Dov’è la casa del mio amico?
by sasso67 (26/09/2009 - 13:28)
Dov’è la casa del mio amico? (Iran, 1987) di Abbas Kiarostami. Con Babak
Ahmadpoor (Ahmad), Ahmad Ahmadpoor (Nematzadeh). Fin dalle prime scene, ambientate in una classe elementare dell’Iran khomeiniana, si comprende come Kiarostami sia riuscito nel miracolo di costruire un grande film con mezzi minimi. Con l’inquadratura alternata dei visi dei due compagni di banco (Ahmad e Nemtzadeh), uno dei quali, rimproverato dal maestro, piange, mentre l’altro lo guarda imbarazzatissimo, siamo già in un cinema di alta poesia, come quello che riusciva un tempo ai maestri del nostro neorealismo. Forse ha ragione Mereghetti, quando sostiene che non bisogna aggrapparsi ai modelli conosciuti ogni volta che siamo di fronte a qualche miracolo ignoto, ma di fronte a “Dov’è la casa del mio amico?” non si può non pensare a Rossellini, al De Sica di “I bambini ci guardano” o anche di “Ladri di biciclette” e perfino al Truffaut dei “Quattrocento colpi” e degli “Anni in tasca”. Attraverso l’ostinata onestà di Ahmad, che si scontra con l’ottusa disciplina materna, attraverso le sue corse instancabili per i sentieri polverosi ed i vicoli sassosi dei villaggi lontani chilometri e secoli dalle metropoli (perfino Teheran appare lontanissima), Kiarostami ci mette in contatto, in questo film di breve durata ma di un’intensità che a tratti rischia di sopraffare lo spettatore, con una società dove vecchi e bambini sembrano poli lontanissimi (solo occasionalmente, come nell’incontro con il vecchio che dona al protagonista un fiorellino, avvicinabili), dove il peso della tradizione è ancora più che ingombrante, dove il principio d’autorità soffoca la creatività infantile, con i bambini costretti a lavori pesantissimi (il ragazzino che trasporta la finestra di ferro, quello che trasporta i bidoni di latte) e spesso sottoposti alle violenze degli adulti, come testimonia il ragazzino che a scuola sta sempre scomposto perché ha dolore alla schiena ed al sedere. Ma lo sguardo di Kiarostami sul suo paese non è completamente negativo, perché la speranza si chiama Ahmad, tenace custode di un sentimento d’amicizia che sfocia nell’alta etica - vuole evitare al suo compagno di banco un’ingiusta punizione di cui si sente un po’ colpevole, per essersi portato a casa, per sbaglio, il quaderno dell’amico – che è simbolicamente rappresentata dal fiorellino che gli affida l’anziano un po’ rimbambito che lo guida verso la casa di Nematzadeh. La speranza sono i giovanissimi, ma qualche vecchio, anche se non riesce a tenere il passo dei ragazzini, può fornire buoni insegnamenti. Nella notevole filmografia di un Grande Autore dei nostri tempi, “Dov’è la casa del mio amico?” mi sembra la sua punta di diamante. Un capolavoro assoluto.
Miseria e ignobiltà
by sasso67 (26/06/2006 - 13:52)
La notte brava (Italia/Francia, 1959) di Mauro Bolognini. Con Laurent Terzieff (Ruggeretto), Jean-Claude Brialy (Scintillone), Rosanna Schiaffino (Rossana), Franco Interlenghi (Gino detto er Bellabella), Elsa Martinelli (Anna), Antonella Lualdi (Sulpizia), Anna-Maria Ferrero (Nicoletta), Tomas Milian (Achille), Mylène Demongeot (Laura), Maurizio Conti (Pepito), Piero Palmisano (il sordomuto), Marcella Valeri (la mamma di Rossana).
Ispirato ai ragazzi di vita di Pasolini, qui sceneggiatore (con il francese Jacques-Laurent Bost, per ragioni di coproduzione), La notte brava del regista pistoiese, scomparso cinque anni fa. Cresciuti e un po' ripuliti rispetto agli originali pasoliniani, i personaggi sono sempre quelli, un giorno disperati per rimediare un piatto di minestra, l'altro carichi di soldi da sperperare nel giro di una notte. Nel mezzo c'è lo schifo, la miseria morale e materiale, la noia, il disprezzo per i miserabili (le prostitute), gli infelici (il sordomuto), ma anche per i ricchi annoiati come Achille. Le atmosfere sono quelle giuste, le facce anche (sebbene i due protagonisti vengano dalla Francia), la Roma descritta è ancora quella distrutta e stracciona del dopoguerra. Certo, manca la poesia dei romanzi e dei primi film di Pasolini (come Accattone e Mamma Roma), ma la pellicola di Bolognini è sicuramente una delle sue migliori.
Pulo nero
by sasso67 (19/06/2006 - 20:21)
Shaft il detective (USA, 1971) di Gordon Parks. Con Richard Roundtree (John Shaft), Moses Gunn (Bumpy Jonas), Charles Cioffi (Vic Androzzi), Christopher St. John (Ben Buford), Gwen Mitchell (Ellie Moore), Margaret Warncke (Linda), Lawrence Pressman (sergente Tom Hannon).
Il capostipite del genere della blaxploitation (termine per niente gradito agli afroamericani) ha una trama abbastanza scontata ma un buon ritmo. La dose di violenza è notevole per l'epoca, ma risibile in confronto a quanto si è visto di recente. La dose di sesso è più accennata che ostenata, anche se c'è un certo compiacimento nel mostrare il maschio nero con la donna bianca (Shaft non guardava in faccia a nessuno, guardava più giù
). Forse solo questa interrazzialità poteva (potrebbe?) fare scandalo.
In sostanza si tratta di un film di genere riuscito abbastanza bene.
Relitto e castigo
by sasso67 (19/06/2006 - 19:38)
L'uomo senza sonno (Spagna, 2004) di Brad Anderson. Con Christian Bale (Trevor Reznik), Jennifer Jason Leigh (Stevie), Aitana Sánchez-Gijón (Marie), John
Sharian (Ivan), Michael Ironside (Miller), Larry Gilliard Jr. (Jackson), Reg E. Cathey (Jones), Anna Massey (signora Shrike), Matthew Romero Moore (Nicholas).
Buon thriller psicologico, di ambizioni intellettuali e di ascendenze chiaramente letterarie (sono evidenti i riferimenti a Dostoevskij e Kafka). Ma è anche un film d'attore, per la prova di quasi supremo sacrificio offerta da Christian Bale, che compie una metamorfosi speculare a quella di Robert De Niro per Toro scatenato (1980), perdendo circa trenta chili. Tanto che le sue donne, quasi all'inizio, gli dicono "se tu dimagrissi ancora un po', non esisteresti". Ed è proprio questo inconsapevole cupio dissolvi del protagonista il perno fondamentale di tutto il film, ben diretto dal quarantenne Brad Anderson secondo gli stilemi del contemporaneo horror catalano. Da vedere.
Amor omnia vicit
by sasso67 (13/06/2006 - 18:08)
La Marchesa di... (Francia/Germania O., 1976) di Eric Rohmer. Con Edith Clever (la Marchesa di O.), Bruno Ganz (il Conte), Peter Lühr (il Comandante), Edda Seippel (la moglie del Comandante), Otto Sander (il fratello della Marchesa), Bernard Frey (l'attendente), Ruth Drexel (la levatrice).
Da un racconto di Heinrich Von Kleist, un rigoroso film di Rohmer, che rischia di sembrare anacronistico, con questo suo ricordare le passioni elementari dell'uomo: l'amore estremo, l'orgoglio, l'odio, l'umiliazione, il perdono. Rohmer lo fa con stile sobrio, memore della pittura tedesca del Romanticismo, come se effettivamente il film fosse stato girato nei primi anni dell'Ottocento. Le facce sono quelle giuste, anche se è difficile pensare a Bruno Ganz come ufficiale dell'esercito russo, o ai caratteri dei protagonisti come italiani. Ma più della verosimiglianza storica contano i sentimenti raccontati.
kakkienjahren
by sasso67 (09/06/2006 - 21:12)
Rosenstrasse (Germania, 2003) di Margarethe Von Trotta. Con Katja Riemann (Lena Fischer adulta), Maria Schrader (Hannah Weinstein), Martin Feifel (Fabian Israel Fischer), Jutta Lampe (Ruth Weinstein), Doris Schade (Lena Fischer novantenne), Plien Van Bennekom (Ben Weinstein).
Film politicamente corretto su una delle vergogne del nazismo, la segregazione, fortunatamente a lieto fine, di alcuni ebrei che avevavno sposato donne o uomini ariani. Un po' manicheo nella descrizione dei personaggi (le donne quasi tutte buone, gli uomini quasi tutti cattivi a meno che non siano ebrei), il film risulta anche abbastanza inutile, venendo dopo Schindler's List e dimostra ancora una volta che la gloriosa regista di Anni di piombo non ha più molto da dire.
Di chi è la mia vendetta?
by sasso67 (07/06/2006 - 20:51)
Oldboy (Corea del Sud, 2003) di Chan-wook Park. Con Min-sik Choi (Dae-su Oh), Ji-tae Yu (Woo-jin Lee), Hye-jeong Kang (Mi-do), Tae-kyung Oh (Dae-su giovane).
Un tizio intorno alla trentina scompare durante una serata di sbornia e viene tenuto segregato in un appartamento. Dopo quindici anni di prigionia lo liberano. Il tizio si darà come missione quella di capire perché sia stato rinchiuso per tutto quel tempo e di vendicarsi del suo sequestratore.
Film valido - anche se non capolavoro - che colpisce più per lo stile iperrealistico che per la sostanza di quanto racconta, anche se a un certo punto la trama riesce a diventare avvincente. Park sa fare tesoro delle ultime tendenze del cinema asiatico, da Kitano (alcune scene sono di una crudeltà difficile da reggere) a Ki-duk Kim, senza trascurare nemmeno il cinema hongkonghese di John Woo, ma tirandone fuori una miscela assolutamente personale. Direi che non è il capolavoro cui molti hanno gridato, ma la sostanza c'è, lo stile pure e quindi non resta che applaudire il quarantatreenne Park, nuovo astro del cinema sudcoreano, ed aspettare di vedere gli altri capitoli della sua "trilogia delle vendetta".
