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Cumulativo film 4

by sasso67 (31/10/2008 - 20:10)

Uno contro l'altro... praticamente amici (Italia, 1981) di Bruno Corbucci. Con Renato Pozzetto (Franco Colombo), Tomas Milian (Quinto Cecioni, detto "er Monnezza"), Anna Maria Rizzoli (Silvana), Anna Cardini (Ines), Riccardo Billi (il nonno, detto "er Chiavica"), Bombolo (Capoccione), Leo Gavero (l'onorevole Ventimiglia), Alfredo Rizzo (l'Avv. Randolfi), Caterina Boratto (la mamma di Franco), Francesco Anniballi (Sor Gigi), Ennio Antonelli (Cicerchia), Salvatore Baccaro (l'anima gemella), Sergio Di Pinto (Pancotto), Andrea Aureli (Giacinto), Tony Scarf (Ciarsbronson), Elisa Mainardi (Madama di Tebe), Valerio Isidori (Bingo), Mimmo Poli (Er Buiaccaro).

Un Pozzetto catatonico e un Tomas Milian che urla sempre, anche quando parla con un interlocutore a due centimetri, sono o dovrebbero essere i motivi d'attrazione di questo film, che avrebbe l'ambizione di abbinare la comicità surreale e lumbàrd di Pozzetto e quella caciarona e romanesca di Milian. Come a volte accade per i piatti cosiddetti "mare e monti", la pietanza risulta indigesta, oltre che sciapita. Non valgono a rallegrare la situazione la particina affidata a Bombolo (retrocesso da Venticello a Capoccione) né quella di rimbambito cui veniva condannato il povero Riccardo Billi negli ultimi anni della sua carriera. E non parliamo del trito e tristissimo spogliarello della Rizzoli. Becero e dimenticabilissimo sottoprodotto della commediaccia all'amatriciana con spolverata di grana padano rancido.

A luci spente (Italia, 2004) di Maurizio Ponzi. Con Giuliana De Sio (Elena Monti), Giulio Scarpati (Giovanni Forti), Filippo Nigro (Andrea Gautieri), Toni Bertorelli (Ettore Benedetti), Andrea Di Stefano (Primo Ratelli), Francesca Perini (Gabriella), Damiano Andriano (Silvio), Ginevra Colonna (Ester), Armando De Razza (Dorian), Michele Melega (don Antonio), Aldo Puglisi (prete confessore).

Un regista cinefilo per una storia di cinema. La premessa era buona. Il risultato non lo è. Doveva essere una ricostruzione più o meno fedele - e sotto mentite spoglie - della lavorazione del film La porta del cielo di Vittorio De Sica, avvenuta durante il periodo dell'occupazione tedesca di Roma. Ciò che alla fine si vede è un prodotto paratelevisivo, pieno zeppo di luoghi comuni e recitato, salvo un paio d'eccezioni, con una piattezza che induce ad un vendicativo sbadiglio. I personaggi, a cominciare dal regista (affidato al diligente ma inespressivo Scarpati) sono quasi tutti descritti secondo i canoni di un buonismo veltroniano che alla lunga non può che irritare: sono tutti molto carini, con dei denti bianchissimi da fare invidia alla vecchia pubblicità del Durbans, ma sono talmente inutili che non riescono mai ad emozionare, neanche nei momenti più drammatici (personalmente, durante i bombardamenti, ho sperato che le bombe solitamente poco intelligenti degli americani avessero l'ingegno di colpire questi scemi a cottimo). La maggior parte delle storie sono incastrate male e ce n'è una che non c'entra un tubo con il resto, ovverosia la storiellina d'amore tra la costumista e il fotografo. Insomma, il momento di passaggio dal cinema dei telefoni bianchi a quello del neorealismo, benissimo incarnato dalla sempre brava Giuliana De Sio, meritava un cantore più ispirato. Ponzi mirava a comporre un poema ed invece ha costruito una più che mediocre filastrocca.

Sull'interpretazione di Andrea Di Stefano. Qualche suo sogghigno gli vale una nota di merito, per essere ricordato in questa parte di attore maledetto, compromesso con il regime fascista, un po' alla Osvaldo Valenti.

Colpo rovente (Italia, 1969) di Pietro Zuffi. Con Michael Reardon (Frank Berin), Barbara Bouchet (Monica Brown), Carmelo Bene (Billy Desco), Susanna Martinkova (Susanna), David Groh (Don Carbo), Isa Miranda (la tenutaria del bordello), Eduardo Ciannelli (Parker), Vittorio Duse (Mac Brown), Nello Pazzafini (un poliziotto).

