Cumulativo film 4
by sasso67 (31/10/2008 - 20:10)
Uno contro l'altro... praticamente amici (Italia, 1981) di Bruno Corbucci. Con Renato Pozzetto (Franco Colombo), Tomas Milian (Quinto Cecioni, detto "er Monnezza"), Anna Maria Rizzoli (Silvana), Anna Cardini (Ines), Riccardo Billi (il
nonno, detto "er Chiavica"), Bombolo (Capoccione), Leo Gavero (l'onorevole Ventimiglia), Alfredo Rizzo (l'Avv. Randolfi), Caterina Boratto (la mamma di Franco), Francesco Anniballi (Sor Gigi), Ennio Antonelli (Cicerchia), Salvatore Baccaro (l'anima gemella), Sergio Di Pinto (Pancotto), Andrea Aureli (Giacinto), Tony Scarf (Ciarsbronson), Elisa Mainardi (Madama di Tebe), Valerio Isidori (Bingo), Mimmo Poli (Er Buiaccaro).
Un Pozzetto catatonico e un Tomas Milian che urla sempre, anche quando parla con un interlocutore a due centimetri, sono o dovrebbero essere i motivi d'attrazione di questo film, che avrebbe l'ambizione di abbinare la comicità surreale e lumbàrd di Pozzetto e quella caciarona e romanesca di Milian. Come a volte accade per i piatti cosiddetti "mare e monti", la pietanza risulta indigesta, oltre che sciapita. Non valgono a rallegrare la situazione la particina affidata a Bombolo (retrocesso da Venticello a Capoccione) né quella di rimbambito cui veniva condannato il povero Riccardo Billi negli ultimi anni della sua carriera. E non parliamo del trito e tristissimo spogliarello della Rizzoli. Becero e dimenticabilissimo sottoprodotto della commediaccia all'amatriciana con spolverata di grana padano rancido.
A luci spente (Italia, 2004) di Maurizio Ponzi. Con Giuliana De Sio (Elena Monti), Giulio Scarpati (Giovanni Forti), Filippo Nigro (Andrea Gautieri), Toni Bertorelli (Ettore Benedetti), Andrea Di Stefano (Primo Ratelli), Francesca Perini (Gabriella), Damiano Andriano (Silvio), Ginevra Colonna (Ester), Armando De Razza (Dorian), Michele Melega (don Antonio), Aldo Puglisi (prete confessore).
Un regista cinefilo per una storia di cinema. La premessa era buona. Il risultato non lo è. Doveva essere una ricostruzione più o meno fedele - e sotto mentite spoglie - della lavorazione del film La porta del cielo di Vittorio De Sica, avvenuta durante il periodo dell'occupazione tedesca di Roma. Ciò che alla fine si vede è un prodotto paratelevisivo, pieno zeppo di luoghi comuni e recitato, salvo un paio d'eccezioni, con una piattezza che induce ad un vendicativo sbadiglio. I personaggi, a cominciare dal regista (affidato al diligente ma inespressivo Scarpati) sono quasi tutti descritti secondo i canoni di un buonismo veltroniano che alla lunga non può che irritare: sono tutti molto carini, con dei denti bianchissimi da fare invidia alla vecchia pubblicità del Durbans, ma sono talmente inutili che non riescono mai ad emozionare, neanche nei momenti più drammatici (personalmente, durante i bombardamenti, ho sperato che le bombe solitamente poco intelligenti degli americani avessero l'ingegno di colpire questi scemi a cottimo). La maggior parte delle storie sono incastrate male e ce n'è una che non c'entra un tubo con il resto, ovverosia la storiellina d'amore tra la costumista e il fotografo. Insomma, il momento di passaggio dal cinema dei telefoni bianchi a quello del neorealismo, benissimo incarnato dalla sempre brava Giuliana De Sio, meritava un cantore più ispirato. Ponzi mirava a comporre un poema ed invece ha costruito una più che mediocre filastrocca.
Sull'interpretazione di Andrea Di Stefano. Qualche suo sogghigno gli vale una nota di merito, per essere ricordato in questa parte di attore maledetto, compromesso con il regime fascista, un po' alla Osvaldo Valenti.
Colpo rovente (Italia, 1969) di Pietro Zuffi. Con Michael Reardon (Frank Berin), Barbara Bouchet (Monica Brown), Carmelo Bene (Billy Desco), Susanna
Martinkova (Susanna), David Groh (Don Carbo), Isa Miranda (la tenutaria del bordello), Eduardo Ciannelli (Parker), Vittorio Duse (Mac Brown), Nello Pazzafini (un poliziotto).
Malriuscito antesignano del poliziesco all'italiana, diretto da un rinomato scenografo. Ispirato al noir americano alla Grande sonno, dei modelli originali conserva l'andamento ingarbugliato, una pletora di personaggi e la caratteristica di confondere le idee allo spettatore con una trama confusionaria e senza alcuna idea di cinema. Probabilmente lo spunto di partenza era quello di una critica alla società americana (come se l'Italia non offrisse sufficienti motivi d'ispirazione...), con la corruzione che la pervade a tutti i livelli, ma il dilettantismo registico di Zuffi, unito alla pochezza dei suoi interpreti, nonché ad una sceneggiatura abborracciata - che si stenta a credere che vi abbia collaborato Ennio Flaiano - porta ad un risultato incomprensibile e insulso. Per fortuna Zuffi non ripeterà l'esperimento registico.
Gangster '70 (Italia, 1968) di Mino Guerrini. Con Joseph Cotten (Fabio Destil), Franca Polesello (Franca, l'attrice), Giampiero Albertini ("Sempresì"), Giulio Brogi (Rudy), Bruno Corazzari (Affatato), Milly Vitale (la sorella di Affatato), Jean Louis (scagnozzo di Affatato), Franco Ressel (il "Viaggiatore"), Dennis Patrick Kilbane (il complice con la fiamma ossidrica), Cesare Miceli Picardi (Cavallo), Vivien Starleton (Anna), Giancarlo Badessi (il "Banchiere").
Un noir diretto da un regista in fama d'intellettuale, ispirato a certi capostipiti d'origine francese e soprattutto americana (Giungla d'asfalto, Rapina a mano armata). Manca, però, il genio di un Huston o di un Kubrick, cui neanche un cast di tutto rispetto (Cotten, Albertini, Brogi) può sopperire. Dopo la rapina e la resa dei conti (dove, più che nel resto del film sovrabbondano stereotipi e luoghi comuni del genere), poi, Guerrini parte in quarta con un disperato inseguimento a sirene spiegate di un finale plausibile. Inutilmente.
V per Vendetta (USA/Germania, 2005) di James McTeigue. Con Natalie Portman (Evey), Hugo Weaving (V), Stephen Rea (l'ispettore Finch), Stephen Fry
(Deitrich), John Hurt (Adam Sutler), Tim Pigott-Smith (Creedy), Rupert Graves (Dominic), Sinéad Cusack (Delia Surridge), Clive Ashborn (Guy Fawkes).
"London's burning, London's burning//Fetch the engine, fetch the engine//Fire, fire! Fire, fire!//Pour on water, pour on water". Così dice una notissima filastrocca inglese per bambini, che significa: "Londra brucia, chiamate i pompieri. Al fuoco, al fuoco! Versate l'acqua!". Questo film è un po' così... una filastrocca per bambini che pretende di parlare di cose grosse e tragiche. Insomma, con suggestioni orwelliane, il regista ci parla di una Londra futura, ridotta da una pestilenza in condizioni più degradate di quella mostratatci da Kubrick in Arancia meccanica, su cui domina un tirannello (John Hurt), che è un mix tra Hitler e il Grande Fratello di 1984. Qualcuno ha detto che è un fumettone ed io sono d'accordo. Curato, girato benissimo, interpretato da attori britannici di ottima scuola e da una delle poche attrici in circolazione capaci di mantenere un livello di dignità e bravura superiore a quello del proprio divismo, il film di McTeigue è noioso e troppo lungo, seppure un gradino meno lugubre e funereo del Corvo di Proyas, cui per qualche verso si avvicina. Un finale ad effetto non riscatta l'insieme, nel quale un messaggio positivo - tutti dobbiamo ribellarci alle dittature che ci opprimono e possiamo farcela se lo facciamo tutti insieme in nome di un'Idea - è proposto con il linguaggio roboante e con le frasi ad effetto tipiche sia del videoclip che della graphic novel odierna. In conclusione, direi che se ne può fare a meno.
L'ombra del vampiro (USA/GB/Lussemburgo, 2000) di E. Elias Merhige.
Con John Malkovich (Wilhelm Friedrich Murnau), Willem Dafoe (Max Schreck), Udo Kier (Albin Grau), Cary Elwes (Fritz Arno Wagner), Catherine McCormack (Greta Schröder), Eddie Izzard (Gustav von Wagenheim), Aden Gillett (Henrik Galeen).
Chi è il vero vampiro? Mentre il film di Merhige ci propone un Max Schreck che, secondo le parole del Murnau di John Malkovich, non esiste, trattandosi di invece di un vero vampiro transilvano, l'idea che si fa strada mentre procedono parallelamente i due film (il Nosferatu di Murnau e L'ombra del vampiro) è che il vero vampiro sia il regista. A dimostrazione di ciò, nelle ultime scene il Murnau personaggio continua a girare la manovella anche quando il non morto uccide in sequenza la primattrice, il direttore della fotografia e lo scenografo, mentre il resto della troupe si fa strada nella stanza buia, facendovi entrare la luce del giorno e provocando, così, la morte dello stesso Schreck. In una cornice storica di grande effetto e di riuscita quasi perfetta, si sviluppa questo giochino, impreziosito da un paio di interpretazioni notevoli (Malkovich, ma ancora di più Willem Dafoe, pressoché irriconoscibile), ma un po' fine a sé stesso.
Cumulativo film 3
by sasso67 (27/10/2008 - 19:20)
Il tempo si è fermato (Italia, 1959) di Ermanno Olmi. Con Natale Rossi (il
guardiano), Roberto Seveso (lo studente), Paolo Quadrubbi (l'altro guardiano).
Magari verrà qualcuno a dire che servono i sottotitoli anche qui. Invece in questo piccolo capolavoro di "neorealismo panteista" non c'è proprio bisogno di niente, anche se qua e là qualche parola sfugge. E' la montagna che conta, perché c'è posto per tutti: per chi tenta silenziosamente e pazientemente, giorno dopo giorno, di catturare una lepre, e per chi spara sul giradischi un rock di Celentano a tutto volume. Perché la montagna può diventare complice dell'amicizia tra due persone tanto diverse. Perché forse è vero che i vecchi hanno sempre ragione, ma anche i giovani non sono poi così male e possono portare qualche ventata d'aria fresca (a volte anche troppo fresca...) tra le pagine del vecchio libro Cuore.
