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Mujer Naturaleza

by sasso67 (13/12/2009 - 18:24)

Silvia Denti, Roberto Ioannilli, Rossella Cea. "Mujer Naturaleza", Ed. Rupe Mutevole.

E’ sempre difficile valutare un libro di poesia, specialmente se si tratta di autori contemporanei. Così come, forse, è difficile oggi scrivere poesie, scrollandosi di dosso il peso della tradizione che, soprattutto per noi italiani, è ancora molto oneroso. Il rischio è quello di dare ragione al mitico Federico Maria Sardelli, secondo il quale (come sostiene nell’introduzione al primo volume delle sue “Proesie”) la poesia moderna è uguale alla prosa, soltanto che si va a capo molto spesso. Nel modo di esprimere certi stati d’animo, certi sentimenti e certi concetti, ma specialmente nella capacità di stabilire un contatto simpatetico con il lettore, a mio avviso, si parrà la nobilitate di chi si cimenta con i versi. Nel caso di “Mujer Naturaleza”, siamo di fronte a tre autori, che si mettono alla prova con gli elementi della natura, da sempre oggetto dell’ispirazione poetica. Tra i poeti, la mia preferita è la più giovane, Rossella Cea, che mi sembra raggiungere il connubio più equilibrato tra tecnica compositiva e genuina ispirazione, mediante un linguaggio che, modernamente, non indulge ad inutili arcaismi. A parere mio, mentre della Denti si nota fin troppo l’abilità tecnica, spesso virtuosisticamente esibita, Ioannilli, eterno ragazzo, paragona tutto all’amore per la propria donna.

Un’ultima stagione da esordienti

by sasso67 (04/09/2009 - 20:59)

Cristiano Cavina, Un’ultima stagione da esordienti, Marcos y Marcos, 2006, pp. 219, € 14,00.

Non si può mettere in discussione l’abilità di scrittore di Cristiano Cavina, che si nota soprattutto nelle ultime pagine, dove l’autore cerca di riassumere in un bel finale il senso delle vicende narrate. Che hanno un andamento scandito dalle eroicomiche partite di calcio del quattordicenne protagonista e dai suoi compagni di squadra e di scuola. Il modello è indubbiamente quello del Benni di “Bar Sport”, con qualche spruzzata della “Compagnia dei Celestini”, ma anche, per la punteggiatura cronologica delle vicende, del Nick Hornby di “Febbre a 90°” e dell’irlandese Michael Curtin della “Rivincita”. L’insieme ha, purtroppo, lo stile dei ricordi di gioventù, degli episodi e dei personaggi di paese, che fanno divertire soprattutto chi li ha conosciuti, dei racconti del servizio militare, che perdono il loro fascino quando chi li ascolta il militare non l’ha fatto.

I ragazzi della Via Pál

by sasso67 (30/08/2009 - 17:54)

Ferenc 

Molnár, I ragazzi della Via Pál, Einaudi, 2007, pp. 170, € 9,50.

Perché continuiamo a soffrire per il triste destino del piccolo Nemecsek, mentre, per esempio, non ci emozionano più le morti di Renato Cestiè in Ultima neve di primavera e negli altri film strappalacrime? Probabilmente perché nei film degli anni settanta tutto era teso a quella scena madre: alla morte, su un lettino d’ospedale, del giovanissimo protagonista, al cui capezzale i genitori, già sull’orlo del divorzio, trovavano un accordo per far piacere all’infante morituro. È diverso per il romanzo di Molnár, che racconta una vicenda essenzialmente autobiografica, con intenti tutt’altro che edificanti. Il finale doppiamente amaro è la degna conclusione di una storia, raccontata benissimo, sulla fine dell’adolescenza. I ragazzini della Via Pál, così come quelli dell’Orto botanico, si comportano secondo schemi da adulti, ma in una sorta di vuoto pneumatico, dove gli adulti non sono contemplati: al campo attiguo alla segheria c’è solo la presenza del guardiano ceco (non è un caso che si tratti di un povero immigrato straniero), mentre gli ingressi della cameriera e del padre di Geréb sono trattati alla stregua di vere e proprie intrusioni. Il risvolto di copertina dell’edizione Einaudi afferma che si tratta di “un capolavoro della letteratura per l’infanzia”: e questo è vero, ma non è abbastanza. È indubbiamente un capolavoro, ma non è soltanto per l’infanzia. A mio modestissimo parere, con la descrizione dei sistemi iperdemocratici della Società dello stucco (le prolungate discussioni sulla designazione del capo delegazione fanno arrivare il gruppo al capezzale di Nemecsek quando il biondino ha già perso conoscenza) e con quelli militareschi dell’esercito di Via Pál, Molnár non è da meno di scrittori come Kafka, Musil e Joseph Roth nella descrizione satirica dell’imminente caduta dell’Impero Asburgico (e del satellite Regno d’Ungheria).

(La pagina di Wikipedia dedicata al romanzo)

Tag: romanzo

Lo Zar non è morto (ma non sta tanto bene)

by sasso67 (13/05/2006 - 21:11)

Il Gruppo dei Dieci, Lo Zar non è morto, Sironi, 2005, pp. 442, € 17,00.

Pubblicato nel 1929, questo romanzo di fantapolitica (l'azione è posta nel 1932) che non figurava negli annali della letteratura italiana, è stato misteriosamente ripescato alla fine del 2004 da Giulio Mozzi presso un libraio antiquario e ripubblicato dalla padovana Sironi. I dieci autori - alcune tra le più belle penne del primo Novecento, tra i quali Marinetti e Bontempelli, - hanno scritto un "grande romanzo d'avventure" (questo il sottotitolo del libro), con spirito salgariano, partendo dall'assunto che lo Zar di Russia non fosse morto nell'eccidio di Ekaterinburg.

