Ciao sono sasso67
Vedi il mio profilo


Co-autori

Ciao sono

Agosto 2008

DLMMGVS
1 2
3 4 5 6 7 8 9
10 11 12 13 14 15 16
17 18 19 20 21 22 23
24 25 26 27 28 29 30
31

Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us
Archivio Agosto 2008

Anime in prigione

by sasso67 (31/08/2008 - 19:33)

Passione (Svezia, 1968) di Ingmar Bergman. Con Max von Sydow (Andreas Winkelman), Liv Ullmann (Anna Fromm), Bibi Andersson (Eva Vergerus), Erland Josephson (Elis Vergerus), Erik Hell (Johan Andersson), Sigge Fürst (Verner), Hjördis Petterson (la sorella di Johan), Lars-Owe Carlberg e Brian Wikström (i poliziotti).

Annoverato tra i lavori minori nella filmografia di Bergman, è un film che non m'è dispiaciuto affatto, pur nel suo nichilismo. Qui il regista svedese affronta il "cancro dell'anima" che c'è negli uomini, che hanno cancellato Dio, ma non sono stati capaci di costruirsi un'esistenza senza. C'è chi si rifugia nella menzogna (Anna), chi nella solitudine (Winkelman), chi si fa schermo del sarcasmo (Elis) e chi cade nella fragilità sentimentale (Eva). Ma nessuno è felice. Ciascuno si è costruito la propria prigione - fångelse è una delle parole più usate, nel film, e fa riferimento ad una delle prime opere importanti di Bergman, La prigione (1948), appunto - dalla quale non sa o vuole più uscire, ed Andreas Winkelman è forse il più consapevole di questo miserevole stato dell'animo umano. E non c'è rifugio possibile neanche nella natura, sofferente al pari degli uomini, come dimostrano il cagnolino impiccato, il passerotto ferito, le pecore sgozzate e il cavallo bruciato vivo. Il pessimismo bergmaniano è accentuato forse anche dal fatto che il film fu girato durante la crisi del rapporto di convivenza tra il regista e Liv Ullmann, ma, come sempre, Bergman ci tiene a ricordare allo spettatore che sta guardando un film, e in questo senso si spiegano anche i quattro intervalli durante i quali gli attori principali danno un'interpretazione dei loro personaggi (il che fa anche molto sessantotto). Al di là del film c'è la vita (Trasatti) ed è come se Bergman ci volesse avvertire di un pericolo concreto che, da artista, avverte per tutti gli uomini della cosiddetta società del benessere, inaridita anche nelle isolette sperdute ad alte latitudini.

Tag: cinema

Delitti da calendario

by sasso67 (31/08/2008 - 19:29)

Un detective... particolare (USA, 1988) di Pat O'Connor. Con Kevin Kline (Nick Starkey), Mary Elizabeth Mastrantonio (Bernadette Flynn), Harvey Keitel (Frank Starkey), Susan Sarandon (Christine Starkey), Rod Steiger (Eamon Flynn), Danny Aiello (Vincent Alcoa), Alan Rickman (Ed), Faye Grant (Alison Hawkins), Katherine E. Miller (Olympia).

Difficile trovare un film il cui risultato finale sia tanto scarso, in relazione agli ingredienti messi in pentola. Leggendo il cast si ha l'impressione di avere a che fare con un classico blockbuster, ma purtroppo manca la sceneggiatura. La trama è la solita già vista e risentita, del poliziotto richiamato in servizio dopo essere stato espulso da dirigenti corrotti, per risolvere il caso di un serial killer che terrorizza la città, con contorno di complicazioni sentimentali. Il film, però, inciampa subito, durante lo scorrere dei titoli di testa, dove è previsto l'omicidio di una ragzza tornata a casa dopo avere partecipato alla festa di capodanno. Se non che l'omicidio avviene proprio pochi secondi prima dello scoccare della mezzanotte; il che significa che la ragazza (e la sua amica, che è la figlia del sindaco) è tornata a casa quando la festa dovrebbe essere al culmine, come dimostrano le immagini della piazza festante. Data questa premessa, tutto il resto va a rotoli di conseguenza, dal poliziotto che diventa pompiere e poi torna poliziotto, alla figlia del sindaco che ci va a letto subito, all'ex fidanzata diventata moglie del fratello cattivo che poi lo lascia, ad un maniaco assassino tra i più insignificanti che sia mai stato dato di vedere sugli schermi. Film come questo avrebbero bisogno di una sceneggiatura di ferro, mentre questa di John Patrick Shanley è di burro e si subito. I timidi tentativi di inserire qualche gag, tentando di sfruttare la fama comica acquisita da Kevin Kline con Un pesce di nome Wanda, rendono l'insieme ancora più patetico. E in questo pattume spicca l'interpretazione, sempre credibile, di un Rod Steiger con crespa capigliatura canuta.

Tag: cinema

lamorantegnuda

by sasso67 (30/08/2008 - 14:39)

Lo sguardo dell'altro (Spagna, 1998) di Vicente Aranda. Con Laura Morante (Begoña), Josè Coronado (Elio), Sancho Gracia (Ignacio), Juanjo Puigcorbé (Ramon), Miguel Angel García (Daniel), Maria Jesus Valdés (la madre), Miguel Bosé (Santiago), Alicia Bogo (Clara), Blanca Apilanez (Isabel).

Ecco un altro settore nel quale la Spagna ci batte alla grande: realizzare film inguardabili. In effetti Lo sguardo dell'altro è inutile e insulso. La cosa meno comprensibile, peraltro, è perché un'attrice seria e preparata come Laura Morante abbia accettato di girare questa roba qua, costretta, così com'è, a pronunciare battute di una banalità sconcertante e a posare spesso plasticamente per mettere in evidenza le proprie rotondità, con tannto di sottofondo di musica sassofonata. Ma alla fine di cosa si tratta? Di incapacità di comunicare, se non attraverso la violenza messa praticata durante l'atto sessuale? Troppa grazia, Sant'Antonio. Amore amorale, amour fou? Magari! Più che altro è amore cretino.

Questo film pone Aranda nel novero degli anziani registi ossessionati dal sesso (insieme a Tinto Brass e Bigas Luna), alla ricerca di qualche pretesto purché sia, al solo scopo di colpire lo spettatore con scene forti a base di stupri e sodomizzazioni assortite. Resta da capire come possano avere vita nelle sale cinematografiche porcherie come questa, che ormai passano in televisione in seconda serata tra i Bellissimi (ma ci facciano il piacere, ci facciano...) di Retequattro, mentre alcuni capolavori del cinema o restano ancora banditi oppure li vede solo chi può permettersi l'abbonamento di Sky.

P.S. Nel titolo ho sintetizzato il solo motivo valido per vedere il film.

Tag: cinema,erotismo

Le balene al tramonto

by sasso67 (30/08/2008 - 14:38)

Le balene d'agosto (USA, 1987) di Lindsay Anderson. Con Lillian Gish (Sarah), Bette Davis (Libby), Vincent Price (Maranov), Ann Sothern (Tisha), Harry Carey jr. (Joshua Brackett), Frank Grimes (Mr. Beckwith), Mary Steenburgen (Sarah da giovane), Margaret Ladd (Sarah da giovane).

Teatro filmato di classe, Le balene d'agosto rappresenta l'addio di Anderson dal cinema britannico che, dopo Britannia Hospital, dopo averlo emarginato, l'aveva bandito definitivamente, e il commiato dal cinema tout court. Il film alterna parti fin troppo patetiche ad altre realmente emozionanti, dovute anche alla felice scelta di due attrici che hanno, più o meno, l'età dei personaggi che interpretano: ne hanno, pertanto, i palpiti, le movenze, i tremori, le espressioni. Come ha giustamente scritto Alberto Crespi, Lillian Gish e Bette Davis "sono il film", senza che per questo il suo valore ne sia sminuito. Forse sono anche le balene del titolo, due attrici come non se ne vedono più, nell'oceano cinematografico. E Lindsay Anderson, vecchio (neanche troppo: nel 1987 aveva 64 anni, l'età cantata dai Beatles) anarchico legato alle tradizioni dell'Impero Britannico, compie una doppia piroetta andando inaspettatamente a girare in America, ma senza accettare le regole hollywoodiane, pur tuttavia omaggiando, con la scelta di cotanti attori - oltre alle due dive del passato vi è l'orrorifico Price e il "fordiano" (Ford fu sempre il principale punto di riferimento di Anderson) Harry Carey jr. - gli anni d'oro di Hollywood, che il regista di Bangalore aveva in gioventù, con il suo "free cinema", contribuito a rendere superato.

