger Grimes), Jean Sullivan (Naomi Sanders), Peter Maclean (lo sceriffo Jim Reston), Fran Higgins (Alma Sanders), Carl Dagenhart (Willie Grimes), Barbara Quinn (la ragazza dello sceriffo).

Un violento ciclone spezza i cavi dell'elettricità nei pressi di un villaggio della Georgia ai bordi di una palude. I cavi, scaricando l'energia elettrica a terra, trasformano i vermi della zona, usati come esche per la pesca, in temibili predatori di carne umana.

Al contrario che nei film di fantascienza degli anni Cinquanta, nei quali i conquistatori arrivavano da altri pianeti, qui il pericolo si annida direttamente nel sottosuolo americano. Era già successo con La notte dei morti viventi di Romero, che il mix tra fenomeni naturali e tecnologia umana producesse mostri; del resto si sono già viste api killer, alligatori mostruosi e addirittura pomodori assassini, che lo divewntino anche i miti anellidi che popolano il nostro sottosuolo non può fare meraviglia. Ciò che stupisce è, semmai, l'incredibile pressappochismo con il quale questo film è stato condotto, dalla sceneggiatura alla realizzazione sul territorio (solo per fare un esempio, dopo che ha scorrazzato in lungo e in largo per le paludi, il protagoniste ha ancora le scarpe nuove di calzaturificio). La fotografia di Joseph Mangine è buona, ma la regia dell'allora giovane Lieberman tiene il suo horroraccio in serie B e in piena zona retrocessione.

Tag: cinema,horror

Anche le capre mangiano bocciòli

by sasso67 (26/07/2008 - 18:17)

Il vento fa il suo giro (Italia, 2005) di Giorgio Diritti. Con Thierry Toscan (Philippe Héraud), Alessandra Agosti (Chris Héraud), Dario Anghilante (Costanzo), Giovanni Foresti (Fausto).

Un professore improvvisatosi pastore di capre si sposta dai Pirenei alle Alpi piemontesi ed è causa di scompiglio in un tranquillo villaggio di montagna in cui si parla ancora l'antica lingua occitana.

L'inizio tra le montagne nebbiose, l'accoglienza notturna del nuovo venuto, l'inizio della convivenza, che si preannuncia, fin dall'inizio, tutt'altro che foriera di pace... Una comunità quasi unita, messa in crisi dall'arrivo di un "forestiero", accolto, con la sua famiglia giovane, soprattutto grazie all'intervento delle menti più illuminate del villaggio (il politico e l'artista)... Qual è il problema, allora? Il villaggio chiuso a riccio, in stile The Wicker Man, che stenta ad aprirsi all'esterno, cullandosi nell'aria rarefatta della montagna e sul ricordo caro della beffa perpetrata in tempo di guerra contro i tedeschi, oppure l'ex professore di liceo francese, improvvisatosi pastore di capre, un po' come un manager di Wall Street potrebbe, all'improvviso, ritirarsi in un monastero buddista del Nepal? Forse tutti e due: è lo scontro fra culture, che si verifica quando nessuno sa più rinunciare al proprio "particulare", che sia rappresentato (perché poi, almeno per noi italiani, è sempre qualcosa di più) da un roseto, una legnaia, o da un semplice prato d'erba inutilizzato da anni. Giorgio Diritti è un regista, esordiente nel lungometraggio d'invenzione, di scuola olmiana, e si vede. Come Olmi, ama i paesaggi alpestri, i silenzi, i linguaggi arcani; come Olmi ha, allo stesso tempo l'occhio del documentarista e del regista pubblicitario. E come la maggior parte dei film di Olmi, Il vento fa il suo giro funziona, anche se il finale poteva forse essere forse più originale, piuttosto che prevedere la solita morte purificatrice dell'innocente di turno. La poesia letta dal sindaco alle esequie è, in ogni caso, molto bella ed è un invito all'incontro e all'accoglienza, a pensare l'umanità non come una somma di individui, ma in quanto vera comunità, dotata di una sola volontà, che può scaturire dal minimo comune multiplo costituito dall'uomo che è dentro ciascuno. Perché il vento fa il suo giro e tutto torna a succedere... Insomma, il film non è un capolavoro, ma forse è nato un Autore.

Tag: cinema

L'albero cui tendevi la pargoletta mano

by sasso67 (26/07/2008 - 18:15)

Sacrificio (Svezia/Francia, 1986) di Andrej Tarkovskij. Con Erland Josephson (Alexander), Susan Fleetwood (la moglie), Gudrun Gisladottir (Maria), Allan Edwall (Otto), Valérie Mairesse (Marta).
Un anziano intellettuale, ritiratosi nella propria casa di campagna sull'isola di Gotland, alla vigilia del proprio compleanno, sta piantando un albero ormai secco e spiega al figlioletto che anni prima un monaco giapponese, inaffiandolo ogni giorno, fece appunto rifiorire un albero secco. Sopraggiunge il postino Otto, che racconta di strani prodigi. All'improvviso la televisione annuncia il verificarsi di una catastrofe atomica. Alexander, rivolgendosi a Dio, promette di sacrificare tutto quello che ha in cambio della salvezza dei suoi cari. Sempre per salvare le persone che ama, si reca di notte a fare l'amore con una serva in fama di stregoneria. Il giorno dopo, ritornata la calma, Alexander incendia la propria casa e si lascia condurre in manicomio. Suo figlio comincia ad innaffiare l'albero secco.

L'ultimo film di Tarkovskij (che purtroppo morirà alla fine del 1986, a soli 54 anni) è il compimento del suo cinema ed anche il suo testamento spirituale. Ciò nonostante, non è detto, a mio parere, che esso rappresenti anche un progresso nella filmografia del Maestro. Rispetto, infatti, a Nostalghia (anche nonostante il fatto che lo stesso Tonino Guerra, sceneggaitore del film girato da Tarkovskij in Italia considerasse Sacrificio un film migliore), si ha una ripetizione e una reiterazione dello schema già visto e sfruttato (la corsa notturna in bicicletta per recarsi a casa di Maria, ma anche il rogo della casa ricordano l'attraversamento della vasca di Bagno Vignoni con la candela in mano), nonché un didascalismo del messaggio e del discorso filmico che influisce negativamente sulla lentezza della trama e sull'efficacia dei dialoghi, spesso pleonastici o tirati per le lunghe. Non mi spingerò fino al punto di affermare che Sacrificio sia un film brutto o comunque non riuscito: resta il soffertissimo testamento spirituale e artistico di un grandissimo cineasta, un Autore con la A maiuscola, osteggiato durante la vita e scomparso troppo presto, in relazione ai frutti che avrebbe ancora potuto dare (magari dopo un clamoroso ritorno in patria, a seguito della caduta dei muri). Spesso, però, i testamenti di parenti tanto amati possono deludere gli eredi, anche se, alla fine, non alterano il sentimento provato per il congiunto deceduto. È ciò che mi è successo guardando Sacrificio.

Tag: cinema

Il vecchio Castoro su Tarkovskij

by sasso67 (26/07/2008 - 18:12)

Achille Frezzato, Andrej Tarkovskij, La Nuova Italia (Collana Il Castoro Cinema), 1978, pp. 103.