Dico subito che secondo me il substrato fascista che sta dietro al libro, oltre che fornire pagine involontariamente comiche (emblematico il capitolo XXX, quando una scena d'amore descritta con accenti alla Liala viene interrotta da una specie di "comunicato" burocratico di stile marziale), inficia in gran parte la riuscita dell'intera operazione. Si ha l'impressione, come ha giustamente fatto rilevare Teo Lorini su PULP n. 59 (la cui recensione riporto in parte qui sotto) di assistere a una specie di Fascisti su Marte, con la differenza che lo spettacolo di Corrado Guzzanti era volutamente ridicolo. Qui l'eroismo, il machismo italico e la missione anticomunista di Roma raggiungono livelli da macchietta. A mio parere paragoni che sono stati fatti con romanzi contemporanei scritti da gruppi di scrittori non sono propriamente proponibili, e comunque Q di Luther Blissett (prima manifestazione pubblica degli attuali Wu Ming) mi è piaciuto cento volte di più. Ciononostante, rispetto i critici, anche autorevoli, che hanno scritto bene di Lo Zar non è morto, le cui pagine sono quanto meno scritte bene e scorrevoli. Certo, la premessa, e cioè che il popolo russo avesse una gran nostalgia dello zar (un vecchio rimbambito che fa rimbambire anche chi se lo trova davanti, visto che tutti non riescono che ad esclamare "piccolo padre!"), così poco verosimile, danneggia la verosimiglianza della trama. Mette tuttavia tristezza vedere scrittori come l'autore di Mafarka il futurista ridotti a tessere le lodi di un'eventuale alleanza tra la Roma dei cesari e dei duci con la grande madre Russia e la Santa Madre Chiesa: non si dimentichi che siamo nell'anno dei Patti Lateranensi, ed anche il padre del futurismno deve piegare il collo.

La già gustosa summa di erotismo, esotismo e avventura è ulteriormente arricchita dalla spezia piccante del côté fascista: composto nel pieno dei furori del Ventennio, lo Zar non può che avere fra i protagonisti, accanto alla fatale spia britannica Oceania World (!), agenti italiani di categorica scaltrezza e maschia audacia. L'effetto è quello di un Fascisti su Marte ad alto budget, in cui le sorprese da feuilleton si alternano a una propaganda tanto ruffiana da diventare irresistibilmente comica, che ipnotizza e trascina il lettore dalla "China" (!) al Bosforo, dal Vaticano alla Russia, fra un'imboscata e l'altra dei ferocissimi "Sovieti" (!!), fino all'ultimo, apocalittico, colpo di scena su cui cala il sipario e scrosciano i meritati applausi. (Teo Lorini)

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Da Quarto al Volturno

by sasso67 (14/04/2006 - 18:51)

Giuseppe Cesare Abba, Da Quarto al Volturno, Oscar Mondadori, 1997, pp. 191, € 5,68

«Questo libriccino di 160 pagine è dunque la storia, o meglio il poema, della spedizione dei Mille, dall'inizio alla fine.» (Giovanni Mira)

È ormai risaputo che queste Noterelle di uno dei Mille non sono il puro e semplice diario scritto, come all'origine fu fatto credere, sulla pelle di un tamburo. Si tratta di una vera e propria opera letteraria, che ha più dell'epica che della diaristica o della storiografia, elaborata come lo fu l'Anabasi di Senofonte. Il testo di Abba è pieno di citazioni e reminiscenze letterarie, che vanno dall'Eneide alle opere di Byron, passando per l'Orlando furioso. L'opera è interessante non tanto dal punto di vista storico - o meglio cronachistico - anche perché l'autore, nonostante il tempo del distacco, non sembra avere una visione d'insieme della spedizione, se non acquisita alla luce dei fatti avvenuti successivamente (il libro uscì quando l'Italia era ormai fatta da anni e Roma ne era la capitale). È invece interessante dal punto di vista dell'ottica con la quale all'epoca si guardava a quella specie di superuomo (in quel caso la fama non era usurpata) che era Garibaldi e all'aura di invincibilità che proiettava anche sui suoi collaboratori, dal fanatico Bixio agli altri ufficiali come La Masa o gli ufficiali ungheresi Tuköry e Türr. Con quest'ottica si comprende anche l'ammirazione con la quale gli italiani guardarono, una sessantina d'anni dopo, a un superuomo di cartapesta come Mussolini, autopropostosi come il continuatore dell'opera risorgimentale.

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Il centrocampista sarà assassinato verso sera

by sasso67 (29/03/2006 - 19:37)

Carlo Petrini, Il calciatore suicidato, Kaos, 2001, pp. 148 ill., € 13,43.

Quella di Donato Bergamini è una morte sulla quale soltanto due cose sono certe: che non si è suicidato e che non si saprà mai la verità. Tutto il resto è un'orrenda accozzaglia di menzogne a cui soltanto delle autorità poco attente, se non peggio, hanno potuto prestare fede. Bergamini morì a ventisette anni il 18 novembre 1989. Era un calciatore del Cosenza che all'epoca militava in serie B. Il suo corpo fu trovato sull'asfalto di una strada che congiunge la Calabria alla Puglia, sdraiato nelle vicinanze di un camion sotto il quale, a sentire la testimonianza di una "ex quasi fidanzata", tale Isabella I., si sarebbe buttato volontariamente. In realtà la storiella messa lì per evitare che si compiessero indagini accurate faceva acqua da tutte le parti, a comincuare dalle dichiarazioni dei due "testimoni", cioè la suddetta Isabella e il camionista che avrebbe investito il giovane. Per non parlare degli accertamenti dei Carabinieri, delle perizie d'ufficio, delle indagine dell'autorità giudiziaria e dell'omertà dei dirigenti del Cosenza Calcio e dei compagni di squadra.

Carlo Petrini, già autore di un'autobiografia di denuncia come Nel fango del dio pallone, pur non essendo uno scrittore né un giornalista professionista, si butta in questo giallo sporco a corpo morto e redige un bel reportage, valido anche dal punto di vista formale. Forse gli sfugge qualche particolare qua e là, ma ha ben chiara una visione d'insieme che fa a pugni con la descrizione ufficiale dei fatti. Probabilmente Petrini, a suo tempo protagonista del famoso caso del calcioscommesse venuto alla luce nella primavera del 1980, punta un po' troppo la sua attenzione sui sospetti che gravavano sul Cosenza, che avrebbe venduto o comprato partite, mentre se vi è un'altra certezza in questo po' po' di casino è che Bergamini non avrebbe mai e poi mai venduto una partita, perché il calcio per lui era una ragione di vita. Più probabilmente si profila all'orizzonte una storia di droga nella quale il giovane centrocampista era entrato forse inconsapevolmente, una pista, comunque, mai approfondita a sufficienza dagli inquirenti, che si accontentarono della versione di comodo del suicidio.

Completano il libro una toccante intervista al padre di Donato Bergamini, uno sconcertante colloquio con l'ex compagno di squadra e di stanza Michele Padovano (che fu anche nella Juventus di Marcello Lippi) e un'altra intervista con l'ex massaggiatore del Cosenza Giuseppe Maltese, che dichiara il rimorso di non essere riuscito a fare niente per provare che quello di Denis (nomignolo di Donato) non era affatto stato un suicidio.