Tag: cinema

Recitando recitando

by sasso67 (30/08/2008 - 14:37)

La recita (Grecia, 1975) di Theo Angelopoulos. Con Eva Kotamanidou (Elettra), Aliki Georgouli (Clitemnestra), Stratos Pahis (Agamennone), Vangelis Kazan (Egisto), Maria Vassiliou (Crisotemide), Petros Zarkadis (Oreste), Kiriakos Katrivanos (Pilade), Gyannis Firios (il suonatore di fisarmonica).

Film d'avanguardia, poema epico o divagazione lirica, excursus storico condotto con metodo brechtiano, divagazione alla Jancsó e citazioni da Rosi (il corpo di Oreste ricorda quello di Salvatore Giuliano). Il film di Angelopoulos è tutto questo, condito da piani sequenza di durata biblica che raccordano brani ambientati in epoche diverse della storia greca tra il 1939 e il 1952. Film scomodo, spiazzante, filo da torcere per lo spettatore, La recita è un film per riflettere e per mettere alla prova un'idea troppo semplicistica di cinema, ma, secondo me, non è un capolavoro. Cinque stelline sono decisamente troppe. Anche per l'Angelopoulos che, da marxista, non ebbe paura di cominciare le riprese del film durante il regime dei Colonnelli.

Tag: cinema

Ballata tragica

by sasso67 (28/08/2008 - 17:40)

La ballata di un soldato (URSS, 1959) di Grigorij Čuchraj. Con Vladimir Ivashov (Alyosha Skvortsov), Zhanna Prochorenko (Shura), Antonina Maksimova (la madre), Nikolai Krjuchkov (il generale), Evgenij Urbanskij (Vasya, il mutilato), Elza Lezhdeij (la moglie di Vasya), Aleksandr Kuznetsov (Gavrilkin, la sentinella del treno), Evgenij Teterin (il tenente), V. Markova (Liza Pavlova), Marina Kremnyova (Zoika).

Opera fondamentale del cinema sovietico del disgelo post-staliniano, La ballata di un soldato sembra anche un valido precursore dell'Infanzia di Ivan di Tarkovskij. Čuchraj fa piazza pulita della retorica della cinematografia del periodo staliniano, tutta tesa all'esaltazione della vittoria nella guerra patriottica contro il nazismo, in nome dei destini radiosi del socialismo. Qui si racconta, in termini al tempo stesso tragici ed ironici, la storia di uno dei tanti soldatini immolati sui campi di battaglia della Seconda Guerra Mondiale. Alyosha è un antieroe, che per caso mette fuori combattimento due panzer tedeschi e viene mandato a casa in licenza premio. Il viaggio è lento, picaresco, quasi "svejkiano", e il soldatino non sa decidere se puntare dritto verso casa oppure compiere le numerose commissioni affidategli ed iniziare una storia sentimentale con la giovane Shura. Ma poi il viaggio finisce e c'è subito da ripartire.

Con qualche piccolo difetto (l'incendio sul treno è messo in scena con mezzi piuttosto artigianali), qualche leggero eccesso di retorica (si era pur sempre nell'Unione Sovietica), La ballata di un soldato è un grande film, uno spietato atto d'accusa contro la guerra pur senza scene di battaglia, con l'emozionantissimo momento dell'incontro con la madre che resta per sempre impresso nella memoria.

Tag: cinema,guerra

Le bestemmie in tasca

by sasso67 (28/08/2008 - 17:31)

L'ora di religione - Il sorriso di mia madre (Italia, 2002) di Marco Bellocchio. Con Sergio Castellitto (Ernesto Picciafuoco), Jacqueline Lustig (Irene), Chiara Conti (Diana Sereni), Gigio Alberti (Ettore Picciafuoco), Alberto Mondini (Leonardo Picciafuoco), Gianfelice Imparato (Erminio Picciafuoco), Gianni Schicchi (Filippo Argenti), Maurizio Donadoni (il Card. Piumini), Donato Placido (Egidio Picciafuoco), Piera Degli Esposti (zia Maria), Toni Bertorelli (il Conte Bulla).

Uno dei migliori film italiani d'inizio di terzo millennio e uno dei migliori di Bellocchio da una ventina d'anni a questa parte (molto migliore di Buongiorno, notte, per dirne uno). L'ora di religione è anche servito da una delle migliori (se non la migliore in assoluto) interpretazione di Castellitto, un attore camaleontico, ma che non amo particolarmente. E Bellocchio lascia qualche dubbio che colpisce lo spettatore: e se le bestemmie di Egidio non fossero dovute soltanto alla pazzia o alla volontà di offendere la divinità, ma sottintendessero una disperata ricerca d'amore? E se le suppliche della madre non fossero state un segnale d'aspirazione alla santità, bensì un modo, forse inappropriato, di dimostrare quell'amore al figlio "strambo"? La scena in cui Egidio bestemmia apertamente - una delle poche nell'autocensoria e spesso ipocrita cinematografia italiana di ogni tempo - è una delle più emozionanti degli ultimi anni, e l'abbraccio di Ernesto vale da solo tutto il film, che, mi sembra utile ribadirlo, non è per niente male. Molto bella anche la scena del primo incontro tra Ernesto e l'insegnate di religione, dove lei cita a memoria alcuni versi di una poesia di Arsenij Tarkovskij, già citati nel film Stalker, diretto da Andrej Tarkovskij, figlio del poeta.¹

¹ «Anche l'estate è trascorsa,/come se non ci fosse stata./È tiepido il sole./Ma questo non basta./Tutto quello che poteva avverarsi,/a me, come una foglia a cinque lobi,/è caduta nella mano./Ma questo non basta.»

P.S. Casualmente ho visto questo film a pochi giorni di distanza dalla visione di L'ora del lupo di Bergman: ancora un'ora, ancora un pittore come protagonista. Evidentemente il regista/autore si sente ben rappresentato dall'artista che fissa i propri sguardi, le proprie idee, le proprie visioni sulla tela.

Tag: cinema

Attenti al corvo

by sasso67 (28/08/2008 - 17:27)

L'ora del lupo (Svezia, 1966) di Ingmar Bergman. Con Max von Sydow (Johan), Liv Ullmann (Alma), Ingrid Thulin (Veronika Fogler), Erland Josephson (il barone von Merkens), Gertrud Fridh (Corinne von Merkens), Gudrun Brost (la madre di Corinne), Bertil Anderberg (Ernst von Merkens), Georg Rydeberg (Lindhorst), Ulf Johanson (Heerbrand), Naima Wifstrand (la signora con il cappello), Lenn Hjortzberg (Kreisler).

Confessione sotto forma di incubo, dove il regista è il pittore e, viceversa, il pittore è il regista dei propri incubi. Forse uno dei film più autobiografici del Maestro svedese, anche se sembra molto una confessione estorta a sé stesso durante il sonno o sotto l'effetto del siero della verità, nel momento in cui tornano al pettine tutti i nodi di un'infanzia nutrita di sensi di colpa e severe punizioni corporali. La musa espressiva di questo film, dove l'ora del lupo potrebbe essere l'immagine vista dalla figura terrorizzata (?) dell'Urlo di Munch, è quella dell'espressionismo. Girato subito dopo Persona, L'ora del lupo è arcano come il predecessore, ma, per fortuna, qui l'afasia si scioglie in una fantasiosa e kafkiana, piacevolmente logorroica, fantasmagoria. Lo stesso Bergman ha genialmente sintetizzato un giudizio su questo film, dicendo che si è trattato di "un passo traballante nella giusta direzione". Tra gli interpreti, tutti fedelissimi del regista, nonché attori di valore universale, si segnala una sensuale Ingrid Thulin.

Tag: cinema

Cuori rossi

by sasso67 (24/08/2008 - 19:41)

Gli invisibili (Italia, 1988) di Pasquale Squitieri. Con Alfredo Rotella (Sirio), Giulia Fossà (China), Igor Zalewsky (Apache), Robert Gligorov (Willy), Victor Cavallo (Maurizio), Daniela Igliozzi (la madre di Sirio), Paola Rinaldi (Valeriana).

Ispirato da un romanzo di Nanni Balestrini, e forse da un sentimento di (quasi) compassione con chi ha creduto fortemente nelle proprie idee, Squitieri realizza questo film, che resta uno dei suoi peggiori. Qui anche il suo buon mestiere si annulla in un insieme di scene verbose, fotografate con sciattezza, sottofondate da una musica insopportabilmente e incongruamente anni Ottanta (salvo un paio di pezzi, bellissimi, della PFM) e, quel che più conta, poco credibili, come il dibattito nella radio del "movimento". Le situazioni raccontate del film sono sicuramente credibili - e Nanni Balestrini le conosceva bene - ma Squitieri, regista di destra, sembra dimenticarsi che sta girando un film, e quindi dà vita a un mattone noioso come un vecchio dibattito interno a una sezione del PCI. E tutto questo per raccontarci come sono andati Igor Zalewsky/Marinia finire coloro che volevano abbattere - con le armi o senza lo Stato: chi si è annientato nella droga, chi si è iscritto al PCI e chi si è suicidato in carcere, dopo avere subito la repressione poliziesca. Ma queste cose ce le aveva già dette, con molta maggiore efficacia spettacolare e con un certo senso dell'ironia (che qui non avrebbe guastato) l'esordiente Marco Tullio Giordana con Maledetti vi amerò del 1980. Alla cattiva riuscita degli Invisibili contribuisce un insieme di attori cani quale raramente si era visto radunato in un film solo (l'Igor Zalewsky che "interpreta" Apache non è che l'ineffabile conte Igor Marini, supertestimone del caso Telekom Serbia).