TarkovskijUscito nel 1978, quando Takovskij aveva girato soltanto quattro dei suoi sette film, questo piccolo libro di Achille Frezzato è un'opera fondamentale - probabilmente la prima monografia in lingua italiana - su un Maestro del cinema. Scritto con un linguaggio elegante ed estremamente piacevole da leggere, il saggio analizza abbastanza approfonditamente i primi quattro lavori di Tarkovskij, sviscerandoli più dal punto di vista contenutistico che tecnico. Frezzato, infatti, mette in evidenza gli elementi ricorrenti del cinema tarkovskiano, cercando di offrire al lettore una chiave per districarsi tra i simboli di un linguaggio filmico tra i più densi e affascinanti di tutto il panorama mondiale. Da L'Infanzia di Ivan ad Andrej Rubliov, da Solaris a Lo specchio (un film spesso, anche ai nostri giorni, mal capito), è tutto un evidenziare gli elementi ricorrenti del cinema del regista russo, come i cavalli neri (molto spesso simbolo di libertà), l'acqua (fonte della vita) sotto forma di fiume (lo scorrere del tempo, il movimento fluente della natura) o di pioggia (non di rado purificatrice), la neve (uno stato, più fermo e d'ostacolo, dell'acqua), il fuoco, i campi spazzati dal vento, alberi solitari, case al cui interno filtra la pioggia e così via. Quello tracciato da Frezzato è, dunque, un itinerario affascinante tracciato all'interno dell'Arte di un Maestro, che ha saputo coinvolgere l'anima e la testa di milioni di spettatori di tutto il mondo,  facendo balenare l'Arcano della vita e della natura, senza tuttavia pretendere di svelarne il Mistero.

Tag: libro,saggio

La farfalla e il carro armato

by sasso67 (26/07/2008 - 18:11)

L'infanzia di Ivan (URSS, 1962) di Andrej Tarkovskij. Con Nikolaj "Kolja" Burljaev (Ivan), Valentin Zubkov (il capitano Kholin), Evgenij Žarikov (il tenente Galčev), Stepan Krylov (il caporale Katasonič o Katasonov), Nikolaj Grinko (il colonnello Grjaznov), Dmitrij Miljutenko (il vecchio con il gallo), Valentina Maljavina (Maša), Irma Tarkovskaja (la madre di Ivan), Andrej Mikhalkov-Končalovskij (il soldato con gli occhiali), Vera Miturič (la bambina).

L'infanzia violentata dalla brutalità della guerra. Un bambino trasformato in mostro e martire dalle atrocità belliche.

Un ragazzino osserva il mondo da dietro un albero, attraverso una ragnatela. In una giornata di sole, cammina attraverso una boscaglia, vede un capra, poi una farfalla e, come questa, riesce a volare; atterra nei pressi di una donna che trasporta un secchio pieno d'acqua, appena attinta dal pozzo; il bambino beve e dice alla donna "mamma, ci sono le allodole!"; la madre si deterge il sudore. Un grido. Era solo un bel sogno. Il bambino si sveglia in un vecchio mulino. È in missione di guerra: attraversa un fiume, si districa dal filo spinato e giunge in una base dell'Armata Rossa. Fa il ricognitore per l'esercito.

L'infanzia di Ivan è lo stupendo lungometraggio d'esordio di Tarkovskij e, seppure non ancora amalgamati, come nel successivo capolavoro Andrej Rublëv, sono già presenti molti degli elementi simbolici, tipici del cinema tarkovskiano: il volo iniziale lo ritroveremo, con valenza forse diversa, proprio nel prologo di Andrej Rublëv, così come ricorrerà l'oggetto simbolo della campana e, nel finale, rivedremo i cavalli neri in riva al mare, e così come torneranno, in tutti i film del regista russo, il tema dell'acqua e quello delle mele. In una struttura di film bellico anche abbastanza convenzionale - quanto meno se si considera il film inserito nel filone del cinema del disgelo, seguito al periodo della destalinizzazione dell'Unione Sovietica - Tarkovskij inserisce quattro significativi tasselli onirici, che riportano il piccolo protagonista alla sua reale (con Tarkovskij meglio non parlare mai, neanche in senso traslato, di realismo) dimensione di fanciullo: è infatti soltanto nel sogno che Ivan entra in contatto con gli elementi caratteristici dell'infanzia: il contatto con la madre e con la sorellina, le corse nei prati, il gioco con i coetanei. Fuori dal sogno, però, Ivan è stato trasformato in una piccola, terribile, macchina da guerra: per lui i tedeschi sono dei "pelapatate", dei disgraziati che calpestano il popolo e bruciano i libri in piazza, e la cosa più importante è partecipare all'avanzata vittoriosa del suo esercito. Lo stacco netto tra le sequenze "vissute" e quelle sognate è ancora più rimarchevole, se si pensa che, in anni recenti, si è scoperto che il film fu iniziato da un altro regista (chi sia non è dato sapere) e che Tarkovskij fu chiamato a continuare il lavoro che l'ignoto non Ivanriusciva a portare a termine. Forse Tarkovskij ha girato solamente le scene dei sogni? Non è dato saperlo, anche se mi sembra poco probabile; è pur vero che gli elementi ricorrenti del suo cinema si trovano soltanto nelle sequenze oniriche, però va anche detto che altri indizi farebbero propendere per la paternità tarkovskiana di moltre altre parti girate: tutta la scena ambientata nel bosco di betulle, con il bacio del capitano Kholin a Maša in bilico sulla trincea sembra profondamente tarkovskiana, così come sembrerebbe testimoniare in questo senso la presenza dell'amico fraterno Končalovskij , nella parte del patetico soldatino occhialuto, con il quale scriverà la sceneggiatura di Andrej Rublëv.

Il risultato è, comunque, un bellissimo film, nel quale mancano le scene di battaglia ed è genialmente data per scontata la presenza dei Tedeschi, mai mostrati secondo gli schemi più più abusati del cinema bellico sulla Seconda Guerra Mondiale (che li ha sempre descritti come crudeli o ridicoli), così come - ha notato acutamente Fabrizio Borin in L'arte allo specchio. Il cinema di Andrej Tarkovskij, 2004 - nell'Andrej Rublëv non si vede mai il protagonista nell'atto di dipingere. L'infanzia di Ivan, al tempo della sua uscita ottenne il Leone d'oro alla mostra cinematografica di Venezia (il primo premio del genere per un film sovietico) e scatenò una ridda di polemiche, poiché non piacque ai critici del più che ortodosso organo ufficiale del Partito Comunista Italiano, tanto che perfino Jean-Paul Sartre, dalla Francia, scrisse al direttore in difesa del film.

Il protagonista, Kolja Burljaev, tornerà, cresciuto, in Andrej Rublëv, nella parte di Boriška, il giovane fonditore di campane.

Tag: cinema,guerra

Non lodo Alfano

by sasso67 (25/07/2008 - 20:33)

In termini prettamente giuridici, la parola LODO indica la pronuncia di un arbitro o di un collegio arbitrale. Spesso, in ipotesi di controversie, per evitare le lungaggini e le spese legali di una causa giudiziaria, che può protrarsi anche per decenni, le parti si accordano sulla nomina di un arbitro Il Ministro Angelino Alfano(o di un collegio arbitrale, composto per lo più di tre membri), che decida, in maniera autorevole ed entro tempi ragionevoli, la controversia.

Viste queste premesse, il lodo, proprio per l'autorevolezza delle persone (esperti di diritto o materie economiche, o, comunque, della materia di cui si dibatte) da cui promana, è inappellabile.

Nel caso del molto presunto lodo Alfano, non c'è niente di tutto questo. Si è trattato, come mille altre volte, di una proposta di un Ministro, presentata al Parlamento ed approvata dalla maggioranza, con la netta opposizione della minoranza. Perché, dunque, è stata definita LODO, come già quello che due legislature fa fu promosso dall'attuale Presidente del Senato (il cosiddetto LODO SCHIFANI)?

Nel 2003, appunto, il Senatore della Margherita Antonio Maccanico cercò una soluzione, sempre allo stesso problema dell'immunità per Berlusconi, che potesse essere condivisa da maggioranza ed opposizione (di cui faceva parte Maccanico). La proposta del Senatore della Margherita fu denominata LODO perché tentava di trovare una formulazione "bipartisan", accettabile, infatti, da entrambe le parti. Il LODO MACCANICO fu poi preso in mano e stravolto dall'allora capogruppo di Forza Italia al Senato Schifani, tanto che maccanico lo ripudiò e tolse il proprio nominativo. Il successivo provvedimento legislativo prese, quindi, il nome dal suo revisore. E fu dichiarato incostituzionale dalla Consulta nel 2004.