Il terribile ispettore (Italia, 1969) di Mario Amendola. Con Paolo Villaggio (Paolo De Angelis), Agostina Belli (Giorgina Lorenzi), Francesco Mulè (il dott. Agapito Trigallo), Umberto D'Orsi (l'on. Giluio Scorzarelli-Micci), Didi Perego (la signora Scorzarelli-Micci), Elio Crovetto (il commendator Zamborghelli), Carlo Campanini (il
padre di Paolo), Nino Besozzi (il presidente dell'EIAL), Luciana Turina (Orietta Guidotti).
Prima di Fantozzi, Villaggio faticava ad entrare in un personaggio che potesse essere memorabile e riconoscibile. Eppure qualche elemento di novità, in questo falso dottor De Angelis, si nota, anche se si resta un po' a metà tra il futuro Fantozzi e il professor Kranz. Ci sono già le "doti" negative di arrivismo e vigliaccheria che caratterizzeranno il personaggio più famoso di Paolo Villaggio, ma forse questo De Angelis ha ancora dentro di sé una certa dose di velleità contestatorie derivanti dalle proteste studentesche del '68. Il ragionier Ugo Fantozzi sarà invece un prodotto del pieno riflusso, un frutto dell'amara consapevolezza che qualsiasi ribellione è inutile, perché eventualmente destinata a durare lo spazio di una giornata, come la rivolta contro Guidobaldo Maria Riccardelli e la sua Corazzata Potemkin. Il film, in ogni caso, è trascurabile, seppure cerchi in qualche modo di mettere in evidenza il malcostume della sanità e della politica italiana, su cui era intervenuto con maggiore efficacia Luigi Zampa e Alberto Sordi con Il medico della mutua.
Senza famiglia nullatenenti cercano affetto (Italia, 1972) di Vittorio Gassman. Con Vittorio Gassman (Armando Zavanatti a.k.a. Mister X), Paolo villaggio
(Agostino Antoniucci), Rossana Di Lorenzo (la prostituta), Isa Bellini (Giacoma, la zingara), Corrado Gaipa (il sostituto procuratore), Augusto Mastrantoni (il principe Tarquinio Maccaresi), Renzo Marignano (il principe Cesare Maccaresi), Enzo Robutti (il licantropo), Luigi Zerbinati (Cesarina, il travestito), Giancarlo Fusco (Cesare Maccaresi, mondezzaro), Toni Ucci (l'infermiere Lepore), Carlo Delle Piane (Luparelli), Liù Bosisio (la direttrice dell'orfanatrofio), Massimo Sarchielli (Buglialozzi), Fortunato Arena (il prof. Pampardella), Luciano Bonanni (un invitato al party), Salvatore Baccaro (un infermiere).
Gassman dirige sé stesso e l'amico Villaggio in un film difficile da catalogare, ma di cui è facile comprendere la scarsa riuscita, nonostante qualche nobile ispiratore, come Chaplin, Tati o il Gianni Celatidelle Avventure di Guizzardi, che fu pubblicato proprio nel 1972. Il film, naturalmente, non fa ridere, ed è, anzi, un'amarissima satira sull'Italia contemporanea. Il problema è che stenta a trovare qualsiasi registro e lascia di continuo lo spettatore in attesa di qualcosa che stenta ad arrivare, rischiando spesso di farlo addormentare.
Beati i ricchi (Italia, 1972) di Salvatore Samperi. Con Lino Toffolo (Geremia), Paolo Villaggio (Augusto), Sylva Koscina (la contessa), Neda Arneric (Lucia Barti), Gigi Ballista (il commendatore), Eugene Walter (il sindaco), Enzo Robutti (il direttore di
banca), Enrica Bonaccorti (Adele), Edda Ferronao (la signora Barti), Olga Bisera (la moglie del sindaco).
Francamente mi aspettavo di peggio. Non che questa satira sui ricchi (ed anche sui poveri che non sperano altro che diventarlo alla svelta) sia un capolavoro, però è abbastanza divertente e ben fatta. Forse all'epoca daSamperi, che proveniva da qualche riuscita e graffiante sparata antiborghese come Grazie zia, Cuore di mamma e Uccidete il vitello grasso e arrostitelo, ci si attendeva qualcosa di più. Ed in effetti il tono del film è piuttosto indeciso tra il satirico-grottesco della festa in camicia nera e la comicità più ruspante e proletaria di Lino Toffolo (forse qui in una delle sue apparizioni migliori) e Paolo Villaggio (che ha qualche atteggiamento prefantozziano). E tuttavia l'insieme regge, con qualche scenetta sinceramente divertente (come quella dove si canta L'uselìn dela comare) e l'eccellente colonna sonora di Luis Bacalov, che comprende una sigla inizialetutta rock anni Settanta, cantata da Ivano Fossati.
Maestro unico ed altre storie
by sasso67 (25/10/2008 - 15:04)
Mons Scutarius. In applicazione dell’ormai famigerato Decreto Gelmini, anche le piccole comunità si stanno attrezzando per rispondere adeguatamente a quanto statuito dalla disposizione legislativa. Non tutte le novità sono recepite con favore da parte degli interessati, che tuttavia sono impegnati a rispondere con prontezza a quanto deciso dalla riforma del governo Berlusconi.
Naturalmente, si è cominciato dalla maestra unica. Grazie all’efficientissimo intervento del Provveditorato agli Studi, oltre al ripristino del grembiule e del voto in condotta, si è riusciti a rimettere al proprio posto, seppure con qualche osso rotto, la mitica e sempre amatissima signorina Rossi, la quale ha subito ripristinato i suoi metodi didattici preferiti: la riga di legno, i ceci e il granturco da inginocchiamento e il buon vecchio nocchino da aritmetica, che profuma sempre delle buone cose di un tempo.
La brillante idea ha riscosso notevoli consensi, tanto che si è pensato di estenderla un po’ a tutti i campi della vita civile e sociale del paese. Il vigile urbano Rocco è stato sostituito dall’inflessibile Goffredo, anche politicamente più consono rispetto agli orientamenti politici del paese. I partiti politici presenti sul territorio comunale sono stati, così, per semplice comodità, unificati ed affidati alle amorevoli cure di Arnaldone, mentre anche il nostro sindaco Aurelio è stato democraticamente estromesso e sarà sostituito dal vincitore del ballottaggio tra il podestà Tedeschi e il vecchio, ma sempre rimpianto, Bruno Frati.
Ma non ci si è certo fermati qui. La squadra di calcio dell’Unione Sportiva paesana ha rispolverato, in qualità di centrattacco, l’indomabile Furio, abbrustolito ma non arrugginito dalle lunghe stagioni estive trascorse alla casetta in pineta a rincorrere nipoti di quattro generazioni diverse. Il portalettere attuale è stato prontamente sostituito dal ben più mattiniero Pego, mentre si è definitivamente disdetto il contratto con l’inefficiente REA, per affidare nuovamente il servizio di pulizia urbana al più sbarazzino ed accomodante Lotti. Biadone e Carlomauro si sono associati nell’apertura di un nuovissimo barber’s shop, al cui interno la clientela potrà ascoltare anche i programmi musicali in filodiffusione, ed in particolare un pregevolissimo concerto in mi bemolle per rutto solista.
In omaggio ad un necessario sentimento d’austerità, dovuto anche ai tempi di crisi economica che stiamo vivendo, tutti i bar e i ristoranti del paese sono stati chiusi d’autorità e sostituiti con l’imperitura bancarella di Beppone il buon treccone. Alle necessità alimentari del paese collaborerà con il suddetto il vecchio Mugnaio, che provvederà alle consegne della farina a bordo di un Ape, accompagnato dal lieto abbaiare del fido Burilli. In paese, davanti ai bar e sulla piazzetta potranno circolare soltanto Beccafico, il Pimperi e la Littorina, mentre gli spettacoli in piazza, con un occhio di riguardo per la programmazione della prossima stagione estiva, sono stati affidati alla premiata ditta Cacchino & Lengino.
Ai pullman dell’ATL è stato fatto divieto di circolare su tutto il territorio comunale ed il servizio di trasporto è stato giustamente demandato al Capoccio che vi provvederà prontamente alla guida della sua fiammante FIAT 600 Multipla.
Le licenze commerciali sono state completamente ritirate e ne sono state distribuite soltanto tre nuove e precisamente ai seguenti esercenti: al Merre per i generi coloniali ed i giornali (tanto si venderà soltanto Il corrierino dei piccoli, che andrà bene per grandi e piccini), a Tosello per il settore alimentare e ad Azzelio per il settore merceria.
Nel campo della vita religiosa, le campane elettriche saranno fermate, anche per comprensibili motivazioni di risparmio energetico e si occuperà di suonarle il redivivo Sacrestano, mentre anche nelle vesti di parroco – e questa è veramente l’ultima – Don Piero sarà sostituito dall’abate Giubbolini.
Cumulativo film 2
by sasso67 (25/10/2008 - 14:37)
W la foca (Italia, 1982) di Nando Cicero. Con Lory Del Santo (Andrea), Bombolo (il dottor Patacchiola), Dagmar Lassander (la moglie del dottor Patacchiola),
Michela Miti (Marisa), Riccardo Billi (il nonno), Fabio Grossi (il figlio del dottor Patacchiola), Victor Cavallo (l’imbianchino), Franco Bracardi (il barbone), Alfredo Adami (un paziente), Vincenzo Andronico (il maniaco), Giovanni Attanasio (il portinaio), Martufello (l’impiegato comunale), Angelo Pellegrino (il maestro), Moana Pozzi (la passeggera del treno), Carmine Faraco (l’amico di Marisa).
Lory Del Santo scende la scalinata di Trinità de' Monti e chiama un taxi; un signore si ferma con la macchina e le domanda "come, non sa che oggi c'è sciopero dei taxi?"; nel frattempo intorno sfrecciano taxi da tutte le parti. Questo soltanto per far capire il livello di professionalità dell'operazione. Si tratta, in realtà, di un ennesimo film - barzelletta, appena più divertente di quelli basati su Pierino. L'unico motivo di preferenza per questo film, rispetto ai Pierini, è la presenza di Bombolo al posto di Alvaro Vitali. Quando è in scena il buffo caratterista romano, il film si risolleva un po', mentre per tutto il resto siamo nei bassifondi della serie zeta. W la foca è talmente trash che qualcuno ha pensato di rivalutarlo sostenendo che confina con il sublime. Alla fine di tutto il discorso, però, non si può che provare pena per molti attori che si sono ridotti a fare film come questo, e tra questi mettono tristezza l'ormai anziano Riccardo Billi e la povera foca. Che filmaccio... e chi lo vuole rivalutare, che Dio lo maledOca!