Tag: cinema

Padre padrino

by sasso67 (24/08/2008 - 19:39)

Corleone (Italia, 1977) di Pasquale Squitieri. Con Giuliano Gemma (Vito Gargano), Claudia Cardinale (Rosa Accordino), Francisco Rabal (don Giusto Badalamenti), Stefano Satta Flores (Natale Calia), Michele Placido (Michele Labruzzo), Salvatore Billa (Carmelo), Remo Girone (Biagio Lo Cascio), Salvatore Puntillo (il prete), Orazio Orlando (il pubblico ministero).

Un'opera che riporta Squitieri sulle orme del suo mestro Francesco Rosi, anche se è chiaro che non ne possiede le qualità artistiche. Squitieri è un onesto artigiano, politicamente scomodo, anche se non ha mai fatto mistero delle proprie simpatie destrorse, cosa che qui, peraltro, non gli impedisce di mettere in scena una manifestazione contadina in stile Portella delle Ginestre con tanto di bandiere rosse da fare quasi invidia a Bertolucci e l'intonazione dell'Internazionale. Corleone è un film ammirevole nelle intenzioni - anche perché denunciava senza mezzi termini le collusioni tra politica e malavita organizzata - confezionato anche abbastanza bene, con buone interpretazioni da parte di attori di valore internazionale (Rabal, Satta Flores, Placido), ma troppo simile a tanti prodotti dei nostri anni Settanta (una bella fotografia, le musiche di Morricone, una regia invisibile, movimenti di macchina morbidi e quasi classici). In più, nella sceneggiatura ci sono troppi stereotipi e qualche inutile licenza poetica, come gli sbocchi di sangue del protagonista. E se la Cardinale è troppo vecchia per interpretare la fidanzata che passa dal comunista al mafioso, l'ex pompiere Giuliano Gemma, pur volenteroso, non ha le capacità attoriali di interpretare un personaggio che si vorrebbe complesso.

Tag: cinema

Nella colonia teatrale

by sasso67 (22/08/2008 - 20:10)

Il rito (Svezia, 1967) di Ingmar Bergman. Con Gunnar Björnstrand (Nans Winkelmann), Ingrid Thulin (Thea Winkelmann), Anders Ek (Sebastian Fischer), Erik Hell (il giudice Abrahamsson), Ingmar Bergman (il confessore).

Originariamente girato per la televisione, Il rito è una sorta di messa in scena di un procedimento giudiziario intentato da un giudice nei confronti di una compagnia teatrale, Les Riens, composta da due uomini e una donna, per l'oscenità della loro rappresentazione. Con un'impostazione molto televisiva, quasi teatrale, piuttosto scarna e a tratti addirittura (volutamente) sgradevole, Bergman ci fa vedere in nove scene (e 72 benedetti minuti) il confronto - scontro tra i quattro personaggi. I tre attori, ciascuno con il proprio carattere, sono tutti personaggi poco gradevoli, portatori, comunque, di qualche tara. Ma il giudice che li mette sotto accusa non è migliore di loro, anzi, forse è peggiore. E se, quanto meno, gli attori espiano le loro colpe (l'apatia, la nevrosi, l'iracondia, la lussuria) ogni sera mediante "il rito" della rappresentazione teatrale, che in alcuni momenti assume frequenze massacranti, il giudice avrà bisogno dell'estremo sacrificio, che avverrà anche per lui durante la rappresentazione dello spettacolo. Attraverso questo film, interpretato da quattro attori uno più bravo dell'altro, Bergman si toglie anche qualche sassolino dalla scarpa, nei confronti della censura cinematografica, che spesso lo aveva massacrato in patria, nonché dell'intera società svedese (e scandinava in generale), ma fa anche una sorta di riassunto delle proprie tematiche, ad uso del pubblico televisivo: l'incomuniciabilità all'interno della coppia, l'incomprensibilità della Legge, il bisogno di comunicare con Dio (Fischer, come Antonius Block nel Settimo sigillo, parla con un confessore incappucciato dall'inconfondibile sagoma bergmaniana), la punizione spesso inevitabile quanto imprevedibile. Ed infatti qui la punizione sembra abbattersi sul punitore, come succede nel bellissimo racconto di Kafka Nella colonia penale. Giustizia, attraverso il rito, è fatta.

Tag: cinema

Django p'a' capa

by sasso67 (22/08/2008 - 20:07)

Django sfida Sartana (Italia, 1969) di William Redford [Pasquale Squitieri]. Con Tony Kendall [Luciano Stella] (Django), Giorgio Ardisson (Sartana), Josè Torres (il muto), Doro Corrà (il Corvo), John Alvar (Steve), Adler Gray (Singer).

Django, divenuto difensore della legge, sgomina la banda del Corvo, dopo di che viene a sapere che suo fratello Steve è stato impiccato per avere compiuto una rapina insieme a Sartana. Decide quindi di farla pagare al pistolero damerino, ma le cose non sono andate così: Sartana non è affatto colpevole della morte di Steve, per cui si alleerà con Django per farla pagare al vero colpevole. Diretto con buona tecnica da uno Squitieri quasi alle prime armi, corredato da un'ottima fotografia (di Eugenio Bentivoglio) e da un'interpretazione quanto meno dignitosa di Tony Kendall (alias Luciano Stella, romano de Roma), questo "spaghetti western" è un film inconsistente, corredato da una serie di duelli rusticani, aventi l'unico scopo di portare la trama a una durata sufficiente a fare uscire il prodotto nelle sale. A forza di allungare il brodo, però, si ottiene una sbobba insapore. E tra uno stereotipo e l'altro (ci mancano soltanto Sabàta, il bieco Bannister e la vedova Smith), Django sfida Sartana testimonia soltanto che, agli albori degli anni Settanta, il filone dello "spaghetti western", ormai ridotto a macinare i propri personaggi (Django, Ringo, Sartana ecc.) creati in precedenza, era già finito.

Tag: cinema,western

Sotto la pioggia di Napoli

by sasso67 (22/08/2008 - 20:04)

Scusate il ritardo (Italia, 1983) di Massimo Troisi. Con Massimo Troisi (Vincenzo Rocco), Giuliana De Sio (Anna), Lello Arena (Tonino), Lina Polito (Patrizia Rocco), Francesco Acampora (Alfredo Rocco), Olimpia Di Maio (la mamma), Nicola Esposito (il professore), Luigi Uzzo (il ferroviere).

Quando uscì il secondo film di Troisi regista, dopo gli entusiasmi suscitati da Ricomincio da tre, qualcuno storse un po' il naso. Questo Scusate il ritardo, invece, è da rivalutare ampiamente. All'epoca della sua uscita, vidi il film al cinema, ma ricordo che non riuscii a capire molto, nel senso che mi sfuggiva sia gran parte del parlato partenopeo di Troisi sia il senso di molti dei suoi sproloqui. E' un film scritto bene (da Troisi e Anna Pavignano), ben recitato - oltre che dal protagonista anche da Giuliana De Sio e Lello Arena - con una regia discreta, che conosce i propri limiti e non cerca mai di strafare. Naturalmente il limite del film è quello di essere tutto al servizio del "nuovo comico", però, in questo caso, ben venga, perché Troisi scrive almeno cinque o sei scenette notevolissime (tra le quali la telefonata, il regalo alla mamma, la Madonnina che piange, gli sfoghi di Tonino, quella del "ti faccio mangiare da zio Vincenzo"), ma anche perché riesce a far trasparire, tra gli sproloqui logorroici del protagonista e i suoi silenzi imbarazzati, l'incapacità di comunicare, propria di un'intera generazione, come e forse meglio che in molti film di Antonioni. Direi che forse è proprio un film come questo, molto più che il celebrato (e sopravvalutato) Postino, a testimoniare il genio di Massimo Troisi.

Tag: cinema,commedia

Jimmy il Bugiardo

by sasso67 (20/08/2008 - 20:05)

Sabato sera, domenica mattina (GB, 1961) di Karel Reisz. Con Albert Finney (Jimmy [orig. Arthur Seaton]), Shirley Anne Field (Doreen), Rachel Roberts (Brenda), Norman Rossington (Bert), Hylda Baker (la zia Ada), Bryan Pringle (Jack), Robert Cawdron (Robboe), Edna Morris (la signora Bull), Elsie Wagstaff (la madre di Jimmy), Frank Pettit (il padre di Jimmy), Colin Blakely (Loudmouth), Irene Richmond (la madre di Doreen), Louise Dunn (Betty).