Oggi, il LODO ALFANO è il degno erede del LODO SCHIFANI. Con il termine lodo si intende, dunque, attribuire una più alta dignità a un provvedimento che ha come unico scopo quello di salvare Berlusconi da guai giudiziari nei quali si è messo per reati eventualmente (da accertare in sede processuale) commessi non nell'esercizio delle sue funzioni: si tratta di uno "scudo stellare", poiché se anche Berlusconi avesse ucciso la moglie o violentato la cameriera, non sarebbe comunque processabile per tutta la durata del suo mandato.

Il lodo riguarda le quattro maggiori cariche dello Stato: il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio e i Presidenti delle due Camere. In effetti ci sono quattro processi che pendono sui soggetti che rivestono queste cariche. Statisticamente sono uno a testa, ma, fuor di statistica, sono tutti e quattro a carico del Premier.

Tag: politica

Quando il cinema è cocci aguzzi di bottiglia

by sasso67 (25/07/2008 - 19:18)

Nostalghia (Italia/URSS, 1983) di Andrej Tarkovskij. Con Oleg Jankovskij (Andrej Gorčakov), Erland Josephson (Domenico), Domiziana Giordano (Eugenia), Patrizia Terreno (la moglie di Gorčakov), Laura De Marchi (la donna con la tovaglia), Milena Vukotic (impiegata comunale), Delia Boccardo (la moglie di Domenico).

Quasi sempre, quando grandi registi, magari fioriti sotto atroci dittature, sono andati a girare all'estero, spesso nell'opulento occidente europeo o nordmaericano, anche quando hanno saputo mantenere un alto standard qualitativo, hanno snaturato il loro modo di fare cinema. Questo non succede con Tarkovskij, che viene in Italia, collabora con lo sceneggiatore Tonino Guerra, e realizza un ideale seguito, sia tematico che figurativo, dello Specchio e di Stalker. Nostalghia va visto, magari cercandovi gli elementi e gli spunti ricorrenti del cinema di Tarkovskij, a individuare collegamenti tra corsi d'acqua, erbe mosse dal vento, composizioni viventi, cavalli che pascolano. Nostalghia, come gran parte del cinema di Tarkovskij è una lunga poesia ermetica, fatta di acqua, di terra, di parole, che allo stesso tempo nascondono e riportano all'indicibile dolore di essere lontano dal sacro suolo dei padri.  Stupenda la fotografia di Giuseppe Lanci, grande contributo alla riuscita del penultimo film del Maestro. Grandi scorci, per fortuna poco turistici, della campagna senese (Monterchi, Bagno Vignoni, l'abbazia di San Galgano), che dimostrano che la terra, oggetto di fenomeni naturali, arata dai contadini, cantata dai poeti, è uguale in ogni parte del mondo.

Tag: cinema

Impara l'arpa e mettila da parte

by sasso67 (25/07/2008 - 19:16)

Una notte a Casablanca (USA, 1946) di Archie Mayo. Con Groucho Marx (Ronald Kornblow), Harpo Marx (Rusty), Chico Marx (Corbaccio), Charles Drake (ten. Pierre Delmar), Lois Collier (Annette), Sig Ruman (il conte Pfferman/Heinrich Stubel), Lisette Verea (Beatrice Rheiner), Lewis L. Russell (il governatore Galoux), Dan Seymour (il prefetto Brizzard), Frederick Giermann (Kurt), Harro Mellor (Emile), Paul Harvey (il signor Smythe).

I direttori dell'Hotel Casablanca muoiono uno dopo l'altro, assassinati da un falso conte tedesco, che vuole a sua volta diventare direttore per scoprire dove sia stato nascosto un prezioso tesoro di capolavori artistici trafugati dall'Europa. Ma per un contrattempo del conte, sarà chiamato come direttore lo squinternato Ronald Kornblow.

Una notte a Casablanca è il primo film dei Marx dopo la guerra ed il penultimo che li vede tutti e tre riuniti. Più che una parodia di Casablanca di Curtiz, è una rivisitazione delle atmosfere che vi si respirano: qui i nazisti non sono mai un reale pericolo e il falso conte non ha schiere o scherani da scatenare contro nessuno, i francesi fanno da semplice sfondo e i tre protagonisti sono sicuramente apolidi. Ormai non c'è più niente di nuovo nella comicità dei Fratelli Marx, e si ha una ripetizione all'infinito delle gag che avevano decretato il successo dei film degli anni Trenta, ma questo film funziona proprio perché è una summa e un riepilogo dei film precedenti: così ai giochi di parole di Groucho si sommano le battutacce di chico («senza soldi non otterrà niente da quel pidocchio, è proprio come me») e le gag visuali di Harpo (celeberrima quella in cui sta appoggiato ad un muro e quando un poliziotto gli intima «togliti di lì, credi di reggere la parete?» lui si sposta e l'edificio crolla davvero; insieme, i tre stipano all'inverosimile una sala da ballo, così come la cabina della nave in Una notte all'opera, Harpo suona l'arpa, Chico il piano, c'è il Sig Ruman già visto in Un giorno alle corse e... ci manca soltanto Margaret Dumont. Voto 6½.

Fa cagare in tutte le lingue del mondo

by sasso67 (25/07/2008 - 19:15)

Ti amo in tutte le lingue del mondo (Italia, 2005) di Leonardo Pieraccioni. Con Leonardo Pieraccioni (Gilberto), Giorgio Panariello (Cateno), Marjo Berasategui (Margherita), Rocco Papaleo (Anselmi), Massimo Ceccherini (padre Massimo), Giulia Gorietti (Paolina), Francesco Guccini (il preside), Monica Dugo (Priscilla), Gaetano Gennai (Panerai), Barbara Enrichi (Betty Uno), Pietro Ghislandi (il vigile), Giuliano Grande (l'inserviente veterinario), Yoon C. Joyce (Giugizzu), Luis Molteni (frate Minimo), Andrea Muzzi (pizza express), Marco Spiga (lo psicologo), Nicolas Vaporidis (il figlio dello psicologo), Barbara Tabita (Deborah).

Un insegnante di educazione fisica, divorziato, s'innamora di una donna che, all'insaputa l'uno dell'altra, è la madre di un'allieva del prof., innamoratissima di lui.

Ennesima sciocchezzuola pieraccioniana, eseguita con l'unico scopo di sfruttare uno schema ormai collaudato che, se sul piano artistico dà risultati penosi, al botteghino continua a funzionare eccome. L'importante è metterci l'accento toscano (qui siamo in quel di Pistoia), la bellona di turno che di cui s'innamora, ovviamente ricambiato, il protagonista, qualche parolaccia, un paio d'agnizioni plautine e un bel paio di scurregge tanto per gradire. Qui c'è anche Panariello, nella parte del fratello ritardato del protagonista, fissato, chissà perché, con il nuoto in apnea. Pieraccioni neutralizza, ancora una volta, Ceccherini, affidandogli una parte quasi seria (e chissà perché, all'incontro con la ragazzina, anzichè in saio si presenta con camicia e kilt scozzese), ed aggiunge qualche spruzzata di psiconalisi da osteria e un accenno a pratiche sessuali sado maso, nella persona del collega Anselmi. C'è perfino Guccini (ma chi gliel'ha fatto fare...?) nella parte del preside della scuola, che spedisce il Nostro a Borgo a Buggiano. E poi c'è la fatalona, molto bella, come al solito, ma questa volta inusualmente assai ammaschiata, e il nome dell'interprete, Marjo, doveva mettere Pieraccioni sull'avviso riguardo a possibili sorprese...

Scemeggiata napoletana

by sasso67 (25/07/2008 - 19:13)

Sgarro alla camorra (Italia, 1973) di Ettore Maria Fizzarotti. Con Mario Merola (Andrea Staiano), Franco Acampora (Pietro), Giuseppe Anatrelli (Cecere), Dada Gallotti (Angela), Saro Urzì (il grande zio), Aldo Bufi Landi (Scicco), Enzo Cannavale (Vicienzo), Pietro De Vico (l'amico di Vicienzo), Dolores Palumbo (Donna Carmela), Slvia Dionisio (Gisella).