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Nel fango del dio pallone

by sasso67 (25/03/2006 - 22:36)

Carlo Petrini, Nel fango del dio pallone, Kaos, 2000, pp. 192 ill., € 14,00.

Nel fango del dio pallone è un libro che non può lasciare indifferenti, perché parla di una cosa che volenti o nolenti entra nella vita di tutti noi, cioè il calcio. Questo sport (?), così affascinante e tuttavia così invadente, lo si ama o lo si odia: anche chi dice di non interessarsi di calcio lo dice con un tono che quasi mai nasconde pura e semplice indifferenza. Petrini in questo libro racconta la propria vita, che però si intreccia inevitabilmente con il calcio italiano degli ultimi trent'anni. Forse soltanto uno come Petrini poteva scrivere un libro del genere: un calciatore di mezza tacca, arrivato spesso a un passo dalla gloria (giocò nel Milan di Rivera e Nereo Rocco, poi nella Roma di Liedholm) e sempre ricacciato indietro. Fin dall'inizio si capisce che la vita di Petrini non sarà facile: partito dalla natìa Monticiano (SI) per Genova, perde bambino il padre e la sorella e rimane solo con la madre, forse l'unica donna che abbia mai amato. La carriera calcistica la vive come una sfilza di partite giocate nel fango e di donne "scopate" (il termine non è usato casualmente: probabilmente voleva differenziare lo scopare dal fare l'amore) una in fila all'altra. Le passioni dei calciatori come Petrini erano appunto le donne e le auto, l'altra i soldi, che servivano per le une e per le altre. La carriera di Petrini si chiude ingloriosamente con lo scandalo del calcioscommesse, di cui fu uno dei protagonisti, ma non la storia del libro, che continua con il dopo calcio, un crac finanziario che costringe Petrini alla fuga all'estero e la dolorosa perdita di un figlio diciannovenne, morto in un letto d'ospedale desiderando di rivedere il padre che invece non sarà al suo capezzale.

Quello che emerge da questo libro è il ritratto di un'anima nera, di un personaggio che sta a metà tra il Mickey Sabbath del Teatro di Sabbath di Philip Roth e il protagonista del romanzo Arrivederci amore, ciao di Massimo Carlotto, un essere superficiale e arrivista cui a un certo punto la vita presenta, tutti insieme, i propri conti. A merito di Petrini va lo slancio che lo ha spinto a raccontare queste storie infami di cui non nega di essere stato protagonista e, fino a prova contraria, la sua sincerità, tanto è vero che a un certo punto biasima addirittura Dio, per essersi preso un ragazzo di diciannove anni (il figlio Diego) ed aver lasciato vivere "un essere" come lui. Dall'altra parte, Petrini lancia accuse che meriterebbero quanto meno un maggiore approfondimento e le repliche delle persone a vario titolo chiamate in causa. I silenzi che circolano intorno a questo libro alimentano i sospetti di un mondo che sembra davvero annegare nel fango.

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Sotto il culo della rana

by sasso67 (23/03/2006 - 22:32)

Tibor Fischer, Sotto il culo della rana, Mondadori, 1997, pp. 317, € 7,80.

Anche contro un titolo italiano che può rischiare di mettere in guardia qualche lettore, Sotto il culo della rana è un bellissimo libro, ironico, divertente e profondo, come raramente capita di leggere. La cifra, il substrato, di questo romanzo dell'inglese di origini magiare Tibor Fischer è l'incredulità che provano gli ungheresi, popolo di secolari tradizioni occidentali, quando si trovano sotto un regime comunista eterosiretto dalla superpotenza sovietica. "Quanto potrà mai durare?" si domandano increduli l'un l'altro, pensando alla massa di imbecilli che hanno assunto posizioni di potere grazie al partito marxista al potere. In questo contesto si inserisce la vicenda umana del protagonista Gyuri Fischer, che adombra chiaramente la figura del padre fdello scrittore, transfuga dall'Ungheria nei giorni della repressione sovietica del 1956. Ma non c'è solo questo, in Sotto il culo della rana (sottotitolo: in una miniera di carbone, ad indicare una condizione di scalogna nera); si tratta, più in generale, di un romanzo di formazione di un ragazzo qualunque eppure speciale, un po' come tutti noi. Ed è incredibile la capacità di Tibor Fischer di far pensare al protagonista le cose che abbiamo pensato tutti alla sua età, ed allo stesso tempo di descrivere i fatti e le situazioni con un'ironia che sembra stare a metà tra il surrealismo leggero alla Örkeny e il sarcasmo tipico della letteratura inglese (del resto Fischer è nato a Stockport) che viene da Fielding e arriva fino a Burgess e agli autori contemporanei (Coe, Hornby). Personalmente consiglio caldamente questo libro.

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Senza misericordia

by sasso67 (11/03/2006 - 17:04)

Discepoli di verità - Senza misericordia, Kaos Edizioni, 2005, pp. 198, € 15,00.

Innanzitutto chi sono i Discepoli di Verità? Secondo il sito della Kaos Edizioni, "sono un gruppo di ecclesiastici e laici del Vaticano, i quali hanno ritenuto di non poter più avallare, con il loro silenzio, la "verità" ufficiale confezionata e diffusa dalla Santa Sede". Dichiarano infatti essi stessi: «Ci siamo mossi in quanto credenti, e secondo l’imperativo dell’ottavo Comandamento».

Il libro è una voce fuori dal coro di coloro che, dal 19 aprile dell'anno scorso, quando il cardinale Ratzinger fu eletto papa, si sono affrettati a tesserne gli elogi in tutte le salse: santo subito pure lui, anche se non è ancora morto? L'inizio di questo pamphlet non è promettente, poiché i Discepoli di Verità si sforzano di dimostrare, a mio parere senza riuscirci, le simpatie naziste del giovane Joseph Ratzinger. Caso mai colpevoli sono i tentativi, compiuti dal prelato a distanza di anni, di mistificare la realtà, facendo passare il suo maestro, cardinale Faulhaber, per un antinazista, cosa che non fu assolutamente, e la Chiesa cattolica come un baluardo della resistenza antihitleriana, e qui lasciamo ogni considerazione ai lettori anche meno avveduti. Molto più interessanti sono i capitoli successivi, quelli che vedono il giovane Ratzinger affiancare il progressista cardinale di Colonia Frings al Concilio Vaticano II, che lo vedono professore di teologia in varie università tedesche, e poi acquisire la porpora cardinalizia, per poi arrivare in Vaticano e assumere la direzione della Congregazione per la dottrina della fede e diventare via via che il tempo passava sempre più conservatore e reazionario. Il libro dei Discepoli mette in evidenza due caratteristiche di colui che soprannominano il Panzerkardinal: la doppiezza e la spietatezza, caratteristiche con le quali manterrà per una durata record (quasi venticinque anni) la prefettura della Congregazione che una volta si chiamava Sant'Uffizio, posizione da cui si scaglierà con veemenza contro ogni voce progressista all'interno della Chiesa, dalla teologia della liberazione sudamericana (di religiosi come Gustavo Gutiérrez e Leonardo Boff) ai teologi progressisti europei (Küng, Schillebeeckx) o americani (Curran, Hunthausen), contro i sostenitori dei diritti cristiani dei gay (una vera e propria ossessione) o delle coppie non sposate, fino ad arrivare ad una vera e propria censura preventiva addirittura nei confronti del settimanale Famiglia Cristiana. Altrettanta veemenza, però, Ratzinger non userà contro gli ultrareazionari come monsignor Lefebvre e compagnia.