Breaking News (Hong Kong/Cina, 2004) di Johnny To. Con Richie Ren (Yuen), Kelly Chen (tenente Rebecca Fong), Nick Cheung (l’ispettore Cheung), Maggie Siu (Grace Chow).
Apprezzabile variante al solito poliziesco adrenalinico di stampo hongkonghese, con l'introduzione dell'incultura dell'immagine all'interno della polizia. Una tenentina del reparto antimafia della polizia di Hong Kong, che pare uscita da un corso di marketing della Fininvest, decide che non solo si deve acchiappare una pericolosa banda di delinquenti che s'è asserragliata in un grattacielo alveare, ma si deve mostrare tutta l'operazione alla cittadinanza, con tanto di musica trionfalistica di sottofondo e tagliando le immagini laddove è necessario. Stranamente i vertici della polizia le danno carta bianca. Ma la poliziotta dimostrerà un coraggio da leone, senza tuttavia perdere lucidità anche nei momenti più drammatici. Tutto è girato benissimo da Johnny To, con movimenti di macchina (spesso a mano) frenentici, tanto da stordire lo spettatore, il quale talvolta si perde e non capisce se è morto un poliziotto, un bandito o un ostaggio, se è scoppiata una bomba a mano o una bombola del gas e così via. Ma la cosa che più lascia perplessi è la psicologia di questi personaggi, che il regista non si preoccupa minimamente di sgrossare. Una volta si sarebbe detto "tagliata con l'accetta", presupponendo quanto meno un lavoro artigianale. I protagonisti diBreaking News sembrano piuttosto, sia psicologicamente che fisicamente, i personaggi di un videogame.
La sbornia (USA, 1930) di James Parrott. Con Stan Laurel (Stanlio), Oliver Hardy (Ollio), Anita Garvin (la moglie di Stanlio).
Divertentissimo cortometraggio (dura non più di una ventina di minuti), nel quale Stanlio ed Ollio organizzano una messinscena nei confronti della moglie del primo, per poter uscire ed andare a sbronzarsi in un night club. Essendo nel periodo del proibizionismo, l'alcol se lo dovranno portare, di nascosto, da casa. Ma la signora Laurel ha sentito tutto al telefono e prima sostituisce il contenuto della bottiglia con del tè, poi, compratasi un fucile, segue i due al night club. La parte più divertente è quando, al tavolo del locale, i due amici riescono ugualmente a sbronzarsi, nonostante che stiano bevendo soltanto del tè con il seltz. E c'è una scena irresistibile - ripresa poi anche nel più celebre lungometraggio Fra' Diavolo - in cui i due buffoni cominciano, senza motivo, a ridere, in maniera assolutamente contagiosa.
Marinai a terra (USA, 1928) di James Parrott. Con Stan Laurel (Stanlio), Oliver Hardy (Ollio), Thelma Hill (la ragazza mora), Ruby Blaine (la ragazza bionda).
Due marinai noleggiano un'auto ed invitano due ragazze a fare un giro. Ad un blocco stradale per lavori in corso, i due creeranno un ingorgo e poi una colossale rissa tra automobilisti. Il cortometraggio comincia bene, con la divertentissima scena del distributore di chewing gum (grandissima la performance di Stanley), ma poi si perde nella seconda parte, nella quale la megarissa tra automobilisti usa la tecnica dell'accumulo, coinvolgendo negli scontri un numero sempre maggiore di persone: i meccanismi sono oliati a regola d'arte, ma tutto l'insieme non ha la scintilla della genialità che è invece riscontrabile in altre prove della inestimabile coppia.
Sotto il sole di Roma (Italia, 1948) di Renato Castellani. Con Oscar Blando (Ciro), Francesco Golisano (Geppetto), Liliana Mancini (Iris), Alberto Sordi (Fernando),
Gisella Monaldi (Tosca), Ferruccio Tozzi (il padre di Ciro).
Proposto con i modi della commedia, inserita negli stilemi del neorealismo allora imperante, ma lontano mille miglia (checché se ne sia detto) dal "neorealismo rosa",SOTTO IL SOLE DI ROMA è un romanzo di formazione doloroso, seppure abbastanza tradizionale nel finale edificante. Molto criticato all'epoca, il cinema di Castellaniresiste agli attacchi del tempo. Forse la colpa principale del regista fu di non essere abbastanza neorealista, o forse non abbastanza di sinistra, oppure non abbastanza romano (era nato in Argentina, ma la sua formazione cinematografica si svolse a Milano); eppure qualche panno sporco lo portò ai lavatoi pubblici, come dimostra proprio questo film. Qui, forse, si tiene un po' troppo lontano dalla politica: i tedeschi si limitano a rinchiudere i due prigionieri nel cesso, mentre i bombardamenti hanno come effetto di creare una via di fuga, e la mamma muore, come nei racconti ottocenteschi per ragazzi, di crepacuore. Qualche figura, però, funziona, a cominciare dai personaggi femminili, quello di Iris e soprattutto quello di Tosca, borsanerista innamorata del giovane protagonista. Anche il personaggio di Ciro, comunque, è sfaccettato, soprattutto in quel suo volersi accertare ogni volta dell'amore di Iris per poi umiliarla regolarmente, anticipando, in questo senso, qualche protagonista pasoliniano, primo dei quali Accattone. Molto bravo il giovane Francesco Golisano (Geppa), che interpreterà Totò il buono nel MIRACOLO A MILANO di De Sica e morirà a soli 29 anni in un incidente stradale. Alberto Sordi interpreta solo una particina, già in tema, in ogni caso, con i suoi personaggi meschini degli anni Cinquanta.
Il mattatore (Italia, 1959) di Dino Risi. Con Vittorio Gassman (Gerardo Latini),
Anna Maria Ferrero (Annalisa Rauseo), Dorian Gray (Elena), Peppino De Filippo (Chinotto), Mario Carotenuto (Lallo Cortina), Alberto Bonucci (Gloriapatri), Mario Scaccia (un gioielliere), Fosco Giachetti (il generale Mesci), Luigi Pavese (Rebuschini), Aldo Bufi Landi (il truffatore delle statuette).
Sarebbe ingeneroso definirlo semplicemente una galleria di macchiette:è piuttosto un monumento a Vittorio Gassman e alle sue capacità mimetiche e fregoliane. Il protagonista è un guitto senza soldi che si lascia coinvolgere da un volpone in una truffa e finisce in prigione. Da qui si dipana la sua carriera di truffatore professionale, in società con due compari conosciuti al fresco: Chinotto (Peppino) e Gloriapatri (Bonucci). La sfilata dei personaggi, interpretati da Gassman con la maestria che gli è unanimemente riconosciuta, è divertente, soprattutto all'inizio, ma, ahimè, un po' troppo lunga.
Ipercumulativo film
by sasso67 (22/10/2008 - 18:59)
Accadde al penitenziario (Italia, 1955) di Giorgio Bianchi. Con Aldo Fabrizi (l'agente Cesare Cantelli), Alberto Sordi (Giulio Parmitoni), Walter Chiari (Walter Polacchi), Mara Berni (la truffatrice), Peppino De Filippo (Peppino), Mario Riva (il
detenuto n. 77), Riccardo Billi (il detenuto n. 969), Nino Besozzi il prof. Zaccanti), Carlo Romano (il capo delle guardie), Natale Cirino (il detennuto n. 49), Ignazio Balsamo (il detenuto mafioso), Turi Pandolfini (il detenuto che vuole il gatto).
Collage di barzellette carcerarie che, quanto a valore filmico, è prossimo allo zero. Alcune scenette sono però spassose, soprattutto quelle che vedono protagonista Peppino De Filippo e la coppia Billi eRiva. Aldo Fabrizi, checché ne dicano i critici di FilmTV, è sottotono e non funzionano mai le sue gag con il capo delle guardie Carlo Romano. Walter Chiari è sottoutilizzato, nella parte di uno sprovveduto gioielliere, e le scene con lui protagonista sono le più deboli del film, sebbene si salvi il duetto con il medico interpretato da Nino Besozzi. Il numero di Sordi funziona, anche se per un attore della sua caratura, recitare il ruolo di un ubriaco è come rubare le caramelle a un bambino; per di più il suo personaggio c'entra come i cavoli a merenda. Il filo conduttore del film (un quaderno su cui i carcerati raccontano la propria esperienza) è debole, ed inusitato è il finale al sapor di melassa e appiccicato con lo sputo.
Anastasia, mio fratello (Italia/RFT, 1973) di Steno. Con Alberto Sordi (Don Salvatore Anastasia), Richard Conte (Alberto Anastasia), Edoardo Fajeta (Sonny Boy).
Ennesima commediola che prevede una trasferta americana per Alberto Sordi, stavolta intabarrato nella tonaca da prete calabrese. Il sacerdote si reca a New York per incontrare un fratello emigrato tanti anni prima, che nel frattempo è diventato un boss della mafia, grazie all'organizzazione del sindacato dei lavoratori portuali. Abbandonata la tonaca per il clergyman, Don Salvatore cercherà di fare del bene al quartiere, senza rendersi conto che quanto ottiene l'ottiene grazie al potere mafioso del fratello. L'idea di partenza sarebbe anche buona, ispirandosi ad un fatto vero, narrato in un libro da un vero prete cui era capitata quest'avventura, ma forse sarebbe stato necessario un attore diverso da Sordi, che qui gigioneggia quanto mai e straparla (come il sacerdote del celebre episodio dell'ascensore in Quelle strane occasioni) con la sua calata romanesca che mal si adatta a un uomo che dovrebbe provenire dalla Calabria. Per di più, l'ambientazione è approssimativa (si dovrebbe essere nel 1949, ma New York somiglia troppo a quella degli anni Settanta) e qualche elemento troppo macchiettistico (come il cinesino e la sorella del prete veneto).
Le rose del deserto (Italia, 2006) di Mario Monicelli. Con Michele Placido (Frate Simeone), Alessandro Haber (il Maggiore Strucchi), Giorgio Pasotti (il Tenente Marcello Salvi), Fulvio Falzarano (il Serg. Barzottin), Moran Atias (Aisha), Tatti
Sanguineti (il generale).
