Pasqualino poliziotto
by sasso67 (27/09/2008 - 12:55)
Il brigadiere Pasquale Zagaria ama la mamma e la polizia (Italia, 1974) di Luca Davan [Mario Forges Davanzati]. Con Lino Banfi (Pasquale Zagaria), Francesca Romana Coluzzi (Pupetta), Aldo Giuffrè (Zoppas), Rosario Borelli (il
commissario), Francesco Ager (il biondo che pedina), Sal Borgese (un sicario di Zoppas), Alfonso Tomas (il cervello elettronico), Gabriella Andreini (un'amante di Zoppas), Ines Pellegrini (Aida), Luca Sportelli (il contadino), Renzo Marignano (il sottosegretario), Alessandro Perrella (il secondo sicario di Zoppas), Mauro Vestri (il barista).
L'unica cosa divertente (si fa per dire) è il titolo di questo film, che doveva costituire il trampolino di lancio per Lino Banfi. Questi, infatti, si mette completamente in gioco, addirittura esponendosi con il proprio nome anagrafico. Il buon Lino ce la mette davvero tutta: accenna perfino uno "striptìsolo" a beneficio di una mantide messagli alle costole dal malvivente Zoppas. Purtroppo nel film non funziona niente: né Banfi né Giuffrè né la Coluzzi e tantomeno la coppia di criminali maldestri, formata da Sal Borgese e Alessandro Perrella, fanno mai ridere. E non risulta divertente neanche il mattocchio Alfonso Tomas, qui nella parte del "cervello elettronico". L'unica cosa (involontariamente) comica, scaturita da questo film, è la recensione di Mereghetti, il quale, nonostante l'evidenza del titolo, scrive: «...un maldestro carabiniere (Banfi) è degradato dopo ogni impresa, fino ad essere espulso dall'Arma». Poteva essere il caso di vedere il film, prima di recensirlo.
Belfast come Santiago
by sasso67 (27/09/2008 - 12:51)
L'agenda nascosta (GB, 1990) di Ken Loach. Con Frances McDormand (Ingrid Jessner), Brian Cox (Kerrigan), Brad Dourif (Paul Sullivan), Mai Zetterling (Moa), John Benfield (Maxwell), Michelle Fairley (Teresa Doyle), Ron Kavana (il cantante), Jim Norton (Brodie), Maurice Roëves (Harris), Gerry Fearon (il tassista).
La prima cosa da ricordare è che questo film di Ken Loach fu realizzato prima di In nome del padre (1993), di Michael Collins (1996) e di Bloody Sunday (2002). Prima di diventare un regista "di bandiera" (rossa, naturalmente), Loach realizzò questo film poco conosciuto, ma molto meritevole nel denunciare i metodi "cileni" usati dalla polizia inglese nei confronti di appartenenti (o molto presunti tali) all'IRA. Ovviamente, certi segreti non si possono rivelare, per motivi di "sicurezza nazionale", anche quando il lavoro sporco della polizia lascia sul terreno vittime "eccellenti", come un noto avvocato americano. Dietro alle operazioni di sicurezza svolte nell'Ulster vengono nascoste una serie di vergogne, che vanno dalle torture perpetrate nelle caserme ai complotti per far cadere i governi laburisti a vantaggio di quelli conservatori. In questo senso il modello di Ken Loach sembra essere quel piccolo capolavoro (cresciuto nella memoria collettiva nel corso degli anni) che è Missing di Costa-Gavras ed anticipa un altro film epocale come JFK(1991) di Oliver Stone. L'agenda nascosta è un film che appassiona sia sul versante politico che su quello puramente narrativo, e il finale amaro rende maggiore l'indignazione dello spettatore. Una pagina di cui gli inglesi, ma in particolare i sostenitori del thatcherismo, dovrebbero vergognarsi.
Molto credibili gli interpreti, con la brava Frances McDormand - ma non è una novità - su tutti.
Era l'ultimo dei belli
by sasso67 (27/09/2008 - 12:47)
Ultimo tango a Zagarol (Italia, 1973) di Nando Cicero. Con Franco Franchi (Franco), Martine Beswick (la ragazza), Gina Rovere (Margherita, la moglie di Franco), Nicola Arigliano (Marcello, l'inquilino particolare), Franca Valeri (la regista impegnata), Ugo Fangareggi (il cameraman), Jimmy il Fenomeno (un cliente dell'albergo), Loredana Mongardini (Maria), Nerina Montagnani (la custode della toilette), Luciano Bonanni (il vigile).
Parlando degli albori del cinema comico italiano, Enrico Giacovelli scrive (in Non ci resta che ridere. Una storia del cinema comico italiano, Lindau, 1999) che i film comici «parlano di cose vere e concrete, che esistono senz'altro, come le torte in faccia e le cadute dalle scale». Ciò vale anche per Ultimo tango a Zagarol: così come Ultimo tango a Parigi (del quale, a mio parere, si sarebbe parlato molto meno negli ultimi anni, se non fosse stato per le note vicende censorie e giudiziarie) lasciava trasparire le tematiche della solitudine, dell'incapacità a comunicare tra i sessi, del male di vivere, la tematica del film di Nando Cicero è sostanzialmente una, che più concreta non si può: la fame. Franco ha semplicemente fame, prima di tutto di cibo, che quasi non si regge in piedi, e poi di sesso e d'affetto. E la parodia di Ultimo tango a Parigi non poteva che essere così, tutta basata sugli appetiti "materiali" del protagonista, il quale, grazie all'incontro con la bella sconosciuta, riesce a saziare il proprio bisogno d'amore carnale, ma non riuscirà a mangiare finché non l'avrà immobilizzata e non riuscirà a dormire su un vero materasso se non dopo che la ragazza se n'è andata dalla sua vita. Perfino i ragazzini poveri non possono fare altro che immaginarsi, nei loro giochi, di essere bambini ricchi, fingendo di fare la cacca, appunto, come bambini ricchi, che hanno fatto un lauto pasto da digerire. Franco, peraltro, una volta fuggito dall'alberghetto - lager della moglie, si guadagna da vivere facendo l'attore per una regista intellettuale che finge di girare film verità, nei quali Franco deve recitare i più svariati personaggi e, alla fine, la regista lo farà aggredire da animali feroci (una volta un molosso e un'altra addirittura un coccodrillo che lo fa fuggire a nuoto nelle acque fetide del Tevere), con effetti da comica finale, che è ciò di cui parlava il Giacovelli citato all'inizio di questo commento.
La mia impressione è che chi ha fatto un culto di questo film dovrebbe dirigere le proprie attenzioni su ben altri oggetti cinematografici. Anche perché sul film diCicero si riverbera la noia, che era elemento, forse programmatico, del film di Bertolucci. E tuttavia va detto che Franco Franchi che si aggira per Roma col cappotto di cammello che aveva caratterizzato Marlon Brando produce effetti oggettivamente comici, così come alcune mimiche che riportano all'interpretazione enigmatica dell'attore americano. Riusciti anche i duetti tra il protagonista e un divertente Nicola Arigliano.