Uno dei capostipiti del free cinema britannico, diretto discendente del teatro e della letteratura dei "giovani arrabbiati" (è infatti tratto da un romanzo di Alan Sillitoe). Più di tutto conta l'ambientazione proletaria, che tornerà nell'altrettanto fondamentale Io sono un campione di Lindsay Anderson, in cui è protagonista un operaio. Qui Arthur Seaton (inspiegabilmente ribattezzato Jimmy nella versione italiana), operaio specializzato nell'industria pesante, in quel di Nottingham. Il problema non sono tanto i soldi - qui nessuno muore di fame - ma la difficoltà dei rapporti umani: tra figli e genitori, tra mariti e mogli, tra ragazze e ragazzi, tra le generazioni più anziane e quelle nuove, tra le istituzioni e i cittadini. Neppure si può dire, come è stato fatto, che la trama del film si riduca al fatto che una ragazza borghese riesce ad incastrare con il matrimonio il giovane e ribelle Arthur/Jimmy, operaio quasi modello, seppure scanzonato, che si professa comunista. Al centro del film vi è questa società britannica, uscita dalla seconda guerra mondiale, vinta senza alcun entusiasmo, anche perché ha portato con sé la consapevolezza della fine dell'Impero, mentre per la massa proletaria non rimane che una vita abbastanza grigia tra la casa e il pub, dove consumare pinte di birra scura, per abbrutirsi in settimanali sbornie. Ed è una società fondamentalmente triste: e mostrarla, all'epoca, fu un'operazione di grande rottura con il passato (in singolare coincidenza con l'avvento della nouvelle vague francese), anche della cinematografia britannica, dove dominavano le commediole sentimentali prodotte dalla Rank.

Eccellente esordio nel lungometraggio per l'angloceco Reisz (1926 - 2002), che si avvale qui della fotografia del sempre valido Freddie Francis e di una vera forza della natura, come il giovane attore Albert Finney, nel fiore della sua creatività recitativa (e lontano le mille miglia da partecipazioni a filmetti quali il recente Big Fish di Tim Burton).

Tag: cinema

Che bella la follia

by sasso67 (20/08/2008 - 20:03)

Sílení - Lunacy (Repubblica Ceca/Slovacchia, 2005) di Jan Svankmajer. Con Pavel Liska (Jean Berlot), Jan Triska (il Marchese), Anna Geislerová (Charlotte), Jaroslav Dusek (il Dott. Murlloppe), Martin Huba (il Dott. Cloumiere), Stano Danciak (l'oste).

Un giovane mentalmente disturbato viene accolto da un Marchese ed indirizzato ad una clinica psichiatrica, nella quale sarà amorevolmente curato...

Ispirato ad uno dei più bei racconti di Edgar Allan Poe (Il sistema del Dottor Catrame e del Professor Piuma), intrecciato con le vicende del Marchese De Sade nel manicomio di Charenton, Lunacy può essere preso anche come un'atrove rivisitazione parodica di tutte le rivoluzioni, da quella francese, fino alla Primavera di Praga, con relativa repressione sovietica. Ma soprattutto è una bellissima prova del fantasioso regista ceco Jan Svankmajer, che dà qui l'ennesima prova di quel grande e imperituro movimento che può essere definito "surrealismo ceco". Trovare i rimandi, in questo Lunacy (Pazzia), è un gioco che lo spettatore può divertirsi a fare, perché da Kafka a Grosz è solo una questione di "chi più ne ha più ne metta". Sulla scia di una fantasia sbrigliata alla Meliés, tra sprazzi di ineffabile surrealismo e momenti di bassa macelleria (alla fine tutto può entrare in un tritacarne), Lunacy è un piccolo capolavoro, da noi, purtroppo, poco conosciuto, come la maggior parte delle opere di Svankmajer (praghese, classe 1934), nel quale non è da sottovalutare il lavoro di attori incredibilmente credibili, tra i quali si segnalano Pavel Liska, Jan Triska e Anna Geislerová.

Tag: cinema

Un filo di pellicola

by sasso67 (20/08/2008 - 20:00)

Lo sguardo di Ulisse (Grecia/Italia/Francia, 1995) di Theo Anghelopoulos. Con Harvey Keitel (A.), Erland Josephson (Ivo Levy), Maïa Morgenstern (le donne), Thanassis Vengos (il taxista), Yorgos Mikhalakopoulos (Nikos, il giornalista), Dora Volanaki (l'anziana signora).

Anghelopoulos ha ormai più di settant'anni e il sospetto che manchi innanzitutto del dono della sintesi è molto fondato. Il regista greco si conferma un regista dello sguardo, nel senso che osserva quanto la vita (spesso di brutto) offre intorno a lui, come dimostra la bellissima sequenza della statua di Lenin imbarcata su una chiatta nel porto fluviale di Costanza, in Romania. Il suo Ulisse - si chiama A. come Kafka chiamava K. i suoi personaggi - compie un viaggio attraverso i Balcani, per scoprire, nella martoriata Sarajevo del 1995, che pietà l'è morta. Purtroppo, in questo che sarebbe potuto essere un ottimo film, emergono evidenti i difetti, più che i pregi, del cinema di Anghelopoulos: piani sequenza interminabili, carrelli chilometrici, silenzi che talvolta nascondono un'imbarazzante difficoltà ci creare dialoghi credibili, la "trovata" registica di far interpretare tutte le donne del film alla stessa attrice (la non irresistibile Morgenstern). Il cinema di Anghelopoulos, ammesso che questo film possa essere preso come paradigma del suo cinema, sembra quello di Tarkovskij portato al parossismo: anche il regista russo era un cultore del piano sequenza, ma riusciva a dare alle sue inquadrature una plasticità di cui, invece, Anghelopoulos non è capace, restando prigioniero di un certo qual schematismo. Altro elemento che accomuna il regista greco a Tarkovskij è quello dell'acqua, che è uno degli elementi meglio sviluppati nello Sguardo di Ulisse: solo lungo i fiumi si possono varcare le frontiere; soltanto la loro acqua scorre impunemente attraverso Sarajevo, Belgrado, l'Albania, la Grecia, la Macedonia, la Romania, la Bulgaria.

Lo sguardo di Ulisse, in definitiva, è un esperimento riuscito a metà: la sua lunghezza (168 minuti al passo televisivo), la sceneggiatura enfatica di Tonino Guerra (insiste colpevolmente con la nebbia, a più di vent'anni da Amarcord), la lentezza dell'insieme evidenziano un manierismo registico che sembra rinchiudere il cinema di Anghelopoulos in un vicolo cieco.

Tag: cinema

Siamo alla frutta

by sasso67 (18/08/2008 - 20:49)

Una moglie bellissima (Italia, 2007) di Leonardo Pieraccioni. Con Leonardo Pieraccioni (Mariano), Laura Torrisi (Miranda), Gabriel Garko (Andrea), Massimo Ceccherini (Baccano), Rocco Papaleo (Pomodoro), Francesco Guccini (il regista), Tony Sperandeo (Don Pierino), Alessandro Paci (Acciarito), Carlo Pistarino (agente immobiliare), Luis Molteni (direttore della rivista), Roberto Posse (il monsignore), Giorgio Ariani (l'onorevole), Niki Giustini (l'aiutante del monsignore), Chiara Francini (Giustina).

Questa volta Pieraccioni e Veronesi si sforzano di partorire un copione un po' più sostanzioso rispetto alle ultime, infelici, uscite cinematografiche. Non è un caso, infatti, che il protagonista faccia di mestiere l'ortolano, come dire: ragazzi, siamo alla frutta. Ed in effetti l'idea di partenza non sarebbe malaccio, ma è piccola piccola, tanto da costringere gli sceneggiatori ad allungare il brodo di una storiellina coniugale di corna, con personaggi incongrui e fuori contesto, come il prete depresso, o a riempire le scene di tanti elementi colorati, come i salami in una vignetta di Jacovitti: Ceccherini con figlio obeso e moglie napoletana, Papaleo cantante fallito (ma Pieraccioni pensa davvero di far ridere con le parrucche travoltine?), Guccini (ma chi glielo fa fare?) regista per il musical Grease, il redivivo Giorgio Ariani nei panni di un parlamentare che, forse per la parlata, ricorda da vicino il ministro Matteoli. Poi ci si mette l'ormai insopportabile logorrea del regista-protagonista, che non si cheta mai un attimo, né in Italia né alle Seychelles (tanto che quando Miranda lo lascia si tira un sospiro di sollievo), dove raggiunge anche qualche nota di vago razzismo. Su tutto brilla la bellezza di Laura Torrisi e Gabriel Garko. Forse il personaggio di quest'ultimo, ispirato alla figura di Fabrizio Corona, è quello più interessante, ed anche l'attore non è poi così male. La scena in chiesa di fornte ai due inviati della curia non c'entra proprio niente con il resto del film. E non fa né piangere né ridere, come tutto l'insieme, del resto. Quando si deciderà Pieraccioni a crescere e a fare un film degno di questo nome, anziché sperare ogni anno di continuare a mungere gli italiani che vanno al cinema a sentirlo dire le sue ripetitive bischerate?