La prima scemeggiata (s', con la m) di Mario Merola al cinema, per di più diretta dal maestro del musicarello, non funziona per niente. È tutto troppo prevedibile per avere un minimo di credibilità. Tutto tranne la pettinatura alla Big Jim di Merola, e il fatto che, tranne per le canzoni, sia doppiato e sostituito da una controfigura per le scene acrobatiche. Lo schema è quello classico meroliano, del camorrista di buon cuore che tenta di redimersi, continuamente insidiato dai malvagi di turno, che falcidiano gli sventurati che gli stanno intorno. Fra i cattivi si rivede volentieri Giuseppe Anatrelli, che tuttavia ricordiamo più volentieri nei panni del geometra Calboni della saga fantozziana. Il versante comico qui è costituita dal duo Cannavale - De Vico, che, pur non raggiungendo il patetico involontario di altre coppie (nelle quali era spesso presente Lucio Montanaro), non fa ridere neanche per sbaglio.

Tag: cinema

Poveritalia

by sasso67 (23/07/2008 - 19:58)

Avere vent'anni (Italia, 1978) di Fernando Di Leo. Con Lilli Carati (Tina), Gloria Guida (Lia), Vittorio Caprioli (Michele Palumbo detto il Nazariota), Ray Lovelock (Rico), Vincenzo Crocitti (Riccioletto), Leopoldo Mastelloni (il meditabondo), Daniele Vargas (il professore), Daniela Doria (Patrizia), LIcinia Lentini (la signora borghese), Giorgio Bracardi (il commissario Zamboni), Eolo Capritti (il questore), Serena Bennato (la lesbica), Fernando Cerulli (il pensionato), Ferdinando Murolo (un poliziotto), Pietro Ceccarelli (il macellaio), Sergio Di Pinto (il figlio del macellaio).

Passata l'estate, due ragazze della Bassa Padana vanno a Roma ed entrano nella strana comune del Nazariota. Cadute in una retata della polizia, vengono rispedite a casa con il foglio di via. In un locale s'imbattono in un gruppo di camorristi che le violentano e le uccidono.

Di Leo tenta di coniugare l'Italia violenta di fine anni Settanta con i frutti tardi del Sessantotto: il femminismo, le droghe leggere, la meditazione orientale. In effetti la comune del Nazariota è quanto di meno credibile si possa trovare: vi convivono drogati e ragazze madri, grotteschi asceti mascherati da Pierrot e confidenti della polizia; alle pareti stanno appesi ritratti di Che Guevara e Kennedy, Stefano Rosso, Lucio Dalla e Papa Giovanni XXIII; non hanno una lira per far piangere un cieco, ma i "comunardi" bevono Coca-Cola. Lilli Carati proclama di essere "giovane, bella e incazzata" e fa la fine delle povere ragazze del Circeo (in una scena veramente disturbante). Nel frattempo le ragazze hanno dimostrato di avere un cuore d'oro, soddisfacendo sessualmente un povero pensionato che durante la vita coniugale era stato tiranneggiato dalla moglie, fortunatamente ormai defunta. Il risultato del film è, nonostante il ben noto professionismo di Di Leo, abbastanza deprimente, e tutto resta affogato nelle opprimenti, consuete, pubblicità del J&B, dell'acqua Pejo e del Fernet Branca. La varesotta Ileana Caravati, alias Lilli Carati, è giovane, bella, incazzata, ma scarsamente erotica.

Tag: cinema

Una pietra sopra

by sasso67 (23/07/2008 - 19:48)

Amen. (Francia/Germania, 2002) di Costa-Gavras. Con Ulrich Tukur (Kurt Gerstein), Mathieu Kassowitz (padre Riccardo Fontana), Ulrich Mühe (l'ufficiale medico), Michel Duchaussoy (il cardinale), Ion Caramitru (il conte Fontana), Marcel Iures (il papa), Friedrich von Thun (il padre di Kurt), Antje Schmidt (la moglie di Kurt), Sebastian Koch (Höss).

Un chimico, inquadrato nelle SS, cerca di denunciare al mondo lo sterminio degli Ebrei. Nessuno vuole ascoltarlo, tranne un prete cattolico italiano, bene inserito presso il Vaticano. Entrambi faranno una brutta fine, mentre i veri criminali saranno aiutati dalle gerarchie ecclesiastiche a fuggire in Sud America.

Il furore civile di Costa-Gavras si dirige, questa volta, contro il comportamento pavido e reticente del Vaticano nel denunciare pubblicamente la Shoah. Se l'intento del regista è indubbiamente apprezzabile, non altrettanto lo è il risultato cinematografico: la sceneggiatura è troppo manichea nel voler far credere che, mentre agli alti livelli tutti (compresi gli Alleati) sapevano tutto, e non sono voluti intervenire, il popolo tedesco ingenamente pensasse che gli ebrei venivano fatti emigrare, che nessuno sapesse, non dico dei campi di sterminio, ma almeno degli eccidi di massa che erano iniziati già alle prime battute della guerra. Costa-Gavras fa capire che il popolo e le chiese cristiane di Germania, se avessero saputo e voluto, avrebbero potuto fermare l'Olocausto, come riuscirono a fare quando si sollevarono contro l'eliminazione dei cosiddetti "cittadini improduttivi" (handicappati e invalidi). Ma anche se avessero saputo, i tedeschi sarebbero intervenuti in favore degli ebrei? Per quanto mi riguarda, ho i miei dubbi che una civiltà europea imbevuta da secoli di antisemitismo avrebbe mosso più di un dito per fermare quel massacro. Ci si doveva muovere a livelli alti, ed in questo senso una parola del Papa avrebbe potuto aiutare, ad esempio spingendo gli Alleati ad accelerare la marcia verso Berlino. Pio XII preferì invece un'inusitata cautela, formalmente per proteggere i cattolici soggetti al dominio nazista, sostenendo in diplomatichese che non si poteva condannare Hitler senza condannare Stalin, che in quel momento era alleato con le potenze occidentali.

L'atto di condanna di Costa-Gavras, insomma, va un po' a vuoto, nonostante l'onesto ed oneroso sforzo produttivo, che coinvolge alcuni dei più bravi attori tedeschi in circolazione, come il trio che ritroveremo qualche anno più tardi, a ruoli scombinati, in quel bellissimo film che è Le vite degli altri: Ulrich Tukur, il compianto Ulrich Mühe e il meno appariscente Sebastian Koch. Il regista Kassowitz è credibile nel ruolo del prete, anche se il gesto di appuntarsi una stella di David sulla tonaca davanti al papa, fattogli recitare da Costa-Gavras, mi sembra eccessivo.

Tag: cinema

Fuochi fatui d'artificio

by sasso67 (23/07/2008 - 19:47)

Fuochi d'artificio (Italia, 1997) di Leonardo Pieraccioni. Con Leonardo Pieraccioni (Ottone), Massimo Ceccherini (Germano Reale), Vanessa Lorenzo (Luna), Claudia Gerini (Lorenza), Barbara Enrichi (Barbarina), Mandala Tayde (Demiu), Luigi Petrucci (lo psicoanalista), Roberto Brunetti (Er Patata), Anita Caprioli (Mara), Gaetano Gennai (il macellaio), Bud Spencer (il cieco), Alessandro Haber (l'attore teatrale), Claudio Santamaria (Er Banana), Bruno Bilotta (Er Tigre), Renzo Cantini (Cantini), Adriana Crespina (la moglie di Cantini), Mariolina De Fano (la zia di Barbarina), Giuliano Grande (Bartolo), George Hilton (Gerard de la Fasse), Alberto Marozzi (Er Piuma), Milena Miconi (Virginia), Osvaldo Pieraccioni (l'edicolante).

Il socio (al 10%) di un negozio d'animali s'innamora di una giovane e bella spagnola. Ma non sarà questo l'amore della sua vita. Sviluppo e finale prevedibili fin dall'inizio.