«Il cosiddetto Panzerkardinal si è sempre distinto infatti per la spietatezza della sua azione repressiva. Ogni censura, ogni Diktat, è sempre stato proferito con un rigore che escludeva non solo il contraddittorio, ma persino il dialogo. Di tutto il patrimonio culturale e spirituale della Chiesa cattolica Joseph Ratzinger sembra apprezzare soltanto la millenaria tradizione di autorità totale e indiscussa a cui pare sin d'ora determinato a conformarsi. Senza misericordia, appunto». (Teo Lorini, PULP, n. 59)

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La neve di San Pietro

by sasso67 (14/02/2006 - 11:21)

Leo Perutz, La neve di San Pietro, Fazi, 1998, pp. XX-184, € 7,23

La neve di San Pietro uscì in Germania nel 1933, quando ormai il nazismo era al potere, per cui godette di scarsissima fortuna: ebreo l'autore, per di più di origine ceca (Perutz era nato a Praga nel 1882), di proprietà ebraica e di origine ungherese la casa editrice (la Zsolnay) che lo editò. Perutz fu un irregolare della letteratura, specialmente se si considera quella specie di monolito che è stata la letteratura tedesca, pur nelle diverse componenti che hanno contribuito a renderla grande. Perutz faceva parte di una generazione praghese, anche se quegli autori furono diversissimi tra loro, che comprese Kafka e Havel, entrambi nati nella capitale boema nel 1883. Il suo maestro si può però considerare Gustav Meyrink (1868-1932), viennese di nascita ma praghese d'adozione, autore del romanzo Il Golem, la cui scrittura somiglia da vicino a quella di Perutz (per la cronaca, secondo me Il Golem è un buon romanzo, a tratti un po' noioso, ma con un incipit folgorante).

La neve di San Pietro si può leggere quasi come una storia del mistero, con questo protagonista che si trova inspiegabilmente ricoverato in un ospedale con una ferita d'arma da fuoco a un braccio, senza riuscire a ricordare come sia successo che sia finito lì. Piano piano, come in un procedimento psicanalitico, oppure come ripercorrendo aLeo Perutz ritroso le onde di un sogno, Amberg riesce a ricordare i giorni che hanno preceduto l'evento tragico. Il tutto si svolge in un'atmosfera da incubo, oppure da sogno, e per la verità, come dice il protagonista, "ciò che possediamo nel sogno non ci può essere tolto da nessun mondo di nemici". Forse per questo, Amberg alla fine preferirà pensare di avere davvero sognato gli avvenimenti di cui è stato attore, nonostante l'evidenza del foro di proiettile.

Nella Neve di San Pietro c'è una critica, chissà quanto velata, del bolscevismo che stava infiammando l'Europa a seguito della rivoluzione russa, tanto che, parafrasando Marx, si potrebbe mettere in bocca a Perutz (licenza mia) la frase secondo cui il comunismo è l'oppio dei popoli. Ovviamente questo i nazisti non lo capirono nemmeno lontanamente, nel loro ottuso perseguire un mondo senza ebrei, e preferirono caso mai condannare il libro (sempre ammesso, e non concesso, che lo avessero letto) per quegli accenni che considerano folle il ritorno ad un impero pangermanico fondato sulla casata degli Hohenstaufen. Sfrondato del barocchismo che aveva caratterizzato la scrittura meyrinkiana, La neve di San Pietro è un buon libro, che comunque non raggiunge le vette di quello che secondo me resta il capolavoro di Perutz, Di notte sotto il ponte di pietra, meritoriamente edito da diversi anni da e/o. Notevole ed interessantissima, nell'edizione di Fazi, l'introduzione all'autore di Marino Freschi.

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Donnarumma all'assalto

by sasso67 (05/02/2006 - 21:07)

Ottiero Ottieri, Donnarumma all'assalto, Garzanti, 2004, pp. X-256, € 8,00.

È un romanzo-reportage scritto negli anni cinquanta, in anticipo sui tempi, che vedranno fiorire questo tipo di letteratura soltanto una decina d'anni dopo. Si tratta della narrazione relativa all'esperienza del protagonista, psicologo al servizio di una grande industria, la Olivetti, che impianta uno stabilimento al sud d'Italia. Ma non è soltanto questo, perché l'autore utilizza la materia e la reinterpreta alla luce della propria sensibilità, un po' sbalestrata tra questo sviluppo industriale "dal volto umano" e la tradizione secolare del Meridione, con i suoi riti ancestrali di diffidenza e ritrosia, ma anche di aggressività e arroganza. Figlio di quest'ultimo modo di vita è proprio l'eponimo Donnarumma, che entra in scena solo a metà del romanzo e con il suo sguardo ottuso e determinato, incassato in un testone dalla capigliatura cinghialesca, sconvolge il tran tran del protagonista e dei suoi collaboratori. Donnarumma all'assalto è un libro da leggere per pensare e riflettere, anche perché sembra scritto ieri, e perché sembra un precursore bonario del Fantozzi di Villaggio. Non c'è solo Donnarumma, infatti, a chiedere di "faticare", ma un'intera umanità prodotta dal nostro meridione (la città del libro si chiama Santa Maria, ma è Pozzuoli), di cui fanno parte quelli come Accettura, che per attirare l'attenzione si butta sotto la macchina del direttore, e quei tanti, troppi, che pur di entrare a lavorare nello stabilimento si dichiarano disposti a pulire i gabinetti.