Malriuscito antesignano del poliziesco all'italiana, diretto da un rinomato scenografo. Ispirato al noir americano alla Grande sonno, dei modelli originali conserva l'andamento ingarbugliato, una pletora di personaggi e la caratteristica di confondere le idee allo spettatore con una trama confusionaria e senza alcuna idea di cinema. Probabilmente lo spunto di partenza era quello di una critica alla società americana (come se l'Italia non offrisse sufficienti motivi d'ispirazione...), con la corruzione che la pervade a tutti i livelli, ma il dilettantismo registico di Zuffi, unito alla pochezza dei suoi interpreti, nonché ad una sceneggiatura abborracciata - che si stenta a credere che vi abbia collaborato Ennio Flaiano - porta ad un risultato incomprensibile e insulso. Per fortuna Zuffi non ripeterà l'esperimento registico.

Gangster '70 (Italia, 1968) di Mino Guerrini. Con Joseph Cotten (Fabio Destil), Franca Polesello (Franca, l'attrice), Giampiero Albertini ("Sempresì"), Giulio Brogi (Rudy), Bruno Corazzari (Affatato), Milly Vitale (la sorella di Affatato), Jean Louis (scagnozzo di Affatato), Franco Ressel (il "Viaggiatore"), Dennis Patrick Kilbane (il complice con la fiamma ossidrica), Cesare Miceli Picardi (Cavallo), Vivien Starleton (Anna), Giancarlo Badessi (il "Banchiere").

Un noir diretto da un regista in fama d'intellettuale, ispirato a certi capostipiti d'origine francese e soprattutto americana (Giungla d'asfalto, Rapina a mano armata). Manca, però, il genio di un Huston o di un Kubrick, cui neanche un cast di tutto rispetto (Cotten, Albertini, Brogi) può sopperire. Dopo la rapina e la resa dei conti (dove, più che nel resto del film sovrabbondano stereotipi e luoghi comuni del genere), poi, Guerrini parte in quarta con un disperato inseguimento a sirene spiegate di un finale plausibile. Inutilmente.

V per Vendetta (USA/Germania, 2005) di James McTeigue. Con Natalie Portman (Evey), Hugo Weaving (V), Stephen Rea (l'ispettore Finch), Stephen Fry (Deitrich), John Hurt (Adam Sutler), Tim Pigott-Smith (Creedy), Rupert Graves (Dominic), Sinéad Cusack (Delia Surridge), Clive Ashborn (Guy Fawkes).

"London's burning, London's burning//Fetch the engine, fetch the engine//Fire, fire! Fire, fire!//Pour on water, pour on water". Così dice una notissima filastrocca inglese per bambini, che significa: "Londra brucia, chiamate i pompieri. Al fuoco, al fuoco! Versate l'acqua!". Questo film è un po' così... una filastrocca per bambini che pretende di parlare di cose grosse e tragiche. Insomma, con suggestioni orwelliane, il regista ci parla di una Londra futura, ridotta da una pestilenza in condizioni più degradate di quella mostratatci da Kubrick in Arancia meccanica, su cui domina un tirannello (John Hurt), che è un mix tra Hitler e il Grande Fratello di 1984. Qualcuno ha detto che è un fumettone ed io sono d'accordo. Curato, girato benissimo, interpretato da attori britannici di ottima scuola e da una delle poche attrici in circolazione capaci di mantenere un livello di dignità e bravura superiore a quello del proprio divismo, il film di McTeigue è noioso e troppo lungo, seppure un gradino meno lugubre e funereo del Corvo di Proyas, cui per qualche verso si avvicina. Un finale ad effetto non riscatta l'insieme, nel quale un messaggio positivo - tutti dobbiamo ribellarci alle dittature che ci opprimono e possiamo farcela se lo facciamo tutti insieme in nome di un'Idea - è proposto con il linguaggio roboante e con le frasi ad effetto tipiche sia del videoclip che della graphic novel odierna. In conclusione, direi che se ne può fare a meno.

L'ombra del vampiro (USA/GB/Lussemburgo, 2000) di E. Elias Merhige. Con John Malkovich (Wilhelm Friedrich Murnau), Willem Dafoe (Max Schreck), Udo Kier (Albin Grau), Cary Elwes (Fritz Arno Wagner), Catherine McCormack (Greta Schröder), Eddie Izzard (Gustav von Wagenheim), Aden Gillett (Henrik Galeen).

Chi è il vero vampiro? Mentre il film di Merhige ci propone un Max Schreck che, secondo le parole del Murnau di John Malkovich, non esiste, trattandosi di invece di un vero vampiro transilvano, l'idea che si fa strada mentre procedono parallelamente i due film (il Nosferatu di Murnau e L'ombra del vampiro) è che il vero vampiro sia il regista. A dimostrazione di ciò, nelle ultime scene il Murnau personaggio continua a girare la manovella anche quando il non morto uccide in sequenza la primattrice, il direttore della fotografia e lo scenografo, mentre il resto della troupe si fa strada nella stanza buia, facendovi entrare la luce del giorno e provocando, così, la morte dello stesso Schreck. In una cornice storica di grande effetto e di riuscita quasi perfetta, si sviluppa questo giochino, impreziosito da un paio di interpretazioni notevoli (Malkovich, ma ancora di più Willem Dafoe, pressoché irriconoscibile), ma un po' fine a sé stesso.

Tag: cinema

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