Che botte, ragazzi!
Come ce le davano i nostri genitori.
"Ti picchio". Era generalmente la minaccia delle mamme, la più semplice ed immediata, che, al di là del fatto di guastare temporaneamente i rapporti con la mamma, non faceva granché paura, perché consisteva nello scappellotto, o al massimo uno sculaccione o uno schiaffetto.
Il vergato. Era un passo avanti. Implicava una serie più variegata di botte, dagli schiaffi agli scapaccioni, agli sculaccioni, alle pedate nel sedere, che però erano riservate ai babbi. Era un vero passamano, e infatti si sentiva dire anche questa parola. Il vergato poteva essere preannunciato, oltre che dalla frase "ora ti faccio un vergato" anche dalle fatidiche locuzioni "ne buschi", "ne tocchi", "a casa si fa i conti", "ti zombo", "ti sciagatto" e simili. Il vergato, che etimologicamente fa riferimento a un bastone (verga) era solitamente eseguito a mani nude e in casi più rari con mestoli (nel mio caso), granate, battipanni, cintole o vette di salcio (nel caso del Boccino). Sinonimo di vergato era il battuto.
Il cignòlo. Presupponeva l'uso esclusivo della cintola dei pantaloni, ragion per cui era considerato di esclusiva pertinenza dei babbi. Cignoli in questo senso non ne ho mai subiti. In realtà si poteva chiamare cignòlo anche una scarica di botte non necessariamente date con la cintola dei calzoni. Si tratta di un termine anche scherzoso, come testimonia la celebre canzone cantata dal Cecchini a Schioppino sull'aria di Guantanamera: "Guanta Schioppino, o Lina, agguanta Schioppino, prendi un salcino e fagli un bel cignolino...".
Il sarmante (o salmante). Era la vetta delle punizioni corporali. Chi lo subiva era meglio che non si facesse vedere in giro per un po', in quanto, oltre al ricordo della batosta subita, si aggiungeva la beffa delle prese per il culo che gli "amici" dedicavano allo sfortunato destinatario del sarmante: "certo, però, l'altro giorno hai preso un bel sarmante eh?", avrebbero detto con maliziosa ironia i cosiddetti amici allo svenurato, il quale avrebbe risposto con noncuranza "chi, io? Nooo a casa il mi' babbo s'era già bell'e dimenticato tutto: non m'ha fatto proprio niente!". L'etimologia del sarmante non è chiara, a meno che non si debba intendere nella sua variante di salmante, nel senso che in genere presupponeva una tale dose di botte che potevano ridurre l'oggetto del trattamento una salma, cioè un cadavere.
I tipi di botte.
Lo schiaffo. Il modello più diffuso per punire manescamente il malcapitato figliolo. Incuranti del detto "scherzo di mano, scherzo da villano", i genitori schiaffeggiavano a piacimento i figli discoli, talvolta utilizzando le varianti più estemporanee e spettacolari del manrovescio e della labbrata. Sinonimi di schiaffo erano inoltre manata e cinquedita.
Lo sculaccione. Riservato ai bambini molto piccoli e dato dai nonni ai discolacci muniti di pannolone, allo scopo di non fare troppo male. Uno sculaccione dato a un bimbo che già andava alle elementari era un'onta troppo grande. Evocativamente più potente del semplice sculaccione era lo scrocchio, che in maniera onomatopeica richiamava il rumore, condito da dolore, della mano che si abbatte sulla natica colpita. Variante dello sculaccione era lo zuino, conosciuto anche come frizzino, ma questo rientra più nel novero degli scherzi che delle punizioni corporali dei genitori. Quest'ultimo veniva inferto mediante un colpo inferto grazie a una veloce rotazione della mano sul polso, sfregando con forza due dita sull'altrui deretano.
Lo scapaccione. Colpo inferto con mano aperta sulla nuca del reprobo con maggiore o minore forza a seconda della colpa commessa. Ne è un sinonimo la patta (o pattina, o pattone), che spesso veniva usata per rinnovare la pettinatura dopo un passaggio dal barbiere; il che era doppiamente umiliante, poiché in genere dopo essere usciti dal salone del barbiere ci si vergognava come ladri per avere la testa tutta precisina e poi si camminava rasente i muri per non incontrare qualcuno che ti urlasse "ti sei fatto i capelli, eh! Vieni qua che ti do la patta!", rischiando in tal modo di richiamare anche altri giovinastri interessati a festeggiare la "rapa". Inferto nella dolorosissima zona "tra capo e collo", lo scapaccione si trasformava in gollettone. Quest'ultimo non era un metodo punitivo usato dai genitori, mentre poteva esserlo la patta: "Ora se non stai un po' fermo ti do un paio di patte!". Ne è una variante il frontino che, come dice la parola stessa, è un colpo della mano aperta sulla fronte. In vita mia ne ho subito uno solo, a trent'anni, dal mio cugino, quando gli dissi che la nostra cugina s'era messa col Brucciani.