Breve incontro, troppo lungo

by sasso67 (16/08/2008 - 17:58)

In The Mood For Love (Hong Kong/Francia, 2000) di Wong Kar Wai. Con Maggie Cheung (la signora Chan), Tony Leung Chiu Wai (Chow Mo-wan), Ping Lam Siu (Ah Ping), Rebecca Pan (la signora Suen), Man-Lei Chan (il signor Koo).

Hong Kong, 1962: l'impiegata Chan e il giornalista Chow, entrambi originari di Shanghai, che casualmente vivono sullo stesso pianerottolo, scoprono che i rispettivi coniugi hanno una relazione. Pur attratti reciprocamente, decideranno di non "comportarsi come loro".

Non ho mai amato particolarmente i film hongkonghesi, in tutte le loro incarnazioni, dal kung fu al poliziesco esistenzialista (alla John Woo), fino a queste variazioni del tipo "un uomo e una donna oggi", di derivazione francese. Così mi rimane intatto il mistero di questo film, ovverosia come sia finito in cima alla lista dei film più belli della storia, sul sito di FilmTV. Per fare un esempio, sul sito dell'Internet Movie Database, non compare neanche nella top 250 (anche se lì, purtroppo, al numero 1 c'è Il cavaliere oscuro, di recentissima uscita). Certo, è ben fatto e ben recitato; il solido professionismo di Wong e la musica occidentaleggiante (con in più le canzoni di Nat King Cole) funzionano; il clima è quello giusto da fine di un'epoca, ma, insomma, non c'è niente di nuovo né di particolarmente emozionante in questo elegante prodotto confezionato per i palati di tutto il mondo.

Tag: cinema

Estate con Monica

by sasso67 (16/08/2008 - 17:42)

Monica e il desiderio (Svezia, 1952) di Ingmar Bergman. Con Harriet Andersson (Monica), Lars Ekborg (Harry), Dagmar Ebbesen (la zia di Harry), Åke Fridell (il padre di Monica), Naemi Briese (la madre di Monica), Åke Grönberg (il collega di Harry), Sigge Fürst (operaio al laboratorio di porcellane), John Harryson (Lelle).

Due giovani proletari di Stoccolma, con situazioni familiari difficili, si conoscono, si mettono insieme, lasciano il lavoro e scappano di casa, trascorrendo un'estate di libertà ed amore su una barca a motore. Quando l'estate è finita, la ragazza è incinta. I due si sposano, hanno una figlia, ma l'amore è finito: lei se ne va e lui torna dal padre con la bambina.

Uno dei primi film di Bergman conosciuti fuori dalla Svezia, Monica e il desiderio (il titolo originale, però, significa "Estate con Monica") ha i suoi punti di forza in una grande libertà espressiva e nell'interpretazione di Harriett Andersson, che si rivelò una vera forza della natura, oltre che un'attrice espressivamente eccezionale. Dal primo punto di vista, sono da sottolineare i riferimenti, più che espliciti (come da noi, all'epoca, ci sognavamo soltanto), alla libertà dell'amore e ad un amore liberatorio, come parte della natura (l'idillio si svolge, infatti, lontano dalla città). L'inizio e la fine del film, ambientati tra gli squallidi, seppur lindi, anfratti di Stoccolma, sono un richiamo alla dura realtà, quella che Monica non riesce proprio ad accettare; il suo è il rifiuto di un essere selvatico nel vero senso della parola, poiché solo tra i boschi riesce ad esprimere sé stessa, che rifiuta il lavoro, il ruolo di moglie e perfino quello di madre, per rifugiarsi, ma con quale angoscia - lo rivela lo sguardo che rivolge con disgusto alla macchina da presa - in una vita libera e dissoluta. Monica e il desiderio è per Bergman una sorta di cantiere, dal quale sbozza uno dei suoi primi, riusciti, ritratti di donna.

Tag: cinema

La commedia non si addice a Costantino

by sasso67 (13/08/2008 - 23:41)

Consiglio di famiglia (Francia, 1986) di Constantin Costa-Gavras. Con Johnny Hallyday (il padre), Fanny Ardant (la madre), Guy Marchand (Maximilien Faucon), Laurent Romor (François bambino), Rémi Martin (Franòois ragazzo), Juliette Rennes (Martine bambina), Caroline Pochon (Martine ragazza), Ann-Gisel Glass (Sophie), Fabrice Luchini (l'avvocato balordo), Julien Bertheau (il proprietario rapinato), Patrick Bauchau (Octave, il fratello della madre), Anne Macina (Monique).

L'ottimo regista greco Costa-Gavras, autore di ammirevoli film impegnati sui fronti più diversi (dai colonnelli greci ai comunisti cecoslovacchi, dagli intrighi della CIA in Cile ai razzisti made in USA, dagli ex boia nazisti alle omertose gerarchie vaticane ai tempi dell'olocausto), prova con la commedia e rimedia un sonoro fiasco. La storia di questa famiglia borghese di scassinatori, in cui alla fine l'erede maschio dirazza per amore, sta in piedi a malapena, ma non cammina. La colpa è di una sceneggiatura che non sa dove andare a parare, ma anche del regista, che non avrebbe dovuto accettare di girare un film così lontano dalle sue corde. La trama cerca qualche colpo ad effetto, sfiora un paio di volte la comica alla Stanlio e Ollio, tocca di sfuggita il noir, la parodia del film di mafia (il ritorno del padre e Faucon dagli States dove si sono americanizzati), lo psicodramma familiare (l'incontro con il fratello della madre), ma non approfondisce niente, lasciando tutti gli spettatori a bocca asciutta. La colpa, poi, è anche del legnoso Hallyday, incapace di qualsiasi espressione facciale, mentre i veri attori del cast, a cominciare da Fanny Ardant, sono utilizzati poco e male. I primi a dover evitare questo film sono proprio i fan di Costa-Gavras.

Tag: cinema,commedia

Spari tu o sparo io?

by sasso67 (13/08/2008 - 23:39)

Una perfetta coppia di svitati (USA, 1986) di Peter Hyams. Con Billy Crystal (Danny Costanzo), Greg Hines (Ray Hughes), Darlanne Fluegel (Anna Costanzo), Dan Hedaya (il capitano Logan), Joe Pantoliano (snake), Steven Bauer (detective Frank Sigliano), Jon Gries (detective Tony Montoya), Jimmy smits (Julio Gonzales), Tracy Reed (Maryann), Natividad Ríos Kearsley (la donna nuda).

Due poliziotti anticonformisti, un italoamericano e un nero, danno la caccia ad un narcotrafficante di origini sudamericane.

Sulla scia di film come 48 ore (dove però non si trattava di due poliziotti, bensì di un poliziotto e di un galeotto) e prima di Arma letale (1987), una commedia poliziesca ben recitata e dove ai mille stereotipi il regista Hyams riesce a mettere qualcosellina di suo. C'è una bella scena di inseguimento in auto sulle rotaie della metropolitana e, in più, i duetti tra i due protagonisti funzionano a meraviglia. Raramente Chicago è stata fotografata così bene. Siamo comunque nella convenzione poliziesca hollywoodiana e non ci si deve asepttare chissà quali svolazzi. In Una perfetta coppia di svitati c'è, comunque, una libertà espressiva di cui si avverte la mancanza nella maggior parte dei prodotti odierni, che sembrano fatti con lo stampino.

Tag: cinema,commedia

In fuga

by sasso67 (10/08/2008 - 17:35)

Massimo Ulivari, In fuga, La Riflessione, 2008, pp. 100, € dieci.

La prima cosa che si nota, in questo romanzo breve di Massimo Ulivari (livornese, quarantasettenne), è la quasi totale assenza di nomi. Tranne che la moglie del protagonista e il suo migliore amico, che hanno nomi fin troppo banali, Luisa e Gino, tutti gli altri personaggi sono indicati con dei soprannomi, che, stranamente, ricordano i nomi degli indiani d'America. La constatazione di questo modo di scrivvere, che quarant'anni fa sarebbe stato senz'altro originale (almeno in Italia), fa passare in secondo piano l'interrogativo sul perché e da che cosa il protagonista - io narrante stia fuggendo. Ma per rispondere a quest'interrogativo, è utile proprio l'assenza di nomi: si tratta di una fuga da tutto, in primis da una famiglia e da un lavoro egualmente alienanti. Ed è una fuga che si svolge, prima ancora che per le strade d'Europa, dentro la testa del protagonista, alienato psichico ed alcolista.