Breve storia del cinema britannico
by sasso67 (24/09/2008 - 21:09)
Philippe Pilard, Breve storia del cinema britannico, Lindau, pp. 160, € 7,75.
Interessante e conciso excursus nella storia del cinema britannico, un cinema che ha stentato molto ad affermarsi, dovendo scontare il diffuso pregiudizio secondo il quale gli inglesi e il cinema erano pressoché incompatibili. Il critico francese Pilard mette in evidenza alcune figure fondamentali, che contribuirono in maniera decisiva a diffondere il cinema nella mente e nella sale dell'isola, sottraendolo, così, almeno in qualche momento, alla straripante egemonia di Hollywood. Si conoscono, in tal modo, personalità importanti come Alexander Korda, John Grierson, Michael Balcon e perfino come quella di un italiano, Filippo Del Giudice, che fu il produttore di alcuni film fondamentali della cinematografia britannica, tra i quali l'Enrico V di Laurence Olivier. Naturalmente non mancano autori di kolossal all'inglese, quali David Lean, ma soprattutto l'autore si dilunga sui due momenti più creativi della storia cinematografica d'Inghilterra, come il free cinema d'inizio anni Sessanta, con i suoi paladini Reisz, Anderson(senza trascurare il suo maestro, il documentarista Humphrey Jennings), Richardson e Schlesinger, nonché, successivamente, quella che negli anni Ottanta fu chiamata la British Renaissance (il movimento che comprese, tra gli altri, Greenaway, Frears, i Monty Python ecc.). Direi che la lettura è interessante anche per chi, senza troppo impegno, voglia conoscere qualche buon titolo da recuperare sul mercato del dvd oppure da scaricare in rete.
Solo chi affonda può riemergere
by sasso67 (24/09/2008 - 21:07)
Eroi del mare - Il cacciatorpediniere Torrin (GB, 1943) di Nöel Coward e David Lean. Con Nöel Coward (il capitano Kinross), John Mills (il marinaio Shorty Blake), Celia Johnson (Alix Kinross), Richard Attenborough (giovane marinaio), Bernard Miles (Walter Hardy), Kathleen Harrison (la signora Blake).
Dopo un combattimento contro uno squadrone aereo tedesco, viene affondato il cacciatorpediniere Torrin, della Marina Britannica. Durante l'attesa del salvataggio, ogni componente dell'equipaggio ripercorre mentalmente com'è arrivato lì: la vita da civile, lo scoppio della guerra, l'arruolamento, la vita di bordo.
Un buon film - chiaramente di propaganda bellica - che riesce a coniugare bene le sequenze quasi documentaristiche girate in mare e i momenti più intimisti nei quali sono coinvolte anche le mamme, le mogli e le fidanzate dei marinai. Questo connubio riesce assai meglio che in altri prodotti analoghi, specialmente di derivazione americana, anche recenti. L'intento di Coward (il vero autore del film, mentre Lean, che originariamente doveva esserne il montatore, fu incaricato dall'attore di occuparsi di tutti gli aspetti tecnici) era quello di spingere gli inglesi a collaborare per la vittoria nella guerra contro i nazisti, senza curarsi di differenze di classe, invitando anche le donne, ovviamente nel loro ruolo, a collaborare allo sforzo bellico. Si nota, nel comportamento dei marinai inglesi, una sincera partecipazione emotiva, che si rivolge anche alla sorte dei commilitoni e perfino a quella della loro imbarcazione, affettuosamente denominata con il pronome "She", come se fosse una signora. La sobrietà emozionale della scena nella quale i soldati inglesi si radunano dopo la precipitosa fuga da Dunkerque colpisce lo spettatore ancora oggi, a 65 anni di distanza.
Vent'anni
by sasso67 (21/09/2008 - 20:41)
Mosca non crede alle lacrime (URSS, 1980) di Vladimir Menšov. Con Vera Alentova (Katherina Tikhomirova), Irina Muravyova (Lyudmila), Aleksej Batalov (Gosha), Raissa Ryazanova (Tonia), Aleksandr Fatyushin (Sergej Gurin), Boris Smorchkov (Nikolaj), Yuri Vasilyev (Rodion Rachkov), Natalia Vavilova (Alexandra),
Yevghenya Khanayeva (la madre di Rodion), Zoya Fyodorova (la portinaia dell'ostello), Oleg Tabakov (Vladimir).
Se le gerarchie sovietiche, anziché invadere la Cecoslovacchia o l'Afghanistan o sbattere a calci nel sedere gente come Sakharov in sperdute cittadine della Siberia, ci avessero fatto conoscere commedie come questa dell'attore - regista Vladimir Menšov, forse oggi la Russia non sarebbe in mano ad un avventuriero come Putin. Ma, considerazioni di fantapolitica a parte, si deve apprezzare il tono di questo film (stavo per dire filmetto, ma dura due ore e mezzo) che non assurgerà mai al rango di capolavoro, ma certamente dà un'immagine un po' diversa ed inusuale della Mosca a cavallo tra gli anni Settanta ed Ottanta. Se si confrontano le tecnologie in uso nell'Unione Sovietica brezneviana e quelle dell'Occidente, certo, il paragone è impietoso, ma se si va alla sostanza delle cose, la valutazione cambia: anche i giovani sovietici, nel 1958 come nel 1978 (il film si svolge in due diversi periodi, distanziati di vent'anni), anche al di là della cortina di ferro, i ragazzi degli ostelli amoreggiavano, organizzavano feste, si picchiavano, ballavano alla musica emessa dai loro registratori a nastro (tipo Geloso) e mettevano incinte le loro fidanzate. E, come in tutte le parti del mondo, una volta combinato il guaio, i giovanotti si dileguavano, lasciando la ragazzina inguaiata alle prese con il marmocchio, frutto della colpa. Questo succede a Katja, giovane studentessa d'ingegneria, che vent'anni dopo, ha allevato un'allegra e sana ragazza (l'Alexandra della canzone che fa da filo conduttore al film) ed è diventata la direttirce di una grossa fabbrica: il titolo, infatti, è un vecchio proverbio russo, secondo il quale è inutile stare a lamentarsi. La protagonista, con l'aiuto delle due amiche dei tempi del pensionato studentesco, la scombiccherata Ljudmila e la posata Tonia, riuscirà finalmente a conquistare l'amore della sua vita, l'operaio specializzato Gosha, tenero ed autoritario al tempo stesso. Il film di Menshov affronta diverse tematiche - oltre a quelle accennate, anche la piaga dell'alcolismo, di cui è vittima l'ex giocatore di hockey Sergej, marito divorziato di Ljudmila - risolvendole tutte in maniera un po' troppo semplicistica. Ma si tratta, per l'appunto, di una commedia. E ce ne fossero stati di film come questo negli ultimi anni del breznevismo... O, quanto meno, ce li avessero fatti vedere... Ottimi gli interpreti.