Conseguenze dell'amore?
by sasso67 (03/06/2006 - 13:02)
La febbre (Italia, 2005) di Alessandro D'Alatri. Con Fabio Volo (Mario Bettini), Valeria Solarino (Linda), Gisella Burinato (Maddalena, la mamma), Cochi Ponzoni (il padre), Arnoldo Foà (il Presidente), Thomas Trabacchi (Bicio), Massimo Bagliani (Cerqueti), Vittorio Franceschi (Faoni), Lucilla Agosti (Marina), Alessandro Garbin (Giovanni), Gianluca Gobbi (Marco), Paolo Jannacci (Luca).
Anche questo film di D'Alatri è un tassellino in quella che si potrebbe definire la "ripresina" del cinema italiano. Il regista romano, ormai cinquantenne, non è un Autore con la A maiuscola, ma è uno che conosce bene il suo mestiere: viene dalla gavetta, è un apprezzato autore (con la a minuscola) di spot commerciali e tecnicamente sa il fatto suo. Nell'ambito del cinema "medio", quello senza grandi pretese artistiche, seppure di grande dignità, è uno dei nostri migliori talenti. La febbre parte bene, con quella storia credibilissima di un giovane di provincia, indolente fuori corso di Architettura, che sogna di aprire un locale notturno insieme agli amici d'infanzia. Come capita sempre più spesso, la storia si arena quando entra in scena "il grande amore". Il regista diventa improvvisamente impacciato e accumula troppi particolari logori, abusati e poco credibili (la ragazza bellissima e bravissima che fa la cubista per mantenersi... ma non ha una famiglia?).
Il film si fa comunque vedere, alternando alcune pagine ambientate all'interno degli uffici comunali (ne so qualcosa...) che ricordano il romanzo La donna della domenica di Fruttero & Lucentini, ad altre buttate là un po' per sentito dire (il geometra comunale che va per le case a riscuotere? ma va là...). Il finale, volutamente alla Frank Capra, non scontenta nessuno, anche se puzza un po' troppo di buonismo.
All'attivo del film c'è sicuramente la prova di Fabio Volo, uno showman che meriterebbe di essere sfruttato di più e meglio dal nostro cinema. Accanto ad altri interpreti di valore (Foà, Ponzoni, Trabacchi, Bagliani, Franceschi, il figlio di Enzo Jannacci, tale e quale al padre per presenza e voce), c'è Valeria Solarino, che è solo bella, anche se ci sembra in grado di recitare parti più sostanziose di quella della Linda (Balla, Linda) che balla sul cubo.
Meglio di niente
by sasso67 (29/05/2006 - 20:06)
Il resto di niente (Italia, 2004) di Antonietta De Lillo. Con Maria de Medeiros (Eleonora Fonseca Pimentel), Enzo Moscato (Gaetano Filangieri), Rosario Sparno (Gennaro), Imma Villa (Graziella), Riccardo Zinna (Pasquale Tria).
La storia di Eleonora Fonseca Pimentel, una delle intellettuali artefici della rivoluzione napoletana del 1799, impiccata dopo la restaurazione borbonica. L'argomento avrebbe richiesto ben altri tempi e finanziamenti che non quelli a disposizione della pur lodevole De Lillo, anche perché alla base c'era un bel romanzo storico di Enzo Striano, del quale, a detta di chi l'ha letto, nel film rimane men che l'ossatura. La rivoluzione si vede a malapena, i movimenti di massa sono pressoché assenti (alla grazia di Ejzenstejn!), mentre sono inconsistenti alcuni personaggi chiave come Filangieri e Cuoco. E tuttavia la figura di Eleonora Fonseca Pimentel, profuga portoghese nella Napoli borbonica di fine settecento, donna libera, abituata a pensare con la propria testa, malmaritata a causa delle difficoltà economiche della famiglia, emerge con sufficiente nitidezza, anche grazie all'interpretazione di Maria de Medeiros (anch'ella portoghese), che una volta tanto riesce a non essere odiosa come al solito.
Il titolo non fa il monaco
by sasso67 (29/05/2006 - 20:03)
Poliziotti violenti (Italia, 1976) di Michele Massimo Tarantini. Con Antonio Sabato (commissario Tosi), Henry Silva (magg. Altieri), Silvia Dionisio (Anna), Ettore Manni (avv. Vieri), Daniele Dublino (il tenente), Claudio Nicastro (il generale), Thomas Rudy (gangster che mangia cioccolata).
Questo poliziottesco ha un intento lodevole, cioè quello di stigmatizzare il golpismo di destra, strisciante soprattutto nelle forze armate per tutti gli anni sessanta e settanta della nostra storia, ma la realizzazione è schematica e semplicistica. Gli inseguimenti sono troppi e sempre uguali a sé stessi e alla lunga stancano. Gli attori non aiutano la riuscita del film, con Henry Silva quanto mai inespressivo. A Tarantini era più congeniale la commediaccia all'italiana.
Questo matrimonio non s'ha da fare
by sasso67 (29/05/2006 - 19:56)
Il bel matrimonio (Francia, 1982) di Eric Rohmer. Con Béatrice Romand (Sabine), André Dussollier (Edmond), Féodor Atkine (Simon), Arielle Dombasle (Clarisse), Huguette Faget (Maryse, l'antiquaria), Thamila Mezbah (la madre di Sabine).
Uno dei migliori film di Rohmer, dunque un buon film. Come gli altri, un po' verboso, ma accettabile nella sua aderenza alla realtà, spesso mediocre, dei personaggi che descrive. Vitalissima la protagonista, con le sue bugie e i suoi mezzucci, ottima Béatrice Romand nell'interpretare un personaggio femminile perdente, descritto con simpatia, ma senza indulgenze verso i suoi difetti. Non è un capolavoro, ma si guarda con piacere.
Ultimi film visti
by sasso67 (22/05/2006 - 20:14)
Best (GB, 2000) di Mary McGuckian. Con John Lynch (George Best), Ian Bannen (Sir Matt Busby), Jerome Flynn (Sir Bobby Charlton), Ian Hart (Nobby Styles), Patsy
Kensit (Anna), Linus Roache (Denis Law), Roger Daltrey (Rodney Marsh).
Biografia in vita (l'ex calciatore nordirlandese è morto nel 2005) di una delle leggende del calcio britannico, meteora breve ed eccessiva sul campo di calcio come nella vita. Interessante dal punto di vista strettamente cronachistico, anche grazie alla sincerità del protagonista (che compare nella sigla finale), il film è malriuscito nonostante la perizia tecnica con la quale la regista è riuscita ad integrare le immagini di repertorio con quelle girate da lei stessa. La storia è raccontata con poca emozione, tirata via, e alcuni eccessi di Best sono sottaciuti. L'attore John Lynch, anche coautore del copione, appare fuori parte, poiché troppo vecchio per interpretare un ventenne, seppure malvissuto. Il doppiaggio italiano non migliora certo la situazione. Un'occasione sprecata.
Adrenaline - Non ci sono limiti (Olanda/Sud Africa, 2003) di Roel Reiné. Con Jason Fijal (Jason), Georgina Verbaan (Freya), Daniel Luis Rivas (Dracko), Thomas
Lockyer (Richard), Keren Tahor (Breeze), Christopher Simon (Michelson).
Freya, ricca figlia di un avvocato di successo muore cadendo in un burrone con la sua auto. Il caso è archiviato come suicidio, ma il fidanzato, praticante nello studio del futuro suocero, non ci vede chiaro e comincia ad indagare per suo conto. Scopre così che la ragazza faceva parte di un gruppo di giovani dediti alla ricerca delle emozioni iperforti ed altre attività illegali.
Adrenaline è un film totalmente assurdo, incomprensibile, confuso, insignificante, recitato malissimo, dalla fotografia lumacosa, senza ritmo, palloso, irritante. Uno si potrebbe domandare perché l'ho guardato e la risposta è che la guida tv (FilmTv) l'aveva messo in programma come l'omonimo film francese, diretto da vari registi, del 1990. Purtroppo si sbagliava.
Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera (Corea del Sud/Germania, 2003) di Kim Ki-duk. Con Yeong-su Oh (il vecchio monaco), Kim Ki-duk (il monaco adulto), Young Min-kim (il giovane monaco adulto), Jae-kyeong Seo (l'allievo ragazzo), Yeo-jin Ha (la ragazza), Jong-ho Kim (l'allievo bambino), Jung-young
Kim (la madre della ragazza), Dae-han Ji (detective Ji), Min Choi (detective Choi), Ji-a Park (la madre del bambino), Min-young Song (il bambino).
Bellissimo film di uno degli autori più significativi del cinema odierno, un autore che non si può mai ignorare, nel bene e nel male, un po' come l'europeo Haneke. Primavera... è un film che comincia con cadenze lente, ma si fa seguire con interesse dall'inizio alla fine, con piacere sempre crescente. Alcune simbologie sono scoperte (la pietra che l'uomo si deve tirare dietro), altre sono da decifrare, soprattutto quelle legate alle figure degli animali (il pesce, la rana, il serpente, il gatto), ma anche alle porte, costruite anche dove non esistono pareti (indicano forse certi passaggi obbligati che l'uomo deve comunque affrontare). Accompagnato da una fotografia eccezionale, che rende al meglio le cinque stagioni raccontate - e che colpisce specialmente nella parte invernale, con il laghetto ghiacciato -, il film di Kim Ki-duk ha la semplicità e la compattezza delle opere grandi.
Una lunga domenica di passioni (Francia/Germania, 2004) di Jean Marc Jeunet. Con Con Audrey Tautou (Mathilde), Gaspard Ulliel (Manech), Dominique Pinon (Sylvain), Chantal Neuwirth (Bénédicte), André Dussollier (Pierre-Marie Rouvières), Ticky Holgado (Germain Pire), Marion Cotillard (Tina Lombardi).
Bellissimo film francese con scene di battaglia di una potenza paragonabile soltanto ai capolavori del genere (All'ovest niente di nuovo e Orizzonti di gloria), ma anche un film sulla potenza dell'amore. La lunghezza del film causa in qualche momento delle cadute di ritmo, ma l'insieme è quello di un grande film, probabilmente il miglior film francese degli ultimi dieci anni. Alcune sequenze grottesche, che comunque non cadono mai nel patetico, con dei colori virati sul giallo (per contrastare le atmosfere livide della guerra), sono tipici di Jeunet fin dai tempi di Delicatessen. Davvero brava Audrey Tautou.
Noir in L.A.
by sasso67 (12/05/2006 - 20:32)
L.A. Confidential (USA, 1997) di Curtis Hanson. Con Russell Crowe (agente Bud White), Guy Pearce (ten. Edmund Exley), Kevin Spacey (serg. Jack Vincennes), Kim Basinger (Lynn Bracken), James Cromwell (capitano Dudley Smith), Danny De Vito (Sid Hudgens), David Strathairn (Pierce Patchett), Ron Rifkin (procuratore distrettuale Ellis Loew), Paolo Seganti (Johnny Stompanato), Graham Beckland (serg. Stensland), Brenda Bakke (Lana Turner).