In certe parti questo libro mi ha ricordato quando un tizio, i primi tempi che lavoravo in comune, che dichiarava di abitare in via "Nino Bizzio", continuava a chiamarmi dottore, dottore... Alle mie proteste sul fatto che dottore non sono, rispose «Mah, lei è dall'altra parte della scrivania: qualcosa più di me sarà...».

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Gli occhiali da sole e l'ombrello

by sasso67 (16/01/2006 - 20:42)

Carlo Ginzburg, Il giudice e lo storico, Einaudi, 1991, pp. IX-170 € 10,33

Ginzburg, uno dei maggiori storici italiani, lo dice subito: Sofri è uno dei suoi migliori amici e lui non può credere che sia colpevole di avere ordinato l'omicidio del commissario Calabresi (o di chiunque altro). La premessa vale una professione di onestà intellettuale, del resto abbastanza superflua, perché nel libro lo storico si comporta da storico e cioè esamina i documenti e le testimonianze senza badare minimamente a chi sia "l'oggetto del contendere". Gli obiettivi di Ginzburg sono due, uno di metodo e uno di sostanza: il primo è verificare "affinità e divergenze" tra il giudice e lo storico, il secondo è verificare la giustezza del processo Sofri. Nel primo caso, Ginzburg giunge alla conclusione che vi sono molte affinità tra il mestiere del giudice e quello dello storico (l'esame delle fonti, la loro valutazione, la costruzione di una tesi, le argomentazioni per dimostrarla, ecc.), ma vi sono anche alcune differenze sostanziali, con la conseguenza che quando lo storico si comporta da giudice (la storia non si giudica) sbaglia, ma quando il giudice si comporta da storico fa di peggio, perché rischia di condannare degli innocenti. Nel secondo caso lo storico verifica come il processo sia falsato sotto molti punti di vista, primo tra tutti l'attendibilità di Marino che, solo per dirne due, non ricordava il colore della macchina usata durante l'attentato né la via di fuga praticata dopo, proprio lui che sosteneva di essere stato l'autista del commando. In secondo luogo, Ginzburg nota la natura inquisitoriale del processo, che ricorda da vicino i processi medievali alle streghe: il presunto reo confesso preso a unico parametro per decidere della colpevolezza ed innocenza dei correi, anche a costo di smentire i testimoni oculari (che videro una donna, e non Marino, alla guida della macchina del gruppo omicida).

Il giudice e lo storico è un libro per riflettere, ancora una volta, sulle ingiustizie della nostra storia recente, ma grazie alla maestria dell'autore si legge anche come un giallo, del quale si conosce già, purtroppo, il triste epilogo.

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Quando c'erano loro...

by sasso67 (04/01/2006 - 18:40)

Antonio Dipollina, Quando c'era 90° minuto, Sperling & Kupfer Editori, 2005, pp. X-149, € 12,00.

Un bell'omaggio, ironico e affettuoso quanto basta, alla banda Valenti, che animò il tatrino della popolare trasmissione domenicale sul calcio a partire dal 1970, fino all'ingloriosa fine del luglio 2005. Dipollina, valido giornalista di Repubblica, ripercorre le gesta di personaggi che senza grande clamore (e senza grande competenza calcistica) sono entrati nelle case (chi non conosce Luigi Necco o Gianni Vasino?) e perfino nel lessico degli italiani, come nel caso di Tonino Carino, per il quale il trio Solenghi-Marchesini-Lopez inventò una specie di filastrocca che diceva "sono Tonino, sono Carino, sono la gioia di mamma e papà".

Attraverso la storia della creatura di Valenti e Barendson, entrambi ricordati con grande affetto dai corrispondenti dalle varie sedi regionali della RAI, si ripercorre la storia anche del nostro costume, passato dall'immagine tristissima della coppia domenicale che passeggiava con lui che teneva con una mano la radiolina appiccicata all'orecchio e con l'altra la fidanzata dallo sguardo triste, a quella dei bar pieni di giovani e anziani che guardano l'anticipo o il posticipo su Telepiù, e poi a quella del tifoso che da solo si guarda le partite su Sky da solo. Si tratta di un calcio, e forse di un paese, che forse non c'è più. Al garbato teatrino di Paolo Valenti si è sostituito lo sguaiato autoblob di Aldo Biscardi, senza contare le pagliacciate mughiniane, le supermoviole e il telebimbumbam.

A quelli come me resta la nostalgia dei bimbi napoletani che urlavano intorno a Necco, dell'ironia "funerea" di Ferruccio Gard da Verona, delle megacuffie spaziali di Tonino Carino da Ascoli e dell'inarrivabile riporto di Franco Strippoli da Bari o Lecce. Mi resta la nostalgia di quella trasmissione che mi annunciò, mentre avevo l'influenza, che la Juve aveva vinto un campionato con 51 punti, uno più del Torino di Pulici e Claudio Sala, mentre oggi non mi emoziono più di tanto agli strillati successi dei "mascelloni" (definizione di Maurizio Crosetti) di Capello. E mi sorge il dubbio che potrebbe essere la stessa nostalgia che proverei a vedere di nuovo un film come Ringo e Gringo contro tutti: allora avevo dieci anni, oggi quasi quaranta.

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Senzamutande

by sasso67 (02/01/2006 - 17:43)

Domenico Mungo, Sensomutanti. L'amore ai tempi del DA.SPO, Tirrenia Stampatori, 2003, pp. 212, € 10,00.

Difficile parlare di Sensomutanti. Di sicuro non è un libro inutile, perché fa capire molte cose. È una specie di "etica dell'ultrà calcistico", scritta con un linguaggio immaginifico, carico di metafore che non si sa dove vogliano andare a parare. È rivelatrice la parte, che c'era ampiamente da immaginarsi, dove viene descritto il modo di comportarsi dell'ultrà di calcio, in particolare dove si dice che le "imprese" di questa gentaglia non dipendono affatto da quanto succede in campo, dove si dimenano ventidue "fighetti" in calzoncini corti.