Il film fila via innocuo, ben fatto, ben fotografato, recitato così così. E' una montagna che partorisce il topolino, perché con tanto ben di Dio a disposizione (i mezzi non sono certo mancati a Monicelli) il risultato è di un anonimato sconcertante. Fa quasi rimpiangere Scemo di guerra, il film che Dino Risi trasse dal medesimo soggetto nel 1984. Si capisce abbastanza poco il senso di questa operazione, anche se va pure detto che nella nostra cinematografia il "filone coloniale" è stato sfruttato abbastanza poco (mi vengono alla mente soltanto un paio di film sulla battaglia di El Alamein, il sopra citatoScemo di guerra, Tempo di uccideredi Montaldo e, se proprio si vuole, I due nemici di Guy Hamilton). Però, se i risultati devono essere questi, meglio così. Curioso il personaggio affidato aMichele Placido, mentre è sprecato Haber ed abbastanza inconsistenteGiorgio Pasotti. Evitabile la macchietta di Tatti Sanguineti. Moran Atias eClaudio Bigagli si vedono a malapena.
La terrazza (Italia, 1980) di Ettore Scola. Con Jean-Louis Trintignant (Enrico), Marcello Mastroianni (Luigi), Ugo Tognazzi (Amedeo), Vittorio Gassman (Mario Dorazio), Serge Reggiani (Sergio), Stefano Satta Flores (Tizzo), Carla Gravina (Carla),
Stefania Sandrelli (Giovanna), Ombretta Colli (Enza), Milena Vukotic (Emanuela), Galeazzo Benti (Galeazzo), Maurizio Micheli (Cerioni).
Considerato il traguardo finale della strada percorsa dalla commedia all'italiana (la partenza è unanimemente considerato I soliti ignoti), La terrazza è un film che, all'epoca della sua uscita, fu poco amato sia dal pubblico che dalla critica, ed ancora oggi è annoverato tra le opere meno significative di Scola, anche da parte di qualche "scoliano" militante. Lo stesso Roberto Ellero, curatore del "Castoro" suScola lo bolla come "facilmente collocabile tra le cose meno riuscite del regista". Eppure, rivista a quasi trent'anni di distanza, questa amarissima carrellata di personaggi tutti falliti e consapevoli di esserlo regge le due ore e passa della sua durata, grazie ad un divertimento che scaturisce dalle intenzioni di satira per niente autoassolutoria di Scola e dei suoi sceneggiatori Age e Scarpelli. I protagonista sono alcuni intellettuali che in passato sono stati dalla parte giusta (il politico Mario Dorazio ha fatto addirittura il partigiano), hanno combattuto battaglie meritevoli ed occupano posti, nella società, tutt'altro che disprezzabili e ben retribuiti; sono persone che hanno voluto accanto donne forti ed emancipate e adesso, un po' invecchiati ed imbolsiti se le ritrovano quasi tutte contro. Del resto anche loro sono tutti in crisi: lo sceneggiatore non scrive una riga e si autopunisce infilando un dito nel temperamatite elettrico, il produttore non fa più successi, il giornalista è soppiantato dalle nuove leve, il funzionario RAI è relegato in uno sgabuzzino e si dissolve di giorno in giorno ("Peso 63 chili. E sono 63 chili di troppo" dice), il politico è emarginato nel partito, il guitto rientrato dal Venezuela è costretto a tornarci, il critico cinematografico fa citazioni errate, parla per frasi fatte ("questo film, pure nel suo manierismo, è manierista") e tutti quanti ripetono da decenni le stesse battute ("Di che segno sei? Pesci, ascendente maionese"), alle stesse cene sulla stessa terrazza romana. Film della crisi da parte di un regista specializzato in bilanci generazionali - talvolta, è vero, fatti un po' col senno di poi - e di una generazione di attori, scrittori e autori della commedia all'italiana (tra i protagonisti manca solo Sordi, comunque rammentato nei dialoghi) ormai oltre la cinquantina, La terrazza è un duro bilancio sull'intellighenzia di sinistra che, sull'orlo degli anni Ottanta, ha ormai esaurito qualsiasi spinta propulsiva che l'ha animata in passato. Non a caso, la moglie del parlamentare afferma che il marito era molto più attivo ai tempi della Resistenza, "ma non si può mica dichiarare guerra alla Germania solo per farlo sentire di nuovo giovane!".
Quando le donne persero la coda (Italia/RFT, 1972) di Pasquale Festa Campanile. Con Senta Berger (Filli), Lando Buzzanca (Ham), Renzo Montagnani (Maluc), Lino Toffolo (Put), Francesco Mulè (Uto), Frank Wolff (Grr), Mario Adorf (Pap), Fiammetta Baralla (Katorcia), Aldo Puglisi (Zog).
Con tutto il rispetto per Festa Campanile (sia per la festa che per il campanile), per Senta Berger e per Renzo Montagnani (che strappa l'unica risata di tutto il film e sceglie un dignitoso suicidio), si tratta di una inenarrabile ed ignobile cazzata.
Borat (USA, 2006) di Larry Charles. Con Sacha Baron Cohen (Borat Sagdyev), Ken Davitian (Azamat), Pamela Anderson (sé stessa), Luenell (Luenell).
E questo dovrebbe far ridere? A me è capitato solo una volta, durante tutta la durata del film: quando il protagonista, al rodeo, canta l'inno nazionale kazako sulle note dell'inno americano. Per il resto si ha una serie di volgarità assolutamente gratuite, scontate e per niente divertenti. L'operazione sembra una sorta di Mr. Crocodile Dundee (che aveva almeno il pregio dell'originalità) condotta dai Gemelli Ruggeri versione Croda. E questo sarebbe l'umorismo britannico del ventunesimo secolo? Quanto rimpiango gli irripetibili Monty Python...
Quando le donne si chiamavano madonne (Italia, 1972) di Aldo Grimaldi. Con Edwige Fenech (Giulia Varrone), Vittorio Caprioli (Ser Checco, il podestà), Don Backy (Marcuzio), Mario Carotenuto (Quinto Fulvio), Stefania Careddu (Francesca), Peter Berling (Romildo Varrone), Carlo Sposito (Fra' Mariaccio), Paolo Turco (Tazio), Renato Malavasi (il cerusico), Antonia Brancati (Lucia), Francesca Benedetti (Gisa), Carlo De Mejo (Gisippo), Jurgen Drews (Ruberto).
Da un regista come Aldo Grimaldi non c'era da aspettarsi granché: il suo film migliore è probabilmente Franco e Ciccio sul sentiero di guerra. Ma una schifezza del genere è raro trovarla anche nell'immondezzaio del cinema di serie zeta degli anni Settanta. Questo pseudofilm falsamente protofemminista è la prova "vivente" che non bastava avere un paio d'attori di vaglia (Caprioli eCarotenuto) e una bella gnocca (la Fenech) per fare un film decente (forse per fare un film demente, però, sì). Ci vuole almeno una sceneggiatura degna di tal nome, ma qui si ha al massimo un canovaccio che sembra scritto da un paio di studenti liceali all'ultimo giorno di scuola. Spazzatura allo stato puro.
La ragazza del bersagliere (Italia, 1966) di Alessandro Blasetti.Con Graziella Granata (Anita Reali), Antonio Casagrande (Salvatore Esposito), Vittorio Caprioli (Settimo), Tony Renis (Carletto), Leopoldo Trieste (il sergente), Renato Salvatori (Antonio), Luigi Proietti (Cesare Bottazzi), Rossano Brazzi (Fernando), Franca Valeri (Bice, la medium), Piero Morgia (il bersagliere romano), Ettore Geri (Don Lorenzo), Tanya Lopert (la Contessa Medioli), Solveyg D’Assunta (Italia), Sabina De Guida (Ada).
Film della piena decadenza di Blasetti, tratto da una commedia, sembra una versione rosacea e padana di Fantasmi a Roma, che già non era quel granché. All'inizio c'è qualche situazione buffa (l'esercitazione militare) e qualche battuta indovinata, ma quando entra in scena la maggiorata fisica Graziella Granata, il film scade completamente a un tardo prodotto del neorealismo rosa, cui rimanda anche la presenza di un ormai poco significativo Renato Salvatori. E comunque, la presenza di qualche attore valido, come Caprioli, Trieste (ma farlo parlare in veneziano è una bestemmia) e lo stesso Salvatori, non basta per salvare un prodotto irrimediabilmente mediocre. Cinematograficamente nulla la presenza (ché dire recitazione sarebbe troppo) di Tony Renis.
Non ci resta che ridere
by sasso67 (22/10/2008 - 18:55)
Enrico Giacovelli, Non ci resta che ridere, Lindau, 1999, pp. 197, € 12,39.
Il sottotitolo dice tutto: Una storia del cinema comico italiano. O, per meglio dire, un repertorio dei film comici girati in Italia dall'inizio dell'industria cinematografica, fino ai giorni nostri. Da Cretinetti a Pieraccioni eVirzì (ordine cronologico), da Abbasso la miseria! fino a Zitti e mosca (ordine alfabetico). Giacovelli, peraltro, non si limita ad uno sterile elenco di titoli, ma analizza, innanzitutto cosa sia il cinema comico (è comico ogni film che si propone come obiettivo quello di far ridere) e quali caratteristiche lo differenzino dal cinema drammatico: i film comici si riferiscono a cose concrete, che ci sono, come le bucce di banana o le scale che fanno cadere. Vabbe', non sempre è così, tanto è vero che spesso una stessa "sensazione", come la fame, può dare adito ad un film comico come ad un film tragico. L'excursus spazia dal cinema di commedia da quella annacquata dei "telefoni bianchi" (epoca fascista) all'altro, che ha dato alcuni frutti strepitosi, della commedia all'italiana, per arrivare alle uniche due vere e proprie maschere che il cinema comico abbia prodotto nella sua storia centenaria: Fantozzi e Benigni. Interessante.