Personalmente, penso che In fuga sia un libro inusuale e coraggioso, sia per il modo in cui è scritto che per il tema affrontato. Il quale, però, avrebbe, a mio parere, avuto bisogno, come supporto, di una trama forse più solida e di qualche congegno narrativo meglio oliato e meno forzato. Intendo dire che il protagonista, un essere - comunque la si voglia mettere - mentalmente disturbato, finisce troppo spesso e troppo facilmente a letto con le donne, né si riesce ad accettare perché sua moglie continui a stare, anche con le bambine, insieme ad un individuo simile.

Devono, tuttavia, essere sottolineate alcune pagine felici, come quelle in cui, con ironia, si descrive la forzata (ma quanto, poi?) convivenza con un «puzzafiato», oppure quelle in cui il protagonista assapora la libertà in compagnia dei pacifici «peli verdi» tedeschi.

Tag: romanzo,libro

Un filo di pellicola

by sasso67 (10/08/2008 - 17:32)

Lo sguardo di Ulisse (Grecia/Italia/Francia, 1995) di Theo Anghelopoulos. Con Harvey Keitel (A.), Erland Josephson (Ivo Levy), Maïa Morgenstern (le donne), Thanassis Vengos (il taxista), Yorgos Mikhalakopoulos (Nikos, il giornalista), Dora Volanaki (l'anziana signora).

Anghelopoulos ha ormai più di settant'anni e il sospetto che manchi innanzitutto del dono della sintesi è molto fondato. Il regista greco si conferma un regista dello sguardo, nel senso che osserva quanto la vita (spesso di brutto) offre intorno a lui, come dimostra la bellissima sequenza della statua di Lenin imbarcata su una chiatta nel porto fluviale di Costanza, in Romania. Il suo Ulisse - si chiama A. come Kafka chiamava K. i suoi personaggi - compie un viaggio attraverso i Balcani, per scoprire, nella martoriata Sarajevo del 1995, che pietà l'è morta. Purtroppo, in questo che sarebbe potuto essere un ottimo film, emergono evidenti i difetti, più che i pregi, del cinema di Anghelopoulos: piani sequenza interminabili, carrelli chilometrici, silenzi che talvolta nascondono un'imbarazzante difficoltà ci creare dialoghi credibili, la "trovata" registica di far interpretare tutte le donne del film alla stessa attrice (la non irresistibile Morgenstern). Il cinema di Anghelopoulos, ammesso che questo film possa essere preso come paradigma del suo cinema, sembra quello di Tarkovskij portato al parossismo: anche il regista russo era un cultore del piano sequenza, ma riusciva a dare alle sue inquadrature una plasticità di cui, invece, Anghelopoulos non è capace, restando prigioniero di un certo qual schematismo. Altro elemento che accomuna il regista greco a Tarkovskij è quello dell'acqua, che è uno degli elementi meglio sviluppati nello Sguardo di Ulisse: solo lungo i fiumi si possono varcare le frontiere; soltanto la loro acqua scorre impunemente attraverso Sarajevo, Belgrado, l'Albania, la Grecia, la Macedonia, la Romania, la Bulgaria.

Lo sguardo di Ulisse, in definitiva, è un esperimento riuscito a metà: la sua lunghezza (168 minuti al passo televisivo), la sceneggiatura enfatica di Tonino Guerra (insiste colpevolmente con la nebbia, a più di vent'anni da Amarcord), la lentezza dell'insieme evidenziano un manierismo registico che sembra rinchiudere il cinema di Anghelopoulos in un vicolo cieco.

Tag: cinema

Sangue in doppiopetto

by sasso67 (07/08/2008 - 08:54)

Camorra (Italia, 1972) di Pasquale Squitieri. Con Fabio Testi (Tonino Russo), Raymond Péllegrin (Mario Capece), Enzo Cannavale (Sciancato), Jean Seberg (Luisa), Charles Vanel (Don Mimì De Ritis), Germana Carnacina (Anna), Ugo D'Alessio (il padre di Tonino), Lilla Brignone (la madre di Tonino), Salvatore Puntillo (il commissario Capezzuto), Marcello Filotico (Don Ciccillo), Paul Muller (l'onorevole), Enzo Turco (Don Silverio), Mirella Mereu (Donna Carmela), Anna Zinnemann (la ragazza di Sciancato), Alberto Farnese (il croupier), Francesco D'Adda (funzionario di polizia), Nino Vingelli (compagno di cella).

Buona prova di Squitieri, regista sempre dal mestiere robusto, quando non sia volutamente discutibile nelle tematiche trattate. Naturalmente, non si tratta di un autore raffinato ed anche qui ne risente la costruzione di personaggi credibili, più simili a marionette che a persone in carne ed ossa (e del resto anche la scelta di Testi come protagonista va in questo senso). Il contesto in cui si muovono i personaggi del film, però, è realistico, con le sue bische, il contrabbando di sigarette e droga, i pestaggi dei sindacalisti, la speculazione edilizia e gli appalti come vero business del futuro. In questo senso Squitieri riesce ad apparentare il suo film alle opere migliori del suo maestro di cinema Francesco Rosi (vedasi Le mani sulla città), sebbene quest'ultimo si collochi a sinistra, mentre Squitieri non abbia mai nascosto le sue simpatie destrorse.  Ed in questo senso si riesce a "perdonare" al regista un finale ad effetto, forse fin troppo ottimistico (l'uccisione del camorrista malvagio con la pistola che il padre aveva usato contro i nazisti e il successivo pentimento per dare l'esempio al fratellino). Testi, al solito, è bello ma legnoso, mentre funzionano alla perfezione i francesi del film (Péllegrin e Vanel).

Tag: cinema

Tripletta di Cavallero

by sasso67 (07/08/2008 - 08:35)

Banditi a Milano (Italia, 1968) di Carlo Lizzani. Con Gian Maria Volonté (Pietro Cavallero), Tomas Milian (il commissario Basevi), Don Backy (Sandro Giannantonio), Ezio Sancrotti (Bartolini), Ray Lovelock (Tuccio Lopez), Piero Mazzarella (Piva), Laura Solari (la madre di Tuccio), Margaret Lee (Sorry), Carla Gravina (la signora di Lugano), Ida Meda (la moglie di Sandro), Evi Rossi Scotti (la moglie di Cavallero), Pupo De Luca (il proprietario della 1100), Agostina Belli (la ragazza presa in ostaggio).

Le imprese della Banda Cavallero, organizzatissima batteria criminale dedita alle rapine in banca nella Milano degli anni Sessanta. Dopo un colpo all'agenzia di Largo Zandonai a Milano, inseguiti dalla polizia, i banditi aprono il fuoco sulla folla. I quattro saranno arrestati uno ad uno e rischieranno il linciaggio da parte della folla.

Aggredendo la cronaca, Lizzani descrive nel prologo, valendosi della consulenza di un vero ex malvivente, Gino lo Zoppo, l'evolversi della malavita milanese, a suo (di Gino) dire deterioratasi dopo l'arrivo dei Marsigliesi. Dopo di che si comincia a parlare della banda messa su da Cavallero: lui, colto ex militante del PCI torinese, il suo amico Sandro (nome fittizio per il vero Sante Notarnicola), l'autista Bartolini (Rovoletto, nella realtà) e il giovanissimo Tuccio (Duccio) Lopez, già apprendista nella falegnameria del padre di Cavallero. Questi mette su un ufficio a Milano, come copertura delle rapine, effettuate, astutamente, con la tecnica della tripletta: facendo scattare l'allarme della prima banca rapinata e correndo immediatamente a rapinarne un'altra. Lizzani organizza poi uno dei primi (e forse migliori) inseguimenti automobilistici del cinema italiano, tante volte poi ripreso dai poliziotteschi degli anni Settanta. Ma il film vive anche, se non soprattutto, grazie all'interpretazione istrionica di un Volonté che può tornare al suo originario accento torinese: il suo bandito sprezzante, arrogante, intelligente e colto è una delle migliori creazioni, a livello di personaggi, del cinema di Lizzani. Apprezzzbili anche le interpretazioni di Tomas Milian, Don Backy e di un giovanissimo Ray Lovelock, nonché del robusto caratterista Ezio Sancrotti. Da ricordare anche i camei di Carla Gravina (la signora un po' ninfomane che telefona da Lugano) e di Margaret Lee, nel ruolo di una giovane prostituta bruciata viva.