Personalmente non provo alcuna simpatia per questi squallidi personaggi che partono da casa per andare a menare le mani ogni domenica con dei loro omologhi scelti dalla casualità del computer che compila i calendari dei campionati. E nessuna simpatia provo per il protagonista del libro né per il suo autore, che troppo e con troppa ambiguità vi si identifica. Mungo (Torino, 1971) dimostra in troppi casi di avere le idee confuse e non si capisce se voglia esaltare o compiangere questa umanità disperata che fa a botte indifferentemente con i poliziotti e i tifosi avversari. Poi tira in ballo l'onore e il rispetto, il rispetto per gli ultras del Brescia o dell'Atalanta, che ti picchiano guardandoti negli occhi, mentre tutto il disprezzo va ai gobbi, ai romanisti (fra l'altro acerrimi nemici tra loro) e ai poliziotti infiltrati, i cosiddetti "infami". Rispetto anche per i tifosi milanisti, almeno quelli delle Brigate Rossonere, nonostante si siano macchiati dell'onta di avere "tagliato" con una "lama" il tifoso genoano Spagna. C'è un tale odio nei confronti dei gobbi e dei poliziotti ("il blocco blu"), che a un certo punto mentre manganellano questi poveri ultrà dal cuore d'oro ci si attende che i celerini tirino fuori le sciarpe bianconere. E forse Mungo nemmeno si accorge della contraddizione di cui è vittima quando cita ripetutamente Pasolini, che, sospetto, ancora una volta si schiererebbe dalla parte delle giacche blu, anziché degli invasati con sciarpe variopinte.

Poi questo ultrà della Fiorentina nato per caso a Torino (sponda eventualmente granata, ovviamente), che si riempie la bocca di "anarchia e insurrezionalismo", va a Genova e, con improntitudine pari a quella dei politici che negli anni settanta sostenevano che "la mafia non esiste", sostiene che non esiste il black bloc, che tutta la colpa degli scontri fu degli agenti provocatori della polizia e che Carlo Giuliani, più che "un compagno che sbaglia" fu un eroe dell'anarchismo. Be', a questo punto non resta che arrendersi alla logica di Mungo, non senza notare che il suo libro è scritto maluccio (mai che ti azzecchi una parola straniera, oh!) e, a parer mio, ideologicamente confuso e ambiguo.

L'amore citato nel sottotitolo è praticamente inesistente (salvo un accenno nel finale, quello sì toccante, alla prematura scomparsa del padre), a meno che non si voglia considerare tale una sniffata di coca che un'attrice di film porno fa sul membro in erezione del protagonista in una latrina di una discoteca, all'interno di un capitoletto intitolato appunto "elogio della pornografia".

Sul sito http://www.redledrecords.com/bs_sensomutanti.html si dice che "Gli autori si dissociano da qualunque tipo di esercizio dell'abominio del copyright in nome della libera circolazione delle immagini straziate dal potere, dell'arte sublimata nella coscienza di classe, del sogno edulcorato dal sangue grondante e della inarrestabile forza del senso che muta...". Peccato però che dopo il titolo, a pagina 4, sul libro si trovi un'avvertenza che recita "I diritti di memorizzazione elettronica, di riproduzione totale o parziale con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le copie fotostatiche) sono riservati". Un elogio della coerenza!

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Georg Klein,

by sasso67 (26/11/2005 - 14:06)

Georg Klein, Libidissi, Marsilio, 2004, pp. 192, € 12,50

Libidissi è una capitale mediorientale - potrebbe essere indifferentemente Istanbul, Il Cairo, come Beirut o Bagdad - in un'epoca ambientata tra passato presente e futuro che sembra una rivisitazione kafkiana di Blade Runner, con ambientazioni che ricordano uno pseudofuturo straccione alla Brazil (il film di Terry Gilliam), oppure un 1984 meno controllato e più anarchico. I capitoli sono narrati alternativamente in prima (dal protagonista Spaik) e seconda persona (da una delle due spie tedesche mandate ad eliminare Spaik) e si snodano attraverso una vicenda solo apparentemente spionistica, in realtà si potrebbe dire "esistenziale".

«È senza dubbio un romanzo di bellezza sorprendente. Scritto alternando la terza (in realtà la seconda, n.d.r.) alla prima persona, cambiando continuamente la voce narrante, Libidissi è un noir di grande valore letterario, nel quale la prosa di Klein, intensa e avvolgente, raggiunge spesso esiti poetici che danno come una sensazione di vertigine, all'interno di una vicenda sordida e soffocante che rimanda direttamente all'inquietante immaginario di William Burroughs e Philip K. Dick. [...] Superbamente tradotto da Robin Benatti, Georg Klein gioca con i simbolismi, seduce il lettore con continui esperimenti linguistici, riferimenti letterari e paralleli storici, senza comunque mai creare la sensazione di una posticcia erudizione. Ma nonostante ciò Libidissi è anche un romanzo noir e il finale, enigmatico come il resto della storia, lascerà aperte diverse interpretazioni.» (Gianluca Mercadante, PULP n. 49)

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Tutti gli uomini di Hitler

by sasso67 (20/05/2005 - 19:55)

Guido Knopp, Tutti gli uomini di Hitler, TEA, 2005, p. 395 € 9,90

Lo storico e giornalista tedesco Guido Knopp scrive un libro sui sei uomini che furono più vicini a Hitler durante la tragica e folle marcia che lo condusse prima al potere e poi alla distruzione della Germania, passando per una guerra insensata che costò la vita a milioni di persone. In meno di 400 pagine e con l'ausilio di alcune fotografie anche interessanti, Knopp traccia un profilo, breve ma interessante, politico ma anche umano di Goebbels, Göring, Himmler, Hess, Speer e Dönitz. Si può obiettare che qualcuno manchi, e in realtà è così - si pensi a Bormann, von Ribbentrop, Heydrich, Keitel, von Schirach, Röhm - ma il fatto che alcuni di questi bei personaggini abbiano avuto un ruolo essenziale nell'esecuzione della politica nazista non significa che fossero i più vicini a Hitler (Heydrich, ad esempio, era un uomo di Himmler, Bormann di Hess, mentre Röhm, uno dei primi alleati di Hitler, ne divenne il più pericoloso rivale, tanto che fu eliminato dopo la notte dei lunghi coltelli). In più va detto che alcuni di essi sono protagonisti di un altro libro di Knopp, Complici ed esecutori di Hitler, uscito in Italia nel 2004 sempre per la TEA.

Una delle parti più importanti del libro è l'introduzione, nella quale l'autore si chiede quale fu la responsabilità del popolo tedesco nei confronti dello sterminio degli ebrei. Secondo le proprie valutazioni, maturate dopo accurate indagini, Knopp sostiene che il popolo tedesco non era particolarmente antisemita (se si esclude un antisemitismo strisciante presente un po' in tutta Europa ormai da secoli), e quindi va assolto da questo punto di vista in quanto non fu il popolo che volle lo sterminio. Allo stesso modo, però, non si può certo sostenere, secondo Knopp, che il popolo niente sapesse di quello che stava accadendo agli ebrei: del resto chiunque vedeva sparire le famiglie ebree dalle città, dai quartieri, dalla casa accanto.