Bollettino di guerra
by sasso67 (22/10/2008 - 18:52)
Edlef Köppen, Bollettino di guerra, Oscar Mondadori, 2008, pp. 404, € 9,80
«Là fuori ci siamo battuti per anni come nessun altro esercito al mondo, abbiamo creduto a tutto, anche quando dicevamo di no. Adesso però basta. Io non ci sto più. Io non ci sto più.» (Bollettino di guerra, p. 390)
Pubblicato in Germania nel 1930, Bollettino di guerra è un romanzo sfortunato di un autore sfortunato. Appena tre anni dopo, alla presa di potere dei Nazisti, il libro sarà proibito, soppresso, dimenticato. E lo scrittore, rifiutatosi di aderire al Partito Nazionalsocialista, sarà emarginato, perdendo il lavoro alla redazione culturale della radio tedesca, che gli aveva dato un po' di tranquillità economica. Peraltro, Bollettino di guerra verrà soppiantato, anche nella considerazione dei lettori di tutto il mondo e di tutte le epoche (perfino quando sarà tramontata la follia bellica scatenata da Hitler), da testi, di analoga ispirazione pacifista, ma più fortunati - e forse meno ostici - come Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque e La guerra di Ludwig Renn. Eppure, Bollettino di guerra non ha niente da invidiare agli altri testi contemporanei che traevano ispirazione dalla Grande Guerra, sia dal punto di vista contenutistico che dal punto di vista stilistico. Su quest'ultimo lato, il romanzo è estremamente innovativo, somigliando ad alcuni esperimenti dell'epoca, quali quelli realizzati dall'americano Dos Passose dal tedesco Döblin, in quanto alla narrazione vera e propria alterna documenti originali dell'epoca, spesso in funzione di controcanto tragicamente ironico (o ironicamente tragico). Molto spesso, infatti, i proclami ufficiali, gli ordini interni, perfino le pubblicità sui giornali contrastavano in maniera stridente con quanto vedevano e vivevano sulla propria pelle i soldati al fronte. Questa consapevolezza ha quindi anche dei riflessi sul contenuto del libro, che è di netto rifiuto della guerra, esposto da uno scrittore che, come il suo protagonista Adolf Reisiger, era partito volontario nell'esaltante estate del 1914 (richiamo, a questo proposito, un altro capolavoro della letteratura come Agosto 1914 diSolgenitsyn) come soldato semplice e, per meriti acquisiti sul campo, era stato promosso ufficiale, guadagnandosi perfino una delle maggiori onorificenze previste dall'ordine militare tedesco: la croce di ferro. Forse anche questa fu una delle ragioni che contribuirono all'emarginazione di Köppen dalla vita letteraria tedesca durante gli anni del nazismo, oltre al suo già citato rifiuto di aderire al partito unico, nonché quello di lasciare la Germania. Per maggior segno di sfortuna, lo scrittore morì nel 1939, a soli 46 anni, per i postumi riportati durante la guerra, quando aveva subito lo schiacciamento della cassa toracica, che gli procurerà problemi respiratori per tutto il resto della sua breve vita. Ci restano, di lui, queste pagine nelle quali, forse con maggiore consapevolezza diRemarque, racconta lucidamente l'orrore provocato dai bombardamenti a tappeto, la stupita paura degli attacchi con i gas asfissianti, l'inutilità di sacrificarsi, inermi, di fronte ai carri armati americani.
Lodevole l'iniziativa della Mondadori di mandare per la prima volta nelle librerie italiane il romanzo di Köppen, corredato da un'utile postfazione di Jens Malte Fischer e dalla pregevole traduzione di Luca Vitali.
Tono e la piramide di legno
by sasso67 (22/10/2008 - 18:49)
Il negozio al corso (Cecoslovacchia, 1965) di Ján Kadár eElmar Klos. Con Ida Kaminska (Rozalie Lautmann), Jozef Króner (Antonin Brtko), Hana Slivková (Evelyna Brtkova), Martin Hollý (Imro Kuchar), Adám Matejka (Piti Báci), Frantisek
Zvarík (Marcus Kolkotsky), Martin Gregor (Jozef Katz, il barbiere), Alojz Kramar (Balko, il direttore della banda), Helena Zvaríková (Rose Kolkotsky), Eugen Senaj (Blau), Luise Grossová (Elianova).
Gioiellino della nová vlna del cinema cecoslovacco, quella stessa che produsse lavori come L'asso di picche e Gli amori di una bionda di Milos Forman, nonchéTreni strettamente sorvegliati di Jiri Menzel. Con il modo leggero - che non vuol dire superficiale - per così dire "hrabliano", tipico del cinema cecoslovacco degli anni precedenti alla repressione sovietica, Kadár e Klos raccontano una vicenda il cui sottofondo ed i cui sviluppi affondano nel tragico: la Slovacchia descritta nel film (siamo nel 1942) è occupata dai Tedeschi ed attraversata dalle tenebrose squadre dei miliziani fascisti seguaci di monsignor Tiso e costituisce lo scenario per le leggi disciminatorie nei confronti degli Ebrei, e poi per la loro deportazione verso i campi di sterminio. Per di più, il tema del film ha a che fare con il senso di colpa di chi, come il falegname ariano protagonista (cui viene affidato il compito di "arianizzare" la merceria dell'anziana vedova ebrea Lautmann), collaborò, quasi senza accorgersene, all'olocausto.
Dal punto di vista critico non si può, come fa per esempio Mereghetti - facendola ancora una volta fuori dal vaso - esaltare un film come La vita è bella di Benigni e condannare Negozio al corso perché affronta con tono leggero un argomento serio come lo sterminio degli Ebrei: chi abbia guardato con occhio attento quest'opera appassionata di Kadár e Klos comprende facilmente che è lontana le mille miglia dalle loro intenzioni qualsiasi tentazione di facile comicità, come testimonia la minacciosa piramide di legno costruita dai fascisti; mentre chi conosca anche minimamente la civiltà e la cultura cecoslovacca (oggi purtroppo divisa nelle due distinte repubbliche Ceca e Slovacca) non può non sapere che la vita stessa di quel popolo è fatta di bonaria accettazione dei fatti della vita, spesso aiutata da colossali bevute, canti e ballate. Non è colpa loro se hanno vissuto la tragedia della guerra con stato d'animo diverso dal nostro, seppure con gli stessi tragici problemi.
Ottimi tutti gli attori, tra i quali preferisco non fare distinzioni.
Cumulativo film
by sasso67 (19/10/2008 - 23:50)
James e la pesca gigante (USA, 1996) di Henry Selick. Con Paul Terry (James), Joanna Lumley (zia Stecco), Myriam Margolyes (zia Spugna), Pete Postlethwaite (il vecchio), Steven culp (il padre di James), Susan Turner-Cray (la madre di James).
Come si può arrivare nella città chiamata "la grande mela", se non a bordo di una pesca gigante? Il regista dell'incubo prenatalizio (Nightmare Before Christmas, 1993) di qualche anno fa torna con la direzione di un film misto attori/animazione, basato su un racconto del grande Roald Dahl (ma perché qui da noi nessun cineasta s'impadronisce del patrimonio che ci ha lasciato quel genio di Gianni Rodari?) fin troppo timburtoniano. E purtroppo l'ispirazione non è il Burtondella SPOSA CADAVERE (a mio modestissimo avviso un piccolo capolavoro) ma il Burton un po' dolciastro di EDWARD MANI DI FORBICE e BIG FISH. Il che non toglie che nel film siano presenti delle sequenze bellissime, come quella della traversata dell'Oceano Atlantico, ed in particolare la battaglia subacquea contro gli scheletri dei pirati. Suvvia, consoliamoci: è pur sempre cinema per ragazzi.
Babbo bastardo (USA, 2003) di Terry Zwigoff. Con Billy Bob Thornton (Willie), Tony Cox (Marcus), Brett Kelly (Roger), Lauren Graham (Sue), Lauren Tom (Lois),
Bernie Mac (Gin), John Ritter (Bob Chipesca).
Un film sul Natale che non è per bambini. Il personaggio del titolo non è babbo se non per forza, ma è piuttosto un alcolizzato e fallito apritore di cassaforti, in società con un nano di colore, che si propone come uno degli gnomi di Babbo Natale. La trovata è sicuramente originale ed anche l'interpretazione di Billy Bob Thornton è adeguata, ma il finale edificante sparge un bel po' di melassa su tutta l'operazione. Non male, comunque, l'idea di appioppare al personaggio principale due spalle comiche come il nano di colore ed il bambino ciccionissimo. Se mai Bukowski avesse scritto un racconto su Babbo Natale, probabilmente sarebbe stato più o meno così.
Faccia a faccia (Italia/Spagna, 1967) di Sergio Sollima. Con Gian Maria Volonté (il prof. Brett Fletcher), Tomas Milian (Solomon 'Beauregard' Bennet), William Berger (Charlie Siringo), Jolanda Modio (Maria), Gianni Rizzo (Williams), Carole André (Cattle Annie), Aldo Sambrell (Zachary Schon), Ángel Del Pozo (Maximilian De
Winton), Nello Pazzafini (Vance), José Torres (Aaron Chase), Federico Boido (lo sceriffo di Purgatory City), Antonio Casas (Taylor), Linda Veras (la ragazza bionda), Frank Braña (Jason), Lydia Alfonsi (Belle De Winton), Francisco Sanz (Rusty Rogers), John Karlsen (il preside), Goffredo Unger (il pistolero che sorride).
Spaghetti western con idee (un po' confuse), ma dei meglio realizzati nel periodo d'oro dell'epopea leoniana. Sollima, regista di ottimo mestiere, mette peraltro insieme alcuni tra i migliori attori del genere (ed anche fuori dai suoi schemi), come Volonté, Milian eBerger. E tuttavia si resta pur sempre all'interno di un genere cinematografico che non mi ha mai troppo appassionato. Vi sono alcune incongruenze (lo scontro tra Williams e Taylor a Purgatory City è lasciato a sé stesso), ma il finale, in ogni caso, è troppo inverosimile, con il criminale e l'agente segreto che fanno a gara a chi è più buono (e i cacciatori di taglie che se la danno a gambe), mentre il timido professore si è ormai trasformato in un criminale incallito. E poi, se veramente con film simili si voleva veicolare la rivoluzione, c'era davvero bisogno di travestire ogni volta Tomas Milian da messicano? 6½
Che omo questo re!
by sasso67 (16/10/2008 - 20:32)
Edoardo II (GB, 1991) di Derek Jarman. Con Steven Waddington (Edoardo II), Kevin Collins (Lightborn, il carceriere), Andrew Tiernan (Piers Gaveston), Tilda
Swinton (Isabella), John Lynch (Spencer), Dudley Sutton (il vescovo di Winchester), Jerome Flynn (Kent), Nigel Terry (Mortimer), Jody Graber (il principe Edoardo).
Boh... beh... bah... Un film sulla scia delGreenaway dell'ULTIMA TEMPESTA? Oppure Jarman seguiva una strada tutta sua, già a partire da SEBASTIANE? Comunque, la mia impressione è che film di questo genere riescano meglio quando sono affidati a grandi attori (come è accaduto per il RICCARDO IIIdi Loncraine o il TITUS della Taymor): qui c'è solo la stupenda Tilda Swinton e tutto il resto è noia. Di Jarman continuo a preferire il più maturo WITTGENSTEIN. Questo EDOARDO II mi lascia perplesso e mi fa pensare: bah... beh... boh???
Dietro alla cometa
by sasso67 (16/10/2008 - 20:28)
Camminacammina (Italia, 1983) di Ermanno Olmi. Con Alberto Fumagalli (Mel), Antonio cucciarrè (Rupo), Eligio Martellucci (Kaipaco), Renzo Samminiatesi (Shepher), Marco Bartolini (Cushi), Stefano Tonelli (Telin), Vittorio Trinciarelli (Jazdegard).