Tag: cinema

Ci manca solo Sartana

by sasso67 (05/08/2008 - 12:48)



La vendetta è un piatto che si serve freddo (Italia, 1971) di William Redford [Pasquale Squitieri].
Con Leonard Mann [Leonardo Manzella] (Jim Bridger), Ivan Rassimov (Perkins), Klaus Kinski (Virgil Prescott), Elisabeth Everfield (Tune), Steffen Zacharias (Doc), Enzo Fiermonte (George Bridger, il padre di Jim), Teodoro Corrà (Boon), Salvatore Billa (Ted).

Un western pieno di stereotipi, dagli indiani buoni ai bianchi cattivi e avidi, dai serpenti nel deserto alle sfide di/a/da/in/con/su/per/tra/fra i ranch. La trama è abbastanza banale, cioè quella di un uomo che vive nell'odio per gli indiani, convinto che gli abbiano sterminato la famiglia, mentre poi scoprirà che la verità è un'altra. Mai visti indiani meno credibili di questi. L'unica nota positiva del film è la recitazione quasi minimalista di Klaus Kinski, anche se va detto che il film dà troppa importanza al ruolo della stampa, in questo villaggio del West, dove l'analfabetismo doveva essere a livelli stellari. Squitieri si fa le ossa nel genere western all'italiana, ma si trova a fare i conti con la sciatteria di una produzione che cercava ogni anno di buttare sul mercato quanti più spaghetti western, per sfruttare la vena leoniana. È il genere stesso, però, a mostrare la corda, cominciando semmai ad indirizzarsi verso una sorta di western comico (qui accennato dagli interventi del Doc interpretato da Steffen Zacharias), verso cui virerà definitivamente dopo il sucesso raccolto a livello internazionale dalla serie di Trinità. Leonard Mann si conferma incapace di sostenere un ruolo da protagonista: al confronto, Giuliano Gemma era un mostro di espressività.

Tag: cinema,western

Un altro Castoro su Tarkovskij

by sasso67 (05/08/2008 - 12:46)

Tullio Masoni, Paolo Vecchi, Andrej Tarkovskij, Il Castoro, 2005, pp. 128, € 9,90.

Il volumetto di Masoni e Vecchi è un doveroso aggiornamento del precedente Castoro di Achille Frezzato, datato 1977 e necessariamente privo dell'analisi di opere fondamentali del Maestro russo, deceduto nel 1986, come Stalker (1979), Nostalghia (1983) e Sacrificio (1986). Naturalmente, Masoni e Vecchi non prescindono dalla critica di Frezzato, ma anzi, ove necessario (per le opere già analizzate nel libro del '77 e anche in articoli scritti per riviste specializzate), citano ed integrano le osservazioni, assai spesso illuminanti, del primo curatore, così come quelle di Fabrizio Borin, autore di un altro importante libro italiano su Tarkovskij. Laddove l'analisi di Frezzato era più "filosofica" che tecnica, Masoni e Vecchi si soffermano anche su particolari del mestiere di regista, che un Autore come Tarkovskij utilizzava proprio per porre in evidenza gli elementi del suo discorso filosofico. E questo proprio perché un cineasta, seppure Autore di quelli con la A maiuscola, anche se fa riferimento ad una tradizione letteraria e culturale che trova tra i suoi maggiori esponenti Puškin, Dostoevskij e Tolstoj, è un artista che fa dei film, e quindi i suoi "messaggi" devono essere tradotti in immagini cinematograficamente valide, da coordinare successivamente attraverso espedienti tecnici, quali il montaggio. E proprio in questo Tarkovskij si differenzia dal massimo teorico del cinema sovietico (che rottura dover distinguere ogni volta il "sovietico" dal "russo"), cioè Ejzenstejn: mentre per quest'ultimo il montaggio era un elemento attivo dell'arte cinematografica, per Tarkovskij il film esiste già, prima del montaggio (che rischia di essere fin troppo esplicativo delle intenzioni del regista), essendo quest'ultimo una pura e semplice tecnica di assemblamento del materiale girato. Operazione che, peraltro, Tarkovskij riconosceva essere particolarmente difficoltosa per quanto riguarda Lo specchio, uno dei suoi film più difficili da decifrare. In questo ci sono di grande aiuto due critici importanti come Masoni e Vecchi, che passano poi a parlare di Stalker (indubbiamente il film da loro più amato, insieme ad Andrej Rublëv), Nostalghia e Sacrificio. Per chi ami il cinema d'arte, e quindi quello di Tarkovskij, quello che antepone l'Autore e la sua visione del mondo alle esigenze della produzione, il saggio di Masoni e Vecchi è una lettura fondamentale.

Tag: cinema,libro,saggio

Morto Solgenitsyn

by sasso67 (04/08/2008 - 02:00)

E' morto il Nobel Solgenitsyn
Ha raccontato l'orrore dei gulag

Autore di un grandissimo romanzo, poco conosciuto, dal titolo Agosto 1914.

Tag: avvenimenti

Amare è scegliere

by sasso67 (03/08/2008 - 17:09)

Fucking Åmål - Il coraggio di amare (Svezia, 1998) di Lukas Moodysson. Con Alexandra Dahlström (Elin Olsson), Rebecka Liljeberg (Agnes Ahlberg), Erica Carlson (Jessica Olsson), Mathias Rust (Johan Hulth), Stefan Hörberg (Markus), Josefine Nyberg (Viktoria), Ralph Carlsson (Olof, il padre di Agnes), Maria Hedborg (Karin, la madre di Agnes), Axel Widegren (Oskar), Jill Ung (Birgitta, la madre di Elin).

Due ragazzine della provincia svedese scoprono, con coraggio, di volersi bene.

Un buon film, scritto dallo stesso regista con grande compartecipazione per l'età - indubbiamente difficile - dei suoi personaggi principali. Anche nell'apertissima Svezia non è facile accettare l'omosessualità di una figlia, specialmente in giovane età, come dimostrano le parole della madre di Agnes al fratellino Oskar, quando, dopo avere parlato con grande correttezza e rispetto del lesbismo, sbotta "Agnes non è lesbica!". Anche se il film è girato senza sguaiataggini e gli stereotipi che sarebbero stati indubbiamente presenti in un analogo prodotto di marca americana, Truffaut è lontano: Moodysson, qui ventinovenne, non sembra, infatti, avere ancora acquisito un proprio stile e una propria personalità di regista. Purtroppo, in alcune sequenze si avverte la nefasta influenza vontrieriana, tanto da infondere nello spettatore la fastidiosa sensazione di un Dogma per ragazzini. Davvero ottime, comunque, le due giovanissime protagoniste, capaci di portare sullo schermo i turbamenti di un'adolescenza che pone ben presto Elin ed Agnes di fronte a scelte tutt'oggi non facili.

Tag: cinema

L'avvocato delle cause perse

by sasso67 (02/08/2008 - 15:13)

Scandalo (Giappone, 1950) di Akira Kurosawa. Con Toshirô Mifune (Ichirô Aoye), Shirley Yamaguchi (Miyako Saijo), Takashi Shimura (l'avvocato Hiruta), Yôko Katsuragi (Masako Hiruta), Noriko Sengoku (Sumie), Shinichi Himori (l'editore Asai), Masao Shimizu (il giudice), Sugisaku Aoyama (l'avvocato Kataoka), Bokuzen Hidari (l'ubriaco).

Ispirato alla realtà giapponese, quando, riconquistata la libertà di stampa, i giornali si buttarono sullo scandalismo per vendere più copie, Scandalo non è certo uno dei film più riusciti di Kurosawa. Ed è un peccato, perché l'argomento è interessante, Purtroppo, però, come riconobbe l'autore stesso, il regista si fa prendere troppo la mano dal personaggio dell'avvocato e dalla storia patetica della figlia. In più, i caratteri sono troppo manichei, troppo buono ed onesto quello del pittore Aoye (un bravo Mifune, che si lancia come una specie di Gregory Peck nipponico) e troppo malvagio l'editore Asai, per essere credibile nella parte del paladino della libertà di stampa. C'è poi, un sovrappiù di rimandi al cinema americano, soprattutto a La vita è meravigliosa di Frank Capra, specialmente nella scena della festa di Natale, quando tutti intonano la versione giapponese di Old Lang Syne. Forse Kurosawa cercava proprio di lanciarsi nel mercato americano, ma, per ironia della sorte, questo americaneggiante Scandalo resterà una delle sue opere "minori", mentre il successo internazionale arriverà lo stesso anno, il 1950, con uno dei suo film più profondamente giapponesi, come Rashômon.

Fin troppo teatrale l'interpretazione di Takashi Shimura, che darà il meglio di sé, sempre con Kurosawa, in Vivere.

Tag: cinema

Il venditore di pianeti

by sasso67 (02/08/2008 - 15:01)

Marco Sommariva, Il venditore di pianeti, Tropea, 2008, pp. 218. € 12,00.