Apocalisse mai
by sasso67 (21/09/2008 - 20:37)
Razza violenta (Italia, 1984) di Fernando Di Leo. Con Henry Silva (Kirk Cooper), Woody Strode (Polo), Harrison Muller (Mike Martin), Carole André (Sharon
Morris), Danika La Loggia (Madame Fra), Deborah Keith (Majuta), Ettore Geri (capo della CIA)
Incomprensibile e quasi offensivo clone di Apocalypse Now, da parte di un Di Leo ormai irriconoscibile, al suo penultimo film. Qualche buon attore (Silva, Strode) non è sufficiente a salvare un film disastroso sotto tutti i punti di vista, concepito (male) per sfruttare il successo del capolavoro di Coppola. Mette tristezza anche vedereCarole André, la dolce Perla di Labuan del Sandokantelevisivo, nella parte di un personaggio cattivo e infido come Lord Brook.
Al cinema come alla guerra
by sasso67 (19/09/2008 - 21:06)
Enrico V (GB, 1944) di Laurence Olivier. Con Laurence Olivier (Enrico V), Leslie Banks (il Coro), Renée Asherson (la principessa Caterina), Robert Newton (Pistola), Leo Genn (il connestabile di Francia), Felix Aylmer (l'arcivescovo di Canterbury), Esmond Knight (Fluellen), Harcourt Williams (Re Carlo VI), Janet Burnell
(Isabella di Francia), Valentine Dyall (il Duca di Borgogna), Gerald Case (Westmoreland), Robert Helpmann (il vescovo di Ely), Ralph Truman (Mountjoy), Max Adrian (il Delfino).
Olivier esordisce alla regia portando al cinema uno dei più celebri drammi di Shakespeare, e forse anche uno dei testi che meglio si adattano al mezzo cinematografico e rendono meno, invece, a teatro. Il film, all'epoca della sua uscita, fu importantissimo, e resta ancora oggi nella storia del cinema, per due motivi: servì a rinsaldare lo spirito nazionale britannico (non solo inglese, poiché vi sono personaggi di contorno scozzesi, gallesi e irlandesi) durante il terribile sforzo dell'ultimo anno della guerra contro i Tedeschi, sigillando anche l'eterna alleanza con la Francia, mediante il finale matrimonio tra Enrico e Caterina di Francia. In più, Olivier dimostrò come Shakespeare si potesse adattare benissimo al cinema e come il binomio teatro/cinema non dovesse essere più per forza considerato come una dicotomia insanabile. Olivier regista, infatti, ha l'idea geniale di girare il prologo, ambientato alla corte d'Inghilterra, nel Globe Theatre, dove fu data la prima rappresentazione del dramma shakespeariano, alla presenza degli spettatori di quel 1° maggio del 1600. Poi, una volta trasposta l'azione sul suolo francese, gira una magistrale battaglia d'Azincourt, ispirandosi ai pittori di battaglie medioevali, in particolare al grandissimo Paolo Uccello (l'autore del mirabile trittico La battaglia di San Romano). E in questo, il regista è perfino geniale nell'uso del colore. Qualche difetto lo si nota, specialmente a 64 anni di distanza: in particolare gli scenari dipinti o di cartapesta e un corteggiamento finale (scritto comunque dal Bardo di Stratford) che annoia con la sua sdolcinatezza: è dubitabile che i matrimoni regali, all'epoca, potessero combinarsi così. Laurence Olivier, com'è ovvio, è eccezionale (è nel pugno dei migliori di tutti i tempi) interprete shakespeariano e sembra nato nei panni e con l'acconciatura ridicola di Enrico V. Qualche personaggio è volutamente macchiettistico, come Pistola, Fluellen, ma anche l'arcivescovo di Canterbury, per non parlare del Re di Francia Carlo VI, che fu anche nella realtà un pazzo da legare. Anche il Delfino è descritto come persona poco amabile: e pensare che sarà colui che ispirerà le gesta eroiche di Giovanna d'Arco soltanto qualche anno più tardi.
Bambini col moschetto
by sasso67 (19/09/2008 - 20:48)
La ballata del piccolo soldato (RFT, 1984) di Werner Herzog e Denis Reichle.
Un documentario su un piccolo esercito messo su da una tribù indigena del Nicaragua per combattere contro il governo, retto allora dai Sandinisti. Gli indios Miskito sono sempre stati abituati a combattere contro tutti i governi, qualsiasi fosse la loro matrice politica. Così, come prima hanno combattuto al fianco dei Sandinisti contro il regime di Somoza, ora (nel 1984), addestrati da ex ufficiali somozisti, combattono con i famosi Contras contro le truppe sandiniste. E forse non sanno di essere al servizio della CIA. Ma, quel che è peggio, fanno combattere bambini di nove, dieci e undici anni. Herzog e il suo collaboratore tentano di far ragionare gli istruttori di questo esercito da scuola elementare, ma non ottengono grandi ripensamenti da parte di questi personaggi, se non risposte del tipo "questi saranno l'esercito del Nicaragua di domani". Quello che conta è instillare in questi ragazzini l'odio per i comunisti. Uno degli istruttori, infatti, dice apertamente che gli piacciono questi guerrieri in calzoni corti perché hanno menti libere e più facilmente plasmabili. Herzog è bravo a tirare fuori una delle tante vergogne del mondo.
Ritratto di popolo velato
by sasso67 (17/09/2008 - 19:24)
Paparazzi (Italia, 1998) di Neri Parenti. Con Christian De Sica (er Faina),
Massimo Boldi (il signor Bin), Diego Abatantuono (King), Nino D'Angelo (Ciro 3000), Roberto Brunetti (er Patata), Brando De Sica (il cameriere), Stefano Antonucci (il chirurgo), Emilo Fede, Elenoire Casalegno, Anna Falchi, Maurizio Mosca, Aldo Biscardi eccetera (sé stessi).
Non è un film. Se lo fosse, andrebbe catalogato sotto la categoria "cessi". Non fa mai ridere, eccetto quando - si fa per dire - recita Anna Falchi. Involontariamente tragico.
Apu e il suo apino
by sasso67 (17/09/2008 - 19:19)
l mondo di Apu (India, 1959) di Satyajit Ray. Con Soumitra Chatterjee (Apu Roy), Sharmila Tagore (Aparna), Alok Chakravarty (Kajal), Swapan Mukherjee (Pulu), Dhiresh Majumdar (Shashinarayan), Sefalika Devi (la moglie di Shashinarayan), Dhiren Ghosh (il padrone di casa).