Ottimo film, solido e raffinato, tratto da un romanzo di Ellroy, con ottimi attori (il mio preferito è ovviamente Kevin Spacey, ma molto bravo anche Danny De Vito), una bella fotografia che rende perfettamente il clima d'epoca (siamo all'inizio degli anni cinquanta) e una regia professionale che non sfigura al confronto con lavori simili. Certo, non tutto è immediatamente comprensibile - anche se alla fine tutto quadra alla perfezione - ma questo rientra nello schema del noir classico americano alla Grande sonno (libro di Chandler e film di Hawks), dove conta più l'atmosfera della trama.
Un film che si segue come un'avventura e si gode come un buon libro.
Kim Basinger è bella, anche se preferibile quando è Lynn Bracken piuttosto che la sosia di Veronica Lake, cui somiglia abbastanza poco.
Divertente l'episodio in cui il protagonista (Pearce) incontra Lana Turner e la scambia per una prostituta.
Capitano sopra la legge
by sasso67 (02/05/2006 - 12:32)
Capitan Conan (Francia, 1996) di Bertrand Tavernier. Con Philippe Torreton (capitano Conan), Samuel Le Bihan (Norbert), Bernard Le Coq (tenente De Scève), François Bérleand (comandante Bouvier), Claude Rich (generale Pitard de Lauzier), Catherine Rich (Madeleine Erlane), Pierre Val (Jean Erlane), Claude Brosset (padre Dubreuil), Cécile Vassort (Georgette), Crina Muresan (Ilyana).
Ho una predilezione particolare per i film di Bertrand Tavernier, fin dai tempi in cui vidi Che la festa cominci... (1975); e secondo me il cineasta lionese è il miglior regista francese, Truffaut compreso, a partire dalla metà degli anni settanta. Ha un piglio "americano" che sa innestare nella tradizione migliore del cinema europeo, nel senso che ha ritmo nella narrazione, senza disdegnare i contenuti e l'intelligenza dei dialoghi. Che la Grande Guerra fosse una sua fonte d'ispirazione per parlare anche dell'oggi, ma soprattutto dell'uomo in generale (della coscienza, delle responsabilità individuali), Tavernier lo aveva già dimostrato con La vita e niente altro (1989), e con Capitan Conan ribadisce il discorso con forse ancora maggior vigore. L'ufficiale Conan è, durante la Prima Guerra Mondiale, il capo di un gruppo di soldati (lui prefersice definirli guerrieri) interno all'esercito francese dislocato nei Balcani, ma con ampia discrezionalità di manovra (un po' come l'esercito italiano aveva gli arditi, che furono poi lo zoccolo duro del nascente fascismo). I metodi di Conan sono poco convenzionali ma indubbiamente efficaci, tanto che l'ufficiale si considererà uno di quelli che hanno vinto la guerra, mentre gli altri vi hanno semplicemente partecipato. Con queste premesse, è ovvio che Conan, un po' come Rambo, stenterà ad accettare la disciplina militare prima, e a rientrare nei ranghi a guerra finita dopo. Tanto che in un finale non retorico ma commovente, il tenente Norbert che era stato suo amico, apprezzato dal soldataccio per la sua viva intelligenza, ritroverà Conan in una bettola di paese ad attendere una repentina morte per cirrosi.
Capitan Conan comincia con delle sequenze d'azione degne di Salvate il soldato Ryan (1998, le date sono importanti) e finisce con i rimpianti di due reduci che hanno compreso l'assurdità dell'inutile strage, come fu definita la Prima Guerra Mondiale dal papa Benedetto XV. Non saprei quanto il film di Tavernier sia pacifista e antimilitarista (il giovane vigliacco Erlane deve riscattarsi con un atto di eroismo, nella bella battaglia finale, per essere apprezzato come persona), ma di certo, pur con qualche macchiettismo di troppo, come la figura del generale Pitard de Lauzier o la Marsigliese suonata in maniera stonatissima (tanto da ricordare M*A*S*H* o Comma 22), sta benissimo accanto alle pietre miliari cinematografiche sulla Grande Guerra, come All'ovest niente di nuovo (1930), Orizzonti di gloria (1957), Per il re e per la patria (1964, per alcuni versi il film ideologicamente più simile a questo), Uomini contro (1970).
Fra tanti volti credibilissimi come soldati della Grande Guerra e una ricostruzione d'ambiente semplicemente eccezionale, sono molto bravi i due protagonisti, specialmente Philippe Torreton.
Morte per porci
by sasso67 (29/04/2006 - 22:18)
Porci, geishe e marinai (Giappone, 1961) di Shoei Imamura. Con Hiroyuki Nagato (Kinta), Mitzi Mori (Haruko), Yôko Minamida (Katsuyo), Kin Sugai (la madre di Haruko), Tetsuro Tamba (Tetsu).
Una banda della malavita giapponese si accorda con un trafficante nippoamericano per ricevere i rifiuti di una grossa base yankee sull'isola, allo scopo di impiantare un allevamento di maiali. Kinta, un sottoproletario perdigiorno, viene ingaggiato come guardiano dell'allevamento, ma sarà coinvolto nelle malefatte della banda, nonostante che la dolce fidanzata Haruko lo scongiuri di abbandonare la compagnia dei malviventi per trovarsi un lavoro serio.
Ottimo film - del resto il nome di Imamura è una garanzia - che casualmente uscì nello stesso anno di Accattone, film da cui sembra avere mutuato la figura del protagonista. Purtroppo proprio Kinta è la nota meno riuscita di Porci, geishe e marinai, poiché è un personaggio un po' troppo macchiettistico, caratteristica, quest'ultima, accentuata dal doppiaggio italiano. In sostanza il protagonista del film di Imamura, più che a Franco Citti somiglia Jerry Lewis (è sempre vestito da americano, con jeans, giubbotto da universitario e berrettino da baseball). Il film va comunque visto per quanto ci dice sul Giappone del dopoguerra e soprattutto sul dolore con il quale Imamura guarda il suo paese ridotto a nutrirsi dei rifiuti delle basi americane. Mi sembra di poter dire che Porci, geishe e marinai è una grande metafora del Giappone postbellico, con i giapponesi più o meno costretti a trangugiare tutto quanto venga dagli USA, siano pure gli scarti del loro cibo o della loro cultura. Il pessimismo di Imamura non fa sconti nemmeno a un personaggio buffonesco come quello di Kinta, né alla sua fidanzata.
Detto questo, vorrei far notare come sia Mereghetti che Morandini, dando un giudizio negativo sul film (il che è più che leggittimo: a me è piaciuto, a loro no), riportano una trama totalmente diversa da quella del film di Imamura; cosa che mi porta nuovamente ad affermare che loro il film non l'hanno visto, oppure hanno visto una versione talmente tagliata da risultare incomprensibile. E viene nuovamente da interrogarsi sul ruolo del critico cinematografico (e del critico in generale): ma è proprio obbligatorio scrivere di tutti i film, oppure non sarebbe meglio non parlare dei film che non si sono visti?
Morandini: «I marinai di una base americana in un porto giapponese hanno trasformato la città in un grande bordello. Kinta (Y. Nagato) lavora per una banda di trafficanti che riciclano le forniture alimentari made in USA come cibo per i maiali. Spinto dalla sua amichetta Haruko (M. Mori), cerca di mettersi in proprio, ma viene eliminato. Parabola sui rapporti tra l'occupazione straniera e la corruzione giapponese, è il film più anti-americano di S. Imamura (1926) il cui impegno militante di sinistra è visibile in tutta la 1a parte della sua carriera. Qui la diagnosi di una situazione sociale è rappresentata con una durezza impietosa, non priva di umor nero e non esente da sensazionalismo».
Mereghetti: «In un porto giapponese, dove sono di stanza militari americani, una banda di yakuza traffica nel riciclaggio dei resti delle forniture alimentari americane, usate come cibo per porci. Spinto dalla sua amante, la prostituta Haruko (Mori), Kinta (Nagato) tenta invano di mettersi da parte. Uno dei pochi film di Imamura a essere giunto in Italia: radiografia impietosa, ma tentata spesso dal sensazionalismo, di un mondo marginale dove a contare sono gli istinti primari del cibo e del sesso. Polemica contro la presenza degli americani, e intenzioni provocatorie nel tono greve e virulento (vedi la fiumana dei maiali nel finale)».
In rosso ho selezionato le inessattezze più clamorose dei due critici italiani.
Quo vadis, Gabry?
by sasso67 (25/04/2006 - 17:08)
Quo vadis, baby? (Italia, 2005) di Gabriele Salvatores. Con Angela Baraldi (Giorgia Cantini), Gigio Alberti (prof. Andrea Berti), Claudia Zanella (Ada Cantini), Elio Germano (Lucio), Andrea Renzi (Commissario Bruni), Luigi Maria Burruano (il Capitano), Bebo Storti (Lattice), Rino Diana (Giulio), Ylenia Malti (ragazza della finestra).
Un film medio, come invece Io non ho paura era un film alto. La trama di Quo vadis, baby? è prevedibile, nonostante la struttura da giallo, che in alcuni momenti ricorda ddirittura il primo Dario Argento. C'è anche qualche banalità di troppo nei dialoghi, che in qualche brano sembrano tratti dalle citazione che si trovano stampate sulle magliette spiritose, come quando Giorgia domanda a Berti se crede in dio e questi risponde "Diciamo che lo stimo". C'è troppa autoreferenzialità, come se tutta la vita fosse interpretabile con la chiave del cinema; alcune citazioni sono esplicite (Ultimo tango a Parigi, M di Lang), ma ve ne sono molte altre sparse qua e là. Perfino la colonna sonora, composta da bei pezzi di rock, appare forzata: in alcuni momenti fin troppo sbracata (era meglio non mettere in un film come questo un pezzo, pur bellissimo, che s'intitola Psycho Killer, dei Talking Heads d'annata), in altri punti in apparente rincorsa delle scelte di Tarantino (i pezzi dei Ramones, Ragazzo di strada dei Corvi, Pugni chiusi dei Ribelli).