La pedata nel culo. Rigorosamente riservata ai padri e generalmente riservata ai figli maschi, era un metodo correzionale piuttosto umiliante, ma contemporaneamente utile alla crescita psicofisica del giovane. Tanto è vero che ai ragazzi di bassa statura e di scarsa creanza (tipico esempio ne è ancora una volta Schioppino) veniva sovente detto "si vede che il tu' babbo t'ha dato poche pedate nel culo!". Per esperienza posso affermare di averne prese poche, mentre un grande incassatore di calci nel culo è stato, per sua stessa ammissione, il Cecchini.
Il nocchino. Inferto con la mano chiusa a pugno con le nocche dell'indice e del medio sporgenti sulle ossa craniche del malcapitato, era generalmente prerogativa di insegnanti (a Montescudaio ne era campionessa la proverbiale maestra Rossi) e preti. Gli insegnanti sono stati i primi a perdere l'abitudine di correggere gli errori d'ortografia a suon di nocchini, mentre i preti, giovandosi di una sorta di extraterritorialità, o forse della loro autorità morale, oppure di qualche codice segreto inserito nel Concordato, hanno continuato imperterriti a reprimere le bestemmie dette in sacrestia a suon di nocchini o colpi di cero in testa (ne sanno qualcosa i fratelli Paolino e Cesare Barbafiera).
Il tirotto dei capelli. Il tirotto dei capelli era tipico, nella mia esperienza, delle suore dell'ordine del Sacro Cuore. Applicavano il detto metodo punitivo quando i maschietti dell'asilo alzavano le gonnelle delle femmine per vedere cosa c'era sotto (mi sembra che sotto ci fossero sempre un paio di mutande).
Le ginocchia sul granturco. Arcaico metodo punitivo adottato nelle scuole fino al dopoguerra, consistente nel far inginocchiare il discolo su dei chicchi di granturco all'uopo sparsi sul pavimento e farcelo restare per un bel po' di tempo. Anche in questo metodo eccelleva la mitologica maestra Rossi. Una volta, invece, vidi la Chioccia costringere Gabriele e Matteo, che durante il giorno "erano stati cattivi", a camminare inginocchiati, con i pantaloni corti, sulla ghiaia.
Tralascio, e rimando ad altra trattazione, altri "scherzi di mano", quali la tirata d'orecchi (che non m'è mai capitata), il biscotto negli orecchi, la masa, la tira, la pattonata, il ponte e lo strusciaculo, poiché facevano parte più dei giochi tra ragazzini che delle vere e proprie punizioni.
Il nostro agente ar Tufello
Italian secret service (Italia, 1968) di Luigi Comencini. Con Nino Manfredi (Natalino Tartufato deto Cappellone), Françoise Prévost (Elvira Spallanzani), Clive REvill (Charles Harrison), Jean Sobieski (Edward Stevens), Giampiero Albertini (Ottone), Giorgia Moll (Agente segreto "il passero"), Gastone Moschin (avvocato Ramirez), Alvaro Piccardi (Ciro), Enzo Andronico (Femore), Loris Bazzocchi (Wollenkampf).
Simpatico filmettino comenciniano esile esile su un eroe della Resistenza, poi deputato alla Costituente, che ha grosse difficoltà a inserirsi nella società civile del dopoguerra, dove i meriti resistenziali non contano più e sarebbe più utile una licenza media per entrare come impiegato dell'anagrafe. La solita sgangherata organizzazione italiana è messa alla berlina in un presunto intrigo di spie occidentali e sovietiche, per giungere ad una conclusione nella quale il povero Tartufato e la moglie, entrambi sottoposti al lavaggio del cervello, girano per Roma, la loro città, con la convinzione di non esserci mai stati prima. E comunque tornano una coppia innamorata, dopo che come marito e moglie avevano passato traversie di ogni genere, fino a giungere al tradimento della donna.
Più che l'idea che sta dietro al film (lo spaesamento degli ex partigiani nella società "normalizzata" del dopoguerra), funzionano alcune situazioni ed alcune macchiette: molto meglio di Nino Manfredi se la cavano Giampiero Albertini, in un ruolo insolitamente comico (almeno per me che me lo ricordavo nei panni dell'incontentabile della pubblicità degli elettrodomestici Zoppas negli anni settanta) e Gastone Moschin, avvocaticchio cialtrone e squattrinato. Consigliato a chi non l'avesse mai visto e volesse aggiungere una tesserina al grande mosaico della commedia all'italiana anni sessanta.






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