Forse non tutti sanno che... nel Dizionario dei registi del cinema mondiale (Einaudi, 2008), tra Lupu Pick e Antonio Pietrangeli, figura anche Leonardo Pieraccioni. Non che Lorenzo Codelli, incaricato da Gian Piero Brunetta di redigere la voce, lo tratti in guanti bianchi, ma insomma c'è. Che dire di Fuochi d'artificio? Poco: è un film nato con l'unica esigenza di sfruttare alla svelta il successo del Ciclone, e del film precedente di Pieraccioni raggiunge gli stessi risultati al botteghino (74 miliardi di lire d'incasso) e il medesimo livello artistico, cioè zero. Fa ridere? No, esclusa la breve sequenza, effettivamente buona, del gioco della bottiglia, messa lì come riempitivo. A demerito di Pieraccioni, oltre che di avere girato questa schifezzuola, disegnando personaggi (dal primo all'ultimo) assolutamente inconsistenti, va anche il fatto di non aver saputo utilizzare una forza della natura come Massimo Ceccherini: bastava che gli dicesse "vai e fai", che quello avrebbe combinato qualcosa; e invece, forse timoroso che l'allampanato fiorentino potesse rubare la scena al protagonista, gli fa fare la bella statuina.

Lama non l'ama

by sasso67 (19/07/2008 - 13:38)

Kundun (USA, 1997) di Martin Scorsese. Con Tenzin Thuthob Tsarong (il Dalai Lama adulto), Gyurme Tethong (il Dalai Lama a 12 anni), Tulku Jamyang Kunga Tenzin (il Dalai Lama a 5 anni), Tenzin Yeshi Paichang (il Dalai Lama a 2 anni), Tencho Gyalpo (la madre), Tsewang Migyur Khangsar (il padre), Sonam Phuntsok (Retin Rimpoche), Henry Yuk (il generale Tan), Robert Lin (Mao Tsetung).

Ogniqualvolta Scorsese ha fatto un film di argomento religioso, si è andati a controllare la confessione professata da chi vi ha collaborato. Così, per L'ultima tentazione di Cristo, si disse che era un film tratto dal romanzo di un ortodosso, sceneggiato da un ebreo e diretto da un cattolico. Nel caso di Kundun si è invece scritto (Morandini) che è un film sceneggiato da una buddista e firato da un cattolico in un paese musulmano (il Marocco, visto che il Tibet era off limits). Da agnostico, dico che, apparentandosi ad operazioni bertolucciane come L'ultimo imperatore e Il piccolo Buddha, questo lavoro di Scorsese è piuttosto riuscito. I primi anni di vita del Dalai Lama - dalla sua scoperta in quanto reincarnazione del Buddha, tra le montagne del Tibet, alla fuga in India dal suo paese occupato dai Cinesi - divengono progressivamente più interessanti per quanto ci si sposta dalle vicende di un bambino figlio di contadini, abituato dai due anni ad essere trattato pressappoco come una divinità, alle necessità politiche, che ne fanno un soggetto, seppure inzialmente marginale (nessuna potenza muove un dito per salvare il Tibet dal giogo maoista) dello scenario geopolitico mondiale. Gli aspetti familiari della vita del Dalai Lama restano sullo sfondo, sebbene vi sia qualche rimando ai rapporti, sicuramente singolari con i genitori e con i fratelli. Ne esce il ritratto di un uomo buono, completamente dedito alla non violenza, che si stupisce perfino dell'esistenza di un carcere a Lhasa, e che esce irrimediabilmente sconfitto (anche se non sul piano morale) dalla sottile crudeltà tipicamente cinese di Mao, il quale, forte del suo miliardo di guardiani della rivoluzione e di un materialismo, dogmatico come quello di una religione rivelata, ammonisce il protagonista che «la religione è veleno». La Cina è vicina, purtroppo. E viene la voglia, tra una ventina di giorni, quando le televisioni di tutto il mondo trasmetteranno no stop le Olimpiadi di Pechino, di spegnere il televisore e di andare, quanto meno, in pellegrinaggio a Pomaia.

Tag: cinema

Quant'è bello 'sto razzista

by sasso67 (19/07/2008 - 13:35)

Betrayed - Tradita (USA, 1988) di Costa-Gavras. Con Debra Winger (Katie Phillips/Catherine Williams), Tom Brenger (Gary Simmons), John Heard (Mike Carnes), Betsy Blair (Gladys Simmons), John Mahoney (Shorty), Ted Levine (Wes), Richard Libertini (Sam Kraus), Maria Valdez (Rachel Simmons), Brian Bosak (Joey Simmons).

Un'agente federale viene mandata in una comunità del Colorado per indagare sull'esistenza di un'asscoiazione a delinquere di stampo razzista, resasi responsabile dell'omicidio di uno speaker radiofonico. La brava poliziota s'innamore, per l'appunto, del capo dell'organizzazione.

Costa-Gavras è un ottimo regista, e sempre attento ai temi scottanti della politica e della società contemporanea. Anche questo film, da questo punto di vista, si conferma nella linea di un apprezzabile impegno politicamente più che corretto, con la poliziotta che simboleggia la società americana, attratta molto più dal bellone razzista, con la semplicità delle sue rozze argomentazioni, la sua vita sana in campagna con due figli che paiono appena sfornati dal mulino bianco, che non dalla faccia noiosa (e anche un po' negra) della giustizia, con quel poliziotto biondo e slavato che le sbava addosso. Questo è Joe Eszterhas, questa è Hollywood, caro Costantino. L'abuso di stereotipi legati al genere, così come di snodi drammatici discutibili (il razzistello porta la bella fidanzata alla "caccia al negro" un po' troppo presto, no?), non giovano alla riuscita globale e all'efficacia del messaggio, che pure ci compare davanti sufficientemente chiaro e nitido.

Tag: cinema

La paura fa (anni) 90

by sasso67 (18/07/2008 - 14:11)

Vacanze di Natale '90 (Italia, 1990) di Enrico Oldoini. Con Massimo Boldi (Bindo), Christian De Sica (Tony), Diego Abatantuono (Nick), Ezio Greggio (Arturo), Andrea Roncato (Beppe), Corinne Clery (Alessandra), Moira Orfei (Gloria), Giannina Facio (Rita), Colette Poupon (Eliette), Maria Grazia Cucinotta (Arabella), Ugo Conti (Alvaro), Antonio Cantafora (Pippo), Giovanna Pini (Gianna), Galeazzo Benti (il principe Raimondo Ricceri), Saverio Vallone (Lupo), Isaac George (Tumbo), Paolo Paoloni (il padre di Eliette), Maria Tedeschi (la nonna).

Un gruppo di italiani supercafoni in vacanza di Natale in un lussuoso albergo di Saint Moritz.

Perché nell'hotel di Saint Moritz ci siano soltanto italiani è un mistero, che tuttavia non vale la pena di indagare. Il film non vale niente, anche se la parte che vede protagonista Abatantuono (che tornò qui al suo personaggio terrunciello dopo anni d'impegno con Avati e Salvatores) regala qualche spunto di comicità. Su tutto il resto (solo per fare un esempio: c'è una parrucchiera che parla in fiorentino, ma si dichiara livornese ), meglio stendere un pietoso velo (che invece si tolgono le belle Corinne Clery e Giannina Facio); anche se l'insieme non raggiunge gli abissi di patetica volgarità del seguito del 1991, questo di Oldoini resta una totale nullità cinematografica. Categoria: cinepanettoni scaduti.