Eppure dei lati positivi del film sono evidenti, come l'indubitabile professionismo e la padronanza di mezzi di Salvatores, al cui servizio è la fotografia, ancora una volta di Italo Petriccione, tutta in toni lividi e notturni, che sa rendere alla perfezione un'atmosfera d'angoscia e che in alcune scene sotto i portici bolognesi sembra ispirarsi al barbaro assassinio del professor Marco Biagi (in alcuni scorci manca soltanto la biciletta appoggiata al muro). All'attivo del film sono poi le interpretazioni, dall'Angela Baraldi che esordì tanti anni fa nel video degli Stadio Chiedi chi erano i Beatles, ai sempre ottimi Andrea Renzi (un punto fermo per la cinematografia italiana almeno dall'Uomo in più di Sorrentino) e Luigi Maria Burruano. Gigio Alberti fa per l'ennesima volta la parte dell'eccentrico con velleità di artista e tombeur des femmes e rischia di rinchiudersi in un cliché. Notevole la breve apparizione di Bebo Storti nella parte di un marito cornuto e un po' psicopatico.
P.S La sceneggiatura è accreditata a Salvatores in collaborazione con Fabio Scamoni, che qualche tempo fa rispose a un mio post su questo blog.
Nella testa dell'attore
by sasso67 (23/04/2006 - 20:13)
Essere John Malkovich (GB/USA, 1999) di Spike Jonze. Con John Cusack (Craig Schwartz), Cameron Diaz (Lotte Schwartz), Catherine Keener (Maxine Lund), John Malkovich (John Horatio Malkovich), Orson Bean (Dr. Lester), Mary Kay Place (Floris), Charlie Sheen (Charlie Sheen), Sean Penn (sé stesso), Brad Pitt (sé stesso).
Lo sceneggiatore Charlie Kaufman ha scritto un copione che, specialmente nella prima parte (la più riuscita) sembra essere nato dalla collaborazione tra Franz Kafka e Woody Allen. Con un occhio anche ai fratelli Coen di Mr. Hula Hoop, il protagonista, interpretato dal bravo John Cusack (particolarmente adatto alle parti di uomo mediocre sorpreso dagli eventi del mondo), sembra anche una versione ripulita e meno laida del Mickey Sabbath, personaggio principale del capolavoro letterario Il teatro di Sabbath di Philip Roth. Al di là delle metafore contenute, che vengono fin troppo allo scoperto nel finale del film, bisogna riconoscere la bravura di chi ha saputo sceneggiare e poi dare corpo (il regista Spike Jonze, genero di Coppola) a quest'insieme di situazioni e battute da teatro dell'assurdo ("Voglio diventare un transessuale", dice all'improvviso la mogliettina del protagonista), che si traducono in un piacere per gli occhi dello spettatore. Così come si deve riconoscere il coraggio di John Malkovich professionista e persona nel mettersi in gioco più di quanto non richieda il semplice ruolo dell'attore. Ci sono molte citazioni (molto bella quella del ristorante pieno di Malkovich, compresi bimbi e nani, che pare venga da un film di Buster Keaton) e rimandi colti e intelligenti, che fanno sì che il film possa essere apprezzato da chi non va in cerca di puro e semplice intrattenimento. Molto ben riuscito il personaggio fatuo e amorale della Maxine interpretata da Catherine Keener.
Ombre grigie
by sasso67 (22/04/2006 - 23:08)
Ombre (USA, 1959) di John Cassavetes. Con Lelia Goldoni (Lelia), Ben Carruthers (Bennie), Hugh Hurd (Hugh), Anthony Ray (Tony), Dennis Sallas (Dennis), Tom Reese (Tom), David Pokitillow (David), Rupert Crosse (Rupert), David Jones (Davey), Victoria Vargas (Vickie).
Ombre fu, all'epoca in cui uscì, più che un pugno nello stomaco, un pugno in un occhio del vecchio cinema hollywoodiano. Spiazzò il pubblico e anche la critica, rivelando in John Cassavetes un nuovo vero autore cinematografico. Autore di ambizioni meno titaniche di quelle di Orson Welles, Cassavetes è stato, per stile e coerenza alle proprie idee cinematografiche, un grande regista, che si piegava a recitare (bene) per finanziare le opere in cui credeva veramente. In questa sua opera prima mette in scena, senza una vera e propria trama, ma seguendo un filo logico abbastanza esile, i problemi di un gruppo di giovani newyorchesi e in particolare quelli di una ragazza di pelle bianca ma di famiglia afroamericana che non sa bene cosa vuole, mentre i suoi fratelli sembrano sapere bene cosa non debba volere.
Paragonabile a una lunga suite di jazz - dal quale del resto è sottofondato - Ombre ricorda qualche libro della Beat Generation, e penso in particolare a un romanzo peculiare come I sotterranei di Jack Kerouac. L'opera prima di Cassavetes è un film che non poteva avere successo quando uscì nelle sale, così come non potrebbe averlo oggi, ma è uno di quei lavori che vanno a costituire l'ossatura di una cinematografia, un po' come I quattrocento colpi e Fino all'ultimo respiro entrarono nel midollo osseo del cinema europeo.
Va' dove ti porta il core(ano)
by sasso67 (22/04/2006 - 13:35)
Ferro 3 - La casa vuota (Corea del Sud/Giappone, 2004) di Kim Ki-duk. Con Jae Hee (Tae-suk), Lee Seung-yeon (Sun-hwa), Kwon Yuk-ho (Min-gyu, il marito), Ju Ji-mo (ispettore Cho), Choi Jeong-ho (carceriere), Lee Ju-seok (il figlio dell'anziano), Lee Mi-suk (la nuora dell'anziano).
Il golf può essere uno sport violentissimo. E le quattro mura di una cella possono sprigionare la libertà dell'uomo. Molte cose sono ribaltate in questo film di Kim Ki-duk, che è certamente una delle figure più interessanti (è del 1960 e già da qualche anno fa opere degne di attenzione) del cinema degli ultimi anni. L'idea di partenza del film (il giovane, che non si sa chi sia, che entra nelle case vuote senza rubare niente), anzi, è una delle idee più geniali cui mi sia capitato di assistere. Non mi sembra, però, che qui il regista riesca a padroneggiare pienamente la materia, che forse avrebbe amministrato meglio in un corto o mediometraggio. Dopo un po', dopo una quarantina di minuti o poco più la storia si accartoccia su sé stessa e gli sviluppi successivi sembrano dei pretesti per tirarla per le lunghe. E il finale nel quale i protagonisti si dimostrano eterei, privi di peso, sebbene intelligente, puzza un pochino d'espediente, un po' come quando alla fine del film si scopre che il protagonista ha sognato (non è questo il caso, anche se potrebbe esserlo).
I due protagonisti sono bravissimi, in particolar modo Jae Hee che recita tutto il tempo con la propria espressione, senza mai pronunciare una parola, ma l'intera operazione sembra un estenuato remake terragno dell'Isola, film di un fascino crudele nettamente superiore a questo, che resta comunque, al di là dei difetti che vi ho riscontrato, un buon film, originale ed autoriale.
Mio fratello è figlio unico
by sasso67 (19/04/2006 - 18:50)
Il secondo fratello (Giappone, 1959) di Shoei Imamura. Con Hiroyuki Nagato (Kiichi Yasumoto), Kayo Matsuo (Yoshiko Yasumoto), Takeshi Okimura (Takaichi Yasumoto), Akiko Maeda (Sueko Yasumoto), Kô Nishimura (Goro Mitamura), Yoshio Omori (Seki), Taiji Tonoyama (Gengoro Henmi), Shinsuke Ashida (Sakai), Tanie Kitabayashi (la vecchia Sakata).
"Fratello" è una parola che in questo film si riappropria del suo significato originario, pregnante; è una parola che contiene in sé una serie di rimandi (alla famiglia, alle radici comuni, allo stesso sangue, a tutto ciò che unisce due o più persone nate e cresciute insieme) stupendamente illustrati da un'opera, dell'ingiustamente poco conosciuto Imamura, che tocca le corde profonde dell'anima. I quattro fratelli Yasumoto, rimasti orfani dopo la morte anche del padre, tentano disperatamente di restare uniti, e più ci provano, più si devono separare. Il più grande, venti anni, è una specie di 'Ntoni Malavoglia, svogliato e sfortunato, che un po' come l'Alberto Sordi di Mamma mia che impressione! tenta il colpo della vita con una fantomatica maratona. Yoshiko, sedici anni, è colei che si sacrifica, che per prima si allontana per andare a lavorare dovunque capiti, per mantenere la famiglia. Takaichi, tredici anni, è il secondo fratello, il Nianchan del titolo originale, quello forte, volitivo, determinato a riuscire là dove il padre e il fratello maggiore non sono riusciti a causa delle loro condizioni di miseria; in sostanza, "Taka" è il nuovo Giappone, quello che si rimbocca le maniche per lavorare, ma non solo, è quello che sa far funzionare il cervello e, con un approccio aggressivo alla vita, saprà farsi largo senza più dover aspettare il pane dallo stato o dalle umilianti raccomandazioni ai potenti di turno. Sueko, nove anni, è la piccola di casa, la narratrice della storia, una specie di Anna Frank volonterosa che narra la propria storia al suo diario. È Sueko che usa più di frequente le parole "fratello" e "sorella" ed è lei che alla fine riconoscerà l'inutilità degli sforzi fatti per timanere uniti: crollando con il capo sul quaderno sul quale sta raccontando le sue vicissitudini, concluderà scrivendo "sono sola".
Ma non c'è solo questo. Nella cittadina carbonifera in cui si svolge la storia, c'è tutta l'umanità, compresi una vecchia usuraia che ricorda quella di Delitto e castigo, un'assistente sociale dal cuore d'oro, un maestro elementare di buon senso, operai generosi e sindacalisti battaglieri. C'è un insieme di temi da far venire in mente tutti insieme Germinal e i Malavoglia, il neorealismo cinematografico italiano (richiamato anche da qualche suono di mandolini), fino al realismo poetico tipo Rocco e i suoi fratelli (che comunque è successivo di un anno). Ed è tutt'altro che una lagna: vi sono sequenze ironiche e scenette perfino comiche, talvolta ingenue, talvolte raffinate; Imamura non si ferma davanti a niente (mostra, nel 1959!, anche un anziano a culo nudo), perché così è la vita.
Il secondo fratello è un film eccezionale che conferma una volta di più il talento di Shoei Imamura, oggi quasi ottantenne (è nato il 15 settembre del 1926), il cui cinema, se ha un aspetto "scandaloso", come spesso è stato definito, è quello di non essere conosciuto a sufficienza qui da noi: basti pensare che non sono presenti recensioni su questo film né sul Mereghetti né sul Morandini. E invece è assolutamente da vedere.