Il terzo capitolo della Trilogia di Apu racconta come qualmente Apu, finiti gli studi superiori, ma impossibilitato ad iscriversi all'università per problemi economici, sbarchi il lunario in una Calcutta miserabile e vitale, si sposi per caso, divenga padre e rimanga poi vedovo, vaghi per l'India senza meta e infine riscopra il rapporto con il figlioletto che riteneva ingiustamente responsabile della morte dell'amatissima moglie Aparna. Nonostante qualche lungaggine nella parte centrale, quando l'errare senza meta del protagonista comincia quasi a puzzare di filosofia a buon mercato, questo di Ray è un altro grandissimo film (così come Aparajito e, al di fuori della trilogia, Devi - La dea), con alcuni momenti di grandissima emozione (indimenticabile l'incontro con il figlio). Ma il cinema di Ray è grande anche perché, grazie ai suoi scorci benissimo fotografati delle strade e degli intricatissimi palazzoni residenziali di Calcutta, così come della città Bengalese (oggi nel Bangladesh) di Khulna - dove Apu trova l'amore della sua vita - con le sue barche a vela quadrata che si muovono sul fiume, sa fornire un parallelo tra la crescita dei suoi personaggi e quella dell'intero paese. In questo senso, non è per niente secondario il personaggio di Pulu, che nell'ultima scena in cui compare vediamo vestito all'occidentale, pronto a tornare all'estero, mentre Apu ha gettato al vento le sue ambizioni letterarie (il romanzo che stava scrivendo da tutta una vita). Il mondo di Apu segnò il debutto sia di Soumitra Chatterjee che di Sharmila Tagore(bisnipote del famoso scrittore), che l'anno successivo recitarono ancora insieme, sotto la regia di Ray, nel bellissimo Devi - La dea.
Fabrizio Borin, L'arte allo specchio
by sasso67 (14/09/2008 - 17:21)
Fabrizio Borin, L'arte allo specchio - Il cinema di Andrej Tarkovskij, Jouvence, pp. 300, € 18,00.
Un'opera importante ed estremamente interessante, con la quale l'autore, senza tralasciare cenni agli artifici tecnici di cui si avvale il regista russo, ci fa essenzialmente entrare nel mondo poetico di Tarkovskij. Notevole il capitolo La forma della poesia, relativo all'opera tarkovskiana nel suo complesso, che si dilunga sugli elementi ricorrenti del cinema di Tarkovskij. L'approccio di Borin al regista russo si esplica tanto dal punto di vista della tecnica cinematografica quanto da quello letterario, come dimostrano le imprescindibili note al testo, dove, fra le altre cose, sono riportate le poesie diArsenij Tarkovskij, poeta e padre del regista, spesso citate e recitate nei film.
Teste sciroccate
by sasso67 (14/09/2008 - 17:15)
La stanza dello scirocco (Italia, 1998) di Maurizio Sciarra. Con Giancarlo Giannini (il marchese di Acquafurata), Tiziana Lodato (Rosalia), Paolo De Vita (il notaio Spadafora), Francesco Benigno (Vincenzo), Tony Sperandeo (Sollima), Valentina Biasio (Maria), Lucia Sardo (Lucia), Maria Terranova (la madre di Rosalia), Santo Pennisi (il podestà), Paola Pace (la moglie del podestà), Antonello Puglisi (il maresciallo dei Carabinieri), Ignazio Pappalardo (il prete).
Non si può non concordare con Mereghetti, quando scrive, a proposito di questo film, che si tratta di «cinema che non ha nulla da dire, e lo dice male». La stanza dello scirocco, infatti, non è nient'altro che un film inutile, di cui non si riesce proprio a capire il senso, né si capisce come chi lo ha prodotto possa avere deciso di buttar via in così malo modo il proprio denaro e tantomeno si comprende comeGiannini possa essersi fatto coinvolgere in questa operazione spazzatura. L'esordiente, seppure non giovanissimo (è del 1955) Sciarra butta via in un sol colpo quanto di buono era stato girato in Sicilia negli ultimi anni, compresa la rivelazione dell'Uomo delle stelle di Tornatore, Tiziana Lodato, qui ridotta - appena ventiduenne - a una cellulitica analfabeta che parla come un romanzo d'appendice. Non funziona niente: la sceneggiatura, cui ha collaborato un'onusta ma esausta Suso Cecchi D'Amico, fornisce una trama inconsistente e sciapita, nonché personaggi unidimensionali, le cui scelte, che dovrebbero essere "drammatiche" (perché Vincenzo parte volontario per la Guerra d'Africa? Com'è che il marchese s'innamora di Rosalia?) sono totalmente gratuite. Vabbe', dai, diamo la colpa allo scirocco...
Che paura questo specchio!
by sasso67 (13/09/2008 - 10:13)
L'immagine allo specchio (Svezia, 1976) di Ingmar Bergman.Con Liv Ullmann (la dott.ssa Jenny Isaksson), Erland Josephson (il dott. Thomas Jacobi), Aino Taube (la nonna), Gunnar Björnstrand (il nonno), Sif Ruud (Elisabeth Wankel), Sven Lindberg (Erik Isaksson), Töre Segelke (l'apparizione), Kari Sylwan (Maria Jacobi), Ulf Johanson (il dott. Helmuth Wankel), Gösta Ekman (Mikael Stromberg), Marianne Aminoff (la madre di Jenny), Gösta Prüzelius (il padre di Jenny), Birger Malmsten e Gösta Stangertz (i due violentatori), Rebecca Pawlo e Lena Olin (le ragazze alla festa), Kristina Adolphson (l'infermiera Veronica).
Parafrasando quanto dice uno dei personaggi del film, si potrebbe affermare che per Bergman il cinema è ciò che riempie il vuoto che ci separa dal momento della morte. Nel commentare L'immagine allo specchio, molti critici sono stati più realisti del re, nel senso che hanno apprezzato le finezze di un film che lo stesso autore non annoverava tra i suoi migliori: egli stesso, al proposito, parlò di"stanchezza artistica". E questa si avverte, secondo me, nel manierismo recitativo dellaUllmann, attrice peraltro encomiabile, non foss'altro per il massacrante tour de force cui si sottopone per dare vita a uno dei suoi personaggi più complessi. Il fatto stesso di farla spesso interagire con sé stessa, quasi fosse un Amleto redivivo, conferisce ad alcuni momenti del film un alone posticcio e forzato. E tuttavia Bergman sa condire questa sua psicoterapia applicata al cinema con elementi di grande cinema, come molte delle sequenze oniriche, o le inquietanti apparizioni di una vecchia dalla faccia truce, quasi fosse una raffigurazione malvagia dell'affettuosa nonna (non a casa in alcune sequenze di sogno, Jenny compare vestita come Cappuccetto Rosso), una proiezione della propria cattiva coscienza (in assenza del marito, Jenny s'è già trovata un amante), oppure una triste prefigurazione della vecchiaia, che soltanto nel finale, nella visione dell'amore che lega i due vecchi nonni, sarà addolcita. Così come Bergmanuomo e regista avverte, assordante e fortissimo, il silenzio di Dio, e nonostante ciò continua pervicacemente a cercarlo, con le parole del dottor Wankel il regista intellettuale afferma tutta la sua sfiducia nella psicoanalisi (se non come mezzo per interpretare la realtà) quale efficace terapia per le malattie dell'anima e nondimeno propone un film la cui ossatura è tutta ricalcata sullo schema della medicina freudiana. E per ironia della sorte, all'inizio del 1977, dopo la realizzazione dell'Immagine allo specchio e prima della realizzazione del suo primo film realizzato all'estero (L'uovo del serpente), a seguito di disavventure di carattere fiscale che condussero quasi al suo arresto, Bergman, in preda ad una profonda crisi depressiva, fu costretto alla permanenza per tre settimane nel reparto di cure psichiatriche dell'ospedale Karolinska di Stoccolma.