Sante ragioni

by sasso67 (18/07/2008 - 13:35)

Carla Castellacci e Telmo Pievani, Sante ragioni, Chiarelettere, 2007, pp. 275, € 13,60

Sante ragioni è un libro difficile da spiegare in tutti i suoi contenuti, perché si addentra anche in discorsi piuttosto tecnici, ma semplicissimo da condensare nel suo assunto essenziale: basta con le ingerenze della Chiesa cattolica nella vita politica italiana. Sante ragioni è un appello a quanti ancora tengono alla morente laicità dello Stato italiano, sancita dalla Costituzione del 1948, e a far sì che i nostri politici non siano sempre così proni a subire i diktat di un'istituzione che prende dai contribuenti italiani - spesso inconsapevoli - centinaia di milioni di euro. La Chiesa, ormai, ha superato, nelle sue intenzioni, quello dello Stato sociale d'ispirazione nordeuropea, che intendeva assistere i cittadini "dalla culla alla tomba": ormai quest'assistenza forzata, almeno nell'Italia "ruinata" di questi ultimi anni, comincia molto prima, e, per parafrasare lo slogan sopra citato, si potrebbe dire cha va "dall'embrione alla tomba". «La Chiesa è padronissima di proibire o concedere scelte ai propri fedeli (almeno a quelli che riesce a convincere), è però allarmante che le sue proposizioni non vengano più presentate come "dogmi di fede, oggetto di devota e cieca credenza", ma come "manifestazioni di razionalità" [...] è però bene ricordare che gli atti d'una religione sono mera superstizione per i praticanti delle altre e che per chi è pacificamente laico (in Italia, grazie anche a certe proposizioni vaticane, la percentuale è rilevante), il sintagma "razionalità della fede" è e resta un ossimoro.» (Teo Lorini, PULP#71)

P.S. Il titolo completo del libro suona così: Non lasciamoci ingannare dalle SANTE RAGIONI. Dal nascere al morire la mano della Chiesa sulla nostra vita.

Tag: libro,saggio

Agenti provocatori

by sasso67 (17/07/2008 - 12:15)

Come rubammo la bomba atomica (Italia/Egitto, 1967) di Lucio Fulci. Con Franco Franchi (Franco e Nonno Turi), Ciccio Ingrassia (Ciccio, l'agente n. 87), Julie Menard (Cinzia), Youssef Wahby (il dott. Sì), Eugenia Litrel (Modesty Bluff), Franco Bonvicini (Derek Flit), Adel Adham (James Bomb), Leda Palma (la giornalista), Enzo Andronico (l'aiutante di 87).

Modesta parodia dei film di 007 e dei suoi cloni americani e britannici. Lo spunto iniziale viene da un fatto della cronaca dell'epoca. Franco e Ciccio si inseriscono come meglio possono, dando vita a qualche duetto anche divertente, come il primo incontro tra i due o quando Franco sottopone Ciccio alla tortura dei calci nel sedere, urlando "Forza Sivori! Forza Sivori!". L'insieme, però, dopo un po' si sfilaccia e si nota tutta la povertà di mezzi con la quale dovette lottare Fulci. Insomma: uno spettacolicchio per spettatori molto ben disposti verso il duo Franchi - Ingrassia.

Joe Mitraglia

by sasso67 (17/07/2008 - 12:13)

Svegliati e uccidi (Italia/Francia, 1966) di Carlo Lizzani. Con Robert Hoffmann (Luciano Lutring), Lisa Gastoni (Yvonne/Candida), Gian Maria Volonté (il commmissario Moroni), Claudio Camaso (Franco Magni).

La copertina della colonna sonoraUn instant movie sulle vicinde criminali e sentimentali di Luciano Lutring, figlio di un lattaio, rapinatore di gioiellerie e diventato "pericolo pubblico numero uno" un po' per sbaglio un po' per caso. I tormenti del bandito, le ragioni della moglie (cantante di nightclub), il ruolo della polizia e della stampa: Lizzani gira con sveltezza questo filmetto che si lascia guardare, anche se non ha motivi particolari per farsi ricordare, a parte una buona prova di Gian Maria Volonté (che qui recita nello stesso film con suo fratello Claudio Volonté alias Camaso), e la migliore interpretazione di tutta la carriera di Lisa Gastoni. La parte migliore è, secondo me, l'inizio, con l'apertura delle botteghine di quartiere.

Tag: cinema

Alle doglie della vita

by sasso67 (17/07/2008 - 12:08)

Alle soglie della vita (Svezia, 1958) di Ingmar Bergman. Con Eva Dahlbeck (Stina Andersson), Bibi Andersson (Hjördis Petterson), Ingrid Thulin (Cecilia Ellius), Erland Josephson (Anders Ellius), Max Von Sydow (Harry Andersson), Barbro Hjort Af Ornas (l'infermiera Brita), Gunnar Sjoberg (il Dott. Nordlander).

Alle soglie della vitaNel reparto di ostetricia di un ospedale, si trovano tre giovani donne: una ha appena subito un aborto spontaneo, un'altra aspetta gioiosamente un bambino e la terza, ragazza abbandonata, medita l'interruzione di gravidanza.

Un film drammatico, di vago sapore teatrale, del Maestro svedese, appena reduce dalle fatiche di due dei suoi più grandi capolavori: Il settimo sigillo e Il posto delle fragole. Tutto al femminile, tanto che gli uomini, medici compresi, hanno la consistenza di marionette, è un film molto drammatico, ma che nel finale lascia la porta aperta alla speranza. Ottime le tre protagoniste, tutte attrici predilette da Bergman. Un buon film, anche se si tratta di un'opera decisamente "minore".

Tag: cinema

Luar na lubre a Montescudaio

by sasso67 (17/07/2008 - 12:01)

Il 27 luglio al Boschetto, piccolo parco collocato alla sommità del paese di Montescudaio (PI), ci attende un evento eccezionale, nell'ambito del festival Luar na lubreSete Sóis Sete Luas, il concerto del gruppo galiziano di musica celtica Luar na lubre, di livello internazionale. Il concerto è annunciato come gratuito.

Per chi non conoscesse i Luar na lubre, metto un paio di link a video ospitati su YouTube.

http://youtube.com/watch?v=d-xaCxwww5A

http://youtube.com/watch?v=M1NK1vhQNn8&feature=related

http://youtube.com/watch?v=63OeB5iv3oY&feature=related

http://youtube.com/watch?v=EucYNWiEsf8

Tag: musica

Oppio, malloppo...

by sasso67 (14/07/2008 - 14:24)

Afyon - Oppio (Italia, 1972) di Ferdinando Baldi. Con Ben Gazzara (Joseph Coppola), Corrado Gaipa (Don Calogero), Carlo Gaddi (il Marsigliese), Luciano Catenacci (Toni Nicolodi), Jess Hahn (Sacha), Mario Pilar (Ibrahim), Fausto Tozzi (Vincenzo Vascello).

Un mafioso italoamericano si reca in Turchia per entrare nel business del traffico d'oppio...

Buon film italiano, di ambientazione internazionale abbastanza credibile, con un Ben Gazzara misurato come al solito. Gli stereotipi del genere sono utilizzati con moderazione e senza inutili compiacimenti. Non è uno spettacolo eccelso, ma vale la pena vederllo, anche perché Baldi sa trarre qualche interessante spunto dalla cronaca (una scena ricorda l'omicidio di Lee Harvey Oswald, il presunto assassino di Kennedy).

Tag: cinema

500 di questi giorni!

by sasso67 (14/07/2008 - 14:19)

Britannia Hospital (GB, 1982) di Lindsay Anderson. Con Leonard Rossiter (Vincent Potter), Graham Crowden (il Dott. Millar), Malcolm McDowell (Mick Travis), Jill Bennett (Mac Millan), Brian Pettifer (Biles), Joan Plowright (Phyllis Grimshaw).

Il quinto centenario dalla fondazione è l'occasione per la visita della regina madre al Britannia Hospital. Peccato che dentro e fuori l'onusto ospedale ne succedano di tutti i colori.