Assolutamente da rivalutare questa "fantastoria sacra" (Kezich), di critica del tradimento degli intellettuali di fronte alla verità. Un film d'ispirazione tarkovskiana, lunghissimo (175 minuti), spiazzante all'inizio, ma sempre più coinvolgente man mano che il cammino procede. Un'opera di un cristianesimo di base, la cui religiosità plebea insita nel film - per cui questi popolani si consumano i piedi per giorni e giorni allo scopo di trovare l'inviato da Dio che porti la Giustizia e nel frattempo rubano e si azzuffano - la riconduce al Rossellini di FRANCESCO, GIULLARE DI DIO, piuttosto che a quello delMESSIA. La messinscena ispirata alla pittura bruegheliana impreziosisce un film che in questi venticinque anni è cresciuto molto nella considerazione, anche perché costituisce un tassello importante nella filmografia olmiana. La parlata toscana talvolta deborda, ma il regista non ha voluto tagliare niente neanche degli eccessi e degli intoppi verbali dei personaggi, tra i quali il mio pensiero va all'amico ed ottimo pittore Stefano Tonelli (il traduttore). Altro cheCENTOCHIODI!
Don Pixote
by sasso67 (16/10/2008 - 20:25)
Pixote - La legge del più debole (Brasile, 1981) di Hector Babenco. Con Fernando Ramos da Silva (Pixote), Jorge Julião (Lilica), Gilberto Moura (Dito), Edilson Lino (Chico), Zenildo Oliveira Santos (Fumaça), Marília Pêra (Suelì), Elke Maravilha
(Debora),Tony Tornado (Cristal).
Film durissimo dell'argentino trapiantato in Brasile Babenco. Più che il suo successivo IL BACIO DELLA DONNA RAGNO, questoPIXOTE anticipa film più recenti comeCENTRAL DO BRASIL (cui è apparentato anche dalla presenza, nel cast, di Marilia Pera) e CIDADE DE DEUS. C'è il sospetto di un certo compiacimento nel mostrare scene di uno squallore abissale, sia di sesso che di violenza sadica di ogni tipo: ad un certo punto il piccolo protagonista (dieci anni) è mostrato mentre fa la pipì in un cesso imbrattato del sangue del feto appena abortito dalla prostituta che lo ospita. Va, peraltro, detto che quanto è filmato da Babenco, non si discosta purtroppo da quanto realmente accade ogni giorno per le strade delle metropoli brasiliane come Rio e San Paolo. I meninhos de rua, di cui il piccolo Pixote è un rappresentante, non hanno famiglia né casa (neppure una baracca di favela) e le prime quattro mura che vedono sono, con ogni probabilità, quelle del riformatorio. E il loro destino è di uccidere o essere uccisi. E non si può neanche dire che, quando impugnano pistole più grandi di loro, abbiano ancora il latte sulle labbra, perché non l'hanno mai poppato. Un film dignitoso che parla di un abisso d'infamia di cui si dovrebbe vergognare tutta l'umanità.
Scoppi sotto le nuvole
by sasso67 (16/10/2008 - 20:23)
Gomorra (Italia, 2008) di Matteo Garrone. Con Toni Servillo (Franco), Gianfelice Imparato (Don Ciro), Salvatore Abruzzese (Totò), Maria Nazionale (Maria),
Carmine Paternoster (Roberto), Italo Celoro (un contadino), Salvatore Cantalupo (Pasquale), Gigio Morra (Iavarone), Marco Macor (Marco), Ciro Petrone (Ciro).
Di getto, direi che è il miglior film italiano degli ultimi vent'anni (salvo, naturalmente, quelli che non ho visto). Geniale, nella sua semplicità, perché riporta ciò che accade sotto i nostri occhi (quanto meno di spettatori dei telegiornali) ogni giorno, quando la morte si presenta sotto diverse forme, ma improvvisa e terribile. Non si preannuncia né dà il tempo di salutare amici e parenti e neppure dà luogo a duelli epici: al massimo si maschera con la giacca e la cravatta del tecnico della ditta che smaltisce (si fa per dire) i rifiuti tossici e si ripresenta sotto forma di cancro nascosto nelle verdure o nelle mozzarelle di bufala. Grandissimo Garrone, che, dopo due buone prove, come "L'imbalsamatore" e "Primo amore" (meglio il primo del secondo), sforna il suo capolavoro.
"Narrazione impassibile, osservazione da entomologo, esplosioni di orrore e di follia mischiate alla quotidianità di un 'sistema' di cui vive (e muore) non solo una circoscritta banda di delinquenti ma una vasta comunità, con ramificazioni che arrivano dappertutto. Lecito naturalmente appellarsi o appigliarsi a tutti i riferimenti di rito, dai modelli coppoliano o scorsesiano a quello del nostro grande Rosi. Ma è tanto vero che Garrone esprime un punto di vista e uno sguardo che il suo cinema e il suo film non somigliano a niente." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 16 maggio 2008)
"Soprattutto un film d'antropologia sociale. 'Gomorra' si distingue e si distacca dal libro da cui è tratto: non è un'opera di informazione né di rivelazione, né di denuncia né di protesta. Come in un formicaio superattivo, la gente è sempre in movimento alla ricerca di un'occasione. I camorristi sparano come se allontanassero le mosche, con una frequenza e impassibilità da massacro: i colpi sono secchi, senza eco. Nel paese del sole il cielo è grigio, opprimente. La regia di Matteo Garrone e gli interpreti sono ammirevoli." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 16 maggio 2008)
Il bombarolo
by sasso67 (10/10/2008 - 19:07)
Un eroe dei nostri tempi (Italia, 1955) di Mario Monicelli. Con Alberto Sordi (Alberto Menichetti), Franca Valeri (la dottoressa De Ritis), Giovanna Ralli
(Marcella), Tina Pica (Clotilde), Mario Carotenuto (Gustavo), Leopoldo Trieste (Aurelio), Alberto Lattuada (il direttore), Carlo Pedersoli (Fernando), Pina Bottin (la segretaria), Lina Bonivento (la zia Giovanna), Mino Doro (il chirurgo, prof. Bracci), Paolo Ferrara (il commissario), Nino Vingelli (il brigadiere), Giulio Calì (l'uomo dei calzini).
Sebbene goda di scarsa fama, questo film è uno dei gioiellini da riscoprire del periodo d'oro di Alberto Sordi. Nonostante che il personaggio, nella filmografia sordiana, non sia nuovo, lo sviluppo offre una serie quasi incalcolabile di situazioni divertenti, affidate naturalmente all'istrionismo del protagonista. Il personaggio, interpretato da Sordi è l'ennesimo ritratto, molto caricaturale, dell'italiano medio, stavolta nella persona di un meschinissimo impiegato di una ditta produttrice di cappelli, pronto a tradire tutti e tutto pur di salvare la propria pellaccia. Un Monicelli sulla via della propria maturità, ma con una freschezza di umorista già tutta sua, dirige al meglio un cast di comprimari extralusso, dalla Valeri alla Ralli, da Carotenuto a Trieste, da un giovane ma già colossale Carlo Pedersoli (alias Bud Spencer) fino al registaAlberto Lattuada, nella parte del pignolissimo direttore dell'azienda. La battuta finale ("posso andare? ci sarà pericolo?"), pronunciata da un Sordi appena arruolatosi nella Celere, è diventata quasi proverbiale.
Come ti volto la gabbana
by sasso67 (10/10/2008 - 18:24)
L'arte di arrangiarsi (Italia, 1954) di Luigi Zampa. Con Alberto Sordi (Rosario Scimoni, detto Sasà), Marco Guglielmi (l'avv. Giardini), Franco Coop (lo zio sindaco), Luisa Della Noce (Paola), Franco Jamonte (Pizzarro), Elena Gini (Mariuccia Giardini),
Elli Parvo (Emma), Armenia Balducci (Lilli De Angelis), Carletto Sposito (il duca di Lanocita), Gianni Di Benedetto (l'on. Toscano), Antonio Acqua (l'ing. Casamottola), Gino Buzzanca (il barone Maffei), Gino Baghetti (il marchese), Fernando Cerulli (Borrelli).
Una delle saghe zampasordiane sul trasformismo tutto italico di chi vuole rimanere sempre a galla, affidandosi ogni volta a qualcosa che pare vincente e poi al contrario di quel qualcosa, quando esso si sia rivelato perdente. Questo Sasà è un personaggio squallido, come ce ne sono tanti, che emergono soprattutto durante i periodi di crisi (nel film la prima guerra mondiale, il fascismo, la seconda guerra mondiale) per saltare sul carro dei vincitori. Di recente abbiamo assistito ad un fenomeno analogo - e questo testimonia della sempiterna attualità del film di Zampa - durante il periodo di Mani Pulite e dell'emergere di fenomeni politici pseudonuovi come Forza Italia. Mi viene da pensare ad un signore corpulento, con la barba ed i capelli rossicci e bisunti che anni fa fu comunista, poi socialista, confidente della c.i.a., forzitalista, ed oggi fa il cattolico integralista, ma meriterebbe, come il protagonista dell'Arte di arrangiarsi, di finire a fare il piazzista di lamette da barba.
Per questo cristo mi feci turco
by sasso67 (10/10/2008 - 18:21)
Centochiodi (Italia, 2007) di Ermanno Olmi. Con Raz Degan (il professorino), Luna Bendandi (Zelinda), Andrea Lanfredi (il postino), Amina Syed (la studentessa
indiana), Franco Seroni (il messo comunale), Yuri Dini (lo studente fotografo), Bruno Tabacchi (il preside).
Olmi ci fa il catechismo con uno stile paracinetelevisivo da spot della zuppa del casale e fa raccontare al suo protagonista falsocristo del terzo millennio miracoli e parabole di Gesù a una platea di ottantenni che, avendo in gioventù frequentato i corsi della dottrina di San Pio X, dovrebbero conoscerli a menadito. Dopo avere rinfrescato, udite udite, il miracolo delle nozze di Cana e la parabola del figliol prodigo, mi aspettavo quanto meno la parabola del buon samaritano, quella del ricco epulone e il miracolo della resurrezione di Lazzaro. L'inizio del film sembra IL CODICE DA VINCI girato dall'ultimo Pupi Avati, mentre tutto il resto rimanda il Fellini fellinista e spompato della VOCE DELLA LUNA. La riunione degli anziani pare un'assemblea di toniniguerra, dai quali ci si aspetta di sentire, da un momento all'altro, qualcuno che esclama "l'ottimismo è il sale della vita!". Insomma, questo parabolozzo vagamente new age e cristologico, recitato da cani in scarsa vena (Raz De Ganè irrimediabilmente negato per il cinema), sarà anche il testamento cinematografico di Olmi, ma non sta in piedi da qualsiasi parte lo si guardi (questa specie di guru de noantri - il professorino - getta al fiume il suo BMW, ma si tiene portatile e carta di credito) e mette solo tanta tristezza. Il nostroErmanno Olmi è (forse era) un altro.