In conclusione, direi che il film, originariamente girato per la televisione in quattro episodi di cinquanta minuti ciascuno, fu ridotto da Bergman, per l'uscita cinematografica, ad una versione di 135 minuti: comunque troppi.
La Spagna crocifissa
by sasso67 (13/09/2008 - 10:09)
L'albero di Guernica (Francia/Italia, 1975) di Fernando Arrabal. Con Mariangela Melato (Vandale), Ron Faber (Goya), Cosimo Cinieri (Rafael), Franco Ressel (Onesimo), Bento Urago (il conte Cerralvo), Diego Bardon (il torero).
L'albero di Guernica (come pianta) è una quercia, che fu l'unica cosa rimasta in piedi dopo il terrificante bombardamento della cittadina basca ad opera dell'aviazione nazista (immortalato da un celebre dipinto di Picasso), durante la Guerra Civile Spagnola. Rappresentò anche l'ultimo brandello di speranza per una vittoria repubblicana contro i fascisti. Naturalmente, adArrabal, che è un fuoriuscito spagnolo ed a suo modo un surrealista, non interessa indagare sulle cause della sconfitta del fronte repubblicano: egli accenna ad una generica superiorità in uomini e mezzi, dovuta all'appoggio delle Germania nazista e dell'Italia fascista (in realtà il governo legittimo ebbe notevoli aiuti militari dall'Unione Sovietica staliniana, seppure a caro prezzo), senza menzionare le divisioni all'interno delle "sinistre", tra stalinisti, trotzkisti ed anarchici, che condussero alla catastrofe. L'intento di Arrabal è di coltivare la speranza nella lotta contro le dittature, mettendo al contempo in una luce sinistra e grottesca il regime franchista: a questo proposito vi sono scene significative, come quella in cui Onesimo in divisa da falangista si scambia il copricapo con un prete, mentre quest'ultimo gli lecca la faccia, oppure quella del processo farsa al maestro elementare, condannato a morte per omicidio, anche dopo che la presunta vittima si è presentata in tribunale. Lo stile cinematografico di Arrabal è molto simile a quello - per chi li abbia visti - dei film di Jodorowsky (che, tuttavia, ha un andamento più onirico e un sottofondo più filosofico), e le simbologie abbondano, come dimostrano i nani martirizzati e crocifissi, come simbolo di una Spagna violentata e poi proposta all'estero sotto la forma del suo folclore, come dimostra la tremenda pantomima della corrida con il toro sostituito da un nano legato a una carriola. Un film imperfetto ma interessantissimo. Brava, come quasi sempre, e qui anche bella, Mariangela Melato in un ruolo dapasionaria della resistenza al fascismo.
Carbonara scotta
by sasso67 (12/09/2008 - 20:08)
La carbonara (Italia, 2000) di Luigi Magni. Con Lucrezia Lante della Rovere (Cecilia, "la Carbonara"), Fabrizio Gifuni (Zaccaria), Valerio Mastandrea (Fabrizio), Nino Manfredi (il Cardinale), Claudio Amendola (Lupone), Pierfrancesco Favino (il sergente), Alberto Alemanno (il capitano), Fernando Cerulli (il Principe di Collepardo), Pino Ingrosso (il cantante), Andrea Garinei (il ritrattista), Marina Jlina (Bella Rosa), Marina Lorenzi (Angelina), Massimo Reali (il principe azzurro).
Che tristezza, vedere quanto sia caduto in basso il bravo Gigi Magni. Non c'è proprio niente da salvare in questa pellicola malnata e malriuscita. Non ha niente da spartire con film dall'ironia caustica ed anticlericale come Nell'anno del Signore o In nome del Papa Re, ma perfino il mediocre In nome del popolo sovrano è diverse spanne sopra. Qui proprio non si sa, fin dalla sceneggiatura (bucata come un colabrodo, con particolari che non tornano neanche a pagarli: tanto per fare un esempio: Cecilia entra di notte in casa del capitano delle guardie senza neanche bussare), dove andare a parare ed un finale interminabile sembra brancolare alla ricerca di una conclusione quanto meno plausibile, che non viene trovata. La trasformazione del carbonaro Zaccaria in un oste di campagna fa tristemente venire alla mente il finale di Sette chili in sette giorni (sì, proprio il film con Verdone e Pozzetto), dove i due protagonisti trasformano la clinica per dimagrire nel ristorante "I due porconi". Gifuni (che, suvvia, non è poi quel granché come attore) e Mastandrea sono completamente fuori parte, per non parlare di Claudio Amendola. Lucrezia Lante della Rovere forse è troppo vecchia per la parte e sicuramente non sa recitare. Quanto, infine, a farla passare per "la più bella donna di Roma" ce ne vuole di coraggio: figuriamoci le altre!
Gli esami finiscono sempre... male
by sasso67 (12/09/2008 - 20:03)
L'impossibilità di essere normale (USA, 1970) di Richard Rush. Con Elliott Gould (Harry Bailey), Candice Bergen (Jan), Robert F. Lyons (Nick), Jeff Corey (il prof. Edward Willhunt), Max Julien (Ellis), Cecil Kellaway (il prof. Kasper), John
Lormer (Vanderburg), Richard Anders (il Dott. Greengrass), Gregory Sierra (Garcia), Leonard Stone (il prof. Lysander).
Un film molto legato alla contestazione studentesca degli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, un po' come Fragole e sangue. Se per certi versi il film di Rush è piuttosto datato, la sceneggiatura di Robert Kaufman tutto sommato regge, e l'insieme acquista vigore e nerbo ogniqualvolta agisce sullo schermo quella vera e propria icona del periodo che è Elliott Gould. Nonostante qualche piccolo difetto, oggi più evidente di quando il film uscì, L'impossibilità di essere normale ha momenti memorabili, come il grottesco esame sul Grande Gatsby di Scott Fitzgerald e l'allucinante sequenza delle cvariche della polizia contro gli studenti. Il finale, poi, nel quale il protagonista decide di stare per sempre dalla parte dei contestatori, è perfino emozionante. Un'altra icona dell'epoca era la bellissima Candice Bergen.
La prova del violino
by sasso67 (10/09/2008 - 20:15)
Il rullo compressore e il violino (URSS, 1960) di Andrej Tarkovskij. Con Igor Fomčenko (Saša), Vladimir Zamanskij (Sergej), Nina Arkangelskaja (l'operaia), Marina Adžubej (la madre di Saša).