Satira britannica un po' su tutto e su tutti: la monarchia, il classismo, il conservatorismo, ma anche sul sindacalismo e sulle aspirazioni del proletariato. Il film di Anderson (che negli anni precedenti aveva avuto difficoltà a girare, sia al cinema che in TV) non sfocia, però, nel qualunquismo, grazie all'appello alla tradizione di stampo swiftiano e a una certa grazia della messinscena. Va detto, comunque, che il film subisce parecchi difetti, già presenti nella sceneggiatura, piuttosto disomogenea ed incoerente nella descrizione di certi personaggi, come il Dott. Millar, che, alla fine, diventa quasi un eroe positivo. Si conclude, qui, la vicenda cinematografica di Mick Travis, già protagonista di Se... e O Lucky Man!: cronista d'assalto, manda immagini al furgone della regia, dove due tecnici pensano a tutto tranne che al loro lavoro, e al termine del film viene anche decapitato dal medico novello Frankenstein. Forse qui Anderson cerca di cavalcare la comicità demenziale dei Monty Python, ma evidentemente quel tipo di cinema non era nelle sue corde. In ogni caso, il suo "anarchismo conservatore" mette a segno diversi colpi, come durante i titoli di coda, quando, dopo lo sfacelo che abbiamo appena visto, parte a tutto volume Rule Britannia. Sono molti i rimandi ai film precedenti del regista e a quelli di Kubrick, cui lo lega la presenza di McDowell, ma anche di un altro attore bravissimo, Leonard Rossiter (1926-1984), che fu il capitano Quin in Barry Lyndon.

Tag: cinema

Agli zoppi pedate negli stinchi

by sasso67 (14/07/2008 - 14:18)

Murderock uccide a passo di danza (Italia, 1984) di Lucio Fulci. Con Olga Karlatos (Janice), Claudio Cassinelli (Dick Norman), Ray Lovelock (George Webb), Cosimo Cinieri (il commissario Borges), Giuseppe Mannaiuolo (Davis), Berna Maria Do Carmo (Janis), Belinda Busato (Gloria), Maria Vittoria Tolazzi (Jill), Geretta Marie Fields (Margie), Christian Borromeo (Willy), Carlo Caldera (Bob), Anja Lemerman (Susan), Robert Gligorov (Bert).

Un misterioso maniaco uccide, con uno spillone, le ballerine di una scuola di danza di New York.

Orrendo ibrido tra Suspiria e Flashdance, con una spruzzata di Saranno famosi. In questo film di Fulci non funziona niente, incluse le musiche fuori tempo massimo di un Keith Emerson in piena decadenza. Definire "parrocchiale" la recitazione sarebbe far torto a tanti volenterosi preti di periferia, e quindi basti dire che il migliore sul campo è niente meno che Ray Lovelock (nonostante che il povero Claudio Cassinelli, al suo penultimo film, fosse indubbiamente un attore più preparato). Le ragazze della scuola di danza hanno l'obbligo di spogliarsi prima di essere ammazzate. Alcuni film degli anni Ottanta, tra i quali questo, sembrano più lontani nel tempo di altri lavori degli anni Sessanta e Settanta. Puro modernariato cinematografico, al pari di un'esposizione automobilistica di FIAT Duna.

Tag: cinema

Pistoia Blues 2008

by sasso67 (14/07/2008 - 14:16)

Emozioni e scoperte al Pistoia Blues di sabato 12 luglio. La scoperta principale, dopo l'ottima performance dei Nine Below Zero (ma non si adagiano un po' troppo a fare cover di altri artisti?) e quella dei Commander Cody, è stata indubbiamente quella del chitarrista australiano Tommy Emmanuel, virtuoso della chitarra acustica e maestro del fingerpicking. In pratica, è un uomo-orchestra: da solo e con il solo aiuto della sua consumatissima chitarra e al massimo di una spazzola da batterista jazz, sa dare vita a una serie di suoni e di emozioni che sembrano provenire da un ensemble musicale, anziché da quell'ometto con i capelli grigi sul palco. Emmanuel è un chitarrista che vive in simbiosi con il proprio strumento ed ogni sua nota trasuda feeling, riuscendo a regalare emozioni (stupendo il pezzo Initiation, dedicato agli aborigeni australiani), anche quando intona versioni discutibili e personalissime di classici del blues e del rock, come The House Of The Rising Sun.

Andy Timmons è un grande chitarrista, anche lui può essere definito un virtuoso, seppure della chitarra elettrica. Per chi se ne intenda un po', si potrebbe dire che sta a metà tra Gary Moore e Joe Satriani. Tecnica mostruosa, ma, anche se in misura minore rispetto a mostri come Malmsteen, una carenza di sentimento, forse anche dovuta al fatto che del classico trio blues/rock (chitarra, basso e batteria) nessuno canta, e quindi la performance interamente strumentale può risultare alquanto fredda. E tuttavia qualche passaggio chitarristico, come nel pezzo dedicato a Jimi Hendrix (Electric Gypsy), fa davvero sognare.

Poi sono arrivati i Deep Purple. Il mio era più un gesto d'affetto nei confronti di chi ha fatto sognare un ragazzo una venticinquina d'anni fa, che un'attesa di sentire un mito del rock. E anche una rimpatriata con alcuni amici, Luca e Francesco, con i quali avevo già visto i Purple sette anni fa, e con Stefano, che non vedevo forse da vent'anni. Però i vecchi leoni, anche se ormai Ritchie Blackmore ha abbandonato la baracca per volare verso altri lidi e l'età non consente più a Jon Lord gli strapazzi della vita da rocker, non si sono risparmiati: con la formazione ormai stabilizzata nel quintetto formato da Gillan, Glover, Paice più Steve Morse e Don Airey (tastierista che aveva già collaborato anche con i Jethro Tull), hanno dato vita a una prestazione di notevole valore. Quali canzoni sono mancate? Mah, così di primo acchito, a parte quelle del Mark III (la formazione con Coverdale al posto di Gillan), direi innanzitutto Child In Time, che non viene più proposta dal vivo per non compromettere definitivamente le corde vocali del cantante, in più direi Lazy e When A Blind Man Cries, che nel 2001 costituì una gradita sorpresa e un'alternativa più che valida a Child In Time. Va però detto che, a parte qualche pezzo del passato più recente, i Deep Purple hanno offerto una versione energizzata e cattiva di una vecchia canzone di In Rock (1970), come Into The Fire, che da sola, forse, valeva l'intero concerto. E poi, quando attaccano per la milionesima volta Smoke On The Water, c'è poco da dire: un brivido è corso dalla prima all'ultima fila della folla assiepata nella bellissima Piazza Duomo di Pistoia.

Tag: musica,rock,blues

Stai a vedere che erano brava gente!

by sasso67 (07/07/2008 - 20:45)

Li chiamarono... briganti! (Italia, 1999) di Pasquale Squitieri. Con Enrico Lo Verso (Carmine Crocco), Branko Tesanovic (Ninco Nanco), Franco Nero (il caporale dei Carabinieri), Lina Sastri (la cantastorie), BenoÎt Vallès (il generale Cialdini), Claudia Cardinale (Assunta), Giorgio Albertazzi (il Card. Antonelli), Roberta Armani (Filomena), Carlo Croccolo (Don Vincenzino), Francesco Mazzini (il gen. Borjes), Luigi Montini (generale dei Bersaglieri), Ennio Coltorti (Michele Caruso).

Carmine Crocco, ex garibaldino, rifiutato dalle nuove autorità italiane, viene reclutate come ufficiale da alcuni nobili legittimisti borbonici del sud d'Italia, inizialmente spalleggiati dal clero. Dopo avere preso qualche cittadina, con il suo esercito improvvisato, Crocco sarà tradito da un compagno, isolato dal resto della sua banda e verrà arrestato.

Il titolo è abbastanza chiaro: li chiamarono briganti perché persero la guerra, altrimenti sarebbero ricordati come patrioti o rivoluzionari. Ci sarebbe da discutere se le cose siano andate proprio come ce le racconta Squitieri, che s'inserisce in un filone tendente a rivalutare il brigantaggio meridionale, sorto come reazione all'invadenza del governo sabaudo, percepito al sud soprattutto per le sue tasse e per l'imposizione della leva militare. Una specie di movimento di liberazione nazionale, insomma. Quello che qui conta, però, è che il film è brutto e non c'è traccia del vecchio mestiere del regista napoletano, autore di qualche buon film sulla camorra e i suoi dintorni (vedasi I guappi). In questo film Squitieri sembra metamofosizzarsi in Renzo Martinelli e sforna un prodotto alla maniera del regista brianzolo, pieno di scene al rallentatore e recitato pessimamente, con un Enrico Lo Verso doppiato che fa anche un po' tenerezza. L'unica cosa azzeccata del film mi sembrano gli interventi canori di Lina Sastri.