Un'altra sporca guerra
by sasso67 (18/04/2006 - 20:53)
Il prigioniero del Caucaso (Russia/Kazakhstan, 1996) di Sergei Bodrov. Con Oleg Menshikov (Sasha Kostylin), Sergei Bodrov Jr. (Ivan Zhilin), Susanna Mekhraliyeva (Dina), Szhemal Sikharulidze (Abdul-Murat), Aleksandr Bureyev (Hasan), Valentina Fedotova (la madre di Ivan), Aleksei Zharkov (il comandante russo).
Un bel film, basato su un racconto di Tolstoj, ma portato ai giorni nostri, proprio agli albori della guerra tra la Russia e la Cecenia. Due soldati russi cadono nelle mani di un anziano montanaro ceceno che li vuole scambiare con il figlio progioniero dei soldati russi. Li sorveglia un ceceno muto e una ragazzina che s'innamora platonicamente del soldato più giovane.
Il film è interessante dal punto di vista delle dinamiche carceriere/prigioniero, ma anche da quello dei due soldati, che non potrebbero essere più diversi l'uno dall'altro, dato che uno è un sergente scafato e fanfarone, mentre l'altro è una recluta timida e gentile (che regala alla ragazzina cecena un uccello di legno). Poi c'è l'altro piano, quello delle dinamiche che passano sopra la testa dei semplici soldati, tanto che il primo scambio non va a buon fine perché i russi non portano l'ostaggio. Ci sono scene di violenza (una quasi insopportabile)anche se non si tratta certo di un film d'azione. Entrano in scena sempre nuovi personaggi, come la mamma di Ivan o il vecchio ceceno che ha perso due figli per mano dei russi e il terzo si è arruolato proprio nella polizia. Il finale del film, potentemente pacifista, è pessimista, e sembra voler dire che la guerra, una volta messa in moto, marcia in avanti indipendentemente dalla buona volontà di tanti personaggi che pensano di essere protagonisti e invece sono soltanto pedine.
Gli attori sono tutti bravi, da Menshikov a Bodrov Jr. (figlio del regista), da Sikharulidze alla giovane Susanna Mekhraliyeva.
Grano rosso sangue
by sasso67 (18/04/2006 - 19:10)
Io non ho paura (Italia/Spagna/GB, 2003) di Gabriele Salvatores. Con Giuseppe Cristiano (Michele), Mattia Di Pierro (Filippo), Fabio Tetta (Teschio), Dino Abbrescia (Pino), Aitana Sánchez-Gijon (Anna), Giulia Matturro (Maria), Diego Abatantuono (Sergio), Stefano Biase (Salvatore), Fabio Antonacci (Remo), Susi Sánchez (la madre di Filippo), Adriana Conserva (Barbara), Giorgio Careccia (Felice).
Con Io non ho paura Salvatores ritrova la felice ispirazione dei bei tempi di Marrakech Express (1989) e Turné (1990). Dal punto di vista figurativo è sicuramente il miglior film del regista napoletano-milanese, con qualche scorcio ambientato in mezzo ai campi di grano di un giallo-oro abbacinante che ricorda Riflessi sulla pelle (1990) di Philip Ridley. Sul piano puramente narrativo vi è qualche sfasatura e qualche scena che sembra un po' per di più (il carceriere che balla Parole parole di Mina, un paio di scolte drammatiche nel finale), sorprende in maniera nettamente positiva l'insospettata ed eccezionale bravura di Salvatores nell'esprimere il mondo dei ragazzini, per di più ragazzini (così diversi da quel che dev'essere stato lui) di famiglie modeste di campagna. Il film tratta con sensibilità e compassione, anche grazie alla collaborazione alla sceneggiatura di Niccolò Ammanhti (autore del romanzo da cui è tratto il soggetto), le tematiche che spesso hanno fatto grande il cinema con protagonisti i ragazzini: l'amicizia, il tradimento, la paura dell'ignoto, lo spirito d'avventura, l'incomprensione per il mondo degli adulti.
Ad una lode grande come una casa per l'autore della fotografia (Italo Petriccione) e per Pepo Scherman ed Ezio Bosso, autori delle belle e funzionali musiche originali (accanto alle quali si sente qualche pezzo d'epoca come Lugano addio di Ivan Graziani o Liù degli Alunni del sole), bisogna sottolineare l'eccezionale prova di tutti gli attori, a partire dai bambini (mi sono piaciuti in particolare Giuseppe Cristiano, Giulia Matturro, Fabio Tetta e Adriana Conserva), nonché la mostruosa prova d'attore di Diego Abatantuono, che grazie al trucco e alla sua recitazione interpreta alla perfezione un vero e proprio orco moderno.
Biacco
by sasso67 (17/04/2006 - 18:47)
Vipera (Italia, 2001) di Sergio Citti. Con Larissa Volpentesta (Rosetta a 12 anni), Annalisa Schettino (Rosetta a 18 anni), Harvey Keitel (Leone), Giancarlo Giannini (Guastamacchia), Elide Melli (Vipera), Goffredo Fofi (il prete), Olimpia Carlisi (la tenutaria), Rosario Ainnusa (Fortunato).
Dispiace parlar male di Vipera, penultimo film realizzato da Sergio Citti, scomparso l'11 ottobre 2005 a 72 anni. Però, francamente, non vedo come se ne possa parlare bene. La storia è quella di Rosetta, dodicenne, abitante in un paese della campagna siciliana durante l'ultima guerra mondiale. La ragazzina vive da sola con il padre, dopo che la madre è fuggita con un avventuriero. Messa incinta dall'ex capo del locale fascio, subito riciclatosi alla democrazia dopo l'arrivo degli americani, passerà alcuni anni in riformatorio (non si capisce perché), prima di ritrovare la madre e forse il figlio che le era stato tolto.
Il film non sta in piedi né nella trama né nella descrizione dei personaggi, il cui approfondimento psicologico è pari a zero. Sono troppi i buchi di sceneggiatura per non pensare che Vincenzo Cerami l'abbia scritta nei ritagli del tempo che più proficuamente dedica a Roberto Benigni. La repentina trasformazione di Guastamacchia da capo fascista a capo comunista è troppo repentina e non giustificata dall'arrivo degli americani; non si capisce perché la povera Rosetta, morto il padre, sarebbe dovuta finire in riformatorio: caso mai in orfanotrofio; non si capisce come possa Fortunato, bambino analfabeta, diventare un cantastorie. Va bene che si tratta di una favola, ma qui si è esagerato. L'operazione, fitta di simboli che non appartengono all'universo di Sergio Citti, nonostante parecchi rimandi alla commedia all'italiana dei tempi d'oro (da I soliti ignoti a Per grazia ricevuta), non è per niente riuscita. I personaggi sono, ben che vada, bidimensionali, con l'eccezione della dodicenne Rosetta, che però è troppo tirato via nella seconda parte del film. Gli attori sono quasi tutti bravi, a cominciare dalle donne e specialmente le ragazze Larissa Volpentesta e Annalisa Schettino (meglio la prima, però). Elide Melli, anche tra i produttori del film, ha una scena madre in cui fa la pazza e si denuda in strada sotto la pioggia. Giannini si arrabatta a cercare di rendere credibile un personaggio che non lo è già sulla carta, e si guadagna la pagnotta pur non riuscendo nell'intento. Keitel è bravo quanto meno a non rendere ridicolo un personaggio cui non assomiglia nemmeno lontanamente. Olimpia Carlisi recita ancora come ai tempi del sodalizio umano e artistico con Benigni, cioè malissimo. Tra gli attori, secondo me, strano a dirsi, il migliore è Goffredo Fofi, critico cinematografico, che recita nella breve parte di un prete di buon senso.
Il voto è un segreto
by sasso67 (16/04/2006 - 20:49)
Il voto è segreto (Iran/Italia/Svizzera/Canada, 2001) di Babak Payami. Con Nassim Abdi (rappresentante di seggio), Cyrus Abidi (il soldato).
Due soldati sulla spiaggia di un'isola iraniana. Dal cielo piove un baule. Dentro c'è il materiale per le elezioni. Un motoscafo scarica il rappresentante del seggio, che è una ragazza. Le cose si complicano per il soldato che deve accompagnarla attraverso i villaggi per raccogliere i voti degli abitanti.
Uno dei film iraniani degli ultimi tempi più distesi e meno lagnosi, che accentua il tasto dell'ironia, già presente nei lavori migliori di Kiarostami. E tuttavia il regista Payami non rinuncia a porre le questioni tipiche di un paese che affonda le radici in una civiltà islamica e fortemente patriarcale. La situazione non è nuova, specialmente quando la ragazza e il soldato sono costretti a compiere il viaggio in coppia. La giovane porta in dote l'ottimismo della democrazia, che pensa di poter fare a meno della forza di coercizione, mentre il soldato si fida soprattutto del proprio fucile. La ragazza pretende il rispetto delle regole della democrazia e il soldato quelle del codice militare e di polizia. La democrazia, però, non ha forza, in quanto piovuta dal cielo e la forza coercitiva del fucile non comprende una realtà multiforme come quella iraniana. Il film è lodevole negli intenti e si vede volentieri, ma i suoi assunti rischiano di essere vanificati in questi giorni nei quali un presidente semifolle (ma scommetto che ci sia del metodo in questa follia) ha fatto fare al paese un balzo indietro di diversi decenni, per quanto riguarda la democrazia della società e l'integrazione delle donne nei meccanismi politici. Gli unici "passi avanti" l'Iran di Ahmadinejad li ha fatti nel campo degli esperimenti atomici: chiamalo progresso! Fortuna per il regista che viva ormai da qualche anno stabilmente in Canada; almeno la sua libertà espressiva non sarà compressa.
Cinema in trance
by sasso67 (15/04/2006 - 14:09)
Terra in trance (Brasile, 1967) di Glauber Rocha. Con Jardel Filho (Paulo Martins), Paulo Autran (Porfirio Diaz), Josè Lewgoy (Felipe Vieira), Glauce Rocha (Sara), Paulo Gracindo (Don Julio Fuentes), Hugo Carvana (Alvaro), Danuza Leão (Silvia), Jofre Soares (padre Gil), Josè Marinho (Jerônimo).
Il ruolo dell'intellettuale, di sinistra, forse anarchico, al servizio dei potenti, conteso tra populisti, dittatori e capitalisti, e tuttavia alieno dall'assumersi qualsiasi tipo di responsabilità. I politici sono avversari ma speculari: Diaz e Vieira non si distinguono, mentre in mezzo, a fare da ago della bilancia sta il capitalista Fuentes, con la chiesa eldoradiana (= brasiliana) che sembra invece stare dalla parte del poulismo di Vieira. Il destino dell'intellettuale non potrà che essere quello di una fine nichilista.