Questo mediometraggio (poco più di una cinquantina di minuti) è il saggio finale di Tarkovskij presso la Scuola Nazionale di Cinematografia, i cui corsi aveva seguito avendo come maestro il regista Mikhail Romm. Il regista di Andrej Rubliov scrisse la sceneggiatura insieme al suo compagno di corso ed amico Andrej Mikhalkov-Konchalovskij. Si tratta di un tipico saggio dimostrativo delle competenze acquisite durante gli anni di scuola e descrive la giornata di un bambino di sette anni, da quando esce di casa per andare a fare un'audizione di violino, fino alla sera, quando spera di poter andare al cinema insieme a un operaio che manovra un rullo compressore, mentre la mamma non gli darà il permesso. Il soggetto è abbastanza esile, ma Tarkovskij inserisce nella narrazione alcuni elementi che diventeranno tipici di tutto il suo cinema, fino a costituirne un vero marchio di fabbrica: l'acqua che scorre, l'acqua stagnante, le mele (mancano soltanto i cavalli, ma siamo in città). In più, vi è qualche tocco d'umorismo che non sempre si ritroverà nei film successivi di Tarkovskij: quando i ragazzini più grandi strappano il violino dalle mani di Saša, gli urlano "dacci la tua balalajka!". Direi che il regista si identifica nel suo piccolo protagonista, e alla fine si avverte una nostalgia che è tipica del commiato di fine anno scolastico: a vedere Čapaev non ci andrà e non vedrà più quel bravo operaio che l'ha difeso dalla prepotenza dei ragazzi più grandi. Sembra un addio all'infanzia e a una figura paterna tanto agognata e poco presente, così come un auspicio di collaborazione tra l'arte e il lavoro manuale. Saranno temi che torneranno nella filmografia futura di Tarkovskij (in particolare nello Specchio), ma questo piccolo film serve all'Autore per affilare le armi in vista di opere ben più impegnative e cinematograficamente dense.
Beffe et amori
by sasso67 (10/09/2008 - 20:11)
La cena delle beffe (Italia, 1941) di Alessandro Blasetti. Con Amedeo Nazzari (Neri Chiaramontesi), Osvaldo Valenti (Giannetto Malespini), Clara Calamai (Ginevra), Alfredo Varelli (Gabriello Chiaramontesi), Valentina Cortese (Lisabetta),
Memo Benassi (il Tornaquinci), Elisa Cegani (Laldòmine), Piero Carnabucci (Fazio), Luisa Ferida (Fiammetta), Lauro Gazzolo (il Trinca), Nietta Zocchi (Cinzia), Silvio Bagolini, Aldo Silvani, Umberto Sacripante (I tre cerusici), Gildo Bocci (il taverniere).
Blasetti, pur inserito a pieno titolo nelle alte sfere della cinematografia fascista, fu uno dei registi più coraggiosi, nello sfidare la morale corrente, che vedeva da qualche anno alleati il Vaticano e lo Stato mussoliniano. Qui non solo si vede il primo seno nudo del cinema sonoro italiano (almeno secondo le statistiche ufficiali: perché alcune comparse a seno nudo s'erano già intraviste almeno in Ettore Fieramosca e in La corona di ferro, sempre di Blasetti), ma per i sottesi erotici a sfondo omosessuale che si intuiscono tra i due protagonisti maschili. Ma, a parte questa componente (forse percepibile da parte degli animi più dottili), il film è ben costruito, scorre agile e divertente, nonostante il contesto sia chiaramente di tragedia annunciata. Il paesaggio fiorentino (tutto magistralmente ricostruito in studio) fa da sfondo ad una serie di beffe sempre più atroci tra Neri e Giannetto, un debole, che, protetto dal potente Tornaquinci, si sente in grado di sfidare il rivale sbruffone, che temerariamente non ha paura di dileggiare persino i Medici. I personaggi del film (e prima ancora del dramma di Sem Benelli) sono ritratti come esempi di tipica meschinità italica, che chissà che non si riferisse al contesto (anche politico) dell'epoca, che aveva già trascinato il paese in guerra.
Melodramma raffreddato
by sasso67 (06/09/2008 - 13:30)
Mamma Küster va in cielo (RFT, 1975) di Rainer Werner Fassbinder. Con Brigitte Mira (Emma Küsters), Ingrid Caven (Corinna Küsters), Armin Meier (Ernst Küsters), Irm Herrmann (Helene), Gottfried John (il caporedattore Niemeyer), Karlheinz Böhm (il signor Thälmann), Margit Carstensen (la signora Thälmann), Mathias Fuchs (Knab).
Uno dei "melodrammi sociali" di Fassbinder, un regista morto a soli 37 anni, dopo avere lasciato una quantità impressionante di film, tutti di qualità medio-alta, e con il merito di avere, con il complesso della sua opera, contribuito a svecchiare in maniera radicale il cinema tedesco. Mamma Küster è comunque un melodramma, ma nel quale è completamente raffreddata e stilizzata la componente sirkiana, che il regista aveva portato al suo estremo l'anno precedente con Martha. Qui abbiamo un messaggio "politico", poiché la critica colpisce tutte le tendenze, dalla stampa conservatrice alla sinistra salottiera fino a quella anarchica, ciascuna con le peculiarità, ma tutte a tentare di sfruttare per i propri scopi la tragedia che ha colpito la povera mamma Küster. Fassbinder, tuttavia, non condanna i suoi personaggi, perché nessuno di loro è completamente negativo: la figlia Corinna, seppure arrivista, persegue un sogno artistico e il figlio Ernst vuole bene alla mamma, anche se è un vigliacco, mentre la protagonista, l'unico personaggio guardato da Fassbinder con vera simpatia, rischia troppo di farsi influenzare dai soggetti che incontra sulla sua strada. Mamma Küster, all'epoca della sua uscita, scontentò tutti (la sua prima proiezione al Festival di Berlino fu addirittura interrotta dal pubblico indignato), ma è il classico film che oggi può e deve essere rivalutato. L'unico consiglio che mi sento di dare è di non lasciarsi scoraggiare dall'inizio nel quale una recitazione di stampo prettamente brechtiano può far pensare ad una rappresentazione di pupazzi: alla fine il risultato ripaga le attese, anche grazie ad un gruppo di interpreti di ottima scuola (sui quali spicca l'anziana Brigitte Mira).
Sprazzi
by sasso67 (06/09/2008 - 13:26)
Anni 90 - Parte II (Italia, 1993) di Enrico Oldoini. Con Massimo Boldi, Christian De Sica, Nino Frassica, Andrea Roncato, Francesco Benigno, Nadia Rinaldi, Carol Alt, Ugo Conti, Tano Cimarosa, Alberto Castagna, Maurizio Costanzo, Pippo Baudo, Francesco Scali, Anna Falchi, Silvio Spaccesi, Barbara Marciano, Maurizio Prollo, Carola Stagnaro, Salvatore Termini.
