Caretti, "Ariosto e Tasso"
Caretti, ferrarese, è stato uno dei più grandi esperti italiani sia dell'Ariosto che del Tasso. A questi due autori ha dedicato una gran parte della sua prestigiosa carriera accademica. In questo saggio sono raccolti una serie di suoi interventi sui due grandi poeti del nostro Cinquecento. Non si tratta di un confronto tra due Autori fondamentali della nostra Letteratura, ma i contributi sono separati in due diverse sezione del libro, anche se qualche rimando a due modi diversi di avvicinarsi alla poesia - ed al poema cavalleresco in particolare - sono inevitabili. Una lettura molto interessante, anche per chi abbia una conoscenza superficiale dei due poeti, con l'esclusione dell'ultima Appendice della sezione tassiana, che è invece indirizzata specificamente agli studiosi.Il più grande uomo scimmia del Pleistocene
Roy Lewis, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene, Adelphi, 2001, p. 178, € 8,00.
Per far capire in poche parole di cosa si tratti, a chi non abbia letto il libro, si può dire di fare riferimento ad un cartone animato di Hanna & Barbera, il celeberrimo Gli antenati, i Flintstones, per intenderci. I protagonisti sono gli ominidi nostri progenitori, vissuti appunto in Africa nel Pleistocene, inferiore o superiore non è dato saperlo, neanche a loro. Questi subumani – come orgogliosamente si autodefiniscono – non possiedono tutti gli utensili e i gadget moderni della famiglia yankee-paleolitica Flintstone, ma si servono di schemi mentali moderni. O, almeno, ne è dotato Edward (i nomi sono inequivocabilmente anglosassoni), il capofamiglia, nemico giurato della specializzazione, tipica delle bestie, caratteristica nella quale individua una premessa per l’estinzione di alcune specie animali. Lui vuole che i suoi figli – i maschi, ovviamente, mica era così moderno! – abbiano una cultura, per così dire, enciclopedica, e che conoscano e sappiano fare un po’ di tutto. I giovani, però, un po’ specialisti, purtroppo, lo sono. Il primogenito Oswald è portato per la caccia e le attività militaresche, il secondo figlio, Ernest, narratore della storia, si dà arie da filosofo, un altro è esperto nello scheggiare le selci (attività fondamentale, a quell’epoca), uno sa disegnare pitture rupestri e l’ultimo ha talento per addomesticare gli animali.
Con un narratore leibniziano, che già nel Pleistocene è convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili, io mi trovo in difficoltà. Nel triennio liceale, la mia classe cambiò cinque insegnanti di filosofia (tre solo il secondo anno), solo l’ultimo dei quali era veramente in gamba. Ma a me, oramai, mancavano le basi. L’insegnante del primo anno era una ex suora, che per esemplificare qualsiasi cosa, impugnava l’astuccio dei suoi occhiali, pronunciando invariabilmente la fatidica frase “questa custodia è marrone”. Con quella locuzione intese spiegarci in sequenza l’àpeiron, il panta rei di Eraclito, la sofistica, la maieutica, il demiurgo platonico e tutto il razionalismo aristotelico. Passare da questo metodo a quello del supplente romano che, sulla scorta del sacro principio “voi nun rompete er cazzo a me, e io nun rompo er cazzo a voi”, ci fece studiare Leibniz e saltare poi ad un professore con le palle quadrate che ci immerse nella filosofia positiva di Comte e nel razionalismo Hegeliano fu un’esperienza traumatica.
Il secondo tragico libro di Fantozzi
Paolo Villaggio, Il secondo tragico libro di Fantozzi, BUR, 2003, pp. 150, € 6,50.
«Al Kyoto parlavano solo giapponese e bisognava farsi capire solo mimando le ordinazioni. C’erano quattro geometri di Cuneo che avevano fatto un gruppo laocoontico per mimare un piatto di spaghetti, erano seminudi, sudati come orsi e la disperazione negli occhi, forse lacrime.» (Il secondo tragico libro di Fantozzi, Al ristorante giapponese, p. 28)






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