Con una messinscena di stampo brechtiano, Terra in trance ebbe nel cinema brasiliano la stessa dirompenza che i primi film di Godard ebbero su quello francese. Glauber Rocha (1938-1981) era il fratello maggiore che lotta con i genitori per ottenere quelle libertà di cui godranno anche e soprattutto i fratelli più giovani: senza di lui non sarebbero probabilmente esistiti in quanto autori né Salles né Meirelles.
Gli attori sono quasi tutti funzionali alla recitazione straniata e straniante del film, eccetto forse il protagonista (Filho), che non ha il "fisico" del poeta (sembra un Klaus Kinski più robusto e meno folle), ma piuttosto del pugile o dell'avventuriero (in)deciso a tutto.
La stanza del padre
by sasso67 (15/04/2006 - 13:37)
Private (Italia, 2004) di Saverio Costanzo. Con Mohammed Bakri (Mohammed B.), Lior Miller (comandante Ofer), Hend Ayoub (Maryam B.), Tomer Russo (soldato Eial), Areen Omary (Samiah B.), Marco Alsaying (Jamal B.), Sara Hamzeh (Sarah B.), Karim Emad Hassan Aly (Karim B.), Niv Shafir (soldato Dan).
Il film del figlio del buzzone con i baffi non è certo un capolavoro, ma si può vedere. Vero è, piuttosto, che non si capisce con quale coraggio Private sia stato nominato a rappresentare l'Italia come candidato agli Oscar per il 2004. Comunque il poverissimo film ha una sua ragion d'essere nel tentativo di spiegare le dinamiche che si creano nei territori palestinesi occupati dagli israeliani. Un plotoncino di soldati è mandato ad occupare una casa di proprietà della famiglia di un pacifico professore liceale d'inglese. I soldati occupano i piani superiori della casa, lasciando la famiglia del professore al piano terreno e rinchiudendola in un'unica stanza durante la notte. Il titolo, in inglese, si riferisce sia al soldato semplice (Eial) che dimostra una maggiore sensibilità ed umanità (nel tempo libero legge Saramago e suona il flauto), sia all'invasione del privato di una famiglia che rifugge dall'estremismo, ma che in un suo giovane membro subisce le lusinghe dei terroristi che si immolano da eroi. Con molti pregi e molti difetti il filmetto va avanti anche grazie a una recitazione sotto le righe che serve a stemperare la tensione dell'insieme.
Samurai e contadini
by sasso67 (12/04/2006 - 22:09)
I sette samurai (Giappone, 1954) di Akira Kurosawa. Con Takashi Shimura (Kambei Shimada), Toshirô Mifune (Kikuchiyo), Yoshio Inaba (Gorobei Katayama), Seiji Miyaguchi (Kyuzo), Minoru Chiaki (Heihachi Heyashida), Daisuke Katô (Shichiroji), Isao Kimura (Katsushiro Okamoto), Keiko Tsushima (Shino), Yukiko Shimazaki (la moglie di Rikichi), Bokuzen Hidari (Yohei), Kokuten Kodo (Gisaku, il vecchio), Kamatari Fujiwara (Manzo), Shinpei Takagi (capo bandito).
Un capolavoro del cinema, avventuroso e sentito, girato con una maestria impeccabile, con un senso dello spettacolo difficilmente raggiungibile, con una sensibilità raramente eguagliata e con una forza espressiva che ha pochi pari nel panorama storico della decima musa. Più volte imitato, portato nel far west o nello spazio, I sette samurai è un classico intramontabile, eccezionale di per sé e ancor più importante nella storia del cinema: serve a comprendere anche una grossa fetta del cinema giapponese futuro, e trova un nipotino in un film come Zatoichi (2003) di Takeshi Kitano. Kurosawa, che nonostante le molte differenze non esiterei a paragonare da vicino al John Ford di Ombre rosse e della Pattuglia sperduta (se non a quello della Carovana dei mormoni), crea un pathos degno dei drammi scespiriani (che non ha caso porterà sullo schermo con Il trono di sangue e Ran), ma sa stupendamente stemperarlo con l'ironia dei buffoni di turno, come il magnifico soldato fanfarone interpretato con trasporto dal grande Mifune. La magia di Kurosawa, però, sta anche nella com-passione che sente e fa sentire per i propri personaggi, sia samurai sia contadini, contrapposti a quella specie di raffigurazione del male assoluto che è il capo dei banditi, rappresentato come una specie di distruttore alla Gengis Khan. E non è nemmeno vero, come pure è stato sostenuto, che il regista disprezzi i contadini, che critica per la loro grettezza e cattiveria, ma che giustifica, criticando allo stesso tempo, attraverso le parole di Kikuchiyo, la tradizionale violenza della casta dei samurai.
Giustamente votato al posto numero 5 nella classifica dei più bei film di tutti i tempi nel sito www.imdb.com, I sette samurai (meritoriamente riproposto dalla rivista Ciak nella originaria versone di 200 minuti), si avvale di uno dei più grandi registi della storia, di una fotografia fuori dall'ordinario e di attori eccellenti: in particolare i due interpreti che recitano nelle parti che spiccano, anche grazie a loro, sopra le altre, il già citato Toshirô Mifune e Takashi Shimura. Grande.
Soggetto e sceneggiatura di Mattia?
by sasso67 (08/04/2006 - 12:01)
Lorenzo Pelosini. Nato a Cecina (LI) il 4/6/1990, ha fin dalla tenera età interesse per la letteratura del ‘900 e per il cinema. A soli cinque anni ha dipinto un mazzo di Tarocchi artistici. A otto anni ha esordito nel mondo dello spettacolo con esibizioni dal vivo in villaggi turistici e navi da crociera. Ha scritto il libro sulle problematiche adolescenziali Il volo del falco; e sta dirigendo un film comico basato sul soggetto di Mattia Mura La Squadra Segreta, in cantiere da sei mesi. Il film tratta di tre ragazzi di Cecina che, in perfetto stile hollywoodiano, tentano di salvare Cecina dal perfido Granduca Vampiro, mescolando la realtà della città di Cecina con il mondo dell’orrore e con gag esilaranti stile Mel Brooks.
Dal sito http://www.museodeitarocchi.it/Artisti.htm
Sulla Luna con timore
by sasso67 (01/04/2006 - 14:15)
Conto alla rovescia (USA, 1968) di Robert Altman. Con James Caan (Lewis Stegler), Robert Duvall (Chiz Stewart), Joanna Moore (Mickey Stegler), Barbara Baxley (Jean), Charles Aidman (Gus), Steve Inhat (Ross Duellan), Michael Murphy (Rick).
Il secondo film di Altman mostra già una notevole maturità (il regista nel 1968 aveva già 43 anni), benché evidenzi parecchi difetti, dovuti probabilmente al fatto che la produzione intervenne pesantemente in fase di montaggio, sottraendo di fatto il film a chi l'aveva diretto per quattro quinti (le fasi sulla Luna furono girate da William Conrad). Ci sono parti figurativamente e anche narrativamente efficaci: la mia preferita è la breve sequenza dell'astronauta solo nella capsula quando comincia il countdown. Conto alla rovescia non è il classico film di fantascienza, ma un film che mette al centro dell'attenzione il rapporto di amicizia che rischia di incrinarsi per la rivalità professionale, ma che poi si rinsalda nel momento del bisogno, ma anche il rapporto con la moglie e con il figlio (non a casao alla fine è il topolino di gomma del figlio ad indicare all'astronauta la direzione giusta). Il film di Altman lancia anche un messaggio di amicizia verso il nemico storico dell'America durante la guerra fredda, tanto è vero che Lewis sulla Luna affianca alla bandiera a stelle e strisce quella rossa con la falce e il martello degli astronauti sovietici periti nell'allunaggio. Nonostante alcune inutili lungaggini e alcuni interpreti così così - a parte Duvall, Caan non è mai stato un grande attore, mentre le donne sono veramente giù di tono - Conto alla rovescia si fa guardare volentieri anche a quasi quarant'anni di distanza. Certo, non è il coevo 2001: Odissea nello spazio, ma nel gruppetto di film di argomento spaziale di buona lega ci sta con dignità.
Harvey non abita più qui
by sasso67 (01/04/2006 - 13:03)
Donnie Darko (USA, 2001) di Richard Kelly. Con Jake Gyllenhaal (Donnie Darko), Holmes Osborne (Eddie Darko), Maggie Gyllenhaal (Elizabeth Darko), Daveigh Chase (Samantha Darko), Mary McDonnell (Rose Darko), James Duval (Frank), Patrick Swayze (Jim Cunningham), Jolene Purdy (Cherita Chen), Jena Malone (Gretchen Ross), Drew Barrymore (prof. Karen Pomeroy), Noah Wyle (prof. Kenneth Monnitoff), Katharine Ross (Lilian Thurman, la psicologa), Patience Cleveland (Nonna Morte).
Film horror con idee, Donnie Darko ha una sua dignità, anche se è esagerato il 97° posto nella classifica dei migliori film di tutti i tempi che occupa sull'Internet Movie Database. È un film che non imbocca una strada precisa all'inizio del film, differenziandosi dalla massa dei film horror che, una volta individuata la direzione, la seguono dall'inizio alla fine, generalmente per arrivare a una conclusione granguignolesca. Come struttura narrativa, Donnie Darko mi ha ricordato Allucinazione perversa, ma con qualche suggestione niente di meno che del Settimo sigillo bergmaniano. Questo perché tutta la vicenda sembra svolgersi in un attimo sospeso a cavallo dell'Apocalisse. E che vi siano riferimenti metacinematografici è dimostrato dalla citazione ripetuta di Ritorno al futuro da parte del protagonista. Si tratta di un film che forse per essere compreso appieno va visto almeno due volte, ma anche ad una prima visione riesce ad affascinare lo spettatore con la forza del mistero e di bellissime immagini.
Sono bravi anche gli attori, tra i quali preferisco i due fratelli Maggie e Jake Gyllenhaal, e Patrick Swayze, imbruttito rispetto ai tempi di Ghost, ma che dimostra di saper recitare un personaggio sgradevole, simile a quello interpretato da Tom Cruise in Magnolia.
Si astengano dalla visione tutti coloro che avevano apprezzato il coniglione Harvey nel film omonimo del 1950 con James Stewart: siamo caso mai dalle parti, funeree e grottesche, dei coniglioni neri che portavano la bara per Pinocchio quando si rifiutava di prendere la medicina.