Il libro non vuole essere una biografia dettagliata dei sinistri personaggi sui quali appunta la propria attenzione, e la mole ridotta dei singoli capitoli, poco più di una cinquantina di pagine scritte ciascuno, mostra chiaramente che non era questo l'obiettivo di Knopp. Semmai si delinea il carattere e la triste vicenda di questi sei criminali, condannati dalla storia prima che dal tribunale di Norimberga. In realtà due di essi, Goebbels e Himmler, non furono giudicati perché si suicidarono prima: il ministro della propaganda lo fece, insieme alla propria famiglia, compresi i cinque figli, nel bunker della Cancelleria di Berlino subito dopo il suicidio del Fuhrer, Himmler riuscì ad ingoiare una capsula di cianuro subito la cattura da parte degli inglesi. Göring si tolse la vita, nello stesso modo di Himmler, subito dopo la condanna a morte da parte del tribunale alleato. Knopp ovviamente non ha alcuna pietà per questi che possono a buon diritto essere annoverati tra i peggiori criminali della storia umana: per il fanatico Goebbels, che incendiava le folle con le sue trovate propagandistiche, geniali quanto menzognere, un arrivista che solo grazie al nazismo riuscì a soddisfare le proprie ambizioni smisurate rispetto alle effettive capacità, pur riconosciute; per Göring, un rodomonte di cartapesta, la cui fortuna fu quella di rappresentare, in qualità di eroe della Grande Guerra, il volto presentabile del nazismo, ma assolutamente incapace di portare avanti i compiti affidatagli (sua fu la responsabilità del disastro della Luftwaffe nella battaglia contro la RAF inglese); per Himmler, un burocrate dello sterminio di massa, cultore di miti nibelungici, un efficiente funzionario che preferiva comandare piuttosto che apparire, ma inserito in un luogo chiave del potere nazista: la direzione delle SS; per Hess, compagno di Hitler e suo successore designato alla guida del partito nazista, del quale rimarrà per sempre un mistero la fuga in Inghilterra durante la guerra e la misteriosa morte da vecchio nel carcere di Spandau; per l'architetto Speer, del quale Knopp condanna l'ipocrisia di volersi definire un tecnico e di considerarsi non direttamente responsabile delle stragi naziste: seppure egli sia stato l'unico ad avere manifestato un'assunzione di responsabilità collettiva per i crimini del nazismo e un pentimento per la fiducia concessa a Hitler, egli ha maggiori colpe di quelle attribuitegli a Norimberga, se non altro per la sua fattiva collaborazione all'allungamento della guerra in Europa e all'inasprimento delle stragi di soldati e di civili; per Dönitz, l'altro che con Speer ebbe le pene più lievi al processo di Norimberga, il successore di Hitler alla carica di capo dello stato, anch'egli ipocrita nel volersi considerare, dopo la sconfitta, un "militare apolitico": in realtà sono riportati, tratti da documenti ufficiali, diversi discorsi dai quali si desume con nitidezza l'adesione del "grand'ammiraglio" alla causa del nazionalsocialismo.

Pur nelle differenze che caratterizzarono questi personaggi, differenze sia di matrice sociale sia di cultura, di religione e differenze caratteriali (il più intellettualmente acuto fu probabilmente il luciferino Goebbels, che raramente sbagliava con i suoi giudizi sferzanti scrupolosamente annotati nel suo diario), i sei personaggi trattati nel libro di Knopp ebbero tutti una caratteristica in comune: una totale ammirazione che non di rado sfociava in una supina soggezione a Hitler. Il capo, riconosciuto come tale da tutti, non poteva e non doveva - nessuno si sarebbe mai sognato di farlo - essere contraddetto.

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Stracult

by sasso67 (12/03/2005 - 19:18)

Marco Giusti - dizionario dei film italiani STRACULT (Frassinelli, 2004, € 29,50)

Stracult è un dizionario dei film italiani che non vedremo mai in prima serata, e spesso nemmeno in seconda né in terza. L'approccio è molto diverso da quello dei dizionari "ufficiali", il Mereghetti, il Morandini, il Farinotti, anzi, è un dizionario principalmente "contro" gli altri, perché tende a rivalutare quello che gli altri hanno affossato e magari, in alcuni casi, a ridicolizzare i film sopravvalutati dalla critica che va per la maggiore. Io, che una decina d'anni fa mi feci comprare a Firenze dal Mengo il numero zero di Amarcord, rivista ormai defunta, ma che per prima si propose il compito di rivalutare il cinema di genere, la cosiddetta "serie B", soprattutto italiana (i poliziotteschi, i decamerotici e così via) non potevo non approdare al dizionario di Giusti. Il quale si rivela meno spocchioso di quanto pensassi: fa autoironia sulla propria balbuzie e sui propri trascorsi cinematografici insieme all'amico Enrico Ghezzi, non risparmia il sarcasmo su film diretti da amici e parenti e si manifesta soprattutto per quello che è: un cinefilo onnivoro, orfano della presenza del critico Gianni Buttafava (che interpretò l'avvocato di Salemme nella Messa è finita di Nanni Moretti). Nel dizionario compaiono nomi di registi di serie B e serie Z, film porno e caposaldi della nostra cinematografia (Bertolucci c'è con più di un titolo ed è citato spessissimo, sia per i bertolucciani d'accatto e i bertoluccismi fuori tempo e fuori luogo suoi e di altri autori sia per le parodie come Ultimo tango a Zagarol), pur mancando secondo me, alcuni titoli notevoli quali Ringo e Gringo contro tutti con Raimondo Vianello e Lando Buzzanca e I due sanculotti con Franchi e Ingrassia. I maggiori culti giustiani sono film ormai trasmigrati nella leggenda quali Vieni avanti cretino (1982) di Salce, per il quale è riportato l'intero testo della mitica canzone Filomeña cantata da Banfi, oppure Arrapaho di Ciro Ippolito (indimenticabile il trailer per la telenovela sudamericana Anche i ricchioni piangono), fino a Fracchia la belva umana, nel quale si trova un'altra mitica canzone, Benvenuti a 'sti frocioni. Non mancano poliziotteschi, spaghetti western girati a Tor Bella Monaca, horroracci da quattro soldi e film di fantascienza da fare invidia al povero Ed Wood. Giusti racconta curiosità, episodi collaterali alla realizzazione di questi film e brevi retroscena (come il cugino scoprì il mestiere che faceva Luana Borgia vedendo il film Luana la porcona). Infine, per ribadire il diverso approccio che ha questo Stracult rispetto alla critica cosiddetta ufficiale, riporto il diverso commento fatto da Mereghetti e da Giusti al film horror di Joe D'Amato (Aristide Massaccesi) Antropophagus del 1980, quello che finisce con il protagonista che, dopo aver divorato una comitiva di turisti italiani, in mancanza d'altro si mangia le proprie budella. Dice Mereghetti: «...non c'è suspense, non c'è trama e nemmeno repulsione. Nadir del low budget italico». Ribatte Giusti: «Ineguagliato cannibal-movie della coppia D'Amato - Montefiori. Forse il loro punto più alto, se sostenete lo splatterume degli effetti speciali».