Lama sabachtani
by sasso67 (10/10/2008 - 18:19)
Luci d'inverno (Svezia, 1963) di Ingmar Bergman. Con Gunnar Björnstrand (Tomas Ericsson), Ingrid Thulin (Marta Lundberg), Max von Sydow (Eric Persson), Gunnel Lindblom (Karin Persson), Alla Edwall (Algot Frövik, il sacrestano), Kolbjörn Knudsen (Aronsson), Lars-Owe Carlberg (il poliziotto).
Non so esattamente dire perché, ma questo film, che a mio parere rappresenta la vetta filosofica, anche se non artistica di Bergman (di cui continuo a preferire altre opere, quali Il settimo sigillo, Il posto delle fragole e Fanny e Alexander) mi ricorda, narrativamente, Kafka, e in particolare uno dei suoi racconti più riusciti, cioè Un medico di campagna. Tema del film sono il silenzio e l'abbandono di Dio, che lasciano l'uomo nella più profonda solitudine, come dimostra il racconto finale del sacrestano, che parla della solitudine più estrema, quella di Gesù, abbandonato dai suoi discepoli (con i quali aveva condiviso tutto per tre anni) nel Getsèmani e poi addirittura dal suo stesso Padre sulla croce: ricorre più volte, in questo film, l'invocazione evangelica "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" Quella del pastore, infatti, è una vera e propria via crucis (del resto il cinema di Bergman racconta spesso il cammino dell'uomo verso la fede, raramente la sua conquista), costellata da una carenza d'amore che ne provoca le cadute, come avvenne a Gesù sulla via del Golgota. Volendo essere fiscali, anche qui il pastore Tomas cade tre volte: la prima volta respinge il sacrestano che gli vuole parlare, la seconda volta affronta con sufficienza i tormenti atomici del pescatore Persson, che di lì a poco si suicida, e infine respinge l'amore di una delle poche persone che glielo offre disinteressatamente, cioè la maestra Marta Lundberg. Alla fine del cammino il protagonista non deve bere l'amaro calice forse oggi all'uomo è negato perfino l'estremo sacrificio?), perché lo spettacolo deve continuare: si accendono le luci elettriche e ricomincia un'altra messa, un'altra recita, la vita. Tutto il resto avviene negli spazi tra una rappresentazione e l'altra. Parlando apertamente di un uomo di Dio di scarsa vocazione (semicoperto dal rumore del treno, Tomas dichiara "i miei genitori hanno voluto che diventassi prete"), la metafora, qui, è più scoperta che altrove, ma è condotta da un Maestro e da due interpreti di grandissimo spessore, come Gunnar Björnstrand e Ingrid Thulin (quest'ultima riesce incredibilmente a rendersi brutta e goffa). Sono indeciso se dichiarare Luci d'inverno capolavoro, ma di certo è uno dei film più importanti di Bergman.
Guarda avanti con rabbia
by sasso67 (10/10/2008 - 00:48)
Quadrophenia (GB, 1979) di Franc Roddam. Con Phil Daniels (Jimmy Cooper), Leslie Ash (Steph), Mark Wingett (Dave), Philip Davis (Chalky), Sting (Ace), Ray
Winstone (Kevin), Garry Cooper (Peter), Toyah Willcox (Monkey), Kate Williams (la madre di Jimmy), Michael Elphick (il padre di Jimmy).
Bellissimo film di (de)formazione, con musiche anni Sessanta, prevalentemente dei Who, dal cui omonimo album del '73 deriva il titolo e il soggetto. Quadropheniasembra un ideale e putativo seguito rabbioso di Tommy, ma, grazie alla regia di Franc Roddam, si apparenta più strettamente al free cinema dei primi anni Sessanta, che è poi il periodo in cui si svolge la vicenda del film. La regia meno svolazzante rispetto a quella di Ken Russell, la fotografia più livida rispetto al primo musical dei Whocaratterizzano il realismo di questo film che ci racconta di un giovane visto allo stesso tempo con rabbia e tenerezza e di una generazione (My Generation risuona più d'una volta) compressa tra gli adulti conformisti e/o alcolizzati e una rivolta sociale che tarda a materializzarsi e si manifesta sotto forme distorte (gli scontri, magnificamente illustrati, tra mods e rockers di Brighton). Molto bravo il protagonista Phil Daniels (ma che fine ha fatto?) e buono il debutto cinematografico, in una particina, importante, di Sting. Solo per triste curiosità, riporto il giudizio critico di Morando Morandini: "...un cocktail di musica, rumore, schiamazzi, violenza, sesso, profanazioni, parolacce, all'insegna della nostalgia (redditizia) degli anni Sessanta con la loro rabbia ribellistica contro il sistema". Si commenta da solo.
Sulla regia di Franc Roddam
In questo film dimostra di sapere il fatto suo in quanto regista, forse uno dei pochi che negli anni Settanta hanno saputo far rivivere lo spirito del Free Cinema. Peccato che sia quasi scomparso ed abbia comunque avuto poche occasioni per far valere le proprie qualità.
Tesserino di sangue
by sasso67 (09/10/2008 - 21:05)
La notte delle matite spezzate (Argentina, 1986) di Héctor Olivera. Con Alejo Garcia Pintos (Pablo Diaz), Vita Escardó (Claudia Falcone), Adriana Salonia (Maria Clara), Pablo Navarro (Horacio Ungaro), Leonardo Sbaraglia (Daniel), Tina
Serrano (la madre di Claudia), Héctor Bidonde (il padre di Claudia), Francisco Cocuzza (il commissario).
Un film necessario, specialmente perché uscì in un periodo in cui del dramma dei desaparecidos si parlava ancora abbastanza poco, fuori dell'Argentina. Il film di Olivera è importante più per il suo impegno civile di denuncia di una vergogna nazionale argentina che per le qualità stilistiche o narrative. La "junta" militare, che si liberò di decine di migliaia di oppositori, risulta qui ancor più spregevole perché si accanisce su studenti liceali, che avevano soltanto lottato per ottenere un tesserino che li esentasse dal pagamento dei libri e della mensa scolastica. I ragazzi vengono sequestrati con metodi criminali e rinchiusi per mesi in depositi dove vengono torturati ed umiliati, non soltanto senza processo, ma senza che risulti da alcuna parte qualsiasi traccia del loro arresto (ai genitori viene detto che, trattandosi di sovversivi, probabilmente sono entrati in clandestinità). Del gruppo di arrestati che ci mostra il film, solo uno tornerà a casa: tutti gli altri scompariranno nel nulla dopo avere subito inenarrabili torture: una delle ragazze sarà perfino costretta a partorire, senza assistenza medica, in una cella di poco più di un metro quadrato. E, nonostante che lo stile di Olivera sia quello del boscaiolo piuttosto che quello del cesellatore, il finale è francamente emozionante e lascia tanta rabbia dentro lo spettatore.
Attendi e spera
by sasso67 (05/10/2008 - 18:44)
Donne in attesa (Svezia, 1952) di Ingmar Bergman. Con Anita Björk (Rakel), Maj-Britt Nilsson (Marta), Eva Dahlbeck (Karin), Gunnar Björnstrand (Fredrik Lobelius), Birger Malmsten (Martin Lobelius), Jarl Kulle (Kaj), Karl-Arne Holmsten (Eugen Lobelius), Aino Taube (Annette), Håkan Westergren (Paul Lobelius), Naima Wifstrand (la nonna).
Anche nelle collezioni dei Maestri vi sono opere meno riuscite. Donne in attesa, nell'eccezionale galleria bergmaniana, è una di quelle opere. Basti paragonarla a Monica e il desiderio, che Bergmanrealizzò in quello stesso 1952. Certo, vanno apprezzati il coraggio e la schiettezza con cui il regista affronta tematiche difficili come quella dei rapporti di coppia, con elementi che, nella nostra Italietta cinematografica, infiltrata dalla penetrante censura democristiana, erano tabù, come quello della frigidità (sia femminile che maschile) e del tradimento, vissuto come una componente fisiologica della vita matrimoniale. Allo stesso modo, Bergmanriesce a sbozzolare tre o quattro bei ritratti di donne, le cui figure risaltano con maggior nitidezza in quanto avvicinate agli opachi personaggi maschili che stanno al loro fianco: quattro fratelli tutti, chi più chi meno, persi dietro alle loro ambizioni personali e ai loro sogni ridicolmente narcisisti (come testimonia l'accenno al sapone nell'orecchio di Fredrik). Per di più, la costruzione cinematografica bergmaniana è una geometria perfetta, nel concatenare tre episodi similari, seppure dai toni diversi (quasi drammatico il primo, semplicemente patetico il secondo e grottesco il terzo), più uno piccolo all'inizio (quello di Annette/Paul) e una sorta di linea che li interseca orizzontalmente tutti, con la vicenda della giovane Maj e del suo fidanzato Henrik. E tuttavia, Donne in attesa lascia nello spettatore, a differenza di altre opere - forse più mature - dell'autore, un senso d'incompletezza, probabilmente per quel finale volutamente ambiguo, con la barchetta dei due giovani che, con grande difficoltà, parte, anche se il vecchio Paul preconizza il ritorno della coppietta appena finirà l'estate e cominceranno l'inverno e le incomprensioni. Ed il finale è, a parer mio, e nonostante l'opinione contraria di illustri critici (primo tra tutti il Trasatti, autore del "Castoro" su Bergman), da interpretare in senso pessimista, proprio alla luce del film successivo del regista svedese, cioè il bellissimo Monica e il desiderio.
La morte verde
by sasso67 (05/10/2008 - 18:42)
Christiana F. - Noi i ragazzi dello zoo di Berlino (RFT, 1981) di Uli Edel. Con Natja Brunckhorst (Christiane F.), Thomas Haustein (Detlev), Jens Kuphal (Axel), Reiner Woelk (Leiche), Jan Georg Effler (Bernd), Christiane Reichelt (Babette), Daniela Jaeger (Kessi), Kirstin Richter (Stella), Kerstin Malessa (Tina), Andres
Fuhrmann (Atze), Uwe Diderich (Klaus), Christiane Lechle (la mamma di Christiane), Ellen Esser (la mamma di Kessi), Lother Chamski (Rolf), Stanislaus Solotar (Max "Tartaglia"), Eberhart Auriga (il drogato nei cessi), David Bowie (sé stesso).