Ronzii alcolici
by sasso67 (25/03/2006 - 22:42)
Mosche da bar (USA, 1996) di Steve Buscemi. Con Steve Buscemi (Tommy Basilio), Carol Kane (Connie), Mark Boone Junior (Mike), Bronson Dudley (Bill), Anthony LaPaglia (Rob), Elizabeth Bracco (Theresa), Michael Buscemi (Raymond), Mimi Rogers (Patty), Eszter Balint (Marie), Debi Mazar (Crystal), Chloe Sevigny (Debbie), Daniel Baldwin (Jerry), Seymour Cassel (zio Al).
Mosche da bar è un buon film, e l'esordiente alla regia Steve Buscemi, benché di gran lunga preferibile come attore, sa cavarsela anche dietro la macchina da presa. Non si assiste ad avventure mirabolanti, ma alle mediocri peripezie di un perdigiorno, la cui principale occupazione è quella di passare lunghe ore al Trees Lounge (il bar che dà il titolo originale al film) a sbronzarsi e sperare in qualche avventura di una notte. Meccanico disoccupato, riuscirà a trovare un'occupazione soltanto come gelataio ambulante dopo la morte di uno zio. Incapace di apprezzare perfino le amicizie, riuscirà ad attirarsi addosso l'ira e il disprezzo anche di coloro che gli vogliono bene.
Si respira un'aria che rimanda ad alcuni film di John Cassavetes (si pensa a Minnie e Moskowitz o a Mariti), come dimostra anche la presenza del vecchio Seymour Cassel. Buscemi, ottimo interprete, dimostra di sapersela cavare anche dietro la macchina da presa e, visti i risultati, si spera che continui a coltivare questa attività, pur senza tralasciare quella per cui è nato, cioè il mestiere d'attore.
Noiasubianco
by sasso67 (25/03/2006 - 18:24)
Nerosubianco (Italia, 1969) di Tinto Brass. Con Anita Sanders (Barbara), Terry Carter (l'uomo di colore), Nino Segurini (Paolo), i Freedom (il gruppo rock).
Chi sostiene che Tinto Brass abbia cominciato a fare brutti film, ossessionato soltanto dal sesso, a partire dalla Chiave (1983) oppure, secondo i più audaci, da Caligola (1979), hanno preso un grosso granchio. Il vecchio Tinto faceva già grosse cagate anche molto prima. Prendiamo questo Nerosubianco, un guazzabuglio senza trama e del quale non si capisce il significato. Un'accozzaglia di immagini prese da vecchi film (si riconosce Un chien andalou di Buñuel) e da filmati di repertorio con molta meno logica di un programma televisivo geniale come Blob. Qui, come nel 90% dei film di Brass la noia la fa da padrona. il regista cerca qualche colpo da maestro qua e là, trasformando le donne in mucche e mettendone una sul bidet, ma senza dialogo e senza uno straccio di niente da dire, la faccenda stanca alla svelta.
Discreta invece la colonna sonora, a cura del gruppo rock Freedom, con musiche che a tratti ricordano Jimi Hendrix.
Musulmani brava gente
by sasso67 (19/03/2006 - 17:05)
Un bacio appassionato (Gb/Belgio/Germania/Italia/Spagna, 2004) di Ken Loach. Con Atta Yaqub (Casim Khan), Eva Birthistle (Roisin Hanlon), Shamshad Akhtar (Sadia Khan), Ghizala Avan (Rukhsana Khan), Shabana Akhtar Bakhsh (Tahara Khan), Ahmad Riaz (Tariq Khan), Shy Ramsan (Hamid), Gerard Kelly (parroco cattolico), Emma Friel (Annie), Pasha Bocarie (Amar), Sunna Mirza (Jasmine).
Niente di nuovo sotto il sole, però... Però se Romeo e Giulietta fosse ambientato oggi in Gran Bretagna sarebbe probabilmente una storia come quella di Un bacio appassionato. Ken Loach ha tra i suoi maggiori meriti quello di saper acchiappare come pochi altri la realtà, anche quella dei giovani (altro che le commediole straparlate di Rohmer!), e di non fingere di vivere dentro una torre d'avorio. Intendo dire che in questo film non solo sono messi in primo piano i problemi delle storie d'amore tra persone di diverse religioni, etnie, oserei dire civiltà, ma non si nasconde che questi problemi ancestrali si sono acuiti in seguito ai fatti dell'11 settembre 2001 (e figuriamoci dopo gli attentati di Londra del 7 luglio 2005, dopo che il film era già uscito).
La simpatia del regista va, più che ai due protagonisti, a Tahara, la figlia minore della famiglia pakistana (ma anche a Jasmine, la quale dice alla madre, puramente e semplicemente quello che doveva essere detto: "Lui non mi vuole"). La giovane Khan è la più determinata a sottrarsi a una tradizione che sa molto di pregiudizio: è lei che non solo si ribella al padre, ma rinfaccia anche al fratello Casim l'ipocrisia che gli fa prendere le parti del genitore quando lui invece ha intrecciato una relazione con una donna bianca e cristiana. Ma anche tra i "bianchi" è in atto uno scontro fra bigotti e persone di buon senso: tra i primi spicca l'irremovibile parroco che nega la propria firma a Roisin, tra i secondi il preside della scuola che altamente se ne impipa della firma del prete.
Un altro bel film di Ken Loach che, dopo la buona riuscita di Sweet Sixteen (2002), cancella il ricordo del brutto Bread And Roses (2000).
Artista guerriero
by sasso67 (18/03/2006 - 23:46)
A Touch Of Zen - La fanciulla cavaliere errante (Taiwan, 1972) di King Hu. Con Shih Chun (Ku Shen Chai), Feng Hsu (Yang Hui-Ching), Ying Bai (gen. Shih), Hsue Han (dott. Lu Meng), Roy Chiao (Hui Yuan)Yin-Chieh Han (Hsu).
Basato su una serie di racconti del seicento che il regista trasforma in un magico romanzo di formazione, A Touch Of Zen è un grandissimo film, che dovrebbero vedere soprattutto coloro che hanno esaltato, a torto, La tigre e il dragone. Qui veramente si ha la sensazione di essere davanti a un capolavoro, per la magia che il regista, un vero intellettuale, studioso della cultura cinese, ha saputo infondere nelle immagini del film. Ma oltre alla magia che sanno creare i riferimenti alla cultura e alla tradizione della Cina di epoca Ming, nel film c'è tanta ironia, poesia, mistero, violenza, ma anche un senso plastico e una maestria nel gestire le scene d'azione che umiliano i celebrati genialoidi dei nostri giorni (v. Tarantino). Chi abbia visto La tigre e il dragone dopo avere visto A Touch Of Zen avrà sicuramente avuto la sensazione di avere già visto certe sequenze, e fatte meglio. Basti vedere le scende dei combattimenti, del resto molto frequenti e cruente: qui, con trent'anni di tecnologia in meno gli attori/atleti/ballerini (i combattimenti sono anche grandi coreografie quasi danzate) di King Hu si muovono naturalmente leggiadri e saltano davvero come grilli, anziché apparire grossolanamente legati a delle invisibili corde come nel film di Ang Lee.
Assolutamente da vedere per ogni fan dei "film di arti marziali di cavalieri erranti", A Touch Of Zen offre anche un personaggio indimenticabile nel monaco Hui Yuan (Roy Chiao), una specie di Bud Spencer versione zen, che alla fine, tra fendenti raggi di sole, si trasfigura perfino in una divinità buddista.
Attrazione fecale
by sasso67 (18/03/2006 - 19:41)
Attrazione fatale (USA, 1987) di Adrian Lyne. Con Michael Douglas (Dan Gallagher), Glenn Close (Alex Forrest), Anne Archer (Beth Gallagher), Stuart Pankin (Jimmy), Ellen Foley (Hildy), Fred Gwynne (Arthur), Lois Smith (Martha), Ellen Hamilton Latzen (Ellen Gallagher).
Un film che all'epoca fece discutere molto più di quanto avrebbero richiesto i suoi meriti intrinseci. In realtà si tratta del solito vecchio blockbuster americano, fatto solo per attirare qualche coniugato con sensi di colpa. Non aveva l'intento né di spaventare i mariti che sognano l'avventura extraconiugale né tantomeno si tratta di una difesa del matrimonio. Attrazione fatale, visto a distanza di quasi vent'anni, è un film nel filone di Nove settimane e mezzo (precedente di solo un anno e diretto dallo stesso regista), Basic Instinct (Paul Verhoeven, 1992), Proposta indecente (Lyne, 1993), Showgirls (Verhoeven, 1995) e Striptease (Andrew Bergman, 1996), ovvero un prodotto con un paio di nomi di richiamo e con l'esclusivo scopo di fare soldi.
Qui ci sono due protagonisti dei quali uno (Douglas) è un mediocre attore e l'altra, Glenn Close, è brava ma, nonostante la suadente voce della doppiatrice, somiglia fin dall'inizio alla Medusa del Caravaggio.
Il risultato del film, nonostante due o tre finali susseguenti e/o alternativi tra loro, è mediocre e alla fine lo spettatore rimane con un pugno di mosche. La confezione è lussuosa, ma dentro al pacco c'è poco o niente: un regalo che si può riciclare per amici poco intimi.
P.S. Dal Vangelo secondo emmepi8 sul sito di FilmTV:
:: sul film
La superficialià maschile frustata a dovere!!Femminilità alla riscossa, ma con un vestito ingualcito dalla psiche.Si una pararabola che verte su questi temi.Un film ben congegnato, con un finale troppo da Horror, che magari eccede nella storia, anche se via via, fa vedere l'accrescere della tenzione.Un cast veramente come si deve, che aiuta non poco la storia a evolversi.
:: sulla trama
Uomo innamorato della moglie, che si lascia attrarre da una donna qualsiasi, senza dare un'eccessiva importanza (tipico comportamento maschilista, quasi scusato dalla morale media), ad una situazione che si rivelerà irreversibilmente drammatica.Donna che non accetta l'avventura, ma che fa sesso, anche estremo, per scelta di sentimenti, la situazione si aggraverà a causa delle sue debolezze psichiche
:: sulla regia di Adrian Lyne
E' un buon regista, che ha sbagliato alcune volte grossolanamente, si vede che il suo orizzonte è a sfondo erotico, ma proprio per questo lo dovrebbe dosare meglio, qui è riuscito nell'intento..creando tensione, sia erotica che emotiva
:: sull'interpretazione di Anne Archer
Una ottima attrice, qui in ruolo minore, ma ben assolto
:: sull'interpretazione di Glenn Close
Straordinaria, diventa anche desiderabile...e quando un'attrice è grande nessun ostacolo si intrappone.Ultimante , pur essendo sempre grande, non ha colpito nel segno con suoi films... l'aspetto con emozione rinnovata, rivedendo questo film
:: sull'interpretazione di Michael Douglas
Un attore oltraggiato dalla critica, per me inspiegabilmente.Si ha fatto degli errori di films insopportabili, neanche a sentir mezionare, ma con questo??!!Gli si devono riconoscere delle buono doti,e qui le dimostra, il ruolo se lo è fatto suo, partecipato, vibrante ed emotivo... cosa si vuole di più?