Tag: cinema

terzino

by sasso67 (07/07/2008 - 20:36)


Quando la camera è troppo stretta

by sasso67 (02/07/2008 - 21:03)

Servizio in camera (USA, 1938) di William A. Seiter. Con Groucho Marx (Gordon Miller), Harpo Marx (Faker Englund), Chico Marx (Harry Binelli), Lucille Ball (Christine), Ann Miller (Hilda Manney), Frank Albertson (Leo Davis), Donald Mac Bride (Wagner), Cliff Dunstan (Joseph Gribble), Philip Loeb (Timothy Hogarth), Alexander Asro (Sasha), Charles Halton (il Dott. Glass), Philip Wood (Simon Jenkins).

Un produttore teatrale senza soldi rischia di non vedere andare in scena il suo spettacolo e addirittura di essere sfrattato, insieme a tutta la compagnia, dall'albergo in cui alloggia. Con tanti stratagemmi, aiutato da un regista e da un manager, riuscirà ad esordire.

Seppure affidato a un professionista della comicità cinematografica, che solo qualche anno prima aveva girato l'ottimi I figli del deserto con Laurel & Hardy, questo è il peggior film dei Marx, girato dopo l'ultima loro commedia che può considerarsi riuscita, ovvero Un giorno alle corse. Questo filmetto, che sembra girato in fretta e furia, e fa venire in mente una brutta copia di Per favore non toccate le vecchiette (1967), è basato su una pièce che imbriglia i tre fratelli a tal punto da non consentire loro di esprimere al meglio la propria comicità. Il personaggio di Chico è addirittura insignificante, se non fosse per un paio di battute ciniche buttate là verso la fine ("il cadavere è ancora caldo!" esclama inorridito il direttore dell'hotel, "vado a prendere del ghiaccio" risponde indifferente Chico), mentre a Groucho manca sia un interlocutore valido (Mac Bride non vale Margaret Dumont) sia la possibilità di debordare verbalmente da un testo prestabilito, peraltro poco divertente di suo. All'epoca della sua uscita, il film fu un successo dal punto di vista commerciale, ma, rivisto oggi, mette molta tristezza, perché ci si rende conto di stare assistendo al mesto tramonto di un geniale trio comico.

C'era due volte il west

by sasso67 (02/07/2008 - 20:55)

I cowboys del deserto (USA, 1940) di Edward Buzzell. Con Groucho Marx (S. Quentin Quale), Harpo Marx (Rusty Panello), Chico Marx (Joseph Panello), John Carroll (Terry Turner), Diane Lewis (Eve Wilson), Robert Barrat (Red Baxter), Walter Wolf King (Mr. Beecher), June Mac Cloy (Lulubelle), George Lessey (il presidente delle Ferrovie), Mitchell Lewis (il meticcio), Tully Marshall (Dan Lewis), Harry Tyler (l'impiegato del telegrafo).

Due strani cercatori d'oro italoamericani e uno strampalato rappresentante si recano nel West, dove entrano in possesso di un terreno sul quale deve passare la ferrovia transamericana.

E' uno degli ultimi film del trio di fratelli, e non certo una delle loro migliori commedie: forse negli spazi aperti della prateria i Marx non si trovavano troppo a loro agio, al contrario, per fare un esempio di Buster Keaton (la cui comicità aveva comunque già subito un duro colpo all'avvento del sonoro). I cowboys del deserto si salva in quanto parodia del genere western, soprattutto grazie a qualche riuscita gag, che sfrutta, in ogni caso, gli schemi messi a punto nei capolavori precedenti. Sono da ricordare la sequenza alla stazione, con la banconota da dieci dollari tenuta allo spago da Harpo, quella in cui il treno entra in una casa buttando fuori e poi riprendendo lo stesso Harpo e qualche altra scenetta qua e là, che non fanno annoiare. Ma i veri grandi Marx erano un'altra cosa.

Pittore, ti voglio parlare...

by sasso67 (02/07/2008 - 20:48)

Andrej Rubliov (URSS, 1969) di Andrej Tarkovskij. Con Anatolij Solonitsyn (Andrej Rubliov), Ivan Lapikov (Kirill), Nikolaj Grinko (Daniil il Nero), Nikolaj Sergeyev (Teofane il greco), Nikolaj Burliayev (Boriska), Rolan Bykov (il buffone), Irma Rausch (la ragazza sordomuta), Yuri Nazarov (il Granduca) Michail Kononov (Fomka), Bolot Bejshenalyev (Capo Tartaro), Nelly Snegina (Marfa).

Andrej Rubliov  è un capolavoro e non c'è molto da dire, se non che bisogna vederlo. Dura tre ore e non è esente da difetti, ma è uno di quei rari film che abbinano un'dea forte e sofferta (in poche parole, ma davvero poche: la vocazione e il compito dell'artista) a una resa spettacolare che definire eccellente è poca cosa. Il Medioevo barbarico (e tartarico) russo è reso con una messinscena senza pari, che non rifugge né dai preziosismi né dalla violenza più brutale, che ha ad oggetto indifferentemente uomini e animali. Sono già presenti, qui, gli elementi ricorrenti del cinema di Tarkovskij: la neve, i cavalli, l'acqua che scorre; ma soprattutto è essenziale il ruolo dell'artista, affrontato dal punto di vista del messaggio evangelico, dalla parabola dei talenti alla lettera di San Paolo dove si dice che senza la carità anche l'artista o il sapiente più grande è soltanto "un bronzo che risuona" (Lettera ai Corinzi, 13, 1), e non bisogna dimenticarci che il regista parlava nell'Unione Sovietica della "normalizzazione" brezneviana. Un film da vedere per lasciarsi trasportare, per tre ore, lungo gli itinerari spirituali del Maestro russo.

«I film che è obbligatorio vedere non sono molti. Questo lo è.» (Giovanni Grazzini, 31 ottobre 1975, in Gli anni Settanta in cento film, Laterza)

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tutti soldatini

by sasso67 (02/07/2008 - 20:43)

I ragazzi della Via Pál (USA, 1934) di Frank Borzage. Con George P. Breakston (Nemecsek), Jimmy Butler (Boka), Jackie Searl (Gereb), Frankie Darro (Feri Ats), Doanld haines (Csonakos), Rolf Ernest e Julius Molnar (i fratelli Pasztor), Samuel S. Hinds (il padre di Gereb), Ralph Morgan (il padre di Nemecsek), Lois I ragazzi della Via PàlWilson (la madre di Nemecsek), Frank Reicher (il dottore).

Tratto da un capolavoro della letteratura per ragazzi, il film di Borzage, considerato uno dei migliori registi dell'epoca del muto, non vale l'originale letterario. Anche il cambio del titolo inglese (No Greater Glory) testimonia per il poco rispetto del film per il libro di Ferenc Molnar. Oltre a scontare un eccessivo lavoro d'accetta (manca ogni riferimento alla Società dello stucco"), il finale del film, divergendo dal romanzo, è fin troppo buonista e vagamente moralista, mentre le facce dei ragazzi sono troppo americaneggianti. Borzage, poi, privilegia, tra i personaggi, Feri Ats, capo delle Camicie rosse, a discapito di Boka, generale dei Ragazzi della via Pál. Alcune pagine, tuttavia, sono narrate con vigore e grande maestria, a cominciare dalla battaglia per il terreno di Via Pál, per giungere ad alcune scene, come quella della madre di Nemecsek che si porta via il cadavere del figlio, seguita da tutti i ragazzi, indubbiamente commoventi. Tra i film tratti dal romanzo di Molnar, continua a farsi preferire quello ungherese di Zoltán Fábri, ma il valore di questo di Borzage, sceneggiato dal veterano Jo Swerling Tutta la città ne parla, La vita è meravigliosa), è sicuramente sufficiente.

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Archivio Luglio 2008