Ho avuto la fortuna di poter scambiare, via internet, qualche parola con l'autore del libro, ed anche la fortuna di azzeccare un paio di riferimenti letterari desumibili dalle sue pagine. Gli ho chiesto se l'ultimo Bukowski (quello di Pulp) e il Benni di Bar Sport potessero essere riferimenti plausibili per il suo romanzo e lui mi ha risposto che Bar Sport non l'ha mai letto, ma che gli ultimi due libri che aveva letto prima di scrivere Il venditore di pianeti erano Pulp di Bukowski e Baol di Benni. Ci aggiungerei un po' di Kafka (l'incontro con il vecchio su cui l'Io narrante, alla fine, vomita, ricorda la dormita di K. del Castello), ma quello che colpisce è il risultato originale ottenuto da Sommariva, che scarnifica la scrittura all'essenziale, per concentrarsi sui dialoghi, che sono talvolta comici, molto più spesso surreali, come una scenetta di Ale e Franz, periodo Gin&Fizz. Non direi che si tratta di un capolavoro - come hanno fatto alcuni incauti commentatori, anche sul sito dell'Internet Bookshop - e credo che, nella sua apprezzabile modestia, non lo direbbe neppure l'autore. Però questa quest (che bel bisticcio di parole) postmoderna, attraverso una Sestri invasa dal vapore che esce dalle fogne, per trovare un venditore di pianeti, omonimo di un più prosaico arrotino, che comunque non ha granché da rivelare, colpisce perché consente di entrare in contatto con un'umanità che pare avere "già dato" in quanto a grandi sogni, ma che, nel suo piccolo, può fare ancora molto, come insegna il bel gesto di Carlo Tomaszewski, sempre alla ricerca della grande parata. Il difetto del romanzo risiede, secondo me, in una costante ricerca a tutti i costi della battuta ad effetto, come se si trattasse del testo di un comico da cabaret, nonché nella descrizione di un'umanità tutta fin troppo maschilista, dove le donne sono fedifraghe oppure prostitute di professione. Oppure le solite sorelle o madri da tirare in ballo quando c'è un "maschio" da offendere.

Tag: libro,romanzo

Sotto Casablanca la capra campa

by sasso67 (02/08/2008 - 14:50)

Casablanca Casablanca (Italia, 1985) di Francesco Nuti. Con Francesco Nuti (Francesco Piccioli, detto "il Toscano"), Giuliana De Sio (Chiara), Daniel Olbrychski (Daniel), Marcello Lotti (Lo Scuro), Novello Novelli (il Merlo), Carlo Monni (Ricky), Alfred Thomas (Sam), Youssef El Merabat (Ibrahim).

Il Toscano, dopo la finale dei campionati italiani di biliardo persa contro lo Scuro, fa il cameriere in un locale frequentato da sole donne, mentre Chiara si esibisce come sassofonista di scarso successo nei locali notturni. Quando un manager s'innamora della ragazza e le propone di dirigere un'orchestra tutta sua su una nave da crociera, scoppia la gelosia, e le cose si ricomporranno a Casablanca, dove casualmente i due si ritrovano, lei in scalo della sua crociera, lui per i mondiali di biliardo.

La prima regia di Nuti è già abbastanza deludente. Il pretenzioso omaggio al film di Curtiz, al mito di Bogart ed anche al Provaci ancora, Sam di Woody Allen (autore del testo teatrale e della sceneggiatura del film di Herbert Ross) si risolve in una rimasticatura dei temini di Io, Chiara e lo Scuro: la passione e la bravura nel biliardo, il gusto della sfida, la lealtà sportiva e quella in amore, la donna che torna sempre all'ovile. Il tutto è un po' stucchevole e comincia ad affiorare il narcisismo che condurrà Nuti, nei film successivi, a girare a vuoto sul suo personaggio annegato in un mare di musica enfatica e piuttosto brutta. La cosa migliore, qui, è la riproposizione dell'anziano attore Novello Novelli. La De Sio (nonostante l'eccessivo spazio dedicato al suo sassofono) era cento volte meglio di Ornella Muti, successiva partner cinematografica del comico di Prato.

Un divanone per uno solo

by sasso67 (01/08/2008 - 13:40)

Il paradiso all'improvviso (Italia, 2003) di Leonardo Pieraccioni. Con Leonardo Pieraccioni (Lorenzo Puccianti), Angie Cepeda (Amaranta), Alessandro Haber (Taddeo Borromini), Rocco Papaleo (Giandomenico Bardella), Anna Maria Barbera (Nina), Franco Iavarone (Beppino), Gea Martire (Veronica), Giulia Montanarini (Mirna), Fabrizio Pizzuto (Fausto), Claudia Baroncini (Spiripicchio), Augustine Jayakumar Arumugan (Simur), Massimo Ceccherini (un passante), Ambra Gullà (una passante), Roberta Bregolin (Pinca Pallina), Marco conte (l'avvocato), Nunzia Schiano (la maga), Pietro Ghislandi (il regista), Gaetano Gennai (il regista teatrale), Cristiano Militello (l'attore teatrale).

C'era una pubblicità, qualche anno fa, se non mi sbaglio della Fiat, dove un single che stava lavando i piatti sentiva la vicina di casa che litigava al telefono con il proprio compagno. La donna gli urlava che sarebbe andata con il primo che incontrava e, quando apriva il portone di casa, si trovava sul pianerottolo il vicino di casa, ancora con i guanti di gomma calzati, che tutto suadente le diceva «buonaseraaa...». Secondo me ormai Pieraccioni si è identificato in questo furbetto del quartierino cinematografico, tanto da non escludere, in un prossimo futuro, di vederlo apparire sullo schermo con i guanti di gomma a dirci «buonaseraaa...». Il paradiso all'improvviso è, in assoluto, il peggior film di Pieraccioni (il che è tutto dire). Manca una sola idea di sceneggiatura, che non sia saccheggiare i classici del comico, dal Woody Allen imitato nel discorsino iniziale come in Io e Annie, alla scommessa tra i due ricchi scioperati, come in Una poltrona per due di John Landis. E' tutto raccogliticcio in questa commediola, che per il resto sfrutta gli stereotipi pieraccioniani (la bella moretta che, nonostante le difficoltà, s'innamora del protagonista, la bonomia toscana, il matrimonio finale) e la recentissima quanto immeritata popolarità della siciliana Anna Maria Barbera. Pieraccioni evidentemente, altro che Una poltrona per due, vuole il divano tutto per sé perché ci sta bello comodo, senza curarsi minimamente della verosimiglianza, che avrebbe sconsigliato di far innamorare la bella Angie Cepeda di uno come il Lorenzo Puccianti del film. Ma, come suggerisce un commentatore italiano che ho rintracciato sull'Internet Movie Database, ormai Pieraccioni si crede d'esser diventato Brad Pitt. Voto: 0.

Uneasy Riders

by sasso67 (01/08/2008 - 13:38)

In corsa con il diavolo (USA, 1975) di Jack Starrett. Con Peter Fonda (Roger Marsh), Warren Oates (Frank Stewart), Loretta Swit (Alice Stewart), Lara Parker (Kelly Marsh), R. G. Armstrong (lo sceriffo Taylor), Clay Tanner (Delbert), Phil Hoover (il meccanico).

Due coppie di amici partono in camper dal Texas per il Colorado. Nottetempo assisteranno ad un rito satanico con tanto di sacrificio umano. Saranno scoperti dalla setta, che darà loro la caccia per eliminare i testimoni.

Finita l'estate dei fiori ed arrivato l'autunno delle sette sataniche, come quella di Charles Manson, anche l'ex easy rider Peter Fonda è passato dalla parte dei borghesi. Qui interpreta un motociclista che vuole semplicemente godersi una vacanza con la bella mogliettina e una coppia d'amici. Ma le campagne americane non sono più percorse da hippies in motocicletta: la prateria è un'immensa foresta popolata da sinistri personaggi da Un tranquillo weekend di paura. La polizia è inetta, sembra dire Starrett, quando non complice, e l'unico rimedio, per il cittadino americano medio è l'autodifesa, spesso supportata da un buon fucile a pallettoni. La morale del film è discutibile, o quanto meno ambigua, anche se il regista sembra voler suggerire che, in fondo, gli hippies degli anni Sessanta erano molto meno pericolosi di questi bravi campagnoli con germi di follia nel cervello. La reazione della maggioranza silenziosa genera mostri, ma di reazione in reazione chissà dove si può andare a finire. Il film, comunque, è girato con un dignitoso professionismo, anche se non vi sono brividi eccessivi e si può vedere come ci si accosterebbe ad un medio prodotto, nato da una costola del Duel di Spielberg e dal capolavoro di Boorman.

Tag: cinema
Archivio Agosto 2008