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La breve estate dell'anarchia

by sasso67 (11/10/2004 - 21:33)

La breve estate dell'anarchia. Vita e morte di Buenaventura Durruti di Hans Magnus Enzensberger, 1972, Feltrinelli, pagg. 295 € 8,00.

I funerali di DurrutiÈ dura giudicare questo libro di Enzensberger, uno dei massimi intellettuali a tutto tondo dell'Europa di oggi. Come dice il sottotitolo, il libro parla della figura di Buenaventura Durruti, uno dei capi anarchici durante la Guerra Civile Spagnola, ma parte da lontano, dall'infanzia e dalla formazione del giovane proletario Durruti, che vive sulla propria pelle, come milioni di altri compagni, lo sfruttamento della Spagna del Primo Novecento. Le prime cento pagine sono assolutamente noiose, e la tecnica scelta da Enzensberger non aiuta: si tratta di una specie di collage di testimonianze varie, tratte da libri, giornali dell'epoca e interviste originali. In questo modo molte cose rischiano di perdersi, mentre altre vengono ripetute all'infinito. Durruti insieme ai compagni della prim'ora, Francisco Ascaso e Garcia Oliver, scorrazza commettendo reati un po' in tutto il mondo, fino a guadagnarsi una condanna a morte in Argentina. Poi torna in Spagna, si stabilisce a Barcellona e comincia ad organizzare quella rivoluzione proletaria di stampo anarchico che porterà a realizzare il comunismo libertario in Catalogna. La traduzione italiana di Renato Pedio non aiuta il lavoro dello scittore (che astutamente non scioglie il dubbio se si tratti di un'opera storica o d'invenzione) e ci regala perle quali - solo per fare un esempio - "...la valigia doveva servire per mettervi dentro un buon paio di fucili, chiusi in due, ed altri indumenti del genere": cioè che genere di indumenti? del genere dei fucili? Sembra perfino impossibile che un libro Feltrinelli, ristampato più volte nel corso degli anni, contenga simili sciatterie (questa non è l'unica).

Come tutti sappiamo, la rivoluzione anarchica in Spagna fallì e i partiti di sinistra al governo, democraticamente eletti, furono rovesciati dal colpo di stato del generale Franco. I fascisti vinsero quella guerra perché riuscirono a rimanere uniti, mentre all'interno del fronte popolare le divisioni erano madornali, soprattutto tra comunisti (spalleggiati dall'Unione Sovietica di Stalin) e gli anarchici. Durruti, però, quella sconfitta, che si materializzò nel 1939, non la vide, perché morì da eroe nella difesa, inutile, di Madrid. Ma morì da eroe? Probabilmente no: qualcuno disse che fuDurruti ucciso dai fascisti, qualcun altro ipotizzò che fosse stato colpito dai comunisti, qualcun altro addirittura ventilò che fosse stata la sua guardia del corpo anarchica. I testimoni oculari, a distanza di anni, hanno raccontato che fu un banale incidente, un fucile che sbatte il calcio in una portiera della macchina e Durruti si ammazza con le proprie mani. Una morte stupida per un eroe, una morte da nascondere. A questo punto la Storia ha già preso il sopravvento sul narrato e il libro si fa grande, forte, violento, oscuro.

Gli anarchici persero perché la loro rivoluzione si era infilata in un vivolo cieco: accettarono di combattere con le altre forze politiche, scendendo a troppi compromessi e rinunciando a quella immensa forza ideale che l'anarchismo spagnolo aveva avuto fino ad allora e che, solo, poteva condurre quei fanatici idealisti alla vittoria; e allo stesso tempo non potevano che allearsi con gli altri partiti della sinistra, poiché altrimenti sarebbero stati spazzati via dai fascisti o dai comunisti. Forse anche Durruti contribuì a questa fine del sogno: perché se c'è una cosa che questo libro dimostra, forse anche al di là delle sue intenzioni, è che l'anarchia non si realizza sulla terra e rimane pur sempre un'affascinantissima utopia. Un'utopia che è tanto più bella quando a proporla sono, anche con le armi in pugno, personaggi straordinari come Buenaventura Durruti, che quando morì non possedeva niente, nemmeno un vestito da indossare dentro la bara, più o meno come San Francesco.

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Baol. Una tranquilla notte di regime.

by sasso67 (05/10/2004 - 00:01)

Baol. Una tranquilla notte di regime. di Stefano Benni, Feltrinelli, 1990, pagg. 160, € 6,50.

Benni deve avere le capacità divinatorie di Saltatempo, per aver descritto nel 1990 una situazione fantapolitica così vicina alla situazione attuale (e non solo con questo libro, si veda ad esempio La compagnia dei Celestini). Benni, come è noto a tutti, è anche un grande umorista e scrive, anche in questo romanzetto, pagine che muovono a un sincero riso. Il problema è che non si riesce a capire dove voglia andare a parare: sì, d'accordo la satira del Gran Gerarca (un misto di Andreotti, Craxi, Berlusconi, Mussolini e tanti altri gerarchetti, dittatorelli e politivcanti trasformisti della nostra epoca) e del suo mondo millenovecentottantaquattrizzato attraverso la "composizione" di filmati che stravolgono, o addirittura ricreano appositamente, la realtà, ma è proprio la struttura del racconto ad essere inconsistente. Insomma, secondo me manca una vera e propria trama. E mancando la trama, anche le due o tre rivelazioni finali (che non valgono il prezzo del biglietto) appaiono un po' fini a sé stesse. Ripeto: non mancano le pagine comiche - ad esempio l'elenco dei mostri dell'inferno - ma le trovate di Benni non reggono le nemmeno poi tante 160 pagine del libro.


Canzone del giorno: NOFX, Theme from a Nofx Album

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