Bando ai commenti moralistici che, all'epoca dell'uscita del film, si sprecarono (in Italia fecero la loro parte di parrucconi, tra gli altri, Kezich e Grazzini), va detto che il film, seppure sceneggiato, interpretato, montato (altrimenti che film sarebbe?), rispecchia la squallida odissea di tanti giovani che negli ultimi quarant'anni hanno concluso le loro esistenze in posti squallidi, come stamberghe e bagni pubblici, stazioni ferroviarie e sotterranei della metropolitana, con un ago infilato nel braccio. Per non parlare di quei tanti che sono morti con l'aids, anche quando la malattia non aveva ancora un nome. La prima parte del film di Edel, quella che prelude alla tragedia, è la più riuscita, con questa ragazzina di famiglia tutto sommato borghese, seppure quasi inesistente, che passa dalla tranquillità dell'appartamentino con ascensore al retro della stazione dello Zoo, dove i tossicodipendenti si prostituiscono - per sé o per conto terzi, come fa la povera Babette - per racimolare i soldi per la dose giornaliera di "ero". Nella seconda parte del film, purtroppo, entra in gioco l'incapacità degli attori principali, tutti non professionisti, di dare corpo e anima ai tormenti del drogato in crisi d'astinenza. In questo senso proprio Natja Brunckhorst, che peraltro sarà l'unica ad avere una qualche carriera d'attrice (l'abbiamo rivista in Querelle di Fassbinder), dà scarsa credibilità al suo, che è il personaggio principale: ad un certo punto la vediamo truccata da tossica all'ultimo stadio, ma non c'era bisogno di conciarla come laLinda Blair dell'Esorcista. Buona, comunque, la descrizione di una Berlino livida, illuminata nella notte dall'informe simbolo della Mercedes.
Oro (nero) et laboro
by sasso67 (05/10/2008 - 18:37)
Il petroliere (USA, 2007) di Paul Thomas Anderson. Con Daniel Day-Lewis (Daniel Plainview), Paul Dano (Eli Sunday/Paul Sunday), Kevin J. O'Connor (Henry Brands), Ciarán Hinds (Fletcher Hamilton), Russell Harvard (H.W. adulto), Dillon Freasier (H.W. ragazzo), David Willis (Abel Sunday), Sydney McCallister (Mary Sunday bambina).
petròlio [pe'trɔljo]
s.m., s.m.inv.
sm
miscela di idrocarburi liquidi dovuti a trasformazione di residui organici accumulatisi in quantità enormi in epoche geologiche remote; purificato, è usato come illuminante o combustibile.
La storia di un uomo che "vende l'anima a Dio" per il petrolio. E la storia di un altro giovane uomo che fa la stessa cosa per i soldi. Ed entrambi hanno "venduto l'anima a Dio" per il successo. Queste, unite ad un incrollabile fanatismo religioso, sono le coordinate entro le quali si muove la vicenda narrata nel Petroliere, che è un po' anche la storia dell'espansione statunitense verso ovest e della colonizzazione di quelle praterie che, dopo lo sterminio dei bisonti e dei pellerossa (in rigoroso ordine d'importanza, almeno secondo l'ottica yankee), sembravano ormai lande desolate, da dedicare ad attività insignificanti - come la caccia alle quaglie - e costituivano comunque un ostacolo al collegamento tra la costa atlantica e quella pacifica. P.T. Anderson, predestinatamente nato a Studio City (sobborgo losangelino cresciuto intorno agli studi cinematografici fatti costruire da Mack Sennett negli anni Venti) ha la predisposizione per i film lunghi e questo lo è un po' troppo. Per il finale gli sarebbe servita - e sembra andarne in cerca per un po' (anche se il soggetto è preso da un romanzo diUpton Sinclair) - una nuova pioggia di rane: il regista si affida, invece, ad una specie scena madre shakespeariana, che però non ha altrettanta efficacia.
Il petroliere(è già stato detto, ma lo ripeto anch'io: sarebbe stato meglio tradurre alla lettera il titolo originale inglese, che avrebbe suonato più o meno "scorrerà il sangue"), frutto di una minuziosa ricostruzione storica, di luoghi e di costumi, è un film tutto americano, spettacolare come un vecchio filmone americano di Ford o Hawks, con la prateria a fare da personaggio più che da semplice sfondo, e con una tenuta spettacolare di cui non si può non riconoscere la riuscita. In sostanza, si resta lì in attesa degli eventi e dei colpi di scena, che avvengono, come da copione, e non lasciano insoddisfatto lo spettatore. Daniel Day-Lewis è bravo ma secondo me (anche qui non m'invento niente: l'aveva già detto Alberto Crespi sull'Unità del 9 febbraio 2008) tende, in questo caso più che altrove, a gigioneggiare, cosa che, in ogni caso, sembra piacere, e molto, agli accademici che attribuiscono i premi Oscar. Per quanto mi riguarda, preferisco ricordare l'attore inglese nei panni del ladruncolo Gerry Conlon, patriota per caso di Nel nome del padre (1993).
P.S. 16,90 € per il dvd di questo film, per di più zavorrato dalla rivistaPanorama, sono decisamente troppi.
Me la ricordavo più grassa
by sasso67 (05/10/2008 - 18:22)
Lunga vita alla signora! (Italia, 1987) di Ermanno Olmi. Con Marco Esposito (Libenzio), Simona Brandalise (Corinna), Stefania Busarello (Anna), Simone Dalla Rosa (Mao), Tarcisio Tosi (Pigi), Franco Aldighieri (il ribelle), Michela Poli (la ragazzina
bionda), Marisa Abbate (la signorina), Luigi Cancellara (il baffuto), Alberto Francescato (il padre di Libenzio), Giovanna Vidotto (la nonna), Luca Dorizzi (il pretino), Michele Authier e Graziella Menichelli (i clown).
Si assiste, attraverso gli occhi e gli occhialoni olmiani di un giovanissimo cameriere, appena uscito dalla scuola alberghiera, ad una cena kafkiana, organizzata per una misteriosa e vecchissima "signora" in un castello tra le montagne. Il tono del film ricorda un po' il Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolinie in parte Il fascino discreto della borghesia diBuñuel, anche se lo sguardo stupito del giovane Libenzio ricorda quello del protagonista dell'Asso di picche (1964) di Miloš Forman. Ma naturalmenteOlmi ha una propria fisionomia ben definita, e Lunga vita alla signora! è un'allegoria del potere (democristiano?) sotto forma di Bildungsroman, di cui è protagonista il camerierino in erba. La "signora" si presenta alla cena per ultima, scrutando gli invitati - personaggi uno più squallido dell'altro - con un binocolo da teatro: non parla né mangia; beve soltanto un po' d'acqua con la cannuccia e forse non esiste. Nel frattempo assistiamo ai palpiti amorosi di un altro giovane cameriere per una coetanea, che però gli preferisce un più aitante collega. E alla fine di questa cena delle beffe, Libenzio avrà imparato una lezione che lo aiuterà a crescere: preferirà darsela a gambe per i prati, piuttosto che servire al tavolo quella società che, pur essendo praticamente insussistente, emana un insopportabile fetore di marcio.
Luoghi comunisti
by sasso67 (03/10/2008 - 20:57)
Italiani brava gente (Italia/URSS, 1964) di Giuseppe De Santis.Con Raffaele Pisu (Gabrielli), Riccardo Cucciolla (Sanna), Arthur Kennedy (Ferro Maria Ferri),
Shanna Prokhorenko (Katja), Andrea Checchi (il colonnello Sermonti), Tatjana Samojlova (Sonja), Gino Pernice (Collodi), Peter Falk (il tenente medico), Lev Prygunov (Loris Bazzocchi), Nino Vingelli (il serg. Amalfitano), Vincenzo Polizzi (il siciliano).
De Santis mutua dal realismo socialista la divisione manichea in buoni e cattivi, mentre figurativamente si rifà soprattutto alla lezione di Dovzenko (si veda soprattutto la corsa in carrozza, che ricorda Arsenal) e del neorealismo italiano. Purtroppo, il film italo-sovietico accumula un tale numero di luoghi comuni da infastidire ben presto lo spettatore, specialmente se è nato e cresciuto dopo la morte di Togliatti. I tedeschi sadici, i russi eroici, il romano caciarone, il fiorentino burlone sono tutti stereotipi che fa fatica vedere per l'ennesima volta, così come vedere sottoutilizzate la Tatjana Samojlovache ammirammo in Quando volano le cicogne e la Shanna Prokhorenko dellaBallata di un soldato. La prima parte del film, anziché presentarci la spedizione dei soldati italiani in Russia, sembra proporci una scampagnata fuori porta. Per fortuna nella seconda parte del film De Santis si avvicina alla durissima realtà della guerra e ci regala pagine che sembrano uscite dal Sergente nella neve di Mario Rigoni Stern. Comunque, il risultato complessivo, dovuto anche ad un eccesso di enfasi che pervade il film dall'inizio alla fine (la morte di Gabrielli sembra il finale del "Lago dei cigni"), è irrimediabilmente mediocre.
Piatto e corrotto
by sasso67 (03/10/2008 - 20:52)
Il poliziotto è marcio (Italia/Francia, 1974) di di Fernando Di Leo. Con Luc Merenda (il commissario Domenico Malacarne), Salvo Randone (il maresciallo Malacarne), Richard Conte (Mazzanti), Delia Boccardo (Sandra), Raymond Péllegrin
(Pascal), Gianni Santuccio (il questore), Vittorio Caprioli (Serafino Esposito), Rosario Borelli (Garito), Monica Monet (la cronista), Gino Milli (Gian Maria), Elio Zamuto (Rios), Loris Bazzocchi (il killer di Pascal), Marcello Di Falco (scagnozzo di Pascal), Massimo Sarchielli (Rabal), Marisa Traversi (la contessa), Sergio Ammirata (il vicecommissario).
Altro film della decadenza di Fernando Di Leo. Questi rimase abbastanza soddisfatto del proprio lavoro, seppure soprattutto dal punto di vista tecnico, e contento lui... In realtà già la sceneggiatura fa acqua da tutte le parti e Luc Merenda non era in grado di reggere, per l'intera durata di un film, un personaggio che fosse poco più che unidimensionale. Al contrario, gli attori più bravi - da Salvo Randone a Vittorio Caprioli, daRaymond Pellegrin a Richard Conte - sono confinati in particine quasi insignificanti. Trascurabile, al contrario dei suoi predecessori, in primis Milano calibro 9.
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