:: cosa cambierebbe
Un finale... un po' eccessivo..una suspense un po' stiracchiata
:: inviata: 27 marzo 2004, 10:11
La lepre dell'infanzia
by sasso67 (11/03/2006 - 14:31)
La corsa della lepre attraverso i campi (Francia/Italia, 1972) di René Clément. Con Jean-Louis Trintignant (Antoine detto Froggy), Robert Ryan (Charlie), Lea Massari (Sugar), Tisa Farrow (Pepper), Jean Gaven (Rizzio), Aldo Ray (Mattone), Daniel Breton (Paul), Nadine Nabokov (Isola, la majorette), André Lawrence (capo degli zingari).
Un cittadino francese approda a Montreal braccato da una banda di zingari. Durante la fuga assiste all'omicidio di un tizio che prima di morire gli affida una somma di denaro. Viene poi catturato da una banda che sta preparando un grosso colpo...
Il film parte bene, ma poi rallenta inesorabilmente secondo schemi più consoni a un regista come Clément che a un genere cinematografico come il noir. Il film risente di una serie di elementi eterogenei, come il cast composito (francese Trintignant, americano Ryan, italiana Lea Massari) e l'ambientazione (tutti giocano in campo neutro, cioè in Canada), ma tutto sommato funziona, soprattutto grazie alla trovata del regista e dello sceneggiatore Japrisot di fornire tutta la vicenda di rimandi all'infanzia (la vita è gioco? la vita è crudele come un gioco? nelle avversità nascono le amicizie?). Il finale con troppe pseudosorprese non rovina un film che, nonostante i suoi molti difetti (i sentimenti che entrano in campo sono fin troppi, come la gelosia, l'avidità, il senso di colpa, e rischiano di confondere le acque), colpisce nel segno anche grazie a un buon gruppo di caratteristi di contorno. Trintignant si sforza di adattarsi ad un personaggio che in partenza sembrerebbe totalmente fuori dalle sue corde e almeno parzialmente ci riesce. Completamente fuori parte mi pare invece la Massari, più portata per l'intimismo del cinema europeo: pur somigliando alla Karen Black di Cinque pezzi facili, non ne possiede l'ingenua sensualità.
Contenuti extra:
sul film
Film decisamente irrisolto. Confuso nella sceneggiatura, la trama ha dei buchi che la rendono appena praticabile, eppure l'ambientazione ed il cast sarebbe formidabile, non si sa perché è stato fatto cosi ammaccato e con tante nebbie, che un motaggio affrettato ha cercato di risolvere alla meno peggio
:: sulla trama
Un'uomo in fuga da una non bene rafficurata situazione, che si trova in una banda pronta per un colpo e da questa situazione imparerà la coerenza con l'amicizia
:: sulla regia di René Clément
Un Clement veramente al collasso, non si capisce il perché??
sull'interpretazione di Aldo Ray
Il solito personaggio pazzoide e senza cervello sfruttato in diversi films di guerra
:: sull'interpretazione di Lea Massari
Una Massari che ce la mette tutta in una parte con poca sostanza; leggendo un'intervista disse all'epoca che non avrebbe più fatto un film in quelle condizioni: rapporti con il regista zero ed anche meno.. e quindi si spiegano molte cose...
:: sull'interpretazione di Robert Ryan
RYan buttato via con la su maschera eccellente e non si capisco cosa voglia condurre
:: sull'interpretazione di Jean-Louis Trintignant
Trintignat dei tempi d'oro, ma qui evidentemente liquidato molto male
:: sulla colonna sonora
La sola cosa che il film contiene di definitivamente positivo
:: inviata: 8 giugno 2004, 15:29
(commento di emmepi8 sul sito di FilmTV)
Amore e guerra sul set
by sasso67 (10/03/2006 - 22:46)
La vita che vorrei (Italia, 2004) di Giuseppe Piccioni. Con Luigi Lo Cascio (Stefano/Federico), Sandra Ceccarelli (Laura/Eleonora), Galatea Ranzi (Chiara/Vittoria), Fabio Camilli (Raffaele), Ninni Bruschetta (Luca, il regista), Roberto Citran (Giordani), Gea Lionello (Marina), Sasa Vulicevic (Luciano/il conte).
La vita che vorrei è un esemplare del genere "film nel film" che non ha niente di originale, ma è fatto particolarmente bene. Di Piccioni finora avevo visto soltanto Chiedi la luna (1991, con la Buy e Scarpati), un film che classificherei nella stra-abusata categoria del carino e niente più. La vita che vorrei è sicuramente un bel passo avanti (anche perché tra i due film sono trascorsi tredici anni) e riesce a comporre, nelle due ore abbondanti di durata - forse un po' troppe - due bei ritratti di un uomo e una donna talmente diversi tra loro che potrebbero perfino stare bene insieme. Le scene "in diretta" e quelle del film si incastrano quasi a meraviglia e si capisce che sia Piccioni sia gli attori giocano in casa, trovandosi a giostrare su una materia che conoscono alla perfezione.
Troppo giovane o no per la parte, Luigi Lo Cascio è indubbiamente uno dei (due o tre) migliori attori italiani d'oggi (in alcuni momenti di questo film ricorda il primo Nanni Moretti). Anche Sandra Ceccarelli, però, se la cava egregiamente: non è una topona né lo vuole/deve essere, per quel ruolo andava bene lei. Un'altra presenza, discreta ma necessaria, è quella di Ninni Bruschetta, ormai una specie di icona per il nostro cinema più intelligente.
un filmetto su uno staterello da operetta
by sasso67 (10/03/2006 - 19:14)
Il prigioniero di Zenda (GB, 1979) di Richard Quine. Con Peter Sellers (Rudolph IV/Rudolph V/Sydney Frewin), Lynne Frederick (principessa Flavia), Lionel Jeffreys
(generale Sapt), Elke Sommer (la contessa), Gregory Sierra (il conte), Jeremy Kemp (il duca Michael), Michael Balfour (l'armaiolo Luger).
È una commediola, parodia di un rifacimento di un altro rifacimento, però, devo ammetterlo, pur con tutti i suoi difetti, a me non è dispiaciuta. E non è certo per piaggeria nei confronti della memoria di Peter Sellers, uno dei più grandi trasformisti della storia del cinema, perché ci sono suoi film anche più celebrati (non ultimo il sopravvalutato Hollywood Party) che non ho esitato a criticare.
Diciamo la verità: rivisto a 27 anni di distanza, Il prigioniero di Zenda versione Quine non è così brutto come lo si dipinse all'epoca della sua prima uscita. Qualche risatella la strappa, specialmente quando è in scena Sellers nella parte del cocchiere.
Maigret non abita più qui
by sasso67 (10/03/2006 - 14:34)
36 Quai des Orfévres (Francia, 2004) di Olivier Marchal. Con Daniel Auteuil (Léo Vrinks), Gerard Depardieu (Denis Klein), André Dussollier (Robert Mancini), Valeria Golino (Camille Vrinks), Roschdy Zem (Hugo Silien), Daniel Duval (Eddy Valence), Francis Renaud (Titi Brasseur), Aurore Auteuil (Lola Vrinks a 17 anni), Jo Prestia (Victor Dragan), Olivier Marchal (Christo), Mylène Demongeot (Manou Berliner).
All'indirizzo del titolo c'è la storica sede della polizia criminale di Parigi, e in quella sede ci sono tanti poliziotti, tra i quali l'ingenuo Léo Vrinks e il rognoso Denis Klein, disposto a tutto pur di fare carriera.
Quello di Marchal è un ottimo film, migliore di molti prodotti analoghi made in USA, teso, serrato, ben dialogato e stupendamente fotografato. In alcuni momenti sembra ricordarsi, pur con un mondo di mezzi in più, della lezione del cinema di genere italiano degli anni settanta (tipo Di Leo) e fa pensare anche a qualche atmosfera dei romanzi di Scerbanenco. Per quanto mi riguarda, 36 Quai des Orfévres è riuscito perfino a farmi superare la mia inveterata avversione per Valeria Golino e a rendermela più o meno sopportabile. Oppure, negli ultimi anni, l'attrice italiana ha duramente lavorato sulla propria voce.
Il duo dei protagonisti contribuisce notevolmente alla riuscita globale, con il misurato Auteuil e un Depardieu roccioso come non gli capitava da tempo (altro che l'esagitato ciccione di Vatel!). Grazie a un copione ben scritto (Marchal e lo sceneggiatore Loiseau sono stati poliziotti), acquistano rilevanza anche le figure di contorno (bravi Dussollier, Duval e gli altri ragazzi del coro), fra le quali, una volta tanto risaltano i personaggi femminili, non altrettanto meschini della gran parte di quelli maschili.
Telefoni bianchi e sogni d'oro
by sasso67 (08/03/2006 - 20:06)
L'avventuriera del piano di sopra (Italia, 1941) di Raffaello Matarazzo. Con Vittorio De Sica (avv. Fabrizio Marchini), Clara Calamai (Bianca Maria Rossi), Carlo Campanini (Arturo), Camillo Pilotto (Rossi), Giuditta Rissone (Clara Marchini), Jucci Kellerman (la cameriera).
Mentre l'Italia aveva già imboccato la strada che portava dritto al baratro, qualcuno propinava al popolo (bue) italiano commediole insulse come questa. Detto questo, va però rilevato che, pur nei limiti del genere dei telefoni bianchi, il film rivela in Matarazzo, che passerà alla storia come regista dei drammoni strappalacrime con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson, un autore dalle insospettabili doti di commediante. L'operina, esile esile e dall'unico scopo di proporre un mondo che ormai si va sgretolando, ha una sua dignità e regge la durata dello spettacolo. Non è memorabile, ma si può vedere, anche grazie a un gruppetto di attori che sa il fatto suo, dal giovane Vittorio De Sica alla fascinosa Clara Calamai, che già aveva fatto epoca con La cena delle beffe (il primo seno nudo della storia ufficiale del cinema italiano), ma prima di Ossessione, che preannunciò il neorealismo.
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