Indubbiamente migliore del capitolo precedente, anche perché farlo peggiore sarebbe stata un'impresa non da poco. Si nota comunque una maggiore cura in sede di sceneggiatura, con episodi più lunghi e articolati. Certo, non è che tutto funzioni come in un meccanismo ad orologeria svizzero - gli episodi che vedono protagonista Benigno e gli ex ragazzi fuori sono poco riusciti - però se tutto il film si fosse mantenuto sul livello del primo episodio, quello con Frassica protagonista, saremmo di fronte ad una sorta di resurrezione della commedia totoesca ai suoi più alti livelli. Credo che nel segmento Il pentito, il comico siciliano abbia dato forse la sua interpretazione cinematografica più riuscita: il duetto con Boldi giudice d'assalto merita un posticino nell'antologia del cinema comico italiano. E proprio Boldi è il secondo elemento funzionante del film: non tutto quello che dice o fa è da contorcersi dalle risate, ma spoecialmente nell'ultimo episodio ha due o tre buoni numeri. Il resto è da buttare. Christian De Sica gigioneggia insopportabilmente e le sue macchiette sono ormai desuete e petulanti (Don Buro non si regge proprio), mentre Andrea Roncato si rivela incapace di reggere ruoli di un qualche minimo spessore: in un paio di episodi Oldoini cerca di trasformarlo in ciò che fu Gianni Agus per il Fracchia di Villaggio, ma i tentativi vanno a vuoto. Quanto alle donne, hanno ruoli secondari e si può tranquillamente sorvolare sulla loro presenza, specialmente su quella di Carol Alt, insignificante bellezza simbolo dei nostri (?) anni Ottanta.
L'amore non si mangia
by sasso67 (04/09/2008 - 18:36)
Elvira Madigan (Svezia, 1967) di Bo Widerberg. Con Pia Degermark (Elvira Madigan), Thommy Berggren (il conte Sixten Sparre), Lennart Malmer (Kristoffer), Nina Widerberg (la bambina).
Un conte svedese, capitano dell'esercito, fugge in Danimarca con una equilibrista da circo, lasciando la famiglia e la divisa. Impossibilitati a lavorare e guadagnarsi la vita dalla loro condizione di fuggiaschi e dagli schemi mentali dell'epoca, non avranno altra via d'uscita che darsi la morte.
Una storia d'amour fou tra la Svezia e la Danimarca alla fine dell'Ottocento: i due protagonisti sembrano non pensare alle conseguenze della loro fuga amorosa e il loro suicidio non costituisce una consapevole ribellione alle regole della società del tempo, ma è dipinto, piuttosto, come l'estremo sacrificio al loro egoismo. E tuttavia, per come ce li descrive Widerberg, non è possibile non palpitare con Elvira e Sixten, non provare un sentimento d'umana pietà per una coppia il cui destino sembra segnato dal destino, come dimostrano le ostinate carte della fattucchiera. Ogni singolo fotogramma del film si propone come un quadro impressionista, che tuttavia si fa cinema, dove le figure umane sbiadiscono in una natura che non è nemica né matrigna, ma si mostra indifferente alle sofferenze umane. È un film fatto anche di piccoli gesti, spesso simbolici (le rasature di Sixten, un pesce sul vestito di Elvira, la
liberazione di una farfalla, il vino che si versa sul terreno, la vendita di un ritratto di Toulouse-Lautrec...) e spesso in contrasto tra loro, come l'inizio idillico e il finale con Elvira che striscia sulle ginocchia mangiando funghi e radici e vomitando. Su tutto domina un'indimenticabile colonna sonora presa da un concerto per pianoforte di Mozart. Tutto questo dà forma a un insieme di grande bellezza, che all'epoca colpì non poco chi conosceva già Widerberg, il quale s'era fatto un nome nella critica cinematografica, e poi come regista, in qualità di anti-Bergman, poiché, in contrasto con le opere del Maestro di Uppsala, proponeva un cinema fortemente radicato ai temi sociali e politici. Ancora di più stupirà sapere che lo stesso Widerberg, dopo qualche altra opera di notevole interesse cinematografico, realizzerà il piccolo classico per ragazzini Fimpen, il goleador.
Omicidi da calendario
by sasso67 (04/09/2008 - 18:35)
Un detective... particolare (USA, 1988) di Pat O'Connor. Con Kevin Kline (Nick Starkey), Mary Elizabeth Mastrantonio (Bernadette Flynn), Harvey Keitel (Frank Starkey), Susan Sarandon (Christine Starkey), Rod Steiger (Eamon Flynn), Danny Aiello (Vincent Alcoa), Alan Rickman (Ed), Faye Grant (Alison Hawkins), Katherine E. Miller (Olympia).
Difficile trovare un film il cui risultato finale sia tanto scarso, in relazione agli ingredienti messi in pentola. Leggendo il cast si ha l'impressione di avere a che fare con un classico blockbuster, ma purtroppo manca la sceneggiatura. La trama è la solita già vista e risentita, del poliziotto richiamato in servizio dopo essere stato espulso da dirigenti corrotti, per risolvere il caso di un serial killer che terrorizza la città, con contorno di complicazioni sentimentali. Il film, però, inciampa subito, durante lo scorrere dei titoli di testa, dove è previsto l'omicidio di una ragzza tornata a casa dopo avere partecipato alla festa di capodanno. Se non che l'omicidio avviene proprio pochi secondi prima dello scoccare della mezzanotte; il che significa che la ragazza (e la sua amica, che è la figlia del sindaco) è tornata a casa quando la festa dovrebbe essere al culmine, come dimostrano le immagini della piazza festante. Data questa premessa, tutto il resto va a rotoli di conseguenza, dal poliziotto che diventa pompiere e poi torna poliziotto, alla figlia del sindaco che ci va a letto subito, all'ex fidanzata diventata moglie del fratello cattivo che poi lo lascia, ad un maniaco assassino tra i più insignificanti che sia mai stato dato di vedere sugli schermi. Film come questo avrebbero bisogno di una sceneggiatura di ferro, mentre questa di John Patrick Shanley è di burro e si subito. I timidi tentativi di inserire qualche gag, tentando di sfruttare la fama comica acquisita da Kevin Kline con Un pesce di nome Wanda, rendono l'insieme ancora più patetico. E in questo pattume spicca l'interpretazione, sempre credibile, di un Rod Steiger con crespa capigliatura canuta.
Confusion will be my epitaph
by sasso67 (04/09/2008 - 18:33)
Caro Michele (Italia, 1976) di Mario Monicelli. Con Mariangela Melato (Mara Castorelli), Delphine Seyrig (la madre di Michele), Aurore Clément (Angelica Vivanti), Lou Castel (Osvaldo), Fabio Carpi (Fabio Colarosa), Alfonso Gatto (il padre di Michele), Isa Danieli (la riccioluta), Alfredo Pea (il cognato della riccioluta), Costantino Carrozza (il marito della riccioluta), Marcella Michelangeli (Viola Vivanti), Renato Romano (Oreste), Adriana Innocenti (Matilde), Giuliana Calandra (Ada), Eleonora
Morana (la domestica di Colarosa), Luca Dal Fabbro (Ray), Eriprando Visconti (Filippo), Elvira Cortese (Amelia).
I migliori film di Monicelli sono quelli che si basano su soggetti originali - per dirne qualcuno, Guardie e ladri, I soliti ignoti, La grande guerra, L'armata Brancaleone - mentre quelli basati su romanzi non gli sono riusciti altrettanto bene, con l'eccezione di Un borghese piccolo piccolo e pochi altri, come dimostrano, ad esempio, Il male oscuro, Facciamo paradiso, ed anche questo Caro Michele, tratto dall'omonimo romanzo di Natalia Ginzburg. La quale, all'epoca dell'uscita del film, fu molto tenera conquesto lavoro di Monicelli, ma, ad essere obiettivi, la riuscita non è quel che si dice un granché. Il tema è interessante, e riguarda il distacco dei figli dai genitori, in un periodo di grande confusione dei ruoli e di sostanziale dissoluzione della famiglia tradizionale, anche in ambito borghese. Qui c'è tutta una serie di famiglie sgangherate, con coppie separate, amanti ed ex amanti, uomini "ambidestri", ragazze madri con figli di cui non sanno ricordare il padre. Monicelli sa il fatto suo, naturalmente, e mette in scena un insieme variegatissimo di personaggi, spaziando da Novi Ligure a Trapani, passando, naturalmente, per il fulcro di questo frullatore sociale che è Roma. Però, non tutto funziona a dovere, il tono è cupo - anche perché il personaggio del titolo si vede soltanto alla fine, sul tavolo di un obitorio - ma stona con la frenesia petulante del personaggio di Mara Castorelli, cui forse il film dà troppo spazio rispetto all'originale letterario (e sebbene sia recitato dalla brava Mariangela Melato). Insomma, è un film drammatico, in cui qualche inserto da commedia all'italiana si inserisce ma non si amalgama bene (come dimostra la scena del ritorno anticipato a casa della riccioluta e di suo marito). Caro Michele non è da buttare, ma nella vasta filmografia di Monicelli si può pescare di meglio.
Fiori e cicogne
by sasso67 (04/09/2008 - 18:31)
Quando volano le cicogne (URSS, 1957) di Mikhail Kalatozov. Con Tatjana Samojlova (Veronika), Aleksej Batalov (Boris), Vasilij Merkur'ev (Fëdor Ivanovič), Aleksandr Svorin (Mark), Svetlana Kharitonova (Irina), Kostantin Nikitin (Volodja), Valentin Zubkov (Stepan), Antonina Bogdanova (la nonna).
Il film che segna l'inizio del periodo del disgelo anche a livello cinematografico. A differenza del Čuchraj autore della Ballata di un soldato, Kalatozov non era un giovane autore, anzi, in qualità di membro del Partito, era stato un convinto sostenitore del culto della personalità staliniano. Con questo film, come molti intellettuali dell'epoca, il regista fa anche una profonda autocritica dal punto di vista politico. La condanna della cosiddetta "guerra patriottica" è totale, come è esplicitato nel discorso finale di Stepan, in un altro film che riduce ai minimi termini la componente puramente bellica. La guerra è distruttiva non soltanto per quanto riguarda gli edifici, ma annienta esistenze umane, sia di coloro che crepano nel fango del fronte, sia di coloro che rimangono a casa, costretti a meschini espedienti per imboscarsi oppure ad adattarsi a matrimoni di convenienza pur di non rimanere soli. All'epoca dell'uscita del film, peraltro ben accolto e molto premiato sia in patria che in Occidente, fu molto criticato una certa eccessiva cura formale del film, dovuta alla fotografia di Sergej Urusevskij o a qualche espediente come il movimento circolare della macchina da presa nel momento della morte di Boris. A mio parere gli artifici tecnici contribuiscono, in questo caso, a rendere toccante qualche momento di un film condotto fin troppo sotto tono, meritoriamente senza eccessi melodrammatici. Si può, caso mai, criticare qualche eccesso romanzesco, come il puntuale ritorno delle cicogne, oppure la storia del bigliettino infilato nel cestino dello scoiattolo di pezza. Un'opera comunque importante (forse per capirla appieno servirebbe conoscere le opere retoriche del periodo staliniano), che sa impressionare lo spettatore anche con l'alternanza di atmosfere, come il passaggio dalla Mosca solare dell'idillio iniziale all'acquitrinio senza nome in cui muore il povero Boris. I volti espressivi di Tatijana Samojlova, di Alekesj Batalov e di Vasilij Merkur'ev contribuiscono a rendere più esplicite le intenzioni dell'autore.
Un film pacifista che andrebbe fatto vedere e rivedere all'attuale dirigenza della Russia.
Come eravamo (messi male!)
by sasso67 (01/09/2008 - 20:19)
Anni 90 (Italia, 1992) di Enrico Oldoini. Con Christian De Sica, Massimo Boldi,
Ezio Greggio, Nino Frassica, Andrea Roncato, Francesco Benigno, Maurizio Mattioli, Nadia Rinaldi, Flavio Bucci, Valeria D'Obici, Guido Nicheli, Giorgio Conti, Fabiana Udenio, Leo Valli.
Negli anni Novanta, quelli della Milano da bere, prima di Mani Pulite, forse eravamo messi peggio di oggi. Salverei qualche gagghettina di Frassica (anche se ormai le abbiamo sentite decine di volte), ma questo cinepanettonide ante litteram di Oldoini è una nullità cinematografica.
Dimentichiamoci di loro
by sasso67 (01/09/2008 - 20:16)
Ricordati di me (Italia, 2003) di Gabriele Muccino. Con Fabrizio Bentivoglio (Carlo Ristuccia), Laura Morante (Giulia), Nicoletta Romanoff (Valentina Ristuccia), Silvio Muccino (Paolo Ristuccia), Monica Bellucci (Alessia), Gabriele Lavia (Alfredo),
Enrico Silvestrin (Stefano Manni), Silvia Cohen (Elena), Pietro Taricone (Paolo Tucci), Alberto Gimignani (Riccardo), Amanda Sandrelli (Louise), Blas Roca Rey (Matt), Giulia Michelini (Ilaria), Andrea Roncato (Luigi), Maria Chiara Augenti (Anna Pezzi).
Epigono della commedia all'italiana, alla quale vorrebbe aggiungere (forse) un "retrogusto" amarognolo, senza riuscirci, Ricordati di me (ennesimo titolo mutuato da una canzone di Venditti) è il simbolo del cinema italiano agli inizi degli anni Duemila: falso e vuoto come i personaggi deteriori il cui comportamento finge di denunciare, salvo perdonarli tutti in un grande volemosebbene finale, dove tutti tornano, più maturi e consapevoli, al proprio posto. Da antologia dell'antisceneggiatura l'espediente dell'investimento automobilistico e tutte le assurde conseguenze che ne derivano. A parte l'aspetto economico, continua a rimanere misterioso perché attori seri come Bentivoglio e la Morante (il migliore è senza dubbio Lavia) si buttino via in film di questo tipo (forse perché il cinema italiano non offriva loro niente di meglio?). Muccino senior si conferma bravissimo nel dirigere il niente e vola meritatamente a Hollywood. Speriamo che ci resti a lungo.
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